Al Web Marketing Festival di Rimini il PArCo ha presentato il video “La piattaforma WebGis delle superfici pavimentali, musive e marmoree del Parco archeologico del Colosseo”: il GIS per monitorare e documentare il degrado dei pavimenti musivi e marmorei del Foro Romano e del Palatino

Il parco archeologico del Colosseo ha partecipato al Web Marketing Festival “We Make Future”, il Festival dell’Innovazione Sociale e Digitale, che si è tenuto a Rimini dal 15 al 17 luglio 2021, presente allo stand dell’Istituto centrale per la Digitalizzazione del Patrimonio culturale – Digital Library, in collaborazione con il Segretariato generale del ministero della Cultura (MiC). Seguendo la mission di coordinare, valorizzare e promuovere i processi di digitalizzazione del patrimonio culturale, la Digital Library ha presentato al pubblico, insieme ai protagonisti delle iniziative, alcune delle migliori esperienze di utilizzo delle tecnologie digitali da parte degli Istituti del MiC. Tra queste il video informativo del parco archeologico del Colosseo “La piattaforma WebGis delle superfici pavimentali, musive e marmoree del Parco archeologico del Colosseo” sull’utilizzo del Sistema Informativo Geografico per monitorare e documentare l’indice di danno e degrado delle superfici pavimentali musive e marmoree del Foro Romano e del Palatino.
Il WebGis delle superfici pavimentali, musive e marmoree del Parco archeologico del Colosseo. “Nel 2018”, spiega Federica Rinaldi, responsabile del Colosseo e del progetto WebGis, “il parco archeologico del Colosseo ha avviato un progetto di monitoraggio e manutenzione programmata di tutte le superfici pavimentali, musive e marmoree, conservate al Foro romano e al Palatino. È un patrimonio di circa 200 unità pavimentali che sono conservate sia all’aperto sia all’interno degli edifici. Questa loro diversa collocazione fa sì che la risposta ai cambiamenti climatici ma anche all’usura dal calpestio del pubblico, abbia determinato diversi livelli conservativi e diversi livelli di degrado. Da un punto di vista tecnico, queste superfici pavimentali presentano varie tecniche di rivestimento: dal cementizio al tessellato all’opus sectile marmoreo. Quindi ciascuno di questi ha risposto e sta rispondendo a quelle che sono le variazioni climatiche – come dicevo – ma anche altri fattori in maniera diversa. Per poter conservare e trasmettere al futuro questo patrimonio, sia dal punto di vista della sua conservazione ma anche della sua valorizzazione, abbiamo avviato questo programma su base triennale che sta portando dei risultati molto soddisfacenti. È un programma che prevede innanzitutto delle attività ispettive quotidiane che vengono effettuate dalla ditta appaltatrice su tutte le superfici considerate e che di volta in volta, a seconda del livello conservativo, di degrado, di situazione di allarme che la ditta riscontra, può diventare un intervento di manutenzione ordinaria, che è quello a cui noi ovviamente puntiamo a lungo termine, o un intervento di manutenzione straordinaria se invece si tratta di intervenire possiamo dire quasi in emergenza. Per poter fare tutto questo, tenere sotto controllo questa grandissima mole di dati, che sono innanzitutto dati di archivio relativi agli interventi pregressi, che sono i dati archeologici, dati conservativi appunto, i dati delle attività quotidiane, abbiamo creato quasi da subito un sistema informativo, un GIS che supporta l’attività di cantiere giornalmente”. E continua: “L’aspetto principale di questo progetto è che è un progetto multidisciplinare, un progetto che coinvolge diverse professionalità, l’archeologo, l’architetto, l’informatico e ovviamente i restauratori. È uno staff che si è consolidato nel corso di questi tre anni e che vede da parte del PArCo la presenza di chi vi parla Federica Rinaldi come responsabile unico del progetto, direttore dei lavori Mària Bartoli con Alessandro Lugari, la collaborazione esterna dell’archeologa Francesca Sposito, la presenza dell’archeologo sul campo Francesca Boldrini del parco archeologico del Colosseo, e i diversi professionisti dall’informatico Ascanio Di Andrea agli architetti Mario Leante per quanto riguarda la sicurezza e Monica Cecchini. Tutte figure che come all’interno di una grande orchestra svolgono per competenza le loro attività con lo scopo di arrivare alla conservazione, alla cura e a un’adeguata valorizzazione del patrimonio musivo del PArCo”.
Roma. Il sabato al via “La Luna al Colosseo” visite guidate incentrate sulla scoperta dei sotterranei. E nei mercoledì di luglio “Tramonti al Foro” alla Casa delle Vestali

Riparte il ciclo di visite guidate “La Luna sul Colosseo” con un’edizione completamente rinnovata e, per la prima volta, sarà possibile visitare la Casa delle Vestali nel Foro Romano rischiarata dalle luci del tramonto. Queste le iniziative estive promosse dal parco archeologico del Colosseo, a partire da questa settimana.

“La Luna sul Colosseo 2021 – I Sotterranei”, il sabato dalle 20 alle 24. Da sabato 17 luglio 2021, e fino al 30 ottobre 2021, si riprende con “La Luna sul Colosseo”, in collaborazione con Electa, a partire dalle 20.10 e per gruppi di massimo 20 persone. Appuntamento annuale di grande successo che sa costantemente rinnovarsi, per questa edizione “La Luna sul Colosseo” incentra il percorso sulla scoperta dei sotterranei. Il nuovo e suggestivo itinerario è reso possibile dal recente restauro dell’intera superficie degli spazi che ospitavano belve, gladiatori e apparati scenici. PRENOTAZIONI: https://www.coopculture.it/events.cfm?id=177. Durante l’itinerario si dipana il racconto della topografia della valle dove è stato costruito il Colosseo mentre, attraversando l’area dei sotterranei, si scoprono i materiali con cui è stato costruito l’anfiteatro che hanno permesso di superare lo scorrere del tempo, le funzionalità e le regole che lo rendevano una straordinaria macchina dello spettacolo. Il percorso prosegue lungo il corridoio perimetrale al piano dell’arena passando di fronte all’Edicola della Via Crucis ricostruita con i frammenti ottocenteschi originari e si conclude sul piano stesso dell’arena, con uno straordinario affaccio sugli ipogei e con uno sguardo a 360° sull’immensità degli spalti, che accoglievano più di 60mila spettatori, disegnati nella notte dalle luci e dalle ombre delle cavità dei fornici.

“Tramonti al Foro”, mercoledì 14, 21 e 28 luglio 2021, ore 19.15-20.45. Inedita e da non perdere è l’apertura serale della Casa delle Vestali. Da mercoledì 14 luglio 2021 a partire dalle 19.20 per gruppi di massimo 20 persone, e per i restanti mercoledì di luglio (21 e 28), entrando al Foro Romano dall’Arco di Tito e percorrendo la via Sacra si giunge alla Casa delle Vestali sotto i colori dell’imbrunire. PRENOTAZIONI: https://www.coopculture.it/events.cfm?id=1802. Anche questa eccezionale apertura è possibile grazie alla conclusione di lavori di conservazione con l’allestimento degli ambienti della casa delle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città. Gli spazi adesso visitabili – tra cui spicca la stanza della macina in pietra lavica, interpretata subito dopo la scoperta come la stanza in cui le sacerdotesse di Vesta realizzavano la mola salsa, una focaccia sacra per i culti legati ai riti cui officiavano – circondano il cortile del complesso dove si erge il tempio circolare che custodiva il fuoco sacro.
Pozzuoli. All’Anfiteatro Flavio al via la rassegna di incontri “Anfiteatri Contemporanei. Dialoghi dentro e intorno al monumento”: il direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei Fabio Pagano dialoga con i responsabili di musei e parchi archeologici

Nell’ambito del nuovo percorso espositivo “Proiezioni”, inaugurato all’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli il 20 maggio scorso e visitabile fino al 26 settembre prossimo, parte la rassegna di incontri “Anfiteatri Contemporanei. Dialoghi dentro e intorno al monumento”. Il direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei Fabio Pagano dialogherà con i direttori e le direttrici di musei e parchi archeologici che tutelano alcune delle arene romane più belle e importanti al mondo. “Proiezioni” è un percorso espositivo e multimediale organizzato in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, in stretta connessione con la mostra “Gladiatori”. L’esibizione propone un racconto dei luoghi fondato sulla fusione delle suggestioni e delle informazioni veicolate da media diversi e complementari: forme scolpite del marmo, riproduzioni digitali, evocazioni sonore. (vedi Pozzuoli. All’Anfiteatro flavio il parco archeologico dei Campi Flegrei ha aperto il nuovo percorso espositivo “Proiezioni”, in stretta connessione con la mostra “Gladiatori” al museo Archeologico nazionale di Napoli: tra le arcate tornano le sculture originarie, nei sotterranei i gladiatori diventano suggestioni sonore e visive | archeologiavocidalpassato). Questo il calendario degli eventi: 15 luglio 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Gabriel Zuchtriegel, direttore generale del parco archeologico di Pompei; 22 luglio 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Federica Rinaldi, archeologa del parco archeologico del Colosseo; 29 luglio 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; 9 settembre 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Marta Ragozzino, direttrice regionale Musei Campania e Ida Gennarelli, direttrice del museo Archeologico dell’antica Capua, del Mitreo e dell’anfiteatro Campano. Gli incontri si terranno alle 18 nei sotterranei dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli a cui, tenendo conto dell’emergenza epidemiologica in corso, si accederà con ingresso contingentato. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.
Chiusa al Colosseo la grande mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”. Per l’occasione il parco archeologico del Colosseo ha presentato un video-racconto che ripercorre sezioni e opere esposte

Domenica 27 giugno 2021 si è chiusa al Colosseo la grande mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”, ideata e curata da Mario Torelli, grande archeologo recentemente scomparso. La mostra, curata nel progetto di allestimento e nella grafica da Maurizio di Puolo, è stata promossa dal Parco archeologico del Colosseo con l’organizzazione di Electa editore, e si è avvalsa della collaborazione scientifica del parco archeologico di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli. Per l’occasione il parco archeologico di Pompei ha presentato un video racconto, realizzato da Mario Cristofaro, che ripercorre tutte le sezioni e le opere attraverso le quali si è provato a restituire in maniera compiuta il complesso dialogo che lega le due realtà più famose dell’archeologia italiana, Roma e Pompei: vedi qui il video Facebook
Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nell’undicesimo appuntamento, il viaggio parte dalla Basilica di Massenzio, sulla Velia, e giunge sulla via Appia seguendo le orme dell’imperatore

Undicesimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dalla Velia, nelle immediate vicinanze del Foro Romano, più precisamente dalla Basilica di Massenzio, per giungere, seguendo le orme dell’imperatore, sulla via Appia.

Dopo aver visitato monumenti pubblici, ricche abitazioni private e chiese antiche il parco archeologico del Colosseo oggi ci porta in uno dei più grandiosi edifici della Roma imperiale: la Basilica di Massenzio. “Iniziata dall’imperatore Massenzio all’inizio del IV sec d.C.”, raccontano gli archeologi del PArCo, “la Basilica fu costruita sul luogo precedentemente occupato dagli Horrea Piperataria, realizzati durante l’età flavia, che furono magazzini del pepe e delle spezie ma anche delle droghe e medicine: sappiamo infatti che in quest’area si concentravano gli studi di famosi medici come Galeno e Arcagato”.

Della Basilica di Massenzio oggi si conserva solo la navata settentrionale, ma è sufficiente per avere un’idea della maestosità dell’edificio originario, che copriva un’area di 100×65 metri e raggiungeva 35 metri di altezza. “La copertura centrale”, spiegano gli archeologi del PArCo, “doveva essere costituita da tre immense volte a crociera rette da colonne in marmo proconnesio (l’unica superstite fu collocata nella piazza di Santa Maria Maggiore per volontà di Papa Paolo V nel 1613). Dopo la morte di Massenzio la Basilica fu completata da Costantino, e i frammenti di una statua colossale di Costantino, oggi conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori, furono ritrovati all’interno dell’edificio nel 1478. La sola testa della statua, che probabilmente in origine raffigurava Massenzio e che fu poi rilavorata, ha un’altezza di 2,60 metri”.

“La basilica fu sede di istituzioni importanti”, continuano gli archeologi del PArCo, “e diventò quasi l’organo unitario di tutta l’amministrazione della città. La posizione elevata, sulla Velia (e non nel Foro come le precedenti basiliche), si lega a quella della Prefettura urbana che in età tardo-antica occupava l’area retrostante alla basilica stessa. Le trasformazioni di fine IV sec d.C., come la costruzione della nuova abside settentrionale, testimoniano indirettamente anche il cambiamento che ci fu nelle procedure amministrative: i processi non erano più pubblici ma riservati ormai solo ai senatori; era quindi sorta l’esigenza di avere aule appartate, dove potevano riunirsi pochi partecipanti”.

“Massenzio”, ricordano gli archeologi del PArCo, “fu straordinario committente di questa opera per uso pubblico nel centro della Roma antica ma, come tutti i suoi predecessori, per godere di un po’ di tranquillità fuori città fece costruire una splendida residenza privata in un’area suburbana, tra il II e il III miglio della via Appia. Il complesso era costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico”.

Il palazzo, dai cui resti svetta l’abside dell’Aula Palatina, sorgeva su un’altura già occupata nel II sec. a.C. da una villa rustica, poi trasformata nel II secolo d. C. dal retore greco Erode Attico, che la inglobò nel Pago Triopio.

“Il monumento più noto del complesso”, spiegano gli archeologi del PArCo, “è il circo, ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. Esso si sviluppa per una lunghezza di m 512, con una spina (m 296) centrale ornata da vasche e sculture; al centro si ergeva l’obelisco in granito trasportato nel 1650 in piazza Navona per decorare la Fontana dei Fiumi di Bernini”.

Il mausoleo dinastico, di forma circolare, è noto come “Tomba di Romolo” dal nome del figlio dell’imperatore morto tragicamente nel 309 d.C. “Chiuso in un quadriportico coperto in origine da volte a crociera”, descrivono gli archeologi del PArCo, “il sepolcro è a pianta circolare ed era preceduto da un accesso monumentale. Della costruzione, che si sviluppava su due livelli, si conserva solo la cripta mentre al posto del pronao d’ingresso è oggi la palazzina Torlonia, trasformazione di un precedente casale agricolo settecentesco. Agli inizi dell’Ottocento l’area venne infatti acquisita dalla famiglia Torlonia e annessa alla vasta tenuta della Caffarella; nel 1825 ebbero inizio gli scavi sistematici del complesso”.

Informazioni per la visita: sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali – Villa di Massenzio, via Appia Antica 153. Ingresso gratuito dal martedì alla domenica (ore 10-16); la biglietteria chiude mezz’ora prima. Chiuso il lunedì, 1° gennaio, 1° maggio e 25 dicembre. Informazioni su www.villadimassenzio.it e allo 060608.
Roma. Dal 6 luglio il percorso di visita al Foro Romano si arricchisce del settore SE dell’Atrium Vestae, la Casa delle Vestali, con un nuovo allestimento museale

Con il nuovo allestimento museale per gli ambienti occupati dalle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città e di altri riti connessi con il culto domestico, si ampliano gli spazi espositivi e si arricchisce il percorso di visita del PArCo nel Foro Romano. Dal 6 luglio 2021, dopo nuove indagini archeologiche e accurati interventi di restauro conservativo, torna a rivivere il complesso della Casa delle Vestali: diventa finalmente accessibile un nuovo percorso di visita che consentirà la fruizione del settore sud-orientale dell’Atrium Vestae, da tempo chiuso al pubblico.

Il settore SE della Casa delle Vestali e l’allestimento museale. La Casa delle Vestali, o Atrium Vestae, venne messa in luce da Rodolfo Lanciani nel corso degli scavi eseguiti negli anni 1882-1884. “In particolare”, ricordano gli archeologi del PArCo, “gli ambienti, ora aperti al pubblico, sono stati rinvenuti in seguito alla rimozione del grande muro di recinzione degli Orti Farnesiani e degli strati di interro, caratterizzati da uno spessore anche di venti metri rispetto al piano di calpestio antico. Subito dopo la scoperta ebbero inizio i lavori di sistemazione delle strutture e dei reperti lapidei rinvenuti, parte dei quali, successivamente esposti nell’Antiquarium forense, sono ora allestiti negli ambienti del settore SE, dopo un accurato intervento di recupero conservativo durato dal 2013 al 2020”.

“Le recenti indagini archeologiche hanno consentito di acquisire nuovi dati sulle vicende che hanno interessato il complesso architettonico”, spiegano gli archeologi del PArCo. “Il rinvenimento del suolo naturale subito sotto i piani pavimentali imperiali conferma che il lato Est dell’Atrium a Sud dell’antica Via Nova, prima delle ristrutturazioni neroniane conseguenti all’incendio del 64 d.C., doveva essere verosimilmente occupato dal bosco sacro, il Lucus Vestae. Alla fase neroniana-flavia si possono ascrivere alcune strutture murarie rinvenute nel corso delle indagini più recenti nel settore SE, sia in corrispondenza del cd. mezzanino sia al piano terra e che sono state successivamente inglobate nelle strutture traianee databili intorno al 110-113 d.C. Nella fase traianea gli ambienti posti al pianterreno (A-E) dovevano avere funzioni residenziali e di rappresentanza. Sostanzialmente fino almeno al IV secolo d.C. il piano inferiore restò pressoché immutato”.

“Fin dal rinvenimento, l’ambiente D è stato interpretato come pistrinum, ovvero mulino, data la forma circolare e il ritrovamento (probabilmente all’interno o nei pressi) di alcuni elementi frammentari pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica: due frammenti di catillus e due metae frammentarie di diverso diametro”, raccontano gli archeologi del PArCo. “Nonostante l’opinione comunemente condivisa in letteratura, che viene in genere associata ad una delle funzioni svolte dalle Vestali, ossia la preparazione della mola salsa, composta da farina di farro e sale, alcune considerazioni di tipo tecnico-costruttivo sembrano escludere la correlazione di questa struttura con l’installazione di un mulino. Probabilmente si deve ai primi anni del XX secolo l’allestimento della meta al centro della struttura circolare”.

La mola salsa. Secondo le fonti le tre Vestali Massime un giorno su due, durante il periodo dal 7 al 14 maggio, mettevano le spighe di farro, far, in cesti da mietitori; quindi procedevano alla tostatura, alla frantumazione e alla molitura delle spighe. Aggiungendo sale cotto e sale grezzo ai Lupercalia (15 febbraio), ai Vestalia (9 giugno) e alle Idi di settembre (13 settembre), le Vestali facevano la mola salsa, sparsa su tutti gli animali condotti al sacrificio pubblico e su ogni offerta fatta agli dei. Da questo rito preliminare del sacrificio proviene il termine immolare, letteralmente cospargere di mola.
Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel decimo appuntamento, il viaggio parte dal Santa Maria Antiqua al Foro Romano, simbolo della cristianizzazione di Roma, e giunge a Santa Maria Maggiore nell’antica città di Ninfa (Lt)

Decimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dal Foro Romano, più precisamente da uno dei luoghi simbolo della cristianizzazione di Roma, Santa Maria Antiqua (“antiqua” perché nel IX sec. d.C. un terremoto la distrusse e fu quindi sostituita dalla “nova” chiesa monumentale, non lontano dall’Anfiteatro Flavio), per giungere a Santa Maria Maggiore nell’antica città di Ninfa, nel Comune di Cisterna di Latina.


Acquerello del 1702 allegato al “Diario di Francesco Valesio” (da De Grüneisen 1911) raffigurante la parete absidale di Santa Maria Antiqua: si vede la parete oggi conosciuta come parete-palinsesto mostrava un solo strato di pitture, probabilmente l’ultimo realizzato al tempo di Giovanni VII (705-707 d.C.) (foto da: Santa Maria Antiqua al Foro Romano, cento anni dopo. Atti del colloquio internazionale, Roma 5-6 maggio 2000 Campisano editore, 2004)
Santa Maria Antiqua fu costruita alla metà del VI sec d.C. sfruttando strutture esistenti di età imperiale; la chiesa è preziosa soprattutto per il suo complesso di pitture, databili tra il VI e il IX sec d.C. Considerata un manifesto dell’ellenismo di Bisanzio, la decorazione pittorica permette di comprendere l’evoluzione della pittura tra la tarda antichità e il medioevo. Tutto questo è testimoniato, in particolar modo, dalla parete palinsesto, a destra dell’abside, che conserva tracce di diversi strati di pitture sovrapposti.

“Il primo strato, quindi l’immagine più antica”, spiegano gli archeologi del PArCo, “risale alla prima metà del VI sec d.C. e raffigura Maria regina con Bambino e angelo, dipinta subito dopo la conquista bizantina della città. Del periodo successivo si conserva un’Annunciazione di cui rimane solo il volto della Vergine e la figura del cosiddetto Angelo “bello” realizzato dalla mano di un artista raffinato a testimonianza del breve periodo felice in cui la chiesa divenne palatina (565-578 d.C.). Il terzo strato permette di riconoscere due Santi identificati come Basilio e Giovanni e fu realizzato sicuramente dopo il 649 d.C. Nel quarto ed ultimo strato è riconoscibile parte di uno dei Padri della Chiesa, Gregorio Nazianzeno, raffigurato con San Basilio (705-707 d.C.)”.


Santa Maria Antiqua nel Foro Romano: Cappella di Teodoto, particolare della Crocifissione, che testimonia il passaggio dalla pittura con influenze costantinopolitane di ascendenza tardo-ellenistica all’utilizzo di forme e figure rese in maniera semplice ed efficace (foto PArCo)
“Le pareti della chiesa – continuano gli archeologi del PArCo – verranno arricchite man mano da nuovi affreschi; la navata a sinistra dell’ingresso, per esprimere in maniera inequivocabile la fede verso la Chiesa di Roma, fu affrescata con Santi della chiesa greca e latina, con Cristo al centro e in alto scene del Vecchio Testamento (757-767 d.C.). A sinistra del presbiterio ancora oggi si può ammirare la splendida e colorata cappella di Teodoto, databile al 741-782 d.C. dove le immagini sacre rivestono ancora un ruolo fondamentale mentre a Bisanzio erano già state cancellate dall’iconoclastia . A destra del presbiterio, la Cappella dei Santi Medici fa parte della campagna decorativa promossa da Giovanni VII nel 705-707 d.C.”.

Ma c’è un’ altra chiesa, con lo stesso nome di Santa Maria e anch’essa con il passare dei secoli in parte crollata, che ha anche un forte legame con Roma e con Bisanzio, e che può ancora oggi svelare molto della sua storia: Santa Maria Maggiore nell’area dell’antica città di Ninfa (Cisterna di Latina). “Siamo più avanti sulla linea del tempo”, fanno presente gli archeologi del PArCo, “ma anche qui ci troviamo di fronte ad un contesto unico e straordinario: S. Maria Maggiore, costruita a partire dal X secolo, era il più importante edificio di culto dell’antica città di Ninfa. Situata in una posizione strategica, in corrispondenza di una delle quattro porte di accesso che si aprivano lungo la cinta muraria, ancora oggi si mostra con la sua imponenza e maestosità tra i ruderi del giardino. Fu proprio in questa chiesa che nel 1159 fu incoronato Papa, con il nome di Alessandro III, il cardinale Rolando Bandinelli che si era rifugiato a Ninfa, fuggendo dall’Imperatore Federico Barbarossa. Quest’ultimo, per vendetta saccheggiò la città con il suo esercito”.

Originariamente – ricordano gli archeologi – il corpo della Chiesa era costituito da tre navate scandite da pilastri a sezione quadrata, con un’unica abside affrescata, rivolta verso l’oriente e con un’ampia cripta, le cui tracce sono visibili ancora oggi. “È nel Trecento che viene realizzato il campanile addossato alla facciata, caratterizzato da bifore, cornici e da una decorazione diffusa in molte chiese di Roma. La navata centrale era coperta da un tetto ligneo a due falde, mentre le navate laterali presentavano volte in muratura”.

Santa Maria Maggiore a Ninfa: le tracce degli affreschi decorativi del catino absidale mostrano una figura, San Pietro, che regge le teste dei principi degli apostoli con accanto un santo domenicano (forse Tommaso d’Aquino) (foto Giardino di Ninfa)
A testimoniare la ricchezza del luogo, sono ancora visibili nel catino dell’abside due affreschi, uno dei quali raffigurante San Pietro, datati al 1160-1170 circa, eseguiti probabilmente in occasione del matrimonio della principessa bizantina Eudocia, di passaggio a Ninfa proprio in quegli anni. Le visite allo splendido Giardino di Ninfa, gestito dalla Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta Onlus, sono organizzate secondo un preciso calendario, disponibile sul sito https://www.giardinodininfa.eu.


















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