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Archeofest 2017: tre giorni col festival dell’archeologia sperimentale al museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma

“Archeofest”, ovvero il festival di archeologia sperimentale: giunto alla quarta edizione, l’appuntamento è al museo delle Civiltà nella sede del museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma dal 23 al 25 giugno 2017.   Tema di quest’anno: la tessitura, analizzata nei sui gesti tecnici e nel sapere delle mani e trattata da un punto di vista teorico e pratico. Sperimentare è un ottimo metodo per comprendere ed imparare. Lo studio della Preistoria e della Storia, attraverso l’Archeologia sperimentale, non si limita al racconto delle tecnologie usate nel passato, ma porta alla riscoperta del mondo naturale in cui vivevano i nostri antenati e dal quale ricavavano il necessario per il vivere quotidiano. L’Archeologia sperimentale è un importante strumento di recupero del rapporto con la natura, ma anche lo strumento didattico per comprendere una storia che da millenni accompagna il nostro cammino.  Archeofest 2017 è presentato dall’associazione culturale Paleoes – eXperimentalTech ArcheoDrome, fondatore, insieme alla CoopAcai Phoenix dell’RTI ADITUM Cultura, concessionario delle attività culturali e didattiche del Museo delle Civiltà (EUR, Roma). L’evento ideato e organizzato da Paleoes – EXTAD quest’anno è in collaborazione con il museo delle Civiltà, patrocinato dalla soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e l’università di Roma “Sapienza”. Inoltre, essendo Paleoes – EXTAD membro di EXARC, network internazionale di archeologia sperimentale e musei all’aperto, ha il suo patrocinio e quello di ICOM (International Council of Museums). Il comitato scientifico è composto dai membri di Paleoes – EXTAD, dal Direttore e dai funzionari del museo delle Civiltà, dal soprintendente, da alcuni docenti universitari di “Sapienza” e responsabili della NY Carlsberg Glyptotek di Copenhagen.

Ecco il programma delle tre giornate del festival. Venerdì 23 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali (Tessitura, Fusione dei metalli, Tinture naturali, Produzione ceramica, Scheggiatura della pietra, Intreccio fibre vegetali, Area di simulazione di scavo archeologico); dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti e bambini. In sala conferenze, dalle 15 alle 18:30, tavola rotonda “Le buone pratiche nell’Archeologia sperimentale”. Sabato 24 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali; dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti e bambini; dalle 17 alle 18, visita alle aree sperimentali dei partecipanti alla giornata di studio. In sala conferenze, alle 9.30, registrazione; dalle 10 alle 17, giornata di studio “Attraverso le trame della storia”. Atrio Salone delle Scienze: dalle 18 alle 19, aperitivo musicale a cura di Q-Jazz STANDARDS & SWINGTIME. Inaugurazione della mostra “Bel suol d’amore – The Scattered Colonial Body”, di Leone Contini, a cura di Arnd Schneider. Domenica 25 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali; dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti, bambini e workshop per specialisti.

“Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”: Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti con le esperienze di 34 archeologi italiani spiegano com’è l’archeologia oggi e come può diventare un lavoro. Grande festa e incontro al museo Pigorini di Roma

La copertina del libro di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti "Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta"

La copertina del libro di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”

Chi è l’archeologo? Cosa fa l’archeologo? Bella domanda. Nell’immaginario collettivo la prima risposta che viene è il professore che scava tesori, decifra testi misteriosi, evita trappole mortali, duella con mummie: in una parola, Indiana Jones. Oppure lo vede chiuso nelle aule polverose di una biblioteca a studiare fonti lontane nei secoli e poi in giro per il mondo a scavare o imbalsamato tra le vetrine di un noioso museo. Niente di tutto questo. La realtà è ben diversa e certo meno avventurosa e poetica: da una parte i (pochi) che sono riusciti a trovare un posto nella pubblica amministrazione (università, soprintendenze, musei), dall’altra una schiera di volontari-freelance-collaboratori, in una parola: disoccupati o, al massimo, inoccupati. Ma si può cambiare una situazione che ai “giovani-che-amano-l’archeologia” non sembra dare un futuro? Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti ne sono convinti. E lo hanno scritto. Anzi hanno scritto un libro che è un vero manuale del giovane archeologo, ricco di esperienze e consigli, idee e progetti, difficoltà ed errori da evitare. Ecco dunque “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta” (Cisalpino Edizioni), da consigliare – prima ancora che ai giovani che sognano di fare l’archeologo – alle università perché inseriscano nei corsi di laurea anche degli insegnamenti che allarghino gli orizzonti e le applicazioni lavorative dell’archeologia.

La giornalista Cinzia Dal Maso, co-autrice di "Archeostorie"

La giornalista Cinzia Dal Maso, co-autrice di “Archeostorie”

“L’archeologo del XXI secolo non vive più di solo studio e scavo”, spiegano gli autori. “Oggi la moderna ricerca impone di affiancare al lavoro in cantiere e ai libri in biblioteca modi sempre nuovi di indagare, comunicare e gestire l’antico. Bastano un po’ di fantasia, versatilità e intraprendenza per dar vita oggi, da archeologo, alle attività più disparate”. Come hanno fatto i professionisti che si raccontano in Archeostorie: sono 34 professionisti che – sotto l’attenta regia della giornalista Cinzia Dal Maso e dell’archeologo Francesco Ripanti – narrano ciascuno la propria esperienza “di frontiera” e riflettono sul significato del proprio lavoro nel mondo d’oggi. Sono persone che hanno dato vita a un’archeologia forse un po’ “indie e underground” – come l’ha definita Giuliano De Felice nella conclusione – ma sicuramente viva, pragmatica e ricca di energia. Ancorata nel presente e per nulla immersa solo nel passato. Esperienze di archeologia vissuta, di un’archeologia che con molto impegno e un po’ di fantasia può diventare veramente un lavoro. Così nel manuale di Cinzia e Francesco troviamo chi cura un museo e chi gestisce un’area archeologica, chi narra il passato ai bambini e chi lo “fa vedere” ai ciechi, chi usa nel racconto le tecnologie e i linguaggi più diversi e persino i videogame; c’è poi chi ricostruisce l’antico in 3D e chi lo sperimenta dal vivo, chi organizza i dati di scavo e chi li rende disponibili per tutti; c’è chi scrive sui giornali e chi parla di archeologia alla radio o in tivù, chi realizza documentari e chi racconta l’archeologia sui social network; c’è ancora chi punta sul marketing e chi sul crowdfunding, chi fa dell’archeologia un’esperienza per tutti e chi difende le bellezze da furti e scempi. C’è anche chi studia e scava, e nel libro racconta la vita vera di studio e scavo al di là dei miti e dei sogni.

Comunicare l'archeologia attraverso i disegni come fa Francesca Giannetti

Comunicare l’archeologia attraverso i disegni come fa Francesca Giannetti

C’è entusiasmo ed energia nelle esperienze degli autori, tutti archeologi che hanno voluto ostinatamente fare della loro passione una professione, pur vivendo in un mondo che vanifica le aspirazioni dei più. Ma questa loro “ostinazione” è così contagiosa che sta già diventando un movimento. Pronti a trovarsi con quanti condividono passione e convinzioni al punto da organizzare una festa: la festa di Archeostorie. “Abbiamo deciso di farci conoscere raccontando in modo concreto le nostre storie ed esperienze. Per spiegare a tutti cosa fanno ogni giorno gli archeologi veri, al di là dei miti e dei sogni, e quanto il loro lavoro serva alla società tutta. Per far capire agli studenti di archeologia che non sono per forza destinati alla disoccupazione. E stimolare i loro professori a indirizzare gli studenti verso questi mestieri, così da formare professionisti e non disoccupati”.

La locandina-invito della grande festa di Archeostorie al museo Pigorini di Roma

La locandina-invito della grande festa di Archeostorie al museo Pigorini di Roma

L’appuntamento della grande festa è venerdì 10 aprile alle 17 al museo preistorico etnografico Pigorini di Roma, in sala conferenze: sono invitati tutti gli archeologi a unirsi e raccontare anche loro la propria storia. A mostrare che i possibili mestieri degli archeologi sono molti, e non sono affatto immersi nel passato ma concretamente radicati nel nostro mondo. Alla festa, insieme a Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti che presenteranno il loro libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, parteciperanno Salvo Barrano, Luca Bondioli, Stefano De Caro, Adele Lagi, Massimo Vidale, Enrico Zanini, e gli autori Marta Coccoluto, Cinzia Dal Maso, Giuliano De Felice, Astrid D’Eredità, Antonia Falcone, Alessandro Fichera, Francesco Ghizzani Marcia, Marina Lo Blundo, Carolina Megale, Valentino Nizzo, Anna Paterlini, Luca Peyronel, Francesco Ripanti, Paola Romi, Lidia Vignola. Sarà proiettato in prima assoluta un video di animazione di Giuliano De Felice.

Comunicare l'archeologia attraverso il cinema come fa il laboratorio dello Iulm di Milano

Comunicare l’archeologia attraverso il cinema come fa il laboratorio dello Iulm di Milano

C’è un filo rosso che lega le diverse e variegate esperienze: la voglia, la necessità, la convinzione che studiare archeologia, lavorare in archeologia, significa comunicare, narrare, raccontare storie, che alla fine vuol dire raccontare l’uomo che c’è dietro ogni oggetto, reperto, traccia, segno che la ricerca, lo scavo, la conservazione, la tutela, la valorizzazione riporta alla nostra attenzione. Se facciamo un passo indietro qualcosa del genere l’aveva indicato già quarant’anni fa Sabatino Moscati col suo “Le pietre parlano”. Forse era troppo avanti. Ma oggi? I protagonisti di Archeostorie, scrive Giuliano De Felice, “dimostrano con il proprio lavoro quotidiano che il destino dell’archeologo non è necessariamente una scelta drammatica tra l’illusione della ricerca e l’umiliazione della ruspa. Le loro archeostorie riescono a farci ritrovare fiducia nel futuro di questa disciplina, più di ogni pur auspicabile riforma della formazione, della ricerca o della tutela. Cinzia e Francesco hanno infatti avuto la straordinaria intuizione – e la altrettanto straordinaria caparbietà – di trasformare qualcosa di tangibile e di concreto quel moto spontaneo e disordinato che già esiste nei social network, nei blog, nei canali YouTube, ma che risulta invisibile, se non addirittura inviso, all’accademia, all’amministrazione pubblica, alla politica. Non possiamo certo sapere oggi – conclude – quale sarà l’archeologia di domani, ma di una cosa siamo sicuri: indipendentemente da quanto sarà in grado di maturare, crescere e cambiare, dovrà prima di tutto riuscire a trasformare le proprie competenze e i propri sogni in esperienze di tutti. Come? Adesso lo abbiamo capito: imparando a raccontarsi”.

Alla scoperta dei nuraghi: al museo Pigorini di Roma giornata dedicata a Giovanni Lilliu. Prorogata la mostra “L’isola delle Torri”

La mostra "L'isola delle Torri", da novembre al museo Pigorini di Roma, prorogata al 7 aprile

La mostra “L’isola delle Torri”, da novembre al museo Pigorini di Roma, prorogata al 7 aprile

L'archeologo Giovanni Lilliu, il "sardus pater"

L’archeologo Giovanni Lilliu, il “sardus pater”

Giornata speciale sabato 28 marzo al museo Preistorico etnografico “Pigorini” di Roma dedicata al grande archeologo e intellettuale sardo Giovanni Lilliu. In concomitanza con il prolungamento fino al 7 aprile della mostra “L’isola delle Torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica”, realizzata nel centenario della nascita di Lilliu (marzo 2014: vedi il post della mostra nella prima tappa di Cagliari https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=lilliu), appuntamento in sala conferenze, alle 15, per un pomeriggio di incontri a lui dedicato: occasione per conoscere le recenti ricerche nell’isola che hanno consentito un nuovo approccio al mondo nuragico e ai suoi principali aspetti culturali: gli abitati, i nuraghe, i luoghi legati ai culti delle acque.

Il nuraghe Oes (Giave) è tra i siti descritti da Gianfranca Salis e Luisanna Usai

Il nuraghe Oes (Giave) è tra i siti descritti dalle archeologhe Gianfranca Salis e Luisanna Usai

Le archeologhe Gianfranca Salis e Luisanna Usai, curatrici con il soprintendente Marco Minoja dell’esposizione, proporranno alcuni approfondimenti su temi trattati nella mostra, con particolare riferimento a diverse e significative espressioni architettoniche di ambito civile e religioso. Verrà dato risalto alla capacità di costruire delle genti nuragiche che hanno realizzato nell’età del Bronzo strutture monumentali che non trovano uguali nelle coeve civiltà del Mediterraneo occidentale. Una perizia tecnica che rivela grandi conoscenze teoriche e capacità progettuali tanto che verrebbe spontaneo parlare di ingegneri e architetti nuragici. Partendo da contesti scavati in tempi recenti – nuraghe Oes (Giave), nuraghe Alvu (Pozzomaggiore), santuari di Sa Sedda’e Sos Carros(Oliena) e S’arcu ‘e is Forrus (Villagrande) per citarne solo alcuni – si forniranno elementi per cercare di ricostruire le vicende della civiltà nuragica.

Anna Depalmas parla del villaggio-santuario di Abini dedicato a Teti

Anna Depalmas parla del villaggio-santuario di Abini dedicato a Teti e dei bronzetti trovati

La prof.ssa Anna Depalmas dell’università di Sassari ci parlerà di Abini (Teti), sito archeologico che rientra nella categoria del villaggio-santuario, in cui si ritrovano sia strutture abitative sia elementi tipici dei luoghi di culto come il monumento centrale incentrato sulla presenza dell’acqua, il recinto sacro e i sedili per accogliere i fedeli. La località è nota per avere restituito un numero molto elevato di utensili e statuine di bronzo, per lo più ritrovamenti avvenuti nell’Ottocento nell’ambito di ricerche clandestine, giunti sino a noi solo grazie ad acquisti e donazioni che li hanno portati al Museo Nazionale di Cagliari. Nel 2013 sono ripresi gli scavi archeologici finalizzati all’individuazione delle principali strutture del villaggio, alla determinazione delle fasi di impianto e di frequentazione delle stesse, alla localizzazione e caratterizzazione delle aree di manifattura dei bronzi e alla comprensione delle relazioni tra queste e gli spazi propriamente cultuali.

Uno dei giganti di Mont'e Prama conservati nel museo archeologico di Cagliari

Uno dei giganti di Mont’e Prama conservati nel museo archeologico di Cagliari

Concluderà il pomeriggio il dott. Fabio Bettio, Visual Computing del CRS4 di Cagliari  (cui si deve il progetto Digital Mont’e Prama) che presenta l’esperienza fatta nello sviluppo di tecnologie per l’acquisizione, il trattamento e l’esplorazione di modelli digitali accurati, discutendone la loro applicazione per lo studio e la valorizzazione del complesso scultoreo di Mont’e Prama. Il progetto è un esempio di come la disponibilità di modelli digitali di alta qualità è un fattore fondamentale per migliorare le nostre capacità di studiare e comunicare il nostro patrimonio culturale. Le moderne tecnologie di acquisizione consentono di superare i limiti della documentazione bidimensionale (immagini o video), permettendo la creazione di modelli tridimensionali digitali accurati. La disponibilità di questi modelli apre un ampio spettro di usi che può migliorare notevolmente le nostre capacità di studiare, analizzare e valorizzare le opere d’arte.

A 27 anni dalla scoperta del Señor de Sipán, il più importante ritrovamento degli ultimi 30 anni in Perù, incontro a Roma e Milano con il suo scopritore, Walter Alva

L'archeologo Walter Alva, scopritore della tomba del Signore di Sepan, sarà a Roma e MIlano

L’archeologo Walter Alva, scopritore della tomba del Signore di Sepan, sarà a Roma e MIlano

Lo scavo della monumentale Huaca Rajada in Perù con la mummia del Signore di Sepan

Lo scavo della monumentale Huaca Rajada in Perù con la mummia del Signore di Sepan

A 27 anni dal ritrovamento della Tumba del Señor de Sipán, definita una delle dieci scoperte archeologiche più importanti del XX secolo e paragonata alla scoperta della Tomba di Tutankhamon e di Machu Picchu, Walter Alva, lo scopritore della tomba di Sipan, è in Italia per illustrare al pubblico tre decenni di ricerche, che hanno rivelato le misteriose civiltà pre-incaiche, affermatesi nel Nord del Perù a partire dal secondo millennio prima di Cristo e soprattutto l’evento culturale che ha rivoluzionato il mondo del Perù. L’appuntamento è a Roma il 17 settembre (al museo preistorico-etnografico Luigi Pigorini, alle 17) e a Milano il 18 settembre (alla Cavallerizza, alle 18). Sarà un viaggio inedito lungo la Ruta Moche nel nord del Perù.

La straordinaria ricchezza della tomba del Signore di Sipan scoperta nel 1987

La straordinaria ricchezza della tomba del Signore di Sipan scoperta nel 1987

La mappa del Perù settentrionale con la posizione di Sipan

La mappa del Perù settentrionale con la posizione di Sipan

Era la primavera del 1987 quando un gruppo di tombaroli in Huaca Rajada, vicino alla città di Sipan nel mezzo della Valle del Lambayeque, nel distretto di Zaña nel nord del Perù, trovarono diversi oggetti in oro. E solo un disaccordo tra di loro fece sì che il ritrovamento fosse segnalato alla polizia locale che fece irruzione nel sito, recuperando un certo numero di oggetti e avvisando immediatamente l’archeologo Walter Alva. Fu lui che chiamò Il Signore di Sipán (El Señor de Sipán) la prima delle numerose mummie Moche trovate a Huaca Rajada, un ritrovamento considerato fin da subito una delle più importanti scoperte archeologiche in Sud America negli ultimi 30 anni, poiché la tomba principale è stata trovata intatta e inviolata. Il monumento di Huaca Rajada è composto da due piccole piramidi di mattoni crudi collegate da una piattaforma bassa. La piattaforma e una delle piramidi sono state costruite prima del 300 d.C. dai Moche; la seconda piramide di Huaca Rajada è stata costruita intorno al 700 d.C. da una cultura più tarda. Molti huacas – diversamente dalla tomba di Sipan – sono stati saccheggiati dagli spagnoli durante e dopo la conquista dell’impero Inca.

Una maschera d'oro ritrovata nel ricco corredo che accompagnava il Signore di Sipan

Una maschera d’oro ritrovata nel ricco corredo che accompagnava il Signore di Sipan

L'archeologo Walter Alva sull'area archeologica preincaica di Sipan in Perù

L’archeologo Walter Alva sull’area archeologica preincaica di Sipan in Perù

Gli esami sullo scheletro hanno stabilito che il Signore di Sipan era alto all’incirca 1,63 metri e che morì a 35-45 anni. I suoi gioielli e ornamenti, che comprendevano un copricapo, una maschera, un pettorale d’oro con la testa di un uomo e il corpo di un polpo, collane, anelli da naso, orecchini e altri oggetti, confermano che il Signore di Sipan era del rango più alto. La maggior parte degli ornamenti erano di oro, argento, rame e pietre semi-preziose. Ma non era solo. Sepolto con il Signore di Sipán c’erano altre sei persone: tre giovani donne (probabilmente mogli o concubine che sarebbero morte qualche tempo prima), due maschi (probabilmente guerrieri), e un bambino di circa nove o dieci anni. I resti di un terzo maschio (forse pure lui guerriero) è stato trovato sul tetto della camera funeraria seduto in una nicchia che si affaccia sulla camera. C’era anche un cane che era probabilmente l’animale preferito dal Signore di Sipan. I guerrieri che furono sepolti con il Signore di Sipán avevano i piedi amputati, come per impedire loro di lasciare la tomba. Le donne erano vestite in abiti cerimoniali. Oltre alle persone, gli archeologi hanno trovato nella tomba un totale di 451 oggetti cerimoniali e le offerte (beni di sepoltura), ed i resti di numerosi animali, tra cui un cane e due lama.

Al Pigorini di Roma l’etnologo Leigheb col libro “Figli della luna. Vita e morte tra i pigmei della Nuova Guinea”

L'etnologo e giornalista Maurizio Leigheb è autore del libro "Figli della luna. Vita e morte dei pigmei della Nuova Guinea"

L’etnologo e giornalista Maurizio Leigheb è autore del libro “Figli della luna. Vita e morte tra i pigmei della Nuova Guinea”

«Amiamo queste montagne verdi, queste valli scoscese e profonde, […] amiamo la luce pura e violenta che le illumina, il cielo che le sovrasta e le loro notti piene di stelle, dove appare Wala, la grande madre luna, che veglia su di noi». È un passaggio del libro “Figli della luna. Vita e morte tra i pigmei della Nuova Guinea” dell’etnologo e giornalista Maurizio Leigheb che viene presentato il 21 maggio alle 15.30 nella sala conferenze del museo nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma.

I pigmei fotografati in uno dei reportage di Maurizio Leigheb

I pigmei fotografati in uno dei reportage di Maurizio Leigheb

Questa narrazione è anche un caso antropologico. L’autore racconta in prima persona la vera storia di una straordinaria sopravvivenza umana: il popolo dei Pigmei Fa che vive in una sperduta valle sui monti della Nuova Guinea indonesiana. Sono uomini e donne destinati a soccombere e forse a scomparire per sempre all’arrivo degli invasori stranieri. L’etnologo Leigheb viene a contatto con loro subendo il profondo fascino dei luoghi e dell’esistenza isolata e “primitiva” delle comunità indigene fino a raccogliere il loro racconto, che mescola la realtà con la potenza creativa del sogno e la magia. Al di là delle avvincenti vicende narrate, il libro adombra anche problematiche e conflitti di natura universale come la costante lotta tra il Bene e il Male e l’osservazione di comportamenti, sentimenti e pulsioni. Un fantastico viaggio nel tempo e nell’evoluzione dell’uomo.

L'etnologo e giornalista Maurizio Leigheb "presta" la telecamera agli indios

L’etnologo e giornalista Maurizio Leigheb “presta” la telecamera agli indios

L'etnologo Leigheb ha già realizzato un centinaio di documentari

L’etnologo Leigheb ha già realizzato un centinaio di documentari

Maurizio Leigheb è etnologo e giornalista tra i più stimati. Spirito eclettico, critico e anticonformista, durante l’adolescenza manifesta una certa insofferenza per i metodi accademici di insegnamento. Poco più che ventenne inizia a viaggiare nei Paesi del terzo mondo, in vari continenti. Pubblica servizi fotogiornalistici sulle prime riviste di viaggio e turismo apparse in Italia e numerosi reportage su noti quotidiani e periodici illustrati, italiani e stranieri, raccogliendo materiale fotografico e documentario per alcune collane e opere editoriali di successo, come Il Milione, l’enciclopedia di tutti i Paesi del mondo edita dall’Istituto Geografico De Agostini. Conosciuto per le sue spedizioni e ricerche tra le popolazioni più isolate e meno conosciute della terra, soprattutto in Amazzonia e Nuova Guinea, è autore di una decina di libri d’argomento autobiografico e antropologico, alcuni dei quali tradotti in varie lingue (tra cui Caccia all’uomo, Sugar, Milano 1973, e Longanesi, Milano 1976; Indonesia e Filippine, De Agostini, Novara 1976 e 1981; L’indio muore. Origine, vita e destino degli indios, Sugarco, Milano 1977; L’uomo nel mondo, De Agostini, Novara 1979 e 1987; L’ultimo Sinai, Editions Transalpines, Lugano 1980; Guido Boggiani, pittore esploratore, etnografo, Regione Piemonte, Torino 1986; Irian Jaya, l’ultima terra ignota. Popoli e culture della Nuova Guinea indonesiana, con presentazione di Irenaus Eibl-Eibesfeldt, fondatore dell’etologia umana, allievo ed erede del premio Nobel Konrad Lorenz, edito da Giorgio Mondadori, Milano 1995; Lo sguardo del viaggiatore. Vita e opere di Guido Boggiani, Interlinea, Novara 1997), mostre fotografiche, vari saggi su Paesi, civiltà, culture ed esploratori del passato. Ha realizzato oltre un centinaio di documentari trasmessi dalle reti Rai, Mediaset e Sky, impegnandosi nella ricerca e documentazione antropologico-visuale e nella difesa delle minoranze etniche a rischio d’estinzione biologica e culturale.

 

Le meraviglie di Meroe e le ultime scoperte in Sudan alla IV Giornata di Studi Nubiani al museo Pigorini di Roma

Le famose piramidi di Meroe dell'antica Nubia, oggi in Sudan

Le famose piramidi di Meroe dell’antica Nubia, oggi in Sudan

Volete conoscere gli ultimi sviluppi delle ricerche sulla civiltà nubiana e le meraviglie di Meroe, l’antica città posta sulla riva orientale del Nilo nell’attuale Sudan, 200 chilometri a nord della capitale Khartoum, famosa per le più di duecento piramidi sparse sul suo territorio dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2011? L’appuntamento da non perdere è sabato 19 aprile a Roma, al Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” dove alle 11.30, nella sala conferenze e salone delle Scienze, si aprirà la IV Giornata di Studi Nubiani, promossa dall’ambasciata del Sudan in Italia, dall’Ismeo (associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e dal museo Pigorini.

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV Giornata di Studi Nubiani, pur passando in rassegna numerose tematiche delle realtà archeologiche e culturali sudanesi, riserva particolari attenzioni all’epoca meroitica (III secolo a.C. – IV secolo d.C.), la cui data d’inizio coincide con lo spostamento delle sepolture reali dall’area di Napata a quella di Meroe. La parte di valle del Nilo nota come Nubia, nell’odierno Sudan, ospitò infatti in antichità tre diversi regni di Kush: il primo ebbe la capitale a Kerma e durò dal 2600 al 1520 a.C.; il secondo si trovava a Napata dal 1000 al 300 a.C., ed infine l’ultimo fu a Meroe (300 a.C.– 300 d.C.). Durante gli oltre sei secoli in cui Meroe prosperò, l’Egitto fu conquistato dai greci tolemaici e dai romani, mentre il Sudan non è mai stato invaso da potenze straniere. Nel 340 d.C. Meroe fu conquistata dal re cristiano Ezana di Axum (Etiopia). Prima di Meroe, e prima del periodo di Napata, almeno tre re nubiano-sudanesi sono citati nella Bibbia. A quei tempi, i re nubiani della XXV dinastia governavano tutto l’Egitto e furono alleati con Israele contro gli Assiri. Meroe fu un importante centro metallurgico per l’utilizzo del ferro destinato alla realizzazione di armi e attrezzi, tanto che ancor oggi si possono vedere enormi cumuli di scorie di ferro. E sempre a Meroe si sviluppò un sistema unico di scrittura alfabetica che è ancora indecifrabile. Inoltre Meroe esportò al mondo classico dei Greci e dei Romani molti prodotti inclusi elefanti da guerra per scopi militari. Come riporta anche la Bibbia qui si annovera uno dei primi convertiti al cristianesimo sudanesi, uno schiavo eunuco che ha servito la Candace o regina guerriera di Meroe.

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Gli interventi della IV Giornata di Studi nubiani alterneranno alla presentazione dei risultati di due missioni archeologiche italiane attualmente operanti in Sudan, l’analisi di fonti antiche e moderne relative alla geografia e al popolamento di questa vasta e variegata realtà africana. Nel corso della conferenza, alla quale sarà presente una vasta rappresentanza del corpo diplomatico africano accreditato in Italia, verrà presentato il volume: “Atti della IV Giornata di Studi Nubiani”, a cura di Eugenio Fantusati e Marco Baldi; edito da Scienze e Lettere nella collana Serie Orientale Roma. Proprio Eugenio Fantusati dell’università di Roma La Sapienza fa parte con la moglie architetto Rita Virriale e i suoi studenti, Eleonora Kormysheva dell’Oriental Institute di Moscow, Richard Lobban del Rhode Island College, della missione archeologica Abu Erteila Project nel sito di Abu Erteila nel comprensorio di Meroe nella parte orientale del deserto di Butana del Sudan. Qui, dopo quattro anni di ricerca, la missione ha scoperto un tempio perduto dell’impero meroitico, la cui esistenza finora era stata solo ipotizzata. “Dal sito di Abu Erteila – raccontano – si possono anche vedere alcune delle tante piramidi meroitiche in Sudan. Anche se più tarde e più piccole che le più famose piramidi egizie, in Sudan ci sono ancora più piramidi che in Egitto”. Lo scavo archeologico di Abu Erteila è iniziato nel 2008, ma è stata dalla quarta campagna che gli archeologi sono riusciti a individuare il tempio meroitico.

L'architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

L’architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila in Sudan

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila

Nella nostra quarta stagione”, ricordano gli archeologi dell’Ismeo, “abbiamo continuato lo scavo del kom I (collina artificiale), dove sono state trovate molte pareti di mattoni di fango in situ e un gran numero di mattoni rossi cotti sparsi in grande disordine fino ai livelli di fondazione. Nelle stanze inferiori abbiamo trovato le pentole abbiamo trovato camere con molti strumenti a smeriglio usati per la preparazione del cibo e un’altra camera che aveva gran numero di ossa di animali macellati. Nel corso dello scavo abbiamo trovato anche altri due scheletri adulti e uno di un figlio anche del periodo paleocristiano. In questa stessa campagna abbiamo aperto un nuovo saggio e qui abbiamo avuto i risultati più sorprendenti fino a oggi. In kom II abbiamo portato alla luce due belle anfore, quasi complete, in ceramica a collo stretto per lo stoccaggio di liquidi. Abbiamo anche trovato due rocchi di colonne in arenaria con iscrizioni in geroglifico. Tra le iscrizioni leggibili c’è il riferimento a “neb-Tawi” o ‘Il Signore delle Due Terre”, riservata esclusivamente alla regalità e nobiltà. È ben visibile il dio Hapy della fertilità del Nilo e la combinazione di Nekhbet e Wedjat (avvoltoio e cobra), simbolo della regalità per valle del Nilo. Avevamo la conferma che avevamo individuato un antico tempio meroitico con strutture edilizie orientate coerenti con i vicini templi solari a Meroe, Awlib, Awatib, Naqa e Musawwarat es-Sufra. Infatti, a questa latitudine, questo orientamento il sole si riversa direttamente nel tempio due volte l’anno: e il dio Sole – Amon o Mashil è stato il più celebre nel pantheon enoteistico nubiano”.

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Ecco il programma della IV Giornata di Studi Nubiani. Alle 11.30, saluti e introduzione con Francesco di Gennaro, soprintendente del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini”, e S.E. Amira Hassan Daoud Gornass, ambasciatore del Sudan in Italia. Alle 12, Eugenio Fantusati (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “La missione archeologica di Abu Erteila: un resoconto sulle attività svolte”. Alle 12.30, Jaffar Mirghani (Khartoum, Museo Etnografico) in “Musawwarat identified with Meroe”. Alle 13, Mostra fotografica. Alle 14, Luisa Bongrani (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “Considerazioni sull’Africa di Erodoto: geografia e genti”. Alle 14.30, Andrea  Manzo (Università di Napoli “L’Orientale” – ISMEO) in “Sudan ed Egitto nel II millennio a.C.: nuove evidenze”. Alle 15, Marco Baldi (Università di Pisa  – ISMEO) in “Il Complesso di Awlib. Alcune osservazioni”. Alle 15.30, Adriano Rossi (ISMEO) presenta il volume degli atti. Saluti finali. Organizzazione a cura dell’Associazione Il Cuore.

 

 

Gender archeology: al Pigorini di Roma si presenta il primo manuale in italiano su “Archeologia delle identità e delle differenze”

"Archeologia delle identità e delle differenze" di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

“Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

Cosa si intende quando si parla di identità e differenze nell’indagine archeologica sulle genti del passato? A questa domanda cerca di dare una risposta il libro “Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi, che sarà presentato sabato 12 aprile, alle 16, al museo preistorico-etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Ai saluti del soprintendente del Pigorini, Francesco di Gennaro, seguiranno la presentazione curata da Annamaria Bietti Sestieri (Accademia Nazionale dei Lincei), Laura Guidi (Università Federico II, Napoli), Daniele Manacorda (Università Roma Tre). All’incontro saranno presenti gli autori. Mariassunta Cuozzo, professore associato di Etruscologia e Archeologia italica all’Università del Molise e all’Università di Napoli “Orientale” e direttore di scavo nel sito etrusco-campano di Pontecagnano, si interessa principalmente della presenza degli Etruschi in Campania, dell’incontro tra genti italiche e popoli del Mediterraneo, dell’archeologia teorica e di genere. Tra i suoi lavori: “Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli orientalizzanti di Pontecagnano” (Paestum 2003); “Gli Etruschi in Campania” in Introduzione all’Etruscologia (Milano 2012). Alessandro Guidi, professore ordinario di Paletnologia all’Università di Roma Tre, tra le sue attività scavi e ricognizioni di superficie in vari siti protostorici dell’Italia centromeridionale. I suoi temi di ricerca preferiti sono la nascita della città e dello stato in Italia, la storia dell’archeologia e l’archeologia teorica. Tra i suoi lavori Storia della Paletnologia (Roma-Bari 1988), I metodi della ricerca archeologica (Roma-Bari 1994, 20052),Preistoria della complessità sociale (Roma-Bari 2000).

Il testo di Cuozzo e Guidi descrive il contributo dell’Archeologia a tematiche di scottante attualità connesse alla definizione delle identità di genere, di età, alle differenze culturali ed etniche raccontando la storia della “gender archaeology”, una corrente di pensiero scaturita nei paesi anglofoni dall’incontro tra l’archeologia teorica, movimenti femministi e alcune agguerrite minoranze etniche. Si tratta di un modo nuovo di studiare i dati del passato partendo dall’analisi di quelle differenze che costituiscono il nucleo stesso dell’identità di ogni comunità umana, del passato e del presente. Un manuale che finora mancava nella nostra lingua e, allo stesso tempo, una guida per orientarsi in una letteratura sempre più vasta e complessa.

 

 

Il mondo dei nuraghi rivive con “L’isola delle Torri”: mostra a Cagliari nel centenario della nascita di Lilliu

"L'isola delle Torri": a Cagliari una grande mostra sulla civiltà dei nuraghi

“L’isola delle Torri”: a Cagliari una grande mostra sulla civiltà dei nuraghi

L'archeologo Giovanni Lilliu, il "sardus pater"

L’archeologo Giovanni Lilliu, il “sardus pater”

La Sardegna e i nuraghi: un binomio indissolubile. Ma lo è altrettanto nuraghi e Lilliu, il professore che più di ogni altro ha fatto conoscere al mondo l’antica affascinante civiltà della Sardegna. Il “sardus pater” Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei, che il 13 marzo avrebbe festeggiato i cento anni, con i suoi studi e le sue scoperte, è infatti lo studioso che più di ogni altro ha consentito di approfondire le conoscenze sulla civiltà nuragica. Ed è proprio partendo dai suoi lavori che Cagliari ha voluto rendere omaggio al professore nel centenario della sua nascita con la mostra “L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna”, inaugurata nella Cittadella dei Musei di Cagliari, alla presenza fra gli altri del sottosegretario ai Beni culturali e al Turismo, Francesca Barracciu (“Una grande mostra – ha detto – che vuole far conoscere le meraviglie e i misteri dei Nuraghi, orgoglio archeologico della Sardegna e dell’Italia”), il soprintendente dei beni culturali, Marco Minoja, e il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda.

La reggia nuragica di Barumini, il più famoso complesso della Sardegna

La reggia nuragica di Barumini, il più famoso complesso della Sardegna

Bronzetto della civiltà dei nuraghi in mostra a Cagliari

Bronzetto della civiltà dei nuraghi in mostra a Cagliari

“L’isola delle Torri” vuole raccontare, con un linguaggio nuovo, la Sardegna nuragica, utilizzando anche la comunicazione sul web, attraverso un sito dedicato, e sui social network. Il racconto dell’Isola – come spiega il soprintendente Marco Minoja – viene scandito da elementi che caratterizzano il periodo nuragico: la pietra, il metallo, l’acqua. È quindi un’occasione straordinaria per conoscere i risultati di un’intensa attività di ricerca e di un interesse sempre crescente da parte della comunità scientifica internazionale, che negli ultimi cinquant’anni hanno ampliato il patrimonio di conoscenze sulla archeologia nuragica. L’esposizione guarda indietro fra il secondo e il primo millennio avanti Cristo. Attraverso i tre temi individuati come filo conduttore (il metallo, l’acqua e la pietra), il percorso espositivo porta all’attenzione del visitatore gli aspetti fondamentali della civiltà nuragica: l’architettura, il mondo del sacro e quello funerario, le tecnologie costruttive, in particolare quelle idrauliche, la società, l’economia, il territorio, la metallotecnica, l’arte.

La mostra "L'isola delle Torri" a novembre sarà allestita al museo Pigorini di Roma

La mostra “L’isola delle Torri” a novembre sarà allestita al museo Pigorini di Roma

A quasi trent’anni dall’ultima grande esposizione dedicata alla civiltà nuragica a livello nazionale (Nuraghi a Milano, giugno-ottobre 1985) la mostra si qualifica dunque come un evento di estrema risonanza: nel collegamento ideale e costante con l’opera e la figura di Giovanni Lilliu, l’esposizione propone nuovi percorsi conoscitivi e ritrovamenti inediti, che guidano il grande pubblico all’interno del lungo arco cronologico, quasi mille anni (Età del Bronzo e del Ferro), in cui si dipana la storia della civiltà nuragica. I repertiesposti, talvolta ineditio comunque poco noti, provengono da tutta l’isola, ma anche da rinvenimenti effettuati in Italia e all’estero (Cipro, Spagna, Portogallo), all’interno di una fitta rete di contatti e scambi attraverso il Mediterraneo, che evidentemente a quei tempi non rappresentava una barriera, ma un potente veicolo di comunicazione. Alcuni importanti reperti provengono invece da sequestri effettuati nella penisola, usciti dalla Sardegna attraverso il mercato clandestino, e recuperati grazie all’attività di tutela svolta dal ministero per i Beni e le attività culturali tramite le soprintendenze e il Nucleo dei Carabinieri per la tutela del patrimonio. L’allestimento della mostra “L’isola delle Torri” sarà collegato a un ricco apparato didattico, supportato da tecnologie multimediali e impreziosito da ricostruzioni e filmati dei principali monumenti della civiltà nuragica. La mostra rimarrà aperta nel complesso di San Pancrazio di Cagliari fino al 30 settembre. A novembre la mostra attraverserà il mare e, fino a marzo 2015, sarà ospitata nelle sale del Museo Preistorico Nazionale Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma, per la prima esposizione totalmente dedicata alla civiltà nuragica allestita fuori dalla Sardegna.