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La Fondazione museo civico di Rovereto pubblica il programma dell’edizione 2022 del film festival RAM – Rovereto – Archeologia – Memorie, dedicato al patrimonio culturale materiale e immateriale, con il focus “Sguardi al femminile”: 62 film in concorso per 4 premi tecnici più quello del pubblico, e due film fuori concorso. E poi incontri al bistrot e al circolo ed eventi speciali a teatro

rovereto_rassegna-RAM_locandina-2022Con la pubblicazione del programma la Fondazione museo civico di Rovereto inizia a scoprire le carte dell’edizione 2022 del film festival RAM – Rovereto – Archeologia – Memorie, dedicato al patrimonio culturale materiale e immateriale, a Rovereto dal 28 settembre al 2 ottobre 2022, con il focus “Sguardi al femminile”: un riflettore puntato sul ruolo delle donne nella storia, su parità di genere e opportunità attraverso testimonianze di registe, archeologhe, scrittrici, anche da zone di crisi e da quei paesi in cui cultura e formazione non sono scontate, soprattutto per le donne. La formula del Festival prevede proiezioni, incontri, corsi di formazione, visite alla scoperta del territorio. Il Teatro Zandonai, gioiello settecentesco della città, ospita le proiezioni dei film, gli eventi speciali e gli archeobook brunch. Ma la settimana del festival è anche occasione per scoprire il centro storico e il territorio attraverso gli appuntamenti del festival diffuso.

rovereto_rassegna-RAM_immagine-web-locandinaI film. Il programma dei film si articola in cinque giornate di proiezioni. In calendario 62 film (9 dei quali per il focus Sguardi al femminile) suddivisi nelle quattro sezioni che concorrono ad altrettanti premi assegnati da giurie composte da professionisti che operano nel campo del cinema, della cultura e della tutela del patrimonio. : 16 in concorso per il premio CINEMA ARCHEOLOGICO e la menzione speciale Archeoblogger, con tre prime nazionali; 17 in concorso per il premio CULTURA ANIMATA con 4 prime nazionali, 1 europea e 1 assoluta; 16 in concorso per il premio SGUARDI DAL MONDO e la menzione speciale CinemA.Mo.Re con 2 prime nazionali e 2 assolute; 13 in concorso per il premio L’ITALIA SI RACCONTA con 1 prima nazionale e 2 assolute. Tutti i film concorrono al premio “RAM film festival”, decretato dal pubblico in sala tramite votazione. Le mattinate di mercoledì, giovedì e venerdì sono dedicate alle scuole che hanno partecipato al progetto CINEMaSCUOLA. Due momenti sono dedicati in particolare al cinema d’animazione, venerdì pomeriggio e sabato mattina.

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Frame del film “Power of Rome” di Giovanni Troilo con Edoardo Leo

Gli eventi. Due serate speciali la sera: venerdì 30 settembre 2022, alle 20.30, al teatro Zandonai, proiezione del film fuori concorso “Power of Rome” di Giovanni Troilo (Italia, 2022, 83′). Saranno presenti il regista Giovanni Troilo e gli autori Luca Lancise e Donato Dallavalle. Il film è stato ideato per il compleanno di Roma del 2022 e interpretato da Edoardo Leo in cui si intreccia fiction e documentario. Sabato 1° ottobre 2022, alle 20.30, al teatro Zandonai, “Donne valorose”: Serena Dandini accompagna il pubblico alla scoperta delle molte donne esempi di forza, di valore, di straordinario contributo all’umanità, partendo dal suo libro “Il catalogo delle donne valorose”.

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Copertina del libro “Archeosocial 2.0” di Antonia Falcone

Durante la settimana, incontri informali con ospiti d’eccezione, per una chiacchierata davanti a un aperitivo o per un brunch. Per “Incontri al bistrot” di Alfio Ghezzi al Mart, mercoledì 28 settembre 2022, alle 17.30, “Patrimonio in ostaggio” con Lorenzo Pella, comandante del Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Udine, e con Giuseppe Guastella, giornalista di cronaca giudiziaria del Corriere della Sera. Modera Alessandra Cattoi, direttrice della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Venerdì 30 settembre 2022, alle 17.30, “Donne che minacciano il potere” con Mariarosaria Barbera, archeologa e autrice di libri sulle donne nell’antichità. Modera Marco Perinelli, archeologo e giornalista. Per “Incontri al circolo”, giovedì 29 settembre 2022, alle 17.30, nello storico locale del Circolo operaio nel quartiere di Santa Maria, “La legge della spada” con Andrea Rossini, esperto di scherma storica. Modera Maurizio Battisti, archeologo Fondazione Museo Civico di Rovereto. Per “Archeobook brunch”, sabato 1° ottobre 2022, alle 12, un momento informale immersi tra archeologia e libri nella sala bar del teatro Zandonai, “L’archeologia che riscrive il web” con Antonia Falcone, archeologa e autrice di “Archeosocial 2.0” (2018). Domenica 2 ottobre 2022, alle 12, nella sala bar del teatro Zandonai, “L’uomo preistorico era anche una donna” con Enza Elena Spinapolice, archeologa, insegna Preistoria e protostoria del Mediterraneo e Archeologia e culture del Paleolitico all’università di Roma La Sapienza.

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La copertina del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” di Maurizio Zulian e Graziano Tavan (Marsilio Arte)

A chiudere il programma degli incontri, domenica 2 ottobre 2022, al pomeriggio, l’appuntamento con Maurizio Zulian e Graziano Tavan, autori del volume sull’Egitto fresco di stampa “Nella terra di Pakhet”. Alle 17.30, al teatro Zandonai, Graziano Tavan intervista Maurizio Zulian sui viaggi compiuti per realizzare il volume “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto. Appunti di trent’anni di esplorazioni” (Marsilio, 2022), con particolare attenzione alla zona di Amarna.

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Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Ma non è finita, al teatro Zandonai c’è un’ultima chicca nel programma del RAM 2022. Dopo la premiazione del film vincitore del premio del pubblico (i film premiati dalle giurie tecniche erano stati invece annunciati alle 10.30 nella sala bar del teatro Zandonai), anteprima assoluta fuori concorso del film “Afghanistan. Tracce di una cultura sfregiata” di Alberto Castellani (Italia, 2022, 52′), consulenza scientifica: Massimo Vidale, Anna Filigenzi, Luca Maria Olivieri, Mohammed Fahim Rahmi (vedi “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia | archeologiavocidalpassato).

“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia

“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

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La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)

Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

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La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

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Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”

Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

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L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

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Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

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Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)

Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

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Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma

Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.

Padova. Nella Notte Bianca del Liviano incontro con Massimo Vidale e Mariangela Galatea Vaglio per parlare di gender e archeologia

padova_notte-bianca-liviano_gender-archaeology_locandinaIl gender e l’archeologia, ovvero come gli studi di genere devono essere usati per reinterpretare i problemi e i fatti del passato. Se ne parla il 27 aprile 2022, alle 20.15, nell’aula N del Liviano a Padova, nell’incontro “Gender archaeology: decostruire i bias di genere nell’archeologia” con Massimo Vidale e Mariangela Galatea Vaglio. L’iniziativa rientra negli eventi della IX Notte Bianca del Liviano organizzata da Studenti per Udu – Scienze Umane Padova negli spazi di palazzo Liviano e piazza Capitanato con cultura, arte e musica. L’evento è aperto alla comunità studentesca e alla cittadinanza. “La Notte Bianca – dicono gli organizzatori – rappresenta un’occasione per riflettere, per emozionarci e divertirci nella splendida cornice di piazza Capitaniato. La Notte Bianca diventa il palcoscenico dove l’immenso valore delle scienze umane viene espresso nelle sue numerose sfumature, andando oltre la classica didattica e rivolgendosi all’intera cittadinanza, con un focus specifico sull’analisi della realtà che quotidianamente viviamo”. Con l’occasione è possibile anche la visita guidata al museo Archeologico del Liviano in due turni di 20 persone ciascuno: 1. turno: ore 19.15, atrio Liviano; 2. turno: ore 20.15, Atrio Liviano. Contatto per prenotare: Teresa Cozzi – 3774787453.

padova_notte-bianca-liviano_gender-archaeology_massimo-vidalepadova_notte-bianca-liviano_gender-archaeology_galatea-vaglioStereotipi come può essere quello del ruolo di donne e uomini nella società, nella famiglia e nel lavoro, ma come anche tante altre idee ultra semplificate riguardanti sesso e genere – frutto di una società di stampo patriarcale – oltre ad esistere tutt’oggi, sono stati usati come chiavi di lettura per l’interpretazione delle società del passato. Ma era davvero così nelle realtà preistoriche? O sono filtri attraverso cui per tanto tempo si è stati abituati a leggere diverse realtà? Ne parleranno Galatea Vaglio, insegnante e scrittrice, che si occupa di divulgazione storica, ha pubblicato numerosi saggi e romanzi e collaborato con il Sole24Ore, L’Espresso e ValigiaBlu; e Massimo Vidale, docente di Metodologia della Ricerca archeologica all’università di Padova. È co-direttore della Missione archeologica italiana nell’Iran sud-orientale e membro del Consiglio direttivo dell’ISMEO. Ha effettuato ricerche in Italia, Iran, Pakistan, India, Nepal, Asia centrale, Iraq e Africa settentrionale.

Pakistan. La missione italiana nello Swat dell’Ismeo/università Ca’ Foscari Venezia ha scoperto uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, risalente al II sec. a.C. Ecco i risultati delle ricerche e le prospettive future

Veduta aerea del tempio buddista scoperto a Barikot, nello Swat, dalla missione archeologica italiana dell’Ismeo e dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto ismeo/unive)

L’ultima campagna di scavo 2021 della missione italiana in Pakistan ha riportato alla luce uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, nella regione dello Swat. Ne dà notizia il magazine di Ca’ Foscari. La datazione si attesta intorno alla seconda metà del II secolo a.C., ma probabilmente risale ad età più antica, al periodo Maurya, dunque III secolo a.C., ma lo potranno confermare solo le datazioni al radiocarbonio (C14). La scoperta getta una nuova luce sulle forme del buddhismo antico e la sua espansione nell’antico Gandhara e aggiunge un nuovo tassello a ciò che si conosce sull’antica città. Da diversi anni direttore di quella che è la più antica missione archeologica italiana attiva in Asia è il professor Luca Maria Olivieri dell’università Ca’ Foscari Venezia (dipartimento di studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea). Allo scavo del 2021 hanno partecipato la dr. Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt) vice-direttrice della Missione, e il dr. Michele Minardi (università ‘L’Orientale’ di Napoli). “La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca”, spiega Olivieri, “rimanda senz’altro ad un grande ed antico centro di culto e di pellegrinaggio. Lo Swat è terra sacra del Buddhismo già in età indogreca”. La missione fondata nel 1955 da Giuseppe Tucci è gestita dal 2021 anche dall’ Ateneo veneziano in collaborazione con l’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), con il co-finanziamento del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, in collaborazione con il dipartimento provinciale pakistano di archeologia (DOAM KP) e con il locale Swat Museum. 

Il colle di Barikot nella valle dello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

La città di Barikot è nota nelle fonti greche e latine come una delle città assediate da Alessandro Magno, l’antica Bazira o Vajrasthana. Le stratigrafie scavate dalla Missione, datate col radiocarbonio, dimostrano l’esistenza della città ai tempi della spedizione di Alessandro Magno intorno al 327 a.C. (https://doi.org/10.1016/j.nimb.2019.05.065). Si tratta di una città importante che gestiva tutto il surplus agricolo produttivo della valle dello Swat. La valle è speciale tra quelle del Karakorum-Hindukush perché gode di un microclima che permette di avere due raccolti dallo stesso terreno durante l’anno, grano o riso, uno in primavera e uno alla fine dell’estate. Barikot era dunque una sorta di “città-granaio” di cui anche Alessandro Magno si servì prima di proseguire il suo percorso verso l’India. Curzio Rufo la descrive come urbs opulenta nelle sue Historiae Alexandri Magni per definirne la ricchezza agricola. Il sito è impressionante, una valle verdissima in una sorta di pianoro di montagna a circa 800 mt. di altezza con sullo sfondo le montagne dell’Hindukush e con una storia che va dall’età del Bronzo fino alla fine del Medioevo.

Il tempio e gli scavi 2021. Barikot fu occupata ininterrottamente dalla protostoria (1700 a.C.) al periodo medievale (XVI secolo), con oltre 10metri di stratigrafia archeologica. Proprio verso la fine della campagna di scavo del 2021, nel mese di ottobre, dopo aver completato lo scavo dell’acropoli della città, gli archeologi della Missione decidono di spostarsi ed esplorare un’area al centro della città antica che era già stata oggetto di razzie clandestine evidenziate da ampie buche, in un terreno recentemente acquisito dalle autorità pakistane. E qui la sorpresa. A poco a poco si rivela un interessante monumento buddhista, preservato, nonostante i ripetuti vandalismi, di oltre tre metri di altezza. Un edificio dalla forma particolare: un podio absidato sul quale si erge una cella cilindrica, con all’interno uno stupa. Si tratta chiaramente di un’architettura legata ad un contesto buddhista. Ai lati del monumento ci sono uno stupa minore, una cella e il podio di un pilastro monumentale. La scala che conduce alla cella è stata ricostruita in tre fasi, la più recente risalente al III secolo d.C., coeva ad una serie di stanze in forma di pronao che conducevano ad un ingresso che si apriva su un cortile pubblico affacciato su un’antica strada. La scala più antica recava ancora in situ un’iscrizione dedicatoria in Kharoshti, paleograficamente del I sec. d.C., metà della quale è stata trovata rovesciata e riutilizzata nel piano tardo di cui sopra. Sono state inoltre ritrovate delle monete negli strati inferiori e insieme a molte iscrizioni su ceramica in kharoshti. Il monumento fu abbandonato quando, ai primi del IV secolo, la città bassa fu distrutta da un disastroso terremoto. Sotto il monumento gli archeologi hanno trovato un monumento più antico fiancheggiato da un piccolo stupa di tipo arcaico, la cui datazione va indietro al periodo indo-greco, 150 a.C., periodo in cui regnava il re indogreco, Menandro I o i suoi immediati successori. Menandro secondo la tradizione buddhista indiana si sarebbe convertito al buddhismo. Ma le sorprese non erano terminate. A pochi giorni dalla fine dello scavo, nel mese di dicembre, si è visto che parti del monumento indo-greco erano infatti costruite su strutture ancora più antiche i cui livelli hanno rivelato materiali ceramici che a Barikot sono caratteristici delle fasi datate al III secolo a.C. La cronologia sarà confermata dalle analisi radiocarboniche (C14) che saranno molto precise visto che durante gli scavi sono stati fatti flottare più di 10.000 lt di terreno e sono stati ottenuti 58 contenitori di campioni di semi carbonizzati. Alla fine dello scavo nel dicembre del 2021 sono stati documentati e inventariati 2109 oggetti. Vasellame, monete, iscrizioni, sculture in pietra e stucco, oggetti in terracotta, sigilli e monili sono stati consegnati al nuovo Swat Museum, con sede nella capitale Saidu Sharif, interamente ricostruito dalla Missione archeologica italiana dopo l’attentato del 2008.

Veduta aerea dell’acropoli sul colle di Barikot nello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

Altre scoperte. Lo scavo della Missione di quest’anno ha portato interamente alla luce un tempio Shahi dedicato a Vishnu che misura nella sua interezza 21 metri x 14. Datato al radiocarbonio al 700 d.C. e demolito sotto i Ghaznavidi dopo il 1000 d.C., il tempio conserva solo il podio (conservato per circa 2 metri di altezza), i relativi pavimenti, parte cospicua della decorazione a lesene con capitelli pseudo-ionici, notevoli esempi della decorazione in stucco e frammenti dei gruppi scultorei in marmo del periodo Turki Shahi. È stata inoltre messa in luce l’acropoli tardoantica, mentre alla base di questa è stata anche scoperta una piccola necropoli di età storica scavata in collaborazione con Massimo Vidale dell’università di Padova (anche qui si attendono i dati radiocarbonici). Un ulteriore ritrovamento sempre a Barikot è legato anche alla scoperta di una delle antiche vie cittadine che dalla porta urbica scoperta quest’anno lungo la cinta muraria indo-greca, risaliva verso il centro della città. Il tempio absidato trovato quest’anno ed altri due santuari buddhisti rinvenuti negli anni scorsi si affacciavano sui due lati di questa via. Questa ultima scoperta potrebbe essere la prova dell’esistenza di una vera e propria via dei templi lungo l’asse viario che dal settore periferico delle mura risaliva verso l’acropoli.

Panoramica dello scavo 2021 a Barikot nello Swat della missione archeologica italiana in Pakistan dell’Ismeo/università Ca’ Foscari (foto ismeo/unive)

Le prospettive future di Barikot. Lo scavo ricomincia a febbraio 2022, le concessioni sono state già ottenute, nella zona a nord del monumento absidato per cercare la strada che costeggiava l’abitato ed una serie di strutture templari di importanza probabilmente maggiore a quelle già messe in luce. Da nominare anche un importante progetto collaterale allo scavo, anche questo diretto da Luca Maria Olivieri. Il progetto si occupa del paleoclima dello Swat in età tardo-antica (sul problema della cosiddetta LALIA o Late Ancient Little Ice Age) “Late Antique Swat Ecology and Resilience: Climate and Habitat in Interfacial periods” ed è svolto insieme a Dario Battistel (dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica). Il progetto biennale finanziato nel quadro dei progetti SPIN 2021 di Ca’ Foscari, vede anche la collaborazione di Nicola Di Cosmo (Princeton University), Ulf Büntgen (Cambridge University), Federico Squarcini (dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea) e Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt). Tra i progetti della Missione già in corso con Ca’ Foscari, vanno ricordati il progetto “Ellenismo e India. Tecnologie della pietra e dei cantieri nel Gandhara: Saidu Sharif I” diretto da Luca M. Olivieri, che ha prodotto una monografia che è in corso di stampa con Edizioni Ca’ Foscari nella nuova serie Marco Polo diretta da Sabrina Rastelli e Elisabetta Ragagnin (dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea). Va menzionato inoltre il gruppo di studio “Lo Swat di Alessandro: toponomastica, archeologia e testi” con Claudia Antonetti (dipartimento di Studi Umanistici) e studiosi di vari atenei in Italia e all’estero, nonché il progetto SPIN diretto da Claudia Antonetti “Social, ritual and ceremonial use of wine in the Gandharan area, from the Achaemenids to the Kushans”, che si svolge in stretta collaborazione con la Missione archeologica in Swat.

Padova. Giornata inaugurale (in presenza e on line) dell’anno accademico della Scuola di Specializzazione in Beni archeologici dell’università di Padova diretta da Massimo Vidale. Intervento di Dario Di Blasi su “Archeologia e cinema”

L’Anno Accademico 2021/2022 della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’università di Padova, diretta da Massimo Vidale, nell’ambito del Dipartimento dei Beni culturali diretto da Jacopo Bonetto, apre ufficialmente con una giornata inaugurale in presenza nell’aula Sartori del Palazzo Liviano di Padova e on line (su piattaforma zoom, link ID 832 2706 9671). Appuntamento giovedì 27 gennaio 2022 al quale sono invitati a partecipare i dottorandi, gli specializzandi, gli studenti e tutti gli interessati. Si inizia alle 9, con i saluti e la presentazione della giornata da parte del prof. Massimo Vidale. Alle 9.20, intervento della dott.ssa Alessandra Lighezzolo (Ufficio stage e tirocini Università di Padova); 10, presentazione dei corsi per l’A.A. 2021/2022 da parte dei docenti; 12.30, intervento del dr. Dario Di Blasi (direttore artistico di Firenze Archeofilm) sul tema “Archeologia e cinema”. Alla mattinata parteciperà la dott.ssa Elena Pettenò (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso).

Udine. Webinar “Archeomafie e dintorni – mappe e organizzazioni del traffico illecito di materiali archeologici” organizzato dall’associazione A.C.CulturArti nell’ambito del 3° Festival dell’Archeologia Pubblica “senzaConfini”. Tra i relatori: Lucio Milano, Massimo Vidale, F. Mario Fales

La locandina del webinar “Archeomafie e dintorni” di A.C.CulturArti

La sottrazione di opere d’arte e reperti archeologici non solo procura un danno patrimoniale allo Stato di inestimabile valore, ma depaupera anche ogni singolo cittadino. Questa forma di arricchimento illecito molto spesso è gestita da organizzazioni malavitose. Se ne parla lunedì 20 dicembre 2021, dalle 15.30 alle 18, nel webinar “Archeomafie e dintorni – mappe e organizzazioni del traffico illecito di materiali archeologici” organizzato dall’associazione A.C.CulturArti di Udine in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Aquileia ed è inserito nel programma del 3° Festival dell’Archeologia Pubblica “senzaConfini”, finanziato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L’evento si tiene in diretta sulla piattaforma Zoom (iscrizione gratuita https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN__f16BRo3QGyc67yw7AJ8bw) e sulla pagina Facebook di A.C.CulturArti (www.facebook.com/A.C.CulturArti/videos), in differita sul canale YouTube di A.C.CulturArti (https://www.youtube.com/channel/UCBErWhQdXqcP8w6UvCJvyew). Sono definite “archeomafie” le organizzazioni che operano nel campo degli scavi clandestini, del furto e del traffico illecito internazionale di reperti archeologici. Di questi argomenti di riconosciuto interesse, si occuperà il convegno “Archeomafie e dintorni”. L’evento, attraverso relazioni tenute da studiosi di fama internazionale, sarà in grado di concorrere all’aggiornamento degli operatori del settore, arricchendo le loro competenze e contribuendo a illustrare gli strumenti e metodi tuttora in atto per monitorare e contrastare la vasta gamma di atti e traffici criminosi connessi.

i bulldozer dei miliziani dell’Isis si accaniscono contro le mura di Ninive

PROGRAMMA. Alle 15.30, saluti e presentazioni d’apertura: Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia; Roswitha Del Fabbro, presidente di A.C.CulturArti; F. Mario Fales, direttore scientifico di A.C.CulturArti. Parte prima: Perché “Archeomafie e dintorni” nell’archeologia pubblica: punti di vista. Interventi: Lucio Milano, università Ca’ Foscari di Venezia: “Lo scenario italiano: incontri recenti e implicazioni future”; Carlo Pavolini, università della Tuscia: “Riorganizzazione del Ministero e tutela del territorio – visuali a confronto”. Parte seconda: scorci d’Oriente. Interventi: Stefano Campana, università di Siena: “Alcune considerazioni sui primi risultati delle valutazioni dei danni provocati dall’ISIS al patrimonio archeologico iracheno: Hatra”. Massimo Vidale, università di Padova: “Alcune considerazioni sui primi risultati delle valutazioni dei danni provocati dall’ISIS al patrimonio archeologico iracheno: Ninive”. Parte terza: “Archeomafie e dintorni”. Interventi: Tsao Cevoli, direttore rivista “Archeomafie”: “I risultati e l’impatto delle indagini pluriennali della rivista”; Lidia Vignola, direttore Osservatorio Internazionale “Archeomafie”: “Il database e i risultati accessibili presso l’Osservatorio”. F. Mario Fales: “Saxa nondum loquuntur? Conclusioni parziali e provvisorie”.

Il film “Mesopotamia: la stagione dei grandi imperi”, seconda parte della miniserie “Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” del regista veneziano selezionato per l’8° festival internazionale di Arkhaios (Pittsburgh, Pennsylvania, USA) che, causa Covid.19, sarà on-line

Il resgita Alberto Castellani durante le riprese della collezione mesopotamica “Ugo Sissa” a Palazzo Te di Mantova (foto Graziano Tavan)

Una scena del film “Mesopotamia. In memoriam” di Alberto Castellani

La prima parte è stata presentata con successo all’edizione 2019 del  Firenze Archeofilm; è stata invitata come  evento nella serata conclusiva della Rassegna Internazionale del Film archeologico 2019 di Rovereto; e, sempre nel 2019, ha ottenuto un significativo riconoscimento nell’ambito di Aquileia Film Festival 2019 e di Imagines 2019 a Bologna, dove è stata presentata un’anteprima anche della seconda parte che avrebbe dovuto esordire nella versione definitiva al Firenze Archeofilm 2020: stiamo parlando della miniserie “Mesopotamia in memoriam” del regista veneziano Alberto Castellani, un affresco su quella  terra fertile a forma di mezzaluna, dove nacquero civiltà antiche, Sumeri, Assiri, Babilonesi, cui far risalire scoperte come la scrittura o la nascita della società urbana. Il film abbina il racconto delle pagine più significative di quelle antiche civiltà con l’individuazione di ciò che l’uomo ha perduto: si tratta dei dolorosi saccheggi operati dall’Isis ma anche delle razzie operate da regimi diversi e favorite da connivenze colpevoli. Per queste testimonianze perdute – si tratta di sculture, tavolette cuneiformi, sigilli cilindrici – il film sottolinea come sia davvero difficile per le popolazioni della Mesopotamia conservare il legame con la propria terra perché sono venuti meno i riferimenti storici del mondo di cui sono eredi. E rimane, allora, soltanto un gigantesco buco nero di smarrimento e di angoscia sociale. “Il film – ricorda Castellani – gode dell’amichevole consulenza di alcuni eminenti studiosi quali Paolo Matthiae della Sapienza di Roma, Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine, Paolo Brusasco dell’università di Genova e Massimo Vidale dell’università di Padova.

La presentazione del film di Castellani “Mesopotamia: la stagione dei grandi imperi” sul sito di Arkhaios Film Festival 2020

Ma il Covid-19 ha fatto prima rinviare (due volte) e poi cancellare definitivamente Firenze Archeofilm 2020. Ma dal 5 all’11 ottobre 2020 il film “Mesopotamia: la stagione dei grandi imperi”, diretto e prodotto da Alberto Castellani, Media Venice Comunicazione e Immagine, si potrà vedere on line sulla piattaforma Vimeo perché è stato inserito nella selezione finale di 2020 Arkhaios Cultural Heritage and Archaeology Film Festival di Pittsburgh ( Pennsylvania, USA). E quest’anno, proprio causa Covid-19, l’8° festival internazionale di Arkhaios sarà un’edizione on-line, e quindi si potrà seguire anche dall’Italia. Basta seguire le modalità di iscrizione sul sito http://www.arkhaiosfilmfestival.org/home.html. Soddisfatto Castellani che ha realizzato una versione in lingua inglese del film proprio per facilitarne una diffusione in ambito internazionale: “Siamo onorati che il film “ Mesopotamia: la stagione dei grandi imperi” sia stato prescelto ed inserito a rappresentare l’Italia in una così autorevole manifestazione. Ci auguriamo anche che questa produzione possa suscitare l’interesse di organizzazioni culturali e di networks  sensibili al mondo dell’archeologia ed in particolare alle vicende del Vicino Oriente, purtroppo  protagonista, in questi anni, di tragiche  vicende”.

Arkhaios 2020 propone quattordici film di grande qualità e vasta gamma di argomenti, risultato di una rigorosa selezione. Registi di tutto il mondo hanno proposto i loro film, tra cui Argentina, Bangladesh, Brasile, Canada, Cile, Cipro, Repubblica Dominicana, Francia, Germania, Grecia, Iran, Italia, Messico, Polonia, Polinesia, Portogallo, Singapore, Spagna, Turchia e Stati Uniti. Il festival è sponsorizzato da The Friends of Arkhaios; The South Carolina Institute of Archaeology & Anthropology (SCIAA), University of South Carolina; The Department of Anthropology, University of South Carolina; The Greater Piedmont Chapter of The Explorers Club; The Council of South Carolina Professional Archaeologists (COSCAPA); The Department of Anthropology, University of Pittsburgh; The Allegheny Chapter #1, and the Ohio Valley Chapter #22, of the Society for Pennsylvania Archaeology (SPA). Arkhaios Cutural Heritage and Archaeology Film Festival  considerato tra le più importanti manifestazioni internazionali del settore, ha confermato anche quest’anno, secondo lo spirito degli organizzatori, la propria linea editoriale: quella  di promuovere  il racconto di  “una storia sia locale che globale, traendo ispirazione da produzioni che si ispirino alle radici della nostra civiltà così da meglio  comprendere  popoli  appartenenti a culture provenienti da ogni parte del  mondo” (dr. Costal Ganiewicz, president and CEO Coastal Discovery Museum – dr Stefen Smith, University of South Carolina, Director Institute of Archaeology and Anthropology).

“Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato”. Dopo “Kaled Asaad: quel giorno a Palmira”, realizzato dal regista veneziano Alberto Castellani sull’onda dell’orrore suscitato per l’eccidio del direttore del museo di Palmira, è nata una miniserie in due puntate di 50’ l’una (in italiano e in inglese) a cura dello stesso autore: “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato”. Il programma rappresenta il  ritorno dell’autore sulle terre martoriate del Vicino Oriente e affronta il dramma in termini sociali e culturali che sta vivendo la Mesopotamia ed in particolare l’Iraq. C’erano una volta due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, e tutt’attorno una terra fertile a forma di mezzaluna, dove nacquero civiltà antiche, a cui  far risalire scoperte come la scrittura o la nascita della società urbana. Ora possiamo definirla come la tomba della civiltà della Mesopotamia. L’elenco di ciò che l’uomo ha perduto è oggi impossibile, si tratta di saccheggi operati dall’Isis che non hanno alcuna giustificazione:  men che meno quella  della distruzione dell’idolatria. Ma si tratta anche di razzie operate da regimi diversi  e favorite da connivenze colpevoli. Per queste testimonianze perdute,  si tratta di sculture, tavolette cuneiformi, sigilli cilindrici,  risulta  difficile se non impossibile per le popolazioni della Mesopotamia conservare  il legame con la propria terra perché sono venuti meno i riferimento storici del mondo di cui sono eredi. E rimane allora soltanto un  gigantesco buco nero di smarrimento e di angoscia sociale. Tutto finito dunque, nessuna speranza per il futuro? Per dare un senso al domani, il film si chiede allora perché il bassorilievo di un toro antropomorfo del primo millennio assiro fa ancora paura a ciò che resta del califfato, perché le statue di Mosul spaventano tanto che i suoi sgherri , le hanno fatte a pezzi, si sono accanite su di esse , le hanno gettate al suolo sbriciolate come se fossero nemici armati o ribelli. Perché forse, è la risposta dell’Autore in sintonia con quanto è già stato scritto da autorevoli testimoni, le pietre, le statue, i templi parlano. Parlano più dei sermoni e dei discorsi e tutti  possono leggere quelle tracce. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre,  polverizzarle per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che prima o poi finirà. Le riprese  hanno interessato i maggiori musei Europei, in particolare  il Louvre, il British Museum ed il Pergamon Museum di Berlino. Le riprese in  Iraq e Kurdistan Iracheno  sono state realizzate in collaborazione con l’università di Udine.

La IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea (Ct), gratificata da una folta presenza di pubblico e addetti ai lavori, ha assegnato il premio “Antonino Di Vita” a Massimo Vidale, archeologo di frontiera, docente e grande comunicatore. Il pubblico ha scelto “I Leoni di Lissa” e la giuria di qualità “Incontrando i Neanderthal”

La locandina della IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea (Ct)

Il docente Alessandro De Filippo con i direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele

Addetti ai lavori, registi, produttori, archeologi e centinaia di visitatori: Licodia Eubea, anche per i quattro giorni di programmazione della IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, si è confermata un vero crocevia di incontri e scambi di esperienze, punto di riferimento, a livello internazionale, per il cinema archeologico. La serata finale, con un successo di pubblico senza precedenti venuto a seguire le premiazioni con i protagonisti presenti in sala, già antica chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, è stata il naturale e conseguente sigillo a un’edizione da incorniciare. Ma prima di passare alla proclamazione dei film scelti dalla giuria internazionale e dal pubblico, e dell’assegnazione del prestigioso premio “Antonino Di Vita”, la Rassegna ha offerto la consueta Finestra sul documentario siciliano, che quest’anno è stata dedicata alla Sicilia di Vittorio De Seta, padre del documentarismo moderno, raccontata da Alessandro De Filippo, critico cinematografico e docente di Tecnica della rappresentazione audiovisiva presso il DISUM di Catania.

Enzo Piazzese, presidente dell’Archeoclub d’Italia di Ragusa, consegna il premio “Archeoclub d’Italia” al regista Nicolò Bongiorno

“I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno

Premio “Archeoclub d’Italia”. Il pubblico della IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, realizzata con il sostegno di Sicilia Film Commission e la collaborazione dell’Archeoclub d’Italia di Licodia Eubea diretta da Giacomo Caruso, ha scelto il film “I leoni di Lissa” documentario prodotto da “Allegria Film” e diretto dal regista Nicolò Bongiorno, che si è così aggiudicato il premio “Archeoclub d’Italia”. “I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno (Italia/Croazia, 2019; 76’): il film evoca la leggendaria battaglia navale di Lissa (1866), scontro simbolo e icona dell’iconografia moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’unità d’Italia. Un’immersione di grande importanza scientifica e archeologica, raccontata come una fiaba moderna. Il regista, secondogenito del noto conduttore televisivo Mike Bongiorno, ha ricevuto il premio dalla mani di Enzo Piazzese (Archeoclub d’Italia di Ragusa).

Al film “A la rencontre de Néandertal”, di Rob Hope e Pascal Cuissot il premio “Archeovisiva”

Laura Maniscalco con Brian McConnell, membri della giuria di qualità, legge la motivazione del premio “Archeovisiva”

Il premio “Archeovisiva”, assegnato da una giuria internazionale di qualità composta da Diego D’Innocenzo, Anthony Grieco, Lada Laura, Laura Maniscalco e Brian McConnell è stato assegnato alla produzione francese “A la rencontre de Néandertal”, di Rob Hope e Pascal Cuissot, prodotto dalla Fred Hilgemann Films, presentato in anteprima nazionale a Licodia Eubea. Il film “A la rencontre de Neandertal / Incontrando i Neanderthal” di Rob Hope e Pascal Cuissot (Francia, 2019; 52’): molto prima dell’arrivo dell’Homo Sapiens, i Neanderthal si aggirano per le vaste pianure europee, completamente allagate dopo l’Era Glaciale. Diverse scoperte in Francia e in Inghilterra, e soprattutto sull’isola di Jersey, permettono oggi agli archeologi di capire lo stile di vita di quei primi grandi nomadi d’Europa, che vissero trecentomila anni. Laura Maniscalco con Brian McConnell ha proclamato il vincitore del premio “Archeovisiva” con questa motivazione: “Il documentario A la recontre de Néandertal, attraverso un giusto equilibrio tra interviste, scene con personaggi e ricostruzioni artistiche, riesce a presentare in modo chiaro dati estremamente stimolanti ricavati da diversi siti in diverse parti d’Europa. Nonostante l’abisso cronologico che ci separa dalle problematiche presentate, il film riesce a trasmetterci il significato della lotta costante delle popolazioni Neanderthal di fronte alle difficoltà ambientali ma anche la loro capacità di adattamento a drastici cambiamenti climatici, capacità che assume un significato emblematico per noi contemporanei e per le generazioni future in vista delle problematiche climatiche sempre più pressanti”. Ma la giuria di qualità ha inoltre assegnato una menzione speciale al film “C’era una volta Iato”, prodotto dall’Istituto Comprensivo di San Giuseppe Jato, per la freschezza e l’alto livello della realizzazione, e per il messaggio sociale che il film trasmette.

Maria Antonietta Rizzi Di Vita consegna il premio “Antonino Di Vita” all’archeologo Massimo Vidale

Premio “Antonino Di Vita”. Se la finalità del prestigioso premio della Rassegna di Licodia Eubea è quello di segnalare chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico, la scelta del comitato scientifico del festival non poteva essere migliore, attribuendolo all’archeologo e grande comunicatore Massimo Vidale, che ha svolto negli ultimi quaranta anni ricerche archeologiche ed etnoarcheologiche in Italia, Iran, Kuwait, Iraq, Pakistan, Turkmenistan, India, Nepal, Indonesia, Tunisia ed Eritrea, ma che ha saputo promuovere, comunicare e divulgare la ricerca archeologica come insegnante (attualmente è docente all’università di Padova), come giornalista su riviste, giornali, cataloghi, saggi, e come filmmaker. Il premio è stato consegnato da Maria Antonietta Rizzo Di Vita con questa motivazione: “Un archeologo di frontiera, forte di passione, competenza e oltre 40 anni di esperienza sul campo in aree del mondo complesse come Kuwait, Iran, Nepal, India, Pakistan e Turkmenistan, ma anche Indonesia, Eritrea e Tunisia. Docente universitario, ricercatore e comunicatore, ha veicolato i risultati del suo lavoro attraverso circa 500 contributi, tra monografie, articoli scientifici e di carattere divulgativo, e documentari. L’interesse per l’etnoarcheologia e i processi produttivi nel mondo antico rivela la sua volontà di mettere a fuoco, nello studio della cultura materiale e delle dinamiche che regolano la creazione dei manufatti, quelle storie “nascoste” che una ricerca archeologica di tipo tradizionale spesso non riesce a cogliere: storie di individui che, nelle loro scelte tecniche, riflettono tradizioni, saperi, creatività e idee, spesso frutto di relazioni, contatti e interazioni”. Il saluto finale dai direttori artistici del festival, Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, che, soddisfatti dell’eccezionale riuscita di questa nona edizione e della grande affluenza di pubblico, complice il clima quasi estivo che ha caratterizzato i quattro giorni, hanno già fissato le date della decima edizione dell’evento, dando appuntamento ad appassionati, archeologi e registi dal 16 al 19 ottobre 2020. A Licodia Eubea, ovviamente.

“Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”: Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti con le esperienze di 34 archeologi italiani spiegano com’è l’archeologia oggi e come può diventare un lavoro. Grande festa e incontro al museo Pigorini di Roma

La copertina del libro di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti "Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta"

La copertina del libro di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”

Chi è l’archeologo? Cosa fa l’archeologo? Bella domanda. Nell’immaginario collettivo la prima risposta che viene è il professore che scava tesori, decifra testi misteriosi, evita trappole mortali, duella con mummie: in una parola, Indiana Jones. Oppure lo vede chiuso nelle aule polverose di una biblioteca a studiare fonti lontane nei secoli e poi in giro per il mondo a scavare o imbalsamato tra le vetrine di un noioso museo. Niente di tutto questo. La realtà è ben diversa e certo meno avventurosa e poetica: da una parte i (pochi) che sono riusciti a trovare un posto nella pubblica amministrazione (università, soprintendenze, musei), dall’altra una schiera di volontari-freelance-collaboratori, in una parola: disoccupati o, al massimo, inoccupati. Ma si può cambiare una situazione che ai “giovani-che-amano-l’archeologia” non sembra dare un futuro? Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti ne sono convinti. E lo hanno scritto. Anzi hanno scritto un libro che è un vero manuale del giovane archeologo, ricco di esperienze e consigli, idee e progetti, difficoltà ed errori da evitare. Ecco dunque “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta” (Cisalpino Edizioni), da consigliare – prima ancora che ai giovani che sognano di fare l’archeologo – alle università perché inseriscano nei corsi di laurea anche degli insegnamenti che allarghino gli orizzonti e le applicazioni lavorative dell’archeologia.

La giornalista Cinzia Dal Maso, co-autrice di "Archeostorie"

La giornalista Cinzia Dal Maso, co-autrice di “Archeostorie”

“L’archeologo del XXI secolo non vive più di solo studio e scavo”, spiegano gli autori. “Oggi la moderna ricerca impone di affiancare al lavoro in cantiere e ai libri in biblioteca modi sempre nuovi di indagare, comunicare e gestire l’antico. Bastano un po’ di fantasia, versatilità e intraprendenza per dar vita oggi, da archeologo, alle attività più disparate”. Come hanno fatto i professionisti che si raccontano in Archeostorie: sono 34 professionisti che – sotto l’attenta regia della giornalista Cinzia Dal Maso e dell’archeologo Francesco Ripanti – narrano ciascuno la propria esperienza “di frontiera” e riflettono sul significato del proprio lavoro nel mondo d’oggi. Sono persone che hanno dato vita a un’archeologia forse un po’ “indie e underground” – come l’ha definita Giuliano De Felice nella conclusione – ma sicuramente viva, pragmatica e ricca di energia. Ancorata nel presente e per nulla immersa solo nel passato. Esperienze di archeologia vissuta, di un’archeologia che con molto impegno e un po’ di fantasia può diventare veramente un lavoro. Così nel manuale di Cinzia e Francesco troviamo chi cura un museo e chi gestisce un’area archeologica, chi narra il passato ai bambini e chi lo “fa vedere” ai ciechi, chi usa nel racconto le tecnologie e i linguaggi più diversi e persino i videogame; c’è poi chi ricostruisce l’antico in 3D e chi lo sperimenta dal vivo, chi organizza i dati di scavo e chi li rende disponibili per tutti; c’è chi scrive sui giornali e chi parla di archeologia alla radio o in tivù, chi realizza documentari e chi racconta l’archeologia sui social network; c’è ancora chi punta sul marketing e chi sul crowdfunding, chi fa dell’archeologia un’esperienza per tutti e chi difende le bellezze da furti e scempi. C’è anche chi studia e scava, e nel libro racconta la vita vera di studio e scavo al di là dei miti e dei sogni.

Comunicare l'archeologia attraverso i disegni come fa Francesca Giannetti

Comunicare l’archeologia attraverso i disegni come fa Francesca Giannetti

C’è entusiasmo ed energia nelle esperienze degli autori, tutti archeologi che hanno voluto ostinatamente fare della loro passione una professione, pur vivendo in un mondo che vanifica le aspirazioni dei più. Ma questa loro “ostinazione” è così contagiosa che sta già diventando un movimento. Pronti a trovarsi con quanti condividono passione e convinzioni al punto da organizzare una festa: la festa di Archeostorie. “Abbiamo deciso di farci conoscere raccontando in modo concreto le nostre storie ed esperienze. Per spiegare a tutti cosa fanno ogni giorno gli archeologi veri, al di là dei miti e dei sogni, e quanto il loro lavoro serva alla società tutta. Per far capire agli studenti di archeologia che non sono per forza destinati alla disoccupazione. E stimolare i loro professori a indirizzare gli studenti verso questi mestieri, così da formare professionisti e non disoccupati”.

La locandina-invito della grande festa di Archeostorie al museo Pigorini di Roma

La locandina-invito della grande festa di Archeostorie al museo Pigorini di Roma

L’appuntamento della grande festa è venerdì 10 aprile alle 17 al museo preistorico etnografico Pigorini di Roma, in sala conferenze: sono invitati tutti gli archeologi a unirsi e raccontare anche loro la propria storia. A mostrare che i possibili mestieri degli archeologi sono molti, e non sono affatto immersi nel passato ma concretamente radicati nel nostro mondo. Alla festa, insieme a Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti che presenteranno il loro libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, parteciperanno Salvo Barrano, Luca Bondioli, Stefano De Caro, Adele Lagi, Massimo Vidale, Enrico Zanini, e gli autori Marta Coccoluto, Cinzia Dal Maso, Giuliano De Felice, Astrid D’Eredità, Antonia Falcone, Alessandro Fichera, Francesco Ghizzani Marcia, Marina Lo Blundo, Carolina Megale, Valentino Nizzo, Anna Paterlini, Luca Peyronel, Francesco Ripanti, Paola Romi, Lidia Vignola. Sarà proiettato in prima assoluta un video di animazione di Giuliano De Felice.

Comunicare l'archeologia attraverso il cinema come fa il laboratorio dello Iulm di Milano

Comunicare l’archeologia attraverso il cinema come fa il laboratorio dello Iulm di Milano

C’è un filo rosso che lega le diverse e variegate esperienze: la voglia, la necessità, la convinzione che studiare archeologia, lavorare in archeologia, significa comunicare, narrare, raccontare storie, che alla fine vuol dire raccontare l’uomo che c’è dietro ogni oggetto, reperto, traccia, segno che la ricerca, lo scavo, la conservazione, la tutela, la valorizzazione riporta alla nostra attenzione. Se facciamo un passo indietro qualcosa del genere l’aveva indicato già quarant’anni fa Sabatino Moscati col suo “Le pietre parlano”. Forse era troppo avanti. Ma oggi? I protagonisti di Archeostorie, scrive Giuliano De Felice, “dimostrano con il proprio lavoro quotidiano che il destino dell’archeologo non è necessariamente una scelta drammatica tra l’illusione della ricerca e l’umiliazione della ruspa. Le loro archeostorie riescono a farci ritrovare fiducia nel futuro di questa disciplina, più di ogni pur auspicabile riforma della formazione, della ricerca o della tutela. Cinzia e Francesco hanno infatti avuto la straordinaria intuizione – e la altrettanto straordinaria caparbietà – di trasformare qualcosa di tangibile e di concreto quel moto spontaneo e disordinato che già esiste nei social network, nei blog, nei canali YouTube, ma che risulta invisibile, se non addirittura inviso, all’accademia, all’amministrazione pubblica, alla politica. Non possiamo certo sapere oggi – conclude – quale sarà l’archeologia di domani, ma di una cosa siamo sicuri: indipendentemente da quanto sarà in grado di maturare, crescere e cambiare, dovrà prima di tutto riuscire a trasformare le proprie competenze e i propri sogni in esperienze di tutti. Come? Adesso lo abbiamo capito: imparando a raccontarsi”.

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: all’università di Padova tutti i protagonisti a confronto per dare un futuro ad archeologi, archivisti, bibliotecari, antropologi grazie alla nuova legge

Il manifesto della tavola rotonda "Beni culturali: dalla formazione alla professione" promosso dall'università di Padova

Il manifesto della tavola rotonda “Beni culturali: dalla formazione alla professione” promossa dall’università di Padova

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: se ne parla lunedì 9 marzo all’università di Padova in un confronto tra esperti, perché i professionisti dei beni culturali oggi non sono più solo un’etichetta sul biglietto da visita. Ora esistono, per legge: nel giugno del 2014 la Commissione Cultura della Camera ha approvato definitivamente, in sede legislativa, la legge per il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali, la cosiddetta legge Madia, “Modifica al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professionisti dei beni culturali, e istituzione di elenchi nazionali dei suddetti professionisti”. Le nuove professioni sono così entrate finalmente nel codice dei beni culturali. Un risultato storico, che ha fatto esultare il ministro peri Beni culturali, Dario Franceschini: “Sono migliaia i professionisti dei beni culturali”, ha dichiarato, “che attendevano di vedere riconosciuta la propria professione. Questa legge risponde pienamente a questa domanda e offre allo Stato uno strumento in più per adempiere ai dettami costituzionali. È indubbio, infatti, che non può esserci piena tutela e valorizzazione del patrimonio culturale se non si valorizzano le competenze di chi vi opera quotidianamente”.

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali è avvenuto, infatti, attraverso due modifiche al codice dei beni culturali. La prima riguarda l’articolo 9-bis, che affida esplicitamente tutti gli interventi di tutela, vigilanza e conservazione dei beni culturali, “alla responsabilità, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, antropologi esperti di diagnostica applicata ai beni culturali o storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione e professionalità”. Un settore che, secondo stime delle associazioni, riguarda in Italia almeno 30mila specialisti della cultura. La seconda modifica, che mira a regolamentare le professioni dei beni culturali, interviene sull’art. 182-bis del codice dei beni culturali, istituendo dei registri ufficiali per le singole professioni, ovvero elenchi aperti del Mibact ai quali potranno iscriversi tutti i professionisti delle specialità citate purché siano in possesso di determinati requisiti minimi, valutati dal ministero di concerto con gli enti interessati e che il Mibact, sentiti il Miur, la Conferenza Stato-Regioni e in collaborazione con le rispettive associazioni professionali, stabilisca con proprio decreto le modalità e i requisiti di iscrizione. La norma prevede che si adeguino i rispettivi corsi di laurea legati a questi profili professionali e che si individuino i livelli minimi di qualificazione.

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Il riconoscimento per i professionisti dei beni culturali, è dunque un passaggio storico per la piena attuazione dell’art. 9 della Costituzione. È un momento storico per tutte quelle persone che hanno scelto di fare dell’archeologia, del restauro, della storia dell’arte, dell’archivistica una professione, oltre a coltivarne la passione. A quasi quarant’anni dall’istituzione del ministero si dà finalmente riconoscimento e dignità professionale a decine di migliaia di professionisti e una prospettiva a coloro che hanno intrapreso percorsi di studi in questo campo. L’Associazione Nazionale Archeologi fin dalla sua costituzione, nel 2005, ha perseguito con chiarezza l’obiettivo del riconoscimento giuridico. Per sensibilizzare la classe politica è scesa in piazza per ben tre volte per manifestare con governi di centrodestra (giugno 2008), di centro (dicembre 2012) di centrosinistra (gennaio 2014). Come archeologi – afferma Salvo Barrano presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi e vicepresidente di Confassociazioni – sentiamo di dover ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a raggiungere questo obiettivo, comprese le forze politiche, sindacali e le associazioni”.

Jacopo Bonetto dell'università di Padova

Jacopo Bonetto dell’università di Padova

Sono passati però quasi otto mesi dall’approvazione della legge e mancano ancora i decreti attuativi. Ciò significa che non si sa ancora bene come applicare la legge e in che termini. Si capisce, quindi, come sia importante parlarne tra “addetti ai lavori”, e come la giornata di studi dell’università di Padova “Beni culturali dall’università alla professione. Incontri possibili tra formazione, mondo del lavoro e normative” diventi un momento di confronto da non perdere. “Questa tavola rotonda”, spiega Jacopo Bonetto che coordina l’iniziativa con Francesca Ghedini, “è la prima a livello nazionale che tratta del problema della legge sulle Professioni nel campo dei Beni culturali, che potrebbe cambiare tutto. Per questo abbiamo cercato di far sedere più protagonisti possibile attorno al tavolo e cominciare a parlarne. Non dimentichiamo che questa legge sarà fondamentale anche per l’occupazione dei giovani (e di riflesso per il futuro delle nostre Facoltà)”.  L’appuntamento è dunque per lunedì 9 marzo in aula magna “Galileo Galilei”, al Palazzo del Bo a Padova. Alle 9.30 ci sono i saluti del magnifico rettore G. Zaccaria, del direttore del Dipartimento dei Beni Culturali G. Valenzano, e dei coordinatori J. Bonetto, F. Ghedini della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici e Dottorato di ricerca in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali. Alle 10, la prima tavola rotonda dedicata alla “Formazione”, moderatori E. Zanini (Università di Siena) e M.S. Busana. Intervengono M. Salvadori e G. Tomasella (Università di Padova), presidenti dei corsi di studio in Archeologia/Scienze archeologiche; Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; F. Toniolo e P. Zanovello (Università di Padova), rispettivamente presidente del corso di studio in Progettazione e gestione del Turismo culturale e direttore del master in Pianificazione e gestione del prodotto turistico; J. Bonetto e G. Dal Canton (Università di Padova), direttori delle Scuole di specializzazione in Beni archeologici e in Beni storico-artistici; F. Ghedini (Università di Padova), direttore della Scuola di dottorato in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali; A. Pontrandolfo (Università di Salerno), consulta nazionale universitaria per l’Archeologia classica; L. Borean (Università di Udine), direttrice della Scuola di specializzazione in Storia dell’Arte, consulta nazionale universitaria per la Storia dell’arte.

Francesca Ghedini (università di Padova)

Francesca Ghedini (università di Padova)

Alle 11, seconda Tavola rotonda dedicata al “Quadro politico e legislativo” con moderatori F. Ghedini e J. Bonetto. Intervengono: C. Bon Valsassina (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), direttore generale Educazione e ricerca; M. L. Catoni (IMT Alti Studi Lucca), consigliere del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; G. Ericani, presidente dell’ICFA (International Council of Museums) e proboviro dell’ICOM; V. Tinè, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto. Alle 12 la terza Tavola rotonda su “Il lavoro richiesto e il lavoro possibile” con moderatore J. Bonetto. Intervengono: L. Bison e A. Rodighiero, rappresentanti degli studenti del corso di laurea in Scienze archeologiche; A. Zaia e S. Polli, rappresentanti degli studenti dei corsi di laurea in Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; M. Covolan e D. Voltolini, rappresentanti degli studenti della Scuola di specializzazione in Beni archeologici; M. Tabaglio e L. Savio, tirocinio formativo attivo presso soprintendenza speciale Pompei, Ercolano e Stabia (“Unità Grande Pompei”); G. Rota e A. Lighezzolo (Università di Padova), Servizio Stage e Career Service.

Il libro "Archeostorie" a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti

Il libro “Archeostorie” a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti sarà in anteprima a Padova

Alle 13, J. Bonetto e V. Tiné presentano gli “accordi quadro per Stage e tirocini per studenti con le soprintendenze, gli enti pubblici, le società, le cooperative, le associazioni”. Quindi pausa pranzo. Si riprende alle 14.30, con Massimo Vidale (Università di Padova) che presenta il libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, Cisalpino 2015, a cura di C. Dal Maso, giornalista, e F. Ripanti, Scuola di specializzazione in Beni Archeologici (Università di Trieste, Udine, Venezia Ca’ Foscari), che saranno presenti.  “In realtà, più che un libro sta già diventando un movimento”, spiega Cinzia Dal maso. “Abbiamo riunito 34 archeologi che fanno le cose più disparate per mostrare che l’archeologo non sa solo scavare ma può fare tanti mestieri, mestieri che danno reddito perché sono necessari al mondo contemporaneo. Stiamo raccogliendo consensi ed entusiasmi ovunque! In particolare ci vogliamo rivolgere agli studenti universitari, perché sappiano che studiando archeologia possono fare un sacco di mestieri, e non solo finire disoccupati; e a chi ci governa e parla tanto di “nuovi” mestieri dei beni culturali, senza accorgersi che c’è chi li fa da un bel po’, e ci campa pure”.

Un cantiere di scavo archeologico con giovani volontari

Un cantiere di scavo archeologico

Alle 15, la quarta Tavola rotonda su “Esperienze dal mondo del lavoro: assetto, difficoltà, esigenze” con moderatori E. Zanini (Università degli Studi di Siena) e J. Bonetto. Intervengono: P. Michelini, cooperativa Petra, Padova; A. Vigoni, Dedalo snc, Padova; A. Favero, SAP Società Archeologica srl, Mantova; S. Magro, Cultour Active, Treviso; C. Tagliaferro, associazione culturale Studio D, Padova; A. R. Tricomi, Archeonaute Onlus, Verona; C. Del Pino, Laformadelviaggio.it srl, Padova. Alle 16, la quinta e ultima Tavola rotonda su “Le associazioni professionali per i beni culturali” con moderatori S. Barrano (vicepresidente Confassociazioni) e J. Bonetto. Intervengono: A. Pintucci e G. Leoni, Confederazione Italiana Archeologi, CIA; G. Manca di Mores, Associazione Nazionale Archeologi, ANA; B. Mastrorilli e F. Rigillo, Associazione Storici dell’Arte Unitari, SAU; R. di Costanzo, Associazione Archivisti in Movimento, ARCHIM; C. Mezzadri, presidente Archeoimprese. Alle 17, dibattito e chiusura lavori.