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Al museo Archeologico nazionale di Firenze inaugurato il nuovo allestimento del Monetiere: esposte oltre 2300 monete antiche, greche, magnogreche, etrusche, romane. Con 60mila esemplari conservati la raccolta del Maf è tra le più importanti raccolte visibili in Italia

La sala del Monetiere al museo Archeologico nazionale di Firenze con le vetrine del nuovo allestimento e gli arazzi restaurati (foto Maf)

Il museo Archeologico nazionale di Firenze

Tetradracma in argento di Atene (479-363 a.C.)conservata nel Monetiere dell’Archeologico di Firenze (foto Maf)

Il Monetiere del museo Archeologico nazionale di Firenze cambia volto. Da venerdì 8 febbraio 2019 apre al pubblico la sezione interamente dedicata alle monete antiche in un allestimento completamente rinnovato, grazie a Friends of Florence al contributo di Jack e Laura Winchester (già donatori nel museo per le sale del Vaso François, del Sarcofago delle Amazzoni e dei bronzetti greco-romani): oltre 2000 esemplari in 34 vetrine con testi e didascalie in doppia lingua (italiano e inglese). Il nucleo più antico probabilmente viene dalla collezione di monete e medaglie raccolte da Piero de’ Medici il Gottoso (1416-1469), poi passate a suo figlio Lorenzo il Magnifico, che raddoppiò la collezione paterna e alla sua morte, nel 1492, poteva lasciare ben 2330 esemplari in eredità ai propri figli. Anche Francesco Valori, biografo del Magnifico, nel 1471 scrive “coloro che volevano affezionarselo, avevano cura di portargli o di mandargli delle medaglie preziose”. Il Monetiere è ospitato in un ambiente, che fu una delle stanze private di Maria Maddalena de’ Medici (sorella di Cosimo II, che nel 1619-20 fece restaurare per lei il Palazzo della Crocetta), adiacente alla sala che ospita la Chimera. Mostra sul soffitto un affresco di Giovanni da San Giovanni (Santa Caterina trasportata dagli Angeli, del 1635 circa), con ai lati decorazioni di impianto seicentesco ma ritoccate nel tardo Ottocento. Le pareti sono impreziosite da arazzi settecenteschi, oggi completamente restaurati, anch’esse con riprese neoclassiche di certo legate alla prima inaugurazione del Monetiere nel 1895, quando il Medagliere Granducale fu distaccato dalle collezioni delle Gallerie degli Uffizi nel 1895 per essere trasferito nella nuova ed attuale sede del Museo Archeologico nel palazzo della Crocetta.

Asse in bronzo della serie etrusca c.d “del Sacrificio” (prima metà III secolo a.C.) conservata nel Monetiere dell’Archeologico di Firenze (foto Maf)

Tetradracma in argento di Atene (479-363 a.C.) conservato nel Monetiere del museo Archeologico nazionale di Firenze (foto Maf)

“Il Monetiere del museo Archeologico nazionale di Firenze rappresenta”, spiegano al Maf, “una delle più grandi e importanti raccolte di monete antiche visibili in Italia con circa 60mila monete di oro, argento, bronzo, rame ed elettro, di cui – come detto – oltre 2000 quelle esposte, che documentano le più belle e le più importanti emissioni di tutte le città greche che costellavano le coste del Mediterraneo, tra cui Magna Grecia e Sicilia, così come del mondo etrusco e soprattutto di quello romano, in particolare di età imperiale. A queste si affiancano oltre 400 medaglioni e contorniati (grandi medaglie di bronzo del IV e V sec. d.C.), che offrono uno straordinario e luccicante repertorio di conii e di iconografie del mondo antico”. Il Monetiere del museo Archeologico custodisce inoltre decine di ripostigli di monete antiche, medievali e moderne rinvenuti nel sottosuolo toscano, a partire dal 1763 (ripostiglio di Pisa) fino al 1984 (ripostiglio di Castel Volterrano), testimonianze dirette dell’uso e della circolazione della moneta nelle diverse epoche, oltre a centinaia di singole monete rinvenute in occasione di regolari scavi archeologici condotti nel tempo, da Populonia e Vetulonia a Roselle, da Firenze a Grosseto, da Siena a Lucca e in tutto il territorio dell’antica Regio VII Etruria.

Tourisma 2019. È tutto pronto a Firenze per il salone di Archeologia e Turismo culturale. Ecco gli appuntamenti da non perdere nei tre giorni di lavori

L’auditorium del Palacongressi di Firenze stracolmo per Tourisma, il salone di Archeologia e Turismo culturale (foto Graziano Tavan)

Ancora tre settimane di attesa per l’edizione 2019 di TourismA, il salone di Archeologia e Turismo culturale in programma al Palacongressi di Firenze dal 22 al 24 febbraio 2019 con decine di convegni e presentazioni su Archeologia Storia Arte Ambiente Turismo culturale; oltre 20 laboratori per piccoli e grandi, scuole e famiglie; spazi espositivi con stand e box poster di musei e parchi, tour operator, istituti di ricerca, enti per il turismo, stati esteri, associazioni, università. E poi il 2° workshop del turismo culturale in Italia, un evento B2B riservato all’incontro tra domanda e offerta di itinerari culturali tra operatori professionali del settore turistico; e l’Allegro Museo, spazio allestito dal Cnr Itabc con sperimentazione di tecnologie digitali coinvolgenti per i luoghi della cultura: percorso esperienziale alla scoperta di alcuni monumenti come il Tempio di Era II di Paestum, il Tesoro di Mitilene scoperto sull’isola di Kratygos in Grecia o il Foro di Augusto a Roma, fruibili tramite la Realtà Virtuale (VR) immersiva e la Realtà Mista (MR). Il programma è praticamente pronto. Vediamo alcuni appuntamenti da non perdere.

Scavi della missione archeologica italiana a Tell Zurghul, l’antica Nigin, in Iraq

La missione archeologica italiana a Durazzo (Albania) segue il Progetto Durres

La mappa della battaglia di Alalia, che sarà oggetto di una mostra a Vetulonia

Sul Monte Sion che guarda ka Città Vecchia di Gerusalemme trovato un aureus di Nerone

Venerdì 22 febbraio 2019. Auditorium (9–13:15): “Save Art. Arte senza frontiere” a cura di Art e Dossier in collaborazione con Giunti T.V.P. Editori, evento rivolto prevalentemente ai docenti di arte nelle scuole secondarie di I e II grado. Sala Verde (8:45–13:30): “Sardegna: museo a cielo aperto”, incontri con l’archeologia dell’isola; Sala Verde (15–18): “Fare turismo culturale oggi”, innovazione e best practice per gli operatori (Seconda edizione), a cura di CISET – Centro Internazionale di Studi sull’Economia del Turismo. Sala Onice (9:30–13:30): “ITER. Archeologia Patrimonio e Ricerca italiana all’estero”, a cura di Ettore Janulardo, Scuola di Specializzazione in Beni archeologici dell’Università di Firenze, con interventi di Sonia Antonelli, direttore Missione archeologica italo-albanese “Progetto Durrës”; Nicola Laneri, direttore Ganja Regional Kurgan Archaeological Project; Carlo Lippolis, direttore Missioni archeologiche italiane in Iraq e Turkmenistan: Daniele Petrella, direttore Missione archeologica italiana in Giappone; Serenella Ensoli, direttore Missioni archeologiche italiane nell’Antica Palestina; Paolo Matthiae professore emerito Sapienza Università di Roma e Davide Nadali co-direttore Missione archeologica italiana a Tell Zurghul (Iraq). Sala Onice (14–15:30): “1738, la scoperta di Ercolano” con Marcello Venuti: politica e cultura tra Napoli e Cortona, a cura di MAEC Cortona; Sala Onice (15:45–18:30): “Modica oltre il barocco”, storie di Archeologia Architettura Paesaggio e… Quasimodo, a cura di Comune di Modica (Rg). Sala 4 (9–15:30): “Toscana terra etrusca”, il Prodotto Turistico Omogeneo regionale si presenta; Sala 4 (16–18): “Gerusalemme: suggestioni immagini antichità”, l’impegno dell’Italia per tutela e valorizzazione dei beni culturali, con presentazione degli Atti del Convegno Internazionale e Inter-Ateneo “Tra servizio civile e missioni estere. Il contributo dell’Italia ai Beni Culturali della Terra Santa” (Università del Molise/Università di Bari/Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme). Sala 9 (9–13): “Sipbc incontra le scuole”, giovani allievi e ricerca archeologica, a cura di SIPBC – Società Italiana Protezione Beni Culturali – Sezione Regionale Toscana; Sala 9 (14–17:30): “Alalia: la battaglia che cambiò la storia”, Etruschi Greci e Punici nel Mediterraneo del VI sec. a.C., a cura di Vincent Jolivet, responsabile scientifico Programme Collectif de Recherche “Aleria et ses territoires” e Simona Rafanelli responsabile Progetto espositivo nel Museo di Vetulonia.

L’allestimento della sepoltura di Povegliano Veronese nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (foto Graziano Tavan)

Il logo del progetto “Longobardi in vetrina”

Un corno potorio longobardo dalla necropoli di Ponte del Rio di Spilamberto

Il sito celtico in Slovacchia di Liptovska, esempio di un “Open air archeological museum”

Sabato 23 febbraio 2019. Sala Verde (9–13:30): “Longobardi in vetrina” a cura di Associazione Italia Langobardorum, modera Cinzia Dal Maso direttore Archeostorie. 15 Mostre per conoscere un popolo: “Animali totemici dell’immaginario longobardo” a Cividale del Friuli (Ud), Povegliano Veronese (Vr) e Spilamberto (Mo); “L’ideale guerriero” a Brescia e Roma; “Flavia Sebrio. Castelseprio longobarda, presidio militare e città regia” a Castelseprio (Va) e Milano; “Reimpiego e recupero dell’antico in area spoletina in età longobarda” a Campello sul Clitunno (Pg) e Spoleto (Pg); “L’intelligenza nelle mani: produzione artigianale e tecniche di lavorazione in età longobarda” a Spoleto (Pg) e Roma; “Scritture in-colte: testimonianze di mezzi e strumenti per la comunicazione” a Benevento; “Le armi e il potere” a Monte Sant’Angelo (Fg) e Torino. Sala Verde (14–18): “Il bene nostro: Stati generali della gestione del patrimonio culturale dal basso” a cura di Giuliano Volpe docente di Archeologia all’Università di Foggia. Sala Onice (9:30–13:30): “Viaggi di cultura e archeologia”, rassegna di itinerari turistico-culturali a cura di TRAVELMARK – Comunicazione per il turismo; Sala Onice (14–18:30): “Vivere la preistoria”, l’esperienza degli Archaeological open-air museums a cura di IIPP – Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Sala 4 (9–13): “Sardegna: paesi dell’archeologia e archeologia di paesi”, luoghi esperienze idee per vivere l’archeologia con le comunità e far vivere le comunità con l’archeologia – Buone prassi per un turismo culturale condiviso a cura di Clematis Associazione Culturale; “Vestigia” Centro di Comunicazione e Didattica dei Beni Culturali UniCa; Soprintendenza Archeologia, Belle Arti, Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le Province di Oristano e Sud Sardegna. Sala 4 (14–18): “L’Italia nel Mediterraneo”, incontro di culture tra passato e presente a cura di Agostino De Angelis attore e regista teatrale. Sala 9 (9–13): “Scavare nei depositi”, esperienze di ricerca, musealizzazione e valorizzazione del patrimonio archeologico dei depositi a cura di ANA – Associazione Nazionale Archeologi; Sala 9 (14–15:30): “#smARTradio”, l’arte di divulgare nell’era dei social – Il caso Aquileia a cura di Fondazione Radio Magica onlus; Sala 9 (16–18): “Sostenibilità e accountability”, un nuovo modello per le eccellenze archeologiche a cura di CoopCulture.

Dall’album della missione archeologica italiana a Usaklı-höyük (Turchia)

La cosiddetta Maschera d’oro di Agamennone conservata al museo Archeologico nazionale di Atene (foto museo Archeologico di Atene)

Visita virtuale alla Tomba di Tutankhamon con La Macchina del Tempo

Locandina della mostra “Mortali immortali. I tesori di Sichuan nell’antica Cina” al Mann di Napoli

Domenica 24 febbraio 2019. Sala Verde (9–14): “L’allegro museo”, metti una visita divertente e piacevole… a cura di CNR Istituto per Tecnologie applicate ai Beni Culturali; Sala Verde (14:30–18:15): “Dal mito alla storia. Le ricerche archeologiche ed epigrafiche dell’Università di Firenze nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo” a cura di Ilaria Romeo Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte Spettacolo (SAGAS) con interventi su “Firenze cuneiforme. I testi del Museo Archeologico Nazionale e il loro futuro (un progetto del Dipartimento SAGAS in collaborazione con il Polo Museale della Toscana)”, “Missione archeologica italiana a Usaklı Höyük (MAIAC): Ittiti, Frigi e Galati a Usaklı Höyük. Continuità, crisi e trasformazione di un centro sacro dell’altipiano anatolico”, “Il culto del dio della Tempesta in Anatolia centrale: feste stagionali ed economia templare”, “Il racconto del viaggio e la realtà degli incontri: contaminazioni culturali nel Levante del nord”, “Micene “ricca d’oro”: la città di Agamennone?”, “Lino per l’eternità: bende di mummia e tessuti decorati”. Sala Onice (9:30–13:30): “Viaggi di cultura e archeologia”, rassegna di itinerari turistico-culturali a cura di TRAVELMARK – Comunicazione per il turismo; Sala Onice (14–17): “Tesori di memoria”, racconti dalle terre fra Adriatico e Tirreno a cura di Simona Rafanelli direttore Museo Civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia ed Elena Rodriguez direttore Museo Civico Archeologico di Verucchio. Sala 4 (9:30–10:30): “La macchina del tempo”, divulgazione della storia e passaggio in 3D: l’esperienza della tomba di Tutankhamon a cura de La Macchina del Tempo, coordinamento Massimo Sinigaglia cofounder “La Macchina del Tempo”. Sala 4 (11–13:30): “Il passato sotto i riflettori”, la comunicazione audiovisiva del patrimonio archeologico in Italia a cura di Eugenio Farioli Vecchioli e Luca Peyronel. Sala 4 (14–16): “Tesori del Sichuan”, ricerche siti e musei nella Cina del Sud-ovest. Sala 4 (16:30–18): “Una storia fiorentina. Sulle tracce del Vicino Oriente islamico” a cura della Cattedra di Archeologia medievale – Università di Firenze. Sala 9 (9:30-12:30): “Plug and tour”, storie di turismo culturale e innovazione collaborativa in Salento a cura di Cetma e Vivarch.

Il direttore generale Massimo Osanna mostra l’eccezionale scoperta del larario nella Regio V a Pompei (foto di Ciro Fusco)

“Quinto comandamento”, l’ultimo libro (settembre 2018) di Valerio Massimo Manfredi

Aquileia nel 2019 festeggia i 2200 anni dalla fondazione

XV incontro nazionale di Archeologia Viva. Si tiene sempre nell’auditorium, distribuito nelle tre giornate di lavori. Si inizia venerdì 22 al pomeriggio alle 14 con interventi da Giorgio Ieranò (“Arcipelago: isole e miti del Mar Egeo”) a Pierfrancesco Talamo (“Tra mare e vulcani: l’archeologia nei Campi Flegrei”); al generale Fabrizio Parrulli (“Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e la Task Force Unite4Heritage” a Valerio Massimo Manfredi (“Quinto comandamento. Riflessioni d’autore”). Sabato 23 (8:45-18): presentazione del Festival internazionale del cinema di Archeologia Arte Ambiente 2019 e consegna del premio “Riccardo Francovich” a cura della Società Archeologi Medievisti Italiani. Tra i numerosi interventi da segnalare Don Antonio Loffredo (”Miracolo di San Gennaro” al Rione Sanità: rinascita dal basso (anzi… dal sottosuolo!) di un grande complesso monumentale), Andrea Carandini (“Roma fra Agrippina e Adriano”), Massimo Osanna (“Pompei non finisce mai di sorprendere: ultime dagli scavi”), Giorgio Murru (“Torri e templi nella Sardegna Nuragica”), Miljenko Domijan (“Messaggi dall’Adriatico: Zadar/Zara, storica capitale della Dalmazia”). Domenica 24 (8:45-18): Fabio Martini ricorda “Paolo Graziosi: quel pioniere geniale dell’archeologia preistorica…”, Paolo Giulierini e Giuliano Volpe illustrano “La Cina in Italia. Mortali immortali: i tesori dell’antico Sichuan al Museo archeologico nazionale di Napoli” e Ran Hong Lin e Yi Li parlano de “La collaborazione tra Italia e Cina per i beni culturali”, Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi archeologo e direttore Fondazione Aquileia presentano “Aquileia: 2200 anni dalla fondazione”. Infine Alberto Angela porta il pubblico indietro di duemila anni con “Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità”.

“Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”: al Mudec di Milano una mostra racconta il sovrano della XVIII dinastia con i diari di scavo di Victor Loret “riscoperti” dall’università di Milano a cento anni dal ritrovamento da parte dell’egittologo francese della tomba nella valle dei Re

Al Mudec di Milano la mostra “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”

Egitto, Valle dei Re, marzo 1898: l’archeologo francese Victor Loret, da un anno direttore generale delle Antichità egiziane, scopre la tomba di Amenofi II, figlio del grande Thutmosi III e della sposa minore Merira Hatshepsut (da non confondere con la matrigna dello stesso Thutmosi III), divenuto faraone della XVIII dinastia nel 1427 a.C. a soli 18 anni. Loret nei suoi diari di scavo annota tutto con grande precisione: una volta entrato, racconta Francis Janot in occasione della mostra “I Faraoni” nel 2002 a Palazzo Grassi a Venezia, gli scavi proseguirono giorno e notte in un crescendo di tensione febbrile; l’avanzamento era ostacolato dalla grande quantità di detriti soprattutto calcarei che ostruivano il passaggio. Giunto finalmente in un’immensa sala, alla luce delle candele Loret scorse un feretro aperto. E annotò: “Vuoto? Non oso pensare il contrario, giacché non sono mai stati trovati faraoni nella necropoli (…). Raggiungo il sepolcro con difficoltà, attento a non calpestare nulla. All’esterno leggo ovunque il nome e il prenome di Amenofi II. Mi sporgo sopra il bordo, avvicino una candela. Vittoria! Sul fondo vedo un sarcofago con un mazzo di fiori rivolto verso la testa e una corona di foglie sui piedi”. Loret aveva scoperto la prima tomba mai trovata prima con la mummia del faraone ancora dentro il sarcofago (la seconda e ultima sarà, 25 anni dopo, quella di Tutankhamon).  Nonostante la tomba fosse stata selvaggiamente spogliata in antico, gli antichi profanatori – ancora per motivi inspiegabili – non infierirono sulla mummia di Amenofi alla ricerca di amuleti in oro e altri oggetti preziosi lasciati sul corpo del defunto. Così Loret trovò la mummia come era stata deposta 3500 anni prima. E lì rimase fino al 1928, quando fu traslata al museo Egizio del Cairo.

1898: l’egittologo francese Victor Loret nella tomba del faraone Amenofi II (foto archivio Università di Milano)

Nonostante il faraone Amenofi II sia descritto dalle fonti come il sovrano perfetto, perché è bello, è un atleta straordinario,  e consolida i confini del regno ereditato dal padre Thutmosi III fino all’Eufrate, in Asia, e alla quarta cataratta, in Africa, la scoperta della sua tomba non accende i riflettori su di lui. Perché? Proprio negli anni in cui Loret scava nella Valle dei Re, l’Egitto diventa protettorato britannico. Così l’archeologo francese, messo da parte e costretto a lasciare l’Egitto, decide di tenere per sé la scoperta. Deve passare più di un secolo perché si torni a parlare di Loret e di Amenofi II. Nel 1999 l’università Statale di Milano compra dagli eredi l’archivio dell’egittologo francese che pubblica nel 2004. È allora che si scopre che all’interno della raccolta sono conservati i diari di scavo di Victor Loret, dati per persi o mai esistiti: con il loro minuzioso corredo di annotazioni, fotografie, piante e disegni aprono dunque a un secolo di distanza praterie e scenari d’approfondimento che la comunità scientifica milanese, e non solo, ha vagliato attraverso approfondite ricerche.

Al Mudec preziosi reperti dalle più importanti collezioni egizie del mondo

Da questa storia avventurosa nasce la mostra, aperta al museo delle Culture (Mudec) di Milano fino al 7 gennaio,  “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”, dove le carte manoscritte di Loret sono mostrate in pubblico per la prima volta in un percorso filologico che li associa ai molti dei reperti rinvenuti dallo stesso Loret e frutto di prestiti eccezionali dal museo del Cairo, e da quelli di Leida, Firenze e Vienna. La mostra quindi racconta al pubblico una doppia “riscoperta”: quella della figura storica del faraone Amenofi II, spesso ingiustamente oscurata dalla fama del padre Thutmosi III; e la “riscoperta” archeologica del grande ritrovamento nella Valle dei Re della tomba di Amenofi II. “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II” è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24ORE Cultura – Gruppo 24ORE, che ne è anche il produttore, in collaborazione con l’università di Milano. Sono entrambi egittologi della Statale infatti i due curatori, Patrizia Piacentini, titolare della cattedra di Egittologia, e Christian Orsenigo, che con il coordinamento dell’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia (SCA-Società Cooperativa Archeologica) hanno ideato un percorso che coniuga approfondimento scientifico ed emozione. Sia la tematica che i reperti esposti, infatti, permettono un approccio che predilige l’attrattiva sul grande pubblico e offrono contemporaneamente spunti di ricerca e possibilità di approfondimento agli studiosi così come ai molti appassionati della materia. Interessante il video con la presentazione della mostra: guardalo.

La mostra espone reperti provenienti dalle più importanti collezioni egizie mondiali: dal museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum van Oudheden di Leida, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna al museo Archeologico nazionale di Firenze. Da questi musei e da collezioni private provengono statue, stele, armi, oggetti della vita quotidiana, corredi funerari e mummie. Fondamentale la collaborazione con l’università di Milano, che ha prestato i documenti originali di scavo della tomba del faraone custoditi nei suoi preziosi Archivi di Egittologia, e la collaborazione con la rete dei musei civici milanesi, sempre molto attiva: in particolare il museo del Castello Sforzesco nel periodo autunno-inverno 2017 presta a questa mostra alcuni reperti della collezione egizia, in occasione della chiusura temporanea delle proprie sale per ristrutturazione. Ha inoltre importanza fondamentale l’apparato multimediale e scenografico presente nelle sale della mostra, con vere e proprie esperienze immersive che evocano le calde e antiche atmosfere nilotiche dei paesaggi egiziani del II millennio a.C., dando all’esposizione un taglio unico, nel segno distintivo delle mostre MUDEC.

Il cuore della mostra è la figura del faraone Amenofi II con la ricostruzione in scala 1:1 della sala a pilastri della sua tomba: guarda il video. Un’esperienza immersiva che accompagna il pubblico invitandolo a entrare, attraverso un focus sulle credenze funerarie e la mummificazione, nella camera funeraria per ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’Aldilà, come ad esempio la stupenda barca sacra, in legno dipinto, proveniente dalla anticamera della Tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “La struttura della tomba è complessa e le sue dimensioni imponenti”, spiegano gli egittologi. “Una doppia successione di scala e corridoio conduce alla sala del pozzo che sbocca nel vestibolo a due pilastri. Dal vestibolo una terza scala e un terzo corridoio portano a una grande sala rettangolare sostenuta da sei pilastri (sui quali era raffigurato il re al cospetto di diverse divinità), che si prolunga a Sud, al di là dell’ultima coppia di pilastri, nella camera sepolcrale con il sarcofago. Le pareti della stanza a sei pilastri sono decorate con i testi completi del Libro dell’Amduat e con le illustrazioni corrispondenti, come se si trattasse di un grande papiro murale”. L’archeologo Loret portò alla luce non solo la mummia del faraone, ma anche quelle di alcuni celebri sovrani del Nuovo Regno, tra cui Thutmosi IV, Amenofi III, Sethi II, Ramses IV, Ramses V e Ramses VI, mummie che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera funeraria, con lo scopo di sottrarle alle offese dei profanatori di tombe. Tra gli altri corpi ritrovati da Loret nella tomba, anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon.

la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo

L’antica civiltà del Nilo nel II millennio a.C.  viene presentata nelle altre sezioni della mostra. La vita quotidiana, con gli usi e i costumi delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi II, è illustrata attraverso gioielli e armi, oggetti legati alla moda e alla cura del corpo, che mostrano il livello tecnologico e sociale raggiunto in questo periodo della storia egizia. Il tema delle credenze funerarie fornisce spunti di riflessione in merito alla lunga e complessa durata di questa straordinaria civiltà antica. Simbolo della mostra è la testa di statua di Thutmosi III, padre di Amenofi II, proveniente dal Khunsthistorisches Museum di Vienna, che, sottolineano gli egittologi, riassume al meglio l’evoluzione stilistica nella ritrattistica regale. Tra i reperti da segnalare la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “L’animale accompagnava il sovrano nel suo viaggio ultraterreno con passo tranquillo e aggraziato”, interviene l’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia di Sca. “La scultura rende compiutamente l’idea di quanto gli antichi egizi, pur investendo di tanti significati la rappresentazione di una pantera, osservassero la natura e la capissero. I dettagli anatomici dell’animale non lasciano dubbi, nonostante la colorazione simbolico-mitologica, quanto all’identificazione della Panthera-pardus”. Anche Loret si dedicò al riconoscimento delle specie animali nelle rappresentazioni egizie. Lo confermano i documenti “riscoperti” nel suo Archivio, tra cui appunti – esposti in mostra – con le riproduzioni dello studio sui pesci: una vera e propria tavola delle specie ittiche presenti nei geroglifici e iscrizioni. E poi acquerelli che con buona mano riproducono specie di rettili e uccelli cari agli antichi abitanti dell’Egitto.

“Il mondo che non c’era”: dopo Firenze arriva a Rovereto la grande mostra sulle culture precolombiane con i preziosi reperti della Collezione Ligabue. Un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo

L'arte precolombiana protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

L’arte precolombiana protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Sedici culture per scoprire “Il mondo che non c’era”: un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo, raccontato attraverso duecento opere d’arte. Dopo il successo al museo Archeologico nazionale di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/) giunge a Palazzo Alberti Poja di Rovereto sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la grande mostra che ci fa conoscere appunto “Il mondo che non c’era” (1° ottobre 2016 – 6 gennaio 2017) con gli straordinari reperti della Collezione Ligabue che accompagnano il visitatore nel cuore delle civiltà precolombiane: un corpus di opere – esposte al pubblico in gran parte per la prima volta proprio grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), del territorio di Panama, e delle Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Quegli oggetti precolombiani parlano di Olmechi e Maya, Aztechi e Tairona, Chavin e Tiahuanaco, Moche e Inca.

La "Venere" della cultura Chupicuaro (Messico)

La “Venere” della cultura Chupicuaro (Messico)

Un viaggio tutto da vivere. Proviamo a percorrerne insieme qualche tratto attraverso 16 oggetti emblematici esposti in mostra a Rovereto. Tra il III e il I sec. a.C., nello Stato di Guerrero, in Messico, si sviluppa la cultura di Mezcala ben rappresentata in mostra da un’enigmatica statuetta antropomorfa in diorite. La Venere in ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone, nuda, il sesso sottolineato tramite incisione, piccole braccia staccate dal tronco con le mani congiunte sul ventre, rappresenta invece la cultura Chupícuaro (IV-I sec. a.C.), ancora in Messico ma nello Stato di Guanajuato. Più recente la cultura jalisco, espressione della statuetta antropomorfa in ceramica a ingobbio rosso mattone e ocra gialla: siamo sempre in Messico tra il I sec. a.C. e il III d.C. Con l’urna funeraria con l’effigie del dio Cocijo si entra nella successiva cultura zapoteca, che in Messico inizia con la fase Monte Albán (II sec. a.C. – II d.C.) e continua fino a circa l’800 d.C. Cocijo era il dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

"Maschera" della cultura Teotihuacan (Messico)

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico)

Bellissima la maschera in serpentino verde scuro a superficie levigata, volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate: il reperto ci porta dritto nella cultura Teotihuacán (450-650 d.C), sempre in Messico. Invece tra Messico e Guatemala si localizza la cultura Maya (600-800 d.C.) del vaso cilindrico con divinità dell’inframondo: questo grande bicchiere è tipico di una forma della ceramica di stile codex che si utilizzava per bere la cioccolata durante le feste date dai membri dell’élite dirigente. Questi ultimi se li regalavano volentieri tra loro e poi ne rendevano imperitura la funzione destinandoli al proprio corredo funebre: è ciò che ha permesso ad un buon numero di queste ceramiche di giungere così ben conservate fino ai nostri giorni.  Spostandoci in Costarica, e tornando indietro di qualche secolo, troviamo la cultura Guanacaste (100-500 d.C.) con il pendente antropomorfo in pietra verde (giadeite) levigata e lucidata. Il pendente raffigura probabilmente il cosiddetto “dio ascia”, forse una divinità o un operatore rituale, la cui ricorrenza come soggetto iconografico risale al periodo olmeco. A Panama invece con l’olla in terracotta policroma sulla quale sono raffigurati una divinità e un alligatore, ci imbattiamo nella cultura Coclé (850-1000 d.C.).

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona (Colombia)

Il viaggio continua lungo la cordigliera delle Ande in Ecuador dove si sviluppò l’antica cultura Valdivia – Chorrera (2000-1000 a.C.) cui appartiene il mortaio zoomorfo di serpentino verde in forma di giaguaro stilizzato. Prime “tracce” dell’El Dorado si riscontrano nella cultura tairona della Colombia (700-1000 d.C.) con pendenti in oro a forma di rana scolpita a sbalzo con foro sul collo. Nelle Ande del Nord, il lavoro dei metalli preziosi appare molto presto, circa verso la metà del primo millennio a.C. Proprio l’arte andina dell’oreficeria spingerà alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti motori dei Conquistatori spagnoli. La bottiglia in ceramica a forma di sciamano della cultura Chavin-Cupisnique (1000 a.C) ci porta in Perù. Il personaggio seduto, con le braccia poste sopra le cosce e un volto dai tratti realistici, vestito con un perizoma, i lobi forati per due orecchini circolari, e una grande gobba, non era certo una persona comune, né un personaggio qualsiasi, bensì un essere con abilità sciamanica, abile per esempio nelle profezie dotato di capacità magiche speciali. Sempre in Perù troviamo la più famosa cultura Nazca (400-600 d.C.) a Rovereto ricordata da una bella coppa cerimoniale in terracotta ingobbiata, decorata su due registri sovrapposti: in alto una serie di teste trofeo stilizzate viste di profilo e ornate da corone plumarie; in basso corre un motivo formato da volti femminili giustapposti, conosciuto col nome di “facce di bambina”: le figure esprimono concetti e simboli appartenenti alla sfera della religione e non alle mode dell’arte decorativa, cioè simboli ritenuti dotati di un’efficacia che li rendeva attivi non solo nell’aldilà ma nella vita quotidiana.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Particolarmente interessante il vaso antropomorfo in ceramica della cultura Moche del Perù (100 a.C. – 200 d.C.): rappresenta il volto di un personaggio che porta al naso un anello d’oro. Le caratteristiche del volto, la fattura e l’anatomia che raggiunge livelli eccellenti di naturalismo – come in moltissimi vasi della cultura moche, che rappresentano governanti, malattie, mutilazioni e appunto volti – fanno pensare che una persona reale abbia posato per il ceramista. La più recente delle culture che si sono sviluppate in Perù è la cultura Inca (1300-1450 d.C.) che ritroviamo nel vaso urpu, terracotta dipinta con rilievo a forma di felino e manici per il trasporto.  Questa anfora, conosciuta col nome di urpu o ariballo con termine greco, era destinata al trasporto d’acqua e, più spesso, della chicha, o aqha, il vino ottenuto dalla fermentazione del mais.  Il nostro viaggio, prima della tappa conclusiva in Perù, si concede una deviazione in Argentina alla scoperta dell’antichissima cultura Las Bajas dei Tehuelche (2000-1000 a.C.), che ritroviamo nell’ascia cerimoniale intagliata in pietra e decorata a forma di otto con motivi geometrici. Questo tipo di ascia doppia di solito veniva utilizzata durante le cerimonie sacre e ha sempre mantenuto un grande significato simbolico.

Maschera funebre in rame coperto da lamina d'oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Maschera funebre in rame coperto da lamina d’oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Il nostro speciale viaggio si chiude in Perù con la straordinaria maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro della cultura chimú-lambayeque (1300 d.C.). Nel Cinquecento, il cronista spagnolo Miguel Cabello de Valboa raccolse il mito che narrava l’arrivo dal mare dell’eroe fondatore Ñaymlap e del suo seguito regale. Approdato in quel tratto della costa pacifica che da lui avrebbe preso il nome, Ñaymlap era preceduto da un suonatore di buccina marina e da un servitore che precedeva i suoi passi spargendo polvere di conchiglie. Il capostipite delle genti di Lambayeque deriva il nome da un uccello acquatico (namla). Tra gli attributi, le ali e gli “occhi alati”, riproducenti le macchie oculari di alcuni uccelli o combinazione dell’occhio umano con ali. Il mito narra che in punto di morte sul dorso del sovrano crebbero ali ed egli volò al cielo lasciando la sua immagine intagliata nello smeraldo: l’idolo Yampallec, “icona di Ñaymlap”, che avrebbe assicurato al suo popolo prosperità e potere. Sedotto da un dèmone-femmina, l’ultimo sovrano, Fempellec, volle trasferire altrove la sacra immagine. Trenta giorni di piogge e un anno di siccità mutarono la fertile valle in terra desolata. Le maschere funerarie in oro, o rame dorato come questo esemplare, riproducono fattezze e attributi dell’antenato mitico: gli “occhi alati” e i dischi auricolari (orejeras) – gli stessi dei sovrani dei moche – contornati da una serie di globuli sbalzati, probabile simbolo della Luna, madre dell’umidità notturna, o del Sole padre della luce e della pioggia. Applicata al fardo funerario – l’involto di tessuti che copriva il corpo in posizione fetale – la maschera manifestava la partecipazione del defunto alla regalità divina dell’Antenato-Uccello. Dagli occhi cadono lacrime raffigurate da globuli di quarzo (in altri esemplari di resina di algarrobo).

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto e di Mezcala Expertises, main sponsor Ligabue Group, la mostra “Il mondo che non c’era” presenta dunque un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. A quasi due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), questa esposizione vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione e dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra aperta a Rovereto e che ha già affascinato il pubblico toscano e la stampa nazionale, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Musée du Quai Branly di Parigi e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig), specialista delle arti pre- ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. “Ringrazio per questa occasione Rovereto, città che da moltissimo tempo è un esempio significativo del nostro Paese per le scelte e le iniziative culturali, e con la quale – attraverso il sindaco Francesco Valduga e la Fondazione Museo Civico di Rovereto e Giovanni Laezza che la presiede – abbiamo avviato una cooperazione che ci rende orgogliosi e che ci procura nuovi e vitalissimi stimoli per future iniziative”, ricorda Inti Ligabue. “Ringrazio anche il direttore del Museo Civico di Rovereto, Franco Finotti e lo staff; e infine, in modo particolare, anche per la solida amicizia che viene da una lunga collaborazione dico un grazie a Dario Di Blasi, persona che è stata al centro di molte iniziative comuni con il Centro Studi e Ricerche prima e adesso con la Fondazione Giancarlo Ligabue”.

Toscana. Il 27 agosto dichiarato Giornata degli Etruschi che apre le “Celebrazioni etrusche”. Eventi in 20 Comuni. A Firenze mostra dei tesori inediti dell’antico santuario etrusco di Poggio Colla in Mugello. Convegno a Chiusi sulla collezione Paolozzi, nucleo del museo nazionale Etrusco di Chiusi

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana

Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana

Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana

Il 27 agosto 1569 Pio V concesse con bolla papale il titolo di Granduca di Toscana, “Magnus Dux Etruriae”, per Cosimo dei Medici, ossia “la legittimazione storica di quella che era stata la terra degli Etruschi e che possiamo considerare la Toscana moderna”, come ha proclamato il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Ciani, nell’annunciare che quest’anno, 2016, il 27 agosto viene istituita la Giornata degli Etruschi che apre le Celebrazioni Etrusche, iniziativa dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, per celebrare l’origine etrusca del territorio toscano, anche attraverso il sostegno a iniziative tematiche promosse dagli enti locali e da musei civici della Toscana, con un ricco programma che coinvolge venti Comuni (vedi http://www.consiglio.regione.toscana.it/upload/COCCOINA/documenti/ETRUSCHI%20Le%20Celebrazioni%20nei%20Comuni(1).pdf). “Il giorno della bolla papale sarà il riconoscimento che ogni anno riserveremo ai nostri progenitori, gli Etruschi, un popolo che ha vissuto un vasto territorio italiano passando dal Lazio all’Umbria, traversando gli Appennini, nella Pianura Padana fino al Golfo di Napoli”, sottolinea Giani. “Un popolo che ha avuto un’influenza determinante e che per mille anni ha in qualche modo dominato prima di essere progressivamente assorbito dai romani. Finora abbiamo fatto meno di quanto dovremmo per valorizzare i nostri progenitori, coloro che mille anni prima di Cristo già indicavano la strada per estrarre i metalli e arrivare all’età del Ferro. Erano il popolo più evoluto in Italia e in generale in questa parte di Europa mediterranea. Cercheremo di fare molto di più con iniziative, manifestazioni, illustrazioni di scoperte che sono sempre più frequenti”.

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Sabato 27 agosto 2016 è dunque dichiarata ufficialmente Giornata degli Etruschi. Articolato il programma. Alle 12, consegna della pergamena di riconoscimento alle città che, in periodi diversi ma in Toscana, hanno fatto parte della dodecapoli, ovvero della lega delle principali città Etrusche: tra queste, Arezzo, Volterra, Cortona, Chiusi, Fiesole, Vetulonia (Castiglione della Pescaia), Populonia (Piombino), Grosseto. Poi consegna di uno speciale riconoscimento ad Andrea Pessina della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (“Ha fatto tanto per la Toscana”, assicura Giani). Nel pomeriggio, alle 17, a palazzo Panciatichi, in via Cavour 2 a Firenze, sede del Consiglio regionale della Toscana, si inaugura la mostra “Scrittura e culto a Poggio Colla: un santuario etrusco nel Mugello” (27 agosto – 31 dicembre 2016) che per la prima volta mostra reperti inediti rinvenuti nel sito di Poggio Colla, presso Vicchio del Mugello in provincia di Firenze, dove ancora sono in corso gli scavi, reperti archeologici di inestimabile importanza non solo per la conoscenza del territorio, ma anche per lo studio della lingua etrusca. La mostra sul sito etrusco di Poggio Colla è promossa in collaborazione tra Consiglio regionale, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e il concessionario di ricerca e scavo, Mugello Valley Archeological Project (Mvap). Il progetto scientifico, elaborato da soprintendenza e MVAP, è seguito dal professor Gregory Warden della Franklin University Switzerland e dall’archeologo Susanna Sarti della soprintendenza. “Siamo consapevoli”, continua Giani, “che degli Etruschi conosciamo ancora molto poco. Ogni giorno arriva notizia di un nuovo rinvenimento, emerge una loro tavola che ci porta a conoscerne meglio la scrittura. È il caso del complesso di Vicchio, dove è stata recentemente scoperta una stele che qualcuno ha paragonato a quella di Rosetta. Non sappiamo se questo sia vero o meno ma sappiamo che i reperti di Poggio Colla sono importanti e per la prima volta pezzi inediti saranno in Consiglio regionale”.

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un'iscrizione in etrusco

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un’iscrizione in etrusco

La mostra mira a fare luce sul periodo più antico del santuario etrusco di Poggio Colla, dove – come ricorda Giani – di recente è stata scoperta una stele arcaica in arenaria con caratteri etruschi iscritti. Il ritrovamento è di grande rilevanza perché non solo permette “di comprendere la natura del sito etrusco nel VII-VI secolo a.C.”, come si legge nel progetto scientifico della mostra, “ma accresce la conoscenza della lingua e la scrittura etrusca. Il fatto che la stele fosse collocata nelle fondazioni del podio del monumentale tempio tuscanico costruito intorno al 490, 480 a.C. suggerisce che il santuario di Poggio Colla fosse importante già nella fase più antica, ipotesi confermata da altri preziosi ritrovamenti che vengono qui per la prima volta esposti al pubblico”. Della stele, ancora in fase di studio e restauro, è esposto un ologramma. Il manufatto, che contiene la più lunga iscrizione lapidea conosciuta sino a oggi, è eccezionale per la lunghezza dell’iscrizione, la sua antichità e il suo contesto, ma anche perché non è un oggetto di carattere funerario. Il testo fa infatti riferimento a divinità etrusche e in particolare ricorda il “luogo di Uni”, la più importante divinità femminile degli etruschi, paragonabile alla Giunone dei Romani o alla greca Era. La possibilità che il culto di Uni esistesse a Poggio Colla è testimoniata dal ritrovamento di un frammento di bucchero che, assicurano gli etruscologi, “ha restituito la più antica rappresentazione di parto conosciuta nell’arte europea”, verosimilmente un parto sacro. Altro materiale ritrovato testimonia la ricchezza di attività culturali e rituali tra il VII e il V sec. a.C. Così una raffinata produzione di bucchero decorato, vasi che possono essere associati al banchetto e che testimoniano la presenza di ricche élite già prima della costruzione del tempio monumentale. Sono esposte anche quattro figure in bronzo che sono parte di contesti rituali connessi sia con la fondazione che con la distruzione del tempio. Una figura arcaica mostra tracce di fuoco e abrasioni, probabilmente dovute ad azioni rituali: era parte, spiega il comitato scientifico, di una stipe che doveva contenere più di 400 oggetti e frammenti di bronzo. Una eccezionale testa arcaica in bronzo, probabilmente raffigurante una divinità, ha caratteri grecizzanti e indica la qualità delle importazioni nel santuario. Infine, una base di arenaria di forma piramidale, iscritta con il nome di chi, appartenente alla élite etrusca di Poggio Colla, l’aveva dedicata. Essa attesta, come la stele, l’importanza della parola scritta in una fase molto antica del santuario di Poggio Colla.

Il canopo di Dolciano uno dei tesori conservati al museo nazionale Etrusco di Chiusi

Il canopo di Dolciano uno dei tesori conservati al museo nazionale Etrusco di Chiusi

Da Firenze a Chiusi per un altro importante appuntamento nell’ambito del ricco programma delle Celebrazioni etrusche. Domenica 28 agosto 2016 al teatro Mascagni di Chiusi è in programma il convegno “Il patrimonio archeologico etrusco a Chiusi”, dedicato principalmente alla collezione Paolozzi, che costituisce un nucleo importante delle collezioni del museo nazionale Etrusco di Chiusi, e vuole essere propedeutico alla pubblicazione integrale della raccolta. Infatti, anche se la figura di Giovanni Paolozzi è stata già oggetto di diversi contributi e alcuni dei materiali della collezione sono stati ben studiati, manca ancora una ricerca di insieme che renda conto del valore quantitativo e qualitativo della raccolta e presenti al contempo, oltre alla famiglia Paolozzi, documenti e donazioni che l’hanno accompagnata, quali ad esempio il busto in marmo che raffigura il collezionista, opera, nel 1873, di Vincenzo Consani, ceduto nel 1907 al museo chiusino. Intenso il programma della Giornata che prevede anche laboratori didattici per i più piccoli al museo nazionale Etrusco di Chiusi e la visita guidata ai musei cittadini e alla necropoli di Poggio Renzo. La mattinata alle 10.30 apre con i saluti del presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani, e del sindaco di Chiusi, Juri Bettolini. Seguono gli interventi di Giulio Paolucci (Giovanni Paolozzi e il patrimonio Archeologico di Chiusi”), Maria Angela Turchetti (“I materiali della Collezione Paolozzi nel museo nazionale Etrusco di Chiusi), Mattia Bischeri (“I materiali della collezione Paolozzi di provenienza visentina”), Alessandra Minetti (“La Tomba della Pania”), Giuseppe Venturini (“Il Cinerario Paolozzi: note tecniche di restauro”). Nel pomeriggio dalle 15, visite guidate al museo civico “La Città Sotterranea”, al museo della Cattedrale – Labirinto di Porsenna, al museo nazionale Etrusco di Chiusi, alla Necropoli di Poggio Renzo. Grazie a questo convegno si pone all’attenzione del pubblico una delle collezioni archeologiche più importanti del territorio chiusino formatasi grazie alla famiglia Paolozzi e soprattutto grazie alle ricerche e acquisizioni di Giovanni Paolozzi che per lascito testamentario ha donato, nel 1907, la parte più cospicua della sua ingente raccolta all’allora museo civico, dal 1962 museo nazionale Etrusco di Chiusi. La collezione – ricorda la soprintendenza Archeologia della Toscana – annovera al suo interno reperti di eccezione quali il Cinerario Paolozzi, il Canopo di Dolciano, le sculture del monumento fatto costruire dalla gens Allia e il mosaico tardo-repubblicano di Monte Venere. L’acquisizione, nel 1876, della Collezione Terrosi permise a Giovanni Paolozzi di entrare in possesso, fra l’altro, del corredo della Tomba della Pania che rappresenta ad oggi il più completo esempio della sepoltura di un princeps chiusino della seconda metà del VII sec. a.C., nota per la pregevole pisside in avorio, (parzialmente riprodotta in locandina) appartenuta ad uno degli individui sepolti nell’ipogeo ed oggi conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze.

Firenze apre le celebrazioni europee del padre dell’archeologia moderna, con la mostra “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”: cento capolavori tra vasi greci e etruschi, manoscritti e libri rari, statue in marmo e in bronzo, stampe e dipinti, urne e sculture etrusche, gemme e medaglie

Lo storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, padre dell'archeologia moderna

Lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, padre dell’archeologia moderna

Con una mostra al museo Archeologico nazionale Firenze apre ufficialmente le celebrazioni previste in varie città d’Europa per il trecentesimo anno della nascita di Johann Joachim Winckelmann (2017) e il duecentocinquantesimo della morte (2018). È vero che ai più probabilmente il nome di Winckelmann dice poco o niente. Ma a studiosi e archeologi, come a studenti di arte antica e appassionati di archeologia il nome di Johann Joachim Winckelmann non passa inosservato. Lo storico dell’arte tedesco, nato a Stendal in Germania nel 1717 e morto assassinato a Trieste (dove è sepolto nella cattedrale di San Giusto) nel 1768, è considerato il fondatore dell’archeologia moderna. Winckelmann fu il primo ad adottare, nella storia dell’arte, il criterio dell’evoluzione degli stili cronologicamente distinguibili l’uno dall’altro. Fra i massimi teorici ed esponenti del neoclassicismo, Winckelmann diede anche un contributo notevole per la storia dell’estetica. Il suo capolavoro, la Geschichte der Kunst des Altertums (“Storia dell’arte dell’antichità”, ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”), pubblicato a Dresda nel dicembre 1763 con la data 1764, fu ben presto riconosciuto come contributo importante nella lettura delle opere d’arte dell’antichità.

Il capolavoro di Winckelmann, Geschichte der Kunst des Altertums ("Storia dell'arte dell'antichità", ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”)

Il capolavoro di Winckelmann, Geschichte der Kunst des Altertums (“Storia dell’arte dell’antichità”, ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”)

In quest’opera la storia dell’arte antica è considerata come il prodotto di determinate condizioni politiche, sociali e intellettuali che erano alla base dell’attività creativa e quindi frutto di successive evoluzioni. In questo modo egli fonda le sue partizioni cronologiche, dall’origine dell’arte greca all’impero romano, sull’analisi stilistica, ma non senza fraintendimenti anche notevoli. Un enorme equivoco in cui Winckelmann cade è che nella sua venerazione per la statuaria greca egli evidenzia il candore del marmo come una delle massime suggestioni estetiche. Però, fin dalla fine dell’Ottocento, si sa, senza ombra di dubbio, che le statue greche di marmo (ma anche i templi) erano completamente ricoperte di colori (perlopiù rosso, nero e bianco). Ma, trattandosi di colori naturali, instabili e solubili, la pioggia li ha dilavati lasciandone minime tracce solo in alcuni interstizi e neppure sempre. L’idea fondamentale della sua teoria è che lo scopo dell’arte sia la bellezza pura e che questo scopo possa essere raggiunto solo quando gli elementi individuali e quelli comuni siano strettamente subordinati alla visione generale dell’artista. Il vero artista seleziona dalla natura i fenomeni adatti ai suoi propositi e li seleziona per mezzo dell’immaginazione, creando un tipo ideale di bellezza maschile, caratterizzato da “edle Einfalt und stille Größe” (“nobile semplicità e quieta grandezza”), un ideale che avrebbe caratterizzato la virilità moderna e lo stereotipo mascolino. Molte delle sue conclusioni, basate sull’evidenza insufficiente delle copie romane, sono state in seguito modificate o rovesciate dalle successive ricerche, ma il genuino entusiasmo per le opere, il suo stile forte e insieme gradevole, le sue vivide descrizioni, rendono tuttora utile e interessante la lettura. Segnò un’epoca indicando lo spirito con cui lo studio dell’arte greca doveva essere abbordato e i metodi con cui i ricercatori potevano sperare di ottenere solidi risultati. I contemporanei percepirono quest’opera come una rivelazione ed essa esercitò una profonda influenza sulle migliori menti dell’epoca.

Il manifesto della mostra "Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell'archeologia in Toscana” al museo Archeologico nazionale di Firenze

Il manifesto della mostra “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana” al museo Archeologico nazionale di Firenze

Firenze dunque dedica una grande mostra allo storico tedesco: “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana”, aperta al museo Archeologico nazionale di Firenze fino al prossimo 30 gennaio 2017, è l’occasione per ripensare il ruolo di Winckelmann come fondatore della moderna archeologia e iniziatore di una nuova concezione estetica. Per lo studioso tedesco fu decisivo, negli anni della maturità, il soggiorno a Roma (1755-1768) che gli consentì, attraverso la visione diretta di tanti capolavori conservati in musei e raccolte private, di ampliare le conoscenze del mondo antico e ricercare i canoni della bellezza classica. Ma importante per lui fu anche l’esperienza fiorentina (settembre 1758-aprile 1759), quando lavorò al catalogo delle gemme intagliate del barone von Stosch e poté visitare alcune delle collezioni d’arte della città, approfondendo lo studio della civiltà etrusca.

La cosiddetta “Ballerina”, statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede

La cosiddetta “Ballerina”, statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede

Le tre sezioni della mostra mettono a fuoco proprio questo significativo momento dell’attività di Winckelmann, ovvero la Firenze con cui venne in contatto e le opere antiche che vi prese in esame, il suo contributo alla conoscenza dell’arte etrusca e infine i riflessi che i suoi studi ebbero nella diffusione del mito degli etruschi nella cultura europea fra Sette e Ottocento. Al museo Archeologico sono esposti più di 100 pezzi: vasi greci e etruschi, manoscritti e libri rari, statue in marmo e in bronzo, stampe e dipinti, urne e sculture etrusche, gemme e medaglie. Altri capolavori della statuaria etrusca collegati alla mostra (la Chimera e la Minerva di Arezzo, l’Idolino di Pesaro), sono visibili nelle sale dello stesso museo. Fra le rarità da segnalare: i calchi della raccolta completa delle “Gemme Stosch”; la cosiddetta “Ballerina”, una statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede; il taccuino manoscritto di Winckelmann conservato a Firenze; un servito della manifattura di Doccia ispirato a motivi etruschi; la prima e finora unica edizione dell’opera omnia di Winckelmann stampata a Prato nel 1830-1834.

“L’ombra degli etruschi”: a Prato una mostra ricostruisce le radici etrusche dei popoli a nord dell’Arno, tra pianura e collina

Le stele esposte nella mostra "L'ombra degli Etruschi" nel museo di Palazzo Pretorio a Prato

Le stele esposte nella mostra “L’ombra degli Etruschi” nel museo di Palazzo Pretorio a Prato

Trenta reperti, alcuni mai visti, una produzione di pregio tra cippi, stele e bronzetti per raccontare una storia ricca di suggestioni, che ricostruisce le lontane radici etrusche di Prato, un tesoro archeologico da Fiesole ad Artimino passando per Gonfienti. La mostra “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina”, allestita negli spazi a piano terra del museo pratese di Palazzo Pretorio, in programma fino al 30 giugno, è dedicata alle popolazioni etrusche stanziate a Nord del fiume Arno, lungo la direttrice della piana di Firenze-Prato-Pistoia, del Mugello/Val di Sieve e del Montalbano. Una produzione unica. L’allestimento, curato dall’architetto Francesco Procopio, punta a catturare l’attenzione del visitatore evocando suggestioni di altre epoche: un gioco di luci e ombre per esaltare il nucleo dei materiali pratesi (bronzetti e coppa attica) e il profilo austero ed elegante delle “pietre fiesolane”. E per orientare meglio il visitatore in questo viaggio nel tempo e nello spazio c’è una gigantesca mappa che mostra la collocazione geografica dei reperti, ricostruendo al tempo stesso i principali collegamenti etruschi. I monumenti sepolcrali esposti provengono in buona parte dalle collezioni del museo Archeologico di Firenze (come lo straordinario cippo di Settimello o la stele di via di Camporella) oltreché dal museo di Casa Buonarroti di Firenze (stele di Larth Ninie), dal museo Archeologico di Artimino, dal museo di Fiesole, dal museo di Dicomano e dalla Villa Medicea di Cerreto Guidi.

Bronzetto etrusco votivo dalla collezione Guasti Badiani esposto nella mostra di Prato

Bronzetto etrusco votivo dalla collezione Guasti Badiani esposto nella mostra di Prato

“La maggior parte dei bronzetti votivi – spiegano gli organizzatori – proviene da una collezione privata, cui si affianca un inedito che arriva dagli scavi di Gonfienti (area Interporto) e mai esposto prima. Questi reperti erano destinati a un ceto medio “allargato” piuttosto che all’aristocrazia etrusca; venivano prodotti in loco e rappresentavano la dedica dell’offerente alla divinità. Due esemplari si distinguono per l’alta qualità artistica e per la ricchezza dei dettagli: l’Offerente di Pizzidimonte conservato al British Museum di Londra dalla fine dell’Ottocento, di cui si espone una riproduzione e il giovane nudo, forse proveniente dalla stessa area, che faceva parte delle collezioni più antiche del museo Archeologico nazionale di Firenze. La seconda sezione (Figure di pietra) illustra la produzione delle “pietre fiesolane”, parte integrante dei tumuli sacri che costellavano le grandi vie di comunicazione fluviali e terrestri lungo il corso dell’Arno e dei suoi affluenti. Terre di viaggio e luoghi sacri per gli etruschi che non di rado si fermavano lungo il cammino per pregare”.

La kylix attica a figure rosse del pittore ateniese Douris conservata a Prato

La kylix attica a figure rosse del pittore ateniese Douris conservata a Prato

Per chi desidera approfondire i temi affrontati dalla mostra come la distribuzione sul territorio, l’iconografia e la storia degli studi, delle iscrizioni e dei collegamenti culturali, è disponibile il catalogo (edito da Edifir – Edizioni Firenze) in cui per la prima volta viene pubblicato l’intero repertorio aggiornato delle “pietre fiesolane” (circa cinquanta esemplari) con le ultime scoperte. Preziosa la collaborazione dell’etruscologo Adriano Maggiani sulle iscrizioni etrusche presenti sulle pietre e dell’archeologo Gregory Warden per una nuova scoperta dall’area di Vicchio.