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Paestum, XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico: ecco le 5 scoperte archeologiche (in Cambogia, Iraq, Israele e due in Italia) candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Anche il pubblico può votarle su Facebook per lo “Special Award”

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Le cinque scoperte archeologiche del 2019, candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Cambogia, la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; Iraq, nel Kurdistan presso il sito di Faida, a 50 km da Mosul, dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia; Israele, a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; Italia, a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; Italia, nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Lo hanno annunciato la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. La cerimonia di consegna si svolgerà venerdì 20 novembre 2020 in occasione della XXIII BMTA, a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 1° giugno – 30 settembre 2020 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto-rodrigo-pacheco-ruiz)

Edizioni precedenti. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo, alla presenza di Fayrouz, la figlia archeologa di Khaled al-Asaad.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal prima della sua distruzione

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla sesta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Così lo ricorda l’archeologo Paolo Matthiae: “Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira. Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta, Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava”. E conclude: “Khaled era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinari per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo”.

Scoperta in cambogia la città perduta di Mahendraparvata, capitale dell’impero Khmer (foto Bmta)

Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor. Grazie alla tecnica di telerilevamento laser aviotrasportata (LIDAR) e spedizioni sul campo, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della ADF Archaeology & Development Foundation di Londra è riuscito a far emergere nella sua interezza la spettacolare città perduta di Mahendraparvata, che nel IX secolo d.C. si estendeva per ben 50 kmq, tratteggiandone una mappa dettagliata e scoprendo numerosi altri siti nascosti. La Fondazione sin dal 2008 è impegnata nel “Phnom Kulen Program” a stretto contatto con la National Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap (APSARA National Authority) e i colleghi dell’Ecole Française d’Extreme-Orient di Parigi. Jean-Baptiste Chevance assieme a Damian Evans dell’University of Sydney’s Overseas Research Centre a Siem Reap-Angkor, fu il primo a scoprirla sepolta sotto la foresta della Cambogia per secoli, incastonata sul massiccio collinare di Phnom Kulen, a nord-est del sito archeologico di Angkor. L’antica città perduta fu una delle prime capitali del potente Impero Khmer, che dominò tra IX e il XV sec. nel Sud-Est asiatico. La sua influenza si estese oltre l’attuale Cambogia, abbracciando anche una porzione estesa del Vietnam, del Laos e della Thailandia. Benché fiorente, Mahendraparvata non durò a lungo come capitale dell’Impero Khmer. I regnanti decisero, infatti, di spostare rapidamente la capitale ad Angkor, che si trovava in un luogo più pianeggiante e dunque decisamente più favorevole per la coltivazione dei prodotti alimentari e l’allevamento del bestiame.

Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei delal Mesopotamia (foto Bmta)

Iraq: nel Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia. Presso il sito archeologico di Faida, 20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul 10 rilievi rupestri assiri dell’VIII-VII secolo a.C. portati alla luce, dal team di archeologi “Land of Nineveh Archaeological Project”, coordinato da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine con la direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/10/grandi-dei-e-sovrani-scolpiti-nella-roccia-lungo-un-imponente-canale-dirrigazione-la-grande-scoperta-delluniversita-di-udine-nel-kurdistan-iracheno-illustrata-a-roma-il-team-di-dan/). Si tratta di pannelli imponenti, grandi 5 mt e larghi 2 mt, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo quasi 7 km, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, oggi sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti, rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero. La mitologia assira raffigurata sulla roccia è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone.

A Motza in Israele è stata scoperta una metropoli neolitica di 9mila anni fa (foto Bmta)

Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9mila anni fa. È la prima volta che in Israele si scopre un sito di questa portata, circa 4.000 mq, risalente al periodo neolitico, dove vivevano 2/3.000 residenti e per gli standard dell’epoca possiamo parlare di una vera e propria metropoli. Grandi edifici residenziali con pavimenti in gesso, strutture pubbliche, spazi dedicati al culto e sepolture, con la presenza di vialetti, testimonianza di un livello di pianificazione architettonica e urbanistica avanzata e ariosa. Le case erano costruite con mattoni di terra, disintegrati da molto tempo, ma le fondamenta degli edifici in grandi mattoni di pietra sono ancora visibili. Dai reperti si evince che gli abitanti avevano relazioni commerciali e culturali con popolazioni dell’Anatolia, dell’Egitto e della Siria. Alla luce luoghi di sepoltura, che si trovavano dentro e tra le case, nei quali erano collocate varie offerte funerarie, strumenti utili o preziosi: oggetti di ossidiana (vetro vulcanico nero) proveniente dall’Anatolia e di conchiglie dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, braccialetti in pietra calcarea e in madreperla, medaglioni e monili d’alabastro lunghi 2,5 cm provenienti, probabilmente, dal vicino antico Egitto. I resti del villaggio indicano anche la presenza di magazzini contenenti una grande quantità di semi di legumi, soprattutto lenticchie in buono stato di conservazione, che prova il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva. Le ossa di animali domestici, essenzialmente capre, evidenziano che la popolazione locale si era sempre più specializzata nell’allevamento, a scapito della caccia. La scoperta del sito è avvenuta in occasione di importanti lavori stradali, per cui il progetto è stato finanziato dalla Società Israeliana delle Infrastrutture e dei Trasporti “Netivei Israel” con la direzione di Hamoudi Khalaily e Jacob Vardi dell’IAA Israel Antiquities Authority.

La Sala delal Sfinge scoperta nella Domus Aurea a Roma (foto Bmta)

Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge. Sontuosa e interamente decorata torna alla luce dopo 2000 anni, durante il restauro della volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 dell’immensa dimora diffusa che l’imperatore Nerone si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all’altro della capitale dell’Impero Romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/22/iorestoacasa-gli-artisti-del-rinascimento-tra-cui-raffaello-scoprirono-le-pitture-della-domus-aurea-attraverso-unapertura-lo-stesso-e-capitato-anche-agli-archeologi-moderni/). La scoperta è il frutto della strategia dedicata alla tutela e alla ricerca scientifica, e messa a punto dal Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. Larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch’essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell’odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, in quanto per ragioni di stabilità non è prevista per il momento la rimozione della terra. Quello che emerge racconta già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco, sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all’epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.

Scoperta a Vulci una statua di un leone alato del VI sec. a.C. di produzione etrusca (foto Bmta)

Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Vulci, una delle più grandi città-stato dell’Etruria con un forte sviluppo marinaro e commerciale nel territorio di Canino e di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale, regala una nuova scultura durante l’ultima campagna di scavo alla necropoli dell’Osteria. Gli archeologi hanno rinvenuto una statua raffigurante un leone alato risalente al VI secolo a.C. La scoperta è avvenuta durante la fase di evidenziazione della stratigrafia orizzontale del terreno, in prossimità di alcune strutture funerarie sepolte nella necropoli. Il leone per il popolo etrusco era considerato fiero, possente e apotropaico, ossia aveva la funzione di allontanare dalle tombe profanatori, gli dei avversi e il fato. La scultura è una raffinata testimonianza di quella che fu una tradizione propria della produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune. I lavori di scavo diretti da Simona Carosi della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale si sono svolti presso l’area della necropoli dell’Osteria, dove a fine 2011 fu trovata la Sfinge di Vulci.

Scoperta archeologica dell’anno: l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2017 sarà assegnato a Paestum dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo a Peter Pfälzner per aver scoperto in Iraq la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki. Presenti i tre figli archeologi di Khaled Asaad

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga

Cinque le nomination all’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, per la scoperta archeologica dell’anno, e tutte particolarmente importanti e significative: la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki, Iraq; l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido, Egitto; la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel, Francia; la città indo-greca di Bazira, Pakistan; le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra, Regno Unito (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/21/annunciate-le-cinque-grandi-scoperte-archeologiche-del-2016-in-lizza-per-il-terzo-international-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-promosso-da-borsa-mediterranea-del-turi/). Venerdì 27 ottobre 2017, alle 20.30, alla Borsa mediterranea del turismo archeologico, nell’area archeologica di Paestum, l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” verrà assegnato alla scoperta della città dell’Età del Bronzo nel Kurdistan iracheno da parte di Peter Pfälzner. A pochi giorni dall’inizio della Bmta (26-29 ottobre 2017), prime anticipazioni sull’attesa kermesse che quest’anno festeggia il ventennale con un programma particolarmente ricco di eventi. E tra questi sicuramente da non perdere è l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” che insieme ad altri due momenti (l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015” con la partecipazione del direttore Moncef Ben Moussa; “#unite4heritage for Palmyra”, la serie di incontri sulla distruzione del patrimonio culturale e sulla disintegrazione delle identità) dà un senso al fatto che la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sin dall’inizio sia riconosciuta da Unesco e Unwto quale best practice di dialogo interculturale.

Il manifesto dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, la prima testata archeologica italiana – lo ricordiamo -, hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale, giunto alla terza edizione, assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia), Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il premio, International Archaeological Discovery Award, è stato intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, e oggi è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau.

Il momento della consegna dell’International archaeological discovery Award 2016 a Paestum

Quest’anno ad assegnare l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” a Peter Pfälzner, coordinatore della missione archeologica e direttore del dipartimento di Archeologia del Vicino Oriente dell’IANES (Institute Ancient Near Eastern Studies) dell’Università di Tubinga in Germania, per la scoperta della grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq situata presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si è protratta per 1200 anni, interverranno tre ospiti speciali: Waleed, Fayrouz e Omar, cioè i tre figli di Khaled al-Asaad, tutti e tre archeologi. Waleed, ultimo direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira, era stato catturato insieme al padre e poi rilasciato dall’Isis nel 2015. Una prigionia di sei lunghi mesi fatta di violenze psicologiche e anche fisiche. Fayrouz, archeologa, vive a Berlino dove sta completando un master all’università in attesa di tornare in patria. Con il padre e con il fratello maggiore Waleed, che ne aveva ereditato il ruolo di direttore del sito, Fayrouz lavorava quotidianamente. Omar, archeologo, era presente con la madre al momento del rapimento del padre.

Annunciate le cinque grandi scoperte archeologiche del 2016 in lizza per il terzo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” promosso da Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo: in Egitto i graffiti di 120 navi; in Francia opere architettoniche di Neanderthal; in Iraq città dell’età del Bronzo; in Pakistan città indo-greca; in Inghilterra tavolette lignee romane

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015: a lui è dedicato l’International Archaeological Discovery Award

Ugo Picarelli, direttore della Bmta

In Egitto, l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido; in Francia, la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel; in Iraq, la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki; in Pakistan, la città indo-greca di Bazira; nel Regno Unito, le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra. Di cosa stiamo parlando? Si tratta delle prime cinque scoperte archeologiche del 2016, candidate alla vittoria della terza edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Ad annunciarlo Ugo Picarelli, direttore della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, e  Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa:Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia),  Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le prime cinque classificate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 5 luglio – 29 settembre. I premi saranno consegnati venerdì 27 ottobre – in occasione della XX BMTA, nell’area archeologica della città antica di Paestum dal 26 al 29 ottobre – alla presenza dei direttori delle testate che intervisteranno i protagonisti. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi della Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) ha premiato l’Inrap (Institut National de Recherches Archéologiques Préventives, Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau, alla presenza di Fayrouz Asaad archeologa e figlia di Khaled al-Asaad e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira. I direttori Picarelli e Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. Vediamo meglio le prime cinque scoperte archeologiche in nomination per il terzo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga

GRANDE CITTÀ DELL’ETÀ DEL BRONZO NEL NORD DELL’IRAQ  Gli archeologi dell’Istituto di Studi del Vicino Oriente Antico dell’Università di Tubinga (IANES) hanno scoperto una grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq, presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki non lontano dalla città di Dohuk, nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si protrasse per 1200 anni. Gli archeologi hanno anche scoperto strati di insediamento risalenti all’impero accadico (2340-2200 a.C.), che è considerato il primo impero del mondo nella storia umana. I ricercatori sono coordinati dal prof. Peter Pfalzner dell’Università di Tubinga e dal dott. Hasan Qasim della Direzione delle Antichità di Dohuk. La città possedeva un muro difensivo, che correva intorno alla parte superiore della città già nel 2700 a.C. e che doveva proteggere i suoi abitanti dai nemici. Sono stati rinvenuti, anche, frammenti di tavolette cuneiformi assire risalenti al 1300 a.C. circa, che ha suggerito l’esistenza di un tempio dedicato al dio mesopotamico della tempesta Adad. Con la misurazione geomagnetica gli archeologi hanno individuato una vasta rete stradale, vari quartieri residenziali, grandi case e un edificio sontuoso dell’Età del Bronzo. Gli abitanti della città sconosciuta seppellivano i loro morti fuori dal perimetro cittadino. La città era collegata ai vicini insediamenti mesopotamici ed anatolici tramite un percorso viario risalente al 1800 a.C. circa.

La città indo-greca di Bazira, l’attuale Barikot, scoperta dalla missione dell’Ismeo nella valle dello Swat in Pakistan

CITTÀ INDO-GRECA DI BAZIRA IN PAKISTAN La scoperta della città di Bazira, l’attuale Barikot, nella valle pakistana dello Swat, grazie al lavoro di Francesco Palmieri dell’ISMEO, è stata asseverata dagli esami sui materiali rinvenuti che si sono appena conclusi. La valle, nota alle cronache per il suo emirato talebano e l’attentato a Malala Yusufzai e alle sue compagne di scuola, sembra rientrata nella normalità, è meta del turismo archeologico con nuovi siti scavati e il Museo inaugurato nel 2013. Lo scavo di Barikot, l’antica Bazira (12 ettari inclusa l’acropoli) riguarda circa un ettaro dei quartieri sud-occidentali dell’antica città. Lo scavo condotto dalla Missione e dal Directorate of Archaeology and Museums della Provincia del Khyber-Pakhtunkhwa è finanziato dal progetto ACT nell’ambito dell’accordo italo-pakistano di riconversione del debito. Bazira fu assediata e conquistata dai macedoni di Alessandro Magno verso la fine del quarto secolo a.C. L’archeologia aveva datato la città al periodo indogreco, quasi due secoli dopo Alessandro, al tempo del re Menandro, il re greco di fede Buddhista, le cui monete sono state ritrovate nello scavo. La città si sviluppò e fu poi abbandonata alla fine dell’Impero Kushana nella seconda metà del terzo secolo d.C. anche in concomitanza con un devastante terremoto. Lo scavo presenta livelli cospicui della città indogreca, che finora era nota grazie al monumentale muro di cinta (metà del secondo secolo a.C.) esposto per molti tratti, con i suoi bastioni e terrapieni. Per la costruzione del muro di cinta indogreco fu tagliata artificialmente una stratigrafia molto antica lungo il perimetro delle mura, esponendo i resti di un villaggio preistorico. Lo studio dei materiali ha rivelato che i livelli urbani pre-indogreci trovati dentro la città, sono databili con assoluta certezza alla metà del terzo secolo a.C., addirittura un secolo più antichi delle mura cittadine, quindi in piena fase Maurya. Non solo, ma anche che effettivamente il villaggio protostorico rivelato dalla trincea di fondazione all’esterno del muro di cinta, risale al 1.100-1.000 a.C.

L’edificio della barca funeraria di Sesostri III e i graffiti di 120 navi scoperti ad Abido, in Egitto, scoperta dalla missione dell’università della Pennsylvania

L’EDIFICIO DELLA BARCA DI SESOSTRI III E I GRAFFITI DI 120 NAVI AD ABIDO IN EGITTO La spettacolare scoperta è stata effettuata ad Abido Sud (città dell’antico Egitto, rinvenuta intorno l’odierna el-‛Arābah el-Madfūnah sul deserto occidentale presso el-Bályanā, a circa 530 chilometri a sud del Cairo), dalla Missione del Penn Museum (University of Pennsylvania) diretta da Josef Wegner. Nei pressi del complesso funerario di Sesostri III (1878-1841), infatti, tra il 2014 e il 2016, è stata liberata dalla sabbia una struttura sotterranea già nota dal 1904 (Arthur Weigall, Egypt Exploration Fund), ma mai scavata. Si tratta di una camera rettangolare (21 x 4 m) in mattoni crudi con copertura a volta a botte, sulle cui pareti stuccate di bianco è stato individuato un gran numero, 120, di graffiti che rappresentano imbarcazioni di diverso tipo e grandezza (da 10 cm al 1,5 m), più alcune immagini di gazzelle, bovini e fiori. La resa dei particolari è molto precisa grazie alla presenza di alberi, vele, cabine, timoni, remi e vogatori. Anche se l’utilizzo della struttura non è ancora del tutto chiaro, è probabile che il cosiddetto “Boat building” ospitasse la barca funeraria del faraone di XII dinastia, di cui si sono conservate alcune tavole deposte in una cavità al centro della stanza. Molto interessante è anche il ritrovamento di oltre 145 “giare da birra”, sepolte lungo il viale d’accesso alla camera, molte delle quali con il collo rivolto proprio verso l’ingresso. La presenza di queste ceramiche è stata spiegata come sepoltura simbolica di contenitori di acqua, su cui far galleggiare la barca reale nel viaggio nell’aldilà o come deposito dei vasi effettivamente usati per la lubrificazione del terreno durante il traino del natante nella struttura.

Le stalagmiti della caverna di Bruniquel, in Francia, prima opera architettonica dell’uomo di Neanderthal scoperta dall’università di Bordeaux

LA PRIMA OPERA ARCHITETTONICA DEI NEANDERTHAL IN UNA CAVERNA DI BRUNIQUEL NEL SUD DELLA FRANCIA Quattrocento pezzi di stalagmiti, assemblati in modo da formare due anelli imponenti, al centro dei quali venivano forse accesi dei fuochi, costruiti molto probabilmente dagli uomini di Neanderthal, che erano capaci di realizzare progetti complessi di architettura. Lo studio è stato coordinato da Jacques Jaubert dell’Università di Bordeaux. Scoperti nelle profondità della caverna di Bruniquel, nel sud della Francia nel 1992, questi anelli sono stati studiati solo ora. Gli uomini di Neanderthal vissero in Europa tra i 400mila e i 40mila anni fa. Fino all’arrivo dall’Africa degli Homo Sapiens, nostri progenitori diretti, furono gli unici esseri umani a popolare il continente. Della loro esistenza e del loro aspetto sappiamo soprattutto grazie ai frammenti di scheletri rinvenuti dai paleontologi. In Italia uno degli esemplari meglio studiati è l’Uomo di Altamura, un Neanderthal caduto nella grotta di Lamalunga (Bari) e lì rimasto intrappolato fino al suo ritrovamento. Gli anelli sono composti da circa 400 pezzi di stalagmiti, con dimensioni che vanno dai 2 ai quasi 7 metri, e risalgono a 176.000 anni fa. Il che fa di questa costruzione la più antica finora conosciuta realizzata dall’uomo. La loro società aveva già degli elementi di modernità, come l’organizzazione dello spazio, l’uso del fuoco e l’occupazione delle caverne. La loro presenza, a 366 metri dall’entrata della grotta, dimostra che questi antenati dell’uomo avevano già dominato l’ambiente sotterraneo. Che gli anelli siano stati costruiti con pezzi di dimensioni simili indica che la loro costruzione è stata progettata attentamente, anche se la funzione non è del tutto chiara. Le ipotesi formulate vanno dal rifugio al significato simbolico. Si sapeva dal 1992 delle strutture fatte con stalagmiti, ma non si conosceva la data di realizzazione. L’equipe di Jaubert è riuscita a datare la polvere che ha ‘saldato’ tra loro le stalagmiti dopo che erano state deposte. E questo ci permette di attribuire la costruzione a Neanderthal.

Una delle 400 tavolette lignee di età romana scoperte nella City di Londra durante lo scavo per la realizzazione di un edificio

NELLA CITY DI LONDRA 400 TAVOLETTE DI EPOCA ROMANA  Nella City di Londra, durante i lavori per la costruzione di un edificio per la multinazionale della comunicazione Bloomberg, sono state rinvenute 405 tavolette di epoca romana. L’area del ritrovamento è quello dove una volta sorgeva il tempio di Mitra. Delle tavolette scoperte ne sono state decifrate 87 e risultano di estrema importanza in quanto forniscono una serie di interessanti informazioni relative agli abitanti della città. In particolare prima e dopo la rivolta di Boudicca, la regina della tribù degli Iceni, che nel 61 d.C. condusse la più importante rivolta antiromana, per cui la città di Londinium fu letteralmente rasa al suolo. Alcune delle tavolette documentano la rapida ripresa della città dopo la distruzione. Ad esempio in una di esse è riportato un contratto datato 21 ottobre 62 d.C. e fa riferimento ad un carico di provvigioni da consegnare. In una tavoletta in particolare, datata 65 d.C. appare il nome Londinium, e rappresenta il riferimento scritto più antico della capitale. È grazie al fango del torrente Walbrook (ora interrato) che le tavolette si sono conservate. La mancanza di ossigeno ha impedito il deterioramento del legno. Ovviamente sono rimaste solo le incisioni sul legno mentre lo strato di cera è scomparso. Le tavolette hanno una estrema importanza dal punto di vista archeologico e storico, in quanto documentano la Londra del I secolo d.C. e quindi anche della prima generazione di londinesi. Con le tecnologie più avanzate utilizzate dal Dipartimento Archeologico del Museum of London, sono infatti emersi nomi, professioni, date relative agli abitanti dell’antica Londra, che danno testimonianza di una città in espansione e in pieno fermento.