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Dall’oppio usato già nel Neolitico alle ricette di Paracelso alla moderna cosmesi: al museo Atestino di Este apre la mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità

La locandina della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” al museo Atestino di Este dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020

Veleni, pozioni, medicamenti – indagati lungo il loro più volte millenario stratificarsi – sono i protagonisti della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, proposta dal Polo museale del Veneto, dall’università di Ferrara e dalla Città di Este, al museo nazionale Atestino di Este (Pd) dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020. La mostra, curata da Federica Gonzato, direttore del museo nazionale Atestino, e da Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’università di Ferrara, nasce con l’intento di proporre al pubblico un percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità, alla scoperta del mondo delle pozioni, che dall’antichità ad oggi hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso: rimedi che possono guarire o, talvolta nelle mani sbagliate, portare ad un esito letale.

Il museo nazionale Atestino di Este

Il percorso espositivo, allestito nel suggestivo spazio di Sala Colonne di Palazzo Mocenigo, sede prestigiosa dell’Atestino, racconta la storia di veleni e medicamenti dall’antichità ad oggi, attraverso prospettive diverse: dalle testimonianze archeologiche, all’analisi delle fonti storiche e delle testimonianze iconografiche lungo i secoli e nelle varie arti fino alla moderna ricerca medica. “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” con il Patrocinio della Regione Veneto, si avvale della collaborazione di: Fondazione Cariparo, Accademia dei Concordi, Accademia italiana di Storia della Farmacia, biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, Centro studi etnografici “Vittorino Vicentini”, collezione Cerato, Comune di Este, Fondazione CariVerona, galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro – Venezia, dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie – master in Scienza e Tecnologia cosmetiche università di Ferrara, museo Archeologico di Venezia, museo Archeologico nazionale di Adria, museo nazionale della Collezione Salce Treviso, museo Orientale di Venezia, musei civici di Verona – museo di Storia naturale e Castelvecchio, musei civici di Trieste – museo della Antichità Winckelman, sistema bibliotecario di Ateneo dell’università di Ferrara, sistema museale di Ateneo dell’università di Ferrara, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo Vicenza, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Venezia e le Province di Belluno Padova e Treviso.

Federica Gonzato

Chiara Beatrice Vicentini

Una archeologa dunque e una esperta di storia della Farmacia insieme per andare alla radice di leggende, storie, tradizioni. Per dare un preciso senso a ciò che sembra favola, riconducendo alla scienza ciò che si ritiene puro frutto della fantasia popolare. Per scoprire che se veramente la Principessa avesse baciato il rospo, il bufonide le sarebbe effettivamente apparso come un aitante, giovane cavaliere. I visitatori che ad Este raggiungeranno il museo nazionale Atestino, scopriranno così che già nel Paleolitico, migliaia di anni fa, gli uomini sapevano cercare sostanze utili alla migliore sopravvivenza. Vengono sperimentate e tramandate sostanze che fanno bene e altre che fanno male. Dobbiamo giungere a Paracelso, quindi al primo ‘500, per definire il concetto del dosaggio, elemento che può fare di un farmaco un veleno o viceversa. E non è un caso se ancora oggi il simbolo dei farmacisti sia il caduceo, bastone alato con due serpenti che rappresentano l’uno la dose terapeutica, il secondo quella tossica, il veleno.

Brocchette porta oppio (bil bil) da Cipro, Tardo bronzo, XV-XI sec. a.C.

“Medea ringiovanisce Esone”, olio su tela di Pietro Bellotti consevato alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo

“Nostro obiettivo”, sottolinea Federica Gonzato, “è proporre al pubblico prospettive ed approcci diversi all’affascinante mondo dei veleni e della storia della farmacopea, in riferimento alle varie epoche storiche, dall’antichità, lungo il medioevo e il rinascimento fino all’età odierna, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale attraverso le fonti scritte, la arti visive, fonti classiche e letteratura moderna, proponendo in mostra oggetti e riferimenti demo-etnoantropologici che si legano strettamente alla storia del nostro quotidiano”. E ancora: “Abbiamo ritenuto di evidenziare, fra le molteplici sfaccettature del tema, come nel corso dei secoli siano mutate le nostre conoscenze delle sostanze tossiche e di quelle sanificanti: ciò che un tempo era considerato un farmaco si è poi rivelato un veleno per l’uomo e viceversa. È una mostra molto coinvolgente perché va a toccare, da una parte, la sfera emotiva del nostro quotidiano, trattando temi legati alla salute e alla ricerca del benessere fisico, dall’altra, indaga aspetti più intriganti legati al mistero e alla magia”. All’archeologa fa eco l’esperta in farmacia Chiara Beatrice Vicentini: “Questa mostra nasce da una sinergia tra valenze culturali interregionali che si affacciano a un fiume, il Po, che divide e al tempo stesso unisce. Dosis sola facit ut venenum non fit, tema conduttore della mostra, è la celebre frase di Paracelso che si addottorò nella prima metà del ‘500 presso lo Studio ferrarese. Contro la medicina antica, fu tra i tre “ribelli di Ferrara” insieme a Copernico contro la cosmologia aristotelica e Ariosto contro l’uso letterario del latino. Dal mondo naturale emerge un limite sottile tra veleno e medicamento: il veleno che uccide, che salva. E il veleno per la bellezza, esaltato in Ferrara per la presenza dal 1980 di una Scuola di Cosmesi, ora Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche, un’eccellenza a livello Europeo con un gruppo che conduce ricerche all’avanguardia”.

Testa di Medusa, produzione di epoca romana, conservata al museo nazionale Atestino di Este (Pd)

“Giulietta nel prendere il sonnifero”, olio su tela di Domenico Scattola, della Fondazione Cariverona di Verona

Scatola in lacca per il betel, della Dinastia cinese Qing (1644-1912), conservata al museo di Arte Orientale di Venezia

La mostra è una miniera di scoperte e curiosità. Si scopre ad esempio che il vasto uso di ocra nel Paleolitico dipendeva anche dalle proprietà antisettiche di quel materiale. Veniamo a conoscere come già dal Paleolitico ci si curasse il mal di denti con la propoli. Risalgono al Neolitico le prime evidenze dell’uso dell’oppio nell’Europa continentale. Nell’ambito dei prodotti salutistici l’interesse scientifico, alla ricerca di nuovi rimedi sia in campo farmacologico che cosmetico, si è lentamente spostato dal regno vegetale verso quello animale con una crescente attenzione verso veleni e tossine, in particolar modo di insetti, rettili e anfibi. Lo studio di veleni di fonte animale, vegetale e minerale può parallelamente spiegare scientificamente la nascita di miti e leggende. Dai metallurghi dell’antichità, sottoposti ai fumi velenosi emessi dalla fusione e forse per questo deformi o ipovedenti, al mito di Medusa, alle streghe di età medievale-moderna, che si alimentavano di farine di graminacee infestate da Segale cornuta, Claviceps purpurea, un fungo ricco di alcaloidi con effetti allucinogeni (l’acido lisergico è precursore dell’LSD). Intossicazioni scambiate con possessioni demoniache.

La Physalia, il cui veleno è a volte fatale per l’uomo

Confezione di Tubocurarina. Il farmaco moderno, formulato dal curaro, coadiuvante nell’anestesia

Grandi storie di cure, ma anche di delitti: fu la digitale, che ha dato vita in tempi moderni a farmaci del cuore, ad essere fatale nel 1329 a Cangrande della Scala (delitto volontario o errore nell’assunzione di una sostanza tossica?). Nelle vetrine, accanto a rarissimi reperti archeologici, trovano spazio confezioni storiche di veleni e farmaci; importanti dipinti con immagini di magie si affiancano ad affiches storiche che pubblicizzano portentosi unguenti e medicamenti. Altresì rare edizioni e manoscritti che trattano di una varietà di argomenti strettamente connessi: dalla magia, vista da diversi profili, alla dottrina esoterica, ermetica e alchemica occidentale, alle streghe “lamiae” temute artefici di pozioni magiche e, al contempo, vittime della superstizione e delle persecuzioni dell’inquisizione che si avvaleva di compendi e manuali repressivi anch’essi esposti in mostra.

Venezia. A Palazzo Grimani la mostra “Domus Grimani 1594 – 2019” che celebra, dopo oltre quattro secoli, il ritorno a Palazzo Grimani della collezione di statue classiche (sculture, marmi, vasi, bronzi e gemme) appartenuta al patriarca di Aquileia, Giovanni Grimani

La locandina della mostra “Domus Grimani 1494 -2019” fino al 31 maggio 2021

Sculture, marmi, vasi, bronzi e gemme: costituivano la collezione di antichità di Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia, erede col fratello Vettore, procuratore di San Marco, del doge Antonio Grimani, il primo proprietario del palazzo veneziano in Santa Maria Formosa. È proprio in Palazzo Grimani che Giovanni collocò la sua collezione, con le sculture più importanti esposte nel cosiddetto “Camerino delle Antichità”. Nel 1587 il patriarca decise di donare la collezione di sculture provenienti dalla sua wunderkammer alla Repubblica di Venezia. Dopo la sua morte, le sculture, che oggi fanno parte della collezione del museo Archeologico di Venezia, furono collocate nell’antisala della Biblioteca Marciana progettata da Vincenzo Scamozzi, conosciuta come lo Statuario della Repubblica di Venezia. E poiché il famoso soffitto dello Statuario da febbraio 2019 è sottoposto a un importante intervento di restauro, che durerà almeno due anni, tutte le sculture che decorano le pareti della sala sono state rimosse, offrendo un’occasione unica per riportare temporaneamente, dopo più di 400 anni, la Collezione Grimani nella sua collocazione originale. È nata così l’eccezionale mostra “DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” (fino al 30 maggio 2021), curata da Daniele Ferrara, direttore del Polo museale del Veneto, e Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage. Prodotta da Civita Tre Venezie, l’operazione – che gode del patrocinio della Regione del Veneto ed è realizzata in collaborazione con UNESCO – è resa possibile grazie al sostegno di Venetian Heritage, di un donatore anonimo, della Helen Frankenthaler Foundation di New York e Gagosian. Inoltre, con il sostegno della Michelangelo Foundation e di Lady Monika del Campo Bacardi. Il catalogo edito da Marsilio, oltre ad approfondire la storia della collezione Grimani, ne rivela la sua straordinaria bellezza, grazie a una importante campagna fotografica realizzata per l’occasione.

La Tribuna di Palazzo Grimani come l’ha pensata Giovanni Grimani con le statue antiche (foto Venetian Heritage)

Un disegno dello Zanetti del 1736 “fotografa” la Tribuna Grimani prima del suo smantellamento (foto Venetian Heritage)

Il fulcro di “DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” è la ricostruzione di uno dei più significativi episodi della museologia europea – la Tribuna del patriarca Giovanni, ancora integra nella sua struttura architettonica – accompagnata dall’esposizione di arredi e opere nelle sale antecedenti, con l’intento di ricreare la decorazione di una dimora aristocratica del XVI e di restituire così ai visitatori l’atmosfera di un luogo che, grazie a questo progetto, torna protagonista dell’offerta culturale veneziana attraverso un allestimento ispirato all’estetica della “casa-museo”. Il percorso espositivo si sviluppa nell’infilata di sale che conducono al Camerino delle Antichità, accessibile solo attraverso il suo unico ingresso originale dal quale il patriarca Giovanni soleva accogliere gli ospiti più illustri. La Tribuna, infatti, subì nei secoli alcune trasformazioni, come l’apertura di una grande finestra e della seconda porta che immette nella così detta sala Neoclassica, adibita a camera da letto durante la seconda metà del Settecento. Attraverso l’istallazione delle due nicchie architettoniche temporanee, ricostruite per l’occasione a imitazione di quelle già esistenti, è stato ricreato l’aspetto originale dello spazio.

Il Ratto di Ganimede sospeso al centro della Tribuna chiusa da vele a cassettoni che ricordano il Pantheon (foto Polo museale Veneto)

Il patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, ritratto attribuito a Domenico Tintoretto

Giovanni Grimani fu raffinato collezionista, influenzato dal grande interesse che la sua famiglia nutriva da sempre per l’arte e il bello. Lo stesso Palazzo Grimani è una preziosa rarità per via della sua conformazione architettonica che richiama la domus romana e i modelli rinascimentali della città papale. Mèta culturale frequentata da eruditi, letterati, artisti, sovrani e personaggi di rilievo in visita a Venezia, deve il suo aspetto agli interventi realizzati da Vittore Grimani e suo fratello Giovanni durante il XVI secolo e può vantare decorazioni di impronta manierista tosco-romana, con affreschi e stucchi di Francesco Salviati, Federico Zuccari e Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Figlio minore di Girolamo Grimani, a sua volta figlio del doge Antonio, Giovanni fu creato Patriarca di Aquileia nel 1545 e in quegli anni decise di ampliare il palazzo e realizzare la Tribuna, che insieme alle stanze che la precedono e altri ambienti della dimora, raccoglieva la sua preziosa collezione di antichità. Per questo, oltre alla ricostituzione della Tribuna, l’allestimento coinvolge anche le stanze immediatamente antecedenti in cui ammirare arredi d’epoca, arazzi, quadri e oggetti evocativi di un’epoca e di uno stile di vita unici nel loro genere.

La particolare manifattura fiorentina del Tavolo Grimani, oggi parte di una collezione privata di Zurigo

Palazzo Grimani: il particolare soffitto della Sala dei Fogliami (foto Palazzo Grimani)

Nella Sala dei Fogliami, così denominata per l’affresco a soffitto che ritrae una selva lussureggiante, viene eccezionalmente esposto uno dei due preziosissimi tavoli tardo rinascimentali marmorei – con piano in marmi antichi e lapislazzuli, di manifattura romana della fine del XVI secolo – che fino al 1829 si trovavano a palazzo. Nel 1829 il tavolo fu venduto da Michele Grimani, ultimo erede del ramo di Santa Maria Formosa, a Henry Greville, III Conte di Warwick, per il castello di Warwick in Inghilterra. Nel 2015 il tavolo fu messo all’incanto dalla casa d’aste Sotheby’s e attualmente è di proprietà di un collezionista privato. Grazie a una fruttuosa collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, poi, sono esposti alcuni arredi cinquecenteschi conservati nei depositi del Museo Correr restaurati per l’occasione. Primo fra tutti l’arazzo cinquecentesco di manifattura medicea, eseguito su cartone del Salviati e molto probabilmente commissionato dai Grimani, esposto per la prima volta dopo un accurato intervento di restauro conservativo. Tra le altre importanti opere che arricchiscono il percorso espositivo un dipinto di Pomponio Amalteo raffigurante Sansone, il dipinto su tavola con una copia di Leda e il Cigno da Michelangelo, nonché un frammento di paliotto d’altare eseguito dall’arazziere Johan Rost, raffigurante il doge Antonio Grimani, realizzato nel 1554 per la Basilica di San Marco. Altre importanti opere provengono dalla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, come gli alari in bronzo da camino di Girolamo Campagna e il grande tavolo ligneo cinquecentesco, su cui sono esposti alcuni bronzetti di Jacopo Sansovino e Tiziano Aspetti, scultore-restauratore di Giovanni Grimani, che aveva il suo atelier proprio a palazzo.

“DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” per far rivivere un momento della storia di Venezia nel XVI secolo si affida anche alle tecnologie più all’avanguardia in modo da rendere vivo e vitale un passato che può ancora stupire e affascinare. Per questo motivo sono state previste delle audioguide che accompagneranno i visitatori all’interno delle sale. E per sottolineare l’eccezionalità della mostra, sono state scelte due voci particolarmente speciali: la versione in italiano sarà infatti recitata da Isabella Rossellini, mentre quella in inglese da Jude Law, membro onorario di Venetian Heritage. Palazzo Grimani rivive anche attraverso un progetto ad hoc ideato in collaborazione con ETT, azienda leader nel settore dello sviluppo di soluzioni tecnologiche per l’arte e la cultura. Grazie a visori VR da indossare durante la visita, le stanze riveleranno dettagli nascosti: sarà possibile, infatti, ammirare altre statue all’interno delle Tribuna – tra cui i Galati che il Patriarca Giovanni aveva sistemato a pavimento – oppure le statue che fino al XIX secolo adornavano il cortile. Importante anche il lavoro di Factum Arte, tra i più importanti creatori di contenuti multimediali per l’arte a livello internazionale. Grazie al loro intervento è stata ricreata la tela che adornava il soffitto dell’anti Tribuna raffigurante Disputa tra Minerva e Nettuno di Giuseppe Porta, detto Salviati. Infine, la Tribuna Grimani si dota di un nuovo progetto illuminotecnico a cura di iGuzzini: lavori permanenti che permetteranno anche in futuro di apprezzare lo spazio in tutta la sua spettacolarità attraverso scelte curatoriali e ingegneristiche all’avanguardia sia dal punto di vista della fruizione che da quello del risparmio energetico.

“Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”: in mostra a Venezia per la prima volta tavolette e sigilli con iscrizioni in caratteri cuneiformi della collezione Ligabue

Tavoletta in argilla con scrittura cuneiforme e lingua accadica della collezione Ligabue, in mostra a Venezia

Tavoletta in argilla con scrittura cuneiforme e lingua accadica della collezione Ligabue, in mostra a Venezia

Sono piccoli segni incisi con lo stilo nell’argilla morbida. All’occhio inesperto sembrano tanti piccoli cunei. Li trovi su migliaia di tavolette di argilla, sui sigilli, sulle pareti di montagne o di palazzi. Perché quei segni rappresentano una delle più antiche scritture al mondo, il cuneiforme, nata intorno al 3200 a.C. in Mesopotamia, quasi in contemporanea con il geroglifico in Egitto. E durata ben 3500 anni. La nostra scrittura, tanto per fare un paragone, ne ha “solo” 2500. Proprio la nascita della scrittura, che segna uno dei capitoli più affascinanti e rivoluzionari della storia della civiltà, fondamentale per le dinamiche di trasmissione del sapere e per la conoscenza dell’antichità, è al centro della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”, a Palazzo Loredan a Venezia,  una delle sedi dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, dal 20 gennaio al 25 aprile 2017.  Quasi 200 reperti della Collezione Ligabue esposte per la prima volta – tra cui tavolette e straordinari sigilli risalenti a oltre 5000 anni or sono – rievocano le grandi civiltà dell’Antica Mesopotamia, un territorio oggi praticamente inaccessibile per le continue guerre. A impreziosire l’esposizione, tra reperti e apparati multimediali, anche testimonianze delle esplorazioni di Paul Emile Botta e Austen Henry Layard nel XIX secolo, con prestiti dai musei archeologici di Venezia e Torino.

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue presieduta da Inti Ligabue, e curata dal professore Frederick Mario Fales, dell’università di Udine, uno tra i più noti assiriologi e studiosi del Vicino Oriente Antico, la mostra ci conduce in un viaggio indietro nel tempo, quasi 6000 anni or sono, nella Terra dei Due Fiumi, un universo di segni, simboli, incisioni ma anche di immagini e racconti visivi che testimoniano la nascita e la diffusione travolgente della scrittura cuneiforme, rivelandoci nel contempo l’ambiente sociale, economico e religioso dell’Antica Mesopotamia. Culla di civiltà straordinarie, oggi martoriata e saccheggiata dalla guerra e dal terrorismo che hanno reso inaccessibile il suo patrimonio di bellezza e conoscenza, la terra di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi ci viene raccontata e svelata grazie all’esposizione (patrocinata dalla Regione del Veneto e dalla Città di Venezia, main sponsor Ligabue SpA e Hausbrandt, con il contributo di DM Informatica, La Giara e Scattolon Renato) per la prima volta al pubblico, di quasi 200 preziose opere della Collezione Ligabue. “Una collezione di altri tempi”, come ama sottolineare F. Mario Fales, “quella messa insieme da Giancarlo Ligabue, imprenditore ma anche archeologo, paleontologo e grande esploratore scomparso nel gennaio 2015. Collezione straordinaria non solo per entità, qualità e per l’importanza storica di questi e altri materiali, ma in quanto testimonianza di un collezionismo slow, rispettoso dei luoghi che pure Giancarlo studiava e delle istituzioni, della ricerca e del sapere; un collezionismo appassionato, diretto a preservare la memoria e non a defraudare le culture con altri fini”.

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Dai primi pittogrammi del cosiddetto proto-cuneiforme, rinvenuti a Uruk – annotazioni a sostegno di un sistema amministrativo e contabile già strutturato – all’introduzione della fonetizzazione (dai “segni-parola” ai “segni-sillaba”) la scrittura cuneiforme, con le sue evoluzioni, si sviluppò e si diffuse con estrema rapidità anche in aree lontane: dalla città di Mari sul medio Eufrate a Ebla nella Siria occidentale, a Tell Beydar e Tell Brak nella steppa siro-mesopotamica settentrionale. Abili scribi verranno formati per redigere documenti grazie a segni ormai classificati e vere e proprie scuole saranno istituite nei diversi centri, per insegnare a nuovi funzionari a leggere e scrivere. Centinaia di migliaia di tavolette di argilla – la materia prima della terra mesopotamica – hanno dato vita ad autentici archivi e biblioteche, in un mondo che aveva compreso il valore e il potere della scrittura: tavolette con funzioni contabili-amministrative, tavolette giuridiche, storiografiche, religiose e celebrative, o addirittura letterarie, racchiudono le storie, i lavori, i pensieri e i ritratti di uomini e re vissuti tremila anni prima di Cristo; miti e leggende di dei ed eroi. Si tratta soprattutto di tavolette cuneiformi e di numerosi sigilli cilindrici o a stampo ma anche sculture, placchette, armi, bassorilievi, vasi e intarsi provenienti da quell’antico mondo. A questi oggetti in mostra si affiancano, come detto, importanti prestiti del museo Archeologico di Venezia e del museo di Antichità di Torino: dal primo, bellissimi frammenti di bassorilievi rinvenuti dallo scopritore della mitica Ninive, Austen Henry Layard, che nell’ultimo periodo della sua vita si era ritirato proprio a Venezia, a Palazzo Cappello Layard (donò i suoi oggetti alla città nel 1875); dal secondo un frammento di bassorilievo assiro raffigurante il re Sargon II, scoperto nel 1842 da Paul Emile Botta – console di Francia a Mosul – e da lui donato al re Carlo Alberto.

Sigillo cilindrico paleobabilonese con iscrizione in cuneiforme e raffigurazioni: al centro la cosiddetta "dea nuda" e a fianco "l'uomo-toro"

Sigillo cilindrico paleobabilonese con iscrizione in cuneiforme e raffigurazioni: al centro la cosiddetta “dea nuda” e a fianco “l’uomo-toro”

Accanto alle tavolette, placchette e intarsi, in osso, in conchiglia, in oro o in avorio, bassorilievi e piccole figure, raffinati oggetti artistici e d’uso comune, ma soprattutto tanti importanti sigilli, straordinari per le figurazioni e le narrazioni, per il pregio artistico delle incisioni realizzate da abili sfragisti (bur-gul) e i diversi materiali usati. Creati per registrare diritti di proprietà e apposti fin dal periodo Neolitico sulle cerule – sorta di ceralacca a garanzia della chiusura di merci e stoccaggi – i sigilli, con l’avvento della scrittura, vengono apposti sulle tavolette o sulle buste di argilla (utilizzate fino al I millennio) per autenticare il documento, garantendo la proprietà di un individuo, il suo coinvolgimento in una transazione, la legalità della stessa. Come spiega l’archeologa Roswitha Del Fabbro “essi prima indicavano l’amministrazione, come oggi il timbro di un Comune, e col tempo vennero a rappresentare il singolo individuo, riportandone il nome, giungendo magari a presentare l’iscrizione di una preghiera”. Fino ad allora (cioè fino alle decifrazioni di Georg Friedrich Grotefend (1775 – 1853) e all’impresa di Henry Creswicke Rawlinson (1810 – 1895), che sospeso a 70 metri dal suolo copiò l’iscrizione trilingue di Dario I sulla parete rocciosa di Bisotun in Iran) furono soprattutto la Bibbia, debitrice di tanti racconti e suggestioni dell’antica Mesopotamia, e gli storici greci, latini e bizantini a tramandare in una luce più o meno leggendaria i nomi di luoghi come “il Giardino dell’Eden” o le maestose città di Ninive e Babele e quelli di personaggi come Nabucodonosor II, che distrusse Gerusalemme, o la regina Semiramide. In mostra le preziose tavolette raccontano di commerci di legname o di animali (pecore, capre, montoni o buoi), di coltivazioni di datteri e di orzo per la birra, di traffici carovanieri tra Assur e l’Anatolia, di acquisti di terreni e di case con i relativi contratti e le cause giuridiche; celebrano Gudea signore possente, principe di Lagash, promotore di grandi imprese urbanistiche e architettoniche; prescrivono le cure per una partoriente afflitta da coliche, con incluso l’incantesimo da recitare al momento del parto, o testimoniano l’adozione di un bimbo ittita da parte di una coppia o, ancora, le missive tra prefetti di diverse città-stato.

Placchetta circolare in argento del periodo neo-assiro con la rappresentazione del dio Assur

Placchetta circolare in argento del periodo neo-assiro con la rappresentazione del dio Assur

Ma il valore intrinseco dei sigilli cilindrici, già sostitutivi di quelli a stampo intorno alla metà del IV millennio, è dato dal fatto che essi erano generalmente realizzati in pietre semipreziose provenienti da luoghi molto lontani: i lapislazzuli (importati dal lontano Badakhshan, nell’odierno Afghanistan nord orientale, celebre per le miniere descritte anche da Marco Polo), l’ematite, la cornalina, il calcedonio; ma anche agata, serpentino, diaspro rosso o verde, cristallo di rocca. Per questo i sigilli furono spesso riutilizzati, diffondendosi anche come amuleti con valore apotropaico, ornamenti, oggetti votivi: veri status symbol talvolta indossati dai proprietari con una catenina o montati su spilloni. Nei sigilli cilindrici, in pochi centimetri, accanto alle iscrizioni venivano realizzati motivi iconografici sempre più raffinati, differenziati per periodi e aree geografiche. Sfilate di prigionieri davanti al re, scene di lotta tra eroi e animali, processioni verso il tempio, raffigurazioni di guerra e di vita quotidiana, donne-artigiane accovacciate, grandi banchetti, racconti mitologici: l’evoluzione stilistica, la raffinatezza delle incisioni diventano nel tempo sempre più evidenti. In epoca accadica gli intagliatori di sigilli prestano attenzione alla resa naturalistica del corpo umano e di quello animale, curano la narrazione, la simmetria, l’equilibrio, la drammatizzazione. Si individuano e si susseguono nel tempo stili e tecniche anche con l’introduzione del trapano e della ruota tagliente, a scapito della manualità. I sigilli rappresentano insomma un unicum artistico, prima delle gemme greche e romane.

Patto tra l’Iraq museum di Baghdad e l’università Ca’ Foscari di Venezia per la difesa del patrimonio archeologico iracheno. La firma del protocollo a Venezia al convegno “La Dama di Warka (Uruk)”, uno dei massimi esempi di scultura sumerica

La dama di Warka (Uruk), eccezionale esempio di arte sumerica, scoperta nella campagna di scavo del 1938-'39

La dama di Warka (Uruk), eccezionale esempio di arte sumerica, scoperta nella campagna di scavo del 1938-’39

La difesa del patrimonio archeologico iracheno deve tornare al centro dell’attenzione della comunità internazionale e dello stesso Iraq. È l’ambizioso obiettivo del protocollo d’intesa che il Consiglio di Stato per l’Antichità e il Patrimonio Culturale dell’Iraq e l’Università Ca’ Foscari di Venezia sigleranno martedì 12 aprile 2016 per un progetto espositivo bilaterale con il museo Archeologico di Baghdad e lo sviluppo di un programma di ricerca scientifica e formazione. La firma alle 16 a Ca’ Dolfin di Venezia all’apertura del convegno “La Dama di Warka nell’Iraq Museum”, organizzato da Ca’ Foscari, commissione nazionale italiana per l’Unesco, ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale. Gli ospiti iracheni presenteranno la situazione del patrimonio archeologico del Paese e le strategie di tutela. Protagonista del convegno sarà la cosiddetta Dama di Warka, una testa femminile in marmo scoperta a Uruk (Warka) e datata al 3200 circa a.C., uno dei più importanti reperti archeologici della scultura sumerica. Rinvenuta in una fossa nei pressi del santuario dell’Eanna, l’immagine è stata ipoteticamente interpretata come parte di una statua di culto, forse raffigurante la dea Inanna, titolare del grande santuario urbano di Uruk. La Dama di Warka rappresenta valori estetici, culturali, religiosi e sociali di importanza cruciale per la nostra comprensione della civiltà da cui origina, ma anche una sfida al dilemma di come oggi misurarci con le più antiche rappresentazioni della figura umana, di come guardarle e di come dialogare con esse.

La Dama di Warka fu trafugata nell'aprile 2003 dal museo di Baghdad, e restituita qualche mese dopo alle autorità

La Dama di Warka fu trafugata nell’aprile 2003 dal museo di Baghdad, e restituita qualche mese dopo alle autorità

Così la descrisse l’archeologo orientalista Andrè Parrot (1901-1980), lo scopritore dell’antica Mari: “Potenza, fermezza, eleganza: erano queste le caratteristiche fondamentali dell’arte che fiorì alla fine del IV millennio e agli inizi del III. Da vent’anni soltanto sappiamo che a esse va aggiunta una straordinaria sensibilità. Dobbiamo questa rivelazione alla testa femminile trovata a Warka (Uruk), durante gli scavi 1938-1939. Questa maschera di pietra bianca, di grandezza quasi naturale, non è soltanto una rappresentazione plastica di un volto, e si potrebbe dire del volto femminile, ma la testimonianza dell’enigma umano. Un tempo la scultura aveva occhi e sopracciglia incrostati di materia colorata, conchiglie e lapislazzuli. Oggi, nonostante le cavità, nonostante la mutilazione del naso, la pietra non ha perduto niente della sua espressione, negli occhi vuoti si ha l’impressione di sentire la fiamma di uno sguardo. Al di la della fronte sulla quale si stagliano i riccioli della capigliatura, si sente un pensiero attivo e penetrante, e le labbra chiuse non hanno bisogno di aprirsi perché si possano sentire parole. La loro piega, cui risponde quella della guancia, è già essa stessa un linguaggio. È la donna, misteriosa, che sembra dubitare di se stessa e del suo potere. Comune mortale, gran sacerdotessa, sposa del re, dea, la maschera di Uruk è degna di tutti questi personaggi. Potrebbe essere l’uno e l’altro. È, in fondo, la sintesi di tutti. Se la paragoniamo alle altre figure umane della stessa epoca (donna in preghiera di Khafagia, maschera virile di Tell Brak, audace prefigurazione del più puro stile cubista) se ne sente ancor di più la superiorità”.

L'Iraq Museum di Baghdad dopo il saccheggio dell'aprile 2003

L’Iraq Museum di Baghdad dopo il saccheggio dell’aprile 2003

L’8 di aprile 2003, durante l’avanzata degli americani a Baghdad, il personale dell’Iraq Museum di Baghdad si allontanò dall’edificio per paura dei bombardamenti. Il museo non venne salvaguardato dai militari e fu saccheggiato da un primo gruppo di razziatori, che rubarono tutto quello che poterono portare via, dai computer, alle scrivanie, alle prese elettriche. Oltre a ciò compirono atti vandalici su alcuni reperti. Nei giorni successivi il museo fu depredato da razziatori più esperti. Intanto la notizia del saccheggio si diffuse anche in Occidente ed eminenti studiosi cominciarono a fare pressioni perché si intervenisse. La stampa pubblicò informazioni contrastanti e poco chiare. Il 16 aprile i soldati americani ricevettero finalmente l’ordine di intervenire per proteggere il museo, ma ormai si parlava di decine di migliaia di reperti trafugati. Al termine di questi giorni mancavano all’appello circa 15mila reperti (le cifre fornite inizialmente erano molto più alte, ma, fortunatamente, si basavano su informazioni inesatte e sono state rapidamente ridimensionate) e molti altri erano stati danneggiati per sfregio: tra i tesori trafugati c’era anche la Dama di Uruk che fortunatamente fu riconsegnata al museo intatta qualche mese dopo perché troppo famosa per poter avere un mercato.

L'Iraq Museum di Baghdad dopo il restauro e la riapertura nel 2008

L’Iraq Museum di Baghdad dopo il restauro e la riapertura nel 2008

Il convegno veneziano sarà aperto dal prorettore vicario Tiziana Lippiello e dagli interventi di Flavio Gregori, prorettore alle Attività e ai Rapporti culturali di ateneo, Paolo Eleuteri, direttore del dipartimento di Studi umanistici, e il ministro Gianludovico De Martino, presidente del comitato interministeriale per i Diritti umani del ministero degli Affari esteri. Ahmad Kamil, direttore esecutivo dei musei dell’Iraq presenterà lo stato attuale del patrimonio e delle prospettive di sviluppo per l’Iraq Museum. Haider Oraibi Al Mamouri, direttore esecutivo degli Scavi Archeologici, parlerà della situazione dei siti archeologici in Iraq e in particolare dei primi risultati degli gli scavi italiani attualmente in corso. Hakim Al Shamry, responsabile delle Attività espositive dei musei dell’Iraq esporrà i progetti in corso per la diffusione della conoscenza delle collezioni e presenterà due brevi filmati: uno sulla scoperta del tesoro di Nimrud e l’altro sulla distruzione di Ninive da parte di Daesh. “La Dama di Warka dalla scoperta al simbolo” sarà l’intervento di Lucio Milano, professore Storia del Vicino Oriente Antico, che spiegherà le prospettive di sviluppo e ricerca nell’ambito del protocollo d’intesa e contestualizzazione storica del celebre reperto. Seguiranno l’artista Giorgia Fiorio, Massimo Bergamasco, professore di Robotica della Percezione alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Giuseppe Vitiello, professore di Teoria dei Campi Quantici e Particelle Elementari all’Università di Salerno e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Monica Preti, responsabile della programmazione culturale dell’Auditorium del Museo del Louvre. E, ancora, Ariane Thomas, responsabile delle collezioni mesopotamiche del Dipartimento di Antichità Orientali del Museo del Louvre, Giuseppe Barbieri, professore di Storia dell’Arte e Patrimonio Culturale al Dipartimento di Filosofia e Storia dell’Arte di Cà Foscari, Anna-Maria Larese, direttrice del Museo Archeologico di Venezia, Ettore Janulardo, Storico dell’arte e referente per le missioni archeologiche Italiane all’estero.

La Dama di Warka in una composizione fotografica di Giorgia Fiorio per il progetto Humanum

La Dama di Warka in una composizione fotografica di Giorgia Fiorio per il progetto Humanum

La fotografa Giorgia Fiorio

La fotografa Giorgia Fiorio

Nel corso del convegno saranno anche presentate in anteprima delle opere fotografiche di trascrizione della Dama di Warka, realizzate nel corso di una missione di Ca’ Foscari al Museo Archeologico di Baghdad nell’ottobre 2015 e saranno illustrate le prospettive di sviluppo museografico. Alcune di queste opere, realizzate a pigmento di carbone su supporto in fibra di cotone, saranno consegnate alla delegazione irachena del Consiglio di Stato per l’Antichità e il Patrimonio Culturale dell’Iraq. Le opere sono parte del progetto Humanum, dell’artista-fotografa Giorgia Fiorio: un progetto di cui fanno parte studiosi dell’antichità, ma anche scienziati che si occupano di robotica della percezione, di psicologia cognitiva e di neuroscienze. Giorgia Fiorio, artista-fotografa indipendente, fondatrice e direttore artistico dal 2002 al 2013 di Reflexions Masterclass, seminario internazionale di fotografia contemporanea, compie un percorso di ricerca intorno alla figura umana articolato attraverso venticinque anni in cinquantasei paesi di tutto il mondo. Nel 2010, prende forma la concezione del progetto Humanum® L’Archeologia dell’Essere: il progetto riconsidera la percezione contemporanea della figurazione umana nella statuaria arcaica secondo il significato trascendente. In corso di realizzazione con la collaborazione dell’università Ca’ Foscari di Venezia e una partnership scientifica di cui Fiorio è principal investigator, il progetto Humanum® sviluppa i temi a esso connessi su un piano transdisciplinare. Per il progetto Humanum® Fiorio ha realizzato per esempio una prima serie di trascrizioni di sculture arcaiche in marmo al museo nazionale Archeologico di Atene e di Testa di Donna al museo dell’Acropoli. E così arriviamo alla partnership scientifica con l’università Ca’ Foscari di Venezia, per la quale Fiorio ha realizzato un’opera intorno a La Dama di Warka all’Iraq Museum a Baghdad.