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Egitto. Nuovo libro in francese sul grande tempio di Abu Simbel “Le Stanze Nord del Tesoro. Descrizione archeologica e testi geroglifici” a cura di Hisham Elleithy

La copertina del libro “Le grand temple d’Abou Simbel. Les salles nord du trésor” di Hisham Elleithy (Cedae, 2020)

Fu costruito dal faraone Ramses II della XIX dinastia, e scoperto dall’archeologo Giovanni Belzoni nel 1817: parliamo del Grande Tempio di Abu Simbel, nella regione della Nubia, sulla sponda occidentale del Lago Nasser; uno dei siti archeologici inclusi nella lista Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, ed è uno dei templi che è stato spostato dalla sua posizione originale in un luogo più in alto sopra la superficie del lago Nasser al momento della costruzione della diga sul Nilo. Su iniziativa del ministero del Turismo e delle Antichità egiziano il Cedae (Centre d’Etude et de Documentation sur l’Ancienne Égypte) ha pubblicato il libro “Le Grand Temple d’Abou Simbel. Les salles nord du trésor. Description archéologique et textes hiéroglyphiques” (Il grande tempio di Abu Simbel. Le Stanze Nord del Tesoro. Descrizione archeologica e testi geroglifici), Il Cairo 2020, a cura Hisham Elleithy, direttore generale del Cedae, sottosegretario di Stato per la Documentazione del ministero delle Antichità e responsabile del Centro documentazione delle Antichità egizie; con l’introduzione del ministro Khaled El-Enany. “Il libro”, spiega Elleithy, “inizia con un’introduzione che tratta di ciò che il centro ha pubblicato in precedenza su questo tempio, e poi passa a descrivere ciò che c’è sul lato settentrionale del tempio: le stanze del tesoro, con descrizione archeologica e traduzione di testi geroglifici. Il libro illustra la pianificazione architettonica del tempio con un’indicazione dell’ubicazione delle camere del tesoro settentrionali, quindi la descrizione archeologica delle iscrizioni e delle scene, quindi una raccolta di fotografie di tali iscrizioni e scene, seguita dai dipinti di disegni al tratto, mappe architettoniche, immagini in bianco e nero e una tavoletta di iscrizioni e scene, oltre a un elenco di offerte e rituali. I nomi di divinità, dipinti e varie calligrafie”. Secondo lo stesso tema delle sale meridionali del Tesoro, quelle del Nord riproducono sulle loro pareti tutta una serie di scene, scolpite in rilievo “nella cavità” con il faraone alla presenza di divinità. Molto spesso Ramses II è raffigurato inginocchiato o più raramente in piedi, di fronte a dee o dei rappresentati seduti. Mentre un certo numero di divinità nubiane sono sotto i riflettori, come Horus de Miâm, Horus de Baki o Buhen o Hathor d’Ibchek, c’è anche un pantheon più classico rappresentato da Rê-Horakhty, Amon, Mut, Khonsou, Ptah, Thot, Iside, Montou e pochi altri. Infine, in alcuni dipinti, Ramses appare sotto un aspetto divino, quello di Ousermaâtrê-Setepenrê, Amon-de-Ousermaâtrê-Setepenrê, Ousermaâtrê il Grande Dio o Ramesses il Grande Dio. Disegnate per la prima volta in inchiostro nero sulle pareti, queste scene furono poi scolpite e dipinte: le figure spiccano in giallo, il colore dell’oro e gli attributi o gli ornamenti (colletto, barba, cintura, bracciali, cavigliere) in nero. Alcuni testi, come nella scena R.14 (dietro il re) non sono stati scolpiti ma sono semplicemente dipinti di giallo.

Il grande tempio di Abu Simbel costruito dal faraone Ramses II

È questo il sesto volume realizzato dal Cedae sul Grande tempio di Abu Simbel: dai diversi volumi relativi alla battaglia di Qadesh, alla facciata (A-E), alle sale meridionali del Tesoro, all’architettura di queste emblematiche specifiche di Ramses II e alla cappella di Ra-Horakhty. E ora si aggiunge il volume dedicato alle sale settentrionali del Tesoro: descrizione archeologica e traduzione di testi, lastre fotografiche e disegni delle scene. “Come le altre pubblicazioni pubblicate dal Cedae”, spiega l’editore, “questa è il risultato di un lavoro collettivo basato sull’indagine sui testi geroglifici effettuata in loco da Sergio Donadoni e verificata da Jaroslav Cerny. Per questo nuovo volume, che compare nella collezione scientifica del Cedae e per il loro gentile sostegno, vorremmo esprimere la nostra gratitudine a Khaled El-Enany, ministro del Turismo e delle Antichità, nonché a Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità”. I due templi di Abu Simbel – ricordiamolo – furono scolpiti sul fianco della montagna durante il regno di re Ramses II nel XIII secolo a.C., come due monumenti dell’eternità, uno per il sovrano stesso (dove commemorava la sua vittoria nella battaglia di Qadesh) e l’altro per la sua regina Nefertari. La costruzione dei due templi iniziò intorno al 1264 a.C. e durò circa 20 anni, fino al 1244 a.C. A Sud si trova il grande “Tempio di Ramses amato di Amon” dedicato agli dei Ra-Horakhty, Ptah e Amon-Rê, mentre il più piccolo, a Nord, è dedicato alla dea Hathor-Sothis, personificata da Nefertari, la più amata di tutte le molte mogli di Ramses.

“In memoria di Edda Bresciani”: l’università di Pisa dedica alla “sua” professoressa, tra le più grandi esperte al mondo di Egittologia, il ricordo dell’allieva Marilina Betrò, e ripropone la Laudatio pronunciata da Lucia Tongiorgi Tomasi accademica dei Lincei nel 2012 alla consegna del premio Pantera d’Oro

Anche la Sfinge piange la scomparsa di Edda Bresciani. Con questa immagine di affetto e partecipazione, l’università di  Pisa, dove la grande egittologa ha insegnato dal 1968 (l’ateneo pisano creò la cattedra proprio per lei) e della quale era poi diventata professore emerito, ha aperto sul sito istituzionale la pagina “In memoria di Edda Bresciani”, tra le più grandi esperte al mondo di Egittologia. Nel 1979 era stata insignita dall’università di Pisa con l’Ordine del Cherubino e nel 2014 l’Associazione Laureati dell’Ateneo Pisano le aveva assegnato il riconoscimento del “Campano d’Oro”. La professoressa è morta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo. Mercoledì 2 dicembre 2020, all’obitorio di Lucca, l’ultimo saluto, in forma privata. In memoria della professoressa Edda Bresciani il sito dell’università di Pisa (In memoria della Professoressa Edda Bresciani | Egittologia Pisa (unipi.it) pubblica il ricordo scritto dalla professoressa Marilina Betrò, sua allieva, e ripropone l’intervento tenuto nel 2012 dalla professoressa Lucia Tongiorgi Tomasi, allora delegata dell’Ateneo per la Cultura e anch’essa socia nazionale dell’Accademia dei Lincei, in occasione del conferimento della “Pantera d’oro” a Edda Bresciani da parte della Provincia di Lucca.

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum
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Marilina Betrò, docente di Egittologia e Civiltà Copta all’università di Pisa

“Ricordo di Edda Bresciani” di Marilina Betrò, professoressa di Egittologia e Civiltà Copta. “Il mio cellulare è pieno dei suoi whatsapp, stringhe colorate di immagini, messaggi icastici, divertenti, graffianti, punteggiati di emoj, per lei nuovi geroglifici che combinava e dominava, scriba eccellente anche in questi. Il vuoto enorme del suo silenzio ora lo sommerge, mi sommerge. Aveva compiuto 90 anni lo scorso 23 settembre, una delle ultime telefonate con lei che già non stava bene, la festa che avrei voluto farle per quell’occasione rimandata “a quella per i 100”, come ci dicemmo. Per chi l’ha conosciuta e ha studiato alla sua scuola parlarne ora solo come della “egittologa” Edda Bresciani sembra far torto a quello che era il suo spirito multiforme, la cultura immensa, la curiosità versatile, insaziabile. Egittologa era, certo – e grande: studiosa conosciutissima, ammirata e amata nell’ambiente scientifico internazionale, demotista geniale, archeologa che ha legato il suo nome a siti interi dell’Egitto (la sua Medinet Madi, la Saqqara saitica e persiana, dove con lei ho mosso i miei primi passi, ancora studentessa, Tebe); autrice di libri su cui si sono formate e si formano generazioni di egittologi: Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi; Nozioni elementari di grammatica demotica; I testi religiosi dell’antico Egitto; La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico. Ed era tantissime altre cose: Accademica dei Lincei, Socia corrispondente dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per la Cultura e l’Arte, qui a Pisa Professore Emerito, insignita dell’Ordine del Cherubino,

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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

del Campano d’Oro e, come amava dire, “lucchese sì ma anche divenuta pisana dopo aver ricevuto, la Benemerenza di San Ranieri, prima donna ad esserne insignita”. Ma soprattutto, al di là dei titoli e delle onorificenze, personalità irripetibile, irridente, irriverente, ironica, soprattutto auto-ironica, maestra unica: la provocazione – a pensare, a guardare il mondo da prospettive inedite, da sentieri mai battuti – era la sua maieutica. Addio, Edda, ti ricordo qui con uno dei tuoi bellissimi haiku, uno dei pochi malinconici: Bussa alla porta / portato dal vento – / un ramo secco (Edda Bresciani, Pisa ETS, 2016)”.

La professoressa Edda Bresciani accanto a una statua leonina a Medinet Madi nel Fayyum (foto unipi)
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Lucia Tongiorgi Tomasi, accademica dei Lincei

Discorso tenuto in occasione della Cerimonia del Conferimento della Pantera d’Oro alla professoressa Edda Bresciani (9 giugno 2012) di Lucia Tongiorgi Tomasi (Accademia Nazionale dei Lincei). “Come delegata della Cultura dell’Ateneo Pisano, è per me un onore e un piacere esprimere la mia profonda ammirazione per l’insigne egittologa Edda Bresciani che l’Amministrazione Provinciale di Lucca ha giustamente insignito della prestigiosa onorificenza della “Pantera d’oro”, attribuita annualmente alle personalità che hanno onorato la città. A ragione Edda Bresciani, “lucchese doc”, è solita definirsi anche un “po’ egiziana”, ed è indubbio che il suo nome è noto alla comunità scientifica di tutto il mondo per le rilevanti scoperte frutto della sua attività di scavo nel paese del Nilo e per le sue pubblicazioni diventate ineludibile materia di studio per chiunque affronti lo studio dell’antico Egitto. Conosco Edda da molti anni come collega dell’Università di Pisa. Se nella Facoltà di Lettere è stata un vero e proprio ”mito”, il suo nome si impone tra i più autorevoli docenti e le “glorie” dell’Ateneo pisano. Apprezzata per la statura scientifica, è stata molto amata anche per le doti umane e morali e per la carica di vitale simpatia, che hanno fatto sì che divenisse maestra di svariate generazioni di studenti e amica generosa di molti colleghi. Anche in Egitto ha costantemente rappresentato un punto di riferimento, ottenendo sempre, se pure in complicati contesti politici e culturali, l’appoggio delle autorità e la stima degli archeologi che si sono spesso aggregati alle sue missioni. Esperienza straordinaria è ascoltare Edda Bresciani, sia che tenga una conferenza per specialisti, sia che racconti ad amici episodi della sua vita avventurosa di studiosa, spesso sapientemente frammisti a gradevoli curiosità aneddotiche e sempre accolti con ammirazione e magari con una punta di benevola invidia da chi ha prudentemente privilegiato lo studio nel chiuso delle biblioteche, perché la sua fine sensibilità l’ha sempre consigliata su come conquistare e catturare le emozioni dell’uditorio. In particolare sa attrarre i giovanissimi, affascinati dai racconti sull’antico Egitto offerti con linguaggio piano e accattivante, ma scientificamente ineccepibile. La sua agile penna sa trattare complessi argomenti storici e letterari (si vedano i saggi dedicati al diritto, ai sogni e all’antica poesia egiziana), e linguistici (di grande significato gli studi sul demotico). Non vanno poi dimenticate i raffinati esercizi poetici suggeriti dall’amata cultura giapponese. Nell’Ateneo pisano, dove si è formato ed ha insegnato uno dei fondatori dell’egittologia, quell’Ippolito Rosellini compagno di Champollion nella spedizione franco-toscana in Egitto e in Nubia, Edda Bresciani ha raccolto l’eredità di insigni maestri come Giovanni Pugliese Carratelli e Sergio Donadoni, contribuendo ad arricchire l’Università con punte di eccellenza nell’ambito di questi studi (compresa la fondazione nel 1978 della rivista scientifica “Egitto e Vicino Oriente”). Non a caso le è stato conferito l’Ordine del Cherubino ed è stata nominata Professore Emerito, riconoscimenti dovuti dei numerosi di cui è stata insignita, tra cui quello di membro dell’Accademia dei Lincei, attribuito a pochissime donne. Anche successivamente all’andata in pensione, l’Università di Pisa ha ritenuto opportuno affidarle la delega a rappresentarla nei progetti da lei diretti in terra d’Egitto. Ma già nel 1994 l’Ateneo aveva voluto promuovere un bel documentario dedicato alle sue scoperte della necropoli del Medio Regno a Khelua nel Fayyum, significatamene intitolato “Pisa chiama Fayyum”. Edda Bresciani ha legato dunque il suo nome a prestigiose campagne di scavo e a importanti ritrovamenti cui ha dedicato impegno e fatiche fisiche non indifferenti. È necessario infatti spogliare la figura dell’archeologo dall’aura romantica che spesso l’accompagna agli occhi dei non addetti al mestiere. Accanto ad una solida cultura frutto di impegno indefesso, alla passione per il proprio lavoro e alla presenza di un sottile intuito, non va dimenticato lo sforzo di un lavoro durissimo sul campo, i disagi di un clima spesso avverso, la risolutezza che esige l’addestramento e il coordinamento degli operai con i quali non è facile intendersi anche linguisticamente. Ebbene, l’intelligenza, l’energia, il piglio e la carica umana di Edda hanno sempre avuto ragione su difficoltà di fronte alle quali altri si sarebbero arresi e non pochi, dai funzionari agli studiosi, dai tecnici agli architetti, dagli studenti fino ai semplici operai, la ricordano con affetto. Impossibile enumerare in breve spazio i rilevanti ritrovamenti frutto delle missioni di scavo da lei dirette in varie regioni egiziane. Ricordo solo quelle condotte tra il 1970 e il 1971 ad Assuan, quelli a Gurna dal 1973 al 1981 dove è stato completato il ritrovamento del tempio funerario di Thutmosi IV, fino ai primi scavi di Saqqara dal 1975, dove emerse una eccezionale tela funeraria dipinta che oggi fa bella mostra di sé al Museo del Cairo.

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La guida archeologica su Medinet Madi nel Fayyum (Egitto)

Rivestono poi un particolare significato i più recenti e fortunati scavi condotti a Medinet Madi nel Fayyum che hanno consentito di sottrarre alle sabbie desertiche le rovine di una longeva città, un unicum che vanta più di 4000 anni per essere stata faraonica, ellenistica, romana e infine bizantina. Nel sito è stato organizzato uno straordinario parco archeologico giustamente definito dall’archeologo egiziano Zahi Hawass “la Luxor del Fayyum”. Un emozionante “romanzo a puntate” hanno costituito i racconti di Edda al ritorno di ogni spedizione che illustravano il ritrovamento del tempio C, dove erano allevati i piccoli coccodrilli da mummificare richiesti dai pellegrini, quello del Castrum romano dotato di un complesso sistema idraulico, e del profondo pozzo sacro, fino alla scoperta di alcune statue leonine, tra cui si impone una naturalistica leonessa, un tocco di “femminilità” molto gratificante. Non va dimenticato che Edda Bresciani, che ha al suo attivo più di 400 pubblicazioni, tra cui alcuni volumi splendidamente illustrati da grafici, mappe, fotografie, è anche un’estimatrice delle applicazioni informatiche. Con l’ausilio di specialisti ha infatti prodotto alcuni Cd-rom multimediali che permettono affascinanti visite virtuali ai siti archeologici a cui ha legato il suo nome. Ma Edda non è una scienziata esclusivamente coinvolta nello specialismo delle proprie ricerche: la sua sconfinata curiosità l’ha portata a indagare con straordinario acume argomenti molto diversi, non ultimo la cultura e l’arte giapponese, una passione che si concretizzata in una rara e straordinaria collezione di “netsuke”. Se mi è permesso concludere con un episodio personale, non posso non ricordare il piacere che provo nel leggere di prima mattina le email che Edda sovente mi invia e alle quali affida pensieri, citazioni e immagini spesso riferiti al mondo egiziano cui ha brillantemente dedicato la sua vita affascinante e la sua acuta intelligenza”.

Archeologia in lutto. È morta la grande egittologa Edda Bresciani, “l’ultimo dei giganti del Novecento”. Aveva 90 anni. Prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, accademica dei Lincei, ha diretto missioni ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum. Autrice di molte pubblicazioni sull’Antico Egitto. L’ultimo suo contributo nel 2020: seguire un progetto editoriale sui siti del Medio Egitto

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum

“È morta. Abbiamo perso l’ultimo esponente di una generazione di giganti del Novecento”. Al telefono sento una voce rotta dalla commozione, non la nomina ma purtroppo non lasciano spazio all’immaginazione quelle poche parole: Edda Bresciani è morta. Tra i massimi esperti al mondo di Egittologia, archeologa, accademica dei Lincei, aveva 90 anni, compiuti da poco. A chiamarmi è Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo Civico di Rovereto, autore dell’Archivio Fotografico dei siti del Medio Egitto regolamentato da un protocollo siglato dal ministero delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto. Edda Bresciani si è spenta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, creata per lei nel 1968 dall’università di Pisa, di cui era poi diventata professore emerito, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo.

L’egittologa Edda Bresciani con Maurizio Zulian alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto del 2013 (foto Zulian)

Zulian l’aveva sentita al cellulare solo una decina di giorni fa. Un’abitudine che si era consolidata nell’ultimo anno e mezzo, da quando la professoressa aveva accettato – con l’entusiasmo di una giovane ricercatrice davanti a una potenziale scoperta archeologica – di seguire lo sviluppo di un progetto editoriale di Zulian (con la collaborazione di chi scrive) sui siti archeologici del Medio Egitto, che Zulian aveva avuto modo di visitare, fotografare e studiare negli ultimi trent’anni, anche se molti di essi sono chiusi al pubblico da anni, se non da sempre. Ed era proprio nel suo girovagare per l’Egitto che Maurizio Zulian aveva avuto modo di conoscere Edda Bresciani “al lavoro”, impegnata in prima linea nelle ricerche archeologiche. Per poi ritrovarla in tempi più recenti ospite speciale nella “sua” Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico. “Ho avuto l’onore di godere della stima e dell’amicizia della professoressa che non ha mai fatto pesare la sua straordinaria statura scientifica e cultura quando parlavo con lei di ricerche o scoperte, o le chiedevo dei chiarimenti su qualche problematica della civiltà dei faraoni”, ricorda commosso Zulian. “Anzi, ha sempre mostrato una disponibilità rara”.

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Edda Bresciani nel deserto egiziano


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L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Dalla metà degli anni ’60 Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto: ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana nel sito di Saqqara, che ha posto l’università di Pisa tra i pionieri dell’applicazione delle tecnologie informatiche all’archeologia e alla conservazione dei monumenti antichi. Infatti proprio per conto dell’ateneo pisano ha diretto il progetto Issemm, finanziato dal ministero italiano per gli Affari esteri – Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, destinato a dare un supporto tecnico e scientifico per il monitoraggio e la gestione dei siti archeologici egiziani, in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Grazie all’Issemm sono stati realizzati il Parco archeologico e il Visitor Centre di Medinet Madi nel Fayum in Egitto, inaugurato l’8 maggio 2011 (vedi Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare | archeologiavocidalpassato). Nel 1965 l’egittologa lucchese ha preso parte alle operazioni di salvataggio dei monumenti della Nubia (le missioni erano dirette da Sergio Donadoni, di cui sarebbe diventata l’allieva prediletta) prima che venissero sommersi con la creazione della diga di Assuan. Lei aveva approfondito l’architettura proto cristiana, e per l’Unesco aveva studiato le iscrizioni demotiche. Dal 1966 è stata alla direzione degli scavi del Fayum, per conto dell’università Statale di Milano, per poi passare negli anni Settanta del Novecento a dirigere gli scavi ad Assuan (dove portò alla luce il tempio di Iside).

Letteratura e poesia nell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi
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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Fondatrice della rivista “Egitto e Vicino Oriente” nel 1978, fu autrice di numerose pubblicazioni sull’Antico Egitto: da “L’Antico Egitto di Ippolito Rosellini nelle tavole dai monumenti dell’Egitto e della Nubia” (De Agostini, 1993) a “Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto (a cura di E. Bresciani) (De Agostini, 1998, 2005, 2020); da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi” (Einaudi Tascabili, 2007) a “La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico” (Einaudi Saggi, 2005), vincitore del Premio nazionale letterario Pisa per la Saggistica. Ad esprimere lutto per la sua morte tra gli altri Maria e Francesca Fazzi della casa editrice lucchese Pacini Fazzi: “Con tanto affetto ricordiamo l’amica Edda Bresciani, grande egittologa, grande studiosa, ma soprattutto amante della vita in tutte le sue espressioni: dall’arte alla cucina. Mancherà la sua ironia intelligente, la sua grande curiosità indagatrice e mai scontata”. E il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini: “Lucca perde una grande studiosa, una delle sue donne più conosciute in ambito internazionale. Edda Bresciani, già ordinaria di Egittologia nell’università di Pisa, è stata archeologa, storica, filologa, e in particolare specialista dell’Egitto di epoca achemenide e dello studio del demotico. Con le sue competenze, con la sua profonda passione ha trasmesso l’amore per la conoscenza in tante generazioni di studenti e, grazie ai suoi testi, ha divulgato la storia dell’antico Egitto, della sua letteratura e società, fra tanti italiani. La ricordo con affetto e stima. Nell’aprile del 2019 le consegnammo la medaglia della città di Lucca: fu una cerimonia molto partecipata da amici ed estimatori che confermò la sua spontanea sobrietà, la sua natura di donna schiva ed acuta”. Nel 1996 era stata insignita della medaglia d’oro del presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Nell’aprile 2004 aveva ricevuto il prestigioso premio “Firenze-Donna“, mentre nel settembre 2014 a Pisa le era stato assegnato il premio “Campano d’Oro”, istituito come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano particolarmente distintisi nella cultura, nella scienza e nelle professioni (vedi A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano | archeologiavocidalpassato).

Il progetto editoriale “Nella terra di Pakhet” con prefazione di Edda Bresciani, in attesa di pubblicazione

Nonostante l’età, Edda Bresciani era molto attiva. Esattamente un anno fa – raccontano le cronache – aveva tenuto anche la prolusione inaugurale all’apertura dell’anno accademico dell’Accademia lucchese di scienze, lettere e arti, di cui era socia, parlando dell’antico Egitto e della sua esperienza di una vita tra scavi e ricerca scientifica. Era socia del Soroptimist di Lucca. E così arriviamo al progetto editoriale sui siti del Medio Egitto, sicuramente uno degli ultimi cui si è dedicata la professoressa Bresciani. E la ricordiamo come professoressa, prima ancora che grande egittologa, perché è proprio in questa veste che abbiamo avuto modo di conoscerla e apprezzarla. Prima solo qualche consiglio, piccoli suggerimenti. Poi la decisione di voler seguire passo passo la nascita di questo studio, leggendo ogni scheda, ogni racconto di viaggio, esaminando ogni fotografia (ingrandendo le immagini di Zulian è riuscita anche a decifrare alcune iscrizioni in demotico presenti in sepolture del periodo tardo, restituendo per la prima volta il nome dei titolari – anzi delle titolari – delle tombe). “E quando prendeva in esame i testi lasciava da parte tutta la bonomia, la simpatia e l’ironia che la contraddistinguevano, e assumeva il ruolo della professoressa”, ricorda Zulian con grande rispetto. “Per lei era come essere tornata in cattedra per seguire dei giovani allievi nella stesura della tesi. Una volta me lo ha anche detto: mi avete fatto tornare l’entusiasmo di un tempo”. Senza risparmiarci i “doppi segni blu e rosso”. Ma alla fine il regalo: non solo le è piaciuto il titolo del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto Appunti di trent’anni di viaggi” di Maurizio Zulian con la collaborazione di Graziano Tavan. Ma ha anche accettato di farci la prefazione. “E non vedeva l’ora di poter tenere in mano quello che lei definiva amabilmente il nostro librone”, chiude Zulian. Purtroppo l’emergenza da coronavirus ha bloccato tutto il progetto. “Se mai vedrà la luce, glielo porteremo, perché la possa accompagnare nel suo viaggio nell’Aldilà o nei Campi Iaru”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con il nono appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci porta letteralmente dentro la Tomba di Iti e Neferu, scoperta a Gebelein nel 1911: le pitture originali furono strappate e portate a Torino

Dopo aver conosciuto la Tomba di Ignoti, con la nona puntata delle “Passeggiate del Direttore” Christian Greco ci porta letteralmente all’interno della Tomba di Iti e Neferu, grazie a un particolare allestimento adottato al museo Egizio di Torino. Siamo ancora nel 1911, anno in cui fu trovata la Tomba di Ignoti: un anno particolarmente favorevole per la Missione Archeologica Italiana in Egitto. Infatti in quello stesso anno fu ritrovata la Tomba di Iti e Neferu, sempre a Gebelein, una trentina di chilometri a sud di Tebe, l’odierna Luxor. È un tomba semi-rupestre in una corte scavata nella roccia, con sedici pilastri che delimitavano un corridoio sul cui lato interno si aprivano una serie di cappelle. Questa tomba aveva una peculiarità: le pareti erano decorate da pitture che furono strappate dalle pareti e portate a Torino. “Studiando gli archivi fotografici, e l’archivio storico”, spiega Greco, “siamo riusciti a ricostruire la contestualizzazione archeologica e quindi innanzitutto lo sviluppo della tomba: dal primo pilastro alla fine della tomba ci sono 29 metri che sono stati riproposti nell’allestimento del museo Egizio. Camminare in questo corridoio è come se camminassimo dentro lo stesso spazio nella tomba. Se poi dalla cappella principale ci giriamo come a guardare tra e oltre i pilastri vediamo la valle del Nilo. E questa non è una veduta generica, ma proprio quella che a Gebelein si vede dalla Tomba di Iti e Neferu. L’ha scattata Anna Maria Roveri quando nel 1992 era impegnata in quel sito col marito, il prof. Sergio Donadoni. Quindi è come se in questo momento fossimo in Egitto, all’interno della Tomba di Iti e Neferu e guardassimo verso il Nilo. Questa è una modalità per portare l’Egitto dentro il museo. Un museo archeologico ha sempre un livello di astrazione, perché l’oggetto viene separato dal contesto. Qui abbiamo cercato di ricreare il contesto e il paesaggio”.

La scena dalla Tomba di Iti e Neferu di Gebelein, oggi al museo Egizio di Torino, con l’asino che mostra le piaghe sanguinanti per le frustate ricevute (foto Graziano Tavan)

La piante delle cappelle della Tomba di Iti e Neferu a Gebelein (foto Graziano Tavan)

Al centro di questo “corridoio” ricreato al museo Egizio si apre quella che era la principale cappelle della Tomba, la cappella del culto di Iti. L’unica differenza è che a Torino presenta uno spazio maggiore per permettere una migliore fruizione al pubblico delle raffigurazioni originali. Il proprietario della tomba, Iti, si nota subito: è il personaggio con la pelle più chiara (non bruciata quindi dal sole, come chi lavora nei campi) e con evidente adiposità, che ostenta quasi come uno status symbol del suo benessere e della sua posizione sociale. In questa cappella si contrappongono scene di un crudo realismo, come la macellazione di un bovino (col coletto che affonda nel collo e gli zampilli di sangue raccolto da un servitore), ad altre di grande tenerezza, come l’amorevole cura riservata a un vitellino dalla madre che ha ancora la placenta. Lungo il corridoio altre scene legate alla vita quotidiana, come il trasporto di ceste con gli asini che, a forza di essere frustati, hanno le terga piagate e sanguinanti. “Gli egizi sapevano osservare la natura e il mondo che li circondava, e così nelle loro pitture troviamo immagini ricche di dettagli. È il realismo degli antichi egizi. Platone nella “Politeia” esclude l’arte dalla Città ideale perché corrompe i giovani anche perché l’arte greca è imitazione dell’imitazione. Ma salva l’arte degli egizi, un’arte antichissima, che sa catturare le idee e ha un grande valore allegorico”.

“1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”: a Vittorio Veneto il fotografo trevigiano racconta per immagini e emozioni la sua trentennale esperienza dedicata alla città sacra dei faraoni fino alla realizzazione del rilievo fotografico del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion

Un delicato rilievo dal tempio di Sethi I ad Abydos reso magistralmente da Paolo Renier

La locandina della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” a Vittorio Veneto

La stanza del sarcofago nell’Osireion ad Abydos (foto Paolo Renier)

Paolo Renier tra i pannelli della mostra a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

Il titolo non deve trarre in inganno. “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” non è la solita mostra. Soprattutto non è il tipo di mostra cui ci ha abituato il fotografo e grafico trevigiano Paolo Renier con al centro del racconto espositivo il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abydos. Era successo nel 2009 al museo Archeologico nazionale di Firenze con “Il tempio di Osiride svelato. L’antico Egitto nell’Osireion di Abydos”; nel 2012 alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista a Venezia con “Il tempio di Osiride svelato”; e nel 2014 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano (Tv) con “Egitto, come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride”. Questa volta nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv),  messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, fino al 24 giugno 2018 Paolo Renier presenta un racconto particolare dove il protagonista è proprio lui o, meglio, la sua trentennale esperienza dedicata all’antico Egitto, tra incontri, scoperte e documenti fotografici: dalla “folgorazione” per la civiltà dei faraoni e, soprattutto, per la città sacra di Abydos in occasione del suo primo viaggio – come turista – sulle rive del Nilo (era il 1989), alla nascita del progetto Abydos, alla realizzazione del rilievo fotografico del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion: un’opera unica e irripetibile, visto che purtroppo nel frattempo lo stato di salute del monumento, lasciato nel degrado, è profondamente compromesso: danneggiato dall’umidità, dai nidi dei pipistrelli, e dall’incuria dell’uomo. Il rilievo fotografico del soffitto astronomico realizzato da Paolo Renier è oggi un “monumento” scientifico riconosciuto e richiesto dai più grandi egittologi del mondo. Ma a Vittorio Veneto non vediamo la ricostruzione in scala 1:1 del soffitto astronomico, bensì le circostanze e le vicende che hanno portato il fotografo e grafico trevigiano a realizzare i suoi preziosi reportage.

Grandi fotografie e racconti nella mostra di Paolo Renier a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

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L’egittologo Sergio Donadoni nel suo studio a Roma (foto Paolo Renier)

Una mostra da leggere, prima ancora che da gustare con gli occhi. Anche se, ovviamente, le straordinarie immagini dell’Egitto di Renier accompagnano passo passo il visitatore. “In queste immagini”, scrive, “ci sono la bellezza e il fascino irresistibile dell’antico Egitto. Ma anche il mondo, intimo spirituale, voluto e costruito dal faraone Sethi I ad Abydos, per relazionarsi con il ristretto pantheon degli dei e del mondo dell’aldilà”. La sua consacrazione Renier la ebbe niente meno che da uno dei padri dell’Egittologia del Novecento, Sergio Donadoni, che accettò di scrivergli la presentazione al libro “Abydos. Egitto”, punto di arrivo delle conoscenze di Renier sulla città sacra degli antichi egizi, ma anche di partenza per far conoscere e salvare la stessa dal degrado attraverso il Progetto Abydos. Così scrive Donadoni: “…va vista l’opera di Renier, che è frutto ed espressione di uno specifico innamoramento per una specifica località, in confronto con l’aspirazione alla totalità propria degli altri: non l’Egitto in genere, ma Abido è quel che incanta questo osservatore. Un centro che merita una simile dedizione, carico com’è di storia, di significato, di arte.  …In questa ricchezza di possibili prospettive, Renier si muove senza altra pretesa se non quella di dirci come il suo occhio sia compiaciuto di questa o quella visione, di questa o quella possibilità di sfruttarla figurativamente. Se conosce il valore storico dei vari monumenti, delle varie rappresentazioni, non è di quello che ha fatto la sua guida nella sua scelta e nel suo approccio. Alla esigenza del capire il passato e l’arte del passato, oppone quella, non meno essenziale ed autentica, del sentirlo. Sono due modi diversi e complementari di far valer quello che è la vera caratteristica dell’arte, il suo essere in perpetuo contemporanea di chi se ne appropri il messaggio”. Sergio Donadoni era riuscito a cogliere l’essenza e lo spirito che in questi decenni ha mosso Paolo Renier inserendolo con grande naturalezza e semplicità nella storia dei primi artisti esploratori della terra dei Faraoni, dalle prime immagini dipinte alle litografie e poi dalle prime lastre fotografiche alle prime foto in bianco e nero.

Paolo Renier nell’acqua melmosa della stanza del sarcofago dell’Osireion ad Abydos

Paesaggio nilotico ad Assuan (foto Paolo Renier)

Paolo Renier con Horus ad Abydos

Paolo Renier sulla tomba di Omm Seti

Così, passando da un pannello all’altro, seguiamo il percorso artistico-emozionale di Renier nella terra d’Egitto, attraverso un racconto – come si diceva – ricco di aneddoti. “Durante quel viaggio”, scrive a esempio ricordando la traversata del lago Nasser nel 2009, “nelle limpidi notti stellate, disteso su un lettino sopra il ponte della nave, osservavo incantato la splendida luce della stella Sirio (pensando alla dea Iside) e della bellissima costellazione di Orione (pensando al grande Osiride). Solo così, avvolto ed estasiato da incredibili e commoventi emozioni, riuscivo a consolarmi e non pensare alla triste alluvione che stavo percorrendo. Ad Abydos alcuni mesi dopo, la presenza di una strana giovane donna vestita con una tunica bianca, il capo coperto e i piedi nudi, che incontrai nel corridoio delle liste dei Faraoni e dei Semidei a sinistra del tempio di Sethi I, si rivolse a me dicendomi che quella mattina ero con lei dentro alla grande piramide di Cheope. Non capii bene cosa volesse e chiesi a un amico arabo li vicino che conosceva diverse lingue, di cercare di aiutarmi, ma quando ci rivolgemmo a lei, non c’era più, subito la cercai nel tempio e la vidi scomparire verso l’ingresso. Da alcuni giorni soggiornavo ad Abydos ed era chiaramente impossibile che io assieme a lei quella stessa mattina, potevamo essere a più di 500 km di distanza. Ho ancora presente i suoi occhi scuri, i capelli neri e il pallido volto, ma non capii e non seppi mai chi fosse, comunque poi quella mattina e i giorni seguenti mi sentii stranamente molto più sereno e in pace con me stesso”. E ancora: “Ad Abydos conobbi Horus, personaggio mistico del luogo del quale ancor oggi non conosco esattamente il vero nome perché tutti continuano a chiamarlo solo così; lui è come il capo spirituale del villaggio soprattutto per aver conosciuto fin da piccolo Doroty Eady, l’egittologa inglese che dedicò tutta la sua vita con una straordinaria passione verso il grande faraone Sethi I, ed è anche per questo che fu chiamata dagli arabi Omm Seti, cioè La madre di Seti. Una donna che fin da bambina fu avvolta nel magico e incredibile amore per questo faraone e il suo tempio di Abydos: infatti Omm Seti vivrà gli ultimi suoi 30 anni di vita per la ricostruzione del tempio di Sethi I, lei seppe rimettere esattamente al loro posto originale moltissimi reperti caduti e rovinati dal tempo, con incredibile conoscenza. A 77 anni, prima di morire, nel 1981 espresse il suo grande desiderio di essere sepolta nel deserto di Abydos, nella grande gola tra le montagne dove tramonta il sole. E Horus, in questi ultimi anni, è riuscito finalmente a realizzare il sogno di Omm Seti. Nel 2013 ebbi la grande fortuna di essere accompagnato da lui in questo luogo incredibile, dove il vento disegna delle magiche e coinvolgenti onde nella sabbia: un suono e una luce, come in un fantastico sogno, mi avvolsero e sulla sua tomba segnata con delle pietre, rimpiansi il desiderio di non averla mai conosciuta, in lei avrei trovato una grande sintonia”.

Paolo Renier con l’archeologo Stephen P. Harvey dell’università di Chicago ad Abydos (foto Graziano Tavan)

Paolo Renier ad Abydos con l’egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo (foto Graziano Tavan)

Importanti studiosi confermano il valore di Abydos. “Ebbi la fortuna di conoscere personaggi importanti nelle mie permanenze ad Abydos, come l’archeologo Stephen P. Harvey dell’università di Chicago”, racconta Renier. “Lui scoprì alcune piramidi nella zona a sud vicino alle montagne (dell’epoca di Amosi I della XVIII dinastia: il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto, ndr), inoltre Harvey mi rivelò che sull’altipiano esistono incredibili testimonianze di 200mila anni fa. Ebbi anche la fortuna di conoscere nella sede della missione germanica immersa nel deserto l’importante egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo; lui scoprì nella zona di Abydos, denominata Umm El-Ghaab, i primi ideogrammi e segni di scrittura datati 3200 a.C. Straordinari e importantissimi reperti scolpiti in piccole tavolette in avorio o in pietra, vere testimonianze delle prime dinastie dei faraoni e che, per la loro valenza (sono i primi segni di scrittura), sono custodite al museo del Cairo esposte nelle teche appena si entra nella sala principale”.

Paolo Renier al Cairo con fratel Aldo Benetti (foto Graziano Tavan)

“Ricerche egizie”, manoscritti e dattiloscritti di fratel Aldo Benetti

Un amico speciale. “La mia passione per conoscere la terra e le persone legate a questa importante e straordinaria storia dell’antico Egitto, in quasi 30 anni d’incredibili continue esperienze, è maturata sempre di più diventando il Progetto Abydos, creato sui principi fondamentali di Rispetto, Conoscenza e Valore soprattutto per il sito moto importante e poco conosciuto di Abydos. Sono riconoscente all’Egitto per avermi fatto conoscere le persone che mi hanno creduto, sostenuto e incoraggiato, voglio ricordare soprattutto un grande amico che prima di morire all’età di 88 anni, mi ha lasciato molti suoi libri manoscritti e dattiloscritti delle sue Ricerche Egizie: il mio carissimo fratel Aldo Benetti, missionario comboniano in Egitto per ben 55 anni, notevole studioso dell’antico regno dei Faraoni con una profonda e straordinaria esperienza. Nei miei viaggi in Egitto cercavo spesso di passare per la sua sede al Cairo e lui era sempre molto ospitale e disponibile nell’accompagnarmi per conoscere questa grande città, facendomi rivivere anche assieme agli amici arabi straordinarie esperienze portandomi in luoghi che difficilmente si possono visitare. Mi inviava spesso dal Cairo le sue lettere raccontandomi i suoi difficili momenti di vita dedicata soprattutto per aiutare i ragazzi arabi, i più deboli e i più bisognosi, e non si dimenticava mai di incoraggiarmi nell’andare avanti con il mio impegno per la conoscenza di Abydos, spesso lo considerava molto importante. Una volta mi scrisse: “Caro Paolo coraggio, tu stai perseguendo il ministero della Memoria Storica”, questo suo particolare incoraggiamento mi aiuta ancor oggi nonostante le continue difficoltà. Sarò sempre riconoscente a fratel Aldo, anche perché decise di consegnare personalmente i miei libri al museo del Cairo, alla biblioteca di Alessandria e all’ambasciata italiana in Egitto”.

È morto il professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, decano degli egittologi italiani, protagonista del salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel. Il ricordo di chi l’ha conosciuto e della sua allieva più famosa, l’egittologa Edda Bresciani

L'egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’Egittologia è in lutto. Uno dei suoi più autorevoli protagonisti del Novecento è venuto a mancare: l’archeologo Sergio Donadoni, decano degli egittologi italiani, rispettato e conosciuto in tutto il mondo scientifico non solo per le sue grandi capacità di studioso-ricercatore e di insegnante-accademico ma anche per la sua umanità, protagonista del salvataggio internazionale dei templi egizi di Abu Simbel dopo la creazione della diga di Assuan, è morto a Roma il 31 ottobre 2015 all’età di 101 anni. Era professore emerito di egittologia all’Università “La Sapienza” di Roma e accademico dei Lincei, nonché insegnante all’Université Libre di Bruxelles. I funerali si sono svolti lunedì 2 novembre, alle 11, nella chiesa romana dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Nato a Palermo il 13 ottobre 1914, figlio del critico letterario Eugenio, Sergio Donadoni aveva studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era laureato nel 1935 con Annibale Evaristo Breccia. La sua formazione di egittologo la maturò alla scuola francese, studiando per due anni a Parigi dove appunto si specializzò in Egittologia, e nel 1948 nella capitale danese di Copenaghen. Donadoni ha insegnato nelle università di Milano, Pisa e infine Roma.

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere e frequentare il prof. Donadoni in una occasione speciale: le celebrazioni per il centenario del Museo Egizio del Cairo. Lui era il più grande tra i grandi egittologi convenuti sulle rive del Nilo, ma non lo ha mai fatto pesare. Tanto meno con i suoi interlocutori, anche i più modesti. Il prof. Donadoni aveva una risposta per ogni domanda gli venisse rivolta, anche quando la richiesta rivelava l’assoluta mancanza delle più elementari conoscenze sull’Antico Egitto. E quando si passeggiava per le strade del Cairo era tutto un saluto reverente e riconoscente “al professore” da persone, le più disparate, che erano state al suo servizio o comunque lo avevano conosciuto nei lunghi decenni di missione archeologica in Egitto. Sergio Donadoni era uomo colto e semplice, nonostante la sua statura scientifica. Come più volte ha avuto modo di testimoniare Paolo Renier, fotografo trevigiano ammaliato dall’Egitto in generale e della città di Abido sacra a Osiride in particolare, che a Donadoni si era rivolto per un consiglio sul progetto di valorizzazione e conoscenza del sito di Abido e si ritrovò come risposta la più bella presentazione mai avuta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/ sul suo impegno e il suo lavoro fotografico nell’Osireion.

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Sergio Donadoni ha diretto scavi in Egitto (Antinoe, Qurna), in Nubia (Ikhmindi, Sabagura, Tamit) e in Sudan (Sonki Tino, Gebel Barkal). Nell’ambito della collaborazione internazionale per il salvataggio dei templi egizi dovuto alla creazione della diga di Assuan, l’Italia partecipò con nove spedizioni condotte da Sergio Donadoni tra gli anni ’50 e ’60. Nel 1964 diresse la missione archeologica in Egitto e in Sudan dell’Università di Roma con scavi e ricerche in diverse antiche località, tra cui Tebe. A queste sono da aggiungerne altre quattro organizzate dal museo Egizio di Torino. Partecipò inoltre al salvataggio del tempio rupestre di Ellesija e a quello di Abu Simbel. Dal 1958 al 1969 esplorò sistematicamente con fini archeologi e architettonici, sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia. Sergio Donadoni è autore di una vasta bibliografia, che comprende, tra gli altri titoli “La civiltà egiziana” (1940), “L’arte egizia” (1955), “Storia della letteratura egiziana antica” (1957), “Le pitture murali della chiesa di Sonki Tino nel Sudan” (1968), “L’Egitto dal mito all’egittologia”. Era dottore honoris causa della Université Libre di Bruxelles. Socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi e dell’Institut d’Egypte. È stato insignito del Premio Feltrinelli per l’Archeologia nel 1975 ed era Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica (2000).

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il ricordo più intenso del professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, è stato scritto dalla sua allieva più famosa, la professoressa Edda Bresciani, professore Emerito dell’Università di Pisa, una degli altri grandi egittologi italiani del Novecento. La biografia di questi due studiosi è strettamente incrociata e descrive molta parte della storia dell’Egittologia a Pisa e in Italia. Questa disciplina nacque infatti proprio all’Università di Pisa nel 1826, quando Leopoldo II di Lorena decise di istituire una cattedra di egittologia affidandola al ventiseienne pisano Ippolito Rosellini. Alla sua morte, nel 1843, l’insegnamento fu chiuso e per oltre un secolo tacque sia a Pisa che in Italia. Tornò quindi ad essere attivato nell’Ateneo pisano dall’anno accademico 1950-’51, con un incarico affidato proprio al professor Donadoni, allievo della Scuola Normale e laureato nel 1934 con il grande egittologo Annibale Evaristo Breccia, docente dell’Università di Pisa, di cui fu anche Rettore dal 1939 al 1941. Con il trasferimento del professor Donadoni all’Università di Milano nel 1959, la cattedra passò alla sua allieva Edda Bresciani – la prima laureata italiana in Egittologia – che nel 1968 sarebbe diventata ordinario della disciplina all’Università di Pisa. Scrive Edda Bresciani: “Ho parlato al telefono con Sergio Donadoni il 13 ottobre scorso per augurargli, come ogni anno in questo giorno, un gioioso anniversario. Mi rispose con la consueta urbanità, la voce forse un po’ fievole è vero, ma intatto l’eloquio elegante ironico ma insieme affettuoso. Perché il mio maestro ed io ci volevamo bene; anche se aveva l’abitudine di riferirsi a me come “quel diavolo di ragazza”… Adesso nessuno più mi chiamerà così. È morto nei suoi 101 anni, dopo una vita splendida dedicata alla ricerca, ricca di soddisfazioni private, scientifiche, pubbliche. Universalmente conosciuto e ammirato, la sua assenza avrà per anni avvenire il suono del dolore. Non credo che sia il caso qui che elenchi i libri, gli articoli, i contributi i Sergio Donadoni che hanno dato le linee fondamentali dell’egittologia non solo italiana ma mondiale. Io adesso non riesco a comporre altre frasi oltre all’espressione di un vuoto che non saprà essere colmato; adesso piango la grande persona che ci ha lasciati, piango il maestro, piango lo studioso. Alla famiglia, alla moglie Annamaria, antica amica, ai suoi figli ai nipoti che tanto amava, l’espressione della partecipazione sincera al loro dolore”.