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Palermo. Apre a Palazzo Reale la mostra “Terracqueo”, la grande mostra sul Mediterraneo, un tutt’uno di terra e mare: in 324 reperti l’emozionante narrazione di un immenso patrimonio archeologico che racconta dell’incontro e dello scontro tra popoli che hanno solcato il Mediterraneo e abitato le sue terre

Il logo delal mostra “Terracqueo” dal 16 settembre 2020 a Palazzo Reale di Palermo

Dalla geologia ai miti mediterranei, dalla colonizzazione greca ai fenici, dal commercio alla globalizzazione dei giorni nostri. Civiltà e guerre. In una sola parola: “Terracqueo”, la grande mostra sul Mediterraneo, un tutt’uno di terra e mare, che apre il 16 settembre 2020 a Palazzo Reale di Palermo. Non una semplice esposizione ma un racconto, creato dalla Fondazione Federico II e dal comitato scientifico multidisciplinare costituito per l’occasione, in collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali e il Centro regionale per il Restauro e con la sinergia tra enti museali e istituzionali siciliani e nazionali come la speciale collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli. Un prezioso e proficuo supporto, poi, anche dai musei Capitolini di Roma, dal museo Etrusco di Volterra, dalla soprintendenza del Mare, dal museo Archeologico “Salinas” di Palermo, dal Parco Archeologico Museo Lilibeo, dal museo Pepoli di Trapani, dal museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa e dal museo “G.G. Gemmellaro” di Palermo. “Terracqueo” è l’emozionante narrazione di un immenso patrimonio archeologico che racconta dell’incontro e dello scontro tra popoli che hanno solcato il Mediterraneo e abitato le sue terre. Attraverso 324 reperti e 8 sezioni, la Fondazione continua nel lavoro di ricerca dando vita a mostre originali non preconfezionate, che mirano a narrare il contesto socio culturale e catapultare il visitatore in un viaggio tra i secoli rendendolo parte attiva del percorso.

Terracqueo per la Fondazione Federico II rappresenta molto di più di un momento artistico e culturale”, spiega il presidente della Fondazione Federico II Gianfranco Miccichè. “Ancora una volta Palazzo Reale diventa il simbolo della coesistenza dei popoli del Mediterraneo. Nell’arte e nella bellezza si manifesta una pacifica convivenza tra popoli di diversa cultura e religione. Ogni reperto presente a Palazzo Reale per Terracqueo contribuisce a mostrare il Mediterraneo come la più grande fabbrica d’idee del mondo: dalla filosofia, all’arte, alle scienze, alla medicina, all’organizzazione politica, tutto concorre al raggiungimento di principi senza barriere e senza pregiudizi”. E Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II: “Il Mediterraneo è un’area dove il mare e la terra si fondono come principio generatore di un sistema fatto di equilibri. Si potrebbe affermare che il Mediterraneo è esso stesso un’opera d’arte che noi abbiamo ribattezzato Terracqueo. Qui Occidente e Oriente si contaminano in modo alchemico: la pace oltre la guerra e la terra oltre il mare, tutto a rappresentare un comune denominatore. Le società del Mediterraneo entrarono spesso in conflitto tra loro, ma l’aspetto dicotomico tra guerra e pace paradossalmente rappresentò la scintilla per creare civiltà avanzate e raffinatissime. Una forte contaminazione, che ha preservato gli elementi vitali di ogni singola cultura. Contro le dottrine del totalitarismo, la mediterraneità è una filosofia del pensiero in grado di affermarsi come elemento propositivo verso la libertà. Terracqueo non vuole essere una mera esposizione di reperti, ma un racconto della vera anima del Mediterraneo, dalla storia geologica fino ai giorni nostri. Non a caso la Fondazione Federico II ha istituito un comitato scientifico multidisciplinare. Il risultato è che ogni reperto proveniente dal mare racconta la vita sulla terraferma e ogni reperto della terraferma narra le storie del mare”.

Il Mediterraneo visto dalla medina di Algeri nella foto di Lucia Casamassima

La mostra “Terracqueo” è articolata in nove sezioni: Un mare di storia, Un mare di migrazioni, Un mare di commerci, Un mare di guerra, Un mare da navigare, Un mare di risorse, Archeologia subacquea: tra passato e presente, Il mediterraneo oggi, Panormus cittá tutto porto. L’ultima sezione, intitolata “Il Mediterraneo. Oggi”, è una mostra nella mostra. Un viaggio lungo otto mesi in 17 Paesi ha dato vita ad un reportage firmato dal giornalista Carlo Vulpio e dalla fotografa Lucia Casamassima, che nell’allestimento di Terracqueo diventa un’istallazione immersiva in grado di rituffare il visitatore nel presente: non solo attraverso i suoi 46 mila chilometri di litorale, quello è solo l’affaccio sul mare, ma anche nel suo “spazio dilatato” (come lo chiama Maurice Aymard), cioè in quelle aree interne e distanti dalle rive mediterranee – in Africa e in Asia, ma anche nell’Europa balcanica – che vivono in diretta relazione con tutto ciò che avviene in questo luogo, definito “il più grande condominio del mondo”.

Il cratere del Venditore di Tonno conservato al museo Mandralisca di Cefalù (foto fondazione Federico II)

Tre i reperti simbolo della mostra Terracqueo: Cratere del Venditore di tonno. Proviene dal museo Mandralisca di Cefalù il cratere del Venditore di tonno, opera di un artigiano del cosiddetto “gruppo di Dirce”, attivo nella prima metà del IV sec. a.C. in un’area che si è inclini a localizzare in Sicilia. È palese testimonianza di come il tonno sia protagonista della storia siciliana. Nel cratere si può ammirare una scena ritagliata con modalità fortemente realistiche dove un venditore di pesce sta affettando un tonno su un ceppo, e il compratore per concludere l’acquisto è provvisto di una moneta. La scena risulta essere di grande attualità: anche nei mercati rionali odierni è possibile osservare scene dello stesso genere. Non casualmente Aristotele ci racconta della ciclica provenienza del tonno da oltre le ”colonne d’Ercole”.

Il gruppo scultoreo “Nereide su pistrice” del I sec. d.C. conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Nereide su pistrice dal Mann. Databile ai primi decenni del I secolo d.C., il gruppo scultoreo venne ritrovato nella villa che Publio Vedio Pollione fece costruire sulla collina un tempo chiamata Pausilypon, oggi Posillipo: rappresenta una giovane donna con il capo rivolto a sinistra, posta sul dorso di un mitologico animale marino. La raffinata esecuzione rimanda a tematiche classiche di altissima scuola, la veste è scolpita regalando al fruitore un effetto che sembrerebbe votato alla trasparenza concedendo una resa che riconduce a un tessuto bagnato dalla brezza. I muscoli appena evidenziati mostrano la continuità con la linea rilevata dal resto della figura. Il mostro è un “Ketos”, più noto come pistrice, rappresentato con un corpo di cavallo con la testa di drago, con dorso e coda di serpente marino. La sezione equina mostra una possente muscolatura indice del movimento, la sezione superiore è invece dotata di una sovrapposizione di squame. L’area serpentina diviene liscia e possente soprattutto nell’area in cui siede la Nereide. La particolarità della Nereide di Posillipo è che non rientra in schemi confrontabili, esclusa la possibilità che possa derivare da un modello ellenico del IV-III secolo a. C. di derivazione scopadea. La statua fu oggetto di restauri e integrazioni per quanto concerne alcuni dettagli anatomici durante la metà dell’800.

L’Atlante Farnese tra i capolavori della collezione farnese al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Atlante Farnese del museo Archeologico nazionale di Napoli. L’Atlante Farnese da sempre fonte di grande interesse da parte degli studiosi, rappresenta una perfetta sintesi tra la passione per l’arte classica e la ricerca scientifica in merito allo studio delle costellazioni. Ritrovato, intorno al 1546, presso le terme di Caracalla a Roma, è una copia romana del II secolo d.C. e viene descritto puntualmente nel 1550 da Ulisse Aldrovandi che ne decanta il valore artistico. Lo stesso Aldrovandi e l’antico disegno del XVI secolo di Stefanus Winandus Pighius raccontano di un’opera marmorea con un globo con i corpi celesti scolpiti, ma priva di volto, braccia e gambe; tale descrizione diverrà la chiave di lettura più importante per rilevare i restauri apportati già a partire dalla fine del Cinquecento sull’Atlante a opera di Guglielmo Della Porta, scultore legato alla famiglia Farnese. L’astronomo Bianchini associò la copia romana dell’Atlante all’iconografia di una moneta, coniata intorno al 158 d.C. sotto l’imperatore Antonino Pio, dove veniva messa in evidenza la presenza oltre che di Giove anche probabilmente di Atlante con il globo sulle spalle, quasi a mostrare una metafora per evidenziare lo sforzo e il valore dell’imperatore. Gli eventi storici condussero, così come volle Carlo di Borbone (figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese), al trasferimento della collezione Farnese a Napoli a conclusione di un progetto che rese il Regno delle Due Sicilie una tra le più grandi fucine archeologiche del tempo, durante gli anni in cui vennero scoperte e riportate alla luce Ercolano e Pompei.

“Barbablu” torna a casa: la Testa di Ade dal 21 dicembre sarà esposta definitivamente al museo Archeologico di Aidone (Enna)

La Testa di Ade, nota anche come "Barbablu", trafugata da Morgantina negli anni '70-'80

La Testa di Ade, nota anche come “Barbablu”, trafugata da Morgantina negli anni ’70-’80

“Barbablu” torna a casa. La famosa “Testa di Ade” dal 21 dicembre 2016 sarà esposta definitivamente al museo Archeologico di Aidone (Enna). Si chiude così un lungo contenzioso giudiziario con il Paul Getty Museum di Los Angeles che aveva acquistato la statua nel 1985 per esporla con tutti gli onori nella prestigiosa sede di Malibù. Ma quella “testa” famosa per il caratteristico colore blu della sua folta barba a riccioli, colore che richiama il concetto di eternità per l’assimilazione appunto dell’azzurro con il colore del cielo, era frutto di scavi clandestini. A dimostrarlo l’intuito di un’archeologa siciliana, Serena Raffiotta, figlia dell’ex procuratore di Enna Silvio Raffiotta, noto per il suo impegno nel recupero dei beni archeologici trafugati. Raffiotta studiando alcuni reperti in frantumi abbandonati dai tombaroli durante scavi clandestini a Morgantina, aveva notato quattro “riccioli” (recuperati tra il 1978 e il 1988). A distanza di diversi anni, nell’ambito di una collaborazione – avviata dal 2011 – tra il dipartimento dei Beni culturali della Regione Sicilia e il museo californiano è stato possibile compararli con la “testa” custodita al Getty. Si è così scoperto che quei riccioli appartenevano alla Testa di Ade. “Ricevuta la notifica del dissequestro da parte della Procura di Enna, con la direttrice del Polo museale di Enna, Piazza Armerina e Aidone, abbiamo operato affinché l’opera fosse esposta nel più breve tempo possibile nel museo di Aidone restituendola alla fruizione della comunità civica e di tutti i visitatori. Continueremo a impegnarci, con il contributo di tutte le istituzioni e dei cittadini di Aidone, per la promozione di questo territorio che racconta storie importanti della Sicilia antica”, spiega l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Carlo Vermiglio.

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

La testa di Ade era stata recuperata nel gennaio 2016 dalla missione del sostituto procuratore Francesco Rio, titolare delle indagini, che ha coordinato il Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale e il dipartimento dei Beni culturali della Regione Sicilia. Il 29 gennaio 2016 “Barbablu” atterrava all’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo. Poi, in attesa di completare le formalità per la sua definitiva esposizione al museo di Aidone, la Testa di Ade è stata esposta dal maggio 2016 al museo Archeologico “Antonio Salinas” di Palermo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/11/esposta-temporaneamente-al-museo-archeologico-salinas-di-palermo-la-testa-di-ade-barbablu-trafugata-dal-sito-siculo-greco-di-morgantina-negli-anni-70-80-e-restitui/).

Aidone Museo

Il museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, destinazione finale della Testa di Ade (foto di Vincenzo Capasso, http://notizie.comuni-italiani.it/foto/41404)

E ora il ritorno ad Aidone. “La testa di Ade ritorna nella sua sede espositiva naturale”, aggiunge la direttrice Giovanna Susan. “Non si tratta solo del recupero di un importante oggetto d’arte, ma della ricostituzione di un contesto archeologico. I riccioli che “attaccano”, prima ancora di essere una prova giuridica, costituiscono un dato scientifico che permette di ricostituire la provenienza della testa dal Santuario di San Francesco Bisconti a Morgantina dedicato a Demetra e Kore, la stessa provenienza della coppia di acroliti”. Il museo di Aidone ospita insieme alla coppia di acroliti, la statua di Demetra e gli argenti di Eupolemos trafugati da Morgantina e restituiti dai musei americani. “Si completa così il mito di Demetra e Kore, iniziato con il ritorno degli acroliti”, dice il sindaco di Aidone, Vincenzo Lacchiana. “Il nostro museo espone capolavori che assumono, per le vicende che li hanno contraddistinti, un valore universale in un territorio che negli anni è stato fortemente depredato”. Anche per Luisa Lantieri, assessore regionale alla Funzione pubblica che ha seguito la vicenda del rientro della testa ad Aidone, “il ritorno della testa di Ade ad Aidone è un altro passo in avanti nella valorizzazione del patrimonio artistico culturale del centro della Sicilia. La consegna ufficiale del reperto archeologico alla comunità aidonese, fortemente voluta da me e dall’assessore Carlo Vermiglio – aggiunge -, rappresenta un momento importante in grado di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sui tanti tesori che la nostra terra custodisce che creano opportunità di sviluppo economico se sapientemente utilizzate per attrarre flussi turistici”. Conclude l’assessore Vermiglio: “Questo museo si può considerare il museo dei nostoi, dei ritorni e della legalità e, in questo contesto, la testa di Ade rappresenta un simbolo della lotta contro la criminalità e il saccheggio del nostro patrimonio culturale”.

Esposta temporaneamente al museo archeologico Salinas di Palermo la Testa di Ade “Barbablu”, trafugata dal sito siculo-greco di Morgantina negli anni ’70-’80 e restituita nel gennaio 2016 dal Getty Museum di Los Angeles

La Testa di Ade, nota anche come "Barbablu", trafugata da Morgantina negli anni '70-'80

La Testa di Ade, nota anche come “Barbablu”, trafugata da Morgantina negli anni ’70-’80 del Novecento

“Barbablu” star temporanea del museo Salinas di Palermo. La Testa di Ade, più nota appunto col nomignolo “Barbablu” per il caratteristico colore blu della sua folta barba a riccioli, colore che richiama il concetto di eternità per l’assimilazione appunto dell’azzurro con il colore del cielo, è esposta da mercoledì 11 maggio 2016 al museo archeologico Salinas di Palermo, con orario 9.30-19 (dal martedì alla domenica, ingresso libero). Lo annuncia l’assessore regionale dei Beni Culturali, Carlo Vermiglio. “In qualità di custodi giudiziari, d’intesa con il sostituto procuratore di Enna, Francesco Rio, e il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il direttore del museo Salinas, Francesca Spatafora, abbiamo deciso di restituire alla fruizione del pubblico “Barbablù”, la famosa Testa di Ade, trafugata negli anni ’70 dal sito archeologico di Morgantina e rientrata in Italia il 29 gennaio scorso. Il capolavoro dell’arte greco-ellenistica rappresenta un momento positivo e importante per la ricerca archeologica e soprattutto una vittoria per la legalità”.

Il teatro greco nel sito archeologico di Morgantina (Aidone, Enna)

Il teatro greco nel sito archeologico di Morgantina (Aidone, Enna)

La vicenda della Testa di Ade è emblematica. Il reperto era stato trafugato, come detto, alla fine degli anni Settanta del Novecento dall’area archeologica di Morgantina, nel territorio di Aidone, in provincia di Enna, importante città siculo-greca che, tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, è stata oggetto di numerosissimi scavi clandestini con conseguente trafugamento di inestimabili capolavori dell’arte greca (la coppia di acroliti arcaici, la colossale statua tardo-classica della dea, il tesoro di argenti ellenistici), illecitamente esportati e restituiti all’Italia negli ultimi anni, tutti attualmente custoditi nel museo Archeologico di Aidone.

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

Ma come si è giunti a scoprire che quella Testa di Ade che nella seconda metà degli anni Ottanta viene esposta con tutti gli onori al Paul Getty museum di Los Angeles era frutto di scavi clandestini? L’eccezionale risultato è dovuto all’intuito e alla preparazione di una archeologa siciliana Serena Raffiotta, figlia dell’ex procuratore di Enna Silvio Raffiotta, da sempre in prima linea nella lotta per il recupero dei beni archeologici trafugati. Raffiotta studiando alcuni reperti in frantumi abbandonati dai tombaroli durante scavi clandestini a Morgantina, aveva notato quattro “riccioli” (recuperati tra il 1978 e il 1988). A distanza di diversi anni, nell’ambito di una collaborazione – avviata dal 2011 – tra il dipartimento dei Beni culturali della Regione Sicilia e il museo californiano è stato possibile compararli con la “testa” custodita al Getty. Si è così scoperto che quei riccioli appartenevano alla Testa di Ade, dimostrando così che “Barbablu” proveniva da scavi clandestini di Morgantina. Il Paul Getty Museum di Los Angeles l’aveva acquistata nel 1985 e collocata nella Getty Villa di Malibù.

La Testa di Ade a Palermo dove è stata riportata dal nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

La Testa di Ade a Palermo dove è stata riportata dal nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, che ha operato in sinergia con il dipartimento dei Beni culturali e su coordinamento della procura di Enna, ha acquisito i riscontri documentali utili per formalizzare la richiesta di rogatoria internazionale, poi indirizzata alle autorità statunitensi. La piena collaborazione con il dipartimento di Giustizia Usa e il Paul Getty Museum ha permesso, dopo l’espletamento delle procedure giudiziarie, l’organizzazione della missione di recupero. Il 24 gennaio 2016 militari del Nucleo di Palermo, insieme al sostituto procuratore Francesco Rio, titolare delle indagini, sono pertanto partiti alla volta di Los Angeles, facendo rientro il 29 gennaio scorso all’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo, con la Testa di Ade.

Il museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, destinazione finale della Testa di Ade

Il museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, destinazione finale della Testa di Ade

In attesa del ritorno definitivo al museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, Barbablu è esposto al museo Salinas di Palermo. Il procuratore generale Massimo Palmeri ha ricostruito la storia di Barbablu. Determinante è stato, per il rientro della statua, il ruolo del sostituto Augusto Rio che ha avviato le procedure per la rogatoria internazionale ed è andato personalmente a Malibù a riprendere il reperto archeologico. “Le indagini che abbiamo avviato non sono concluse”, spiega Rio. “Vogliamo risalire a chi a suo tempo possa avere trafugato la statua”. Il comandante dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio di Palermo, Luigi Mancuso, ha parlato di momento importante nel contrasto del traffico internazionale di opere d’arte e di come il lavoro dei carabinieri sia puntato all’individuazione di reti nazionali ed internazionali, alla ricerca e al recupero dei beni culturali trafugati: “Tutto ciò ha consentito di creare una vera e propria banca dati capace di indicare quali siano i beni trafugati e la loro effettiva provenienza. L’attività scientifica che è alla base del nostro lavoro diventa poi lo strumento probatorio per consentire il recupero dei beni”.

Angela Di Stefano, l’archeologa che amava la Sicilia e le testimonianze fenicio-puniche: oggi la ricorda il Pigorini di Roma

Il museo archeologico nazionale "Antonino Salinas" già diretto da Angela Di Stefano

Il museo archeologico nazionale “Antonino Salinas” già diretto da Angela Di Stefano

La sua scomparsa nel 2012 aveva sorpreso tutti, giunta inaspettata ancora nel pieno della sua attività – anche da pensionata – di ricerca e tutela del patrimonio archeologico della Sicilia. Carmela Angela Di Stefano, ricorda Maurizio Vento, tra i suoi più stretti collaboratori, “ha lasciato una traccia indelebile nelle ricerche, negli scavi e negli studi archeologici (specialmente di archeologia fenicio-punica) per la vastissima preparazione che ne caratterizzava la nobile figura professionale, distintasi fin dagli inizi della carriera per l’amore e la passione manifestata con coerente dedizione e responsabile rigore”.

Carmela Angela Di Stefano

Carmela Angela Di Stefano

A un anno e mezzo dalla scomparsa, all’età di 74 anni, oggi sabato 14 dicembre alle 10.30 il museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma le dedica una giornata in ricordo di Angela di Stefano con introduzione di Maria Antonietta Rizzo (Università di Macerata), e interventi: “Dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene alla Soprintendenza Archeologica di Palermo” di Elena Lattanzi (già Soprintendente Archeologo della Calabria), “Palermo: ricerche archeologiche in territorio urbano” di Francesca Spatafora (Direttore del Museo Archeologico Regionale di Palermo), “Ricordi di una studiosa amica” di Dieter Mertens (Istituto Archeologico Germanico), “Lina Di Stefano, studiosa e amica” di Michel Gras (Direttore di ricerca al CNRS), “Il volto sereno dell’archeologia” di Piero Pruneti (Direttore della rivista Archeologia Viva). Nell’occasione verrà presentato il volume “Il castello a mare di Palermo” a cura di Lina di  Stefano e Giuseppe Lo Iacono da parte di Giuseppe Lo Iacono (già Soprintendente per i Beni Culturali e ambienti di Enna e Caltanissetta). Chiuderà la giornata un “ricordo della sorella” con Gianna Di Stefano Pucci.

Il volume Lilibeo Punica scritto da Angela Di Stefano

Il volume Lilibeo Punica scritto da Carmela Angela Di Stefano

Laureata a Palermo in Lettere classiche e successivamente formata alla scuola di Achille Adriani e di Ranuccio Bianchi Bandinelli con un ciclo di studi orientato verso il mondo della Grecia classica ed ellenistica, Angela Di Stefano modificò presto l’originario percorso occupandosi degli insediamenti della Sicilia punica, avviando la sua attività di ricerca a Marsala accanto ad Anna Maria Bisi. Quando quest’ultima, alla fine degli anni Settanta, si trasferì in altra sede per dedicarsi all’insegnamento universitario, Carmela Angela Di Stefano entrò per concorso come ispettore della soprintendenza alle Antichità della Sicilia Occidentale e quindi come soprintendente aggiunto accanto a Vincenzo Tusa, che ne deteneva la titolarità. Dopo la nuova articolazione provinciale delle soprintendenze in Sicilia, divenne soprintendente a Palermo reggendo simultaneamente in qualità di direttore il museo archeologico regionale “Antonino Salinas”, quindi venne assegnata quale soprintendente a Trapani, dove rimase fino al collocamento in pensione.

La nave punica di Marsala nel museo archeologico nazionale Baglio Anselmi

La nave punica di Marsala nel museo archeologico nazionale Baglio Anselmi

Carmela Angela Di Stefano è stata un’indiscussa protagonista della ricerca archeologica a Marsala, Mozia, Palermo e Solunto e tuttora rimane la maggiore autorità scientifica nel campo degli studi archeologici sull’antica Lilibeo (Marsala). Ma a lei si devono anche le più importanti attività finalizzate alla demanializzazione dell’area archeologica di Capo Boeo e di altri siti ricadenti nel centro urbano di Marsala; a lei dobbiamo, inoltre e non ultimo, la creazione del Museo archeologico di Marsala, realizzato nel 1986, dove è conservata la nave punica scoperta nello Stagnone di Marsala al largo dell’Isola Grande e recuperata tra il 1971 e il 1974 sotto la direzione dell’archeologa inglese Honor Frost.