Archivio tag | Paolo Matthiae

Tourisma 2016. Al salone internazionale dell’archeologia di Firenze migliaia di presenze. Matthiae, Morandi Bonacossi e Peyronel su archeologia e ricerca italiana all’estero nei periodi di crisi e di guerra. Il Vicino Oriente in fiamme

L'auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

L’auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

L'archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall'Isis nel 2015

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis nel 2015

Una marea di appassionati e addetti ai lavori, di curiosi e aficionados: ecco Tourisma 2016, il salone internazionale dell’archeologia che ha animato il Palazzo dei Congressi di Firenze dal 19 al 21 febbraio 2016. Tra 10 e 12mila le persone che, si calcola, hanno partecipato alla kermesse promossa dalla rivista Archeologia Viva diretta da Piero Pruneti. E il colpo d’occhio dell’auditorium del centro congressi straboccante nella foto di Valerio Ricciardi ben rende l’atmosfera di calda partecipazione. Partecipazione vissuta comunque non solo in auditorium, sede privilegiata della kermesse, ma anche nelle altre sale messe a disposizione da Firenze Fiere per workshop, presentazioni, assemblee, incontri, come pure negli spazi comuni riservati agli stand espositivi e ai laboratori. Molti i temi toccati, ma uno in particolare ha percorso trasversalmente le tre giornate di lavori: il rapporto dell’archeologia e della ricerca italiana all’estero con le crisi internazionali e la guerra, insieme a un ricordo-omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo siriano custode per anni del sito Unesco di Palmira decapitato nell’agosto 2015 dall’Isis, affidato a Paolo Matthiae, il decano degli archeologi italiani in Siria, e all’instant movie del regista veneziano Alberto Castellani “Khaled al-Asaad: quel giorno a Palmira”. Toccanti le parole dello scopritore di Ebla: “Khaled Asaad era un uomo giusto, onesto, liberale, ospitale, simpatico. Era un figlio di quella regione, un efficace ambasciatore dei tesori del suo Paese. Lui è stato giustiziato dall’Isis per tre motivi: perché non ha rivelato dove aveva nascosto i tesori portati in salvo da Palmira; perché era ritenuto un servo del regime di Assad; perché era custode di un luogo pagano. In realtà Khaled fu un eccellente servitore del suo Paese”.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell'Unesco, da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L'archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

Proprio a Matthiae, professore emerito di Archeologia e storia del Vicino Oriente antico alla Sapienza di Roma, è stato affidato il compito di fare il punto sulla situazione della Mesopotamia in fiamme. “Stiamo assistendo a un inaudito disastro del patrimonio culturale dell’Iraq e della Siria”, spiega, attraverso anche una cinica guerra di comunicazione parallelamente alla guerra vera e propria. “Si parla – è vero – di propaganda dell’Isis. Ma in questo contesto si dicono anche tante stupidaggini. Una delle più ricorrenti è quella che sostiene che l’Isis si finanzia attraverso la vendita delle antichità. Niente di più assurdo. Ci vorrebbero almeno 200 opere originali di Leonardo Da Vinci per finanziare le spese che sostiene l’Isis. E lo si può capire facilmente che le antichità non possono essere remunerative. Basta controllare le quotazioni del mercato antiquario alle aste e si vede che le valutazioni dei reperti archeologici non superano alcune migliaia di euro”. E aggiunge polemico: “Allora viene il sospetto che quando soprattutto negli Usa si fanno queste affermazioni è solo per non dire o non affrontare il vero problema: chi finanzia, chi c’è dietro l’Isis? Se noi lo svelassimo, la guerra sarebbe presto finita. In questo contesto Palmira è un esempio calzante che spiega la non volontà di intervento. Palmira – lo sappiamo – è un’oasi nel deserto, senza consistenti nuclei abitati nelle vicinanze. Quindi, considerando la potenzialità delle forze alleate in campo, difendere e salvaguardare Palmira sarebbe stato un gioco da ragazzi. Invece Palmira è stata lasciata sola, permettendo che poche centinaia di miliziani jiahdisti, si parla di 800, la occupassero facilmente. Con le conseguenze che poi conosciamo tutti. È ridicolo. Perché non si è fatto niente?”.

Il sito di Ebla in Siria: senza la manutenzione la città del III millennio si sta distruggendo

Il sito di Ebla in Siria: senza la manutenzione la città del III millennio si sta distruggendo

In Siria è dal 2010 che sono state interrotte le missioni archeologiche. Oggi le attività di ricerca archeologica sono possibili e continuano in quei territori che sono ancora sotto il controllo dello Stato siriano. Ovviamente lavorano solo gli archeologi siriani perché le missioni straniere sono bloccate. “A Ebla, ad esempio, nel 2010 si stava predisponendo – col pieno appoggio delle autorità governative – il piano per la realizzazione del Parco archeologico di Ebla, che prevedeva il coinvolgimento di cinque villaggi vicini per l’appoggio logistico e di servizio al previsto e auspicato flusso turistico. E a Idlib, la città capoluogo, era già stata realizzata la Casa della Cultura, che doveva fungere da centro logistico e informativo per i turisti, con annesso il rinnovato Museo archeologico di Idlib, che nelle intenzioni doveva diventare il museo di Ebla con reperti e ricostruzioni della grande città del III millennio a.C. La Casa della Cultura”, ricorda amaro Matthiae, “è stata distrutta dall’Isis, mentre il sito di Ebla abbandonato al degrado si sta distruggendo per mancanza di manutenzione. Infatti, senza la necessaria cura (noi la facevamo due volte l’anno) si è praticamente sfaldata. E non potrebbe essere altrimenti trattandosi di strutture in mattoni crudi”.

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

Daniele Morandi Bonacossi a Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

Daniele Morandi Bonacossi a Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

Purtroppo non c’è solo Ebla: l’archeologia oggi è ferita in Iraq e Siria, come ricorda Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia e Vicino Oriente antico all’università di Udine e direttore del Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive, nel Kurdistan iracheno, ampia ricerca interdisciplinare condotta nell’ambito della Missione Archeologica Italiana in Assiria (MAIA). “L’Isis mostra di voler distruggere quanto offende la presenza del monoteismo coranico di matrice salafita e wahabita, perché l’Isis si richiama all’Islam delle origini. Di qui la distruzione di quanto non rientra in questi canoni: moschee, mausolei, chiese, statue antiche, siti archeologici. Di qui le distruzioni del museo di Mosul, dei siti di Nimrud e Hatra, fino a Palmira e alla decapitazione di Khaled Asaad”.

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Morandi Bonacossi mette in guardia da facili conclusioni. “La furia iconoclasta non è una prerogativa dell’Isis, e soprattutto non ha nulla a che fare con l’Islam”, assicura. “L’iconoclastia è uno strumento politico di potere di cui l’uomo si è sempre servito fin dalle origini, in ogni cultura e in ogni latitudine. Oggi in Isis c’è la volontà di distruggere quegli Stati creati a tavolino dagli inglesi alla caduta dell’impero ottomano. Ma il saccheggio dei siti archeologici in Iraq e Siria non è legato solo all’Isis. Se infatti il saccheggio promosso dagli uomini del Califfo hanno praticamente distrutto il sito della città carovaniera seleucide di Dura Europos e quello della città sumera di Mari, diversa è la responsabilità per la città greco-romana di Apamea che, pur essendo sotto il controllo delle forze governative, ha avuto la stessa tragica sorte”. Un saccheggio annunciato, purtroppo. “Noi archeologi orientalisti”, continua, “avevamo già previsto come sarebbe andata a finire: un grande saccheggio. Lo sapevamo perché lo avevamo visto in Iraq all’indomani della caduta di Saddam Hussein quando, essendo venuto meno il controllo del territorio da parte dell’autorità centrale, le aree archeologiche furono violentate e distrutte da un saccheggio sistematico. E nei saccheggi si porta via di tutto: dalle ceramiche alle sculture, dai rilievi alle monete. E questi “tombaroli” forti dell’esperienza maturata in Iraq, oggi sono assoldati dall’Isis per depredare il nord della Mesopotamia, e per tale “servizio” lo Stato Islamico ha previsto anche una tassa, il khums (il quinto), vale a dire che il 20% dei proventi deve essere versato all’Isis. Le antichità depredate finiscono per la maggior parte nei mercati antiquari degli Usa e dell’Europa. Proprio la quantità di oggetti che raggiungono il mercato antiquario occidentale sono una cartina di tornasole dell’entità del saccheggio in atto. E le cifre sono drammatiche: secondo l’Unesco, il traffico di materiale archeologico da scavi illegali o clandestini produrrebbe un volume di affari di 7 miliardi di euro”.

L'archeologo dello Iulm, Luca Peyronel, in Vicino Oriente

L’archeologo Luca Peyronel in Vicino Oriente

Che fare, allora, di fronte all’Isis? Lo indica Luca Peyronel, professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente antico alla Iulm di Milano, e direttore della missione archeologica italiana nella piana di Erbil in Kurdistan iracheno: “Bisogna continuare a fare ricerca, ovviamente in una situazione di relativa sicurezza, perché la nostra presenza ha un valore etico. E ciò vale anche per la Siria dove, se non è possibile andare fisicamente in missione, almeno si può continuare a studiare e a pubblicare quanto già scavato. E anche la recente creazione dei Caschi blu della Cultura (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/02/19/istituiti-i-caschi-blu-della-cultura-sotto-legida-dellunesco-la-prima-task-force-united4heritage-e-italiana-con-tecnici-specializzati-e-carabini/) va letto positivamente a livello internazionale, perché è una importante risposta politica al fondamentalismo”.

L’Iran e le statue coperte ai musei Capitolini. Franceschini: “Un tragico errore”. Il parere di archeologi orientalisti. Il rapporto degli iraniani con l’arte, tra limitazioni e censure. Il rispetto dell’arte antica

La Venere Capitolina (nel riquadro) inscatolata ai Musei Capitolini di Roma per la visita del presidente Rohani

La Venere Capitolina (nel riquadro) inscatolata ai Musei Capitolini di Roma per la visita del presidente Rohani

Coprire o non coprire i capolavori dei musei Capitolini di Roma agli occhi del presidente della repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani in visita ufficiale in Italia? “Qualsiasi persona di buonsenso capisce che è stato un errore tragico”, sentenzia il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, che ricorda l’importanza di essere ospitali ma anche che sarebbe bastato “scegliere un’altra sala, un altro museo o percorso. È stato uno sbaglio”. Al di là delle valutazioni e delle speculazioni politiche, come è stato “letto” il fatto da archeologi e addetti ai lavori che hanno lavorato nel Vicino Oriente e conoscono la realtà, la cultura e la mentalità del popolo iraniano?

L'archeologo Paolo Matthiae

L’archeologo Paolo Matthiae

“Una scelta infelice quella di coprire con sarcofaghi bianchi dei capolavori del mondo antico”: ne è convinto l’archeologo Paolo Matthiae, noto per aver scoperto la città di Ebla in Siria, che dice di non comprendere come mai Rohani non sia stato accolto in un luogo che permettesse “il dovuto rispetto per un ospite straniero” e non compromettesse “il nostro modo di considerare le opere artistiche in piena libertà. I musei Capitolini non sono una sede della presidenza del Consiglio o del ministero degli Esteri. Alternative ce n’erano: penso al Palazzo Senatorio al Campidoglio o a Villa Madama”. E l’archeologo Giuseppe Proietti, che è stato a lungo segretario generale del Mibact, per il quale ha avuto tra i tantissimi incarichi la responsabilità del Progetto italo-iraniano per il restauro della Fortezza di Bam in Iran: “Gli iraniani sono di cultura aniconica, per loro è proibito raffigurare immagini, anche la loro cultura figurativa è senza immagini, perché per loro è peccato riprodurre l’immagine dell’uomo e di Dio. Infatti non è tanto una questione di senso del pudore, quanto un precetto religioso, perché l’arte islamica è per dettame religioso un’arte aniconica, senza immagini umane. Però tante volte a Roma abbiamo avuto in visita alti esponenti dei governi di Teheran e mai ci si è preoccupati di coprire le nostre statue. Ricordo ad esempio la visita del ministro degli esteri del primo governo cosiddetto riformatore, quello di Khatami. Venne al museo di Arte orientale dove si inaugurava una mostra di opere provenienti dall’Iran, ma dentro quel museo c’erano anche tante altre opere figurative, indiane, che non furono coperte”.

La statua colossale di Ercole nudo scolpita sulla roccia nel sito archeologico di Bisotun (Iran occidentale)

La statua colossale di Ercole nudo scolpita sulla roccia nel sito archeologico di Bisotun (Iran occidentale)

Il "Giudizio universale" nella cattedrale armena di Vank a Esfahan (Iran)

Il “Giudizio universale” nella cattedrale armena di Vank a Esfahan (Iran)

Un dipinto nel Palazzo di Borujerdi a Kashan (Iran)

Un dipinto nel Palazzo di Borujerdi a Kashan (Iran)

E gli iraniani che vivono in Italia? come è il loro rapporto con l’arte? “Noi abbiamo certamente molte limitazioni e la censura”, ammettono, “ma non si ricorda di aver mai sentito di statue o opere d’arte coperte in modo plateale. Crediamo se mai, che le più scandalose siano state rimosse, ma altre sono visibili. Direi che da noi in Iran c’è pragmatismo, censura religiosa ma non fobia del nudo nell’arte antica”. D’altra parte basta fare un viaggio in Iran per scoprire come il Paese conservi ancora tutte le testimonianze culturali dell’antica Persia. I siti archeologici, non solo quelli famosissimi di Persepoli e Pasargade, sono ben conservati. “Nel museo archeologico di Teheran ci sono immagini di nudo femminile esposte. Talora vengono coperte le parti più intime, mentre molte altre rimangono negli scantinati: certo non ci sarà mai una sala affollata di nudi”. L’Iran ha anche una letteratura in cui si annoverano grandi cantori dell’amore come Rumi, Hafez, Kayyam. “Rime a tratti erotiche ancora vive nell’immaginario collettivo”, spiega Antonello Sacchetti, scrittore, esperto di società persiana. Le quartine di Kayyam ad esempio sono dedicate soprattutto all’esaltazione del vino: “Bevi vino, ché vita eterna è questa vita mortale – recitano alcuni versi – E questo è tutto quello ch’hai della tua giovinezza; Ed or che c’è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d’ebbrezza”. Versi che contrastano con la realtà: bere alcolici in Iran è vietato. Alcune minoranze, come i cristiani, possono però usarlo nelle cerimonie. La censura è invece molto forte nei libri, in tv e al cinema. “Ad esempio studiare arte in Iran è complesso”, spiega Tannaz Lahiji, artista iraniana e docente di Disegno a Firenze, “basti pensare alla difficoltà di imparare l’anatomia senza nudi, o a confezionare abiti senza modelle. Però nei confronti della storia antica, di cui l’iraniano è molto orgoglioso, non si percepisce un tabù. Esempi significativi sono la statua di Ercole a Bisotun scolpita in tutta la sua virile nudità; gli affreschi della cattedrale armena di Vank a Isfahan, con il turbinio di corpi nudi nelle pene dell’inferno del Giudizio Universale, o i dipinti di Borujerdi House, a Kashan, dove fa capolino qualche donnina discinta. E l’elenco potrebbe continuare”.

L'imprenditore Alessandro Goppion

L’imprenditore Alessandro Goppion

Amara la conclusione di Alessandro Goppion, ceo dell’omonima azienda molto conosciuta nel settore della progettazione di impianti d’esposizione museale: “La decisione di coprire con dei pannelli bianchi le statue in occasione della visita del presidente dell’Iran Rohani in Campidoglio non è un segno di rispetto nei confronti della cultura iraniana, ma un intervento che, negando le espressioni artistiche della civiltà occidentale, finisce involontariamente per legittimare gli attacchi di chi queste opere le vuole distruggere, come l’Isis. Attraverso il meccanismo della censura non si fa che accettare l’idea di offendere una cultura quando potevano essere trovati altri modi per non infastidire la sensibilità del presidente iraniano. Così ad essere censurata è solo la nostra storia”.

Ai Lincei Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per mezzo secolo in Siria, interviene sulla situazione in Vicino Oriente: “Italia in prima linea per salvare il patrimonio dall’odio dell’Isis”

L'archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per quasi 50 anni ha operato in Siria

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per quasi 50 anni ha operato in Siria

Dolore e rabbia per quanto sta accadendo nel Vicino Oriente, ma anche una certezza: “L’Italia è e sarà in prima linea per contrastare la distruzione del patrimonio storico e artistico della Siria e dell’Iraq che il sedicente Stato Islamico sta compiendo, mostrando un odio inconcepibile, oltre ogni più orribile previsione”. Paolo Matthiae, accademico dei Lincei, uno dei più grandi archeologi orientalisti non solo tra gli italiani, direttore per 47 anni (1964-2010) della missione archeologica a Tell Mardikh, in Siria, dove ha scoperto l’antica città di Ebla e i suoi straordinari archivi reali, proprio all’Accademia dei Lincei a Roma ha coordinato la conferenza su “Le distruzioni del patrimonio culturale tra passato e futuro. Il dramma della Siria e dell’Iraq, e le iniziative dell’Italia” alla presenza del senatore Francesco Rutelli e dello storico Andrea Giardina.

L'archeologo Paolo Matthiae

L’archeologo Paolo Matthiae

Quanto è a rischio il patrimonio archeologico del Vicino Oriente? Che cosa sta facendo e cosa può fare il mondo civile per fermare questa barbarie? Temi cari allo scopritore di Ebla che sarà uno dei protagonisti alla seconda edizione di Tourisma, il salone internazionale dell’archeologia in programma a Firenze dal 19 al 21 febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/18/dal-19-al-21-febbraio-2016-appuntamento-a-firenze-per-tourisma-il-salone-internazionale-dellarcheologia-decine-di-incontri-con-piu-di-duecento-relatori/). Per Matthiae “una sofferenza non facilmente dicibile”. Lui che in Siria ci ha vissuto quasi mezzo secolo, e che la Siria ha visto crescere e aprirsi al mondo. “Negli ultimi decenni era un luogo di concentrazione di attività archeologiche straordinarie. Pensate: nel 1964, quando sono andato in Siria per la prima volta, c’erano 7-8 missioni archeologiche straniere. Quando gli archeologici di tutto il mondo hanno dovuto abbandonare la Siria nel 2010 c’erano un’ottantina di missioni straniere che arrivavano a 120 missioni se si calcolavano quelle congiunte siro-francesi, siro-tedesche, siro-italiane”.

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell'Unesco, da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

“Dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale”, spiega Matthiae, “nessuno di noi avrebbe mai pensato che si potessero ripetere intenzionali distruzioni del patrimonio per odio dell’altro. Un odio assolutamente inconcepibile, perché quando si distrugge un tempio spettacolare di Palmira si distrugge un patrimonio storico siriano, ma anche un patrimonio straordinario dell’umanità non in maniera diversa da quello che è avvenuto a Dresda alla fine della Seconda guerra mondiale”. Per il sedicente Stato Islamico “la cui radice culturale è nel fanatismo wahhabita e salafita, ciò che appartiene al mondo pagano e preislamico è esecrabile e va distrutto”, continua, “ma la furia dell’Is-Daesh non si abbatte solo contro le testimonianze del mondo pagano anteriore all’Islam, ma anche contro opere islamiche e non solo del mondo sciita, ma anche sunnita”.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Accanto all’aspetto teologico, però, la distruzione dei siti storico-archeologici nelle terre conquistate dai miliziani dell’Isis ha anche un aspetto economico. “C’è questo paradosso”, denuncia Matthiae: “l’Is-Daesh distrugge, annienta, polverizza monumenti, opere e centri interi di interesse storico, ma una parte la salva per chi ha un interesse nell’antiquariato. Qui ci sono deplorevoli connivenze nel mondo del Vicino Oriente e Occidentale. Perché ovviamente se si vendono delle cose c’è qualcuno che le acquista”. Su come intervenire per fermare questa barbarie, l’accademico sostiene che “sarebbe un rischio assurdo, impensabile e inattuabile intervenire sullo scenario di guerra”. Tuttavia “l’Italia è in prima linea con una serie di proposte e l’Unione Europea lo riconosce”, conclude Matthiae, che approva la proposta del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini sostenuta dal premier Matteo Renzi dell’istituzione di caschi blu dell’Unesco a protezione del patrimonio culturale: “Il fatto che l’Unesco abbia approvato all’unanimità questa proposta italiana è importante per il futuro sotto un duplice aspetto. Da un lato perché appena si creeranno condizioni di sicurezza si potrà intervenire con dei caschi blu. In secondo luogo perché le forze militari di pace possono essere affiancate da forze specializzate per la protezione culturale”.

Dal 19 al 21 febbraio 2016 appuntamento a Firenze per Tourisma, il salone internazionale dell’Archeologia: decine di incontri con più di duecento relatori

L'auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l'Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

È cominciato il conto alla rovescia: tra un mese, il 19 febbraio 2016, al Palacongressi di Firenze aprirà la seconda edizione di TourismA, il salone internazionale dell’Archeologia, con un ricco calendario di eventi. Oltre a convegni, incontri e workshop (più di venti nei tre giorni del Salone con circa duecentoventi relatori!) sono previsti quattro Archeolaboratori aperti alla partecipazione di grandi e piccoli, singoli, gruppi e scuole. Ospite d’onore di TourismA 2016 è l’archeologo Andrea Carandini che aprirà il XII Incontro Nazionale di Archeologia Viva con una lectio magistralis sulle origini di Roma, mentre il regista Pupi Avati interverrà per ricevere il Premio “R.Francovich” dal ministro Dario Franceschini. Lunghissimo è l’elenco delle grandi personalità del mondo dell’archeologia, della storia, dell’arte e della comunicazione che interverranno nei tre giorni di TourismA, dal 19 al 21 febbraio 2016. Vediamo, a grandi linee, il programma degli eventi, anche se non è ancora quello definitivo.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016. Tre i temi particolarmente significativi del primo giorno di lavori. Professione archeologo: all’auditorium (9-13), “Formazione ricerca tutela professione: l’archeologia italiana agli inizi del Terzo millennio”; cui segue nel pomeriggio in sala Verde (14-18), “Archeologi nella società. Archeologia per la comunità”, assemblea nazionale dell’associazione nazionale Archeologi. Prima parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, all’auditorium (14.15-18.45): oltre alla lectio magistralis di Carandini, un ricordo dell’archeologo Khaled Asaad, custode dei tesori di Palmira, trucidato dall’Isis con interventi di Paolo Matthie (“La Siria in fiamme”), Viviano Domenici (“Salvare i tesori dalla furia dell’Isis”) e il il film di Alberto Castellani “Khaled al-Asaad: quel giorno a Palmira”. Terzo grande tema: l’archeologia nei territori di guerra. In Sala Verde (9.30-13) e in Sala Onice (14.30-17), “Spes contra Spem: archeologia e ricerca italiana all’estero al tempo della crisi”: sarà un viaggio alla scoperta delle missioni italiane: Phoinike in Albania (Sandro De Maria), Harwa in Egitto (Francesco Tiradritti), Erbil nel Kurdistan iracheno (Luca Peyronel), Afghanistan (Anna Filigenzi), Dmanisi in Georgia (Lorenzo Rook), Althiburos in Tunisia (Gilberto Montali), Gortina di Creta (Enzo Lippolis), Gerico in Palestina (Lorenzo Nigro).

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

SABATO 20 FEBBRAIO 2016. La seconda giornata si apre all’auditorium (9-12.15) con un focus su “Vecchi e nuovi direttori: riusciranno i nostri eroi?”, con le testimonianza da Reggio Calabria a Napoli, da Taranto a Paestum; cui segue (12.15-13) la consegna del premio “R.Francovich” al regista Pupi Avati. Nel pomeriggio , sempre all’auditorium (14.15-18.15), la seconda parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, si sofferma con Damiano Marchi sulla scoperta in Sudafrica dell’Homo Naledi; riflette con Franco Cardini sul Califfo e l’ipocrisia dell’Occidente; invece Daniele Morandi Bonacossi prende spunto dalla mostra di Aquileia per introdurre il progetto “L’archeologia ferita. Aquileia ponte tra Occidente e Oriente”; infine Alberto Angela si sofferma sulla millenaria storia della basilica di San Pietro tra arte e archeologia. Per chi cerca curiosità o scoperte particolari, da segnalare in Sala Verde (9-12.30), “Toscana archeologica: ultime scoperte tra il mare e l’Appennino”; in Sala 4 (16-17.30), la “Cultura villanoviana: nuovi dati dalle necropoli di Verucchio”; infine il convegno-workshop in Sala 4, “Sudan, il regno dei faraoni neri”.

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

DOMENICA 21 FEBBRAIO 2016. Il terzo e ultimo giorno di Tourisma è praticamente monopolizzato in auditorium (8-18) dalla terza parte del XII incontro nazionale di Archeologia Viva. Il film “Petra. La città perduta” di Gary Glassman apre i lavori. La mattina passa dall’archeologia della Magna Grecia: archeologia pubblica nella valle dei Templi di Agrigento (Giuseppe Parello), pitture campane e paestane a Paestum (Angela Pontrandolfo), ricerche in corso a Pompei (Massimo Osanna). Alla letteratura greca: Luciano Canfora parla di Tucidide e Giorgio Ieranò di Omero. Nel pomeriggio, Sebastiano Tusa ci porterà nei fondali delle Egadi e delle Eolie e Maria Ausilia Fadda nei santuari nuragici. Gran finale con Valerio Massimo Manfredi e Lorenzo Braccesi sulle donne nell’antichità.

Andrea Pessina, soprintendente ai Beni archeologici della Toscana (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Andrea Pessina, soprintendente ai Beni archeologici della Toscana (foto Valerio Ricciardi, Roma)

L’inaugurazione ufficiale di Tourisma 2016 è in programma giovedì 18 febbraio alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza del sindaco Dario Nardella, del soprintendente all’Archeologia della Toscana Andrea Pessina e del direttore di Archeologia Viva Piero Pruneti.  Louis Godart, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per il patrimonio culturale, terrà una conferenza su “Una civiltà per l’Europa”. Ingresso con prenotazione obbligatoria. L’accredito nominativo va richiesto per e-mail a: archeologiaviva@ giunti.it.

Baghdad riapre il museo archeologico mentre a Mosul si contano i danni: condanna unanime dello sfregio dell’Isis ai reperti partici da Hatra e assiri da Ninive. Molte erano copie

I miliziani dell'Isis si accaniscono contro i tesori del museo di Mosul in Iraq

I miliziani dell’Isis si accaniscono contro i tesori preislamici del museo di Mosul in Iraq

Baghdad rivive mentre Mosul muore. Le autorità irachene hanno ufficialmente riaperto al 1° marzo il museo nazionale di Baghdad, in Iraq. Era chiuso da dodici anni e il suo patrimonio era stato danneggiato dai saccheggi causati dalla guerra del 2003. Si stima che solo un terzo dei circa quindicimila reperti trafugati siano stati recuperati negli anni successivi. Una buona notizia certamente, una risposta chiara e decisa delle autorità irachene a quanto successo a Mosul, con la distruzione da parte dell’Isis delle testimonianze delle civiltà preislamiche, dall’assira alla partica. “Quell’evento – sottolineano – ha ricordato brutalmente alla comunità internazionale i rischi del patrimonio artistico nelle zone mediorientali ancora devastate dalla guerra”. E il presidente del Parlamento iracheno, Salim al Jubury: “Queste forze delle tenebre provano ad essere nemici del presente, del futuro e del passato dell’Iraq”. Mentre il vice presidente della Repubblica, Osama al Nujaify, non ha dubbi: “Ora il popolo attende il segnale per liberare Mosul dagli invasori che l’hanno inquinata. Quanto avvenuto a Mosul va oltre la capacità di descrivere la barbarie e l’orrore”.

I proclami degli jihadisti a giustificazione dello scempio fatto a Mosul hanno fatto il giro del mondo

I proclami degli jihadisti a giustificazione dello scempio fatto a Mosul hanno fatto il giro del mondo

2001: i talebani fanno saltare con l'esplosivo i budda di Bamiyan

2001: i talebani fanno saltare i budda di Bamiyan

Orrore e sgomento. Sono immagini di una violenza insensata e scioccante, quelle che hanno fatto il giro del mondo. Cinque minuti di video diffusi dall’Isis in cui miliziani jihadisti, uomini barbuti e donne in chador nero, si sono accaniti contro “i simboli pagani, idoli venerati invece di Allah da gente che viveva nei secoli passati”, abbattendo e dandosi metodicamente alla distruzione di statue e bassorilievi conservati nel museo di Mosul, dove sono custoditi i reperti di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro. E questo è solo l’ultimo episodio – ma forse il più grave – di una campagna contro le vestigia del passato in nome di una presunta purezza islamica portata avanti dai miliziani del Califfato su imitazione dei Taleban che nel 2001 fecero saltare in aria le gigantesche statue del Buddha a Bamiyan, in Afghanistan, tra lo sconcerto della comunità internazionale. Dopo avere conquistato Mosul e la circostante piana di Ninive con una fulminea offensiva nel giugno dello scorso anno, l’Isis ha bruciato migliaia di libri sottratti alle biblioteche, improvvisando roghi nelle piazze, ha danneggiato una parte della cinta muraria di Ninive, ha distrutto con l’esplosivo moschee e chiese meta di pellegrinaggi considerati eretici. Le statue vengono abbattute con rabbia dai loro piedistalli, per essere poi decapitate e distrutte a colpi di mazza o con l’uso di martelli pneumatici.

L'abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

L’abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

Francesco Rutelli promuove la campagna internazionale per la salvaguardia del patrimonio a rischio

Francesco Rutelli promuove la campagna internazionale per la salvaguardia del patrimonio a rischio

Immediata e generale l’indignazione della comunità internazionale, non solo del mondo accademico. L’Unesco ha condannato con forza la distruzione a picconate di statue e altri manufatti del museo di Mosul da parte dell’Isis e chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza (Cds) per la protezione delle tradizioni culturali dell’Iraq come «elemento essenziale» per la sicurezza del Paese. «È stato un deliberato attacco alla storia e alla cultura millenaria dell’Iraq», ha detto la direttrice dell’agenzia Onu Irina Bokova secondo cui questo ultimo atto di vandalismo «è molto più di una tragedia per la cultura, è un problema di sicurezza dal momento che alimenta violenza settaria, estremismo e conflitti». La Bokova ha detto di aver investito il Consiglio di Sicurezza invocando la risoluzione 2199 sui finanziamenti illeciti all’Isis approvata di recente dai Quindici. Sono infatti numerose le denunce secondo le quali i jihadisti si sono impadroniti di antichi reperti o hanno addirittura effettuato scavi clandestini per rivendere sul mercato nero tutto ciò che trovavano come una delle principali fonti di finanziamento per la ‘guerra santa’, accanto al petrolio. “Occorre una ‘Coalizione di Civiltà’ contro l’ISIS, che unisca, con l’Occidente e i Paesi emergenti, le nazioni arabe ed islamiche”, interviene Francesco Rutelli, che da quasi due anni sta promuovendo una Campagna Internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale a rischio. “Stiamo denunciando un aspetto cruciale della deriva islamista-fondamentalista: la deliberata distruzione del Patrimonio Culturale come strumento di potere politico-ideologico-religioso-terroristico. Questa nostra azione è stata dapprima ignorata – a partire dall’Unione Europea, dove la signora Ashton non ha voluto fare assolutamente nulla – in ragione di una malintesa contrapposizione al dittatore siriano Assad. Un immobilismo demenziale, incapace di cogliere la gravità della minaccia e delle distruzioni in Siria, quindi tragicamente dilagate in Iraq. Con la nostra Campagna per la Salvezza del Patrimonio minacciato – grazie all’impegno di prestigiosi studiosi guidati da Paolo Matthiae (che recentemente ha rilanciato l’appello da Tourisma, il salone internazionale dell’archeologia. Vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/21/paolo-matthiae-lo-scopritore-di-ebla-premiato-a-tourisma-da-dove-lancia-un-grido-di-dolore-per-la-siria-e-poi-ammonisce-larcheologia-del-vicino-oriente-e-finita-in-futuro-non-sa/) – abbiamo denunciato tre crisi gravissime: la distruzione del Patrimonio dell’umanità in teatri di battaglia, gli scavi illegali e traffico illecito di Patrimonio archeologico, sia per finanziare la sussistenza, sia l’armamento dei gruppi islamisti e, infine, il ritorno dell’iconoclastia, ovvero la distruzione deliberata da parte dell’ISIS delle tracce delle culture additate come diverse, o perverse (riesumando il modello nazista hitleriano)”. E conclude amaro: “Chi uccide la Memoria unica ed irripetibile dell’Umanità, non compie opera meno grave dell’uccisione, dello stupro, del rapimento, della conduzione in schiavitù degli esseri umani. Forse, la diffusione deliberata di queste immagini di Mosul da parte dell’ISIS, con la sua sprezzante immonda arroganza, farà risvegliare qualche anima bella che negli ultimi anni ha preferito far finta di non sapere e non vedere, per non dover agire”.

Le mura ricostruite di Ninive sarebbero state danneggiate dall'Isis

Le mura ricostruite di Ninive sarebbero state danneggiate dall’Isis

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini affiderà a una commissione la risposta definitiva

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

Condanna unanime. Se il presidente francese, Francois Hollande, a margine della sua visita nelle Filippine, definisce lo sfregio al museo di Mosul “un atto di barbarie”, il ministro delle antichità della Repubblica d’Egitto, Mamdouh El Damati, a Rovereto per la firma di una convenzione con il Museo civico della città trentina sulla catalogazione fotografica dei siti del Medio Egitto, “atti intollerabili di vandalismo”. Investito dall’Unesco che ne ha chiesto una riunione urgente, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato “con forza” i “barbarici atti di terrorismo” attribuiti all’Isis che includono rapimenti, uccisioni e la “deliberata distruzione di insostituibili manufatti religiosi e culturali del Museo di Mosul” e il rogo di migliaia di libri e manoscritti rari dalla biblioteca di quella città. Thomas Campbell, il direttore del Metropolitan Museum che nelle sue raccolte ospita una importante collezione di arte mesopotamica: “A nome del Metropolitan, un museo che nelle sue raccolte protegge e mostra con orgoglio opere d’arte della Mesopotamia antica e islamica, condanniamo con forza questo atto di catastrofica distruzione inferta a uno dei più importanti musei del mondo, l’attacco insensato non colpisce tragicamente solo Mosul ma il nostro impegno universale a usare l’arte per unire i popoli e promuovere la comprensione umana”. E il ministro italiano ai Beni culturali, Dario Franceschini: “Dopo la violenza atroce sulle persone, ora la follia cieca e distruttrice dell’Isis sulle statue assire a Mosul, patrimonio di tutta l’umanità”.

Secondo gli esperti molte delle opere distrutte a Mosul erano copie: gli originali sarebbero a Baghdad

Secondo gli esperti molte delle opere distrutte a Mosul erano copie: gli originali sarebbero a Baghdad

Ma cosa è andato veramente distrutto a Mosul? Il museo di Mosul è/era uno dei principali del paese, dopo quello di Baghdad, e uno dei più importanti del Medio Oriente. Era articolato in quattro sezioni, dedicate all’arte islamica, preistorica, assira e partica. Nel 2003, nelle prime fasi della guerra in Iraq, molti reperti vennero rubati o danneggiati. Quello stesso anno il personale del museo trasportò 1500 reperti al museo di Baghdad. Ci sono poche informazioni su che cosa sia stato del museo tra il 2009 e oggi, dice l’Arca, associazione con attività in Italia e negli Stati Uniti che si occupa della tutela del patrimonio artistico. Proprio da Baghdad, fonti della commissione nazionale per il patrimonio culturale hanno detto che parte dei reperti del museo di Mosul distrutti nel video diffuso dall’Isis erano copie e che gli originali sono custoditi al Museo iracheno della capitale o all’estero. Altri pezzi erano invece originali, ma le autorità non precisano la loro quantità. Il filmato, diffuso dall’Isis, è “devastante” secondo Daniele Morandi Bonacossi, docente di archeologia all’università di Udine e direttore della missione archeologica “Terra di Ninive” nel nord Iraq. “I nostri riferimenti a Mosul sono stati costretti ad andare via. I loro dipartimenti sono stati chiusi. Senza lavoro e sotto minaccia sono ora lontani dalla città”, afferma Morandi Bonacossi con una lunga esperienza di scavi e ricerche in Siria e Iraq. “Ero a Dohuk (in Kurdistan iracheno) quando due settimane fa abbiamo appreso la notizia della distruzione di un tratto delle mura di Ninive. Ma nessuno può confermare questo fatto”.

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Ninive

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Ninive

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Sui danni inflitti dall’Isis al museo di Mosul e al sito di Ninive, il docente dell’ateneo friulano afferma che alcune delle statue distrutte sono copie in gesso di statue di epoca partica (secondo secolo a.C. – primo secolo d.C.), provenienti dal sito di Hatra, a circa 100 km a sud ovest di Mosul e scavato in passato da una missione dell’università di Torino. Altri pezzi erano invece originali, come conferma Morandi Bonacossi. “Ci sono molte statue originali di calcare, che rappresentano divinità e sovrani”.  Sul sito di Ninive, i jihadisti hanno distrutto con diabolica metodicità delle statue colossali che rappresentano tori androcefali di epoca assira. Nel filmato dell’Isis si vede in particolare la distruzione di due «lamassu» (così venivano chiamati in assiro) posti accanto a una delle 15 porte di Ninive, quella dedicata al dio Nergal. Sul valore commerciale di queste statue il docente italiano non può esprimersi: “Il loro valore è incalcolabile. Ma non sarebbe possibile per i jihadisti metterle sul mercato. Sono statue che pesano centinaia di tonnellate e c’è bisogno di uno sforzo logistico enorme per poterle rimuovere da dove si trovano. È più probabile – conclude Morandi Bonacossi – che l’Isis abbia venduto gli oggetti più piccoli e abbia invece distrutto le statue che non avrebbe potuto piazzare nel mercato nero”.

Le straordinarie vestigia di Hatra, la città partica nel nord dell'Iraq

Le straordinarie vestigia di Hatra, la città partica nel nord dell’Iraq

Nelle prime ricostruzioni giornalistiche si è parlato soprattutto dei reperti artistici che risalgono al periodo assiro-babilonese, ma nel video la maggioranza delle opere distrutte sembra provenire dal sito archeologico di Hatra, città-stato alleata dell’impero partico, e risalgono per lo più al II-III secolo dopo Cristo. L’impero dei Parti si sviluppò tra il III secolo avanti Cristo e il III secolo d.C. e si estendeva, al momento della sua massima espansione, nei territori degli odierni Iran, Iraq e sulle coste orientali della penisola arabica.

Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, premiato a TourismA da dove lancia un grido di dolore per la Siria. E poi ammonisce: “L’archeologia del Vicino Oriente è finita. In futuro non sarà più coloniale”

Il prof. Paolo Matthiae, l'archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva

Il prof. Paolo Matthiae, l’archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

“L’archeologia del Vicino Oriente così come l’abbiamo conosciuta e vissuta tutti noi è finita. Se e quando rinascerà sarà un’altra archeologia, e di certo non sarà più coloniale”. Paolo Matthiae, l’archeologo scopritore di Ebla, una vita per la conoscenza del mondo antico in un’area strategica come il Vicino Oriente e per l’insegnamento dell’Orientalistica, dalla platea privilegiata di TourismA, il primo salone internazionale dell’archeologia a Firenze dal 20 al 22 febbraio, lancia un grido d’allarme e un monito: un grido d’allarme per la situazione drammatica in cui sta precipitando la Siria, e un monito perché l’Occidente cambi la prospettiva di approccio con le culture altre rispetto all’Occidente. E non è un caso che proprio a TourismA il direttore di Arccheologia Viva, Piero Pruneti, abbia consegnato proprio a Matthiae il premio per la “Salvaguardia dell’eredità culturale”.

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Sul grande schermo scorrono immagini di distruzione e di morte: Aleppo, Damasco, Raqqa. Testimonianze irripetibili dell’ingegno dell’uomo cadute sotto i colpi della furia cieca. “Cinquant’anni fa avevo un progetto (oggi si direbbe un sogno)”, ricorda Matthiae nell’introdurre il suo intervento su “Siria: tra ricerca archeologica e tragedia del patrimonio”. Quale sogno? “Riuscire ad ottenere una missione in Vicino Oriente per l’università La Sapienza che potesse competere con le prestigiose missioni dei grandi Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti. E poi speravo di avere una Scuola di Archeologia del Vicino Oriente. Ho avuto tutto: 47 anni di missione (a Ebla), 50 anni di insegnamento (alla Sapienza)”. Poi una considerazione amara: “Nel 1962, quando arrivai in Siria, non avrei mai immaginato che dopo mezzo secolo quel Paese sarebbe caduto nel baratro che noi oggi tutti conosciamo. Eppure i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Nel 1962, in Siria erano attive non più i 7-8 missioni straniere: il Paese era marginale rispetto alle grandi missioni in Vicino Oriente. Ma una politica culturale lungimirante (che si è intrecciata con una altrettanto preziosa attività diplomatica) ha cambiato l’immagine e la valenza della Siria. Tanto che quando abbiamo lasciato la missione di Ebla nel 2010, la Siria poteva contare su una settantina di missioni archeologiche straniere che diventavano 140 se si contavano le missioni congiunte”. La Siria era ormai considerata a ragione il paradiso della ricerca archeologica orientalistica. “In questi anni, ripeto, le missioni archeologiche sono sempre state anche delle missioni diplomatiche, facendo dell’archeologia il ponte per il dialogo tra Stati diversi”.

Anche il sito di Ebla è a rischio: manca la manutenzione e ci sono scavi clandestini

Anche il sito di Ebla è a rischio: manca la manutenzione e ci sono scavi clandestini

Poi, dal 2011, il buio. La crisi siriana pregiudica il futuro di gran parte del lavoro fatto dalle missioni archeologiche. Così anche a Ebla, proprio dove si stava per concretizzare il parco archeologico, la cui valenza – non solo di valorizzazione culturale, ma anche di promozione sociale – fu riconosciuta dallo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella sua visita ufficiale in Siria, oggi possiamo solo registrare crolli per mancanza di manutenzione. “Ma soprattutto ci sarebbero degli scavi clandestini. La situazione è grave, anche se non sarebbe ancora gravissima. Ben diversa sarebbe se nel sito si installassero delle milizie, perché allora l’area sarebbe a rischio bombardamenti. E a quel punto potrebbe essere pregiudicato il futuro stesso di Ebla”.

Colpi di mortaio sul Krak dei Cavalieri, la più importante architettura crociata in Siria

Colpi di mortaio sul Krak dei Cavalieri, la più importante architettura crociata in Siria

Cosa possiamo fare? “Non ci resta che continuare a far conoscere a più persone possibili questa drammatica situazione. E gli incontri di TourismA sono molto importanti in questo senso. Ma una cosa è certa: l’archeologia del Vicino Oriente che noi abbiamo conosciuto è finita. Se e quando rinascerà, non sarà più un’archeologia coloniale”. Tutto sta cambiando in un baratro senza fine. L’archeologia del Vicino Oriente tradizionale – ribadisce Matthiae, è finita. “Quella nuova dovrà cercare di ricostruire una cultura, una civiltà partendo dalle rovine di monumenti e città distrutte però dall’uomo e non dal tempo. Opere compromesse da una nuovissima barbarie che si scaglia non solo contro “l’altro” (fatto che si è verificato spesso nel corso della storia umana) ma anche contro la propria identità (che è quasi una novità)”. E conclude: “Nel futuro non prevarrà più la prospettiva dell’Occidente, ma una visione multilaterale. Oggi nell’interpretazione dell’archeologia non c’è un’identità locale. L’unico aspetto positivo che vedo del futuro è l’ampliarsi delle prospettive, l’abbandono della dittatura occidentale nell’interpretazione della storia. Si dovrà alimentare una molteplicità di visioni per rischiarare le tenebre dei nostri giorni”.

Dal 20 al 22 febbraio Firenze capitale della divulgazione archeologica e del turismo culturale con TourismA, primo salone dell’archeologia

L'auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l'Incontro nazionale di Archeologia Viva

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Pompei, i Bronzi di Riace, la Valle dei Templi, la Domus Aurea, il Satiro danzante, Paestum, le Navi di San Rossore. Dici Italia e tocchi con mano le più importanti realtà archeologiche mondiali. Un patrimonio d’inestimabile valore, capace di attrarre ogni anno nel nostro Paese milioni di appassionati di antichità. Parte da questo presupposto TourismA, il primo Salone Internazionale dell’Archeologia ideato dalla trentennale rivista Archeologia Viva (Giunti Editore) che si terrà a Firenze dal 20 al 22 febbraio 2015 nelle strutture del Palazzo dei Congressi. Una solenne inaugurazione la sera precedente (19 febbraio) nel Salone dei Cinquecento dedicata ai “padroni di casa”, gli Etruschi, e poi tre intense giornate di incontri, dibattiti, rassegne di cinema e mostre, dedicati alla divulgazione delle scoperte archeologiche e valorizzazione del nostro immenso patrimonio. Un grande appuntamento per tutti, con interventi dei massimi esperti del settore, laboratori di archeologia sperimentale, esercitazioni con i droni, spazi per i “piccoli archeologi” e un’ampia area espositiva dedicata a parchi, musei, università, operatori turistici, categorie professionali e associazionismo.

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

GRANDI TEMI L’occasione è giusta anche per guardare oltre i nostri confini attraverso le missioni archeologiche italiane all’estero, soprattutto quelle impegnate nelle zone di guerra come Siria, Iraq, Afghanistan nell’incessante lotta contro il tempo per salvare le realtà monumentali più a rischio. Ma dal momento che a minacciare il patrimonio culturale dell’umanità non sono solo le bombe, a TourismA si parlerà anche dei rischi derivanti dall’incuria e dalla problematica gestione dei nostri tesori nazionali, primo su tutti Pompei: tra cronache di quotidiani disastri e nuove politiche di valorizzazione lo straordinario sito ai piedi del Vesuvio sarà al centro di un importante convegno a cura del presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Giuliano Volpe e dove è atteso il ministro Dario Franceschini.

Uno dei passaggi aperti per accedere al teatro romano del II secolo d.C. sotto Palazzo Vecchio

Uno dei passaggi aperti per accedere al teatro romano del II secolo d.C. sotto Palazzo Vecchio

NOVITÀ ARCHEOLOGICHE Fitto anche il programma di eventi dedicati alle novità archeologiche in Toscana (dai mosaici romani sotto la Fortezza medicea di Arezzo alle mura di Roselle alle scoperte sui fondali dell’Elba) grazie all’attiva partecipazione della soprintendenza per i per Beni archeologici, ma anche del Comune di Firenze che nelle giornate di TourismA spalancherà le porte dei sotterranei di Palazzo Vecchio per mostrare la Florentia di duemila anni fa.

Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, in Siria

Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, in Siria

BIG DELLA RICERCA Tra i big della ricerca e della divulgazione storico-archeologica presenti alla manifestazione, l’archeologo e  scrittore Valerio Massimo Manfredi testimonial di TourismA 2015, lo storico dell’arte Philippe Daverio, il consigliere culturale del Presidente della Repubblica Louis Godart, il medievista di fama internazionale Franco Cardini, il noto divulgatore televisivo Alberto Angela. Ospite speciale sarà Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla che parteciperà a TourismA nel cinquantesimo anniversario degli scavi che portarono al rinvenimento degli Archivi reali della celebre città siriana ora danneggiata dalla guerra in corso. Infine, TourismA affronterà il caso archeologico che sta dividendo l’Europa: la restituzione dei Marmi del Partenone richiesta dalla Grecia all’Inghilterra su cui farà il punto il professor Dusan Sidjanski del Dipartimento di Scienze politiche di Ginevra.  Ma vediamo meglio nel dettaglio.

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini affiderà a una commissione la risposta definitiva

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

SALVARE POMPEI Il ministro Dario Franceschini interverrà a TourismA 2015 sabato 21 febbraio mattina nell’ambito del convegno “Pompei Il Grande Progetto”. Il convegno farà il punto sulla situazione di fatto nell’area archeologica più famosa del mondo, indicando le strategie per una tutela concreta e valida nel tempo. Da cui l’impegno diretto del ministro Franceschini a essere presente. Sempre su Pompei, sabato 21 febbraio pomeriggio, nell’ambito dell’XI Incontro Nazionale di Archeologia Viva, porterà la sua testimonianza di grande divulgatore scientifico Alberto Angela, ripercorrendo gli ultimi momenti della città vesuviana.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

DIFENDERE L’ARTE Il critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio aprirà il programma congressuale di TourismA, venerdì 20 febbraio mattina, intervenendo al convegno “Save Art” organizzato da Giunti TVP. Il convegno si concluderà con una relazione di Paolo Matthiae, a cui sarà consegnato il Premio Archeologia Viva per la Salvaguardia dell’Eredità Culturale.  LE SETTE MERAVIGLIE TourismA 2015 si concluderà domenica 22 febbraio sera con un intervento di Valerio Massimo Manfredi. Protagoniste le Meraviglie del Mondo Antico.

Scoperta a Tell Mozan in Siria una fossa necromantica: 4500 anni fa era la “Porta degli Inferi” della città hurrita di Urkesh dove si evocavano gli antenati. Riferimenti alla Nekyia di Odisseo e di Enea presente nella letteratura greco-romana

La fossa necromantica ("abi" in hurrita) scoperta a Tell Mozan, l'antica Urkesh, in Siria

La fossa necromantica (“abi” in hurrita) scoperta a Tell Mozan, l’antica Urkesh, in Siria

Giorgio Buccellati e Marilyn Kelly alla 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Giorgio Buccellati e Marilyn Kelly alla 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Pochi gradini, ripidi, e si accedeva alla porta del regno dei morti, una fossa profonda dove il sacerdote evocava gli spiriti degli antenati. Succedeva a Urkesh, una città hurrita di 4500 anni fa, fiorente in quella che oggi è territorio curdo nella Siria Nord-Orientale, ai confini con la Turchia. La scoperta di una cosiddetta “fossa necromantica”, in hurrita “abi”, dove cioè si entrava in contatto col Regno dei Morti, è uno dei risultati più intriganti della missione diretta dalla famiglia Buccellati (Giorgio Buccellati con la moglie Marilyn Kelly del Cotsen Institute of Archeology di Los Angeles – UCLA; e il figlio Federico Buccellati della Goethe University di Frankfurt a.M.), che nel trentennale dello scavo a Tell Mozan (il moderno toponimo di Urkesh) hanno fatto il punto delle ricerche in un’interessante incontro alla 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, moderato da Luca Peironel dello Iulm di Milano, allievo di Paolo Matthiae e a sua volta archeologo impegnato in missioni in Siria.

La collina artificiale di Mozan si eleva nel paesaggio siriano: là sotto è conservata Urkesh

La collina artificiale di Mozan si eleva nel paesaggio siriano: là sotto è conservata Urkesh

“Il sito di Urkesh (l’odierno Tell Mozan)”, introduce Peironel, “conosce il suo periodo di massima espansione nel III millennio a.C. e in parte del II. Il sito è importante perché testimonia i cambiamenti epocali avvenuti nella società: soprattutto la nascita delle città (la cosiddetta urbanizzazione secondaria) che si data di poco dopo quella avvenuta in Mesopotamia”. Lo scavo di Urkesh è iniziato nel 1984 e copre un’area di 130 ettari. In questi 30 anni sono stati scoperti templi, palazzi e documenti di archivio che confermano come gli abitanti di Urkesh ebbero delle relazioni con il regno accadico. Quindi grandi monumenti e intensi rapporti internazionali. E tra questi monumenti anche il singolare “abi” che ha svelato il rito necromantico.

Scena di Nekyia: particolare di un vaso greco conservato allo  Staatliche Antikensammlungen di Monaco

Scena di Nekyia: particolare di un vaso greco conservato allo Staatliche Antikensammlungen di Monaco

Il rito necromantico, che nella pratica cultuale e nella letteratura greca è chiamato Nekyia (in greco antico νέκυια), è un rito attraverso il quale spettri o anime di defunti venivano richiamati sulla terra e interrogati sul futuro. Ed è proprio dalla letteratura greco-romana che a noi sono giunti gli esempi più famosi, come Odisseo-Ulisse (Od. XI) ed Enea (En. VI), per entrambi i quali il termine Nekyia, anche se non necessariamente assimilabile a una catabasi (cioè il viaggio fisico vero e proprio nell’aldilà), è usato per illustrare sia il rito necromantico sia il viaggio fisico nell’Ade: eventi che in effetti offrono ambedue l’opportunità di parlare con i defunti.

L'incontro di Ulisse con Tiresia nello sceneggiato rai "Odissea" del 1969

L’incontro di Ulisse con Tiresia nello sceneggiato rai “Odissea” del 1969 di Rossi-Bava

Il più antico riferimento al rito necromantico viene proprio dal Libro XI dell’Odissea: il passo è così intrigante che su di esso l’archeologo-scrittore Valerio Massimo Manfredi ancora nel 1990 aveva costruito un romanzo giallo, “L’oracolo”, ripreso e aggiornato recentemente per inserirlo, dopo “Il giuramento” e “Il ritorno”, come terza tappa dei romanzi su Odisseo “Il mio nome è Nessuno”. Odisseo, alla corte dei Feaci, racconta che, ottenuto il consenso per il ritorno a casa dalla maga Circe, viene avvertito dalla stessa dea che prima di volgere la prua verso la patria Itaca, avrebbe dovuto discendere agli Inferi per consultare l’anima dell’indovino Tiresia. Odisseo parte e giunge fino all’Oceano, immaginato come un fiume che circondava le terre emerse, dove era collocato l’Oltretomba. Qui egli avrebbe dovuto scavare una fossa, versarvi in giro una libagione a tutti i morti: prima una bevanda di latte e miele, poi il dolce vino ed infine acqua. Avrebbe anche dovuto spargervi della farina d’orzo e per ultimo sacrificare alle divinità infernali una pecora nera ed un montone. Sarebbe quindi giunto Tiresia a predirgli il futuro e a indicargli la via del ritorno. Scrive Omero “Scavai la fossa cubitale, e miele/ Con vino, indi vin puro, e lucid’onda/ Versaivi, a onor de’ trapassati, intorno,/ E di bianche farine il tutto aspersi./ Poi degli estinti le debili teste/ Pregai, promisi lor, che nel mio tetto,/ Entrato con la nave in porto appena,/ Vacca infeconda, dell’armento fiore,/ Lor sagrificherei, di doni il rogo/ Rïempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,/ Immolerei nerissimo arïete,/ Che della greggia mia pasca il più bello./ Fatte ai Mani le preci, ambo afferrai/ Le vittime, e sgozzaile in su la fossa,/ Che tutto riceveane il sangue oscuro”. Odisseo dunque scava una fossa e la riempie di sangue sgozzando degli animali sacrificali. Sopraggiungono così le ombre dei defunti a bere il sangue e temporaneamente entrarono in contatto con i vivi: Elpenore, il compagno rimasto senza sepoltura in casa di Circe, l’indovino Tiresia, la madre Anticlea, morta dopo la sua partenza per la guerra di Troia, Agamennone, Achille, Aiace.

Enea, la Sibilla e Caronte in un quadro di Giuseppe Maria Crespi (XVIII secolo)

Enea, la Sibilla e Caronte in un quadro di Giuseppe Maria Crespi (XVIII secolo)

Anche Enea, per giungere nella nuova patria, deve affrontare un viaggio nel mondo dei morti. Se Odisseo la porta dell’Ade la trova solcando l’Oceano, Enea raggiunge l’accesso all’Averno sbarcando a Cuma, in Campania dove l’eroe, memore dei consigli di Eleno, si reca nel tempio di Apollo. La somma sacerdotessa di Apollo, la Sibilla Deifobe, figlia di Glauco, invasata dal dio durante il vaticinio, gli rivela che riuscirà ad arrivare nel Lazio, ma per ottenere la nuova patria dovrà affrontare odi e guerre, essendo inviso a Giunone. Su sua richiesta, la Sibilla guida Enea nell’Aldilà. Scrive Virgilio: O vergine, nessuna specie di travagli mi si presenta nuova o inaspettata; tutto ho provato e considerato nell’animo, tra me. Una cosa sola ti prego: poiché si dice che qui si trovino la porta del re dell’inferno e la tenebrosa palude formata dal rigurgito dell’Acheronte, che io possa andare alla presenza dell’anima dell’amato genitore; insegnami la via ed aprimi le sacre porte (…). Con tali parole pregava e abbracciava gli altari, quando così la veggente cominciò a parlare: O generato dal sangue degli DEI, Troiano figlio di Anchise, facile è la discesa nell’Averno: notte e giorno è aperta la porta dell’oscura Dite, ma ritrarre il passo ed uscire all’aria superna, questo è il problema, qui sta l’impresa (…). Ma se ti piace affrontare questa folle fatica, ascolta ciò che prima deve essere fatto. Un aureo ramo, con foglie e gambo pieghevole, consacrato a Giunone infernale, è nascosto sotto un albero ombroso: lo copre tutto il bosco e le ombre lo chiudono in oscure convalli. E non si può entrare nei luoghi segreti della terra prima di aver staccato dall’albero il virgulto dalle fronde d’oro. Proprio questo dono la bella Proserpina ordinò che le fosse portato; strappato il primo, ne nasce un altro pure d’oro e il virgulto mette frondi d’uguale metallo. Dunque, cerca profondamente cogli occhi e, trovato il virgulto d’oro, strappalo con la mano secondo il rito; ed infatti ti seguirà facilmente e di buon grado se i Fati ti chiamano; altrimenti con nessuna forza potrai vincerlo né strapparlo con duro ferro (…). Conduci nere pecore, e siano queste le prime offerte, così vedrai alfine i boschi dello Stige e i regni inaccessibili ai vivi. Disse, e, chiusa la bocca, tacque”. Caronte, lo psicopompo dell’Ade, ostacola l’ingresso di Enea e della Sibilla a bordo della sua barca, sostenendo che i vivi finora traghettati sono stati per lui grave fonte di problemi. Quando però gli mostrano il ramo d’oro, chiave degli Inferi che portano con loro, acconsente a trasportarli. Enea e la sacerdotessa incontrano prima le anime di molti troiani caduti in guerra, poi quelle dei suicidi per amore: tra queste v’è anche Didone, che reagisce gelidamente al passaggio di Enea, il quale scoppia in un pianto disperato. Giunti alla diramazione tra la via per il Tartaro e quella per i Campi Elisi, incontrano l’ombra del poeta Museo, che porta Enea dall’amato padre Anchise.

L'abi scoperto a Tell Mozan veniva usato per i riti necromantici di notte

L’abi scoperto a Tell Mozan veniva usato per i riti necromantici di notte

La ripida e stretta scaletta che porta nella fossa necromantica di Urkesh

La ripida e stretta scaletta che porta nella fossa necromantica di Urkesh

Fin qui letteratura e mito. Ma a Tell Mozan la fossa necromantica è una realtà. “L’Abi, il nome antico della fossa necromantica”, spiega Giorgio Buccellati, “risale almeno al secondo quarto del terzo millennio, ma è forse molto più antica. Allo stato attuale degli scavi raggiunge una profondità di 8 metri, e ci preserva uno dei luoghi cultuali più sacri e più caratteristici della religiosità hurrita, non solo per Urkesh ma per tutto il mondo hurrita. In contrasto con le tradizioni mesopotamiche, anticipa invece aspetti salienti della sensibilità religiosa dei Greci e della Bibbia. Si tratta di una monumentale struttura sotterranea, usata di rado e in tal caso di notte. Serviva come un canale ideale tra i nostro mondo e quello dei morti, la “undiscovered country” dell’Amleto di Shakespeare. Ma per gli Hurriti questa era invece una “discovered country” perché tramite questa fossa si sentivano in grado di entrare nella regione nascosta e interpretare la voce dei suoi spiriti”.

L'evocazione del rito necromantico nell'abi di Urkesh a Tell Mozan in Siria

L’evocazione del rito necromantico nell’abi di Urkesh a Tell Mozan in Siria

La mappa di Tell Mozan con la posizione del tempio e dell'abi di Urkesh

La mappa di Tell Mozan con la posizione del tempio e dell’abi di Urkesh

Gli abitanti di Urkesh guidati dai loro sacerdoti si muovevano dal tempio, posto nel punto più alto della città, e raggiungevano l’Abi, la grande fossa aperta vicino al palazzo, la quale rappresentava il luogo più profondo, e quindi – nell’immaginario – più vicino al regno dei Morti. “Dal tempio si accedeva dunque all’Abi, la Porta degli Inferi”, continua Buccellati. “In questo pozzo molto profondo che si apre accanto al palazzo la gente di Urkesh veniva a chiedere aiuto agli antenati per il raccolto o prima di andare in guerra. L’Abi non è altro che una fossa necromantica, dove si scendeva (e si scende ancora) attraverso una scaletta molto ripida. Erano i sacerdoti a richiamare gli spiriti degli antenati attraverso un preciso rituale che prevedeva l’uso di due pugnali e il versamento del sangue di animaletti”.

Un maialino in terracotta a ricordare gli animali sacrificati per evocare gli antenati

Un maialino in terracotta a ricordare gli animali sacrificati per evocare gli antenati

La scoperta è stata possibile grazie al ritrovamento e allo studio delle ossa animali (“Nel passato – sottolinea il professore italiano – sarebbero state buttate, con tutti i dati scientifici ad esse legati, come materiale di disturbo Oggi per fortuna ci sono gli archeo-zoologi”). Gli archeologi impegnati a Urkesh pensavano che i sacrifici riguardassero grossi animali. Invece lo scavo ha smentito questa convinzione: “A Tell Mozan abbiamo trovato solo ossa di maialini di pochi mesi e di piccoli cani, macellati come se si volesse estrarre qualcosa piuttosto che per il pasto”.

La cosiddetta “Signora degli Inferi”, piccola giara antropomorfica trovata nella fossa necromantica di Urkesh

La cosiddetta “Signora degli Inferi”, piccola giara antropomorfa trovata nella fossa di Urkesh

Il rito necromantico è stato ricostruito dai Buccellati seguendo le descrizioni riportate dai testi ittiti in lingua hurrita. “Prendono due pugnali,/ che sono stati/ fatti assieme/ alla statua/ della divinità,/ e scavano/ una fossa./ Offrono/ una pecora/ alla divinità…/ e la sacrificano/ giù nella fossa”. C’è un’eco con l’episodio di Enea che parla con la madre. Dalla fossa necromantica di Tell Mozan proviene la cosiddetta “Signora degli Inferi”. Si tratta di una piccola giara antropomorfa. Presumibilmente conteneva olio profumato usato nei rituali della Nekyia. “La distorsione della bocca non è casuale”, fa notare Giorgio Buccellati. “Gli spiriti degli Inferi non parlavano distintamente ma come un cinguettio di uccelli (così ci dicono i testi hurriti). La nostra figura – conclude – rappresenta quindi un tale spirito nel momento in cui comunica il suo messaggio indistinto che una donna medium dovrà poi interpretare”.