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“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”: a Comacchio la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” in collaborazione con il Mann. Prima parte: dai versi di Omero alla scoperta di Troia, passando per il giudizio di Paride, la bella Elena, l’inascoltata Cassandra e il mito di Telefo

Locandina della mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” a Comacchio fino al 27 ottobre 2019

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆως οὐλομένην, ἥ μυρί Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε… “Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta, che (infiniti) lutti addusse agli Achei…”. Chi non ricorda dai tempi della scuola la traduzione di Vincenzo Monti del proemio dell’Iliade del poeta Omero? Anzi, del “primo poeta” come lui stesso scrive: “Il mio nome è Omero, il primo poeta. Canto la madre di tutte le guerre”. E la madre di tutte le guerre è la guerra di Troia, alla quale è dedicata un’interessante mostra aperta fino al 27 ottobre 2019 a Palazzo Bellini di Comacchio. Curata da Carla Buoite e Lorenzo Zamboni, da un’idea di Paolo Giulierini, Alice Carli e Roberto Cantagalli, la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” conferma la collaborazione tra il Comune di Comacchio e il museo Archeologico nazionale di Napoli, offrendo la possibilità di ammirare alcuni capolavori del patrimonio archeologico mondiale. Dopo la mostra “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”, Palazzo Bellini ospita una nuova esposizione temporanea, ispirata alla più antica opera scritta dell’Occidente: l’Iliade. Sulla scia delle parole di Omero, la mostra “Troia. La fine della città, la nascita del mito” presenta, in una cornice evocativa, sculture, affreschi e vasi figurati originali che raccontano i miti e i personaggi dell’epico scontro. L’esposizione è ulteriormente arricchita da un prezioso reperto della raccolta cumana del museo Archeologico nazionale di Napoli, ora custodito nel suggestivo museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Skyphos calcidese a figure nere, provenienza sconosciuta, 540 a.C. circa. Duello tra Achille (a sinistra) e Memnone (a destra), re degli Etiopi, alla presenza delle rispettive madri, la dea Teti e la dea Aurora. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E allora riprendiamo le parole di Omero prima di addentrarci nel percorso della mostra. “Seguitemi – scrive Omero – tra gli dei e gli eroi di un’epoca remota: vi canterò degli Achei armati di lancia: di Agamennone, crudele signore di popoli, e di suo fratello Menelao, dal grido possente; vi canterò di Achille piè veloce, simile a un dio, splendente nelle sue armi infallibili, e dell’amato Patroclo, guidatore di carri; ecco l’ingegnoso Ulisse, dalla mente fina, tessitore di inganni, e l’aitante Diomede, domatore di cavalli, dalla forza sovrumana; ed ecco i due Aiaci, il gigante Telamonio, e l’empio Oileo. Vi canterò l’eterno scontro con i Troiani, domatori di cavalli: ecco il vecchio re Priamo, nobile cuore, e accanto a lui Ettore, campione di Troia, sterminatore di uomini, dall’elmo lucente; ed ecco Paride, bello come un dio, abile con l’arco, ma dal cuore pavido, e al suo fianco Elena, la più bella delle donne, che ammalia al solo sguardo. Per lei le case bruciano, e le città cadono… Vi canterò di Enea, il figlio di Afrodite, la dea capricciosa le cui promesse d’amore portano gli uomini alla rovina; vi canterò di Cassandra, inascoltata profetessa di sventure, che con occhi dolenti già vede le fiamme lambire le mura di Troia. E nella mischia furibonda ecco scendere dall’Olimpo persino gli dei, schierati a fianco degli eroi: insieme ai Troiani combattono la celeste Afrodite, il saettante Apollo e il sanguinario Ares, mentre Era e Atena, potenti e vendicative, sono favorevoli ai Greci, e per loro Efesto, dio del fuoco, forgia armi invincibili… E al di sopra di tutti il Destino possente, che inesorabile decide le sorti degli uomini…”. I corpi degli eroi sono fredda cenere ormai – intervengono i curatori -, svanita è la memoria degli dei, ma il mito di Troia continua. Ecco la mostra.

Busto in marmo di Omero, Collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Replica antonina (150-174 d.C.) da originale greco del I secolo a.C. (foto Giorgio Albano, Mann)

Omero, chi era veramente? Omero non è il nome di un poeta. È il nome di un collettivo di artisti, di una lunga schiera di aedi e cantori che per secoli hanno tramandato per via orale, arricchendola, un’antica materia epica. Omero, personaggio di cui non sappiamo nulla di certo, fu forse colui che per primo, verso l’VIII secolo a.C., fissò una parte di quel poema, componendo l’Iliade così come è arrivata fino a noi. L’Iliade è un’opera poetica che si ispira a vicende e personaggi risalenti a molti secoli indietro, ai periodi della civiltà micenea e della prima età del Ferro, tra la metà del II e gli inizi del I millennio a.C. Non racconta l’intera guerra di Troia, dalle premesse alla convulsa fine, ma, con una scelta narrativa sorprendente, solo una manciata di eventi che si svolgono nell’ultimo anno di conflitto: si concentra su alcuni episodi cruciali, legati ai principali eroi dei due schieramenti, Achille ed Ettore, e al loro rapporto con l’onore e la vergogna. Da un lato assistiamo al momentaneo ritiro di Achille dallo scacchiere bellico, offeso per un’ingiustizia subita che rischia di costare ai Greci la sconfitta definitiva. Dall’altro seguiamo la sorte tragica di Ettore, baluardo di Troia, ucciso e umiliato da Achille, quando finalmente costui tornerà in battaglia per vendicare la morte dell’amato Patroclo. Oltre all’Iliade, il ciclo troiano è composto da molti altri poemi, in parte oggi perduti, che narrano quello che accadde dopo l’uccisione di Ettore: la morte dello stesso Achille, la caduta di Troia, i viaggi di ritorno degli eroi. Da tremila anni i personaggi omerici continuano a popolare tragedie, poesie, romanzi, fumetti e film, rinnovando, nei secoli, la loro immortalità.

Cratere a figure rosse di produzione campana, da Frignano (Caserta), IV secolo a.C. La nascita di Elena dall’uovo, tra la madre Leda e un perplesso Tindaro, re di Sparta. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Tutta colpa della bella Elena… Il giudizio di Paride è a tutti gli effetti il primo concorso di bellezza della storia. Durante la festa di nozze di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille, tra i divini convitati scoppia una grande contesa: una mela d’oro con la frase alla più bella rotola tra i piedi di tre invitate d’eccezione, Atena, Era e Afrodite. Subito tutte e tre si sentono chiamate in causa, pretendendo ognuna di essere la più bella. Il giudizio viene demandato ad un mortale, il bel Paride, ancora lontano dagli onori di corte e dal futuro di perdizione che lo attende. Il giovane non è però del tutto imparziale: pesa sulla sua scelta la promessa da parte di Afrodite dell’amore di Elena di Sparta, la cui bellezza era famosa in tutto il mondo. Elena ha tutto quello che rende una donna irresistibile secondo i canoni dell’epoca: bianche braccia, bella chioma, lungo peplo, ed è brava a tessere. La sua nascita ha del divino e prodigioso: dall’unione di Zeus con l’affascinante regina di Sparta, Leda (o secondo altre versioni del mito, con la dea Nemesi), emerse da un uovo, forma perfetta e simbolo di fecondità e rinascita. Icona dell’eterno femminino della cultura occidentale, Elena è in realtà una figura tragica, dotata di un fascino irresistibile, oggetto dei desideri e delle gelosie degli uomini, pedina nelle mani degli dei. La più bella tra le donne viene offerta come premio di un futile gioco tra dee capricciose, e scatenerà, suo malgrado, la crudele guerra, che infiniti lutti addusse agli Achei.

Affresco della Profezia di Cassandra, prima metà del I secolo d.C., da Pompei, Casa della Grata Metallica, Grande Triclinio. Al centro Cassandra, a sinistra, seduto, Priamo, con Paride col pomo della discordia, a destra Ettore, con la lancia. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

La profetessa inascoltata. “Giungerà qui un’armata di guerra, e navi con le vele al vento riempiranno i lidi…”, scrive Quinto Ennio nel II sec. a.C. nella tragedia “Alexander”. Alle porte di Troia Cassandra, la più bella delle figlie del re Priamo, già vede le fiamme che avvolgeranno le mura della città. Il pomo della discordia, la promessa di Afrodite, l’incontro tra Paride ed Elena, la fuga dei due amanti a Troia, la guerra, la morte di Ettore, lo stratagemma del cavallo, la caduta della città: la triste fanciulla conosce già la sorte di ognuno, ma nessuno le darà credito. A Cassandra Apollo concesse in dono la capacità di vedere il futuro. La giovane non volle però cedere al suo amore, e il dio, offeso, si vendicò, privando di credibilità le sue profezie. Fiera e superba, Cassandra andrà incontro al proprio destino, lontano da Troia, da principessa ridotta a schiava, condannata, fino alla fine, a non essere creduta.

Rilievo neoattico in marmo pentelico, fine del I secolo a.C – inizi del I d.C., da Pompei, Casa del rilievo di Telefo. A sinistra, Achille consulta l’oracolo; a destra, Achille cura la ferita di Telefo. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Telépheion tráuma / La ferita di Telefo. “…così od’io che solea far la lancia / d’Achille e del suo padre esser cagione / prima di trista e poi di buona mancia…” scrive Dante nel Canto XXXI (4-6) dell’Inferno. Telefo, figlio di Eracle, è il sovrano di Misia, regione confinante con il territorio di Troia, e sposo di una delle innumerevoli figlie del re Priamo. I Greci, salpati alla volta di Troia, approdano per sbaglio in Misia, e subito infuria lo scontro. Telefo guida i suoi con successo, ma viene ferito dalla micidiale lancia di Achille, un’arma creata dal centauro Chirone. La ferita è terribile e sembra non guarire mai, lasciando Telefo in preda al tormento. Ancora una volta è una profezia, un oracolo a svelare la soluzione: “Solo chi ha inferto la ferita la potrà curare”. Achille acconsentirà così a guarire Telefo che, grato, indicherà finalmente agli Achei la strada per Troia. Quello di Telefo è un mito secondario nelle vicende della guerra di Troia, ma ne rappresenta una fondamentale premessa. Telefo divenne oggetto di culto eroico nella città di Pergamo, in Misia, e le sue gesta sono raffigurate sul fregio del celebre, omonimo Altare conservato a Berlino.

Heinrich Schliemann con gli scavatori che stanno riportando alla luce l’antica Troia sulla collina di Hisarlik in Turchia

Heinrich Schliemann

Veduta d’insieme delle sale espositive del nuovo museo di Troia (foto dunyabizim.com)

La scoperta di Troia. Secondo la tradizione, il sito archeologico di Troia fu scoperto nel 1868 da Heinrich Schliemann, uno dei padri dell’archeologia, guidato solo dal suo intuito e con l’Iliade di Omero in mano, che lo aveva folgorato fin dall’età di 8 anni… In realtà la collina di Hisarlik (“il luogo della fortezza”), nell’attuale Turchia nordoccidentale, fu identificata come una possibile sede dell’antica Troia prima da Charles Maclaren e poi da Frank Calvert, viceconsole britannico e antiquario, che acquistò metà della collina e iniziò gli scavi nel 1865. Successivamente Schliemann venne a sapere degli scavi di Calvert, e decise di contribuire personalmente con le sue ingenti ricchezze. Schliemann era infatti un ricco mercante e uno spregiudicato uomo d’affari, oltre ad essere un grande appassionato di antichità greche. La sua “naturale inclinazione verso tutte le cose misteriose e meravigliose” delinea però più un romantico visionario che uno scienziato, cui va riconosciuta al più un’incrollabile determinazione. I suoi scavi a Hisarlik, dal 1870 al 1890, furono piuttosto dei brutali sterri, condotti con schiere di operai armati di pala, e delle rocambolesche ‘cacce al tesoro’, come quella del famoso “tesoro di Priamo”. Solo grazie all’opera dell’architetto Wilhelm Dörpfeld (1853-1940) si riuscì a trarre un primo spaccato sintetico del sito identificato con la Troia di Omero. Ma è soprattutto con l’avvento dell’archeologia moderna, prima con Carl Blegen (1887-1971) e poi con Manfred Korfmann (1942-2005) e gli scavi delle rispettive università di Cincinnati e Tubinga, che l’archeologia troiana ha compiuto enormi passi in avanti. Oggi gli scavi a Hisarlik sono ripresi sotto la direzione di Rüstem Aslan. Nel 1998 Troia è stata inserita nei siti del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, e nel 2018 è stato inaugurato a Çanakkale un grandioso nuovo museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/11/20/a-troia-aperto-il-nuovo-museo-dellantica-ilio-il-2018-e-stato-dichiarato-dalla-turchia-lanno-di-troia-nel-ventennale-delliscrizione-nella-lista-del-patrimonio-dell/). Dopo 3000 anni di storia, e 150 anni di scavi, Troia non smette di attrarre la nostra attenzione.

“Canova e l’Antico”: la mostra-evento al Mann è l’occasione per approfondire il rapporto tra il Canova e Napoli, meta imprescindibile per gli artisti del Settecento richiamati dalle scoperte di Ercolano e Pompei. Ci accompagna l’esperto canoviano Giuseppe Pavanello

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Giuseppe Pavanello, grande esperto di Canova, e curatore della mostra “Canova e l’Antico” al Mann (foto Graziano Tavan)

La mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli sta per chiudere (ultimo giorno di visita sarà il 30 giugno 2019), ma una passeggiata nel cuore del capoluogo partenopeo sulle orme del grande artista veneziano è sempre possibile. Ad accompagnarci è Giuseppe Pavanello, curatore della mostra-evento al Mann, tra i massimi studiosi di Canova. “Sappiamo che dopo Venezia, sua patria, e Roma, dove fissò la sua residenza a partire dal 1780 e dove visse sin quasi alla morte”, scrive Pavanello, “Napoli è di certo la città con la quale Antonio Canova ebbe più relazioni. Del resto la capitale del regno borbonico era meta imprescindibile per qualsiasi artista nella seconda metà del Settecento, anche per la risonanza degli scavi di Ercolano e Pompei. È dunque il desiderio di ammirare le bellezze e le opere d’arte della città, di conoscere le antichità “ercolanesi” e di Paestum, che spinse il giovane scultore a recarsi a Napoli. Vi giunse il 27 gennaio 1780. L’artista ci consente di seguire, passo passo, i suoi itinerari grazie alle preziose note del suo secondo “Quaderno di viaggio”. La città gli apparve “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo”. Il giorno dopo l’arrivo scrive: “per tutto sono situazioni di Paradiso”, e rimane incantato, dopo aver visto il “nuovo giardino pubblico”, della “deliciosissima situazione di questo Paese”. Subito prende contatto con l’ambasciatore della Repubblica di Venezia, Gaspare Soderini, e s’incontra con una delle donne più belle e celebri del tempo – parola, fra gli altri, dell’imperatore Giuseppe II – la veneziana Contarina Barbarigo, esiliata dalla Serenissima per la libertà dei suoi costumi, che alloggiava all’albergo Reale in largo Castello”.

Carlo di Borbone: promosse gli scavi di Ercolano e Pompei

Autoritratto di Canova scultore conservato alla Gypsoteca di Possagno (Tv)

“Visita sistematicamente le chiese – ricorda Pavanello – e, per prima cosa, si fornisce di una guida della città, forse la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (pubblicata nel 1772), e che troviamo presente nella biblioteca di Canova, come l’altra Guida, pure di Sarnelli, dedicata a Pozzuoli, Baja, Cuma. Frequenta i teatri, dà una dettagliata descrizione della “famosa mascherata del Re” che figurava quell’anno il viaggio del Sultano alla Mecca. Nella cappella Sansevero: invece che la Pudicizia del veneto Antonio Corradini, gli “parve di più merito” il Cristo morto di Giuseppe Sanmartino. L’artista visita la galleria di Capodimonte e il Museo di Portici: come a dire una delle più belle raccolte di pittura d’Europa e il museo d’avanguardia, in cui erano state riunite le antichità ritrovate negli scavi recenti, approfitta del permesso di disegnare il nudo all’Accademia, ma osserva che la scuola “è male diretta, essendo li giovani troppo pieni di libertà, che li sembrano di essere in strada”. Non poteva mancare l’escursione sul Vesuvio e il 14 febbraio si reca a Pompei “sito che si sta scavando presentemente”, a Salerno e a Paestum. È quindi la volta degli scavi di Portici e di Pozzuoli, dell’antro della Sibilla, di Baia, della solfatara. Il 28 febbraio lascia Napoli per Caserta e per Capua: ritorna a Roma”.

Il gruppo “Adone e Venere” di Antonio Canova: da questo gesso (oggi in collezione privata) Canova fece il marmo che fu posto nel tempietto di casa Berio a Napoli (foto Graziano Tavan)

Il gruppo “Ercole e Lica” di Canova, bronzo oggi all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

“Occorreva, tuttavia, perché si potesse instaurare un rapporto privilegiato – sottolinea Pavanello -, una grande occasione, e questa fu l’accordo stipulato con il marchese Francesco Berio patrizio genovese residente a Napoli per scolpire il gruppo in marmo di Adone e Venere: un’idea già elaborata da Canova che piacque a Berio e per 2000 zecchini la portò nel suo tempietto, a Napoli, dove una interminabile processione di intendenti e di curiosi si recò in pellegrinaggio. Carlo della Torre, uno dei più autorevoli critici dell’epoca, esaltò l’artista come Prassitele redivivo, cogliendo la componente neoellenistica dell’ “antico” canoviano. Nello stesso 1795, quando il gruppo di Adone e Venere giunge a Napoli, inizia l’avventura dell’Ercole e Lica, un altro gruppo, questa volta colossale. Canova, allora in città, propone a don Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona duca di Miranda di eseguire per lui una scultura raffigurante Ercole e Lica, per confrontarsi, ed è la prima volta, nel genere “forte” o “fiero”, come lo connotavano i contemporanei. Non casualmente l’opera era prevista per Napoli, dove si conservava il colossale “Ercole Farnese”, di cui lo scultore intendeva creare un equivalente moderno, anche nelle dimensioni, mentre per la soluzione compositiva, l’artista guarda piuttosto a un altro importante marmo delle raccolte farnesiane, che erano state trasferite da Roma a Napoli nel 1792, il cosiddetto “Atamante e Learco” o “Ettore e Troilo”, o “Commodo”, ancor oggi conservato nel museo Archeologico. Il modello fu realizzato prontamente ma la vicende della scultura furono travagliate e la scultura finita non arrivò mai nella città campana. Il gruppo alla fine andò a Roma, richiesto nel 1801 dal banchiere Giovanni Torlonia, nel cui palazzo fu collocato nel 1815”.

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

“All’inizio del 1800 – riprende Pavanello – si riannodano i rapporti con Napoli. Il re in persona, Ferdinando IV di Borbone, volle esser effigiato da Canova. Il sovrano intendeva lanciare l’immagine di Napoli, città di fondazione greca, quale nuova Atene e nuova Roma, in cui convivevano l’antico – dagli scavi ercolanesi alla raccolta di marmi farnesiani – e il moderno: e pure qui le collezioni Farnese giocavano un ruolo essenziale. La statua di Ferdinando IV ebbe una storia complessa, e, sebbene Canova si fosse alacremente messo al lavoro – tanto che già nell’ottobre 1800, dopo il modellino in gesso di Possagno, era compiuto il modello colossale e nel 1803 anche la sbozzatura del marmo – l’avvento sul trono napoletano della dinastia Bonaparte nel 1806 determinò un brusco arresto dell’impresa. Si dovette arrivare al 1815, al ritorno quindi del legittimo sovrano a Napoli con il nome di Ferdinando I re delle due Sicilie, perché si parlasse di riprendere l’opera, terminata quattro anni dopo, e spedita via mare a Napoli alla fine del 1819. Nel 1821, finalmente, la gigantesca statua veniva collocata nel museo Borbonico (ex Palazzo degli Studi; l’attuale museo Archeologico nazionale), a cura dell’architetto Pietro Bianchi, nel luogo indicato da Canova stesso: una nicchia dello scalone monumentale, dove da poco è finalmente tornata”.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Canova, rispetto all’ “Adone e Venere” e all’ “Ercole e Lica”, cambia ancora”, fa notare Pavanello: “qui vuol imporre, secondo il modello antico prescelto, un’immagine di severa grandiosità. Proprio per questo piacque a Carl Ludwig Fernow, che rimproverava di solito ai marmi canoviani una certa gracilità: “l’atteggiamento è nobile e fermo, e questa statua, alta all’incirca 15 palmi, è fra le opere migliori di Canova”. Per l’altezza, lo scultore prende ancora a modello l’Ercole Farnese, che superava i tre metri come farà di lì a poco anche per la statua di “Napoleone I come Marte pacificatore”. L’attenzione dell’artista si focalizza sul panneggio che ammanta la figura del sovrano, con il braccio sinistro puntato sul fianco, interamente nascosto nella stoffa. Ma si tratta pur sempre di un ritratto: ecco allora emergere il volto icasticamente caratterizzato. Siamo a un vertice nella statuaria proprio a cavallo dei due secoli: l’Ottocento veniva ad aprirsi con un capolavoro che andava a integrarsi con altri marmi di prim’ordine, sempre differenti tra loro, dai Pugilatori al Perseo trionfante”.

Bozzetto del Canova per il monumento equestre di Carlo III Borbone (foto Graziano Tavan)

Seguiranno per Napoli: la statua equestre bronzea di Carlo III di Borbone (1815), che doveva essere in realtà di Napoleone – ma, realizzati i gessi del cavallo e del condottiero, il nuovo vento politico impose un cambio di personaggio per l’opera finita – e l’avvio di quella per Ferdinando I, per la quale Canova riuscì a realizzare solo il Cavallo; quindi i busti di Carolina e Gioacchino Murat (1813) e la raffinatissima Erma di Vestale (ora al Getty Museum di Los Angeles) commissionata dal conte Paolo Marulli d’Ascoli. Il monumento funerario al marchese Berio non fu mai completato a causa della sopraggiunta scomparsa dello scultore nel 1822 e venne utilizzato da monsignor Giambattista Sartori Canova, fratellastro dello scultore, come tomba per Canova e per se stesso nel Tempio di Possagno.

Al via il Festival dei Campi Flegrei: un mese di jazz con il Pozzuoli Jazz Festival che unisce musica, archeologia e cultura flegrea

Panoramica su Pozzuoli con, in primo piano, l’anfiteatro Flavio

Un mese di Jazz con il Pozzuoli Jazz Festival, il Festival Dei Campi Flegrei che unisce la musica, all’archeologia e alla cultura flegrea, ormai alla decima edizione. Dal 20 giugno al 27 luglio 2019, appuntamenti quasi ogni giorno con le eccellenze musicali del jazz nei suggestivi siti del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, ma anche in tutto il territorio, attraverso il circuito “Club” che mette in scena giovani talenti. Enrico Pieranunzi, gigante del jazz mondiale in compagnia del suo trio e della voce “flegrea” di Valentina Ranalli al Castello Di Baia (5 luglio), il quartetto jazz Uneven Quartet di Stefania Tallini alle Terme Di Baia (10 luglio), il trombonista Filippo Vignati e il suo quartetto all’ Anfiteatro Flavio (22 luglio) e il pianista Giovanni Guidi all’Acropoli Di Cuma/ Antro Della Sibilla (23 luglio) amplificheranno con le loro note la suggestione dei siti archeologici flegrei. Il Festival di quest’anno, organizzato dall’A.P.S. Jazz and Conversation, conferma la straordinaria collaborazione già avviata lo scorso anno, con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, partner della manifestazione, che oltre a mettere a disposizione i siti archeologici per ospitare i concerti ne supporta anche le attività, a testimonianza di uno spirito innovativo di gestione dei beni culturali, di grande apertura e vicina ai cittadini. Scenari d’eccezione per i numerosi eventi musicali, saranno anche il panorama mozzafiato di Torrefumo a Monte di Procida, il verde della natura del Parco dei Fondi di Baia, del Lago Lucrino e del Lago d’Averno, oltre ad alcune incantevoli strutture private: Villa Edelweiss sul lago Fusaro, il Calamoresca affacciata sul golfo di Miseno, il Tempio di Nettuno o più propriamente le Terme adrianee a Pozzuoli, Villa Matarese a Monte di Procida, Maison Toledo, le vigne di Cantine Averno, del Gruccione e di Quarto (IV Miglio). La rassegna sostiene, inoltre, l’attività della Fondazione CASAMORE, fondazione solidale senza scopo di lucro, che si occupa di bambini e giovani adulti affetti da malattie genetiche e del neuro sviluppo. Nel corso degli appuntamenti la Fondazione sarà presente con un suo punto informativo e raccolta fondi. Il Festival, è organizzato dall’Associazione Jazz & Conversation, impegnata da anni a testimoniare il proprio ruolo nella cultura dei Campi Flegrei, attraverso un percorso in cui la musica incontra il territorio, la suggestione dei suoi paesaggi, la sua storia e le sue contraddizioni. Già dallo scorso anno, la rassegna è in particolare sostenuta dallo sponsor Faber Italia srl, azienda campana che produce macchine da caffè leader del settore per meccanica e design, attenta ai fermenti culturali e agli eventi che li caratterizzano. Oltre che della collaborazione del Parco archeologico dei Campi Flegrei, gode del patrocinio morale del Comune di Pozzuoli, del Comune di Monte di Procida e del Comune Città di Assisi, Pozzuoli, del contributo dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Napoli e ha tra i suoi partner l’Associazione Nazionale I – Jazz.

La band Guappecartò

Ha aperto il festival Gegè Munari con il suo New quartet il 20 giugno 2019 all’Akademia Cucina & more sul Lago Lucrino. Atmosfere “hot” per una vera leggenda del jazz italiano, che si presenta con un quartetto composto dal promettente sax soprano di Vittorio Cuculo, con Leonardo Borghi al pianoforte ed Enrico Mianulli al contrabbasso. Il 21 e 23 giugno il Festival inizia il suo viaggio nella terra del mito, in collaborazione con l’Ente Comune di Monte di Procida e l’Associazione Factotum, con due appuntamenti: a Villa Matarese per la Festa della Musica con Flo in concerto, cantautrice e attrice di teatro, una delle personalità più interessanti e versatili della “World music d’autore” e ad Acquamorta località Torrefumo, scenario mozzafiato, con la band Guappecartò, nata a Perugia come gruppo di artisti di strada e contraddistinta da un forte senso di libertà stilistica e una profonda poetica musicale. Ecco gli appuntamenti nei siti del parco archeologico dei Campi Flegrei.

Il castello aragonese domina Baia: qui fa tappa il Pozzuoli Jazz Festival

Valentina Ranalli

Il 5 Luglio 2019 al Castello d Baia il grande Enrico Pieranunzi con il suo trio e la bellissima voce “flegrea” di Valentina Ranalli in “Valentina sings Pieranunzi”. Ad accompagnarli i musicisti Giuseppe Romagnoli al contrabbasso e Cesare Mangiocavallo alla batteria. Pieranunzi è l’unico musicista italiano di sempre ed uno dei pochissimi europei ad aver suonato e registrato più volte nello storico “Village Vanguard” di New York con Marc Johnson and Paul Motian (Camjazz, 2010). Proprio per il “Live at The Village Vanguard” con Marc Johnson e Paul Motian (Camjazz, 2010) gli è stato assegnato nel 2014 l‘Echo Jazz Award – equivalente tedesco dello statunitense Grammy – come Best International Piano Player. La prestigiosa rivista americana “Down Beat” ha incluso il suo CD “Live in Paris”, in trio con Hein Van de Geyn e André Ceccarelli (Challenge), tra i migliori CD del decennio 2000/2010. Ha composto diverse centinaia di brani, alcuni dei quali sono ormai veri e propri standard suonati e incisi da musicisti di tutto il mondo (“Night bird”, “Don’t forget the poet”, “Fellini’s waltz”) e inseriti nell’American Standard Book.

Una veduta delle antiche Terme di Baia

Stefania Tallini

Il 10 luglio 2019 le Antiche Terme di Baia saranno scenario d’eccezione del quartetto stellare Uneven Quartet di Stefania Tallini con Greg Hutchinson alla batteria, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Matteo Bortone al contrabbasso. Stefania Tallini è una delle più apprezzate pianiste, compositrici e arrangiatrici jazz italiane, il cui linguaggio originale ne fa una delle figure più interessanti e affermate nel panorama musicale internazionale di oggi. Il quartetto Uneven ospita due famosi musicisti internazionali: il batterista Greg Hutchinson, considerato tra i più grandi batteristi del mondo e lo straordinario clarinettista Gabriele Mirabassi, con il quale Stefania Tallini ha già registrato due album, uno dei quali è il tanto acclamato Maresìa (Alfa Music, 2008). Un nuovo progetto, questo, basato sulle originalissime musiche della pianista, con molti inediti nati per questo quartetto – Uneven – che andrà presto in sala d’incisione, per un nuovo album.

Lo spettacolare anfiteatro Flavio a Pozzuoli (foto parco archeologico dei Campi Flegrei)

Filippo Vignato

Il 22 luglio 2019 all’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, luogo simbolo di Puteoli Città biblica, sarà di scena il quartetto del trombonista Filippo Vignato. Al suo fianco Giovanni Guidi al pianoforte, Luca Fattorini al contrabbasso e Emanuele Maniscalco alla batteria. Vignato, trombonista, compositore e arrangiatore nato a Thiene (VI) nel 1987 inizia lo studio del trombone a soli 10 anni. Svolge una intensa attività concertistica in Italia e tutta Europa come “sideman” e come leader di propri progetti artistici. Oggi è considerato come uno dei più interessanti musicisti italiani della sua generazione. Vignato sarà, anche, protagonista il giorno 21 luglio di un Workshop, aperto a musicisti e non, a Palazzo Migliaresi al Rione Terra.

L’antro della Sibilla nel parco archeologico di Cuma

Giovanni Guidi

Il 23 luglio 2019 conversazione speciale con la Sibilla con il pianista Giovanni Guidi all’Acropoli di Cuma davanti all’Antro della Sibilla. Giovanni Guidi , meraviglioso e affermato musicista, ha vinto vari premi tra cui il referendum Top Jazz indetto dalla rivista Musica Jazz, come miglior nuovo talento 2007. Si presenta, in un piano solo, con il suo nuovo lavoro, dedicato al grande Léo Ferré e intitolato Avec Le Temps – uno dei brani più toccanti del repertorio del grande cantautore francese – che sarà sicuramente affascinato e particolarmente ispirato dal luogo simbolo dei Campi Flegrei quello dell’Antro Virgiliano, della Sibilla cumana. Giovanni Guidi, quindi, con la sua musica che “mira dritto al cuore e che fa centro”. Tanti altri ancora, gli appuntamenti nei PJF club del territorio flegreo. Per il programma completo e i dettagli degli eventi: http://www.pozzuolijazzfestival.it

Con la mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria viaggio nel tempo attraverso la casa degli antichi greci, i suoi spazi, gli arredi, ma anche i suoi abitanti

La locandina della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria

La sede del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria

“Un affascinante viaggio nel tempo attraversando la casa greca, per conoscerne la distribuzione degli spazi, gli arredi, gli oggetti d’uso quotidiano comune, ma anche i suoi protagonisti, accolti dal benvenuto dei padroni di casa, con le donne affacciate alla finestra avvolte nei loro himatia”: nelle parole di Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC) sta tutto il senso della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”, aperta fino al 18 novembre 2018, a cura dello stesso Malacrino e dell’archeologo del MArRC, Maurizio Cannatà. Tra le attività di valorizzazione del MArRC, la mostra “Oikos” si inserisce nel programma delle celebrazioni del 2018, Anno Europeo del Patrimonio Culturale. “Il tema della casa e dell’abitare nel mondo greco antico (dall’età arcaica, VIII sec. a.C., all’età ellenistica, I sec. a.C.), in un percorso espositivo transmediale”, spiegano i promotori, “diventa il viatico per far conoscere e promuovere le tradizioni e il patrimonio culturale dell’Italia meridionale, rafforzando il senso di appartenenza alla comune identità europea mediterranea”.

Nel video postato su Youtube da Holly Reggio ben si coglie la valenza della mostra reggina “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”, che presenta oltre 100 preziosi reperti, con prestiti dai musei Archeologici nazionali di Napoli e di Taranto, dal museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa, dai parchi Archeologici di Paestum e dei Campi Flegrei e dal museo Archeologico dell’Antica Kaulon che fa riferimento al Polo museale della Calabria, esposti in un allestimento con strumenti multimediali. Attraverso pannelli didattici, ricostruzioni grafiche e digitali dell’architettura e degli ambienti e video in 3D di descrizione di momenti di vita quotidiana, i visitatori sono accolti nell’oikos, nella casa e nella famiglia degli antichi Greci.

Il suggestivo allestimento della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”

Il filo conduttore è l’oikos, termine che “per i Greci era la casa intesa come spazio fisico di vita dei suoi abitanti e, al tempo stesso, la famiglia con i suoi beni e i suoi legami con il territorio”, spiega Malacrino. “Attraverso la scelta espositiva dell’allestimento abbiamo voluto ricreare le forme dell’abitare nel mondo greco antico. È un coinvolgente ritorno al passato, alle fonti delle nostre tradizioni di vita e di famiglia occidentale mediterranea. Varcata la soglia d’ingresso dell’oikos nel mondo magnogreco e siceliota – continua-, i visitatori saranno accompagnati alla scoperta delle abitudini di vita dei Greci d’Occidente, per comprendere il senso delle cose che oggi ci testimoniano quel tempo”. La ricostruzione grafica di una facciata contrassegna l’inizio del percorso, con la donna alla finestra avvolta nel suo himation raffigurata nella piccola ma preziosissima lekythos di Taranto, con uno sguardo misterioso, che invita a compiere un viaggio meraviglioso.

La sale espositive del MArRC dedicate alla mostra “Oikos”

“La casa è per i Greci antichi l’espressione dell’identità della comunità dei suoi abitanti”, interviene Maurizio Cannatà, uno dei curatori della mostra. “E si evolve nel tempo a seconda di come cambia la società. Nella lingua greca non esiste un termine equivalente al latino familia. Esiste un unico termine, oikos. E ciò significa che rispetto ai legami di sangue prevale l’appartenenza al gruppo familiare, cellula base della società. Nel corso dei secoli, nel mondo greco antico in Calabria e in Sicilia, si modifica l’organizzazione strutturale degli spazi della casa, ma non cambia la funzione degli ambienti rispetto ai ruoli all’interno della famiglia. L’uomo, cittadino, politico, atleta e guerriero, vive nell’andron i momenti conviviali, delle relazioni esterne, nel simposio. La donna sovrintende ai lavori domestici e ha nel gineceo il suo regno indiscusso”.

Il celebre mosaico pavimentale del drago proveniente dall’antica Kaulon

Tra gli oltre cento reperti in mostra, spicca il celebre mosaico del drago dall’andron dell’omonima casa dell’antica Kaulon, giunto a Reggio Calabria – lo ricordiamo – in cambio della testa della Testa della Sfinge della Passoliera ora esposta al museo Archeologico nazionale di Kaulonia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/10/la-testa-della-sfinge-della-passoliera-torna-per-la-prima-volta-a-casa-prestito-del-marrc-al-museo-dellantica-kaulon-dove-paolo-orsi-scopri-la-bellissima-scultura-in-terracotta-del-vi-sec/). Nel settore maschile della casa, dove – come detto – si tenevano i banchetti, troviamo il sontuoso cratere attico a figure rosse con scena di danza della collezione Sant’Angelo del museo Archeologico nazionale di Napoli. Mentre nel gineceo possiamo ammirare la splendida anfora del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa; il monumentale lebes gamikos, vaso a figure rosse attribuito al “Pittore di Afrodite” dal museo Archeologico nazionale di Paestum; e la pittura su marmo delle “Giocatrici di Astragali” da Ercolano: sono tutti elementi che rimandano al ruolo della donna, regina della casa per l’oikonomia domestica, e del gineceo, che rappresenta – parole di Vitruvio – “la sala in cui la padrona di casa lavora la lana insieme alle schiave addette a questa mansione”.

Il parco archeologico dei Campi Flegrei con le terme romane e il castello aragonese di Baia e gli scavi di Cuma ospita la IX edizione del Festival Jazz dei Campi Flegrei

Cartina dell’area dei Campi Flegrei location del Festival Jazz

Note jazz che esaltano la bellezza delle aree archeologiche e naturalistiche. Spettacoli itineranti per appassionati musica, ma non solo, per scoprire i Campi Flegrei, la Terra del Mito, tra i territori più ricchi d’Italia per bellezze archeologiche, paesaggistiche e culturali. Per la IX edizione del Pozzuoli Faber Jazz Festival l’associazione Jazz and Conversation si potrà avvalere della straordinaria collaborazione del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, che mette a disposizione le sue suggestive location per ospitare i concerti. Inoltre quest’anno affianca i promotori la Faber Italia srl, un’azienda campana che produce macchine da caffè leader del settore per meccanica e design, particolarmente attenta ai fermenti culturali e agli eventi che li caratterizzano. Dal 5 al 22 luglio 2018 i concerti del Festival Jazz dei Campi Flegrei saranno infatti ospitati in sedi prestigiose come le Terme Romane di Baia, novità assoluta, il Castello aragonese di Baia e gli Scavi di Cuma – città bassa. A far da cornice agli appuntamenti in programma anche il panorama mozzafiato di Miseno dalla location panoramica del Cala Moresca e il lago Lucrino, immerso nel verde della natura. Napoli sarà più volte al centro del repertorio proposto dagli artisti, con tributi a Pino Daniele e versioni jazz di musica classica napoletana.

Antimo Civero e Paolo Giulierini alla presentazione della IX edizione del Festival Jazz dei Campi Flegrei

Si scivolerà dallo swing di tradizione americana, ai tanghi e alle milonghe brasiliane, fino ad assistere all’ incontro tra la musica spirituale africana e il canto gregoriano europeo, e fino al jazz africano di impegno politico. “Un festival dei Campi Flegrei non poteva che essere ospitato dal Parco archeologico. Partiamo da Cuma per ripercorre, attraverso la musica, il filo sottile della storia”, dichiara il direttore Paolo Giulierini. “Viviamo i nostri monumenti, i luoghi della cultura aperti di sera, coniugandoli a performance importanti e valorizzando, oltre al patrimonio, le tante energie e risorse impegnate per la valorizzazione di questa terra”. “Non è soltanto un evento di musica”, secondo il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, “ma è anche l’occasione per mettere in vetrina e promozione alcune tra le zone più suggestive dei Campi Flegrei. È un’iniziativa che unisce il territorio flegreo all’insegna della musica e della cultura. Un percorso che negli anni abbiamo sempre sostenuto, convinti dell’impegno di chi dona il proprio tempo per la crescita del territorio”. “Sin dalla sua prima edizione”, spiega Antimo Civero, “l’associazione con la sua decennale attività, ha avuto come quinta naturale le straordinarie vestigia del territorio flegreo. Il territorio che vive e racconta il suo passato per proiettarlo nel futuro sono momenti che appaiono fondamentali e insostituibili di ogni cultura”.

La città bassa nell’area archeologica di Cuma location del festival il 7 luglio

Emilia Zamuner apre il festival il 5 luglio

Un grande palco in movimento con la partecipazione di tanti artisti. Uno spettacolo multiforme e dinamico, una festa per coinvolgere tutti. Un viaggio emozionante di cultura e sapere, di radici e tradizioni, leggendo la storia del territorio fino ai giorni nostri. Apre il festival l’Emilia Zamuner Quartet, il 5 luglio 2018 al Cala Moresca a Miseno (Bacoli) con un omaggio a Pino Daniele; atmosfere intime e poetiche con improvvisazioni in perfetto stile jazzistico che regalano preziose sonorità. Alla voce, Emilia Zamuner, Paolo Zamuner al piano, Michele Sperandio alla batteria, Lorenzo Scipioni. Il 7 luglio 2018 la città bassa di Cuma sarà la location d’eccezione di una grande band, la New Talent Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini – Special guest Stefano di Battista con il progetto musicale “Our Monk”, ispirato a Thelonious Monk, scelto come modello e riferimento per il suo approccio esecutivo fuori dagli schemi. Un omaggio al singolare pianista e compositore statunitense, artista eclettico e originale che ha rappresentato la sfera be bop a New York. La partecipazione di solisti di eccezione e l’utilizzo delle nuove tecnologie di video-mapping completano e arricchiscono la proposta. Il progetto, promosso dalla Fondazione Musica per Roma, ha il sostegno del MiBACT e della SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “S’illumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”. Note swing, che collegano le due meravigliose e creative città di Napoli e New Orleans, da Toledo a storyville, da Carosone ad Armstrong, dal mandolino al banjo, in una fusione tra tradizione europea e musica afro–americana, risuoneranno nel concerto di Dr. Jazz & Dirty Bucks Swing Band che il 13 luglio 2018 si esibirà alla Maison Toledo a Pozzuoli: Alfredo “Dr. Jazz” Verga, chitarra e voce; Alessandro “Mr. Groove” Panella, contrabasso; Luciano “Mr.Chugga” De Ioanni, batteria; Ettore “Mr.Dirty” Patrevita, sax.

Le terme romane di Baia quinta architettonica per gli spettacoli del 14 e 15 luglio

Il 14 e 15 luglio lo splendido scenario delle Terme romane di Baia farà da cornice a due concerti dalla forte caratterizzazione. Sonorità brasiliane nella musica di Yamandu Costa (il 14 luglio), chitarrista e compositore brasiliano, applaudito da Paco De Lucia. Le sue interpretazioni con la chitarra a 7 corde spaziano dalle milonghe ai tanghi alla zambas, allo chamanè. Yamandu, con il suo tocco unico e l’accurata ricerca delle dinamiche, rappresenta oggi uno dei maggiori interpreti della musica brasiliana di tutti i tempi. Il 15 luglio è la volta del sound aspro e sensuale dalle coloritura africane di Abbey Lincoln, nell’omaggio dell’ Ada Montellanico Quintet, con il progetto Abbey’s Road feat. Giovanni Falzone. Abbey Lincoln, cantante e autrice di grande originalità, fu figura leggendaria non solo in ambito musicale ma per l’intero movimento Black Power. Impegnata politicamente negli anni ’60 in seno alla comunità nera, fece della sua musica una cassa di risonanza nella denuncia delle discriminazioni razziali vissute dalla popolazione afroamericana. Ada Montellanico ripercorre la strada di Abbey, ricalcando la forza narratrice delle sue composizioni, il carattere africano del suo universo sonoro e la sua profonda aggressività. (Ada Montellanico – voce; Giovanni Falzone – tromba; Massimo Pirone – trombone; Jacopo Ferrazza – contrabasso; Valerio Vantaggio – batteria).

Il castello aragonese domina Baia: qui si chiude il festival il 21 luglio

Il 19 luglio 2018 al lago Lucrino, presso l’AKademia Cucina & More, la voce e il piano di Lorenzo Helleger si esibirà assieme a Giovanni Campagnoli alla tromba e flicorno, raccontando Napoli nel bello e nel brutto, tra note classiche e swing. Chiude il Festival il 21 luglio 2018 il grande pianista, compositore e direttore d’orchestra, Enrico Intra che con la cantante afroamericana Joyce Yuille, porta una proposta originale che mescola il cattolico ed europeo canto gregoriano con il protestante e afroamericano spiritual, un mix che conferisce una dimensione straniante e piena di suggestione all’antico canto liturgico. L’Enrico Intra – Joyce Yuille Ensemble si esibirà al Castello di Baia in blues, gregoriani e spirituals, accompagnati da Matteo Bortone (già nuovo miglior talento per la critica italiana del top jazz) al contrabasso e Stefano Tamborrino alla batteria.

Riforma Franceschini: nominati i dieci nuovi direttori di musei e parchi archeologici. Sono italiani, archeologi e storici dell’arte, con esperienza internazionale

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Archeologi e storici dell’arte chiamati per la Riforma Franceschini dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, con Lorenzo Casini (ordinario di diritto amministrativo della Scuola IMT Alti studi di Lucca), Keith Christiansen (storico dell’arte e curatore capo del Department of Eurepean Paintings del Metropolitan Museum of Art di New York), Claudia Ferrazzi (consigliere di Amministrazione del Louvre-Lens) e Michel Gras (archeologo e direttore di ricerca del Centre national de la recherche scientifique di Parigi): con la selezione internazionale per i direttori dei 10 grandi musei e parchi archeologici italiani si è infatti conclusa la seconda fase della riforma, che ha interessato il museo Nazionale romano, il complesso monumentale della Pilotta a Parma, il museo della Civiltà di Roma, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il museo storico e il parco del Castello di Miramare a Trieste, il parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli, il parco archeologico dell’Appia antica a Roma, il parco archeologico di Ercolano a Napoli, il parco archeologico di Ostia antica a Roma, Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli. Due dei 10 nuovi direttori rientrano in Italia dopo un’esperienza professionale all’estero: si tratta di Andreina Contessa, scelta per il Castello di Miramare di Trieste, che arriva dal Nahon Museum of Italian Jewish Art di Gerusalemme, e Simone Verde scelto per dirigere la Pilotta a Parma, che viene dal Louvre di Abu Dhabi. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Mibact. “Con queste 10 nomine di grande levatura scientifica”, interviene il ministro Franceschini, “sono state riconosciute le eccellenze italiane, con particolare riferimento all’archeologia e alla storia dell’arte. La commissione ha fatto un grande lavoro e ha offerto al direttore generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilità di scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono italiani con elevata professionalità nella direzione del patrimonio culturale, con alcuni che tornano nel nostro Paese dopo importanti esperienze all’estero”. Il ministro ha scelto il direttore del museo nazionale Romano, mentre il dg Soragni ha scelto i direttori degli altri 9 musei e parchi archeologici. Vediamo le dieci schede.

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

MUSEO NAZIONALE ROMANO (ROMA): Daniela Porro, storica dell’arte. Entrata nel 1985 al Mibact dove dal 2009 è dirigente storico dell’arte. Dal 2012 al 2015 ha diretto la soprintendenza speciale per il Patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Roma. Dal 2015 è segretario regionale del Lazio. È considerata tra i dirigenti più esperti nel settore museale.

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

COMPLESSO MONUMENTALE DELLA PILOTTA (PARMA): Simone Verde, storico dell’arte. Dal 2014 è responsabile della ricerca scientifica e della produzione editoriale del Louvre-Abu Dhabi negli Emirati Arabi, dove ha anche coordinato l’equipe scientifica dell’Agence France-Muséums. Curatore di mostre e docente, è autore di noti saggi nel settore del patrimonio culturale.

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

MUSEO DELLE CIVILTÀ (ROMA): Filippo Maria Gambari, archeologo. Dirigente dal 2009 del Mibact dove è entrato nel 1979. Soprintendente per i beni archeologici dell’Emilia Romagna dal 2010 al 2014, della Lombardia dal 2014 al 2016, e poi della Sardegna. Archeologo con una vasta esperienza sul campo e dall’alto profilo scientifico.

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA (ROMA): Valentino Nizzo, archeologo. Dottore di ricerca in Archeologia, dal 2010 funzionario archeologo della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna. Ha all’attivo numerose attività di scavo e ricognizione archeologica antecedenti all’ingresso nel Mibact. Autore di diverse pubblicazioni.

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

MUSEO STORICO E PARCO DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TRIESTE): Andreina Contessa, storica dell’arte e curatrice museale. Dal 2009 è direttore del Nahon Museum of Italian Jewish Art a Gerusalemme. Dal 1994 ha insegnato storia dell’arte in Europa e negli Stati Uniti. Autrice di numerose pubblicazioni, ha curato diverse mostre, realizzando direttamente anche documentari e altri prodotti multimediali.

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

PARCO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI: Adele Campanelli, archeologo. Dirigente archeologo Mibact dove è entrata nel 1980. Soprintendente per i Beni archeologici delle Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta dal 2010 al 2014. Dal 2015 al 2016 è stata soprintendente Archeologia della Campania e, poi, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio dal 2016. Vanta una lunga esperienza sia nella tutela del territorio, sia nella gestione e nella direzione di istituti e luoghi della cultura.

Rita Paris, neo direttore del parco dell'Appia antica

Rita Paris, neo direttore del parco dell’Appia antica

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA: Rita Paris, archeologo. Funzionaria del Mibact dal 1983. Responsabile dei monumenti e delle aree archeologiche dell’Appia antica dal 1996, cura, dal 2006, anche l’Archivio Cederna. È studiosa molto apprezzata in Italia e all’estero.

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

PARCO ARCHEOLOGICO DI ERCOLANO: Francesco Sirano, archeologo. Funzionario Mibact dal 1999, ha maturato importanti esperienze nella gestione e nella tutela delle aree archeologiche della Campania. Autore di numerose pubblicazioni, è abilitato all’insegnamento come professore universitario in Italia e in Francia.

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA: Fabrizio Delussu, archeologo. Direttore e curatore del museo Archeologico di Dorgali, in Sardegna, dal 2012 al 2016. Docente e ricercatore all’università di Sassari dal 1998, vanta una decennale esperienza nei rapporti con le pubbliche amministrazioni, con specifico riguardo alla archeologia.

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

VILLA ADRIANA E VILLA D’ESTE (TIVOLI): Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte. È stato direttore artistico di ArtVerona e di BJCEM 2015, la biennale di giovani creativi dell’Europa (Milano 2015). Ha all’attivo numerosi progetti curatoriali e numerose pubblicazioni su riviste di settore.