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Torino. Al museo Egizio al via con Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, il ciclo “What is a museum?”, in presenza e on line: dieci direttori dei più grandi musei del mondo si confrontano col direttore Christian Greco sul ruolo e le sfide del futuro dei musei

torino_egizio_what-is-a-museum_locandinaCome possono i musei essere luoghi di conservazione e costruzione della memoria? Come possono affrontare le sfide del futuro senza tradire la loro storia? Come possono affrontare la nuova fase che stanno attraversando ripensando il proprio passato e dando un senso alla loro esistenza oggi? Oggi i musei mirano a comprendere a fondo i meccanismi del cambiamento, generando relazioni e influenzando la società. Alla luce della nuova definizione di museo data da ICOM e delle sfide che attendono le istituzioni culturali, il museo Egizio di Torino presenta “What is a museum?”, una serie di conferenze per il 2023 e il 2024 con protagonisti i direttori di alcuni dei più importanti musei internazionali in dialogo con Christian Greco, per ispirare e accompagnare verso l’importante traguardo del bicentenario della fondazione del museo Egizio (2024). Ricerca, digitalizzazione, educazione, inclusione e cura del patrimonio sono i punti che verranno affrontati per ripensare il ruolo che i musei possono avere nella società contemporanea.

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Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Dieci direttori delle più prestigiose istituzioni museali mondiali saranno protagonisti di un confronto con il direttore dell’Egizio, Christian Greco, volto a delineare il ruolo e le sfide del futuro dei musei, intesi sempre più come una sorta di laboratorio della contemporaneità e non solo come luoghi di ricostruzione e conservazione della memoria. Ricerca, digitalizzazione, formazione, inclusione, accessibilità e cura del patrimonio sono i temi su cui i principali musei internazionali saranno chiamati a confrontarsi a Torino.

torino_egizio_what-is-a-museum_barbara-jatta_locandinaA inaugurare il ciclo, che si terrà presso la sala conferenze del museo Egizio, sarà martedì 9 maggio 2023, alle 18, Barbara Jatta, direttrice dei musei Vaticani a Roma. Tutti gli appuntamenti saranno a ingresso libero con prenotazione tramite evenbrite. Per gli incontri in lingua inglese sarà disponibile il servizio di traduzione simultanea in italiano per il pubblico in sala. È prevista inoltre la diretta streaming in lingua originale sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

torino_egizio_what-is-a-museum_incontri_locandinaIl prossimo appuntamento sarà il 26 giugno con Massimo Osanna, direttore generale Musei del Mic. Dopo la pausa estiva si inizierà con i direttori dei musei stranieri: il 26 settembre sarà la volta Hermann Parzinger, direttore del Preußischer Kulturbesitz di Berlino; il 9 novembre è atteso a Torino Miguel Falomir Faus, direttore del Museo Nacional del Prado di Madrid. I protagonisti del 2024 saranno: Taco Dibbits, direttore del Rijksmuseum di Amsterdam; Anna-Vasiliki Karapanagiotou, direttrice del National Archaeological Museum di Atene; Tristram Hunt, alla testa di Victoria and Albert Museum di Londra. Sempre da Londra è atteso Hartwig Fischer, direttore del British Museum. Mentre gli ultimi due appuntamenti del 2024 saranno dedicati a Laurence des Cars, direttrice del Musée du Louvre di Parigi e a Hartmut Dorgerloh, direttore dell’Humboldt Forum di Berlino.

Torino. Black out in centro, il museo Egizio costretto a chiudere per motivi di sicurezza. Sabato e domenica apertura straordinaria fino alle 21. Biglietti rimborsati a chi non può recuperare la visita

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Oggi il museo Egizio di Torino chiuso temporaneamente per black out in centro città (foto museo egizio)

Black out in centro a Torino, e il museo Egizio è costretto a chiudere per motivi di sicurezza. Ma domani e domenica sarà aperto con orario prolungato fino alle 21. “Il blackout che ha colpito il centro di Torino questa mattina, venerdì 5 maggio 2023”, dichiara il direttore Christian Greco, “ha danneggiato irrimediabilmente il quadro elettrico generale del Museo, per ripristinare il quale abbiamo dovuto attendere l’arrivo di pezzi di ricambio da fuori città. Sono entrati in funzione i gruppi elettrogeni che hanno consentito di mantenere i livelli di temperatura e umidità adatti alla conservazione dei reperti.  Non avremmo potuto tuttavia garantire la sicurezza dei nostri visitatori e un comfort adeguato durante la visita in Museo, privo della possibilità di uso degli ascensori e di altri servizi fondamentali. A malincuore abbiamo optato per la chiusura temporanea del Museo e stiamo lavorando senza sosta per garantirne la riapertura domani con orario prolungato fino alle 21, per poter accogliere coloro che avevano prenotato la visita oggi.  Anche domenica abbiamo predisposto eccezionalmente l’apertura del Museo fino alle 21. Per chi non potrà recuperare la visita è previsto il rimborso del biglietto”.

25 aprile, ingresso gratuito a musei e parchi archeologici nazionali: bilancio lusinghiero e qualche numero da record. Ecco qualche esempio

ministero_25-aprile_ingresso-gratuito_locandinaIl bilancio è lusinghiero. L’apertura gratuita, per la prima volta, di musei e parchi archeologici statali il 25 aprile 2023, in occasione della Festa della Liberazione, è stato accolto con entusiasmo dal pubblico, di residenti e turisti, italiani e stranieri. Talora con numeri da record. Ecco alcuni esempi da Nord a Sud.

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Visitatori al museo Egizio di Torino nella mostra “Il dono di Thot” (foto museo egizio)

Museo Egizio di Torino. Oltre 25mila visitatori al museo Egizio nel ponte del 25 aprile 2023. Sono stati 25.352 i visitatori del Museo Egizio da venerdì 21 aprile a martedì 25 aprile 2023, in occasione del ponte della Festa della Liberazione. Superati i visitatori dello scorso anno che erano stati 17.695. Si tratta di dati in linea con il trend di ingressi pre-pandemia: nel 2019, infatti, in quattro giorni di ponte a cavallo del 25 aprile furono registrati 24.351 visitatori. Aprile si conferma uno dei mesi di maggior afflusso all’Egizio: finora sono stati 112.113 i visitatori del mese. Mentre sono quasi sold out le prenotazioni per il prossimo ponte del 1° maggio: sono circa 13.300 le persone prenotate in tre giorni, dal 29 aprile al 1° maggio.

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Visitatori nel giardino della Vanella al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Museo Archeologico nazionale di Napoli. Comunicazione telegrafuca, ma efficace a bilancio della giornata speciale a ingresso gratuito: “Grazie alle 7087 persone che hanno scelto di trascorrere il 25 Aprile al Mann”.

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Pieno di visitatori al parco archeologico di Pompei (foto emanuele minerva / mic)

Parco archeologico di Pompei. Pienone da record anche nell’area archeologica di Pompei: “In occasione del 25 aprile – Festa della Liberazione, 27.587 visitatori al parco archeologico di Pompei. Un ringraziamento agli addetti all’accoglienza, al personale di vigilanza, di biglietteria, agli operatori turistici per il grande lavoro svolto durante la giornata”.

taranto_archeologico_25-aprile-gratis_locandinaMuseo Archeologico nazionale di Taranto. Nuova affluenza record al MArTa. Nella sola giornata del 25 aprile 2023, ad ingresso gratuito, i visitatori sono stati quasi 2600, attratti soprattutto dal gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene, rientrato da Malibù dopo essere stato trafugato da scavi clandestini negli anni Settanta. Il numero dei visitatori è in costante crescita, ormai da due anni; dal primo al 22 aprile – compreso il ponte di Pasqua e Pasquetta – gli accessi sono stati 17mila. Il Primo Maggio il Marta effettuerà un’apertura straordinaria dalle 8.20 alle 19.30.

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Grandi numeri al parco archeologico di Paestum e Velia nonostante il meteo incerto (foto pa-paeve)

Parco archeologico di Paestum e Velia. Un 25 aprile 2023 da ricordare al parco archeologico di Paestum e Velia. Grazie ai 7029 visitatori che hanno scelto di scoprire le meraviglie di Paestum e Velia e di partecipare alle nostre attività nonostante le condizioni meteorologiche incerte.

reggio-calabria_archeologico_25-aprile-gratis_locandinaMuseo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Boom di presenze al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria per il ponte del 25 aprile 2023. Complici il bel tempo e l’istituzione di una nuova giornata a ingresso gratuito per la Festa della Liberazione, in tantissimi si sono recati sulla sponda dello Stretto per ammirare i magnifici Bronzi di Riace e di Porticello, nonché i tanti preziosi reperti esposti al MArRC. Le presenze registrate al Museo reggino sono senza precedenti. Già sabato 22 aprile, durante l’orario di apertura continuato dalle 9 alle 20, sono stati staccati 973 biglietti. Domenica 23, altra giornata con ingresso ordinario, il MArRC ha accolto 1465 visitatori, che nel suggestivo spazio di Piazza Paolo Orsi hanno potuto visitare anche l’esposizione temporanea “Sullo scaffale dello speziale. Vasi fa farmacia nella Calabria del Settecento”, curata dal direttore del museo Carmelo Malacrino, insieme al funzionario Maria Domenica Lo Faro e all’archeologa Mariangela Preta. Il Museo ha concesso un’apertura straordinaria anche nella giornata successiva, nonostante fosse lunedì, giorno di chiusura settimanale. Ben 701 persone hanno scelto di scoprire storia, cultura e società della Calabria antica, percorrendo i quattro livelli dell’allestimento permanente con migliaia di reperti provenienti da ogni parte della regione. Il vero boom è stato raggiunto nella giornata del 25 aprile, quando hanno varcato la soglia del MArRC ben 5462 persone. Un flusso continuo che ha sorpreso anche lo staff del Museo, comunque felice di accogliere così tanti visitatori. “Il lavoro svolto in questi anni per promuovere il Museo e i magnifici Bronzi di Riace, nel Cinquantesimo anniversario della loro scoperta, ci faceva essere ottimisti”, commenta il direttore Malacrino. “Già i numeri registrati a Pasqua facevano presagire un inizio positivo della stagione estiva. Ma questi numeri, con un totale di 8601 ingressi in soli quattro giorni, vanno ben oltre. Vasta e variegata la presenza dei turisti, sia italiani che stranieri, che hanno deciso di trascorrere il Ponte della Liberazione tra Calabria e Sicilia. Ma tanti sono stati anche i Calabresi, e i Reggini in particolare, che sono tornati a visitare il “loro” museo. Ringrazio tutto lo staff del MArRC per il lavoro svolto, e in particolare il personale di vigilanza coordinato da Palma Buda e Carmelo Lupica. È al loro impegno, alla professionalità e alla cortesia che si deve il successo di un museo accogliente, efficiente, sicuro”.

Vicenza. Il 1° maggio al teatro Comunale conferenza di Christian Greco su “La necropoli di Saqqara e i funzionari ritrovati: le nuove scoperte archeologiche restituiscono la memoria perduta”. Ingresso libero, prenotazione obbligatoria

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Lara Weiss (museo di Leiden) e Christian Greco (museo Egizio di Torino) a Saqqara nello scavo di Tomba di Panehsy (foto museo egizio)

La notizia è di poche settimane fa: nella necropoli di Saqqara gli archeologi italiani, egiziani e olandesi hanno trovato una tomba di 3200 anni fa (primo periodo Ramesside, 1250 a.c.). apparteneva a Panehsy, che era il responsabile del tempio dedicato al dio Amon. la spedizione archeologica, sotto la direzione del direttore dell’egizio, Christian Greco, e della curatrice della collezione egiziana e nubiana del museo di Leiden, Lara Weiss, ha inoltre portato alla luce alcune cappelle funerarie, tra cui quella dell’artigiano Yuyu. la scoperta getta nuova luce sullo sviluppo della necropoli di Saqqara, nel periodo Ramesside (vedi Egitto. Scoperta a Saqqara la tomba di Panehsy (periodo Ramesside, 1250 a.C.) e quattro cappelle funerarie dalla missione del museo Egizio di Torino, il ministero delle Antichità egiziano e il museo nazionale di Leiden. Greco: “Lo scavo permette la ricontestualizzazione archeologica di monumenti, rilievi e statue, giunti nelle collezioni europee nel XIX secolo” | archeologiavocidalpassato).

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Christian Greco, direttore del Museo Egizio e curatore della mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica Palladiana a Vicenza (foto comune di vi)

Proprio il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, sarà protagonista a Vicenza il 1° maggio 2023 quando parlerà delle scoperte archeologiche nella necropoli di Saqqara. Questo nuovo suggestivo appuntamento darà modo di scoprire aspetti inediti dell’antica civiltà egizia, protagonista della mostra “I creatori dell’Egitto eterno”, in Basilica palladiana fino al 28 maggio 2023, da martedì a giovedì 10-18, da venerdì a domenica 10 -19 (la biglietteria chiude 1 ora prima), chiuso il lunedì. Aperture straordinarie e orari prolungati: martedì 25 aprile, mercoledì 26 aprile, giovedì 27 aprile, lunedì 1° maggio, martedì 2 maggio, mercoledì 3 maggio, giovedì 4 maggio. Christian Greco, tra i curatori dell’esposizione e direttore del museo Egizio, illustrerà, infatti, le scoperte archeologiche nella necropoli di Saqqara lunedì 1° maggio, alle 17, nella sala del Ridotto del teatro Comunale di Vicenza. L’ingresso alla conferenza è libero. Per partecipare è necessario prenotare il posto in sala collegandosi al sito del Teatro Comunale di Vicenza http://www.tcvi.it al link https://bit.ly/Greco1_05.

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La tomba di Panehsy a Saqqara: ha la forma di un tempio, con un ingresso monumentale e una corte con portico colonnato (foto museo egizio)

Nella conferenza dal titolo “La necropoli di Saqqara e i funzionari ritrovati: le nuove scoperte archeologiche restituiscono la memoria perduta”, Greco descriverà, attraverso immagini, i resti della tomba di Panehsy (responsabile del tempio dedicato al dio Amon), che risale al primo periodo Ramesside (1250 a.C.) e alcune cappelle funerarie. La scoperta getta nuova luce sullo sviluppo della necropoli di Saqqara, nel periodo Ramesside. Saqqara è la necropoli della capitale dell’antico Egitto Menfi, che stando alla tradizione egizia fu fondata nel 3000 a.C. dal re Menes, il primo faraone dell’Egitto unito. La spedizione è stata condotta dagli archeologi del museo Egizio, del ministero egiziano del turismo e delle Antichità, e del museo nazionale di Antichità di Leiden in Olanda, sotto la direzione del direttore dell’Egizio, Christian Greco, e della curatrice della collezione egiziana e nubiana del museo di Leiden, Lara Weiss.

Torino. Al museo Egizio conferenza dell’egittologo Andrea Fanciulli su “Inni al faraone dal villaggio di Deir el-Medina: la raccolta del Museo Egizio di Torino”. Incontro in presenza e on line

torino_egizio_conferenza-Inni al faraone dal villaggio di Deir el-Medina_la raccolta del Museo Egizio di Torino_andrea-fanciulli_locandinaIl museo Egizio di Torino conserva una delle più importanti collezioni di papiri ieratici dal villaggio di Deir el-Medina. Giovedì 20 aprile 2023, alle 18, nuovo appuntamento in sala Conferenze del museo Egizio per l’incontro a cura di Andrea Fanciulli, dottorando all’università di Liegi e museo Egizio su “Inni al faraone dal villaggio di Deir el-Medina: la raccolta del Museo Egizio di Torino”. Introduce Susanne Töpfer, curatrice del museo Egizio. l’ingresso è libero fino a esaurimento posti. La conferenza sarà trasmessa anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo. Il programma di incontri è realizzato in collaborazione con il dipartimento di Studi storici dell’università di Torino.

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Panoramica sul sito archeologico di Deir el-Medina a Tebe Ovest (foto museo egizio)

Alcuni frammenti di papiri ieratici dal villaggio di Deir el-Medina recano inni e preghiere dedicate ai sovrani della XX dinastia (1190-1076 a.C.). Il progetto di dottorato di Andrea Fanciulli si occupa dello studio di questi documenti e, attraverso l’analisi materiale e testuale, intende gettar luce sul modo in cui gli operai del faraone, dediti a lavorare per “assicurargli l’eternità”, creassero e comunicassero l’immagine del sovrano. Nel corso della conferenza, verranno presentati alcuni degli inni più interessanti dalla collezione torinese, cercando di metterne in luce il contenuto nel panorama più ampio della propaganda dell’ideologia reale.

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L’egittologo Andrea Fanciulli

Andrea Fanciulli si è laureato in Egittologia al Pontificio Istituto Biblico e l’università “La Sapienza” di Roma. È attualmente iscritto come dottorando all’università di Liegi, sotto la supervisione di Stéphane Polis, con un progetto intitolato “Picturing the king from Deir el-Medina: a Twentieth dynasty perspective”.

Torino. Doppia visita guidata col curatore Alessandro Girardi alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef”, nuova proposta del ciclo nel “Laboratorio dello Studioso”: Girardi guiderà i partecipanti alla scoperta delle statue stelofore e diverse stele, strumento comunicativo molto versatile nell’antico Egitto

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Alessandro Girardi curatore della mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef” (foto museo egizio)

Ultimi posti disponibili per la visita guidata del 20 aprile 2023 alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef”, accompagnati dal curatore Alessandro Girardi. Fino al 28 maggio 2023, la statua stelofora di Neferhebef, che raffigura un uomo inginocchiato con le mani protese in avanti a reggere una stele, è infatti il reperto sotto la lente della nuova mostra del ciclo “Nel Laboratorio dello Studioso”, a cura di Alessandro Girardi. Grazie alla ricerca è stato possibile risalire al nome del proprietario e anche alle sue cariche. Due le visite guidate in programma col curatore Alessandro Girardi: la prima appunto il 20 aprile, l’altra il 17 maggio 2023, sempre alle 16.30. La visita dura 60 minuti. Massimo 25 partecipanti.

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La statua stelofora di Neferhebef conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

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Stele esposte alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Cosa c’è di più bello che ascoltare le storie degli oggetti dalla viva voce di chi fa ricerca ogni giorno? Ogni reperto può celare mille storie e gli studiosi possono rivelarcele in modo appassionante e coinvolgente e farci sentire più vicini ai tesori che il museo Egizio di Torino custodisce nelle sale e nei magazzini. Il reperto rappresenta un elemento di evoluzione dei cosiddetti stelofori, delle statue che raffigurano un uomo inginocchiato con le mani protese in avanti a reggere una stele. La statua contiene delle iscrizioni con un’invocazione al dio Amon e, nonostante la provenienza incerta, grazie proprio all’iscrizione è stato possibile risalire al nome del proprietario, Neferhebef, ed anche alle sue varie cariche. In questa visita Alessandro Girardi guiderà i partecipanti alla scoperta delle statue stelofore e altre statuette provenienti da contesti funerari e templari. Sono inoltre esposte diverse stele, strumento comunicativo molto versatile nell’antico Egitto.

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Dettaglio della statua stelofora di Neferhebef conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’analisi di questa statuetta, delle iscrizioni e dell’iconografia della stele permette di datare l’oggetto al Nuovo Regno, più specificamente tra la XVIII e la XIX dinastia (1479 – 1213 a.C. circa). Durante questo periodo storico si assiste ad uno sviluppo della devozione religiosa nella sfera privata. Tale fenomeno è particolarmente evidente nello spazio pubblico del tempio, dove vengono deposte statue ed altri oggetti votivi a favore degli dèi. Al contempo si assiste, inoltre, ad uno sviluppo della statuaria privata.

Egitto. Scoperta a Saqqara la tomba di Panehsy (periodo Ramesside, 1250 a.C.) e quattro cappelle funerarie dalla missione del museo Egizio di Torino, il ministero delle Antichità egiziano e il museo nazionale di Leiden. Greco: “Lo scavo permette la ricontestualizzazione archeologica di monumenti, rilievi e statue, giunti nelle collezioni europee nel XIX secolo”

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La tomba di Panehsy (1250 a.C.) scoperta a Saqqara dalla missione internazionale del museo Egizio di Torino, del ministero delle Antichità egiziano e del museo nazionale di Leiden (foto museo egizio)


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Lara Weiss (museo di Leiden) e Christian Greco (museo Egizio di Torino) a Saqqara nello scavo di Tomba di Panehsy (foto museo egizio)

La quinta e ultima settimana di scavo della missione congiunta del museo Egizio di Torino, del ministero egiziano del Turismo e delle Antichità e del museo delle Antichità di Leiden a Saqqara si è chiusa con l’annuncio di una importante scoperta: gli archeologi italiani, egiziani e olandesi hanno trovato una tomba di 3200 anni fa (primo periodo Ramesside, 1250 a.C.). Apparteneva a Panehsy, che era il responsabile del tempio dedicato al dio Amon. La spedizione archeologica, sotto la direzione del direttore dell’Egizio, Christian Greco, e della curatrice della Collezione Egiziana e Nubiana del Museo di Leiden, Lara Weiss, ha inoltre portato alla luce alcune cappelle funerarie, tra cui quella dell’artigiano Yuyu. La scoperta getta nuova luce sullo sviluppo della necropoli di Saqqara, nel periodo Ramesside. Saqqara è la necropoli della capitale dell’antico Egitto Menfi, che stando alla tradizione egizia fu fondata nel 3000 a.C. dal re Menes, il primo faraone dell’Egitto unito.

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Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, nello scavo di Saqqara (foto museo egizio)

“Lo scavo a Saqqara, iniziato nel 1975 dal Egypt Exploration Society e dal museo nazionale delle Antichità di Leiden”, spiega il direttore Greco, “è finalizzato alla ricontestualizzazione archeologica di monumenti, rilievi e statue, giunti nelle collezioni europee nel XIX secolo. Nel 2015 il museo Egizio è diventato partner della missione. L’archeologia oggi mira a ricostruire la biografia di questi oggetti, perché si possa meglio comprendere la storia economica e sociale dell’antico Egitto. Il ritrovamento della cappella di Yuyu ne è l’esempio plastico, in questo gli stipiti di porta provenienti da questo monumento e conservati oggi al Musée de Picardie ad Amiens possono essere finalmente compresi e contestualizzati”.

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La tomba di Panehsy a Saqqara: ha la forma di un tempio, con un ingresso monumentale e una corte con portico colonnato (foto museo egizio)

La tomba di Panehsy ha la forma di un tempio, con un ingresso monumentale e una corte con portico colonnato al cui centro c’è un pozzo che dà accesso alle camere sepolcrali ipogee. Sul lato ovest la corte è chiusa da tre cappelle. Il complesso funerario di forma rettangolare, di 13,4 metri per 8,2 metri, confina a sud con la celebre tomba di Maya, alto funzionario, responsabile del tesoro del faraone Tutankhamon. I muri di mattoni crudi della struttura superiore della tomba di Paneshy sono ancora in piedi e raggiungono un’altezza di un metro e mezzo e sono decorati da ortostati, lastre di rivestimento in pietra calcarea, che mostrano rilievi colorati in cui si distinguono il proprietario della tomba Panehsy e sua moglie Baia, cantante di Amon, e diversi sacerdoti e portatori di offerte. Il nome di Panehsy significa il Nubiano, ma questo non necessariamente è una indicazione delle sue origini. Con l’aggiunto “da Menfi”, Panehsy vuole sottolineare il suo legame con questa città, un importante centro amministrativo e religioso al tempo in cui visse Panehsy, che quindi potrebbe essere nato lì.

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Tomba di Panehsy a Saqqara: rilievo con la dea Hathor, rappresentata nella sua tipica iconografica di mucca che esce dalla montagna (foto museo egizio)


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Tomba di Panehsy a Saqqara: pulizia dei rilievi (foto museo egizio)

Il nome Panehsy era relativamente comune a quel tempo, ma questo specifico responsabile del tempio che veniva da Menfi era sconosciuto agli studiosi fino ad oggi. La rappresentazione più bella di Panehsy è quella in cui è impegnato ad adorare la dea Hathor, rappresentata nella sua tipica iconografica di mucca che esce dalla montagna. Al di sotto, Panehsy e sua moglie Baia siedono insieme davanti ad una tavola. Un uomo calvo con una pelle di leopardo che gli cinge le spalle si trova di fronte alla coppia deceduta. È il sacerdote che si occupa del culto funerario dei defunti. Lui versa una libagione d’acqua. Il testo in geroglifico identifica il sacerdote come Piay, lo scriba della tavola sacrificale e forse il secondo di Panehsy. Il titolo suggerisce che Piay fosse subordinato al proprietario della tomba Panehsy. Non era così strano che Piay si occupasse del culto della morte del suo superiore, anche se idealmente questo compito spettava al figlio maggiore del defunto. Si può quindi ipotizzare che forse Panehsy non avesse figli.

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L’area di scavo della missione italo-egizio-olandese a Saqqara vicino alla piramide di Djoser (foto museo egizio)


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Lara Weiss (museo di Leiden) e Christian Greco (museo Egizio di Torino) nella missione di scavo a Saqqara (foto museo egizio)

A Est della tomba di Panehsy, gli archeologi italiani, egiziani e olandesi hanno scoperto quattro cappelle funerarie più piccole, una delle quali apparteneva a Yuyu, artigiano responsabile della produzione delle lamine d’oro presso il tesoro del faraone. La cappella di Yuyu misura solo 1 metro per un metro e 15 cm. Molto affascinanti le decorazioni e i dettagli della decorazione del muro. In questa cappella funeraria, quattro generazioni della famiglia di Yuyu erano rappresentate in splendidi rilievi colorati. Si vede il corteo funebre di Yuyu e il rituale dell’apertura della bocca, momento supremo del funerale, oltre alla venerazione della dea vacca hathorica e della barca del dio locale di Saqqara, Soqar. Un altro ritrovamento degno di nota nell’area est della tomba di Panehsy è una cappella, ancora anonima, con una rara rappresentazione del proprietario della tomba e della sua famiglia, il cui stile artistico potrebbe ispirarsi alle statue vicino alla tomba di Maya e Merit.

Vicenza. A Palazzo Chiericati presentazione del libro “Nella terra di Pakhet” (Marsilio Arte) di Maurizio Zulian e Graziano Tavan: occasione per parlare di un Egitto “nascosto” dove lavorarono scribi, artigiani operai, non meno bravi dei colleghi della Valle dei Re, anche se ai più sconosciuti, ma che contribuirono comunque all’idea di Egitto eterno

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Maurizio Zulian e Graziano Tavan con Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, alla mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica Palladiana di Vicenza

“I creatori dell’Egitto eterno”: così li ha chiamati Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino. Sono gli scribi, gli artigiani, gli operai al servizio del faraone. Vivevano in un villaggio pensato e organizzato proprio per loro a Tebe Ovest, oggi chiamato Deir el Medina, per poter essere operativi nelle vicine valle dei Re e valle delle Regine. Ma non furono gli unici. C’è una grande fascia dell’Antico Egitto, che noi oggi chiamiamo Egitto Centrale (a grandi linee tra il Cairo e Luxor, cioè esattamente dal governatorato di Beni Suef, appena a Sud del Cairo, a quello di Sohag, che finisce ad Abydos) dove furono realizzate sontuose tombe per principi, governatori, nomarchi. E anche per un faraone, Akhenaten, noto per essere l’artefice di una rivoluzione religiosa monoteista, che proprio nel deserto lontano da Tebe fece costruire la nuova capitale, Akhetaten, dove andò a vivere con la moglie Nefertiti. È questo un Egitto “nascosto”, lontano dai percorsi turistici, perché sostanzialmente chiuso ai visitatori, e spesso anche agli stessi studiosi. Ma c’è un libro che colma questa lacuna “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” (Marsilio Arte) di Maurizio Zulian e Graziano Tavan, con la prefazione di Edda Bresciani.

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La copertina del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” di Maurizio Zulian e Graziano Tavan (Marsilio Arte)

Zulian e Tavan presenteranno il libro proprio a Vicenza, in concomitanza con la grande mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana, promossa dal museo Egizio di Torino. Appuntamento nel salone d’Onore di Palazzo Chiericati, sabato 22 aprile 2023, alle 16.30, grazie alla generosa disponibilità del Comune di Vicenza – Assessorato alla Cultura, e all’assessore Simona Siotto. “Nella terra di Pakhet” non è una guida archeologica tout court né un libro fotografico sull’Egitto, ma è un viaggio, emozionale e scientifico al contempo, alla scoperta appunto di questo Egitto “nascosto”: “Un’ampia regione che trova la sua espressione “mitologica” nel titolo principale del libro Nella terra di Pakhet;  Pakhet  era una dea leonessa, un felino potente “grande di magia”, con caratteri che l’avvicinavano sia a Bastet-la-gatta sia a Sekhmet-la-leonessa,  e  la cui  area di culto era appunto nell’Egitto centrale”, scrive nella prefazione la compianta professoressa Edda Bresciani, tra i più grandi egittologi del Novecento, che ha seguito passo-passo la realizzazione di questo libro – praticamente uno dei suoi ultimi lavori, che purtroppo non ha fatto in tempo a vedere stampato -, intervenendo anche con proprie ricerche inedite.

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Maurizio Zulian in una delle sue missioni esplorative nell’Egitto Centrale

Ad accompagnarci in questo viaggio di scoperta ed esplorazione è Maurizio Zulian che in trent’anni, come un novello Flaubert, ha girato in lungo e in largo l’Egitto Centrale, visitando personalmente anche più volte tutti i siti, raccogliendo sui suoi taccuini una messe di informazioni, archiviando decine di migliaia di fotografie (oggi parte dell’Archivio on line della Fondazione Museo Civico di Rovereto), incontrando direttori di missioni archeologiche da ogni parte del mondo e confrontandosi con loro. Con più di 800 foto inedite e il racconto in prima persona sui 31 siti archeologici più importanti dell’Egitto Centrale, il lettore si immedesima esploratore al fianco di Zulian, entra nelle tombe precluse al pubblico, ammira i vasti paesaggi della valle del Nilo, conosce riti millenari e usi e costumi moderni. Ma il libro “Nella terra di Pakhet” di 576 pagine (Marsilio Arte) è anche occasione di ricerca e approfondimento, grazie al ricco apparato bibliografico, curato da Graziano Tavan: bibliografia, indici analitici, glossario e tavole cronologiche.

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La splendida raffigurazione in bassorilievo dipinto del cane di Pepiankh il Medio dalla TOMBA D2 di Meir, in Egitto (foto maurizio zulian)

A Vicenza, attraverso una carrellata di immagini suggestivi, Zulian e Tavan ci porteranno alla scoperta di questi siti, tra tombe monumentali che nulla hanno da invidiare alle più note della valle dei Re, templi rupestri, stele incise nella roccia per la propaganda reale. Si passerà da delicati affreschi che tratteggiano la vita quotidiana a quelli che narrano gli impegni ufficiali del faraone o descrivono le attività della caccia o del lavoro nei campi, fino ai momenti ludici. C’è un mondo da scoprire che le fotografie di Maurizio Zulian rivelano al grande pubblico. E con una sorpresa finale: perché nel libro è presentata anche una tomba inedita le cui decorazioni sono mostrate per la prima volta, e la cui storia è tutta da raccontare.

Torino. Al museo Egizio l’egittologa Silvia Zago (università di Liverpool) parlerà di “Storie dell’altro mondo: la morte e l’aldilà nell’antico Egitto”. Conferenza, in presenza e on line, in collaborazione con Acme

torino_egizio_conferenza-storie-dell-altro-mondo_la-mortre-e-l-aldilà-nell-antico-egitto_silvia-zago_locandinaLa credenza nell’esistenza di una vita dopo la morte è uno degli aspetti più caratteristici della cultura egizia, che conosciamo grazie a numerosissime fonti scritte e archeologiche. Se ne parla martedì 4 aprile 2023 nel nuovo appuntamento con le conferenze organizzate con l’Associazione ACME, Amici e Collaboratori del Museo Egizio: alle 18, in sala conferenze, interviene Silvia Zago (università di Liverpool) su “Storie dell’altro mondo: la morte e l’aldilà nell’antico Egitto”. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Conferenza in italiano. La conferenza sarà trasmessa anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo. Il programma di incontri è realizzato in collaborazione con il dipartimento di Studi storici dell’università di Torino. Introduce Paolo Marini, curatore del museo Egizio. Le fonti scritte e archeologiche, tuttavia, offrono una visione tutt’altro che unitaria del mondo che gli egiziani credevano li aspettasse nell’aldilà, la Duat. Essa poteva essere dipinta come un accogliente grembo celestiale o come un ambiente sotterraneo irto di ostacoli, o con caratteristiche miste, a seconda dei contesti e delle funzioni che si trovava ad avere all’interno del complesso quadro di nozioni cosmologiche relative all’esistenza oltremondana. La conferenza esplorerà i vari aspetti della concettualizzazione della Duat nel corso dei secoli basandosi sui testi funerari, che erano iscritti sulle pareti delle tombe e su oggetti del corredo funerario, e che erano finalizzati ad accompagnare i defunti nel loro viaggio eterno e a permetterne la rinascita.

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L’egittologa Silvia Zago con il libro “A Journey through the Beyond”

Silvia Zago è docente di Egittologia al dipartimento di Archeologia, Civiltà Classiche ed Egittologia dell’università di Liverpool e visiting professor al dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’università di Pisa. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Civiltà del Vicino e Medio Oriente (Egittologia) all’università di Toronto, dove ha anche insegnato la storia e la lingua egiziana per diversi anni. Ha inoltre conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Culture del Vicino e Medio Oriente (Egittologia) all’università di Pisa e la Laurea Triennale in Conservazione dei Beni Culturali (Archeologia del Vicino Oriente Antico) all’università Ca’ Foscari di Venezia.  Silvia è specializzata nella religione e testi funerari dell’antico Egitto, e in particolare l’evoluzione nel tempo dei concetti dell’aldilà, argomento su cui ha recentemente pubblicato la monografia A Journey through the Beyond: The Development of the Concept of Duat and Related Cosmological Notions in Egyptian Funerary Literature (Columbus, GA: Lockwood Press, 2022). La sua ricerca include anche le pratiche magiche e rituali, la concettualizzazione e l’uso dei paesaggi sacri nell’antico Egitto, e i contatti interculturali e la trasmissione del sapere nell’Egitto Greco-Romano. Dal 2021 è membra della Royal Historical Society di Londra.

Roma. Alle Scuderie del Quirinale ultimi giorni per la mostra “ARTE LIBERATA 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra”: oltre cento capolavori salvati durante la Seconda Guerra Mondiale grazie all’azione lungimirante di tanti Soprintendenti e funzionari dell’Amministrazione delle Belle Arti. Incontro a Milano

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Il cerbiatto in bronzo dalla Villa dei Papiri di Ercolano, oggi al museo Archeiologico nazionale di Napoli. E, dietro, il cerbiatto con Hitler e Goering (foto scuderie del quirinale)

Camminando nelle sale delle Scuderie del Quirinale fino al 10 aprile 2023 ci si può imbattere in un cerbiatto dalla Villa dei Papiri di Ercolano (oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli), nel Discobolo Lancellotti (a Palazzo Massimo alle Terme a Roma), in vasi in alabastro o in terracotta o ancora in una statuina in calcare (tutti al museo Egizio di Torino); o ancora nel famoso Ermes a riposo (capolavoro al Mann) come l’inconfondibile statua di peplophores/Danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano (Mann). E poi l’iscrizione votiva della Vittoria N.I. 8753 dal tempio G di Selinunte (oggi al museo Archeologico regionale Salinas di Palermo), o i ritratti di Tiberio e di Druso minore (conservati alla Sabap di Caserta). Che cos’hanno in comune questi capolavori per vedere i quali si dovrebbe fare il giro dell’Italia? Sono tutti stati salvati dalle bombe e dai saccheggi della Seconda Guerra Mondiale.

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Locandina della mostra “Arte liberata 1937-1947” alle Scuderie del Quirinale dal 16 dicembre 2022 al 10 aprile 2023

E appunto fino al 10 aprile 2023, alle Scuderie del Quirinale a Roma, si possono ammirare con un centinaio di opere nella mostra “ARTE LIBERATA 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra”, curata da Luigi Gallo e Raffaella Morselli ed organizzata dalle stesse Scuderie in collaborazione con la Galleria Nazionale delle Marche, l’ICCD – Istituto Centrale per il catalogo e la Documentazione e l’Archivio Luce – Cinecittà. La mostra offre una selezione di oltre cento capolavori salvati durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre che un ampio panorama documentario, fotografico e sonoro – riuniti grazie alla collaborazione di ben quaranta Musei ed Istituti – per un racconto avvincente ed emozionante di un momento drammatico per il nostro Paese ma altrettanto lungimirante e fondativo per una nuova coscienza civica. Un omaggio doveroso alle donne e agli uomini che, nella drammatica contingenza bellica, hanno interpretato la propria professione all’insegna di un interesse comune, coscienti dell’universalità del patrimonio da salvare.

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Sacchi di sabbia a protezione dei monumenti (foto scuderie del quirinale)

Distruzioni e razzie di monumenti e opere d’arte fanno parte da sempre delle manovre belliche; la Seconda Guerra Mondiale va considerata, tuttavia, come un momento imprescindibile della moderna riflessione sulla tutela dei beni culturali, con un nuovo approccio ai temi del restauro e della museografia che seguì agli esiti drammatici del conflitto. Dall’esperienza di quegli storici dell’arte nacque un nuovo modo di intendere la tutela e la valorizzazione dei Beni Culturali, a partire dalla fondazione dell’attuale Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Non solo, nel secondo dopoguerra, la museografia italiana avviò una delle stagioni più prolifiche per la valorizzazione e la divulgazione del capitale culturale del Paese: i musei italiani divennero il campo di sperimentazione di una didattica permanente rivolta a tutti i cittadini, luoghi della coscienza civica in rapporto con il territorio.

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Personale della pubblica amministrazione nel salvataggio delle opere d’arte (foto scuderie del quirinale)

Al centro del progetto espositivo l’azione lungimirante di tanti Soprintendenti e funzionari dell’Amministrazione delle Belle Arti – spesso messi forzatamente a riposo dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò – che, coadiuvati da storici dell’arte e rappresentanti delle gerarchie vaticane, si resero interpreti di una grande impresa di salvaguardia del patrimonio artistico-culturale. Fra questi si annoverano Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, Emilio Lavagnino, Vincenzo Moschini, Pasquale Rotondi, Fernanda Wittgens, Noemi Gabrielli, Aldo de Rinaldis, Bruno Molajoli, Francesco Arcangeli, Jole Bovio e Rodolfo Siviero, agente segreto e futuro ministro plenipotenziario incaricato delle restituzioni: persone che, senza armi e con mezzi limitati, presero coscienza della minaccia che incombeva sulle opere d’arte, schierandosi in prima linea per evitarla, consapevoli del valore educativo, identitario e comunitario dell’arte.

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Il Discobolo Lancellotti finito in Germania per le mire collezionistiche di Hitler e Goering (foto scuderie del quirinale)

Storie avvincenti, dunque, dall’alto valore civile, che si dipanano in mostra attraverso tre principali filoni narrativi. Il primo – Le esportazioni forzate e il mercato dell’arte – si riferisce all’alterazione subita dal mercato dell’arte all’indomani della stipulazione dell’asse Roma-Berlino (1936); per assecondare le brame collezionistiche di Adolf Hitler ed Hermann Göring, i gerarchi fascisti favorirono il permesso di cessione di importanti opere d’arte, anche sotto vincolo, come il Discobolo Lancellotti (vincolato dal 1909), copia romana del celebre bronzo di Mirone – fra le opere di spicco della rassegna – o i capolavori della collezione Contini Bonacossi di Firenze.

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1943, non c’è più tempo: si salva quanto più possibile (foto scuderie del quirinale)

Il racconto afferente al secondo nucleo – Spostamenti e ricoveri – trova principio nel 1939, quando, con l’invasione della Polonia da parte di Hitler, il ministro dell’educazione Giuseppe Bottai mise in atto le operazioni di messa in sicurezza del patrimonio culturale, con la conseguente elaborazione del piano per lo spostamento delle opere d’arte. Da qui si dipanano molte storie: i rapporti tra i sovrintendenti italiani e il Vaticano, l’impegno dei singoli funzionari per inventariare e nascondere i beni culturali nel Lazio, in Toscana, a Napoli, in Emilia e nel Nord Italia, l’impegno fondamentale di curatrici donne, quali Fernanda Wittgens, Palma Bucarelli, Noemi Gabrielli, Jole Bovio ed altre, nonché la razzia della Biblioteca Ebraica di Roma. Tra le figure-chiave di questa sezione figura Pasquale Rotondi, il giovane soprintendente delle Marche che fu incaricato di approntare un deposito nazionale e mise in salvo nei depositi di Sassocorvaro e Carpegna capolavori provenienti da Venezia, Milano, Urbino e Roma, per un totale di circa diecimila opere sotto la sua custodia. Un caso esemplare nella formazione di un’identità professionale degli storici dell’arte italiani.

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La danzatrice dalla villa dei Papiri di Ercolano e l’Ermes a riposo, entrambi oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli. Dietro le protezioni adottate al Mann durante la Guerra (foto scuderie del quirinale)

Il terzo ed ultimo filone – La fine del conflitto e le restituzioni – prende in considerazione le missioni per il recupero e la salvaguardia delle opere trafugate al termine della guerra. Ai funzionari italiani si affiancarono gli uomini della “Monuments, Fine Arts, and Archives Program” (MFAA), una task force composta da professionisti dell’arte provenienti da tredici diversi Paesi ed organizzata dagli Alleati durante il secondo conflitto mondiale per proteggere i beni culturali e le opere d’arte nelle zone di guerra. Con la fine della guerra ha inizio l’avventura delle restituzioni dei beni trafugati dai nazisti con oltre seimila opere ritrovate finora.

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Allestimento della mostra “Arte liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra” alle Scuderie del Quirinale (foto scuderie del quirinale)

Mercoledì 5 aprile 2023, alla fondazione Luigi Rovati, a Milano, alle 18, incontro dedicato alla mostra “Arte Liberata 1937 – 1947. Capolavori salvati dalla guerra”, in corso alle Scuderie del Quirinale, dedicata ai protagonisti che hanno salvato il patrimonio artistico nazionale durante la Seconda Guerra Mondiale. Ne parleranno il presidente delle Scuderie del Quirinale Mario De Simoni e Anna Mattirolo, insieme a Giovanna Ginex che racconterà, attraverso il tratteggio di alcuni protagonisti, come avvennero le operazioni di salvataggio del patrimonio artistico in quei frangenti bellici che colpirono Milano.