A Torino due giorni di confronto tra i massimi esperti di sarcofagi nell’ambito del progetto internazionale Vatican Coffin Project

Il gruppo di esperti partecipanti alla conferenza a Torino dei membri del Vatican Coffin Project (foto museo Egizio di Torino)
Museo Egizio di Torino e Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” protagonisti nello studio dei sarcofagi: due giorni di confronto a Torino con alcuni fra i massimi esperti internazionali nello studio dei sarcofagi, partner del progetto internazionale Vatican Coffin Project, a cui entrambe le istituzioni culturali torinesi partecipano. Negli incontri torinesi sono intervenuti, oltre al direttore del museo Egizio, Christian Greco e ai vertici del Centro Conservazione e Restauro, gli esperti degli altri partner del progetto: i musei Vaticani – con la direttrice del reparto Antichità Egizie, Alessia Amenta – il museo del Louvre, il Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France e il Rijksmuseum van Oudheden di Leiden.
Il Vatican Coffin Project è un progetto internazionale avviato nel 2008 dai musei Vaticani per approfondire la conoscenza e affinare le tecniche diagnostiche, di conservazione e restauro dei sarcofagi lignei policromi del Terzo Periodo Intermedio (1076 a.C. – 722 a.C.), i cosiddetti “sarcofagi gialli”. Il Vatican Coffin Project coinvolge da cinque anni il museo Egizio e il Centro Conservazione e Restauro e ha portato a un’attività continuativa di analisi e di lavoro su numerosi reperti, alcuni dei quali sono allo studio e in restauro all’interno dei laboratori del Centro e in una nuova area dedicata e visibile al pubblico al secondo piano del museo Egizio. Un esempio delle potenzialità dell’attività di ricerca condotta in seno al Vatican Coffin Project è offerta dalla mostra “Archeologia Invisibile” in corso al museo Egizio di Torino: proprio all’azione del gruppo di lavoro si deve la suggestiva sala che propone la riproduzione 3D del sarcofago dello scriba Butehamon, con la tecnologica proiezione in video mapping del suo stesso processo realizzativo e decorativo. Restaurato nell’ambito di questa iniziativa, il reperto rappresenta uno fra i più significativi oggetti esposti nella Galleria dei sarcofagi. Oggetto delle indagini sono infatti, tra gli altri, lo studio della tecnica costruttiva e pittorica dei sarcofagi, l’identificazione di eventuali atelier, le analisi diagnostiche sui reperti.

I partecipanti del Vatican Coffin Project al Centro conservazione e restauro de La Venaria (foto museo Egizio)
“Si tratta di un progetto prezioso per il museo Egizio”, spiega Christian Greco, direttore del museo torinese, “che ho fortemente voluto portare all’interno delle nostre attività per il suo valore, tanto sotto l’aspetto scientifico e di ricerca quanto in termini museali. L’opportunità di lavorare fianco a fianco fra istituzioni scientifiche di tale rilievo internazionale rappresenta un’occasione di arricchimento reciproco, nonché il corretto approccio con cui ha il dovere di operare chiunque, come noi, abbia l’onore e l’onere di custodire parte del patrimonio culturale dell’umanità”. Ed Elisa Rosso, segretario generale del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”: “Grazie a questa importante collaborazione internazionale, negli anni, il Centro ha potuto approfondire un tema scientifico di altissimo rilievo e ha costituito un team di restauratori e tecnici scientifici specializzato nell’analisi e nell’intervento conservativo sulle antichità egizie. Siamo grati ai nostri partner di progetto perché solo attraverso il confronto e la condivisione si aprono le strade della ricerca e dell’innovazione, obiettivi primari per un centro di formazione e ricerca come il nostro”.
I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di chiusura riapre la sezione Egiziana del museo Archeologico di Napoli, 1200 reperti, la più antica collezione egizia d’Europa nata nel 1821 come Real Museo Borbonico

Il cosiddetto “Neoforo farnese”, forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana
I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di assenza. E tornano non in un luogo qualsiasi ma nella prima città europea in cui avevano trovato “casa”. Riapre infatti l’8 ottobre 2016 la sezione egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), oltre 1200 reperti e un nuovo allestimento progettato dal Mann e dall’università l’Orientale di Napoli, completamente ripensato per la più antica collezione d’Europa rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta. È questa la terza tappa del grande progetto “Egitto Pompei” presentato a febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/), iniziato al museo Egizio di Torino con la mostra “Il Nilo a Pompei” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/), e continuata a Pompei con l’allestimento nella Palestra Grande (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/18/egitto-pompei-seconda-tappa-del-progetto-alla-palestra-grande-di-pompei-si-materializza-la-dea-sekhmet-itinenario-egizio-negli-scavi-dal-tempio-di-iside-alle-domus-con-affreschi-egittizzanti/). E ora Napoli dove l’Egitto, come si diceva, non è una novità. Fu infatti il “Real Museo Borbonico di Napoli” il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni. “Naoforo” (“portatore di tempio”) è un termine utilizzato dagli egittologi per indicare un tipo di scultura, tipica proprio dell’arte egiziana, che rappresenta un personaggio che tiene davanti a sé un tabernacolo contenente una figura o degli emblemi divini. A Napoli sarebbero seguiti a ruota nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Il primo nucleo delle collezioni del Cairo è del 1858, e l’attuale museo cairota è “solo” del 1902.
Dunque, la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino, torna finalmente a essere esposta al pubblico dall’8 ottobre 2016 – a sei anni dalla chiusura delle sale – nella sezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Una conferma del processo di profondo rinnovamento avviato al Mann dal nuovo direttore Paolo Giulierini, che, pochi mesi fa, ha pure inaugurato la splendida sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi eventi conclusivi dell’importante progetto “Egitto Pompei”, condotto in collaborazione tra il museo Egizio di Torino, la soprintendenza di Pompei e appunto il museo napoletano. La collezione napoletana, oltre 1200 oggetti di una raccolta davvero unica, formatasi in gran parte prima della spedizione napoleonica, conta importanti parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta “Dama di Napoli”, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri.
Con gli egittologi del Mann cerchiamo di conoscere meglio la collezione Egiziana. Il percorso si snoda nelle sale del seminterrato del museo napoletano, oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico. Ora l’allestimento è tematico e rilegge i materiali del museo svelando il fascino della grande civiltà egizia: “il faraone e gli uomini”, “la tomba e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenta – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. È qui infatti che il visitatore si imbatte nella figura del cardinale Stefano Borgia che animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789, implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone. Quindi si incontra il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia
Nuova guida e album a fumetti. Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica, arricchita da contributi multimediali è la didattica con l’aggiunta di una guida dedicata, in un nuovo formato editoriale, a cura di Electa. È infine una vera sorpresa l’albo a fumetti, dedicato alla sezione Egiziana del Mann (Electa) appositamente creato dal grande Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di “Nico e l’indissolubile problema… egizio”. Il fumetto rientra nel progetto Obvia ideato da Daniela Savy (università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda università di Napoli) con il quale il museo Archeologico nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.
Archeologia rubata. Ritrovato dai carabinieri il gruppo del dio Mitra trafugato da Tarquinia. Restaurato, ora è esposto ai Musei Vaticani. Ma entro l’estate tornerà a Tarquinia, al museo archeologico nazionale Tarquiniense

Il ministro Dario Franceschini plaude per il ritrovamento e il restauro del gruppo scultoreo del dio Mitra
Dici Tarquinia e pensi agli etruschi. Ma se la città fu uno degli insediamenti più antichi e più importanti della dodecapoli etrusca, non va mai dimenticato il suo rapporto con Roma: dai Tarquini, la dinastia di re etruschi, alle guerre fino alla sottomissione a Roma nel 295 a.C. dopo la battaglia di Sentino. Da allora Tarquinia fece parte dei territori romani nella regio VII Etruria e, fino alla fondazione di Centumcellae (oggi Civitavecchia) da parte di Traiano, rappresentò con la colonia marittima di Gravisca il principale porto dell’Etruria meridionale. E proprio al periodo imperiale risale il gruppo scultoreo del dio Mitra che fu trafugato dai tombaroli dall’area archeologica della Civita e recuperato dai carabinieri mentre trafficanti d’arte antica stavano per portarlo in Svizzera. E Tarquinia è già pronta a festeggiare “il ritorno a casa” del dio Mitra quasi fosse un figliol prodigo, perché il ministro Dario Franceschini ha assicurato che tornerà a Tarquinia, anche se per qualche tempo (almeno fino ad agosto) farà bella mostra di sé in un’esposizione ai Musei Vaticani.

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale presentano il gruppo scultoreo del dio Mitra (II-III secolo d.C.) trafugato da Tarquinia
Intanto a Tarquinia prepara “l’atmosfera” con un incontro di studio e approfondimento della storia di questo prezioso ritrovamento il cui valore è stato stimato in otto milioni di euro. L’appuntamento è per il 30 aprile alle 10.30 nella sala del Palazzo comunale. La grande importanza di questa opera, che ci è pervenuta quasi integra, risiede nella sua datazione che risale al II-III secolo d.C., e che la colloca nel periodo romano, l’epoca meno “testimoniata” da reperti di questa rilevanza. L’opera, hanno spiegato i carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio artistico, era su un furgone di un vivaista destinato in Svizzera, all’apparenza anonimo, che trasportava alcune piante e altro materiale: il mezzo su cui veniva trasportata l’opera è stato bloccato e controllato all’altezza del museo delle navi di Fiumicino. Durante una perquisizione del mezzo, i militari, sotto un telone, hanno rinvenuto la statua. Alla giornata di studio, promossa dall’amministrazione comunale, parteciperanno il sindaco di Tarquinia Mauro Mazzola, il presidente della commissione cultura Angelo Centini, il giornalista Fabio Isman, autore del libro ‘L’archeologia rubata. Il saccheggio in Etruria e in Italia dal 1970 a oggi”. Ci saranno anche gli studenti di tutte le scuole, la soprintendente Alfonsina Russo e il direttore del museo di Tarquinia Maria Gabriella Scapaticci.
“Una bellissima notizia”. È il primo commento del sindaco Mauro Mazzola, in merito al ritrovamento della statua romana del dio Mitra che uccide un toro datata II-III secolo d.C.. ‘Voglio esprimere un grande ringraziamento ai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che hanno condotto questa brillante azione”, prosegue il primo cittadino. “La nostra città si arricchirà di un nuovo eccezionale reperto. Un’opera di pregio storico e archeologico enorme”. Ancora più entusiasmanti sono le parole del ministro Franceschini: “Quando verrà stabilita la data del trasporto a Tarquinia, si dovrà lavorare per organizzare un evento celebrativo”. Il gruppo del Mitra, che raffigura appunto la divinità “importata” dall’Oriente il cui culto si era andato ampiamente diffondendo nella tarda romanità, raffigura il dio mentre sta per uccidere un grande toro. L’opera, proveniente dal Pianoro della Civita di Tarquinia, come dimostrato a seguito di uno scavo condotto nel maggio del 2014, sarà nei prossimi mesi esposta in via definitiva a palazzo Vitelleschi, sede del museo Archeologico nazionale Tarquiniense che raccoglie una delle collezioni più ricche di arte etrusca. Attualmente il gruppo scultoreo – recuperato dai carabinieri – è esposto ai Musei Vaticani ma il ministro della Cultura Dario Franceschini ha già dato ampie assicurazioni sul ritorno del Mitra nella capitale etrusca. «Mi sono sentito al telefono con il ministro Dario Franceschini, che mi ha riconfermato il ritorno a Tarquinia della statua del dio Mitra”, dichiara il sindaco. “Condivido in pieno la posizione espressa dal ministro Franceschini, – prosegue il primo cittadino – ovvero che le opere trafugate tornino nel loro territorio di origine, per essere un volano di promozione culturale e sviluppo turistico. Il nostro Paese, e Tarquinia ne è un chiaro esempio, è un museo a cielo aperto, custodendo un patrimonio storico e artistico di straordinario valore”.
Il gruppo scultoreo tarquiniese è un reperto raro e prezioso, per l’eccezionale integrità e per il soggetto rappresentato. Due esemplari simili si trovano al British Museum e ai Musei Vaticani. La scultura, tra il novembre 2014 e il febbraio 2015, è stata sottoposta a restauro ad opera dalle restauratrici del Laboratorio Materiali Lapidei dell’Iscr (istituto superiore per la conservazione e il restauro). Al momento del sequestro l’opera si presentava ancora completamente ricoperta di depositi terrosi e mancante di alcune parti come la testa e le braccia, e di alcuni di quegli elementi, quali il cane e il serpente, che connotano le raffigurazioni del Mitra “tauroctono”. La delicata pulitura è stata eseguita meccanicamente su tutta superficie e rifinita con laser. Durante il corso degli interventi, grazie ad uno scavo archeologico organizzato dalla soprintendenza ai Beni archeologici per l’Etruria Meridionale sul probabile luogo dello scavo clandestino, all’interno del Parco Archeologico di Tarquinia, è stato ritrovato il frammento raffigurante il cane e sono stati portati alla luce i resti dell’ambiente destinato al culto mitraico. Il ritrovamento del frammento del cane, perfettamente combaciante con il resto della statua, ha fornito un’inconfutabile prova della provenienza della statua dal sito individuato.
Mostra kolossal a Firenze. “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”: capolavori per la prima volta insieme. Poi andranno a Los Angeles e Washington
Una mostra unica e irripetibile: si potranno vedere affiancati l’Apoxyomenos di Vienna in bronzo e la versione in marmo degli Uffizi utilizzata per il suo restauro; due Erme di Dioniso, una proveniente da Tunisi (firmata dallo scultore del II secolo a.C. Boeto di Calcedonia), l’altra dal J. Paul Getty Museum di Malibu; i due Apollo-Kouroi, arcaistici conservati al Louvre e a Pompei. Ma anche la Minerva di Arezzo o la testa in bronzo di cavallo Medici-Ricciardi, o il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Sono più di cinquanta i capolavori in bronzo, che dal 14 marzo al 21 giugno saranno esposti a Palazzo Strozzi di Firenze alla mostra-colossal “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.), periodo in cui, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermarono nuove forme espressive che, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. L’utilizzo del bronzo, grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico. Così, in un clima di cosmopolitismo, l’arte si internazionalizzava. Questa di Palazzo Strozzi a Firenze sarà la prima sede della grande mostra concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l’esposizione si sposterà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015 per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington, dal 6 dicembre 2015 al 13 marzo 2016.
Curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la mostra offrirà una panoramica del mondo ellenistico attraverso il contesto storico, geografico e politico. Lo sterminato impero ellenistico fondato da Alessandro Magno si estendeva dalla Grecia e dai confini dell’Etiopia all’Indo e comprendeva la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto: la straordinaria produzione artistica, letteraria e filosofica ebbe così un vastissimo bacino di circolazione. Statue monumentali di divinità, atleti ed eroi saranno affiancate a ritratti di personaggi storici e a sculture di marmo e di pietra, in un percorso che condurrà il visitatore alla scoperta delle affascinanti storie dei ritrovamenti di questi capolavori, la maggior parte dei quali avvenuti in mare (Mediterraneo, Mar Nero), oppure attraverso scavi archeologici, che pongono i reperti in relazione ad antichi contesti. Dai Santuari, dove venivano utilizzati come «voti», agli Spazi pubblici, dove commemoravano persone ed eventi, alle Case, dove fungevano da elementi decorativi e ai Cimiteri, dove rappresentavano simboli funerari.
“Queste importanti collaborazioni confermano la reputazione di eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi”, sottolinea orgoglioso il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina. La rassegna vedrà infatti riuniti, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i maggiori capolavori del mondo antico, provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e internazionali come il museo Archeologico nazionale di Firenze, il museo nacional del Prado di Madrid, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il museo Archeologico nazionale di Atene, il museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma.
Il Vaticano apre al pubblico la grande necropoli pagana e cristiana di via Triumphalis: tombe di gente comune e multietnica
Entro gennaio sarà possibile passeggiare tra i sepolcreti di una delle più importanti necropoli dell’antica Roma, a ridosso delle pendici nord-orientali del colle Vaticano lungo l’antica via consolare Triumphalis: una vasta area di circa mille metri quadrati in cui sono state rinvenute sepolture, mosaici, stucchi ed affreschi, usata dalla fine del primo secolo a. C. al IV secolo dopo Cristo. I Musei Vaticani nei giorni scorsi hanno presentato l’apertura al pubblico dell’ampliamento dell’area archeologica della necropoli lungo la via Triumphalis, con un nuovo percorso di visita arricchito da un rinnovato allestimento.

Così doveva apparire al viandante la necropoli lungo via Triumphalis alle pendici del colle Vaticano
L’ampliamento è il frutto degli scavi, curati dal Reparto Antichità Greche e Romane dei Musei Vaticani, realizzati tra il 2009 e il 2011. Un’attività che ha permesso di collegare tutte le zone interessate, nei decenni passati, da ricerche archeologiche che, appunto, hanno svelato la necropoli. Il nuovo allestimento collega infatti l’area dell’Autoparco, venuta alla luce con gli scavi effettuati tra il 1956 e il 1958, e quella emersa con gli scavi della zona di Santa Rosa, messi in atto nel 2003, fino ad ora disgiunte. Contemporaneamente, gli archeologi vaticani hanno proceduto alla schedatura e alla catalogazione dei materiali rinvenuti durante le varie campagne di scavo, sia quelle eseguite in passato, sia quelle dei tempi più recenti. Comunque, durante i lavori di allestimento per l’apertura al pubblico, l’intera area archeologica è stata sempre mantenuta aperta alle visite di studio.
Il nuovo allestimento è stato finanziato con i contributi del Canada Chapter dei Patrons of the Arts in The Vatican Museum.”Questo scavo – spiega il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci – è stato finanziato dai Patrons. I musei Vaticani, a differenza di quelli italiani, possono contare ogni anno su 1,5-2 milioni di euro da spendere per restauri ed interventi di valorizzazione. Uno degli interventi che abbiamo attivato è proprio questo”. Nel dettaglio, l’ultima fase di lavori è stata “quasi del tutto finanziata dai Patrons che hanno offerto 650mila euro. Soldi serviti per gli scavi, gli apparati didattici, le passerelle e l’illuminazione -sottolinea Giandomenico Spinola, l’archeologo a capo dell’equipe che ha condotto i lavori -. L’obiettivo è quello di creare un laboratorio di scavo aperto al pubblico. Un luogo dove la gente potrà vedere l’area e i lavori che vengono mano a mano realizzati”. Tornano così visibili al pubblico – ampliati, riallestiti e musealizzati con passerelle e apparati didattici multimediali – gli scavi archeologici di epoca romana che si estendevano sotto l’intero colle Vaticano. Entro il mese a gruppi di 25 persone, accompagnate da una guida esperta plurilingue, sarà finalmente possibile passeggiare nel sepolcreto, tra piccoli mausolei, sarcofagi finemente scolpiti, statue, stucchi, mosaici, affreschi e bassorilievi con epigrafi che raccontano le vite di coloro che riposano sulle pendici dell’antica collina. Il visitatore – in un percorso hi-tech – potrà anche consultare i monitor touch-screen dislocati in undici postazioni, ciascuna delle quali illustra l’intera area archeologica e più approfonditamente la specifica porzione del sito antistante, con ricostruzioni virtuali e schede informative sulle sepolture. L’apparato didattico si avvale anche di una serie di pannelli esplicativi e di due filmati, uno storico-documentario e l’altro con ricostruzioni tridimensionali. “Stiamo attrezzando un sistema di visita – spiega Paolucci -, vogliamo che tutta la parte scavata del Vaticano, ovvero gli scavi di Santa Rosa, quelli dell’Autoparco e la nuova parte, siano resi visitabili. Stiamo studiando dei sistemi particolari, come ad esempio un biglietto unificato per gli scavi, per il museo e per i giardini”.
Il nuovo percorso di visita si snoda attraverso i resti della Necropoli, offrendo al visitatore la possibilità di ammirare il sepolcreto nel suo insieme, ma anche di apprezzare con una visione ravvicinata i numerosi apparati decorativi: marmi, mosaici, stucchi, affreschi tornati a nuovo splendore dopo i recenti restauri. Fra le considerevoli novità dello scavo si segnala il rinvenimento di un’area destinata alle cremazioni (ustrino), che raramente si conserva in complessi di questo tipo. Due nuove vetrine sono state allestite con un criterio tematico: la suppellettile usata per i rituali funerari, gli oggetti personali del defunto, i diversi apprestamenti per le sepolture a incinerazione o a inumazione. Una terza nuova vetrina illustra lo scavo 2009-2011 secondo il metodo stratigrafico degli archeologi, in modo da mostrare un vero e proprio ‘spaccato’ sintetico della sezione di scavo. Lungo il percorso di visita sono stati esposti anche altri reperti provenienti da vicine aree della stessa Necropoli non più visibili (Settore dell’Annona) o non abitualmente aperte al pubblico (Settore della Galea), in modo da integrare e ulteriormente valorizzare la musealizzazione del sito.
Le due aree cimiteriali dell’Autoparco e di S. Rosa – insieme ai vicini Settori detti “della Galea” e “dell’Annona” – costituiscono parte di un grande sepolcreto disposto lungo l’antica via Triumphalis, che da Roma, conduceva a Veio (Isola Farnese), attraverso Monte Mario. Grazie a quest’ultimo ritrovamento, ora in Vaticano sono accessibili due delle più complete e documentate necropoli della Roma d’età imperiale: quella lungo la Via Cornelia (visitabile negli scavi sotto la Basilica di San Pietro), dove si trova la tomba del Principe degli Apostoli, e questa della via Triumphalis, il cui nome molto probabilmente risale alla vittoria di Furio Camillo nel 396 a.C. sulla città di Veio, al quale fu concesso il trionfo proprio sulla strada che da Veio portava al Colle del Campidoglio.
Lo scavo ha portato alla scoperta di circa quaranta edifici sepolcrali – di piccola e media grandezza – e più di duecento sepolture singole disposte su diversi livelli e segnalate da cippi, stele, altari e lastre, spesso dotate di iscrizioni: tale apparato epigrafico risulta di eccezionale interesse storico-sociale. La maggior parte delle tombe si trova in ottimo stato di conservazione ed è databile tra la fine del I sec. a.C. e gli inizi del IV sec. d.C.: all’incirca, dall’epoca di Augusto a quella di Costantino. Alcuni edifici presentano interessanti decorazioni parietali ad affresco e a stucco e pavimenti a mosaico. Inoltre, sono tornati alla luce altari funerari, urne, sarcofagi con soggetti figurati a bassorilievo. Di particolare interesse è il sarcofago del giovane equites (cavaliere) Publius Caesilius Victorinus (270-290 d.C.), che presenta la figura di un’orante accanto ad un albero con sopra un uccello: tale iconografia sembra riportare il defunto in ambito cristiano, in un periodo precedente alla pace costantiniana (Editto di Milano, 313 d. C.). Talvolta, nei testi vengono specificati il mestiere e/o il luogo d’origine di questi personaggi, offrendo un interessantissimo spaccato di vita quotidiana. Il corredo tombale è costituito soprattutto da lucerne e recipienti ancora al loro posto, pronti ad essere utilizzati per le offerte ai defunti; sopra alcuni altari si riconoscono i fori per appendere le ghirlande di fiori.
Lo scavo, che secondo Spinola rappresenta una “vera rarità”, ha portato alla luce un’area nella quale è stata sepolta «gente di classe medio bassa: schiavi, liberti e artigiani. Solo in un’ultima fase del suo impiego, la necropoli ha ospitato persone più ricche. È successo che le famiglie di cavalieri comprassero le tombe più povere, ormai in abbandono, riconvertendole in tombe più ricche. Per questo -aggiunge l’archeologo- ci sono sarcofagi e mosaici di un certo pregio”. Le tombe sono state rinvenute in un ottimo stato di conservazione: “L’area è stata oggetto di frane: la ghiaia e l’argilla hanno sigillato le tombe permettendo che arrivassero a noi intatte come sono state lasciate. Ciò consente -dice Spinola- di disporre di una messe infinita di informazioni su quello che le fonti latine non dicono. Le fonti parlano di grandi tombe e di grandi uomini. Qui, invece, la storia è fatta dalla gente più semplice”. Persone comuni come ad esempio Alcimo, schiavo di Nerone addetto alle scenografie del teatro di Pompeo. I resti vanno dunque inquadrati nell’ambito “familiare e di quartiere”.
Un’altra particolarità è che la necropoli era di fatto “multietnica”. “Furono sepolte -racconta Spinola- persone di origine asiatica o palestinese. Un dato emerso grazie ai nomi riportati sulle iscrizioni, dai quali si deduce la provenienza dei defunti”. A conferma della volontà di considerare quest’area archeologica un vero e proprio laboratorio di ricerca, conclude Paolucci -, bisogna ricordare anche le indagini e gli approfondimenti scientifici in corso, quali le prospezioni con il georadar e le analisi antropologiche. Riguardo queste ultime, per le incinerazioni le ricerche sono state eseguite dal prof. Henri Duday dell’Università di Bordeaux, in collaborazione con l’Ecole Française de Rome; per le inumazioni, dal Servizio di Antropologia della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, coordinato dalla dott.ssa Paola Catalano.
Cerveteri: una delle principali città del Mediterraneo antico. Mostra al Louvre Lens
Sarà il pezzo forte della mostra “Les Etrusques et la Mediterranée: la cité de Cerveteri” che apre oggi, 5 dicembre, al Louvre di Lens , in un padiglione in acciaio e vetro adibito progettato a questo scopo dall’agenzia di architettura giapponese Sanaa: è il Sarcofago degli Sposi conservato al Louvre di Parigi. Non è bello e raffinato come quello di Roma, spiegano gli esperti: meno enigmatici gli sguardi, meno elegante la realizzazione. Ma il suo fascino è innegabile, ora che è stato restaurato – come è successo in tempi recenti, per il più famoso sarcofago degli Sposi di Villa Giulia a Roma.Dal 30 settembre l’urna funeraria etrusca in terracotta dipinta, proveniente dalla necropoli della Banditaccia a Cerveteri, è stata infatti interessata da lavori di pulitura e restauro. E ora il Sarcofago fa bella mostra nell’esposizione di Lens la prima a tema archeologico e in partneriato della nuova succursale, inaugurata nel 2012, che vede la partecipazione di Louvre, Palazzo delle Esposizioni di Roma e ministero per i Beni e le attività culturali. “Les Etrusques et la Mediterranée: la cité de Cerveteri” permetterà così al pubblico francese di conoscere e apprezzare una della città etrusche più potenti del Mediterraneo: Cerveteri, l’antica Caere.
Cerveteri era la Kaisra degli Etruschi, l’Agylla Caere di Greci e Romani, uno dei centri più importanti in Italia e nel Mediterraneo per tutto il primo millennio a.C. La storia di Cerveteri e dei suoi abitanti, i ceretani, è conosciuta non solo dai testi antichi, ma è emersa poco a poco dal terreno negli ultimi due secoli. Grandi scavi in particolare nel XIX secolo hanno rivelato monumenti e oggetti che hanno stupito i contemporanei e che oggi possiamo ammirare nei più grandi musei, da Villa Giulia ai Vaticani al Louvre. La mostra – assicurano gli organizzatori – propone un raffronto tra i ritrovamenti più antichi e i risultati degli scavi sistematici più recenti condotti nel cuore della città antica ma anche nelle necropoli e nell’intero territorio della città. Il risultato è un confronto senza precedenti in grado di sviluppare per la prima volta il ritratto di Cerveteri, una città che, come Atene Cartagine e Roma, fu una delle grandi città del Mediterraneo antico.
Non c’è solo il sarcofago fittile “degli sposi” ma anche le lastre dipinte di Parigi, Villa Giulia e Cerveteri, le terrecotte votive del Vaticano e quelle decorative di Berlino e Copenhagen tra le 400 opere selezionate per la mostra, con ceramiche, oggetti in metallo, vetro, sculture in pietra e terracotta, elementi architettonici in pietra, oreficerie, terrecotte dipinte, monete e utensili da lavoro, che provengono dai musei di tutto il mondo. Il progetto espositivo, che per la prima volta consente di tracciare un profilo generale della grande città etrusca, è frutto della condivisione di interessi e risorse con varie istituzioni. “Il Louvre vanta una delle più ricche collezioni di antichità etrusche provenienti da Cerveteri, in origine appartenute al marchese Campana”, ricorda Paola Santoro, direttore dell’Istituto di studi sul Mediterraneo antico del Consiglio nazionale delle ricerche che ha collaborato alla realizzazione dell’evento. L’Isma-Cnr conduce infatti scavi regolari nell’area urbana di Cerveteri sin dai primi anni ’80 del secolo scorso. “La parte centrale del percorso espositivo è dedicata proprio all’età dell’oro dell’antica città etrusca, l’epoca arcaica, dove spiccano le scoperte effettuate dal Cnr, che ha indagato tutti i siti collegati a santuari illustrati in mostra e contribuito, con le sue ricerche, alla ricostruzione dei vari aspetti della vita urbana: artigianato, urbanistica, culti, viabilità. All’Isma si deve anche la ricostruzione del quadro topografico generale del territorio ceretano”.
“Attraverso il ‘racconto’ della mostra – conclude Santoro – il visitatore potrà ricostruire un intero capitolo della storia del Mediterraneo, dall’angolo di osservazione di una delle sue metropoli”. La mostra rimarrà aperta fino al 10 marzo 2014. Dopo la tappa francese, la mostra approderà in aprile a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, dove è in calendario fino al 20 luglio 2014.

















































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