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Bologna. Nella sede Sabap il pomeriggio di studi “POST MORTEM. Casi di manipolazione di resti umani”: un’occasione per riflettere sullo studio del rituale funerario e, in generale, del trattamento dei resti umani in ambito di ricerca archeologica

bologna_sabap_post-mortem_pomeriggio-di-studi_locandina“POST MORTEM. Casi di manipolazione di resti umani” è l’interessante titolo del pomeriggio di studi promosso dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara. Appuntamento venerdì 16 dicembre 2022, dalle 15.30 alle 18.30, nel salone d’onore di Palazzo dall’Armi Marescalchi, sede della Sabap, in via IV Novembre 5 a Bologna. Evento gratuito senza necessità di prenotazione, ingresso consentito fino ad esaurimento posti. Per info: siriana.zucchini@cultura.gov.it; annalisa.capurso@cultura.gov.it. Sarà un’occasione per riflettere sullo studio del rituale funerario e, in generale, del trattamento dei resti umani in ambito di ricerca archeologica. Gli interventi in programma affrontano il tema in senso diacronico, attraverso un approccio multidisciplinare, tenendo conto sia del dato archeologico sia di quello relativo alle evidenze “biologiche”.

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Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Dopo i saluti istituzionali e l’introduzione all’incontro da parte di Monica Miari (SABAP BO, Funzionario delegato) e di Annalisa Capurso (SABAP BO), intervengono: Valeria Acconcia (ICA Istituto Centrale per l’Archeologia) e Paola Francesca Rossi (parco archeologico Ostia Antica – ICCD Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione) su “Introduzione alle Linee Guida ICA-ICCD I resti scheletrici umani: dallo scavo, al laboratorio, al museo, 2022”. La pubblicazione è scaricabile sul sito dell’ICA: https://bit.ly/3PsP5gC. Monica Miari (SABAP BO) e Maria Giovanna Belcastro e Teresa Nicolosi (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, BiGeA – UNIBO) su “Elementi di ritualità nella manipolazione dei resti umani in età preistorica”; Vanessa Poli (SABAP BO) e Claudio Cavazzuti (Dipartimento di Storie Culture Civiltà, DiSCi – UNIBO) su “Alcuni rituali nelle necropoli ad incinerazione dell’età del Bronzo in Italia settentrionale”; Sara Campagnari (SABAP BO), Lisa Manzoli (archeologa e collaboratrice SABAP BO) e Michael Allen Beck De Lotto (Dipartimento Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità Pubblica – UNIPD) su “Analisi preliminare dei rituali del sepolcreto di fase orientalizzante di Via Montello a Bologna”; Annalisa Capurso (SABAP BO) e Mirko Mattia e Marta Mondellini (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, Labanof – UNIMI) su “Una sepoltura multipla presso la chiesa di sant’Apollonio sulla rupe di Canossa”; Valentina Di Stefano (SABAP BO) e Maria Giovanna Belcastro (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, BiGeA – UNIBO) su “Restituzione dei resti umani e ricomposizione della memoria di una comunità: il caso del cimitero ebraico medievale di Bologna”.

Parco archeologico di Ostia antica: da metà dicembre i mosaici più delicati sono interessati dalla copertura stagionale perché non risentano degli sbalzi di temperatura, dell’umidità e di precipitazioni

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Mosaico del Piazzale delle Corporazioni a Ostia antica con i naviculari et negotiantes Karalitani, ovvero armatori di navi e mercanti di Karalis (Cagliari) (foto parco ostia antica)

L’elenco è preciso: il mosaico di Piazzale della Vittoria, il mosaico dell’Augusteum della Caserma dei Vigili, i mosaici delle Terme di Nettuno (mosaici di Nettuno, di Anfitrite, dei lottatori e dei simboli), il mosaico della Caupona di Fortunato, i mosaici del Piazzale delle Corporazioni (lati N, W e lato E), i pavimenti della Domus di Apuleio, il mosaico del vestibolo delle Terme dell’Invidioso, il mosaico del Mitreo di Felicissimo, il mosaico delle Province, il mosaico del Caseggiato dell’Invidioso, il mosaico policromo del Sacello II, II, 4. Sono i mosaici più delicati di Ostia antica che da metà dicembre 2022 sono interessati dalla copertura stagionale con teli delta-lite per far sì che essi non risentano degli sbalzi di temperatura, dell’umidità e di precipitazioni e di eventuali ghiacciate.

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Il mosaico di Nettuno nelle Terme di Nettuno a Ostia antica (foto parco archeologico ostia antica)

La copertura stagionale dei mosaici è una delle attività di manutenzione ordinaria che il parco archeologico di Ostia antica svolge annualmente con lo scopo di preservare gli apparati musivi. L’operazione si rende necessaria perché i mosaici sono estremamente delicati e vanno soggetti ad infiltrazioni d’acqua e a ghiacciate, col rischio di distacco delle tessere. La copertura è realizzata con appositi teli in Delta-lite, una membrana impermeabile e traspirante che isola termicamente i pavimenti in mosaico, evita il formarsi di condensa da vapore acqueo, protegge dalla pioggia ed eventualmente dalla neve. In primavera, col progressivo miglioramento delle condizioni meteo e climatiche i teli di copertura verranno tolti.

Ostia antica. Ultimi giorni al parco archeologico per la mostra “Chi è di scena! Cento anni di spettacoli a Ostia antica (1922 – 2022)” a un secolo dalle prima rappresentazioni moderne nel teatro di Ostia antica, il cui restauro parte entro l’anno

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Uno spettacolo in scena al teatro di Ostia antica (foto da http://www.romatoday.it)

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Locandina della mostra “Chi è di scena!” al parco archeologico di Ostia Antica fino al 23 ottobre 2022

A cento anni dalle prime rappresentazioni moderne andate in scena nel Teatro di Ostia antica, una mostra e il volume che l’accompagna (Electa) celebrano un secolo di arte dello spettacolo in uno dei più importanti teatri romani dell’antichità. Il Teatro di Ostia antica è stato infatti protagonista per tutto il Novecento di una lunga stagione di eventi, un’intensa attività che ha visto l’alternarsi di commedie e drammi, che fino alla fine degli anni Sessanta si sono svolti in gran parte sotto l’egida dell’Istituto nazionale del Dramma Antico con la partecipazione di personalità di spicco, quali per esempio Duilio Cambellotti e Mario Sironi per le scene e i costumi, a cui si sono affiancati anche numerosi spettacoli di danza e in anni più recenti concerti di musica pop, rock ed elettronica.

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Rappresentazione dell’Aulularia di Plauto, 9 maggio 1922, al teatro di Ostia antica (foto parco archeologico di Ostia antica)

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Rappresentazione dell’Aulularia di Plauto, 9 maggio 1922, al teatro di Ostia antica (foto parco archeologico di Ostia antica)

Ma non c’è ancora molto tempo per vedere la mostra “Chi è di scena! Cento anni di spettacoli a Ostia antica (1922 – 2022)” promossa dal Parco archeologico di Ostia antica che ripercorre la storia delle manifestazioni che si sono tenute, e che ancora si svolgono, nel teatro romano dell’area archeologica. Chiuderà infatti, salvo proroghe, il 23 ottobre 2022. Divisa in cinque sezioni, l’esposizione è curata da Alessandro D’Alessio, Nunzio Giustozzi e Alberto Tulli, con l’organizzazione di Electa. L’idea della mostra nasce dalla ricorrenza dei cento anni dalle prime rappresentazioni teatrali. Nella primavera del 1922 veniva infatti messa in scena dai ragazzi delle scuole elementari di Ostia, nel teatro romano non ancora ricostruito, l’Aulularia di Plauto. Quella rappresentazione fu il banco di prova per l’introduzione di una forma teatrale più impegnativa e organizzata, per la quale si rese necessario operare una profonda trasformazione dell’edificio.

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Teatro nel 1927: sono quasi ultimati i lavori curati da Guido Calza per la ricostruzione della cavea (foto archivio parco archeologico ostia antica)

La mostra – attraverso materiali d’archivio, molti dei quali inediti, e un suggestivo montaggio video di fotografie e filmati d’epoca – traccia per la prima volta filologicamente la lunga storia di arti dello spettacolo che hanno dato lustro all’antico spazio scenico. Storia approfondita dal volume riccamente illustrato edito da Electa, con contributi che ricostruiscono anche le vicende legate agli scavi e ai restauri promossi in particolare da Guido Calza, permettendo al monumento di recuperare la sua antica funzione teatrale. Monumento che, entro fine anno, sarà oggetto di un intervento di restauro e rifunzionalizzazione sull’intera struttura. “Di tutto ciò, o di una sua discreta parte, abbiamo voluto render conto, per la prima volta in assoluto, nei fornici orientali del monumento, dove il visitatore può ammirare immagini, filmati, manifesti, maquettes e bozzetti di scenografie o costumi, abiti di scena e diversi altri documenti che raccontano, forse più e meglio di tante parole, la fortunata vicenda del teatro di Ostia in età contemporanea”, dice Alessandro D’Alessio, direttore del Parco archeologico di Ostia antica. “Non una mostra archeologica dunque, eppur in certo qual modo una mostra di storia dell’archeologia, se e vero che l’utilizzo che ancora oggi noi facciamo dell’edificio, oltre a quello puramente scientifico, conservativo e didattico-esplicativo, scaturì dalla lungimirante visione di un archeologo”.

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Il manifesto di Mario Sironi del 1949 per “Medea – Il Ciclope” di Euripide al teatro di Ostia (foto AFI – Archivio fondazione INDA)

I numerosi materiali provengono dagli archivi non solo del parco archeologico di Ostia antica, ma anche della Biblioteca Museo Teatrale SIAE, dell’INDA, dell’Archivio Luce Cinecittà e degli artisti, tra cui l’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti – il quale firmò parecchi lavori come costumista e scenografo contribuendo non poco alla fortuna della programmazione – e da numerose collezioni private come la Collezione Andrea Sironi-Strauβwald. E proprio da un manifesto del 1949 di Mario Sironi e tratta l’immagine coordinata della mostra, realizzata dallo studio Leonardo Sonnoli (Leonardo Sonnoli, Irene Bacchi). Il tutto e esposto all’interno dei fornici del teatro stesso, in quattro moduli disegnati site-specific dallo studio Stefano Boeri Architetti. Allo spettacolo di Ostia mi ero avviato a denti stretti. Teatro antico, tragedia greca: due pericoli di barba. […] E trovai invece uno degli spettacoli più belli che abbia mai veduto. Alberto Savinio (1949)

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Manifesto di Duilio Cambellotti per “Sette a Tebe” di Eschilo, “Antigone” di Sofocle e “Le nuvole” di Aristofane, 1927 (foto di Marco Maria Pasqualini, courtesy galleria L’Image, Alassio (Sv)

PERCORSO MOSTRA. SEZIONE I. 1927 Sette a Tebe / Antigone / Le nuvole; 1928 Giulio Cesare. Alla lungimiranza dell’archeologo Guido Calza si deve la coraggiosa restituzione dell’edificio teatrale alla sua vocazione originaria in sintonia con l’attività dell’Istituto nazionale del Dramma Antico che stava riportando in auge in quegli anni le rappresentazioni classiche. Da Siracusa provenivano gli spettacoli inaugurali del 24 giugno 1927: I sette a Tebe di Eschilo, alternato ad Antigone di Sofocle e a Le nuvole di Aristofane. Fu Duilio Cambellotti a disegnare il manifesto e le scenografie. Foto storiche, bozzetti e maquettes ne evocano l’atmosfera sospesa: prismi come gole spalancate di draghi; su dall’alto sogguardavano le deità protettrici, impassibili, ricche di colori e d’oro mentre tutto il resto era addensato d’oscurità. Per una tragedia moderna di stampo ideologico, il Giulio Cesare di Enrico Corradini andato in scena la prima volta al Teatro Antico di Taormina e poi a Ostia nel giugno 1928, Cambellotti avrebbe concepito una potente identità visiva con l’irrevocabile passo del dittatore, i raffinati costumi all’antica dei protagonisti e i “raggruppamenti”: tavole pittoriche ricche di lumeggiature ed effetti chiaroscurali che scandivano i vari piani dell’azione e i momenti del dialogo anche attraverso una decisa connotazione di volti e gesti, da cinema.

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I Menecmi di Plauto al Teatro Romano di Ostia antica nel 1938 (foto Archivio Luce Cinecittà)

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Il manifesto di Duilio Cambellotti, manifesto per “Gli uccelli” di Aristofane, al teatro di Ostia antica, 1947 (foto Aleandri Arte Moderna, Roma)

SEZIONE II. 1938 Aulularia / I Menecmi; 1947 Gli uccelli. Un amletico attore intento a indossare maschere comiche e tragiche campeggia al centro della locandina creata da Duilio Cambellotti per le commedie plautine del 1938, Aulularia e I Menecmi, ambientate tra case, tetti e giardini in miniatura desunti dagli affreschi pompeiani, vivacemente colorati e resi plastici con materiali poveri come in un presepio napoletano. In più punti le scenografie erano sopravanzate dalle figure di mattatori del calibro di Luigi Almirante che col suo bizzarro falsetto e nella mimica eguagliava gli espressivi studi di fisionomie dello stesso Cambellotti. Spettacoli accattivanti da meritare persino insolite riprese aeree che trovarono larga eco sulle riviste nazionali ed estere contribuendo al lancio dell’immagine di Ostia antica nel mondo. Si imponevano all’attenzione anche per la presenza di “danze classiche” quale indispensabile accompagnamento dell’azione scenica con gruppi coreutici all’avanguardia nel panorama europeo dell’epoca: come quello di Tusnelda Risso Strub nei Menecmi, di Ada Franellich negli Uccelli del 1947. Per la commedia di Aristofane Cambellotti ideo un’architettura arborea fittizia che appare oggi, nel suo minimalismo, di una modernità sconvolgente. Era fatta solo di elementi naturali, aerei, fortemente evocatori di pace, come gli sgargianti costumi di fustagno del coro nella foggia di volatili.

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Bozzetto di Mario Sironi per un costume della Medea, 1949 (foto collezione privata)

SEZIONE III. 1949 Medea / Il ciclope. Nel comporre il manifesto delle rappresentazioni euripidee del 1949 Mario Sironi evoca archeologicamente l’ancestrale dramma di Medea, mutuando dalla paratassi della ceramica del Geometrico figure, vernici e segni stilizzati nei moduli di una pittura che già guarda alla svolta materica dei primi anni Cinquanta. Su una scenografia essenziale, in dialogo straniante con i ruderi e l’ambiente naturale – lo rivela una serie di fotografie con i protagonisti in pose recitanti – l’artista si dimostra consapevole dell’importanza dei costumi nella caratterizzazione degli interpreti. Clou dell’esposizione e una nutrita congerie di rigorosi figurini, pressoché inediti, in cui Sironi rivisita corpetti, chitoni e pepli attenendosi alle parti strutturali, in un repertorio di linee semplici, spesse e marcate, di bande a colori “neoplastiche” sdipanato sui corpi in sintonia con le ricerche non più figurative dell’epoca. Una sola, iconica caverna domina la scena del Ciclope, maestosa montagna di rude cartone segnato da graffiti, oscuro fondale per i movimenti dei personaggi: Ulisse ha dipinte solo le ossa del costato; Sileno barba e peli ovunque, grottesco con quell’enorme pancia; caliginose calzamaglie indossa il gruppo animalesco coreografato dalla Chladek; Polifemo in pelliccia, clava e maschera tribale come uno scafandro, cosi simile ai Mamuthones del carnevale sardo.

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Le allieve della la Scuola di Danze Classiche del Governatorato di Roma nel piazzale delle Corporazioni di Ostia antica, 1927 (foto di A. Porry-Pastorel – parco archeologico di Ostia antica)

SEZIONE IV. 1922… “L’evocazione rapida di un sogno”; Primavera 1922. I bambini delle elementari di Ostia recitano l’Aulularia di Plauto. Una serie di fotografie ritrovate tra le carte di Guido Calza, il copione “adattato”, un tema e tante testimonianze documentano questo primo, sperimentale tentativo di moderno “teatro all’aperto”: un semplice fondale dipinto come scenografia, autorità e invitati con il parasole plaudenti su una cavea che era ancora un pendio erboso. Mentre gli scavi di Ostia antica stavano diventando set fotografico per leggiadre danzatrici in abiti grecizzanti, era stato gettato il seme della lunga e feconda storia di rappresentazioni classiche, dal 1927 al 1969 organizzate con qualche soluzione di continuità dall’Istituto nazionale del Dramma Antico, e non solo, come rivela la cronologia visiva di 100 stagioni. Una ricca rassegna stampa, fotografie di scena, brevi filmati d’epoca fanno rivivere gli spettacoli di sempre più vario genere, svelando anche il dietro le quinte e gettando una luce vera sull’eterogeneo pubblico fatto di celebrità e di gente comune giunta in trenino ad affollare le serate estive. Una ribalta che ha visto negli anni avvicendarsi registi e attori, coreografi e ballerini, scenografi e costumisti tra i migliori nomi del panorama italiano e internazionale. Senza dimenticare la musica pop, rock ed elettronica cui il Teatro Romano di Ostia antica, sotto le stelle, ha regalato un’insolita, magica atmosfera per emozioni indimenticabili, tra cui, a titolo d’esempio, Jethro Tull, Patty Smith, Vinicio Capossela. Tra le foto di scena in mostra quella di Nuvole del 1955 con Arnoldo Foa e Olga Villi nell’Alcesti del 1956. Ancora Arnoldo Foa, con Valeria Moriconi, in una scena della commedia Pene d’amor perdute di William Shakespeare nel 1961, e nell’Anfitrione del 1962.

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Teatro di Ostia antica: la ricostruzione della facciata esterna,1939 (foto archivio parco archeologico di ostia antica)

SEZIONE V. Gli interventi di restauro e rifunzionalizzazione del Teatro Romano di Ostia (1913, 1926-’28, 1938-’39). “Ma la rappresentazione fatta ieri a Ostia ha dimostrato anche un’altra cosa. Ha dimostrato che bisogna in ogni modo incoraggiare – dal Governo, dal pubblico, dai giornali – l’opera di coloro che con assidua intelligente fatica, si studiano di rimettere in valore le nostre glorie passate, perché siano di ammaestramento e di stimolo alla infiacchita generazione presente” (Plauto sulle scene del Teatro di Ostia dopo diciotto secoli, “Il Giornale d’Italia”, 11 maggio 1922). Ben rende, questa citazione da un articolo non firmato (perché probabilmente scritto da Arturo Calza, padre dell’ispettore archeologo degli Scavi di Ostia), l’intenzione di Guido Calza di riadattare il teatro ad accogliere il pubblico delle rappresentazioni che vi si dovevano di lì in avanti svolgere. Cosi come appare illuminante, nella sua attualità, il riferimento alla “rimessa in valore” del patrimonio antico per finalità educative e di pungolo ai giovani. Già Vaglieri nel 1913, pur senza intraprendere un’anastilosi vera e propria, aveva fatto reintegrare la sommità delle coperture delle tabernae dell’edificio, a scongiurare il crollo delle murature liberate dalla terra che per secoli le aveva sepolte. Nel 1922, dunque, la cavea si presentava ancora come un catino sistemato a prato, scomodo e pericoloso, tanto che le recite di quell’anno fornirono a Calza l’ulteriore giustificazione per procedere alla sua ricostruzione. Terminata nel 1928, la nuova gradinata offriva ora un perfetto parterre, per così dire, agli spettatori che sempre più numerosi avevano preso ad assistere agli spettacoli qui organizzati dall’INDA. E comunque solo nel 1938-39, in occasione dei preparativi per la mai tenutasi Esposizione Universale di Roma del 1942 e in linea con le bombastiche modalità ideologiche del tempo, che il teatro di Ostia assume l’aspetto che tuttora lo contraddistingue, tramite la ricostruzione di alcune arcate del prospetto esterno, dell’ingresso centrale e delle tabernae poste ai lati di questo. In mostra alcune foto storiche dall’Archivio fotografico del parco archeologico di Ostia antica ripercorrono le trasformazioni e gli interventi di quegli anni: il teatro al termine degli scavi di Dante Vaglieri (1913); la ricostruzione della cavea (1926-28) quasi ultimata con il primo meniano pressoché completo e le volte di sostegno del secondo meniano gettate, mentre di lì a poco verranno posizionati i gradini del secondo ordine; la ricostruzione dell’ingresso principale (13 aprile 1939). In questa sezione sono visibili decorazioni marmoree a muro già cosi allestite sulle pareti del fornice.

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La cavea del teatro romano di Ostia Antica oggi (foto parco archeologico ostia antica)

IL TEATRO. Il teatro di Ostia antica è uno dei più antichi in muratura; fu costruito negli ultimi anni del I secolo a.C., come attestato dall’iscrizione che menziona Agrippa, genero di Augusto. Inizialmente concepito per ospitare circa 3000 spettatori, fu poi ampliato durante il regno dell’imperatore Commodo, alla fine del II secolo d.C.: il suo intervento porto la capienza della cavea, ovvero degli spalti per il pubblico, al ragguardevole numero di 4000 spettatori. Un portico con botteghe si apriva verso il Decumano Massimo, a cavallo del quale nel 216 d.C. fu realizzato un arco in onore dell’imperatore Caracalla in corrispondenza dell’ingresso del teatro. Lo stesso ingresso, la cui volta era decorata con stucchi, conduceva all’orchestra pavimentata in marmo, raggiungibile anche da due corridoi laterali, le parodoi. Nella tarda età imperiale il teatro inizio a ospitare anche spettacoli acquatici: il settore centrale dell’orchestra veniva allora allagato e vi si esibivano nuotatori e acrobati: fu così costruito un parapetto marmoreo che serviva a isolare la cavea, ovvero la gradinata, dall’orchestra. La scena era movimentata da nicchie; restano alcuni elementi marmorei, tra cui i mascheroni, in origine appartenuti al fronte scena. Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e il progressivo abbandono di Ostia a partire dalla fine del V secolo d.C. anche il teatro fu abbandonato e andò in rovina. Durante il medioevo fu utilizzato come piccola fortezza e come deposito temporaneo per i marmi (statue, blocchi e lastre) da trasformare in calce. Poi anche questa piccola fortezza fu abbandonata e del teatro si perse traccia fino agli scavi archeologici della fine dell’Ottocento. Del teatro sopravvivevano pochissimi resti all’epoca, ma il monumento era troppo importante per non portarlo in luce e restaurarlo. Cosi, dal 1910 in avanti si susseguirono diverse campagne di scavo e di contestuale restauro. La prima, tra il 1910 e il 1913 porto in luce il perimetro esterno del teatro mentre la gradinata della Cavea, davvero fragile, fu ricoperta da terra in modo da formare un pendio erboso che consentisse di sfruttare quello spazio a fini teatrali. Gli scavi e i contestuali restauri, davvero ingenti, proseguirono negli anni seguenti. I lavori si conclusero nel 1927: fu ricostruita la cavea del teatro, in modo da poter ospitare spettatori cosi come avveniva in passato: il teatro poté così ospitare fino a 2700 spettatori, meno dei 3000 del teatro costruito 2000 anni prima, ma comunque un numero ragguardevole di persone.

IL PROGETTO DI RESTAURO ARCHITETTONICO DEL TEATRO > 2022. Dopo anni di lavori manutenzione ordinaria e riparazioni puntuali, grazie ai finanziamenti dei fondi CIPE è stato finalmente possibile progettare un intervento organico sull’intera struttura del teatro. I fondi stanziati comprendono i costi di realizzazione del cantiere, che avrà inizio entro il 2022. L’obiettivo fondamentale del progetto è quello del restauro del bene monumentale per mantenere viva la funzione del teatro come importante luogo di manifestazioni culturali, garantendo ai visitatori la fruizione degli spazi in totale sicurezza. Il progetto di consolidamento strutturale per il miglioramento sismico e stato realizzato dallo studio Iges World S.r.l., che ha gestito anche l’iter per l’ottenimento dell’autorizzazione sismica. Il progetto architettonico, a cura dello Studio Balletti e Sabbatini architetti, riguarda il restauro delle superfici, la rifunzionalizzazione di alcuni ambienti per la realizzazione di un polo multimediale consono all’implementazione dell’offerta informativa e divulgativa e la progettazione degli interventi sugli apparati decorativi, al fine di garantirne la tutela e la salvaguardia.

Ostia antica. Il parco archeologico dopo alcuni decenni avvia il progetto di scavo e ricerca “Ostia Post Scriptum” in due contesti: dietro l’area dei Quattro Tempietti (Regio II) e nel foro di Porta Marina (Regio IV)

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Progetto “Ostia post scriptum”: nella planimetria dell’area archeologica di Ostia Antica indicate le due zone interessati da scavi e ricerche (foto parco ostia antica)

Il parco archeologico di Ostia antica avvia per la prima volta, dopo alcuni decenni, un proprio progetto di scavo e ricerca, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’università di Catania. Il progetto di ricerca, dal titolo “Ostia Post Scriptum” – proprio a indicare la ripresa delle attività di ricerca scientifica da parte del Parco – è volto a indagare con prospezioni geofisiche non invasive e saggi di scavo due contesti ostiensi di estremo interesse, ubicati rispettivamente nella Regio II, alle spalle dell’area dei Quattro Tempietti e della Domus di Apuleio, e nella Regio IV all’interno del Foro di Porta Marina, entrambi inseriti lungo i principali percorsi di visita dell’area archeologica di Ostia. Le ricerche sono programmate dal 29 agosto al 23 settembre 2022, con la partecipazione di docenti, ricercatori e studenti dei corsi di laurea, dottorato e specializzazione dell’università di Catania e con la collaborazione dell’università del Molise, sotto la supervisione del personale tecnico del parco archeologico di Ostia antica. Le indagini hanno principalmente finalità di ricerca scientifica e di formazione, ma mirano anche a un ampliamento della fruizione e della valorizzazione della stessa area archeologica attraverso l’organizzazione di iniziative di informazione e di divulgazione nell’ambito della public archaeology, con le quali si intende coinvolgere i visitatori (visite guidate al cantiere di scavo, conferenze e seminari sulle principali tematiche correlate alle ricerche, informazione sui canali social e web), da organizzarsi anche in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2022 (24 e 25 settembre 2022). Nel corso della campagna di scavo sui canali social del Parco sarà raccontato lo stato di avanzamento delle ricerche e le attività che si svolgeranno sul cantiere di scavo.

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Veduta panoramica dell’area archeologica di Ostia Antica (foto parco ostia antica)

Le ricerche assumono un carattere multidisciplinare, basato su un’indagine non invasiva ad ampio raggio affiancata da rilievi aerofotogrammetrici tramite drone e, naturalmente, sullo scavo stratigrafico. Preliminarmente all’avvio delle attività di scavo, infatti, è prevista una campagna di indagini non invasive, condotta con l’ausilio del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali (DIPBIOGEO) dell’università di Catania e del Dipartimento di Agricoltura, Ambiente e Alimenti dell’università del Molise. Le indagini, che comprenderanno prospezioni georadar e rilievo tramite drone equipaggiato con camera termica, saranno propedeutiche all’individuazione delle aree da sottoporre a indagine archeologica stratigrafica. Lo scavo, condotto nella rigorosa osservanza del metodo stratigrafico, sarà accompagnato dallo studio della cultura materiale e della gestione del catalogo e dei reperti mobili, oltre che dal rilievo e dalla ricostruzione tridimensionale di ogni singola struttura individuata, effettuati dagli allievi della Scuola di specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio dell’università di Catania e sotto la supervisione dello staff del Parco. Le attività di pulizia e studio dei reperti mobili saranno contestuali allo svolgimento dello scavo.

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Planimetria dell’area dei Quattro Tempietti nel parco archeologico di Ostia Antica (foto parco ostia antica)

I contesti d’indagine: l’area a nord dei Quattro Tempietti. L’obiettivo del progetto – da condurre attraverso una preliminare campagna di indagini non invasive e quindi tramite scavo archeologico estensivo – è quello di analizzare un settore della città posto in prossimità dell’antico corso del Tevere e ubicato in una zona assolutamente centrale sotto il profilo topografico, delimitata dall’edificio dei Grandi Horrea a ovest, dal santuario repubblicano dei Quattro Tempietti, dal Mitreo delle Sette Sfere e dalla Domus di Apuleio a Sud, e dal piazzale delle Corporazioni a Est. Sorprendentemente, a dispetto della sua centralità, quest’area non è stata mai indagata prima d’ora. Invece si tratta di un’area piuttosto interessante. Nel complesso, dunque, questo settore si presenta come ideale per le nuove attività di scavo del Parco, qualificandosi quale bacino stratigrafico intatto. Lo scavo archeologico dell’area, oltre a restituire una continuità di percorso di visita tra il piazzale delle Corporazioni e i Grandi Horrea repubblicani, si candida ad apportare un significativo incremento delle conoscenze sullo sviluppo topografico, monumentale e diacronico di questa parte della città, dall’età repubblicana a quella imperiale. Questi gli obiettivi dell’intervento: stabilire la tipologia e la funzione delle strutture ivi presenti; indagare ove possibile la relazione con il complesso cultuale dei Quattro Tempietti e la Domus di Apuleio e con gli edifici pubblici funzionali alle attività mercantili e portuali connesse al fiume; ricostruire lo sviluppo diacronico dell’area, accertando eventuali mutamenti nella destinazione d’uso.

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Planimetria del Foro di Porta Marina nel parco archeologico di Ostia Antica (foto

I contesti d’indagine: il Foro di Porta Marina. Il Foro di Porta Marina si colloca immediatamente al di fuori dell’omonima porta cittadina, in contiguità con quella che un tempo era l’antica linea di costa. Il complesso circoscrive un’area di forma rettangolare circondata su tre lati da un portico colonnato con capitelli dorici, interrotto al centro da esedre rettangolari (sui lati Est e Ovest) e da un’aula absidata (sul lato di fondo meridionale). Al centro dell’area sorge una struttura quadrata di incerta interpretazione, forse identificabile con un altare. A un livello più alto, una grande cisterna in opera cementizia si addossa al lato orientale del muro perimetrale del Foro, inserendosi tra l’aula absidata e le mura repubblicane della città. Sul lato opposto, leggermente arretrata rispetto all’aula absidata, si sviluppa una piccola costruzione con corte centrale e ambienti circostanti. Nel suo insieme, tutto il complesso è realizzato in opera mista (reticolato e ricorsi in laterizio) ed è generalmente datato in età traianeo-adrianea. L’area è stata già indagata in passato in due occasioni: nel 1940-‘41 in maniera estensiva, ma superficiale, e poi nel 1969 con alcuni saggi dai quali emersero diversi frammenti dei Fasti Ostienses, cronaca marmorea che ci conserva notizie preziose sulla storia politica e monumentale di Roma e Ostia stessa e la cui redazione si ritiene fosse prerogativa del pontifex Volcani, massima autorità religiosa di Ostia. Diverse le ipotesi proposte negli anni dagli studiosi relativamente alla funzione del Foro di Porta Marina. La più accreditata è che si tratti di un luogo di culto all’aperto, che per la sua posizione extraurbana, il ritrovamento dei Fasti e la sua contiguità con il santuario della Bona Dea, andrebbe messo in relazione con Vulcano, divinità tutelare della colonia, il cui tempio (o templi), non è stato ancora identificato: se così fosse, l’edificio di età imperiale sorgerebbe quindi su un luogo di culto di età molto più antica, le cui strutture non sono ancora venute alla luce. Questi gli obiettivi dell’intervento: stabilire la funzione del complesso; stabilire lo sviluppo diacronico del complesso, verificando la presenza di strutture sottostanti e precedenti alle attuali; indagare l’aula absidata e verificarne la relazione con la cisterna adiacente; ricostruire l’arredo marmoreo del foro e la relazione dei paramenti marmorei (già ritrovati) con le strutture; ritrovare nuovi frammenti dei Fasti.

Roma. Apre a Villa Caffarelli dei Musei Capitolini la grande mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” che in 100 opere da alcuni dei più importanti musei internazionali ed italiani racconta la complessità e i contrasti dell’ultimo imperatore della gens Flavia, amato e odiato in vita così come in morte

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Allestimento della mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” a Villa Caffarelli – Musei Capitolini di Roma (foto Monkeys video Lab)

Un percorso articolato in 15 sale per raccontare la storia di Domiziano, complessa figura di principe e tiranno non compresa dai contemporanei e successivamente dai posteri, che hanno basato il loro giudizio sulle fonti storiche e letterarie a lui, sostanzialmente, avverse. Più recentemente, l’analisi delle fonti materiali, in particolare epigrafiche, ha restituito l’immagine di un imperatore attento alla buona amministrazione e al rapporto con l’esercito e con il popolo, devoto agli dei e riformatore della moralità degli uomini. Un imperatore che non pretese e non incoraggiò la formula autocratica “dominus et deus”, ritenuta da molti la motivazione profonda del clima di sospetti, terrore e condanne a morte sfociato nella congiura nella quale egli perse la vita. La violenta damnatio memoriae che, secondo la drammatica testimonianza di Svetonio e Cassio Dione, avrebbe comportato subito dopo la sua morte l’abbattimento delle statue che lo ritraevano e l’erasione del suo nome dalle iscrizioni pubbliche, fu in realtà limitata ad alcuni contesti e non trova conferma nel numero di ritratti giunti fino a noi a Roma e in tutto l’Impero.

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L’ingresso della mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” a Villa Caffarelli – Musei Capitolini di Roma (foto Monkeys video Lab)

Dell’ultimo imperatore della gens Flavia, amato e odiato in vita così come in morte, la mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” racconta la complessità e i contrasti di questa figura e del suo impero: aperta al pubblico dal 13 luglio 2022 al 29 gennaio 2023, a Villa Caffarelli, la nuova sede espositiva dei Musei Capitolini a Roma che, dopo l’importante mostra “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori” (14 ottobre 2020 – 27 febbraio 2022), torna ad ospitare una grande esposizione di archeologia romana, coprodotta dalla sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dal Rijksmuseum van Oudheden della città olandese di Leiden. Essa è dunque il risultato di un accordo culturale di dimensione internazionale.

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Elmo in bronzo dal Rijksmuseum van Oudheden di Leiden (foto Dutch National Museum of Antiquities)

Wim Weijland, Nathalie de Haan, Eric M. Moormann, Aurora Raimondi Cominesi e Claire Stocks hanno ideato e curato l’esposizione “God on Earth. Emperor Domitian”, ospitata a Leiden dal 17 dicembre 2021 al 22 maggio 2022, cui la Sovrintendenza Capitolina ha partecipato con importanti prestiti. Curata da Claudio Parisi Presicce, Maria Paola Del Moro e Massimiliano Munzi, la mostra ai Musei Capitolini è promossa da Roma Culture, sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura. In continuità con la mostra di Leiden e riprendendo parte del progetto scientifico e dei prestiti, la sovrintendenza Capitolina ha elaborato nella nuova mostra una diversa articolazione del racconto e del percorso espositivo anche grazie all’aggiunta di nuove opere. Densa di significato è stata la scelta della sede espositiva, in un luogo fortemente legato all’imperatore e da lui restaurato lussuosamente dopo l’incendio dell’80 d.C.: il Tempio di Giove Capitolino, sulle cui fondamenta è stata costruita Villa Caffarelli.

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Ritratto in marmo di Domizia Longina, moglie dell’imperatore Domiziano (foto RMN-Grand Palais – musée du Louvre / Hervé Lewandowski)

Il racconto della vita di Domiziano è affidato alle 58 opere provenienti dalla mostra di Leiden e alle 36 aggiunte per l’edizione romana: ritratti in marmo ed in bronzo di personaggi imperiali e di divinità, elementi di decorazione architettonica in marmi bianchi e colorati e oggetti di piccole dimensioni in oro e bronzo. I musei che hanno collaborato alla mostra con i loro prestiti sono il British Museum di Londra, la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, il Musée du Louvre di Parigi, la Nederlandsche Bank, il Rijksmuseum van Oudheden di Leiden, il Badisches Landesmuseum di Karlsruhe, la Glyptothek di Monaco, i Musei Vaticani, il museo Archeologico dei Campi Flegrei, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il parco archeologico di Ostia e, da Roma, il museo nazionale Romano e il parco archeologico del Colosseo – Antiquarium Palatino. Tra i prestiti, tutti importanti, risaltano l’aureo a nome di Domizia Longina, moglie dell’imperatore, con la rappresentazione del figlioletto divinizzato del British Museum; il ritratto sempre di Domizia Longina del Louvre; il rilievo del Mausoleo degli Haterii dei Musei Vaticani; le teste colossali di Vespasiano e di Tito divinizzati dal museo Archeologico nazionale di Napoli e i frammenti del Dono Hartwig del museo nazionale Romano.

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Ritratto femminile di età traianea (la cosiddetta “Dama Fonseca”) conservato ai Musei Capitolini di Roma (foto Roma Capitale / Zeno Colantoni)

L’esposizione è arricchita inoltre da opere della sovrintendenza Capitolina normalmente non esposte al pubblico. Tra i reperti dell’Antiquarium si segnala uno dei pannelli con affreschi della domus romana ricomposti all’inizio degli anni Duemila nella “sala E. Pastorelli” del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di via Genova, reso disponibile per la mostra grazie al rapporto di collaborazione tra le due istituzioni. Tra le sculture in marmo dei depositi capitolini spiccano due opere poco note provenienti dallo stadio di Domiziano: il torso della statua di Ermete che si slaccia un sandalo, visto solo nella mostra Lisippo a Palazzo delle Esposizioni nel 1995, e la testa di giovane satiro ridente coronato di pino. Tra quelle della collezione permanente dei Musei Capitolini ricordiamo il ritratto femminile della “Dama Flavia” (cd. “busto Fonseca”).

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La prima sala della mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” dedicata alla caducità della vita (foto Monkeys video Lab)

Prima opera e icona dell’esposizione, a Leiden come a Roma, è il celebre ritratto di Domiziano conservato nei Musei Capitolini. Da esso parte il percorso espositivo, articolato in 15 sale e sviluppato lungo cinque grandi tematiche: Domiziano, imperatore e caro agli dei; l’esaltazione della gens Flavia e la propaganda dinastica; i luoghi privati di Domiziano, dalla casa natale sul Quirinale al palazzo imperiale sul Palatino e alla villa di Albano; l’intensa attività costruttiva a Roma; l’impero protetto dall’esercito e retto dalla buona amministrazione. La statua del Genio di Domiziano è al centro della prima sala, dedicata alla caducità della vita, rappresentata idealmente da ritratti infantili, allusivi all’imperatore e al figlioletto morto prematuramente, e dalla vetrina “del tempo della vita”: sul quadrante di un orologio, soluzione concettuale e visiva per far percepire con immediatezza lo scorrere veloce ed inesorabile del tempo, otto oggetti-simbolo simboleggiano i momenti cruciali della vita dell’imperatore, indicati dal pugnale-lancetta che ucciderà Domiziano. La galleria dei ritratti mostra l’evoluzione dell’iconografia di Domiziano nel tempo. Accompagnano l’imperatore il padre Vespasiano e il fratello Tito, nonché le Auguste Giulia figlia di Tito e Domizia Longina, le cui ricercate acconciature sono emulate dalle dame di età flavia, ma anche la sua familia allargata, composta da liberti e schiavi. Alla damnatio memoriae decretata dal Senato all’indomani del suo assassinio riportano invece due iscrizioni e una moneta, sulle quali il suo ricordo è stato cancellato.

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Dettaglio del modellino dell’arco di Tito nella mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” (foto Monkeys video Lab)

Il concetto di continuità dinastica dominò gran parte delle azioni di Domiziano, arrivando all’esaltazione della gens Flavia attraverso l’erezione di archi onorari al fratello divinizzato e, sul luogo in cui sorgeva la casa natale, mediante la costruzione del Templum Gentis Flaviae, monumento di ripresa ma anche di rottura con il luogo e con la tradizione del Mausoleo di Augusto. L’eccezionale testa colossale di Tito divinizzato e i frammenti del Dono Hartwig mostrano la maestosità concettuale e dimensionale del complesso templare dedicato alla famiglia Flavia. La tematica dei luoghi privati dell’imperatore prende avvio dal contesto del Quirinale, il colle sul quale Domiziano nacque, per arrivare alla grandiosità architettonica e decorativa delle ville fuori Roma e, soprattutto, del Palazzo imperiale sul Palatino, opera dell’architetto Rabirio. È questo il luogo dove l’imperatore appariva come dominus e dove l’opulenza e il lusso flavio maggiormente si esprimono, grazie a nuovi linguaggi architettonici e decorativi, che ricorrono al massiccio impiego di marmi colorati.

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Lo spazio video immersivo nella mostra “Domiziano imperatore. Odio e amore” (foto Monkeys video Lab)

Il percorso attraverso i luoghi pubblici domizianei illustra l’intensa attività edilizia sviluppata sia nella ricostruzione degli edifici distrutti dall’incendio dell’80 d.C. sia nella realizzazione di nuovi monumenti funzionali alla propaganda imperiale. Tra questi il Foro Transitorio, costruito da Domiziano ma inaugurato dal successore Nerva, e la progettazione di una sistemazione urbanistica dell’area tra Quirinale e Campidoglio attraverso lo sbancamento della sella montuosa che univa i due colli. Sarà possibile avere la percezione di questo intervento attraverso un video immersivo realizzato appositamente per la mostra e destinato a diventare uno dei prodotti della comunicazione del Museo dei Fori Imperiali. Negli edifici per gli spettacoli (Stadio, Odeon, Anfiteatro Flavio) si manifestava maggiormente il consenso popolare; l’impressione e l’atmosfera che essi suscitavano nel pubblico sono evocate dal calco del sepolcro di Quinto Sulpicio Massimo, morto a 11 anni, la cui iscrizione ricorda la brillante partecipazione del bambino prodigio al terzo agone capitolino di poesia greca, e dalla moneta in bronzo con l’effigie del rinoceronte, mai visto a Roma prima dei giochi nell’Anfiteatro voluti da Domiziano. Nella sezione su Domiziano “fuori da Roma, fuori dai confini”, introdotta dalla pianta dell’Impero, sono affrontati il rapporto con l’esercito e l’attività edilizia e monumentale nelle città e nei territori dell’impero, conferma di una coesione non solo militare ma anche sociale.

Archeologia in lutto. È morto a 60 anni Marcello barbanera, professore di Archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Sapienza di Roma. Si è interessato di storia dell’archeologia, scultura greca, metodologia della storia dell’arte, storia del collezionismo, archeologia della Magna Grecia, museografia. Il ricordo di colleghi, allievi e appassionati

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Il prof. Marcello Barbanera. Era professore di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università La Sapienza di Roma

Archeologia in lutto. L’università La Sapienza di Roma è in lutto. È morto il 10 aprile 2022, a Roma, a sessant’anni, Marcello Barbanera, professore di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso il Dipartimento di Scienze dell’Antichità di Sapienza Università di Roma e presidente del Polo museale dell’ateneo. Molto noto anche tra gli appassionati per il suo “Storia dell’archeologia classica in Italia” (Laterza, 2015), un libro fondamentale per inquadrare lo sviluppo della disciplina in Italia.

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Il prof. Marcello barbanera dal 2016 era direttore del museo dell’Arte classica di Roma La Sapienza

Il Dipartimento di Scienze dell’Antichità esprime la commozione e il cordoglio di tutti i suoi membri per la prematura e tragica scomparsa di Marcello Barbanera, professore di Archeologia classica e Direttore del Museo di Arte Classica. Marcello Barbanera ha insegnato dal 2005 Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso il Dipartimento, dove, nel 1991, era diventato conservatore della Gipsoteca’ archeologica, curandone il progetto di restauro e divenendo poi Direttore del Museo dellArte Classica dal 2016 che oggi, 11 aprile 2022, interrompe le sue attività in segno di lutto. Dal 2019 ha diretto lo scavo archeologico di Elaioussa Sebaste (Turchia) e ha assunto le funzioni di Presidente del Polo Museale. In plurime occasioni ha ricoperto il ruolo di coordinatore scientifico di rilevanti progetti nazionali e internazionali, tra gli altri le celebrazioni del bimillenario per la morte di Cesare Germanico e la trasformazione in museo della villa dei mosaici di Spello. “Con la sua scomparsa viene meno non solo un collega, ma anche una figura di riferimento primaria – non solo in Sapienza – per la storia dell’arte e dell’archeologia, per lo studio dell’antico e della sua ricezione, un dotto studioso distintosi per la vasta e raffinata cultura, la cui eredità scientifica non mancherà di suscitare nuove indagini e approfondimenti nei settori esplorati durante la sua lunga e poliedrica carriera.

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La copertina del libro “Storia dell’archeologia classica in Italia” di Marcello Barbanera

Marcello Barbanera si era specializzato a Roma in Storia dell’arte antica. Ha trascorso soggiorni di studio a Parigi con Alain Schnapp (La Sorbonne 1997), è stato borsista a Berlino con Adolf H. Borbein (Alexander von Humboldt Stiftung, Freie Universität 1998 e 2005) e a New York (The Italian Academy, Columbia University 1999). Visiting professor a Parigi (Ecole des Hautes Etudes 1997 e Institut d’Histoire de l’Art 2006), è stato nel 2008 Kress Lecturer per l’Archaeological Institute of America, di cui era membro. Era socio corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico. Fellow del Morphomata Kolleg di Colonia (2012-13). La sua attività di ricerca è stata orientata verso la storia dell’archeologia, la scultura greca, la metodologia della storia dell’arte, la storia del collezionismo, l’archeologia della Magna Grecia, la museografia, la ricezione dell’antico e la definizione di arte nella società greca. Tra le sue pubblicazioni: “Il Guerriero di Agrigento” (1995), “Il Museo dell’Arte classica” (1995); “L’Archeologia degli Italiani” (1998); “Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un grande archeologo” (2003); “Original und Kopie” (2006); “Collezione di antichità di Palazzo Lancellotti ai Coronari. Archeologia, Architettura, Restauro” (2008); “Relitti riletti. Trasformazione delle rovine e identità culturale” (2009); “Memoria. Cultura e Costruzione del ricordo nelle società del Mediterraneo e del Vicino oriente antico” (2010); “Originale e copia nell’arte antica” (2011); “Il Museo impossibile. Storie archeologiche: istituzioni, uomini, idee”, Roma 2012; “The Envy of Daedalus. Essay on the artist as murderer”, Köln (2013); “La forza delle rovine” (2015); “L’archeologia come strumento di coscienza civica. Paolo Orsi e Armando Lucifero pionieri della ricerca archeologica in Calabria” (2015); “Figure del corpo nell’arte antica” (2016); “Figure del corpo nel mondo antico” (2018); “Il classico si fa pop di scavi, copie e altri pasticci. Catalogo della mostra (Roma, 13 dicembre 2018-7 aprile 2019)” (2019); “Germanico Cesare a un passo dall’Impero” (2021). E naturalmente, come si diceva, “Storia dell’archeologia classica in Italia” (2015).

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Il prof. Marcello Barbanera è morto a 60 anni

Unanime il cordoglio espresso dal mondo accademico, da molti allievi e da quanti hanno avuto modo di conoscere il prof. Marcello Barbanera in frequenti conferenze e incontri pubblici. “Oggi per me è un giorno triste – scrive un suo ex allievo Igor Baglioni – per tanti motivi, non da ultimo per la scomparsa di una persona speciale che è stata tra quelli che in passato mi hanno indicato la strada che, da spaesata matricola che si aggirava smarrita per i corridoi del Museo dei Gessi, in Sapienza, mi ha portato ad essere lo studioso che sono oggi. Le brutte notizie non giungono mai sole. Addio Marcello Barbanera. Che la terra ti sia lieve”. Gli fanno eco la professoressa Tiziana Pascucci: “Oggi è un giorno triste per Sapienza Università di Roma e per chi ha avuto la fortuna di conoscere Marcello Barbanera. Riposa in pace”. L’archeologo Andrea Camilli: “Un pensiero a Marcello Barbanera e ai pomeriggi di oltre trenta anni fa, passati in biblioteca di archeologia alla Sapienza a parlare (di archeologia, ma soprattutto di cani)… sit tibi terra levis”. Il professor Giuliano Volpe: “Che notizia tragica! una tristezza infinita, un dolore enorme, un caro amico da tantissimi anni, un collega coltissimo e sensibile”. Il professor Massimiliano Valenti: “Un signore, conosciuto quando facevamo l’università (ha un paio d’anni più me), in contatto nel corso degli anni per alcune notizie reciproche e, più recentemente, per il prestito di alcuni reperti per la mostra di Brescia sulla Vittoria. E quest’estate per una sua conferenza a Otricoli. Una triste tragedia”. Anche il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini e lo staff del Mann esprimono cordoglio per la scomparsa di Marcello Barbanera, insigne studioso e sapiente divulgatore, che lascerà un grande vuoto nel mondo dell’archeologia e non solo. E il direttore del parco archeologico di Ostia antica, Alessandro D’Alessio, nell’apprendere con infinita tristezza e sgomento della scomparsa di Marcello Barbanera, scrive: “Ciao Marcello, vola altissimo il tuo pensiero cristallino sopra le nostre misere vicende”. Mentre la direzione del parco archeologico del Colosseo ricorda il professore della sapienza ripubblicando un suo intervento nell’ambito dei Dialoghi in Curia (vedi Facebook). Infine noi lo vogliamo ricordare riproponendo una bella intervista che Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, ha fatto al prof. Marcello Barbanera nell’estate 2019 ad Aquileia, nell’ambito dell’Aquileia Film Festival 2019, organizzato dalla Fondazione Aquileia con Archeologia Viva e Firenze ArcheoFilm.

“100 opere tornano a casa”. Grazie al progetto del Mic il Gladiatore Giustiniani, conservato al parco archeologico di Ostia antica, è tornato nella sua “casa”: Villa Giustiniani a Bassano Romano (Vt)

La presentazione del gruppo scultoreo del “Gladiatore Giustiniani” a Villa Giustiniani di Bassano Romano (Vt) (foto mic)
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L’arrivo a Villa Giustiniani di Bassano Romano (Vt) del “Gladiatore Giustiniani” dal parco archeologico di Ostia antica (foto mic)

Il “Gladiatore Giustiniani” è tornato a casa a Villa Giustiniani di Bassano Romano, in provincia di Viterbo, e dal 22 gennaio 2022 è in esposizione nella Sala di Amore e Psiche nel piano nobile di Villa Giustiniani. L’iniziativa rientra nel progetto “100 opere tornano a casa” presentato dal ministro della Cultura, Dario Franceschini, a dicembre scorso a Palazzo Barberini, per dare visibilità e valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali e per promuovere i musei più piccoli, periferici e meno frequentati. Così Il “Gladiatore Giustiniani”, conservato nei depositi del parco archeologico di Ostia antica, è tornato nella sua “casa” di Bassano Romano a Villa Giustiniani, il luogo dal quale proveniva e dove, in passato, decorava la grande vasca del parco. Alla presentazione dell’opera erano presenti: Emanuele Maggi, sindaco di Bassano Romano; Danilo Ottaviani, vicecomandante del Nucleo Carabinieri tutela patrimonio culturale; Federica Zalabra, direttrice di Villa Giustiniani; Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica.

Il torso del Gladiatore Giustiniani ritornato a Villa Giustiniani di Bassano Romano (Vt) (foto mic)

L’opera è un pastiche tardo rinascimentale, composta da frammenti antichi e moderni riuniti e fatti integrare dal marchese Giustiniani secondo il gusto del tempo: una testa di leone e un antico torso romano. In origine, la parte romana, di cui resta il torso, raffigurava il dio Mitra che uccide il toro. Mitra teneva fermo l’animale poggiandogli sul dorso un ginocchio, con la mano sinistra tirava verso di sé la testa e con la destra era pronto a colpire con un coltello.

La loggia del piano nobile di Villa Giustiniani a Bassano Romano (Vt) (foto mic)

Con l’aspetto di un gladiatore che uccide un leone, invece, si presentava nel Seicento. In un gladiatore che uccide un leone, infatti, si era voluto trasformare nel Seicento l’antico torso di Mitra conservato nella collezione del marchese Vincenzo Giustiniani, poi riutilizzato come ornamento per la grande vasca nel parco della villa a Bassano Romano.

Il gruppo del Gladiatore Giustiniani ricomposto nella sala di Psiche e Amore di Villa Giustiniani a Bassano Romano (Vt) (foto mic)

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Nel corso del Novecento, la statua fu smembrata e i pezzi venduti separatamente sul mercato antiquario. Il torso antico è stato poi recuperato dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale al Getty Museum di Malibù e restituito all’Italia nel 1999, mentre la testa del leone è stata ritrovata nella Villa Capo di Bove, oggi parte del parco archeologico dell’Appia antica (vedi Alla mostra “Archaeology and Me” a Palazzo Massimo a Roma per la prima volta insieme due dei tre pezzi trafugati del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani | archeologiavocidalpassato). Dopo il recupero, entrambe le sculture sono state conservate al parco archeologico di Ostia: qui si trova anche un’altra scultura, raffigurante “Mitra che uccide il toro”, attribuita allo scultore neoattico Kriton, di cui il torso Giustiniani sarebbe una replica. 

Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici

L’archeologa Fedora Filippi, la “signora della Domus Aurea” (foto PArCo)

Archeologia in lutto: il 5 gennaio 2022 è morta, a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. “È nella luce soffusa della Domus Aurea, fra i meravigliosi colori che la adornano che vogliamo ricordare Fedora Filippi”, scrivono archeologi ed archeologhe del parco archeologico del Colosseo. “Oggi ci ha lasciato una grande archeologa, di grande intelligenza ed energia. Non solo una collega, una guida illuminata e solerte, un’amica sensibile. L’abbiamo amata per la sua tenacia, l’abbiamo stimata per la sua professionalità e cultura. Quello che lei ha iniziato abbiamo il dovere di portarlo a termine. Ciao, cara Fedora”. “Intelligente e riservata, scrupolosa negli studi e nella comunicazione, ma allo stesso tempo generosa e dotata di una fine ironia che riservava alle persone che riuscivano a farle breccia nel cuore”: così la descrivono quanti hanno avuto modo di lavorare con lei o semplicemente di conoscerla.

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Alessandro D’Alessio è il nuovo direttore del parco archeologico di Ostia antica

“È con sommo sconforto e profonda tristezza che apprendo della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di chiara fama, in forze fino a pochi anni or sono alla gloriosa Soprintendenza Archeologica di Roma”, scrive Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica, già archeologo del parco archeologico del Colosseo e responsabile scientifico della Domus Aurea. “Responsabile per lungo tempo della Domus Aurea, dove ha avuto l’enorme merito di avviare l’impegnativa opera di messa in sicurezza e risanamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi di uno dei monumenti più importanti e delicati della città, e ancora della ricerca e tutela nell’area del Campo Marzio, cui ha pure dato un contributo di primo piano, Fedora è stata una studiosa di altissimo livello e un Funzionario esemplare del nostro Ministero. Personalmente mi mancherà sempre il confronto con la sua intelligenza e lungimiranza. A nome mio e di quello che fu lo staff della Domus Aurea sotto la sua e poi mia responsabilità, esprimo a Henner, ai familiari e agli amici tutti di Fedora le mie più sentite condoglianze e il rammarico per la gravissima perdita”.

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Daniela Porro, soprintendente speciale ABAP di Roma

Cordoglio per la prematura scomparsa dell’archeologa Fedora Filippi è stato espresso anche dalla soprintendenza speciale di Roma. “Con profonda tristezza”, scrivono il soprintendente Daniela Porro e gli archeologi della Sabap Roma, “apprendiamo la notizia della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di fama internazionale e fino a pochi anni fa in servizio presso la soprintendenza Archeologica di Roma e nostra apprezzata e stimata collega. Fine studiosa e eccellente archeologa, Fedora ha dedicato la sua carriera lavorativa alla salvaguardia, allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale di Roma, dedicandosi in particolare alla tutela dell’area centrale. Prima fra tutte va ricordata la sua attività come direttore della Domus Aurea dove ha portato avanti la messa in sicurezza e il restauro del monumento e, con la consueta lungimiranza, ne ha reso partecipe il grande pubblico in tempo reale.

L’archeologa Fedora Filippi (foto sabap roma)
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La copertina del libro “HORTI ET SORDES. Uno scavo alle falde del Gianicolo”

Responsabile della tutela archeologica delle aree di Campo Marzio e Trastevere, è stata autrice di scoperte archeologiche di grande importanza, come le scuderie imperiali di via Giulia, il complesso sotto la Rinascente in via del Tritone, gli Horti alle falde del Gianicolo, solo per ricordarne alcune e che spesso sono confluite in pubblicazioni scientifiche di grande spessore come “Horti et sordes. Uno scavo alle falde del Gianicolo” del 2008 e “Campo Marzio. Nuove ricerche” del 2016. Nella sua attività – continuano – ha sempre messo in primo piano anche la divulgazione, curando mostre di grande impatto e respiro e che testimoniano il suo interesse e curiosità anche per argomenti diversi, come “I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi” del 2005, “Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi un architetto per l’archeologia” del 2007, “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima della fotografia a colori” del 2009. Durante gli anni in Soprintendenza ha curato anche la sistematizzazione e informatizzazione dei dati dell’archivio storico archeologico, organizzandoli in una banca dati consultabile on-line e ha coordinato l’attività di tutela nell’area centrale. Per tutti noi suoi colleghi, quella di Fedora, è una grande perdita e ci mancheranno molto la sua intelligenza, la sua preparazione e la sua amicizia e affettività. Ai familiari e agli amici le nostre più partecipate condoglianze”.

L’archeologa Fedora Filippi a Beirut durante la missione archeologica (foto ilmitte)

Un personalissimo ricordo l’ha scritto la giornalista Lucia Conti, direttore de “Il Mitte”, il primo quotidiano online per gli italiani all’estero, inaugurato il 7 maggio 2012 a Berlino. “Per me questa donna dalla mente eccelsa – scrive Lucia Conti – era soprattutto Fedora, o Fedi. L’ho conosciuta per la prima volta a casa dell’amica comune Amelia Massetti, persona straordinaria che tanto le è stata vicina, fino all’ultimo giorno. Ricordo il suo sorriso, la sua eleganza e ricordo il fatto che ci venne naturale chiacchierare. Parlammo del lavoro, delle incombenze del momento, della serata piacevolissima che stavamo vivendo, di cose poco importanti e importantissime, nello schema generale della vita. Il legame si creò subito. Ebbi la grande fortuna e l’onore di essere oggetto della sua stima”. E continua: “Ricordo la sua timidezza, le sue mani che quasi tremavano, la riservatezza estrema che questa donna così elegante e delicata mostrava quando si trattava di venire avanti anche in prima persona, e non solo attraverso i risultati del suo eccellente lavoro. Laddove molti rivendicano titoli e spazi con tracotanza, a volte anche a gomitate, lei nascondeva i suoi successi come se fossero colpe. Però era sempre pronta a farsi violenza e a vincere se stessa, quando si trattava di esporsi per una causa giusta. A casa sua ebbi modo di scorrere alcune tra le sue innumerevoli pubblicazioni scientifiche, che l’avevano resa una star dell’archeologia. E quanto si imbarazzerebbe, se leggesse oggi queste mie parole! Scoprii anche che aveva lavorato a Beirut, con grande successo e in condizioni di estremo pericolo. Ogni tanto spuntava fuori un tassello di quel meraviglioso mosaico che è stata la sua vita professionale e quando accadeva era bellissimo restare in silenzio, a imparare”. Conclude Lucia Conti: “Sinceramente prostrata dalla notizia, mi unisco a chi la amava, è l’unica cosa che posso fare. Quindi abbraccio con tutto il cuore innanzitutto la famiglia, il marito Henner, che è stato straordinario in momenti terribili, e Federica, gemella di Fedora, che sono stata felicissima di conoscere, anche se in circostanze davvero tristi. Fedora è andata via in una giornata uggiosa. Il giorno dopo è spuntato il sole e domina il suo ricordo, più luminoso di quanto sia questo spicchio di luce a cui sto anche dando le spalle. Voglio immaginarla immersa nelle cose che amava: leggere, studiare, viaggiare, esplorare il passato del mondo, le sue passeggiate nel bosco, la purezza assoluta dei monti e i soggiorni in famiglia sul Baltico, quando c’è sole, ma fa ancora freddo”.

Firenze. Conto alla rovescia per la settima edizione di TourismA 2021, il salone dell’Archeologia e del Turismo culturale. Ecco qualche appuntamento spulciato dal ricco programma di tre giorni di eventi e incontri

Il Palacongressi di Firenze gremito per TourismA 2020 (foto AV)

firenze_tourisma_foto-archeologia-vivaOrmai ci siamo. È iniziato il conto alla rovescia. Mancano una decina di giorni alla settima edizione di TourismA 2021, il salone dell’Archeologia e del Turismo culturale in scena al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 17 al 19 dicembre 2021, per un’immersione totale nella storia e nelle testimonianze del passato: decine di incontri e centinaia di relatori, dalle grandi scoperte alle proposte di musei e parchi, dall’arte all’ambiente ai borghi e siti Unesco, ai nuovi itinerari, alle tecnologie d’avanguardia. Ingresso gratuito. Verifica green pass e registrazione obbligatoria all’ingresso (vedi modalità di accesso). Prenotazioni solo per le scuole. Novità e grandi ritorni tra i “big”: Franco Cardini, Andrea Carandini, Louis Godart, Giuliano Volpe, Cristoforo Gorno, Giorgio Manzi, Massimo Osanna, Mario Tozzi, Paolo Giulierini, Alberto Angela… E per i più piccoli i laboratori di archeologia sperimentale (prenotazione diretta). Importante appuntamento per il turismo culturale: spazi espositivi e proposte di valorizzazione / promozione sono al centro di “tourismA 2021” con Stand e Box poster di operatori e agenzie turistiche, parchi, poli museali, editoria e università; Buy Cultural Tourism. A “tourismA 2021” il 4° Workshop del Turismo Culturale riservato a buyers e sellers; viaggi di cultura e archeologia. Programmi di viaggio con interventi dei vari curatori scientifici nella Rassegna di itinerari turistico-culturali. Vediamo qualche proposta di TourismA 2021, spulciando nel ricco programma.

Il sassofonista Stefano Cocco Cantini (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 9.15, Auditorium: LA MUSICA PERDUTA DEGLI ETRUSCHI. Grande ritorno a “tourismA 2021” del sassofonista Stefano “Cocco” Cantini e dell’etruscologa Simona Rafanelli. I due esperti apriranno il XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva nel grande auditorium del Palacongressi di Firenze.

L’area archeologica di Cirene in Libia (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 11.45, sala Onice: RITORNO IN LIBIA. La settima edizione di “tourismA” si apre con il convegno ITER sulla ricerca italiana all’estero nel ricordo del suo ideatore Ettore Janulardo. Fra i relatori è Oscar Mei (Università di Urbino) direttore della Missione a Cirene e Tripoli con un intervento su “Archeologia in Libia (dopo dieci anni di guerra)”.

Il sito preistorico di Poggetti Vecchi frequentato dall’uomo di Neanderthal e da elefanti (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 12.00, Auditorium: NEANDERTHAL VS ELEFANTI. A “tourismA” l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria presenta la mostra virtuale “170.000 anni fa a Poggetti Vecchi. Neanderthal ed elefanti nella Maremma toscana, la sfida del clima” con una spettacolare “visita guidata” sul grande schermo dell’auditorium del Palacongressi di Firenze.

Il parco archeologico di Ostia antica presente alla settima edizione di TourismA (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 14.15, sala Onice: OSTIA ANTICA Il Parco archeologico: patrimonio culturale, società e territorio: dal ruolo del parco alle opportunità per il territorio di Fiumicino, dal nuovo museo delle Navi al marchio europeo del Patrimonio.

Ricerche archeologiche subacquee nei fondali pugliesi (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 15.00, Auditorium: LA PUGLIA E IL MARE. Un nuovo centro di ricerche per conoscere e valorizzare i paesaggi costieri e subacquei: ne parlano a “tourismA” Rita Auriemma, Luigi De Luca, Danilo Leone, Maria Turchiano e Giuliano Volpe, nell’ambito del XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva.

Ricostruzione del forno preistorico per la produzione di rame sul passo Redebus ad Acqua Fredda (foto AV)

17 dicembre 2021, alle 15.40, sala Limonaia: TURISMO NELLA PREISTORIA. A tourismA 2021, convegno dell’IIPP sulle potenzialità turistiche delle aree preistoriche. Spettacolari i casi di studio in programma, fra cui il sito di Passo Redebus in Trentino con forni per la produzione del rame presentati da Franco Marzatico e Luisa Moser.

Panorama del Montenegro (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 9.40, Auditorium: BERE E FUMARE AI CONFINI DELL’IMPERO. A “tourismA 2021” convegno SCAVARE IL PRESENTE a cura di Giuliano Volpe. Interviene fra gli altri Sauro Gelichi: “Tabacco e caffè in una città del Montenegro in età moderna”.

Lo scavo di Campo 65 di Altamura in Puglia (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 10.00, Auditorium: SCAVARE IL PRESENTE. In Puglia il Campo 65 di Altamura: prima campo di prigionia, poi campo di addestramento di partigiani titini, infine campo profughi. Ne parlerà Giuliano De Felice (Università di Bari) a “tourismA” nell’ambito del convegno “Scavare il presente” curato da Giuliano Volpe e dallo stesso De Felice.

L’iscrizione rupestre di età romana a Trenčín in Slovacchia (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 10.00, sala Onice: LA SLOVACCHIA A TOURISMA. Clima, Patrimonio Unesco, i confini dell’Impero romano sul Danubio centrale e una storia nascosta: la veduta di Bratislava in Palazzo Vecchio.

Il laboratorio dell’Opificio delle Pietre dure a Firenze (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 10.20, sala Verde: CONSERVARE IL PATRIMONIO. Marco Ciatti, soprintendente Opificio delle Pietre Dure, e James Bradburne, direttore Pinacoteca di Brera, sono in programma a “tourismA 2021” nel convegno “Conservare e valorizzare il patrimonio culturale” a cura 4CH.

Cristoforo Gorno, autore e conduttore televisivo: a lui è stato assegnato il premio Francovich 2021 (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 12.00, Auditorium: RAVENNA E GORNO PREMIATI A TOURISMA. Il Premio “R. Francovich” 2021, per la comunicazione museale e la divulgazione del Medioevo, attribuito dalla SAMI – Società Archeologi Medievisti Italiani, è andato al Museo Classis Ravenna, realizzato dalla Fondazione RavennaAntica, e all’autore e conduttore televisivo Cristoforo Gorno. Il prestigioso riconoscimento verrà consegnato dal presidente SAMI prof. Paul Arthur nell’ambito del prossimo “tourismA”.

Particolare della Colonna Traiana a Roma (foto AV)

18 dicembre 2021, alle 16.20, Auditorium: TRAIANO PRINCIPE IDEALE. Ne parlerà a “tourismA” il professor Livio Zerbini presentando il suo ultimo libro nell’ambito del XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva.

Scavo archeologico di un sito indigeno in Corsica (foto AV)

19 dicembre 2021, alle 9.30, sala Onice: CORSICA INDIGENA. Domenica 19 dicembre l’Università e la Collettività di Corsica organizzano a “tourismA” (Palacongressi di Firenze) un convegno su “Mobilità e contatti nel Tirreno durante il I millennio a.C.”.

Copertina del libro “L’ultimo Neanderthal racconta. Storie prime della storia” (Il Mulino) di Giorgio Manzi

19 dicembre 2021, alle 11.30, Auditorium: L’ULTIMO NEANDERTHAL. Ne parlerà Giorgio Manzi, paleoantropologo alla Sapienza Università di Roma, nell’ambito del XVII Incontro Nazionale di Archeologia Viva.

Simona Rafanelli, direttrice del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, all’inaugurazione della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” (foto MArTa)

19 dicembre 2021, alle 14.30, sala Onice: TARAS E VATL, Città di mare e antichi porti del Mediterraneo. Simona Rafanelli, direttore museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttore museo Archeologico nazionale di Taranto, parlano del progetto culturale Taras e Vatl, delle due mostre rispettivamente a Vetulonia e Taranto, e del convegno al MArTa.

Alberto Angela e Piero Pruneti a TourismA 2020 (foto AV)

19 dicembre 2021, alle 17.00, Auditorium: ALBERTO ANGELA. Come da tradizione, il divulgatore scientifico e scrittore, Intervistato da Piero Pruneti direttore di Archeologia Viva, chiuderà l’Incontro Nazionale di Archeologia Viva. Ma quest’anno, l’intervento non sarà in presenza ma da remoto a evitare rischi di contagio per probabili assembramenti.

Roma. All’Ara Pacis presentazione del libro “Aqua Traiana. Le indagini fra Vicarello e Trevignano Romano. Nuove acquisizioni e prospettive di studio sull’acquedotto Traiano-Paolo”. Prenotazione obbligatoria e Green Pass

Un tratto dell’acquedotto Traiano (Aqua Traiana) a Roma (foto sovrintendenza capitolina)
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Copertina del libro “Aqua Traiana” (Gangemi Editore)

Venerdì 19 novembre 2021, alle 17, l’auditorium del Museo dell’Ara Pacis ospita la presentazione del libro “Aqua Traiana. Le indagini fra Vicarello e Trevignano Romano. Nuove acquisizioni e prospettive di studio sull’acquedotto Traiano-Paolo” (Gangemi Editore), a cura di Francesco Maria Cifarelli e Marina Marcelli. L’iniziativa è promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Il volume presenta, in particolare, i risultati del ‘Progetto Pilota’, realizzato fra il 2019 e il 2021 nella zona di Vicarello, presso Trevignano Romano, primo step di un più ampio programma di documentazione dell’intero acquedotto condotto dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con ACEA SpA. Ingresso libero fino a esaurimento posti. Prenotazione obbligatoria allo 060608 (tutti i giorni 9-19). Nel rispetto delle misure di prevenzione sanitaria per l’accesso al Museo è necessario essere muniti di una delle certificazioni verdi Covid19 Green Pass (in formato digitale o cartaceo) e sottoporsi alla misurazione della temperatura, che dovrà essere inferiore ai 37.5°. È obbligatorio l’uso della mascherina. All’interno del museo è necessario mantenere la distanza di sicurezza ed evitare assembramenti. Porgeranno i saluti per la sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali la sovrintendente, Maria Vittoria Marini Clarelli e, per ACEA SpA,  Giovanni Papaleo, Chief Operating Office. Presenteranno i contenuti scientifici del volume Alessandra Ten, professoressa di Rilievo e Analisi tecnica dei Monumenti antichi al dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’università di Roma “Sapienza”, e Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica. Saranno presenti i curatori e gli autori.

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Il percorso dell’Aqua Traiana dal lago di Bracciano a Roma

Il progetto è stato finalizzato all’esplorazione sistematica, alla documentazione e allo studio di un tratto campione dell’acquedotto, ma anche a testare le metodologie di lavoro in un teatro operativo di estrema complessità, quale quello degli angusti condotti sotterranei di un acquedotto funzionante. È stato così esplorato e documentato nel dettaglio un tratto di circa un chilometro del condotto principale, in un punto nel quale su questo affluiscono tre importanti e ramificati bracci di captazione, quello di Vicarello, quello delle Sette Botti e, da ultimo, il lunghissimo braccio della Calandrina.

L’acquedotto Traiano-Paolo, interamente di proprietà di Roma Capitale e in gestione ad ACEA SpA, costituisce, per l’incredibile stato di conservazione funzionale delle strutture antiche, un caso assolutamente eccezionale. Fu costruito dall’imperatore Traiano nel 109 d.C. per rifornire Trastevere e, caduto in parziale abbandono nel medioevo, fu riattivato dagli ingegneri pontifici sotto papa Paolo V nel 1612, in funzione dello sviluppo del complesso del Vaticano. L’acquedotto è alimentato da un articolato sistema di captazione delle sorgenti del bacino del lago di Bracciano da cui, con un percorso di oltre 57 km, giunge a Roma sul Gianicolo, al celebre ‘Fontanone’, la mostra monumentale realizzata da Giovanni Fontana per il nuovo acquedotto Paolo. Dal Gianicolo, attraverso una rete di condotti sotterranei, l’acqua è distribuita fino al centro storico, alimentando le più celebri fontane monumentali. Un ramo dell’acquedotto ancora oggi rifornisce lo Stato di Città del Vaticano con le sue 100 fontane. La sua straordinaria importanza, fino a tempi recentissimi assolutamente non compresa, sta riemergendo prepotentemente grazie all’impegno della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e di ACEA SpA, che hanno concordato un programma di ricerca volto alla conoscenza dell’intero sistema idraulico. Risultato di tale progetto, condotto in collaborazione con il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio e con l’Associazione Roma Sotterranea, è una documentazione di dettaglio probabilmente senza precedenti, pubblicata integralmente nel volume presentato, che mostra l’incredibile stato di conservazione e funzionalità dei condotti e dei sistemi di captazione di età Traianea: ne è risultata la preziosissima immagine di un acquedotto antico ancora in uso, che restituisce all’Aqua Traiana il valore della sua unicità e della sua rilevanza storico-archeologica, solo oggi pienamente compresa.