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Al museo Egizio di Torino in scena nella Galleria dei Re a grande richiesta lo spettacolo “Cleopatra, la mia regina” con Elena Ferrari

Elena Ferrari nella Galleria dei re del museo Egizio di Torino protagonista dello spettacolo "Cleopatra, la mia regina"

Elena Ferrari nella Galleria dei re del museo Egizio di Torino protagonista dello spettacolo “Cleopatra, la mia regina”

A grande richiesta, dal 2 al 7 agosto 2016 al museo Egizio di Torino va nuovamente in scena lo spettacolo “Cleopatra, la mia regina”. Il monologo, di e con Elena Ferrari, è uno degli eventi collaterali che hanno accompagnato la mostra “Il Nilo a Pompei”, prima tappa del grande progetto “Egitto Pompei”, frutto della collaborazione tra il museo Egizio, la soprintendenza Pompei e il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), che mira ad indagare i rapporti tra la cultura egizia e quella grecoromana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/). Nella Galleria dei Re, l’attrice ripercorre attraverso gli occhi e la voce di Carmiana, fedele ancella e inseparabile amica di Cleopatra, la vita della famosa regina d’Egitto: partendo dalla sua infanzia, passando per l’esilio, fino all’incontro segreto con Giulio Cesare, per poi arrivare all’incontro successivo con Antonio, e giungere alla guerra contro Ottaviano e alla sconfitta e morte dei due amanti. Tra avvenimenti storici realmente accaduti e leggende tramandate, lo spettatore incontra in un brillante monologo alcuni dei personaggi che più hanno segnato la sua esistenza. Lo spettacolo, incluso nel biglietto, è ad ingresso libero, fino a esaurimento posti e non è possibile prenotarsi.

Egitto Pompei. Seconda tappa del progetto: alla Palestra Grande di Pompei si materializza la dea Sekhmet. Itinenario egizio negli scavi: dal tempio di Iside alle domus con affreschi egittizzanti

Questa statua della dea Sekhmet, proveniente da Karnak e conservata al museo Egizio di Torino, è protagonista agli scavi di Pompei

Questa statua della dea Sekhmet, proveniente da Karnak e conservata al museo Egizio di Torino, è protagonista agli scavi di Pompei

Tre sedi diverse (Torino, Pompei, Napoli) e tre enti diversi (Museo Egizio, soprintendenza speciale di Pompei, museo Archeologico nazionale – Mann) – si era detto – per un unico grande progetto espositivo (Egitto Pompei) con un unico comun denominatore: l’Antico Egitto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/ È questo infatti il tema di una prestigiosa mostra, articolata in tre luoghi e quattro tempi, che racconta influssi e innesti spirituali, sociali, politici e artistici originati da culti ed elementi di stile nati o transitati per la terra del Nilo, che si inserisce in una più ampia riflessione di approfondimento sulle relazioni di Pompei con le grandi civiltà affacciate sul Mediterraneo. La prima tappa al museo Egizio di Torino dove dal 5 marzo e fino al 4 settembre c’è la mostra “Il Nilo a Pompei. visioni d’Egitto nel mondo romano”. E ora siamo arrivati alla seconda tappa. Da Torino agli scavi di Pompei dove dal 20 aprile al 2 novembre per il progetto “Egitto Pompei” si riaprono gli spazi recentemente restaurati della Palestra Grande a cura di Massimo Osanna e Marco Fabbri con Simon Connor.

https://youtu.be/7OVs66lwVdQ

La Palestra Grande di Pompei sede della mostra del progetto Egitto Pompei

La Palestra Grande di Pompei sede della mostra del progetto Egitto Pompei

Una volta entrati nella Palestra Grande dall’ingresso di Porta Anfiteatro, siamo accolti da sette monumentali statue raffiguranti Sekhmet, esaltate dallo scenografico allestimento di Francesco Venezia. Le sette riproduzioni della divinità egizia dalla testa leonina sono insieme alla magnifica statua seduta del faraone Thutmosi I, tutte appartenenti ad uno dei periodi di massimo splendore della storia dell’antico Egitto: la XVIII dinastia (XVI-XIV sec. a.C.). Gli eccezionali prestiti, provenienti dalla collezione permanente del museo Egizio di Torino, suggellano e ribadiscono l’unità di intenti e di collaborazione tra il museo torinese, la soprintendenza Pompei e il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann). Le imponenti sculture in granito, oltre a rappresentare il potere faraonico al tempo della XVIII dinastia, sono una testimonianza straordinaria del mondo della mitologia egizia. Sekhmet, come altre divinità femminili, ha una natura ambivalente, contraddistinta da forze contrapposte. Figlia del sole, propaga sulla terra calore, distruzione e malattie, ma allo stesso tempo, se placata con rituali e preghiere, è in grado di garantire la pace e la prosperità.

Il tempio di Iside a Pompei sarà inserito in un "itinerario egizio"

Il tempio di Iside a Pompei sarà inserito in un “itinerario egizio”

La mostra continua con un’emozionante video-installazione originale di Studio Azzurro che evoca gli scambi culturali, religiosi ed economici intercorsi tra Pompei e l’Egitto dalla fine del II sec. a.C. Il percorso espositivo si arricchisce inoltre di un “itinerario egizio”: dal tempio di Iside, tra i maggiori e meglio conservati edifici pompeiani – oggetto per l’occasione di un intervento di riallestimento con postazioni multimediali di realtà immersiva – alle numerose domus decorate con motivi egittizzanti, come quella di Loreio Tiburtino tornata di recente a risplendere e quella dei Pigmei riaperta in occasione della mostra. Il 28 giugno, al Museo Archeologico di Napoli, la terza tappa del progetto con l’inaugurazione di una nuova sezione del percorso di visita delle collezioni permanenti con reperti archeologici, affreschi e capolavori di artigianato ispirati alla cultura egizia.

Il Museo Egizio di Torino chiude il 2015 dei record (800mila visitatori) aprendo un museo parallelo nei magazzini (Gallerie della Cultura Materiale) e allestendo il Coffee Shop. E da marzo prima grande mostra temporanea

Il Museo Egizio ha aperto al pubblico i magazzini creando le Gallerie della Cultura Materiale

Il Museo Egizio ha aperto al pubblico i magazzini creando le Gallerie della Cultura Materiale

Sotto l’albero il museo Egizio di Torino si ritrova… un altro museo. Teorie di ushabti, scarabei, vasi canopi, modellini in legno, amuleti, sandali, poggiatesta: alla vigilia di Natale l’Egizio ha inaugurato le “Gallerie della Cultura Materiale”, un nuovo percorso, parallelo all’allestimento permanente, alla scoperta dei magazzini visitabili del museo, che ha chiuso così alla grande un anno eccezionale. Infatti già a sei mesi dall’apertura del nuovo allestimento l’Egizio di Torino – alla fine di novembre – aveva raggiunto la soglia dei 700mila visitatori, che hanno girato la boa del 2015 intorno agli 800mila. “L’afflusso di pubblico”, sottolinea la presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, Evelina Christillin, “non ha registrato alcuna inflessione per l’effetto paura dopo i fatti di Parigi”, fatti che comunque hanno portato anche a Torino ad accrescere le misure di sicurezza. Così dal 1° dicembre a vigilare sui visitatori è stata posta all’ingresso la guardia armata, autorizzata a effettuare controlli a campione.

Le vetrine allestite nei magazzini con migliaia di oggetti dell'Antico Egitto

Le vetrine allestite nei magazzini con migliaia di oggetti dell’Antico Egitto

Nel suo primo Natale il nuovo allestimento del museo Egizio, inaugurato il 1° aprile 2015, ha dunque festeggiato con l’anteprima delle “Gallerie della Cultura Materiale”, veri e propri magazzini visitabili allestiti lungo tutto il percorso museale. Si tratta di una serie di armadi che espongono un’ampia rassegna di manufatti, provenienti dalla straordinaria collezione del museo Egizio, ordinati per tipologie in base al materiale con cui sono realizzati, alla loro forma, alla loro funzione e a ciò che rappresentano. “In una società come la nostra, sempre più immersa in una cultura digitale insistere sulla cultura materiale significa tracciare un filo che collega il nostro mondo con quello dell’antichità, in particolare egizia: gli oggetti di cui l’uomo si è sempre circondato sono espressione della sua cultura materiale, studiata dagli archeologi per comprendere le società del passato”.

Le Gallerie della Cultura Materiale permettono un viaggio parallelo all'interno del museo Egizio di Torino

Le Gallerie della Cultura Materiale permettono un viaggio parallelo all’interno del museo Egizio di Torino

Le Gallerie della Cultura Materiale rappresentano per il pubblico un affascinante viaggio tra gli oggetti prodotti dall’ingegno dell’uomo nell’antico Egitto oltre a un’occasione per accedere anche ai magazzini che diventano finalmente visitabili mostrando una selezione di circa 10mila oggetti sui 40mila custoditi dal museo Egizio. Le Gallerie sono un work in progress e saranno continuamente arricchite offrendo contenuti ed esperienze tattili che consentiranno al visitatore di acquisire maggiori informazioni sui reperti in mostra. Attualmente il percorso si compone di 38 armadi collocati lungo il percorso museale, nei primi mesi del 2016 saranno inaugurate tre nuove sale, sempre dedicate alla cultura materiale. “Con l’inaugurazione di un nuovo percorso a soli otto mesi dalla riapertura”, sottolineano alla fondazione, “’Egizio intende mantenere la promessa di essere un Museo vivo, capace di rinnovarsi per offrire al suo pubblico sempre nuove possibilità di visita”.

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La nuova caffetteria del museo Egizio di Torino (Foto Daniele Solavaggione)

La nuova caffetteria del museo Egizio di Torino (Foto Daniele Solavaggione)

proprio in questa direzione va l’apertura del Coffee Shop del museo Egizio: 350mq su due piani, comprensivi di un magnifico terrazzo di inverno in cui concedersi una pausa durante la visita delle collezioni. Il Coffee Shop è accessibile sia dall’interno del museo (ingresso dalla sala 6, dedicata a Deir el Medina – 1° piano) sia da via Accademia delle Scienze, senza obbligo di acquistare il biglietto, attraversando il cortile e salendo al 2° piano della manica su via Eleonora Duse. La caffetteria osserva l’orario del Museo, 8.30 – 18.30 (prolungato fino alle 19.30 nei periodi festivi di massima affluenza). “Con il nostro museo stiamo dando una grande spinta all’internazionalizzazione di Torino”, conclude Christillin, che dopo l’apertura dei magazzini visitabili (“due soppalchi ricchi di materiale straordinario”), annuncia per marzo la prima mostra temporanea nel rinnovato percorso museale, dedicata a “Pompei e l’Egitto”. A proposito di mostre, la Christillin ricorda che il bando per la scelta dei gestori della nuova caffetteria “è stato un bando pilota”. L’azienda aggiudicataria infatti, la Serenissima Spa, sarà anche sponsor delle mostre itineranti organizzate dall’Egizio, per le quali mette a disposizione 132mila euro l’anno.

È morto il professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, decano degli egittologi italiani, protagonista del salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel. Il ricordo di chi l’ha conosciuto e della sua allieva più famosa, l’egittologa Edda Bresciani

L'egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’Egittologia è in lutto. Uno dei suoi più autorevoli protagonisti del Novecento è venuto a mancare: l’archeologo Sergio Donadoni, decano degli egittologi italiani, rispettato e conosciuto in tutto il mondo scientifico non solo per le sue grandi capacità di studioso-ricercatore e di insegnante-accademico ma anche per la sua umanità, protagonista del salvataggio internazionale dei templi egizi di Abu Simbel dopo la creazione della diga di Assuan, è morto a Roma il 31 ottobre 2015 all’età di 101 anni. Era professore emerito di egittologia all’Università “La Sapienza” di Roma e accademico dei Lincei, nonché insegnante all’Université Libre di Bruxelles. I funerali si sono svolti lunedì 2 novembre, alle 11, nella chiesa romana dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Nato a Palermo il 13 ottobre 1914, figlio del critico letterario Eugenio, Sergio Donadoni aveva studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era laureato nel 1935 con Annibale Evaristo Breccia. La sua formazione di egittologo la maturò alla scuola francese, studiando per due anni a Parigi dove appunto si specializzò in Egittologia, e nel 1948 nella capitale danese di Copenaghen. Donadoni ha insegnato nelle università di Milano, Pisa e infine Roma.

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere e frequentare il prof. Donadoni in una occasione speciale: le celebrazioni per il centenario del Museo Egizio del Cairo. Lui era il più grande tra i grandi egittologi convenuti sulle rive del Nilo, ma non lo ha mai fatto pesare. Tanto meno con i suoi interlocutori, anche i più modesti. Il prof. Donadoni aveva una risposta per ogni domanda gli venisse rivolta, anche quando la richiesta rivelava l’assoluta mancanza delle più elementari conoscenze sull’Antico Egitto. E quando si passeggiava per le strade del Cairo era tutto un saluto reverente e riconoscente “al professore” da persone, le più disparate, che erano state al suo servizio o comunque lo avevano conosciuto nei lunghi decenni di missione archeologica in Egitto. Sergio Donadoni era uomo colto e semplice, nonostante la sua statura scientifica. Come più volte ha avuto modo di testimoniare Paolo Renier, fotografo trevigiano ammaliato dall’Egitto in generale e della città di Abido sacra a Osiride in particolare, che a Donadoni si era rivolto per un consiglio sul progetto di valorizzazione e conoscenza del sito di Abido e si ritrovò come risposta la più bella presentazione mai avuta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/ sul suo impegno e il suo lavoro fotografico nell’Osireion.

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Sergio Donadoni ha diretto scavi in Egitto (Antinoe, Qurna), in Nubia (Ikhmindi, Sabagura, Tamit) e in Sudan (Sonki Tino, Gebel Barkal). Nell’ambito della collaborazione internazionale per il salvataggio dei templi egizi dovuto alla creazione della diga di Assuan, l’Italia partecipò con nove spedizioni condotte da Sergio Donadoni tra gli anni ’50 e ’60. Nel 1964 diresse la missione archeologica in Egitto e in Sudan dell’Università di Roma con scavi e ricerche in diverse antiche località, tra cui Tebe. A queste sono da aggiungerne altre quattro organizzate dal museo Egizio di Torino. Partecipò inoltre al salvataggio del tempio rupestre di Ellesija e a quello di Abu Simbel. Dal 1958 al 1969 esplorò sistematicamente con fini archeologi e architettonici, sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia. Sergio Donadoni è autore di una vasta bibliografia, che comprende, tra gli altri titoli “La civiltà egiziana” (1940), “L’arte egizia” (1955), “Storia della letteratura egiziana antica” (1957), “Le pitture murali della chiesa di Sonki Tino nel Sudan” (1968), “L’Egitto dal mito all’egittologia”. Era dottore honoris causa della Université Libre di Bruxelles. Socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi e dell’Institut d’Egypte. È stato insignito del Premio Feltrinelli per l’Archeologia nel 1975 ed era Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica (2000).

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il ricordo più intenso del professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, è stato scritto dalla sua allieva più famosa, la professoressa Edda Bresciani, professore Emerito dell’Università di Pisa, una degli altri grandi egittologi italiani del Novecento. La biografia di questi due studiosi è strettamente incrociata e descrive molta parte della storia dell’Egittologia a Pisa e in Italia. Questa disciplina nacque infatti proprio all’Università di Pisa nel 1826, quando Leopoldo II di Lorena decise di istituire una cattedra di egittologia affidandola al ventiseienne pisano Ippolito Rosellini. Alla sua morte, nel 1843, l’insegnamento fu chiuso e per oltre un secolo tacque sia a Pisa che in Italia. Tornò quindi ad essere attivato nell’Ateneo pisano dall’anno accademico 1950-’51, con un incarico affidato proprio al professor Donadoni, allievo della Scuola Normale e laureato nel 1934 con il grande egittologo Annibale Evaristo Breccia, docente dell’Università di Pisa, di cui fu anche Rettore dal 1939 al 1941. Con il trasferimento del professor Donadoni all’Università di Milano nel 1959, la cattedra passò alla sua allieva Edda Bresciani – la prima laureata italiana in Egittologia – che nel 1968 sarebbe diventata ordinario della disciplina all’Università di Pisa. Scrive Edda Bresciani: “Ho parlato al telefono con Sergio Donadoni il 13 ottobre scorso per augurargli, come ogni anno in questo giorno, un gioioso anniversario. Mi rispose con la consueta urbanità, la voce forse un po’ fievole è vero, ma intatto l’eloquio elegante ironico ma insieme affettuoso. Perché il mio maestro ed io ci volevamo bene; anche se aveva l’abitudine di riferirsi a me come “quel diavolo di ragazza”… Adesso nessuno più mi chiamerà così. È morto nei suoi 101 anni, dopo una vita splendida dedicata alla ricerca, ricca di soddisfazioni private, scientifiche, pubbliche. Universalmente conosciuto e ammirato, la sua assenza avrà per anni avvenire il suono del dolore. Non credo che sia il caso qui che elenchi i libri, gli articoli, i contributi i Sergio Donadoni che hanno dato le linee fondamentali dell’egittologia non solo italiana ma mondiale. Io adesso non riesco a comporre altre frasi oltre all’espressione di un vuoto che non saprà essere colmato; adesso piango la grande persona che ci ha lasciati, piango il maestro, piango lo studioso. Alla famiglia, alla moglie Annamaria, antica amica, ai suoi figli ai nipoti che tanto amava, l’espressione della partecipazione sincera al loro dolore”.

Nuovo Museo Egizio di Torino: cantiere da 50 milioni chiuso a tempo di record. Anteprima con i protagonisti: la presidente Christillin, il direttore Greco, il ministro Franceschini. Museo pronto per l’Expo. Sarà polo di ricerca internazionale

L'atmosfera magica dello Statuario del museo Egizio di Torino nell'allestimento del premio Oscar Dante Ferretti

L’atmosfera magica dello Statuario del museo Egizio nell’allestimento del premio Oscar Dante Ferretti

La grande clessidra di piazza San Carlo ha concluso il conto alla rovescia

La grande clessidra di piazza San Carlo a Torino ha concluso il conto alla rovescia del nuovo museo Egizio

La grande clessidra di piazza San Carlo ha esaurito i suoi granelli di sabbia e mais. Era stata programmata per finire il 1°aprile 2015, giorno fissato per l’inaugurazione del nuovo museo Egizio di Torino. E così è stato. Dopo cinque anni di lavori e un cantiere da 50 milioni di euro, il nuovo museo Egizio ha aperto le porte al mondo rispettando al secondo un cronoprogramma “terribile”, per i più “impossibile”, portato avanti con la determinazione, la forza e l’entusiasmo di Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo Egizio, e con la chiarezza di idee e il pragmatismo del giovane neodirettore Christian Greco. Il risultato è davanti agli occhi del mondo: nel seicentesco palazzo dell’architetto Guarino Guarini è tornato a pulsare prepotente l’Egitto con la sua cultura millenaria, la sua civiltà, la sua storia e la sua arte. Perché l’Egizio non è un museo restaurato e riallestito, è proprio un museo nuovo, destinato a essere polo attrattivo per centinaia di migliaia di visitatori, e centro di ricerca e di incontro dell’Egittologia mondiale, un’eccellenza italiana, modello da esportare di come la collaborazione pubblico/privato possa dare grandi risultati con effetti positivi sulla crescita culturale ed economica di un Paese. Non a caso il direttore Greco ha dichiarato: “Oggi non siamo alla fine di un percorso, ma a un nuovo inizio del museo Egizio”.

Evelina Christillin, presidente della Fondazione museo Egizio, all'anteprima del nuovo museo Egizio

Evelina Christillin, presidente della Fondazione museo Egizio, all’anteprima del nuovo museo Egizio

UN MESE DI RODAGGIO, POI C’È EXPO. Un cantiere da 50 milioni di euro, tra i più grandi in Europa, senza chiudere neppure un giorno al pubblico. È la grande sfida vinta dal museo Egizio di Torino, che il pubblico ha premiato con un numero di presenze record. Nel 2014 i visitatori sono stati infatti 567.688, in aumento rispetto all’anno record delle Olimpiadi invernali del 2006, quando furono “soltanto” 529.911. Numeri che hanno consentito all’Egizio di essere fra i primi dieci musei più visitati d’Italia e fra i primi cento del mondo. “Siamo felici di esserci riusciti”, ha sottolineato con giustificato orgoglio Christillin. Per il secondo museo egizio al mondo, dopo quello del Cairo, quello vissuto a Torino nell’anteprima del 31 marzo è un giorno straordinario. “Aver tenuto aperto il museo durante tutto il periodo dei lavori e consentito al pubblico di non dimenticarlo, ma anzi affollarlo sempre di più visto che il 2014 è stato un anno record, è stata una scelta faticosa ma vincente. Cinquanta milioni sono una cifra che si vede raramente come disponibilità economica per un bene culturale e per questo dobbiamo ringraziare i soci fondatori, Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino, Fondazione Crt e, soprattutto, la Compagnia di San Paolo che ha dato la metà del fondi, 25 milioni. Ringrazio anche il ministero che ci dà il bene in convenzione. Ora abbiamo un mese di rodaggio prima dell’Expo per offrire al suo pubblico un museo perfettamente fruibile”.

Le autorità in visita in anteprima al museo Egizio: da sinistra, davanti, Sergio Chiamparino, Christian Greco e Dario Franceschini; dietro, Luca Remmert, Piero Fassino, Evelina Christillin

Le autorità in visita in anteprima al museo Egizio: da sinistra, davanti, Sergio Chiamparino, Christian Greco e Dario Franceschini; dietro, Luca Remmert, Piero Fassino, Evelina Christillin

COLLABORAZIONE PUBBLICO/PRIVATO: ESEMPIO DA RIPETERE. Particolarmente soddisfatto anche Luca Remmert, presidente della Compagnia di San Paolo che ha contribuito al restyling del museo Egizio con un investimento di 25 milioni di euro: “Un progetto che si conclude con una cosa concreta, frutto di un mix di impegno, serietà, dedizione, rigore e puntualità: dobbiamo lavorare tutti insieme perché sul nostro territorio possano succedere altre cose come questa e noi assicuriamo il nostro concreto impegno. Grandi imprese culturali come questa possono dare una risposta in tema di lavoro in un momento difficile”. E il segretario della Fondazione Crt, Massimo Lapucci: “Questo museo è soprattutto un esempio di cooperazione pubblico-privato. Partendo da qui, vogliamo cominciare a individuare nuove forme di sostegno sempre più evolute e moderne, che possano aiutare sempre più il nostro patrimonio culturale”.

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino con l'organizzazione degli spazi sui diversi piani

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino: spazi organizzati su tre piani

PRONTO PER IL GRANDE PUBBLICO. Se per il sindaco Piero Fassino “con l’inaugurazione del nuovo museo Egizio, Torino si conferma capitale, dopo il Cairo, dell’egittologia mondiale”, per Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, il nuovo museo Egizio di Torino “riesce a coniugare tre importanti fruizioni: la salvaguardia del patrimonio, la sua valorizzazione e la divulgazione. Promuovere la fruizione di massa del patrimonio culturale non vuol dire svalorizzarlo, sminuirlo, anzi, a mio dire significa il contrario. Questo spettacolare museo è un dato di fatto dal quale ripartire. E il museo Egizio è il risultato di una importante sinergia tra pubblico e privato. Se la cultura pubblica riflettesse un po’ su questo aspetto si potrebbe fare del patrimonio pubblico culturale italiano una grande risorsa in grado di fare dell’Italia un punto di riferimento nel mondo”.

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini e il direttore dell'Egizio Christian Greco

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini e il direttore dell’Egizio Christian Greco

UN MODELLO PER L’ITALIA: PUNTARE AL CROWDFUNDING. L’entusiasmo sincero e il plauso convinto non sono riusciti a dissimulare l’incredulità del ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, lui che aveva visto il cantiere e si era reso conto delle difficoltà che si sarebbero dovute affrontare: “Quando sono venuto qui una decina di mesi fa a visitare il cantiere con la premessa che il museo sarebbe stato riaperto il 1° aprile era difficile credere che la data sarebbe stata rispettata. Ma grazie a un incredibile lavoro di squadra è stato possibile rispettare la data prevista. Oggi il nuovo museo Egizio di Torino è un modello: la collaborazione tra pubblico e privato ha consentito di salvaguardare una grande qualità e mettere le basi per un nuovo museo basato sulla ricerca. Inoltre questo museo è la dimostrazione di come l’istituzione delle Fondazioni sia fondamentale per la tutela e lo sviluppo del nostro immenso patrimonio culturale”. Il ministro Franceschini ha ricordato che in Italia esistono “oltre 4mila musei di cui 400 statali, ma sempre meno disponibilità finanziarie, per cui – ha spiegato – dobbiamo recuperare il denaro necessario in altro modo. Sono recentemente stato a New York dove i direttori del Guggenheim e del Metropolitan mi hanno spiegato che raccolgono i fondi in tutti gli Stati Uniti, una modalità che da noi non funzionerebbe. È difficile pensare che a Napoli darebbero i soldi per gli Uffizi e viceversa, noi dobbiamo partire dal territorio, anche attraverso piccole donazioni: anche questo è un aspetto su cui dobbiamo recuperare il ritardo. Oggi i musei devono rappresentare per il visitatore una vera esperienza, è cambiato totalmente il modo di fruire delle collezioni museali. E l’Egizio di Torino interpreta perfettamente questa nuova filosofia”. E il ministro ha concluso: “Molti nostri musei italiani purtroppo non rispondono alla domanda del turista museale moderno, servono servizi aggiuntivi, anche di tipo digitale, attività correlate, bookshop. E questo vale soprattutto per l’archeologia, una materia non così facile per il visitatore che va accompagnato e preso per mano nel percorso museale. Esattamente come fa questo spettacolare nuovo allestimento”.

Il direttore Christian Greco illustra il nuovo museo Egizio al ministro Dario Franceschini

Il direttore Christian Greco illustra il nuovo museo Egizio al ministro Dario Franceschini

CENTRO DI RICERCA INTERNAZIONALE. Ha chiuso le presentazioni il direttore Christian Greco. “Per far fronte alla sua storia, ormai bicentenaria, il museo Egizio ha affrontato un imponente progetto di rifunzionalizzazione, ampliamento e restauro”, ha spiegato. “Il riordino di un museo implica necessariamente un ripensamento radicale. Il peso e il ruolo che gli oggetti assumono nel tempo, le relazioni che intrattengono con il corpo più vasto delle collezioni, il significato che assumono nella percezione del pubblico sono un campo di valori mutevoli che richiede uno sforzo interpretativo costante, consapevole del passato ma anche aperto e disponibile alle istanze del presente. Il significato dato a una collezione e alla sua organizzazione varia il proprio linguaggio e le proprie finalità scientifiche con il mutare della cultura nel tempo: coloro che sono incaricati del nobile e gratificante impegno di riorganizzare l’allestimento di una collezione importante come quella torinese, si devono dunque concretamente domandare come il museo e la sua collezione possano essere rispondenti agli attuali criteri scientifici della ricerca ed alle mutate esigenze intellettuali del visitatore”. E ha continuato: “Un museo che ormai esiste da 200 anni ha deciso di dare dignità alla sua metastoria e di raccontare la sua evoluzione all’interno del contesto storico politico dell’ Europa. E questa storia non vuole essere una sommatoria di elementi astratti, ordinati secondo un criterio cronologico, ma un racconto prosopografico, la storia di donne e uomini che hanno contribuito a formare, studiare e dare valore alla magnifica collezione che custodiamo. L’allestimento quindi ricostruisce contesti cultuali e abitativi e corredi funerari ma anche la storia delle missioni, la loro organizzazione, il loro modo di operare. È per questo che documenti dell’epoca trovano posto nel nuovo allestimento, che riporta anche visivamente l’Egitto nelle sale. I rapporti tra i diversi reperti non sono sottolineati solo all’interno della collezione torinese: i legami storici e la rete di collaborazioni scientifiche con gli altri enti museali, nazionali ed internazionali, trovano un significativo spazio all’interno del Nuovo Museo Egizio: uno dei più importanti obiettivi è dunque ricomporre i “disiecta membra” sparsi tra le collezioni nazionali e internazionali in modo tale che siano valorizzati e ricomposti i contesti archeologici e storici degli oggetti”. Ma Greco non distoglie l’attenzione dal ruolo dell’Egizio: “Un museo come il nostro, così riallestito, custode di un patrimonio immenso, non potrà esimersi nel fare nuova ricerca. La ricerca oggi è il cuore dell’attività dei grandi musei, un percorso che è andato rallentando all’Egizio negli ultimi anni, per diversi motivi, al quale ora verrà dato nuovo impulso. La ricerca non può essere scissa dalla tutela del patrimonio – ha concluso Greco – ed è una parte fondante dell’attività del nostro museo, accanto a quella divulgativa. Il nostro ora è un vero museo archeologico ragionato, non un’antologia dalla a alla z. Un museo che ha capito la sua metastoria, il valore dello straordinario racconto di se stesso, della sua storia bicentenaria, dei suoi fondatori e curatori dall’Ottocento a oggi». E allora è arrivato il momento di conoscere più da vicino il nuovo museo Egizio. La visita può cominciare.

(1 – continua; nei prossimi giorni il post seguente)

Il 1° aprile apre a Torino il Museo Egizio: inaugurazione con ingresso gratuito. Anteprima il 31 marzo per egittologi e autorità. Nuovo logo: un geroglifico simbolo dell’acqua (VIDEO). I progettisti illustrano il nuovo allestimento

Il monumentale ingresso del Museo Egizio in via Accademia delle Scienze a Torino

Il monumentale ingresso del Museo Egizio in via Accademia delle Scienze a Torino

Una versione del nuovo logo del Museo Egizio

Una versione del nuovo logo del Museo Egizio

La gigantesca clessidra, alta 3 metri e mezzo, che dall’autunno scorso troneggia in piazza San Carlo nel cuore di Torino, ha quasi esaurito il suo compito:  dei 400 chili di mais e 200 chili di sabbia è rimasto ben poco, giusto i granelli che scandiranno il tempo che manca fino all’attesa inaugurazione del nuovo Museo Egizio di Torino che da quel momento sarà il Museo Egizio, e basta. Perché non teme confronti né di essere confuso con altre analoghe istituzioni. Il conto alla rovescia è dunque ormai ai colpi finali.  Il 1° aprile 2015 riapre al pubblico il Museo Egizio, e sarà una riapertura speciale. Il pubblico quel giorno entrerà gratis (nella hall ipogea e nelle sale saranno presenti dei box per la raccolta di fondi – l’offerta è libera – da destinare alla Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro, Istituto di Candiolo), per festeggiare il raddoppio del percorso museale e il riallestimento delle collezioni (orario: 9-24, con ultimo ingresso alle 23). Attenzione: per ottimizzare l’aspetto organizzativo gli ingressi saranno suddivisi in fasce orarie, una ogni trenta minuti. Per evitare la formazione di lunghe attese all’ingresso, sarà disponibile un sistema di prenotazione online (sito www.egizio1aprile.it).  E poi l’apertura coinciderà con lo sbarco in grande stile di un nuovo logo, concepito da Ico Migliore e Mara Servetto dello studio Migliore+Servetto Architects: un antico segno geroglifico ritmato e continuo, simbolo dell’acqua, diventa il nuovo logo dell’Egizio. Accanto al simbolo, che disposto in verticale e in orizzontale si trasforma nelle iniziali del museo di via Accademia delle Scienze, una “M” e una “E”, compare il nome, tracciato nello storico carattere Bodoni: ma senza più, accanto, la scritta “Torino”.

 

Il logo del Museo Egizio di Torino

Il logo del Museo Egizio di Torino

Sul trailer promozionale del nuovo logo la lente esplora velocemente i geroglifici. Poi si ferma, ingrandisce il geroglifico scelto, un’unica linea che fluisce, leggibile sia in verticale sia in orizzontale; un segno forte, quasi un graffito: è l’antico simbolo dell’acqua, legato al Nilo in Egitto e al Po a Torino, “due fiumi che si ritrovano” spiega l’architetto Ico Migliore che, insieme a Mara Servetto, ha studiato la nuova immagine del museo. “L’idea era quella di non essere allegorici: la qualità del Museo Egizio sta all’interno del museo stesso, non di un segno. Inoltre, abbiamo puntato su un logo non statico ma in divenire, proprio come il nuovo allestimento”.  Al ritmo della linea poi si aggiunge il carattere Bodoni (disegnato alla fine del Settecento dal piemontese Giambattista Bodoni) per la dicitura del museo che rimanda a sua volta all’insegna storica presente ancora oggi sulla facciata del Museo. La nuova immagine che denota una forte identità e che può essere declinata in mille modi, con una cromia variegata (nero, blu, giallo, verde, rosso e azzurro) che rievoca i colori del paesaggio sul Nilo, è stata concepita – come si diceva – dagli architetti Ico Migliore e Mara Servetto e presentata da Christian Greco direttore del Museo ed Evelina Christillin presidente della Fondazione del Museo per le Antichità Egizie. “Un segno grafico di forte identità – continua Migliore – che racchiude significati e connessioni profonde, sia con la storia egizia sia con Torino e la storia del museo”.

La presentazione del logo del Museo Egizio con il direttore Christian Greco, la presidente Evelina Christillin, e l'ideatore Ico Migliore

La presentazione del logo del Museo Egizio con il direttore Christian Greco, la presidente Evelina Christillin, e l’ideatore Ico Migliore

Tante le novità. Dal giorno dell’inaugurazione, infatti, ogni visitatore riceverà una video guida, inclusa nel prezzo del biglietto (13 euro quello intero, 9 euro il ridotto), che permetterà di accedere a contenuti supplementari. Inoltre, il percorso museale, sviluppato su tre piani, presenterà diversi approfondimenti digitali per illustrare specifiche aree tematiche, con ricostruzioni 3D e mappe indicanti la provenienza dei reperti. “Ringrazio la soprintendenza per i Beni architettonici e culturali del Piemonte – interviene Greco – per quello che stiamo facendo insieme. Il museo racconterà se stesso, racconterà i suoi 200 anni. Non si chiamerà più Museo egizio di Torino, ma semplicemente Museo Egizio. Sarà un brand e non verrà più tradotto in nessuna lingua. Crediamo nella nuova identità”. Ed Evelina Christillin: “Il 31 marzo, cioè il giorno prima dell’inaugurazione ufficiale, il museo sarà visitato da un gruppo di egittologi provenienti da tutto il mondo, oltre a esponenti della comunità culturale museale italiana e a politici e autorità varie. Ci sarà il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ma non solo”. In serata, inoltre, a Torino si giocherà l’amichevole di calcio tra la nazionale italiana e quella inglese: “Ho parlato con Michele Uva, direttore della Federcalcio, e con il commissario tecnico Antonio Conte. Se proprio non si riuscirà a invitare le due squadre al completo, stiamo lavorando per avere due rappresentanze di entrambe le delegazioni”. Tra le sorprese della visita, anche i tre video realizzati con il Cnr che, partendo dalle fotografie storiche delle raccolte del museo, approderanno a ricostruzioni in 3D: “Saranno approfondimenti digitali inseriti nel percorso di visita che aiuteranno a ricostruire la “metastoria” del museo  –  riprende Greco  –  Nel caso della Tomba di Kha, per esempio, si partirà dall’immagine storica di Schiaparelli che nel 1906 scopre quel sito per arrivare alla ricostruzione con tecnologie attuali dei reperti, in tutto 540, che vi ha trovato”. Tra le novità previste dal direttore, anche i testi guida del museo, e l’audio delle guide consegnate all’ingresso (comprese nel prezzo del biglietto) in tre lingue, oltre all’italiano e all’inglese anche l’arabo: “Ci è sembrato un doveroso contributo ai luoghi in cui la civiltà egizia è nata e a Torino, città caratterizzata da tempo da una significativa immigrazione”.

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino con l'organizzazione degli spazi sui diversi piani

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino con l’organizzazione degli spazi sui diversi piani

Il progetto del raggruppamento Isolarchitetti (Icis srl, prof. arch. Carlo Aymonimo, prof. arch. Paolo Marconi e dall’arch. Gabriella Barbini), vincitore del bando di gara internazionale pubblicato a giugno 2007, prevede un profondo rinnovamento del Museo: dalla struttura architettonica interna ai servizi al pubblico, dai principi su cui si basa l’allestimento delle sale al numero e alla varietà degli oggetti esposti, per riportare uno dei gioielli dell’offerta culturale italiana in linea con gli standard richiesti a un museo d’avanguardia. Il progetto assegna al nuovo museo oltre 10mila mq di spazi nuovi e restaurati, oltre mille metri lineari di nuove vetrine ad alta tecnologia pronte a ospitare, esporre e valorizzare circa 6500 pezzi scelti tra gli oltre 26mila conservati dal Museo. Il disegno, seguendo le indicazioni della Fondazione, oltre a raddoppiare lo spazio del Museo risolve tutte le questioni fondamentali poste, tra le quali: i collegamenti verticali ed orizzontali;   gli accessi e la sintassi dei flussi; il recupero dell’immagine dell’edificio; la rifunzionalizzazione degli spazi esistenti e l’invenzione di nuove superfici per il Museo; il rapporto con l’Accademia delle Scienze e la Città; l’individuazione delle aree corrispondenti alle diverse e complesse funzioni e all’ottimizzazione delle loro relazioni di uso e gestione; l’impostazione di uno schema di allestimento che preserva e valorizza l’edificio, restituendo dignità, spettacolarità e, ove necessario, senso del sacro alla collezione; l’impiego di tecnologie integrate con l’allestimento per la conservazione dei reperti e la climatizzazione degli ambienti. “Il progetto – spiegano gli architetti – nasce anche dall’intuizione di liberare il piano terra dalle funzioni ad alta frequentazione, portare gli ospiti attraverso la manica Schiaparelli nel ventre del Museo e da lì accompagnarli, con un’esperienza emozionale e culturale, velocemente verso l’alto delle gallerie restaurate”. E continuano: “La gestione dei flussi e degli ingressi è un importante traguardo: ci sarà la possibilità di fare entrare le scolaresche da via Eleonora Duse, mentre i visitatori accederanno al Museo attraversando la spettacolare corte da via Accademia delle Scienze. Già dalla galleria attraverso la corte trasparente saranno anticipate al visitatore prospettive sulla collezione. Una grande sala ricavata all’interno manica Schiaparelli restaurata accoglierà i visitatori nel nuovo ingresso. Da qui con una rampa e con collegamenti verticali i visitatori saranno condotti alla nuova grande sala ipogea progettata sotto la corte. Questo nuovo spazio flessibile conterrà le aree destinate all’accoglienza (informazioni, biglietteria, bookshop, laboratori didattici, servizi). Poi un veloce collegamento verticale (ascensori e scale mobili) permetterà ai visitatori di salire al secondo piano ed entrare nella grande sala a tre livelli lunga sessanta metri dove inizia il percorso”.

Giochi di luci e ombre nell'allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino

Giochi di luci e ombre nell’allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino

Dagli ultimi piani i visitatori attraverseranno le sale e scenderanno verso il basso seguendo il percorso delle scale storiche dell’edificio, in questo modo si instaurerà un movimento circolare senza incroci di flussi pur conservando la possibilità di personalizzazione della visita. L’allestimento – anticipano i progettisti -, l’architettura e la tecnologia concorrono a rappresentare, mettere in scena, storia, cultura e fascino della civiltà egizia. Il disegno degli spazi è studiato per ottenere un sapiente allontanamento dalla città e dal presente. Il racconto dei reperti, la coralità delle collezioni finalmente esposte per intero, il lavoro di generazioni di archeologi sono accompagnati da profonde suggestioni sensoriali. Lo sguardo del visitatore è accompagnato dalla luce al buio e ancora alla luce in un movimento circolare. Lo spettatore, dagli spazi scuri e misteriosi della corte ipogea, viene portato alla luce che gradualmente cambia ai livelli superiori, e ancora alla penombra delle tombe in un percorso ciclico come la rotazione della notte sul giorno, della vita sulla morte, del silenzio sulla festa. Da sacri luoghi sotterranei alle sale, calde di colori e infinite come i deserti della storia, allo spazio verde dell’oasi di riposo: la scenografia in costante mutamento ci porta a sentire i luoghi per potere, dalla loro storia, trarne vantaggio. “L’allestimento permette, sempre con luce e trasparenza, la percezione del contesto architettonico di cui il museo è ospite, la visione d’insieme delle collezioni nella loro esposizione corale si alterna con la possibilità di uno studio attento e ravvicinato del singolo reperto, un Museo per la città che alla città regala squarci segreti attraverso la corte-piazza che, come fata Morgana, attira l’attenzione verso uno spazio reale e vivo”.

Il discusso Papiro di Artemidoro, la cui autenticità non è ancora certa, trova casa con uno speciale allestimento al museo Archeologico di Torino, nel nuovo Polo Reale

Il Papiro di Artemidoro nel nuovo allestimento al museo Archeologico di Torino

Il Papiro di Artemidoro nel nuovo allestimento al museo Archeologico di Torino

È il papiro più chiacchierato degli ultimi dieci anni in un’interminabile quanto aspra querelle tra i fautori della sua autenticità e quanti sostengono che si tratta di un clamoroso falso: parliamo del cosiddetto Papiro di Artemidoro che ora ha trovato casa. Il singolare e imponente reperto, lungo circa due metri e mezzo, ha un nuovo allestimento al Museo Archeologico di Torino, nel distretto museale del Polo Reale (che vedrà la sua completa realizzazione con l’apertura della Galleria Sabauda prevista per il 4 dicembre), polo che di recente è stato inserito tra i beni culturali di interesse nazionale.  La Compagnia di San Paolo ha acquistato il Papiro nel 2004 da un collezionista tedesco, su sollecitazione del ministero per i Beni e le Attività Culturali e nel 2006 lo ha presentato al pubblico per la prima volta, nella mostra “Le tre vite del Papiro di Artemidoro” a Palazzo Bricherasio. Lo ha poi concesso in comodato alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte. Da qualche giorno il Papiro di Artemidoro può essere dunque ammirato dal pubblico. “La Compagnia di San Paolo, proprietaria del Papiro”, ha ricordato il presidente Luca Remmert, “ha investito tra Polo Reale e Museo Egizio più di 50 milioni di euro”. Per il nuovo allestimento del Papiro la Fondazione ha stanziato 340mila euro a cui se ne aggiungono altri 50mila della soprintendenza dei Beni Archeologici. “Ancora una volta la sinergia tra pubblico e privato ha permesso di valorizzare il nostro patrimonio culturale”, ha sottolineato Mario Turetta, direttore regionale per i Beni Culturali del Piemonte.

Il Papiro è chiamato di Artemidoro perché il testo riprodurrebbe un'opera di Artemidoro di Efeso

Il Papiro è chiamato di Artemidoro perché il testo riprodurrebbe un’opera di Artemidoro di Efeso

Si tratta – come si diceva – di un’opera controversa, costituita da frammenti di varie dimensioni per una lunghezza di circa 2,5 metri. Il nome Artemidoro proviene dal testo riportato sul papiro che apparterrebbe al libro “Ta Geographoumena” del geografo Artemidoro di Efeso del II-I sec. a.C. Il Papiro infatti contiene un testo geografico: nelle prime due o tre colonne vi è un proemio nel quale la geografia viene messa in rapporto e a confronto con la filosofia; nelle colonne IV e V, invece, si trova un’informazione sulla divisione amministrativa della Spagna, ripartita nelle due province Tarraconese e Betica, poi un periplo della Spagna a partire dai Pirenei e dal promontorio di Afrodite Pirenaica fino al promontorio degli Artabri nell’Oceano Atlantico. Proprio la coincidenza (anche se non perfetta) del testo relativo alla divisione amministrativa della Spagna con un frammento del geografo Artemidoro di Efeso ha indotto gli studiosi Claudio Galllazzi e Bärbel Kramer a ritenere che il papiro conservasse parti del testo dei “Geographoumena” del geografo efesino. Sono presenti, inoltre, nel Papiro una carta geografica che, per vicinanza con il periplo della Spagna, si è ritenuto dovesse raffigurare appunto una regione della penisola iberica, la Betica secondo un’ipotesi; nonché numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue) sul recto e animali, reali o fantastici, sul verso, accompagnati questi ultimi da didascalie. Secondo le analisi con il Carbonio 14, il supporto papiraceo risalirebbe a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., nell’Egitto greco-romano. Dubbi invece sono sorti sulla datazione dei contenuti del papiro. Il Papiro è stato così al centro di una querelle scientifica tra studiosi sulla sua autenticità, ma anche sull’origine, sul significato e sulla provenienza. Da un lato vi sono studiosi che sostengono la tesi di un papiro proveniente da Alessandria d’Egitto dalle “tre vite” che vanno dal I al XX secolo; dall’altro vi sono coloro che propendono per la tesi secondo cui l’autore del papiro sarebbe un temuto falsario del XIX secolo, Costantino Simonidis.

Sul recto del Papiro numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue)

Sul recto del Papiro numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue)

Il Papiro è stato datato al radiocarbonio al I sec. a.C. - I sec. d.C., ma non si può dire per i disegn

Il Papiro è stato datato al radiocarbonio al I sec. a.C. – I sec. d.C., ma non si può dire per i disegn

La teoria delle “tre vite”. Secondo il giudizio dei primi studiosi che l’hanno esaminato, Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis, i quali avrebbero datato il Papiro, su base paleografica, tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. grazie a un raffronto con un papiro di tarda età tolemaica, il cosiddetto Papiro di Cleopatra, la singolare e straordinaria compresenza di testo e disegni si spiegherebbe con una travagliata vicenda, nota appunto come teoria delle tre vite. Il papiro, destinato ad essere una copia di lusso dei “Geographoumena”, doveva contenere il testo dell’opera geografica intervallato da mappe (ma non abbiamo altri esempi del genere così antichi); un errore nella realizzazione della prima mappa, che avrebbe probabilmente dovuto essere una raffigurazione dell’intera Spagna, avrebbe causato l’interruzione della copiatura. Il papiro prodotto fino a quel momento, invece di essere distrutto, sarebbe stato riutilizzato come album per schizzi e bozzetti (cahier d’artiste) per pittori che intendessero mostrare anticipatamente ai propri committenti i motivi iconografici da realizzare: di qui le raffigurazioni di animali sul verso. Infine, esaurito lo spazio sul verso, il papiro fu ancora impiegato negli spazi rimasti liberi sul recto, per contenere le esercitazioni grafiche dei giovani apprendisti pittori di bottega. Dopo più di un secolo di reimpieghi, il papiro sarebbe divenuto carta da macero e utilizzato, insieme ad altri papiri documentario, per farne cartapesta ad uso funerario.

Il Papiro di Artemidoro, lungo 2,5 metri, esposto a Torino al Museo Archeologico

Il Papiro di Artemidoro, lungo 2,5 metri, esposto a Torino al Museo Archeologico

La teoria del falso e del falsario. A innescare la polemica è stato nel 2006 il filologo Luciano Canfora dell’università di Bari che ha dichiarato il Papiro di Artemidoro un falso per almeno due ragioni. La prima è che il papiro non può essere di Artemidoro, come ritengono Gallazzi e Kramer, poiché lo impediscono una lingua greca molto lontana dagli usi e dal lessico propri del II-I secolo a.C. e diverse contraddizioni fattuali che possono essere spiegate solo alla luce di evoluzioni posteriori delle conoscenze geografiche. La seconda questione è che la cronologia del testo, qual è ricavabile dalla lingua e dalle conoscenze del testo medesimo, è molto tarda ed è incompatibile con il fatto che quel testo si trovi su un rotolo di papiro, una forma di libro che fu presto soppiantata dal codice di pergamena. La ricerca di Canfora per individuare un possibile indiziato per il falso si è infine appuntata su Costantino Simonidis, un calligrafo greco della metà dell’Ottocento, celebre autore di molti falsi con cui tentò (a volte riuscendoci) di ingannare studiosi di tutta Europa.

Il Papiro di Artemidoro fu esposto la prima volta nel 2006 a Palazzo Bricherasio, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Il Papiro di Artemidoro fu esposto la prima volta nel 2006 a Palazzo Bricherasio, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Il Papiro di Artemidoro era stato esposto una sola volta nel 2006, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, a Palazzo Bricherasio. La nuova esposizione del Papiro di Artemidoro al Museo Archeologico di Torino è stata resa possibile dalla collaborazione fra la Compagnia di San Paolo, la direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Piemonte e la soprintendenza per i Beni archeologici del Piemonte. Il pubblico accede alla mostra attraverso uno scenografico tunnel, che permette di comprendere la storia del papiro attraverso video e supporti multimediali, fino alla sala che ospita il reperto, posto in una teca di vetro con una bassa, ma suggestiva, illuminazione dettata da motivi di conservazione.  “Il nostro museo”, spiega Egle Micheletto, soprintendente per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie, “accoglie il Papiro di Artemidoro, destinando al suo allestimento alcuni ambienti delle orangerie sabaude, a corollario della Sezione Collezioni inaugurata nel 1989, in un nuovo percorso di visita che potrà vedere esposti a breve altri materiali dell’Egitto greco-romano”.

I tesori del museo Egizio di Torino esposti per la prima volta in Germania nella mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” mentre procede il progetto del “grande museo Egizio” pronto per la primavera 2015

La mostra "Egitto. Dei, uomini e Faraoni" nelle ex fonderie di Volklingen in Germania

La mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” nelle ex fonderie di Volklingen in Germania

I faraoni del museo Egizio di Torino “padroni” delle fonderie tedesche.  Sono 250 i capolavori del museo Egizio di Torino esposti all’interno della mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” aperta fino al 22 febbraio 2015 alle ex fonderie Völklingen Ironworks, della città di Völklingen nello stato federale del Saarland in Germania, sito dichiarato dall’Unesco Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1994. L’importante polo museale tedesco accompagnerà i suoi visitatori per 6 mesi nell’affascinante mondo dell’antico Egitto, un viaggio di circa 4mila anni alla scoperta di una delle civiltà più straordinarie e importanti dell’intera umanità, attraverso l’esposizione di alcuni tra i più celebri reperti della collezione del museo Egizio di Torino, che vanta la seconda collezione di antichità egizie del mondo nonché la più importante e ricca al di fuori dell’Egitto.

In Germania per la prima volta esposti alcuni tesori provenienti dal museo Egizio di Torino

In Germania per la prima volta esposti alcuni tesori provenienti dal museo Egizio di Torino

La città tedesca di Völklingen, poco distante dal confine con Francia e Lussemburgo, è nota per le sue storiche fonderie. Oggi questi spazi sono adibiti a eventi e mostre. Dopo le due importanti esposizioni, che hanno messo in dialogo questi spazi industriali con le grandi civiltà degli Inca e dei Celti, ecco la mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” che presenta divinità, uomini e faraoni dell’Antico Egitto, attraverso le collezioni del Museo Egizio di Torino. Dall’istituzione sabauda arriverà infatti la parte più ampia dei reperti esposti, ben 250, che approderanno per la prima volta nei territori della Grande Regione tedesca. “Assicurare i tesori egizi ha comportato cifre da capogiro”, confessano gli organizzatori comunque fermamente convinti che l’opportunità di vederli esposti in un uno spazio simile sia impagabile. La mostra è stata realizzata con il contributo della soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Potranno essere ammirati tra gli altri gli splendidi sarcofagi lignei risalenti al Terzo Periodo Intermedio e una statua monumentale della dea Sekhmet del Nuovo Regno. “Così alle ex fonderie di Völklingen”, spiega Meinrad Maria Grewenig, direttore generale del sito Unesco di Völklingen: “due capitoli della storia umana, come l’industrializzazione e la civiltà dell’antico Egitto, si incontrano in un luogo unico, semplicemente incomparabile!”. E aggiunge: “Per celebrare il ventennale dell’iscrizione di Völklingen nella lista dei siti Unesco, è stato aperto un nuovo e più confortevole Visitor Center che offre un mix di informazioni audio e tecnologia spettacolare in un’atmosfera particolare che ne fa un’esperienza straordinaria. Inoltre – conclude-, proponiamo anche la mostra “25 anni dalla riunificazione tedesca” con le 40 fotografie chiave del celebre fotografo Helmut R. Schulze sulla riunificazione delle due Germanie dopo la caduta del muro di Berlino”.

Il nuovo allestimento negli spazi ipogei del museo Egizio di Torino

Il nuovo allestimento negli spazi ipogei del museo Egizio di Torino

Verso il nuovo museo Egizio 2015. Mentre un consistente nucleo di tesori dell’istituzione sabauda sono in Germania, il museo Egizio di Torino è al centro di un grande progetto di trasformazione il cui termine dei lavori è fissato per i primi mesi del 2015 (si parla di aprile 2015, cioè un mese prima dell’inaugurazione di Expo Milano). Nonostante il cantiere, il museo è comunque sempre aperto al pubblico. Da quasi un anno, con l’apertura al pubblico dei nuovi ambienti ipogei e l’inaugurazione di un allestimento temporaneo di grande suggestione, pensato per valorizzare un migliaio di reperti tra i più rappresentativi della collezione museale, è attivo un nuovo percorso museale dal titolo “Immortali. L’Arte e i Saperi degli antichi Egizi”: è in questo nuovo spazio ipogeo che si descrive la varietà e la ricchezza tecnica ed artistica raggiunta dagli Egizi per soddisfare i vari aspetti della loro vita quotidiana e religiosa.

 

“Il vino nell’antico Egitto. Il passato nel bicchiere”: in mostra ad Alba per la prima volta la mummia di Merano

Un calice a forma di fiore di loto risalente al Nuovo Regno esposto ad Alba

Un calice a forma di fiore di loto risalente al Nuovo Regno esposto ad Alba

Al via la mostra ‘Il vino nell’Antico Egitto. Il passato nel bicchiere” approfondisce un tema inedito: l’uso e la diffusione del vino nell’Antico Egitto, tema che unisce la cultura egizia a quella della nostra penisola. L’esposizione, ideata e curata da Sabina Malgora – archeologa ed egittologa – è ospitata nella chiesa di San Domenico ad Alba (Cuneo) dal 22 marzo al 19 maggio e offre al pubblico un percorso articolato in cui si ammirano reperti archeologici dal 2686 a.C., la riproduzione in scala reale di una tomba con pitture parietali, un sarcofago con una mummia e la ricostruzione tridimensionale del suo volto, oltre a documenti fotografici. La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale Mummy  Project in collaborazione con il Comune di Alba Assessorato alla Cultura, patrocinata da Regione Piemonte e Provincia di Cuneo e sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco, Consorzio Turistico Langhe e Roero, ACA. I 50 reperti archeologici esposti risalgono al periodo compreso tra l’Antico Regno e il periodo Romano, e uniti alla documentazione fotografica, descrivono le tematiche della mostra: l’alimentazione, la viticoltura, la vinificazione, l’uso del vino nella mummificazione e la correlazione con il misticismo e le divinità.

Il sarcofago di epoca tarda proveniente dal museo di Merano

Il sarcofago di epoca tarda dal museo di Merano

Due sezioni speciali approfondiscono la storia e la cultura nell’Antico Egitto. La prima è dedicata allo studio della mummia di Epoca Tarda e al suo sarcofago, entrambi provenienti dal Museo di Merano ed esposti al pubblico per la prima volta. In esclusiva è inoltre presente la testa ricostruita a tutto tondo della mummia esposta di cui si individuano i caratteri somatici, grazie al complesso lavoro condotto in questi mesi dall’équipe  multidisciplinare italiana Mummy Project nei laboratori americani della Pennsylvania, attraverso diversi procedimenti tra cui la tomografia assiale e la microanalisi.

La tomba TT290 di Irynefer a Deir el Medina: ad Alba è riprodotta in scala 1:1

La tomba TT290 di Irynefer a Deir el Medina: ad Alba è riprodotta in scala 1:1

La seconda sezione avvicina alla vita degli antichi egizi tramite la ricostruzione in scala reale della tomba TT290 di Irynefer con volta a botte (m. 5,10×2,20×2,10), il cui originale si trova a Deir el Medina nel villaggio dove vivevano coloro che costruivano le tombe nella valle dei Re e delle Regine. All’entrata è raffigurato il dio Anubi in forma di sciacallo che protegge l’ingresso e sulle pareti si osservano diverse scene didascaliche tra cui “la confessione negativa” fatta dal defunto alla presenza di 42 divinità, che formano il tribunale divino presieduto da Osiride, per poter essere ammesso nell’aldilà.

Tralci di vite nelle raffigurazioni della tomba di Nakht nella necropoli tebana di Sheikh Abd el Qurna

Tralci di vite nelle raffigurazioni della tomba di Nakht nella necropoli tebana di Sheikh Abd el Qurna

Significative sono le fotografie scattate in Egitto appositamente per l’esposizione, alcune delle quali ritraggono le rappresentazioni parietali della tomba di Nakht, TT52 della necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna e raffigurano in modo dettagliato momenti di vita legati alla lavorazione della terra; in particolare la raccolta dell’uva e la spremitura, la conservazione del vino nelle anfore e la preparazione di un banchetto con grappoli offerti al defunto.

L'imponente statua in quarzo-diorite della dea Sekhmet dal museo egizio di Firenze

L’imponente statua in quarzo-diorite della dea Sekhmet dal museo egizio di Firenze

Il vino, elemento simbolico in ambito religioso, era annoverato fra i doni dei corredi funebri, come viene illustrato nella Stele di Senbi (Medio Regno, XII dinastia) presente in mostra. Tra gli oggetti legati al vino come simbolo di rinascita è esposta la statuetta in bronzo del dio Osiride che rinasce dopo la morte e l’imponente scultura di tre metri in quarzo-diorite raffigurante la dea Sekhmet con la testa di leonessa, il cui nome significa “la potente”. Curiosi sono, inoltre, gli elementi per collare “usekh” in fayence, che, portati da uomini e donne, erano tra gli ornamenti personali più diffusi in Egitto; la loro forma a “grappolo d’uva” si ritrova anche in lunghe file di inserti parietali di palazzi e templi, come motivo decorativo a simboleggiare la rigenerazione. In mostra spiccano inoltre una serie di anfore rivestite internamente da materiale impermeabilizzante per conservare il vino, con forme diverse a seconda delle fasi di fermentazione e di invecchiamento.

La piccola tomba di Irynefer ricostruita in scala 1:1 ad Alba

La piccola tomba di Irynefer ricostruita in scala 1:1 ad Alba

I reperti esposti provengono da tre importanti musei italiani, il Museo Egizio di Torino, secondo di importanza mondiale dopo il Museo Egizio del Cairo, il Museo di Merano e il Museo archeologico nazionale di Firenze. La mostra, con aperture anche serali, si inserisce nel ricco calendario di eventi che caratterizzeranno la primavera di Alba ed è arricchita da eventi collaterali, degustazioni, conferenze, serate di poesia, performance di teatro danza e concerti. Accompagna l’evento un corposo catalogo edito da Ananke edizioni con testo critico di Sabina Malgora e saggi di importanti studiosi internazionali: Federico Bottigliengo, Alida Dell’Anna, Jonathan Elias, Maria Rosa Guasch-Jané, Maria Cristina Guidotti, Edoardo Guzzon, Patrick McGovern, Gilberto Modonesi, Marco Mozzone, Poo Mu-Chou, Dominic Rathbone.

Senebkay, il faraone sconosciuto della dinastia di Abido, potrebbe essere la star del “nuovo” museo Egizio di Torino

I resti della mummia del faraone Senekbay dal sarcofago già saccheggiato in antico

I resti della mummia del faraone Senekbay dal sarcofago già saccheggiato in antico

Il futuro per Senebkay, il “faraone sconosciuto” identificato nelle scorse settimane ad Abido, la città santa dell’Antico Egitto, a 150 chilometri da Luxor, ai margini del deserto occidentale, potrebbe riservargli un viaggio fuori dal suo Paese, al museo Egizio di Torino, dove è conservato l’unico documento, il Papiro dei Re, che parla di lui. “A marzo 2015”, anticipa Eleni Vassilika, direttore del museo Egizio di Torino, che sta seguendo con interesse gli sviluppi della scoperta, “è prevista l’apertura dell’intero palazzo con un allestimento definitivo nonché nuovi impianti, vetrine e un area per ospitare le mostre temporanee”. Così mentre ad Abido dopo la scoperta eccezionale del “faraone sconosciuto” si annunciano altre clamorose novità, a Torino potrebbe rivelarsi vincente quella che al momento sembra essere solo un’idea suggestiva: “ricongiungere” Senebkay con il papiro dei Re.

Eleni Vassilika, direttore del museo Egizio di Torino

Eleni Vassilika, direttore del museo Egizio di Torino

Ad Abido la scoperta della tomba reale del faraone Senebkay ha dato forma – ricordiamolo (vedi nostro post del 21 gennaio 2014) – alla mitica dinastia di Abido (1650-1600 a.C.) , una dinastia regionale indipendente e parallela a quelle tradizionali numerate contemporanee (cioè la XV Hyksos e la XVI Tebana) , che finora era stata solo un’ipotesi formulata ancora nel 1997 dall’egittologo K. Ryholt. Ma gli archeologi Josef Wegner e Kevin Cahail, del dipartimento di Lingue e Civiltà del Vicino Oriente all’Università della Pennsylvania, che hanno identificato il faraone, sono convinti che la tomba reale di Senebkay non sia l’unica e che nella necropoli individuata a sud di Abido vi potrebbe essere un’altra quindicina di tombe regali della Dinastia dimenticata. “La sepoltura di Senebkay è la prima attribuibile a una dinastia regale della città di Abydos”, conferma Vassilika. “Il ritrovamento perciò apre una finestra su un aspetto del tutto nuovo della storia di quel periodo. Potrebbe essere solo la prima di altre clamorose scoperte. E se si confermerà quanto ipotizzato dal team Usa dell’università di Pennsylvania, cioè che vi potrebbe essere un’altra quindicina di tombe regali in questa necropoli, non possiamo che aspettarci nuove importanti rivelazioni”.

Il Papiro dei re conservato al museo Egizio di Torino

Il Papiro dei re conservato al museo Egizio di Torino

Intanto a Torino si favoleggia il “ricongiungimento” del sovrano Senebkay al celebre papiro che parla di lui al museo Egizio. “Abbiamo rapporti eccellenti con i nostri colleghi egiziani”, conferma il direttore dell’Egizio di Torino, uno dei più importanti al mondo (nel 2013 ha avuto 540mila visitatori). “E possiamo sicuramente immaginarci di poter collaborare in futuro a un progetto del genere per portarne i resti a Torino. La scoperta della tomba di Senebkay è di grandissimo interesse innanzitutto da un punto di vista storico. Ma non possiamo dimenticare che il suo nome era ricordato proprio in un papiro custodito al Museo Egizio di Torino”. Gli esperti del Museo Egizio erano però riusciti a decifrare solo “User…Ra”. Mancava il centro della parola, il cuore del nome di questo faraone rimasto a lungo sepolto nella sabbia della sua terra d’origine. Però grazie alle decifrazioni del team statunitense il “re sconosciuto” ha finalmente un nome, si chiama “User Ib Ra”, il forte cuore di Ra che, dopo millenni di anonimato, potrebbe avere un futuro proprio a Torino. “La tomba di Senebkay è stata devastata dagli antichi saccheggiatori”, continua Vassilika, “lo scheletro del sovrano è sicuramente un importante documento antropologico, ma degli oggetti funerari (il “corredo”) abbiamo solo poveri resti. La tomba però ha ancora scene dipinte dove si è potuto appunto leggere il nome del re”. Portare il sarcofago di User Ib Ra sotto la Mole sarebbe un colpo inestimabile per il patrimonio di un museo, attualmente in fase di ristrutturazione, ma che entro marzo 2015 riaprirà tutte le sale agli appassionati, proponendo il nuovo e definitivo allestimento con tantissime novità.