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“Expanded Interiors”: a Pompei ed Ercolano due mostre dell’artista visiva Catrin Huber che ha studiato pittura parietale e manufatti antichi dei due siti romani reinterpretandoli in chiave contemporanea

L’installazione di Catrin Huber nella Casa del Criptoportico a Pompei

Ha esplorato la pittura parietale e i manufatti di epoca romana rinvenuti nei siti Unesco di Pompei ed Ercolano, reinterpretandoli in chiave contemporanea. Nasce così il progetto interdisciplinare “Expanded Interiors” dell’artista visiva Catrin Huber che ha dato vita a due specifiche mostre: una alla Casa del Criptoportico di Pompei, dal 14 luglio 2018 al 15 gennaio 2019; l’altra nella Casa del Bel Cortile di Ercolano dal 16 maggio 2018 al 15 gennaio 2019. “Expanded Interiors” diretto dall’artista visuale Catrin Huber e promosso dall’università di Newcastle dove vive Catrin, è finanziato dall’AHRC (Arts & Humanities Research Council), in collaborazione con il parco archeologico di Pompei, il parco archeologico di Ercolano, l’Herculaneum Conservation Project e Art Editions North. Il team riunisce artisti, archeologi ed esperti di tecnologia digitale, ed è composto da Catrin Huber (artista), Prof. Ian Haynes (archeologo), Rosie Morris (artista), Dr Thea Ravasi (archeologa), Alex Turner (archeologo e esperto di tecnologia digitale).

L’installazione della Huber dialoga con il complesso termale della Domus, con i suoi affreschi dai compositi disegni architettonici, ricchi di rimandi illusionistici

L’influenza della Pompei antica sul contemporaneo la ritroviamo nelle installazioni dell’artista tedesca Catrin Huber alla Casa del Criptoportico, in uno dei corridoi sotterranei della Domus, con due installazioni originali che dialogano con gli affreschi parietali romani. La prima installazione giustappone al ciclo pittorico del corridoio sotterraneo del Criptoportico il colonnato dipinto di Catrin Huber, in cui la superficie decorata è un caleidoscopio di colori ritmati, che ricrea architetture reali e illusionistiche. Attraverso l’incorporazione di repliche di oggetti romani di uso quotidiano, come lampade a olio e vasi da toeletta, Huber collega il mondo romano a quello contemporaneo, in una nuova forma di design. La seconda installazione dialoga con il complesso termale della Domus, con i suoi affreschi dai compositi disegni architettonici, ricchi di rimandi illusionistici. La pittura contemporanea, di rimando, risponde con un gioco complesso di spazio 2D e 3D, pareti aperte e chiuse, spazio interno ed esterno e spostamenti prospettici.

L’artista Catrin Huber e il direttore generale Massimo Osanna alla presentazione della mostra “Expanded Interiors”

Parallelamente all’esposizione di Pompei, la mostra “Expanded Interiors” a Ercolano esplora la cultura materiale romana e rivisita i metodi di esposizione in chiave contemporanea. “Prendendo in esame due case differenti di epoca romana”, dichiara Catrin Huber, “ho cercato di stabilire un dialogo tra antico e moderno, esplorando allo stesso tempo ciò che pittura contemporanea e pratica artistica specifica nel sito possono imparare dal lavoro spesso incredibilmente complesso e sofisticato dei pittori romani. Il progetto, attraverso il connubio tra pratica artistica e indagine archeologica, scansioni e stampa digitali in 3D, tenta di fornire una prospettiva alternativa sulle modalità di configurazione dello spazio e di distribuzione dei manufatti all’interno degli ambienti residenziali di età romana”. E il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna: “La Pompei archeologica, quella della città antica riportata alla luce, vive una sua vita; quella contemporanea, come in ogni tempo, continua a influenzare uomini e artisti del presente. L’installazione di Catrin Huber è un esempio di quanto il fascino e la suggestione di Pompei, ancora inspirino gli animi artistici dando luogo a processi creativi originali”.

Pompei. Gli scavi nella Regio V restituiscono la testa del fuggiasco e nuovi dati: il pompeiano non morì schiacciato da un blocco di pietra, ma asfissiato dai gas del Vesuvio

Il cantiere di scavo nella Regio V a Pompei ha restituito la testa del fuggiasco di cui si erano trovati il torace e gli arti

Il teschio del fuggiasco nei laboratori della soprintendenza

Aveva cercato di mettersi in salvo dalla furia eruttiva del Vesuvio con un piccolo tesoretto di monete che gli avrebbero permesso di rifarsi una vita lontano da Pompei. Non ci riuscì. Ma non trovò la morte schiacciato da un grosso blocco di pietra, bensì asfissiato dai gas venefici del flusso piroclastico. A distanza di poche settimane dalla scoperta dei resti di uno scheletro all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, il prosieguo delle ricerche hanno riportato alla luce la testa del fuggiasco, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V a Pompei, facendo capire meglio le cause della morte dello sfortunato pompeiano. In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/07/pompei-gli-affreschi-dai-vividi-colori-della-domus-dei-delfini-il-vicolo-dei-balconi-il-giardino-con-i-calchi-delle-radici-degli-alberi-del-79-d-c-fino-alle-iscrizioni-elettorali-e-al-pompeiano-i/). I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Gli archeologi puliscono il cranio del fuggiasco rinvenuto negli scavi della Regio V a Pompei

“Il prosieguo delle indagini”, spiegano gli archeologi, “laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori. La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria. La morte non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico”.

Pompei, alle terme della Casa del Menandro si stacca pannello in cemento con i frammenti della decorazione parietale. Osanna: esempio dei restauri del Novecento, oggi ritenuti non idonei

Terme della Casa del Menandro a Pompei: il pannello in cemento con la collazione dei frammenti della decorazione parietale prima del distacco per l’ossidazione delle grappe

Allarme al parco archeologico di Pompei la mattina di lunedì 25 giugno 2018. Alla direzione è stato segnalato il distacco di un pannello in cemento armato nel piccolo atrio del quartiere termale privato della Casa del Menandro; ambiente colonnato, già chiuso al pubblico e visibile solo dall’esterno. Il pannello in cemento armato sul quale, a seguito dello scavo degli anni ’30, erano stati collazionati alcuni frammenti della originaria decorazione in II stile del vano, già molto compromessa al momento del rinvenimento, ha ceduto a seguito della corrosione parziale delle grappe che lo ancoravano alla parete ovest e a causa delle lesioni prodotte dall’ossidazione dei ferri interni. Lo scivolamento a terra ha causato la frammentazione del pannello in calcestruzzo. Tempestivamente il personale tecnico ha proceduto al recupero dei frammenti, per poterli restaurare e riassemblare con tecniche e materiali adeguati. “Si tratta di un esempio tipico di restauro della metà del Novecento che prevedeva l’utilizzo di materiali, quali il cemento armato, rivelatisi nel tempo non idonei”, dichiara il direttore generale Massimo Osanna. “Pompei sta attuando un monitoraggio di tutti gli interventi del genere proprio per assicurare la tutela più adeguata dei manufatti”.

Pompei. “Salomè” di Oscar Wilde apre al Teatro Grande la rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi

Teatro Grande di Pompei gremito di pubblico per la rassegna di drammaturgia antica

“Pompeii Theatrum Mundi”, rassegna di drammaturgia antica

Sarà la Salomè di Oscar Wilde nella messa in scena firmata da Luca De Fusco a dare il via il 21 giugno 2018 al Teatro Grande di Pompei alla seconda edizione della rassegna estiva del Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale promossa in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. Si apre infatti giovedì 21 giugno 2018 la seconda edizione di Pompeii Theatrum Mundi, la rassegna di drammaturgia antica promossa dal Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. Alle 21 sul palcoscenico del bellissimo teatro romano andrà in scena in prima assoluta la Salomè di Oscar Wilde, nella traduzione di Gianni Garrera, su adattamento e regia di Luca De Fusco, che vede protagonisti: Eros Pagni nel ruolo di Erode, Gaia Aprea in quello di Salomè, Anita Bartolucci nei panni di Erodiade, Giacinto Palmarini in quelli di Iokanaan. Con loro condividono la scena Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta, Luca Iervolino, Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini, Carlo Sciaccaluga, Paolo Serra, Enzo Turrin.

Eros Pagni e Gaia Aprea in “Salomè” per la regia di Luca De Fusco (foto di Fabio Donato)

Salomè”, scrive nelle note Luca De Fusco, “è un grande archetipo, un simbolo eterno di amore e morte…i registri che Wilde usa oscillano tra il drammatico, l’ironico, l’erotico, il grottesco in una miscela molto ambigua e di difficile rappresentazione proprio per i suoi meriti, ovvero per la sua originalità, che la fa solo in apparenza somigliare ad una tragedia greca mentre in realtà ci troviamo di fronte ad un’opera unica nel genere. È inoltre enigmatica ed inafferrabile la natura della protagonista e il suo desiderio di amore e morte che non trova logiche spiegazioni. Credo che l’amore/odio di Salomè per Iokanaan sia figlio di quel desiderio mimetico su cui l’antropologo René Girard ha scritto pagine memorabili. In sostanza, a mio avviso, Salomè ama talmente il profeta da volersi trasformare in lui stesso. Non può e non vuole uscire da una dimensione narcisistica dell’amore e quindi si specchia nel profeta”.

Una scena di “Salomè” per la regia di Luca De Fusco (foto di Fabio Donato)

Le scene e i costumi sono firmati da Marta Crisolini Malatesta; il disegno luci è di Gigi Saccomandi; le musiche originali sono di Ran Bagno; le coreografie sono di Alessandra Panzavolta; le installazioni video sono di Alessandro Papa. La produzione è del Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Verona. Lo spettacolo replicherà venerdì 22 e sabato 23 giugno 2018 sempre alle 21. La durata è di 1 ora e mezzo. Informazioni su servizio navetta, visite guidate, parcheggi e ristoranti convenzionati, sconti e agevolazioni: http://www.teatrostabilenapoli.it

 

Pompei: gli affreschi dai vividi colori della domus dei Delfini, il vicolo dei Balconi, il giardino con i calchi delle radici degli alberi del 79 d.C., fino alle iscrizioni elettorali e al pompeiano in fuga con un gruzzolo di monete schiacciato da un blocco di pietra. Il direttore generale illustra le nuove grandi scoperte nella Regio V alla presenza del neo ministro Bonisoli

Lo scavo del vicolo dei balconi nella Regio V di Pompei (foto Ciro Fusco)

Alberto Bonisoli, ministro ai Beni culturali

Il direttore generale del parco Archeologico di Pompei ne era certo: i nuovi scavi della Regio V avrebbero stupito con scoperte eccezionali. Le aspettative non sono state deluse: dagli affreschi dai vividi colori della domus dei Delfini al vicolo dei Balconi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/02/pompei-i-nuovi-scavi-nella-v-regio-hanno-restituito-un-intero-vicolo-di-edifici-con-balconi-risparmiati-dalleruzione-conservati-i-parapetti-resti-di-tegole-e-anche-anfore-vinarie-lasciate/), dal giardino con i calchi delle radici degli alberi del 79 d.C. agli oggetti della vita quotidiana di un ambiente di soggiorno di pregio ai nuovi affreschi e alle iscrizioni elettorali appena venuti alla luce. Fino alla scoperta – di questi ultimi giorni – di un pompeiano in fuga dalla città con un gruzzolo di monete, morto schiacciato da un grosso blocco di pietra. Per avere una visione complessiva della situazione, venerdì 8 giugno 2018 alle 11 il direttore generale, Massimo Osanna e il direttore generale del Grande Progetto Pompei, generale Mauro Cipolletta, illustreranno lo stato di avanzamento del cantiere e i nuovi ritrovamenti. Con un ospite d’eccezione: il neo ministro dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, che in qualche modo aprirà il suo mandato con una visita agli scavi di Pompei, e al cantiere dei nuovi scavi della Regio V, che fanno parte del cantiere di messa in sicurezza dei fronti di scavo interni alla città antica, previsto dal Grande Progetto Pompei. Le indagini archeologiche in corso stanno interessando l’area del cosiddetto “Cuneo”, posta tra la casa delle Nozze d’Argento e la casa di Marco Lucrezio Frontone (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/22/23-marzo-1748-23-marzo-2018-a-270-anni-dalla-scoperta-di-pompei-il-direttore-del-parco-archeologico-celebra-le-sue-meraviglie-raccontando-i-nuovi-scavi-in-corso-nella-reg/).

La prima vittima, emersa a Pompei dai nuovi scavi nella Regio V, è stata trovata col torace schiacciato da un grosso blocco di pietra

La prima vittima, emersa dai nuovi scavi nella Regio V, è stata trovata col torace schiacciato da un grosso blocco di pietra, il corpo sbalzato all’indietro dal potente flusso piroclastico, nel tentativo disperato di fuga dalla furia eruttiva. Lo scheletro è stato ritrovato all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, di recente scoperta, che protende verso via di Nola. Dalle prime osservazioni, risulta che l’individuo sopravvissuto alle prime fasi dell’eruzione vulcanica, si sia avventurato in cerca di salvezza lungo il vicolo ormai invaso dalla spessa coltre di lapilli. Il corpo è stato infatti rinvenuto all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente, ovvero al di sopra dello strato di lapilli. Qui è stato investito dalla fitta e densa nube piroclastica che lo ha sbalzato all’indietro. Un imponente blocco in pietra (forse uno stipite), trascinato con violenza dalla nube, lo ha colpito nella porzione superiore, schiacciando la parte alta del torace e il capo che, ancora non individuati, giacciono a quota più bassa rispetto agli arti inferiori, probabilmente sotto il blocco litico.

Massimo Osanna osserva lo scheletro schiacciato del pompeiano fuggiasco

“Questo ritrovamento eccezionale”, dichiara Massimo Osanna, “rimanda al caso analogo di uno scheletro rinvenuto da Amedeo Maiuri nella casa del Fabbro e oggetto di recente studio. Si tratta dei resti di un individuo claudicante, anche lui probabilmente impedito nella fuga dalle difficoltà motorie e lasciato all’epoca in esposizione in situ. Al di là dell’impatto emotivo di queste scoperte, la possibilità di comparare questi rinvenimenti, confrontare le patologie e gli stili di vita, le dinamiche di fuga dall’eruzione, ma soprattutto di indagarli con strumenti e professionalità sempre più specifiche e presenti sul campo, contribuiscono a un racconto sempre più preciso della storia e della civiltà dell’epoca, che è alla base della ricerca archeologica”. Le prime analisi eseguite dall’antropologa, durante lo scavo, identificano un uomo adulto di età superiore ai 30 anni. La presenza di lesioni a livello delle tibie segnalano un’infezione ossea, che potrebbe essere stata la causa di significative difficoltà nella deambulazione, tali da impedire all’uomo di fuggire già ai primi drammatici segnali che precedettero l’eruzione stessa.

Il sacchetto con le monete trovate tra lo scheletro del pompeiano in fuga dall’eruzione

In fuga con un sacchetto di monete. Il pompeiano, colpito da un blocco di pietra che gli ha tranciato la parte alta del torace e la testa, fuggiva dalla furia eruttiva del Vesuvio, con la speranza di salvarsi e per questo portava con se un piccolo tesoretto di monete che gli avrebbero consentito di continuare a vivere. Gli scavi infatti hanno restituito 20 monete d’argento e 2 in bronzo che erano contenute in una piccola borsetta che l’individuo stringeva al petto. Tra le costole del torace erano dapprima emerse 3 monete, via via, rimuovendo i resti della vittima che saranno portati al Laboratorio di ricerche applicate del parco Archeologico di Pompei, per il prosieguo delle indagini, è venuto fuori il prezioso bottino. “Le monete sono allo studio dei numismatici che ne stanno definendo il taglio e il valore”, continua Osanna, “mentre i resti decomposti della piccola borsa contenitore, saranno analizzati in laboratorio per definire il materiale. A un primo esame sembrerebbe trattarsi di 20 denari d’argento e due assi in bronzo per un valore nominale di ottanta sesterzi e mezzo. Una tale quantità di monete poteva all’epoca garantire il mantenimento di una famiglia di tre persone per 14, 16 giorni”. Le monete hanno cronologia molto varia. È stato possibile esaminare 15 monete, per la maggior parte repubblicane, a partire dalla metà del II secolo a.C. Una delle monete repubblicane più tarde è un denario legionario di Marco Antonio, comune a Pompei, con l’indicazione della XXI legio. Tra le poche monete imperiali individuate, un probabile denario di Ottaviano Augusto e due denari di Vespasiano.

La Rosa antica di Pompei: un progetto di ricerca ha studiato e riprodotto il pregiato fiore usato a Pompei duemila anni fa come ornamento, nelle decorazioni parietali, nell’alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi. I risultati saranno presentati a Villa Silvana di Boscoreale

Rose pompeiane in un affresco parietale della Casa del Bracciale d’oro a Pompei

La rosa antica di Pompei? Un viaggio lungo 2000 anni. Pompei è fonte inesauribile di bellezza e conoscenza, anche attraverso la sua flora. La rosa, il più pregiato fiore di tutti i tempi, era presente già nell’antica città di Pompei nei più svariati usi. Come ornamento, nelle decorazioni parietali, nell’alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi. “La Rosa Antica di Pompei” è stata oggetto di studi, nell’ambito di un progetto di ricerca condotto dal parco Archeologico di Pompei (Laboratorio di Ricerche Applicate) con il dipartimento di Agraria dell’università Federico II (prof. Luigi Frusciante, docente di Genetica, e Gaetano Di Pasquale, ricercatore di Archeobotanica) e l’associazione “La Rosa antica di Pompei”, che ha contribuito ad arricchire la conoscenza scientifica della specie, oltre a fornire informazioni sul contesto storico e naturalistico del territorio pompeiano e vesuviano. Il progetto è finalizzato alla costituzione di una rosa riconducibile al genotipo/fenotipo più diffuso a Pompei e in Campania in epoca romana. Ed è fondata su indagini di archeobotanica su specie antiche coltivate nell’area pompeiana, oltre che su un’ accurata analisi genica e di comparazione tra le varietà e le specie di rose rinvenute e conservate negli Orti botanici, in cimiteri monumentali campani e negli erbari antichi italiani.

Villa Silvana a Boscoreale: nel roseto è stato portato avanti il progetto “La Rosa antica di Pompei”

I risultati della ricerca su “La Rosa Antica di Pompei” saranno presentati mercoledì 6 giugno 2018, alle 17, nel giardino di Villa Silvana a Boscoreale (Na). L’evento sarà introdotto dal direttore generale del parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, e dal direttore del dipartimento di Agraria, Matteo Lorito; con Luigi Frusciante, docente di Genetica agraria, e Gaetano Di Pasquale, ricercatore di Botanica applicata all’archeologia, entrambi autori della ricerca. Saranno presenti inoltre: Maurizio Di Stefano, presidente emerito Icomos, organismo di consulenza Unesco; Gianfranco Nappi, responsabile dei Progetti strategici di “Città Della Scienza” di Napoli; Giuseppe Marrazzo, coordinatore Distretti turistici della Campania; Pietro Amitrano, sindaco di Pompei; Vincenzo Ascione, sindaco di Torre Annunziata; Giuseppe Balzano, sindaco di Boscoreale; Pietro Carotenuto, sindaco di Boscotrecase; Raffaele De Luca, sindaco di Trecase; Francesco Ranieri, sindaco di Terzigno. Modera il convegno l’archeologa Laura Del Verme. Il progetto è stato promosso e finanziato dall’associazione “La Rosa Antica di Pompei”, che ha messo a disposizione gli spazi del roseto di Villa Silvana a Boscorelae, per la coltura delle giovani piantine di rose. L’associazione cura tra l’altro, su autorizzazione del Parco archeologico di Pompei, la piantumazione delle rose antiche in alcuni giardini di domus pompeiane, come la Casa del Fauno, la Casa di Loreio Tiburtino e la Casa del Profumiere.

La rosa a fiore doppio e rifiorente è quella più frequentemente rintracciabile nel mondo antico

La coltivazione della rosa nell’antica Pompei aveva raggiunto raffinatezze degne delle attuali tecniche agronomiche e anche la produzione di essenze e profumi, a essa collegata, aveva raggiunto sofisticati livelli tra i profumieri pompeiani. In Campania, in particolare nelle zone di Pompei, Paestum e Capua, la produzione e la lavorazione della rosa erano destinate a un mercato più ampio della sola penisola italiana, affermandosi come attività di gran pregio sulle sponde dell’intero Mediterraneo antico. Nella dimensione privata, invece, i roseti assunsero un’importanza crescente come motivo ornamentale dei giardini classici pompeiani, come testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici (es. casa dei Vettii) e dalle pitture vesuviane. Il dominio campano nella produzione di rose e dei suoi prodotti è durato qualche secolo. Studi su materiali disponibili ci informano che in realtà non esisteva una sola specie di rosa in Campania e a Pompei, quanto invece un gruppo di piante che comprendeva specie spontanee e ibridi; tuttavia, tra esse, la rosa a fiore doppio e rifiorente è quella più frequentemente rintracciabile, anche grazie all’abbondante presenza nei dipinti rinvenuti nei siti archeologici della Campania. È noto anche che la rosa che noi oggi chiamiamo di Pompei fiorisse due volte all’anno e fosse rossa.

Geronimo Stilton testimonial del sito Unesco “Pompei, Ercolano, Torre Annunziata” per un progetto educativo per ragazzi sul patrimonio culturale

Geronimo Stilton testimonial di un progetto educativo per ragazzi del sito Unesco Pompei, Ercolano, Torre Annunziata

Il sito Unesco “Pompei, Ercolano, Torre Annunziata” lancia in collaborazione con l’Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli-sito Unesco, un progetto educativo per ragazzi rivolto ai giovani cittadini del territorio con un testimonial d’eccezione: Geronimo Stilton, il topo giornalista più amato dai bambini di tutto il mondo, con l’obiettivo per l’anno 2018-2019 di aumentare la consapevolezza e la sensibilità dei più giovani nei confronti del patrimonio culturale mondiale. La presentazione del progetto martedì 5 giugno 2018 alle 12 alla Palestra Grande degli scavi di Pompei. Interverranno Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; Francesco Sirano, direttore generale del Parco archeologico di Ercolano; gen. Mauro Cipolletta, direttore del Grande Progetto Pompei; arch. Silvia Patrignani, segretariato generale del ministero per i Beni e le Attività culturali, Ufficio UNESCO. E naturalmente non mancherà l’ospite di eccezione, il testimonial Geronimo Stilton in pelliccia e baffi. Il progetto educativo è realizzato in collaborazione con Atlantyca Entertainment, l’azienda milanese che gestisce i diritti editoriali internazionali, di animazione e di licensing del personaggio Geronimo Stilton.

Pompei. I nuovi scavi nella V Regio hanno restituito un intero vicolo di edifici con balconi risparmiati dall’eruzione: conservati i parapetti, resti di tegole e anche anfore vinarie lasciate ad asciugare al sole. Osanna: sono una rarità, saranno restaurati

Lo scavo del vicolo dei balconi nella Regio V di Pompei (foto Ciro Fusco)

Le anfore vinarie trovate ancora capovolte come erano state messe ad asciugare al sole (foto Ciro Fusco)

A quasi duemila anni di distanza dall’eruzione del 79 d.C, che seppellì persone e cose, Pompei continua a regalare tesori. I nuovi scavi avviati nella V Regio grazie al Grande progetto – i primi in epoca recente in una zona “vergine” dei 66 ettari coperti dalla colonia romana- stanno restituendo giorno dopo giorno i veri colori e tanti particolari importantissimi per la storia della città. Emergono edifici con tre grandi balconi: un intero vicolo punteggiato da balconi aggettanti che incredibilmente hanno resistito alla furia dell’eruzione, con i parapetti, i resti delle coperture in tegole, persino le anfore svuotate dal vino che qualcuno aveva lasciato in un angolo ad asciugare al sole. E poi il rosso pompeiano come veramente era, così intenso da richiamare il vino tanto amato dai romani. Insieme agli ocra pastosi e rilucenti, le decorazioni geometriche, gli animali, i fiori, gli amorini. Massimo Osanna, direttore del parco archeologico, è emozionato nell’annunciare la scoperta: “Il ritrovamento dei balconi – in tutto al momento sono quattro, uno accanto all’altro sullo stesso vicolo che si sta tirando fuori in questi giorni- è straordinario perché a Pompei ne sono rimasti pochi e la conservazione del piano superiore è una rarità”. E proprio per questo i balconi verranno restaurati e inseriti in un percorso tutto nuovo che collegherà la via di Nola con il vicolo delle Nozze d’Argento, quello che prende il nome dalla monumentale dimora privata, una delle più sontuose di Pompei, che ora dopo una chiusura lunga decenni verrà restaurata e restituita al pubblico.

Pompei. Osanna contro le fake news: “Ecco la descrizione scientifica delle eccezionali scoperte nella villa suburbana di Civita Giuliana, nel settore per fortuna non danneggiato irrimediabilmente dai tombaroli: trovate una stalla con cavalli di razza e una mangiatoia, e una sepoltura di età imperiale posteriore all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.”

Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei, mostra la planimetria degli ambienti scavati a Civita Giuliana

La stalla con mangiatoia scoperta nella villa suburbana di Civita Giuliana

Una stalla con cavalli di razza e ancora una mangiatoia “sigillata” dall’eruzione del Vesuvio e al di sopra dello strato di lapilli una tomba di età imperiale, quindi posteriore al 79 d.C., probabilmente di qualcuno, forse il proprietario, che ha continuato a coltivare l’agro pompeiano dopo la tragedia provocata dal vulcano: siamo a Civita Giuliana, a circa 700 m a nord-ovest delle mura dell’antica Pompei. Qui sono state fatte queste straordinarie scoperte, presentate ufficialmente dal direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, al termine di una campagna di scavo di emergenza in una villa suburbana violentata dagli scavi clandestini.  “Lo scavo di tipo stratigrafico”, spiega Osanna, “ha rilevato la presenza di una struttura a pianta rettangolare, realizzata con muri in opus reticulatum di ottima fattura che si conservano per un’altezza pari a 5 metri, con  alcuni ambienti disposti su due piani. Questa struttura comprende almeno 5 ambienti di forma quadrangolare (4 x 3,50 m), tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore, di cui è rimasta la traccia solo delle orditure delle travi. La parte superiore del muro terminale occidentale dell’edificio è crollato durante le fasi eruttive del 79 d.C.  e questa porzione è ricoperta dai depositi di lapilli. Il crollo è stato certamente determinato da scosse di terremoto avvenute durante l’eruzione”.

Reperti riportati alla luce dagli scavi archeologici della soprintendenza nella villa suburbana di Civita Giuliana

La planimetria con ortofoto degli ambienti della villa suburbana di Civita Giuliana interessati dallo scavo della soprintendenza

Il larario trovato nell’ambiente “d”

Al momento, sono stati esplorati due ambienti, denominati “d” e “e”. L’ambiente “d” è caratterizzato sul lato ovest dalla presenza di una porta e di una piccola finestra strombata di cui si conserva ancora la piattabanda in legno; sul  lato Est è una sola finestra quadrangolare, apertura attraverso la quale sono entrati i depositi di flusso piroclastico (surge, cioè cenere consolidata, il cd. “tuono”) riferibile alle fasi conclusive dell’eruzione pliniana. Le pareti, ad eccezioni di quella occidentale, erano decorate da un sottile strato di intonaco bianco, con tracce di fasce rosse. Il muro meridionale ospita un’edicola quadrangolare, un piccolo lararium, delimitato da una cornice d’intonaco,  all’interno del quale si è rinvenuta una basetta quadrangolare in marmo e sotto cui erano posti una coppa-incensiere, due pentole e una lucerna, poggiati su una mensola lignea di cui è stato possibile eseguire il calco in gesso. “La particolarità delle modalità di seppellimento dell’ambiente, occupato per quasi la totalità dal  flusso piroclastico (surge)”, continua Osanna, “ha permesso di realizzare i calchi in gesso anche di due arredi, uno sicuramente un letto e l’altro forse un altro esemplare simile, e di recuperare le tracce di una stuoia o tessuto posta la di sopra della rete in corda del letto. Sul pavimento costituito da un semplice piano in terra compattata si sono recuperati: tre anfore (una danneggiata dagli scavatori clandestini) destinate a contenere vino ed olio; una pentola; una lunga sega in ferro; frammenti ossei di animali”.

La mangiatoia trovata nell’ambiente “e”

L’ambiente “e”, in corso di scavo, è risultato essere una stalla. Anche in questo ambiente la presenza del flusso piroclastico ha permesso di effettuare dei calchi in gesso. Si tratta di una lunga mangiatoia in legno, posta lungo la parete meridionale e di due equidi, rinvenuti davanti la mangiatoia, stramazzati al suolo durante l’eruzione. Uno degli animali, non toccato dalle attività degli scavatori clandestini, è stato ritrovato integro, con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti. Il secondo animale, di taglia inferiore, è lacunoso per la presenza di una frana, e sono state  individuate solo parte delle zampe. La scoperta nella porzione orientale dell’area di un setto murario costeggiato da una stradina in terra battuta ha definito, su questo lato, il confine della proprietà della villa. L’attuale indagine ha posto agli archeologi nuovi quesiti sulle peculiarità di tale complesso e ha aperto, o meglio riaperto, la questione sul suo sviluppo planimetrico suggerendo l’ipotesi di un complesso molto più ampio rispetto a quanto finora noto e che si estende verso sud-ovest.

I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri

Che nella villa di Civita Giuliana ci potessero essere dei tesori i tombaroli lo sapevano benissimo: lì, infatti, tra il 1907 e il 1908, erano stati condotti scavi dal marchese Giovanni Imperiali, su concessione dell’allora ministero della Pubblica Istruzione, portando alla luce 15 ambienti riferibili a due settori di una villa, uno residenziale e l’altro produttivo, i cui resoconti sono stati pubblicati nel 1994 con una monografia della soprintendenza. Dunque a Civita Giuliana era stata intercettata una delle ville che popolavano il suburbio dell’antica città di Pompei, complessi insediativi sparsi sul territorio che rispondevano a esigenze sia di carattere produttivo (fattorie destinate alla produzione di vino ed olio) che residenziale o stagionale per il soggiorno temporaneo del proprietario. Di fronte alla prospettiva di trovare tesori i tombaroli hanno aperto per decenni cunicoli lungo i muri perimetrali, provocando danni irreparabili al patrimonio: brecce nei muri antichi,  hanno danneggiato gli intonaci, distrutto parte dei muri, trafugato e rovinato oggetti. Solo per fare un esempio, gli archeologi intervenuti in emergenza hanno trovato un vuoto con dei resti che inequivocabilmente confermano che lì doveva esserci stato un letto, cioè uno degli arredi più rari da trovare. Perduto per sempre.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

Ma i tombaroli stavolta non erano soli. Quegli stessi cunicoli sotterranei che hanno permesso gli scavi clandestini, sono stati esplorati dai carabinieri con il supporto logistico dei vigili del fuoco. “Per interrompere in modo definitivo tali azioni delittuose di depauperamento del patrimonio archeologico nazionale si è deciso di realizzare una nuova campagna di scavo attraverso un’operazione sinergica tra Parco archeologico di Pompei e Procura della Repubblica di Torre Annunziata”. Ne è valsa la pena. Non solo si è fermata l’attività clandestina, ma sono state fatte delle scoperte straordinarie. E, come promesso, il direttore generale del Parco archeologico di Pompei ha presentato ufficialmente i risultati, ribadendo che l’archeologia non ha bisogno di sensazionalismi né tanto meno di fake news, ma di una divulgazione scientifica corretta che raggiunga il grande pubblico.  “Chiarisco subito, per evitare equivoci e notizie false”, esordisce: “non è stato trovato un cavallo con il suo padrone. Ma una stalla con i resti di due cavalli, morti durante l’eruzione del Vesuvio, e la sepoltura di un uomo successiva al 79 d.C. Entrambe sono scoperte estremamente importanti, anche se slegate tra loro”.

Il calco integro dell’equino dalla stalla della villa suburbana di Civita Giuliana

Il calco integro di un equino.  “Un ritrovamento eccezionale per Pompei”, Osanna ne è convinto. “Per la prima volta è possibile restituire, attraverso la tecnica dei calchi, la sagoma integra di un cavallo rinvenuto in uno degli ambienti dello scavo di Civita Giuliana. Tra gli ambienti individuati è emersa una stalla con resti equini. La tecnica dei calchi ha permesso di identificare una mangiatoia la cui struttura, probabilmente costruita in materiale deperibile, è ancora visibile unicamente grazie al calco in gesso”. Allo stesso modo l’individuazione, nella zona centrale della stalla, di un vuoto causato dal deperimento di materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono”, ha consentito la realizzazione di un calco in gesso di un equide. “L’animale poggia sul suolo con il fianco sinistro”, raccontano gli archeologi, “e mostra allo sguardo quello destro. Gli arti posteriori sembrano sconvolti dalle attività dei tombaroli che hanno interessato l’area in tempi recenti. I resti scheletrici visibili dell’animale mostrano una buona ossificazione riconducibile ad un individuo adulto. L’esame radiologico dello scheletro potrà restituire dati più precisi al riguardo ed anche fornire informazioni sullo stato di salute osteologica dell’animale (es. patologie scheletriche)”. E precisano: “L’attribuzione alla specie non é al momento del tutto certa. Da un’analisi preliminare basata su morfologia della sagoma, proporzioni e altezza al garrese (la misura dalla spalla -scapola- a terra) sembra probabile che l’equide ritrovato sia un cavallo (Equus caballus). L’esame autoptico dell’impronta dell’orecchio sinistro, perfettamente visibile nel tuono, ha evidenziato caratteristiche dimensionali e morfologiche riconducibili al cavallo piuttosto che a mulo o bardotto. L’animale mostra un’altezza al garrese di ca. 150 cm. Sebbene, bisogna tener presente che i cavalli antichi erano probabilmente di taglia ridotta rispetto a quelli attuali, il cavallo di Civita Giuliana ha dimensioni considerevoli, per l’epoca, che potrebbero suggerire l’esistenza di individui altamente selezionati nell’area di Pompei nel 79 d.C. Il cavallo mostra, inoltre, nella zona del cranio finimenti in ferro con piccole borchie in bronzo. Tale presenza potrebbe essere ricondotta al valore e ruolo di questo animale”.

Resti di zampe do cavallo

Altri resti di equidi sono stati individuati nella zona del crollo del “tuono”, il cui crollo stesso potrebbe essere stato causato dalla presenza di un numero consistente di vuoti nel sedimento, corrispondenti a carcasse di animali. Columella (De Re Rustica, VI, 27) riporta che il bestiame equino si divideva in tre categorie. Vi era una razza più nobile, che offriva cavalli per i giochi del circo e per le gare; poi vi erano i muli, che per i guadagni dati dalla loro prole potevano essere paragonati alla razza nobile; ed infine, come meno pregiata di tutte, viene menzionata la razza volgare, che produceva mediocri maschi e femmine. “Il cavallo di Civita Giuliana”, ipotizza Osanna, “doveva far parte della razza più nobile. Esso era un indicatore della ricchezza del padrone per la sua imponenza dimensionale, probabilmente frutto di accurate selezioni, e i sui finimenti di pregio, in ferro e bronzo. Questo cavallo deve essere stato un animale di rappresentanza che, purtroppo, nonostante l’alto valore simbolico, ha subito lo stesso destino di molti altri equidi presenti nelle numerose stalle (es: equidi dei Casti Amanti) diffuse a Pompei e nelle ville extraurbane al tempo dell’eruzione del 79 d.C.”.

La sepoltura di età imperiale, post 79 d.C., a cassa di tegole con tumulo e tubo fittile per le libagioni

La tomba  di  Civita Giuliana. La zona della villa fu rioccupata dopo l’eruzione del 79 d.C. come testimonia la scoperta di una sepoltura a cassa di tegole con tumulo e tubo fittile per le libagioni, posta sulla cresta del muro meridionale dell’edificio. La cronologia della tomba non è ben precisabile. Si tratta senz’altro di una sepoltura post 79 d.C., probabilmente di epoca imperiale. L’individuo, deposto supino aveva come corredo un chiodo in ferro, individuato sulla spalla destra. “Da una prima analisi”, spiegano gli esperti del Parco archeologico di Pompei, “sembrerebbe che l’area del cranio sia stata fortemente danneggiato dalle offerte di libagioni che venivano scaricate dall’imponente tubulo proprio in corrispondenza del cranio facciale dell’individuo, mentre il cinto pelvico risulta quasi assente in quanto frammentato quasi fino alla polverizzazione. L’età dell’ individuo, di sesso maschile (ben delineabile dai caratteri morfologici presenti relativi a cranio e bacino) è provvisoriamente stimata intorno ai 40-55 anni (adulto maturo). È chiaramente percepibile come la statura in vita dovesse essere superiore alla media (circa 175 cm, calcolata in modalità provvisoria sulla base dell’omero da restaurare), e come l’individuo dovesse avere un aspetto vigoroso. Le prime analisi hanno, tra l’altro messo, in evidenza un’anomala usura dentaria con utilizzo extramasticatorio degli incisivi anteriori; probabile presenza di patologie e anomalie genetiche che andranno indagate con analisi specialistiche”.

Straordinaria scoperta tra i cunicoli di scavi clandestini a Civita Giuliana, appena fuori le mura nord di Pompei: trovata una villa suburbana in ottimo stato di conservazione. Per evitare fake news e notizie sensazionalistiche prive di fondamento il direttore generale Osanna svelerà giovedì 10 maggio tutti i dettagli della scoperta

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, presenterà la scoperta archeologica a Civita Giuliana

Il logo del parco archeologico di Pompei

Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri

Scoperta straordinaria tra i cunicoli di scavi clandestini intercettati nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei: trovata una grande villa suburbana conservata in maniera eccezionale. Tutto è cominciato con l’indagine dei carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli promossa dalla Procura partenopea sulle tracce di attività illecite nella zona di Civita Giuliana a Pompei. Grazie a un’operazione congiunta tra Procura, carabinieri e parco archeologico di Pompei dallo scorso agosto è stato avviato un intervento di scavo per proseguire nelle indagini e salvare il patrimonio archeologico in pericolo. Dalle prime indiscrezioni i ritrovamenti sono eccezionali. “L’intervento”, anticipano gli archeologi del parco di Pompei, “ha portato alla luce una serie di ambienti di servizio di una grande villa suburbana in ottimo stato di conservazione, dalla quale sono emersi anche diversi reperti (anfore, utensili da cucina, parte di un letto in legno di cui è stato possibile realizzare il calco) e una tomba del periodo post 79 d.C. che custodiva lo scheletro del defunto”. Purtroppo negli ultimi tempi, denuncia la direzione del parco archeologico di Pompei, “c’è stato un utilizzo sommario di notizie non verificate allo scopo di fare servizi sensazionalistici. L’informazione scientifica deve sottostare a fonti ufficiali e non può affidarsi a una raccolta frammentaria di dati al solo scopo di fare anticipazioni”. E continua: “Non è la prima volta che notizie non verificate contribuiscono a creare clamore e casi mediatici creando disinformazione. È già capitato con i calchi di due uomini etichettati come coppia di amanti,  relazione affettiva ovviamente impossibile da constatare scientificamente, oggi succede ancora con riferimenti a recenti scoperte divulgate dalla stampa,  ma con una serie di dati non pertinenti. Informazioni scorrette sul ritrovamento di un uomo con il suo cavallo e un calesse, accenni a decorazioni e reperti mai rinvenuti, e soprattutto utilizzo improprio dell’immagine dello ossa del bambino di recente apparso sulle prime pagine dei quotidiani, al posto di quelle equine”. E conclude: “Una falsa e strumentale divulgazione di notizie a danno della scientificità. Le notizie archeologiche oltre a regalare informazioni gradite al pubblico per la futura fruizione, devono essere precise ed aiutare a ricostruire la storia”. Attenti dunque alle fake news. Per questo il Parco archeologico di Pompei fornirà i dettagli delle recenti scoperte giovedì 10 maggio 2018, alle 11, presso lo scavo di Civita Giuliana: sarà proprio il direttore generale Massimo Osanna a presentare l’eccezionale ritrovamento e l’operazione messa in campo con l’attività di scavo in corso.