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#iorestoacasa. “La vita nelle domus di Aquileia” con Francesca Ghedini è il tema della quarta “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia

Aquileia apre virtualmente le porte al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, e aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con una proposta on-line: dieci narratori d’eccezione saranno i protagonisti di altrettante “pillole video” a cura della Fondazione Aquileia. La quarta pillola video on line si sofferma su “La vita nelle domus di Aquileia” raccontata da Francesca Ghedini, professoressa emerita dell’università di Padova. Dagli scavi di Aquileia è emersa circa una cinquantina di domus romane all’interno dell’impianto viario originale, il ché ci permette di avere la percezione di come doveva presentarsi l’abitato antico. “Uno dei fili conduttori di Aquileia”, sottolinea Ghedini, “è che la città ha vissuto su se stessa. Quindi le case presentano una stratificazione che modifica l’assetto domestico dalla fondazione della casa, in genere nel I sec. d.C., fino al suo abbandono, nel IV-V-VI sec.”. I mosaici sono un indicatore cronologico straordinario. “Aquileia non è conosciuta per il mosaico figurato, ma per il mosaico geometrico. Il mosaico figurato interviene solo nel periodo tardo. Il sito ha restituito circa 800 pavimenti che si distribuiscono dal I sec. d.C. al V-VI e ci consentono di ricostruire la storia del mosaico romano”. L’arredamento della casa romana è conosciuto attraverso i resti di mobili che vengono rinvenuti sia in ambito domestico sia in ambito funerario. “In particolare Aquileia è celebre per i vetri di qualità altissima: una produzione che troviamo anche al di là delle Alpi. Sono balsamari, bottiglie, brocche, oggetti d’uso, soprattutto oggetti per la toeletta femminile. Un altro elemento molto interessante dell’arredo domestico – conclude Ghedini – era l’illuminazione. Non solo le lucerne da trasporto, ma i grandi candelabri che erano fissi soprattutto nei triclini (sale da pranzo) con più di una lucerna o a più braccia per illuminare l’ambiente”.

#iorestoacasa. La Fondazione Aquileia propone dieci pillole video per scoprire le tante anime di Aquileia. Si inizia con un excursus storico del presidente Antonio Zanardi Landi

Veduta aerea del sito archeologico di Aquileia dominato dalla basilica patriarcale

Dieci pillole video per scoprire le tante anime di Aquileia. Aquileia apre virtualmente le porte al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, e aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con una nuova proposta on-line: dieci narratori d’eccezione saranno i protagonisti di altrettante “pillole video” che sono in rete sul canale YouTube e Facebook della Fondazione Aquileia a partire da venerdì 27 marzo 2020. “Due volte alla settimana cercheremo di sollevare un velo”, spiega il presidente della Fondazione, Antonio Zanardi Landi, “sulle tante anime di Aquileia, provando a restituire la complessità della sua eredità storica e la vitalità della grande città cosmopolita che fu nei secoli passati. Il patrimonio di Aquileia appartiene a tutti e in questo momento abbiamo pensato di condividerlo attraverso dieci video dalla durata di tre minuti realizzati grazie a un nuovo montaggio dei materiali girati per il film “Le tre vite di Aquileia”, realizzato da 3D Produzioni in collaborazione con Sky Arte e Istituto Luce Cinecittà, con la regia di Giovanni Piscaglia”.

Si parte da “L’eredità storica di Aquileia” con un excursus a cura di Antonio Zanardi Landi, poi “Il patrimonio epigrafico” narrato dal prof. Claudio Zaccaria professore emerito dell’università di Trieste, a seguire “Aquileia e il Mediterraneo” illustrati da Cristiano Tiussi, archeologo e direttore della Fondazione Aquileia. Scopriremo poi “Il Museo Archeologico Nazionale” attraverso l’intervista alla direttrice Marta Novello e “Le Domus di Aquileia” attraverso le parole di Francesca Ghedini, professoressa emerita dell’università di Padova. A seguire le puntate su “Le perle archeologiche nel Fondo Pasqualis” con protagonista la professoressa Patrizia Basso dell’università di Verona, mentre l’archeologo Luca Villa ci spiegherà la storia millenaria della “Basilica e della Cripta degli Scavi”. Degli “Affreschi dell’abside della Basilica” parlerà la professoressa Enrica Cozzi, il professore Banti ci illustrerà “La storia del milite ignoto”, Cristiano Tiussi e Luca Villa racconteranno il “Palazzo Episcopale e Sudhalle” e lo stesso direttore Tiussi chiuderà la serie con gli “Open Day e i giovani archeologi ad Aquileia”.

Verona romana: l’architettura segno del potere di Roma. A Verona Archeofilm incontro con Francesca Ghedini: “L’Arena alla sua costruzione era il più grande anfiteatro dell’impero”

Verona romana in una famosa ricostruzione del disegnatore Gianni Ainardi

La locandina della prima edizione di Verona Archeofilm al teatro Ristori di Verona

Non solo film. La prima edizione di Verona Archeofilm, promossa da Archeologia Viva e dal Comune di Verona al teatro Ristori, con la direzione artistica di Dario Di Blasi, ha regalato al numeroso pubblico di appassionati presenti anche un interessante incontro culturale con Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova, archeologa classica, profonda conoscitrice di Ovidio. Intervistata dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, Ghedini ha declinato sul caso Verona il tema del rapporto tra architettura e potere nel mondo romano. E a Verona, come sottolinea la professoressa, è possibile farlo perché “negli anni ha avuto eccellenti archeologi della soprintendenza che hanno ricercato, studiato, conservato e salvaguardato le notevoli testimonianze della Verona romana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/21/a-quarantanni-dalla-prima-esperienza-torna-a-verona-il-grande-cinema-archeologico-grazie-ad-archeologia-viva-con-verona-archeofilm-nove-titoli-e-lincontro-con-francesca-ghedini/).

La professoressa Francesca Ghedini intervistata da Piero Pruneti al teatro Ristori di Verona

Architettura e potere. “Roma ha creato un impero che è durato secoli: di certo la forza militare è stata fondamentale, ma non è stato il solo motivo che ha favorito la romanizzazione. Va considerata anche la grande attrattività: si poteva vivere meglio sotto i romani, che quando fondavano una città o ne conquistavano una portavano subito i servizi, a cominciare dalle fognature”. Quindi il primo segno di Roma si esprime con la scelta del luogo di fondazione di una colonia. E allora cerchiamo di capire meglio perché Verona è nata qui e non altrove. “Verona sorge qui perché c’è l’Adige e perché qui passa una importantissima via consolare, la via Postumia”, chiarisce Ghedini. “È vero che sul colle di San Pietro esiste già un nucleo abitato precedente, ma la città romana nasce all’interno dell’ansa dell’Adige perché in una posizione che le permette di avere tre quarti di città difesa naturalmente dal fiume, e perché di qui passa la via Postumia che, all’interno delle mura, superate le porte, diventa il decumano massimo, oggi rappresentato dall’asse corso Cavour – corso Porta Borsari”.

Il tracciato della via Emilia da Rimini a Piacenza

La situazione geo-politica. Siamo nel 148 a.C. In quel momento Roma è impegnata a Sud contro Cartagine (terza guerra punica, dal 149 al 146 a.C.), e a Est si sta espandendo verso il Mediterraneo orientale (dal 146 a.C. la Grecia diventa un protettorato romano). Entrambi i fronti sono sostenuti a Roma dal cosiddetto “partito del mare” che punta a fare di Roma una potenza navale nel Mediterraneo. Ma c’è anche il cosiddetto “partito degli agricoltori” che ovviamente ha i suoi interessi soprattutto in pianura Padana, dove la romanizzazione era iniziata con la fondazione della via Emilia tra il 189 e il 187 a.C. collegando Rimini (terminale della via Flaminia, 220 a.C., quindi con Roma) a Piacenza sul Po, che diventa il caposaldo romano in pianura padana. L’espansione di Roma a Nord continua con la fondazione di Aquileia nel 181 a.C., con sbocco nel Nord dell’Adriatico, quasi un punto nel nulla nell’estremo nord-est dell’Italia, in un territorio abitato da popolazioni non romane. Per difendere questo avamposto i Romani realizzano la via Postumia: è il 148 a.C. La strada collega i due porti settentrionali, a Ovest Genova, a Est Aquileia: una grande opera ingegneristica in territorio non romanizzato che prevede strutture invasive e la partizione del territorio. Una situazione vista dalle popolazioni locali come una penetrazione anche militare”.

Piazza delle Erbe a Verona occupa lo spazio del foro romano (da http://www.verona.net)

Il foro della Verona romana sorse all’incrocio tra la via Postumia (decumano) e il cardo

La fondazione di Verona: il Foro. “È su questa importante via consolare, strategica per i romani, che nasce Verona romana la quale ci ha restituito dei bellissimi segni del potere di Roma. Il primo segno del potere di Roma si manifesta con la realizzazione del foro (oggi piazza delle Erbe) all’incrocio tra la via Postumia (sull’asse Est-Ovest) e il cardo massimo (N-S). Ma cos’ha di speciale il foro di Verona? Qui si incontrano il momento e la celebrazione del sacro, della giustizia, dell’economia e della socialità intesa come incontro. Il foro veronese appare molto allungato (il lato corto è un terzo di quello lungo), discostandosi da quelle che sono le proporzioni canoniche codificate da Vitruvio, dove il lato corto è due terzi di quello lungo. Ciò dimostra che il foro non appartiene alla monumentalizzazione della città del primo periodo imperiale, ma la sua realizzazione è contemporanea alla deduzione della colonia repubblicana, in un sistema urbanistico dominato dal tempio sul lato corto settentrionale”.

Edificato nella seconda metà del I sec. a.C. sul lato settentrionale del Foro, il Capitolium era caratterizzato da un fronte largo 35 m (con tre file di sei colonne), tre celle e portici ai lati, ed era lungo circa 42 m. Su tre lati correva tutt’intorno al tempio un porticato che aveva anche la funzione di archivio. Lungo le sue pareti erano esposte numerose epigrafi e tavole in bronzo, delle quali si sono ritrovati solo frammenti: si trattava di leggi, decreti, liste di magistrati e imperatori, documenti catastali. A sostenere tutta questa struttura c’era un criptoportico (oggi recuperato dagli scavi della soprintendenza e visitabile nell’area archeologica di Corte Sgarzerie: proprio dopo l’incontro con la prof.ssa Francesca Ghedini, il Verona Archeofilm ha proposto il documentario di Davide Borra, di cui qui abbiamo visto il trailer). Il criptoportico si sviluppava per oltre 200 metri sotto il portico. Diviso in due navate larghe 4,5 m da una spina di archi retti da 78 pilastri in pietra e coperta da volte a botte, era debolmente illuminato da finestre “a strombo” affacciate sulla terrazza superiore. Il complesso rimase in vita fino al IV secolo, quando, per effetto dell’affermazione del cristianesimo e probabilmente per un incendio cadde in abbandono.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

“L’impostazione del tempio a Giove Capitolino, rialzato rispetto al foro, imita il Campidoglio dell’Urbe dedicato alla Triade capitolina. E poi c’è il blocco centrale del foro che è un inno alla romanità – continua Ghedini -. È lì che sorge infatti il complesso curia/basilica, cioè i due luoghi deputati per eccellenza alla gestione della cosa pubblica e della giustizia. E più a Ovest si apre un’altra piazza dominata al centro da un tempio dedicato al culto imperiale. Questo lealismo e completa adesione dimostrano che i veronesi si sentivano romani. Assistiamo quindi a un fenomeno di autoromanizzazione: chiedono di sentirsi romani e diventano romani. Il complesso del foro romano ne è la prova”.

L’Arena di Verona: l’anfiteatro fu realizzato in età giulio-claudia

Gli edifici di spettacolo. “Senza sottovalutare il valore simbolico delle mura, che non rappresentano un limite invalicabile, ma piuttosto un segno di potere: la prolessi della grande Verona, di certo l’altra prova del potere e della civiltà di Roma sono gli edifici di spettacolo, cioè l’arena e il teatro, entrambi bellissimi, segno della civiltà romana, esempio del vivere quotidiano. Il teatro di Verona è romano, ma realizzato secondo la tecnica greca, cioè sfruttando il clivio naturale di un colle. A Verona non è una scelta casuale. Il colle di San Pietro permetteva di riprodurre il modello dei grandi santuari tardo-repubblicani. Perché il complesso del teatro si completava con il soprastante tempio della Fortuna Primigenia offrendo una fortissima adesione alla grande architettura romana. E poi c’è l’arena. L’anfiteatro veronese è da sempre considerato il terzo più grande dell’impero, dopo il Colosseo e quello di Capua. Ma se guardiamo la sequenza di realizzazione dei tre anfiteatri, notiamo che l’Arena di Verona (metri 152×123) risale all’epoca giulio-claudia, mentre il Colosseo (metri 187×155) alla successiva età flavia, e l’anfiteatro di Capua (metri 165×136), di fondazione più antica, è stato ampliato come lo conosciamo noi oggi solo nel II sec. d.C. Quindi, al momento della sua costruzione, l’Arena di Verona era l’anfiteatro più grande dell’impero”.

A quarant’anni dalla prima esperienza, torna a Verona il grande cinema archeologico grazie ad Archeologia Viva con Verona Archeofilm: nove titoli e l’incontro con Francesca Ghedini

L’affaccio del museo archeologico di Verona a strapiombo sul teatro romano (foto Graziano Tavan)

La presentazione di Verona Archeofilm: da sinistra, il direttore artistico Dario Di Blasi, l’assessore alla Cultura Francesca Briani, e il direttore artistico di Schermi d’Amore Paolo Romano (foto Graziano Tavan)

Trentatré anni dopo l’ultima edizione (patrocinata dalla Regione Veneto) e quarantaquattro anni dopo la prima edizione (a cadenza biennale) partita quasi in sordina al teatro Romano di Verona, torna nella città di Giulietta il grande cinema archeologico con il Verona Archeofilm, che si è concretizzato grazie ad Archeologia Viva / Firenze Archeofilm, che ha fornito il supporto scientifico, e al Comune di Verona / Area Cultura e Turismo, che ha garantito il supporto tecnico-logistico. Il risultato è – per quest’anno – un mini-festival cinematografico di Archeologia, Arte e Ambiente con nove titoli per una giornata tra passato e presente. E con un impegno, ribadito dal direttore artistico Dario Di Blasi, dall’assessore alla Cultura e Turismo Francesca Briani, e da Margherita Bolla direttore del museo Archeologico al Teatro Romano di Verona, che a questa prima edizione – una sorta di anteprima-assaggio – già dall’anno prossimo avrà una durata più consona a un festival cinematografico – almeno tre giorni – e una location prestigiosa, cioè quel teatro Romano che questo festival l’ha visto nascere quasi mezzo secolo fa. E così il Verona Archeofilm si viene a inserire a pieno titolo nella Città di Verona, “il cui tessuto archeologico”, sottolinea l’assessore Briani, “è il principale scenario urbano e rappresenta da sempre la sua più forte attrattiva culturale e turistica. Il nuovo e prestigioso appuntamento – continua – va ad aggiungersi ai due Festival storici di Verona dedicati al cinema, e cioè Schermi d’Amore, che ha riaperto i battenti proprio quest’anno dopo otto anni di assenza, e Corti per Piccoli, che tra pochi mesi festeggerà i primi vent’anni di attività”. Sull’opportunità di proporre il Verona Archeofilm in una location prestigiosa e più attinente ai contenuti proposti interviene anche il direttore artistico di Schermi d’Amore, Paolo Romano: “Ricordo ancora le prime edizioni al teatro Romano: c’era un’atmosfera speciale”.

La locandina della prima edizione di Verona Archeofilm al teatro Ristori di Verona

Il teatro Ristori di Verona

Tutto in una giornata: nove film e un incontro speciale. Appuntamento al teatro Ristori di Verona martedì 22 ottobre 2019, con due sezioni: una pomeridiana, dalle 16.30; l’altra serale, dalle 21. Ingresso libero. “Sono particolarmente contento poter riportare a Verona il grande cinema archeologico che proprio da questa città ha mosso i primi passi”, spiega il direttore artistico Dario Di Blasi. “La rassegna veronese alla fine degli anni ’70 del secolo scorso fu tra le prime del genere a livello europeo: solo Parigi era partita un anno prima. E poteva contare, tra gli organizzatori, personaggi come Valerio Massimo Manfredi e Giuseppe Orefici, archeologi e comunicatori che negli anni sarebbero diventati famosi mostrando tutto il loro valore”. La formula scelta per Verona Archeofilm è quella classica di Firenze Archeofilm, dal cui archivio Dario Di Blasi ha scelto i film a carattere storico-archeologico tra i migliori a livello mondiale presentati alla rassegna internazionale fiorentina che fa da capofila al festival diffuso per la valorizzazione dei territori locali. “L’antica Pompei, i misteri di Tutankhamon, il labirinto del Minotauro, i secoli bui del Medioevo, la battaglia di Canne, i segreti di Verona sotterranea”, riassume Di Blasi, “sono alcuni dei grandi temi che sfileranno sullo schermo del teatro Ristori”. E nel tardo pomeriggio, all’interno della programmazione filmica, ci sarà l’incontro speciale con l’archeologa classica Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova, che parlerà di “Verona e non solo: architettura e potere nel mondo romano” intervistata da Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva.

Il film “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero” di Stephen Mizelas

Francesca Ghedini (università di Padova)

Visita guidata all’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona

Il programma di martedì 22 ottobre 2019. Sezione del pomeriggio, dalle 16.30 alle 19. Apre il film “Malagne gallo-romana” di Philippe Axell (Belgio, 18′). L’Archeopark di Malagne è sorto intorno ai resti di un’imponente villa gallo-romana ed è impegnato nella rievocazione del passato. Ecco come dopo anni di studio, le terme di Malagne sono state ricostruite e “restituite” dal computer. Segue “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 50′). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il suo favoloso tesoro, scoperto intatto quasi un secolo fa, ne ha fatto il faraone più famoso e più studiato della storia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto… Alle 18, incontro/intervista con Francesca Ghedini, professore emerito di Archeologia all’università di Padova, su “Verona e non solo: architettura e potere nel mondo romano”. Segue il film “Alla scoperta di Verona sotterranea. Il sito archeologico di Corte Sgarzerie” di Davide Borra (Italia, 15′). I resti romani dell’imponente Capitolium di Verona vengono descritti grazie al racconto in prima persona di Scipione Maffei in costume d’epoca. La descrizione dell’area archeologica di Corte Sgarzerie passa attraverso una complessa stratificazione architettonica. Il video è frutto di un grande lavoro di computer grafica e ricostruzioni virtuali. Quindi “Apud Cannas”, regia e supervisione 3D di Francesco Gabellone (Italia, 16′). La battaglia di Canne, la “battaglia per eccellenza”, studiata dai militari di ogni tempo per una strategia bellica che ha fatto scuola, viene da molti descritta con notevoli differenze di vedute. In questo film animato, su base 3D, lo studio diretto delle fonti viene coniugato con l’uso delle tecnologie per la rappresentazione e la comunicazione di quegli eventi, i protagonisti, le condizioni politiche e sociali di contesto. Chiude il pomeriggio il film “Vivere tra le rovine / Living amid the ruins” di Isılay Gürsu (Turchia, 14′). Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che abitano vicino ai siti archeologici siano influenzate dal contesto in cui vivono. Il cortometraggio conduce lo spettatore nell’antica regione della Pisidia, sulla catena montuosa del Tauro nel sud-ovest della Turchia.

Una scena del film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia

Il programma della sera, dalle 21 alle 23. Apre il film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia (Francia, 26′). Creta, tra il 3000 e il 1400 a.C., fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco: i minoici. Primo popolo europeo a padroneggiare la scrittura, hanno costruito sontuosi edifici dall’architettura complessa e monumentale. I miti greci sono stati a lungo sfruttati per spiegare queste strutture, fino ai recenti scavi che hanno infine portato alla decodificazione di questi edifici. Segue il film “Il misterioso vulcano del Medioevo / Le mystérieux volcan du Moyen-Âge” di Pascal Guérin (Francia, 52′). Il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione, degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di questo misterioso vulcano. Questa scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche, hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società… Quindi il film “Alla ricerca dei secoli bui / W poszukiwaniu Sredniowiecza” di Jakub Stepnik (Polonia, 8′). Il film è la storia del lavoro degli archeologi che hanno scavato la fortezza medievale di Kłodnica, nella Polonia orientale. Un’opportunità per narrare la bellezza della professione dell’archeologo e l’intimità del contatto con i reperti che tornano fra le mani dopo mille anni. Chiude la prima edizione di Verona Archeofilm “La casa di Giulio Polibio a Pompei” di Alessandro Furlan (Italia, 12′). La casa di Giulio Polibio rivive oggi grazie alla messa in video di un grande studio interdisciplinare coordinato dal Laboratorio di Ricerche Applicate della Soprintendenza Archeologica di Pompei sulla base dei diari di scavo della casa, stilati negli anni ’70, e di altri dati analitici e sperimentali.

Al museo Archeologico nazionale di Aquileia sulle tracce di Ovidio: visita guidata con archeologo alla scoperta attraverso i reperti esposti delle atmosfere del raffinato ambiente che fece da sfondo e intorno al quale il poeta esercitò la sua arte

L’Augusto in vesti sacerdotali conservato al museo Archeologico nazionale di Aquileia, in mostra alle Scuderie del Quirinale (foto Graziano Tavan)

La statua in marmo di Augusto del museo Archeologico nazionale di Aquileia, in vesti sacerdotali, della I metà del I sec. d.C., proveniente dalla zona delle Marignane presso l’area del circo di Aquileia, parte di un ciclo imperiale raffigurante la famiglia giulio-claudia, in cui dovevano comparire anche i ritratti di Claudio e Antonia Minore, troneggia nella grande mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”, curata da Francesca Ghedini, aperta alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 20 gennaio 2019: oltre 200 opere tra reperti archeologici, sculture antiche, affreschi, manoscritti medievali e dipinti di età moderna, provenienti da numerosi musei e biblioteche, un viaggio alla scoperta del mondo poetico di Ovidio attraverso l’amore, la seduzione, il rapporto con il potere e il mito. E ancora dal Man di Aquileia manufatti in ambra di squisita lavorazione che ritraggono Amore e Psiche, anelli intagliati con ritratti di raffinate matrone romane dalle acconciature elaborate, ma anche piccole sculture e oggetti da toeletta, come le pissidi e le scatoline lavorate a intaglio, o il grande specchio in bronzo e la rarissima trousse per cosmesi, rinvenuta a sud di Aquileia agli inizi degli anni Novanta e oggetto di un accurato restauro proprio in occasione di questa esposizione, amuleti, collane e gemme vitree, ci raccontano di un mondo elegante dai gusti ricercati che molto doveva ai consigli del cantore dell’Ars Amatoria. In mostra spiccano anche le minutissime mosche in lamina d’oro destinate a essere cucite su di una veste e provenienti dal corredo funerario di una ricca domina aquileiese, che ben testimoniano il fasto e la ricercatezza dei costumi nel I secolo d.C. (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/31/la-statua-di-augusto-velato-del-museo-archeologico-nazionale-di-aquileia-troneggia-a-roma-nella-mostra-ovidio-amori-miti-e-altre-storie-e-la-prima-volta-che-la-m/).

La statua in marmo di Venere del I sec. a.C. – I sec. d.C. da un originale di età ellenistica nel nuovo allestimento del Man di Aquileia (foto di Alessandra Chemollo)

La narrazione sull’opera di Ovidio e sulle atmosfere del raffinato ambiente che fece da sfondo e intorno al quale il poeta esercitò la sua arte non si esaurisce con i reperti inviati a Roma ma continua ad Aquileia, domenica 25 novembre 2018 alle 17 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, con una visita guidata da un archeologo dedicata a Ovidio, all’interno del nuovo allestimento. In questa occasione al racconto e all’analisi di alcuni reperti, che rievocano le atmosfere degli ambienti intellettuali del I secolo d.C., sarà abbinata la lettura di alcuni passi dell’Ars Amatoria, cogliendo così allusioni e rimandi ai temi letterari cari al poeta. “Al centro del racconto del nuovo Man”, ricorda la direttrice Marta Novello, “è la città romana di Aquileia, grande porto del Mediterraneo nel quale merci, persone, lingue, religioni e culture diverse si incontravano e convivevano, concorrendo a portare nuove idee in un’area che, soprattutto durante l’età tardoantica, fu di importanza strategica per le sorti dell’Impero, cerniera e collegamento tra Oriente e Occidente, tra il Mediterraneo e le regioni settentrionali e orientali dell’Europa”.

Pisside in pasta vitrea di età augusta conservata al Man di Aquileia (foto di Alessandra Chemollo)

Giovedì 6 e 13 dicembre 2018 alle 17.30 proseguono gli incontri dedicati alle famiglie con il ciclo “Aquileia in tutti i sensi”, nel corso del quale i reperti museali verranno presentati in un inedito percorso sensoriale, che abbinerà all’osservazione visiva odori, suoni, sapori e sensazioni tattili. La proposta s’inserisce nell’ambito degli appuntamenti promossi dal MiBAC per tutto il mese di dicembre e dedicati alla Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità. Lo slogan “Un giorno all’anno tutto l’anno” vuole, infatti, affermare la necessità e la volontà dei musei italiani di garantire nuove forme di fruizione e accessibilità dei beni culturali, così come richiesto dalla Costituzione Italiana e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Infine, giovedì 20 dicembre 2018, alle 17. 30 si tiene un laboratorio gratuito per i più piccoli, che condurrà i bambini alla scoperta di uno dei reperti più preziosi della collezione: la pisside in vetro colorato con bande d’oro. Sarà l’occasione per riascoltare l’approfondimento prodotto da Radio Magica Fondazione onlus con un audio-racconto dedicato e contemporaneamente esplorare materiali e colori che narrano l’antico artigianato del vetro.

La statua di Augusto “velato” del museo Archeologico nazionale di Aquileia troneggia a Roma nella mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”: è la prima volta che la monumentale opera lascia il Friuli per un prestito. Alle Scuderie del Quirinale presenti molti reperti dal museo aquileiese

La statua monumentale di Augusto del museo Archeologico nazionale di Aquileia troneggia nella seconda sezione della mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale (foto Graziano Tavan)

Manifesto della mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

La grande statua in marmo di Augusto, in vesti sacerdotali, capolavoro del museo Archeologico nazionale di Aquileia, troneggia nella seconda sezione della grande mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”, curata da Francesca Ghedini, aperta alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 20 gennaio 2019: oltre 200 opere tra reperti archeologici, sculture antiche, affreschi, manoscritti medievali e dipinti di età moderna, provenienti da numerosi musei e biblioteche, un viaggio alla scoperta del mondo poetico di Ovidio attraverso l’amore, la seduzione, il rapporto con il potere e il mito. Perché proprio “questo” Augusto in mostra? L’imperatore, simbolo della sua epoca, fu una figura determinante nella vicenda personale di Ovidio, dai fasti dorati della Roma imperiale fino esilio nella lontana Tomi sul mar Nero. E proprio nella seconda sezione della mostra, come spiega la curatrice, si affronta “il grande scontro tra l’imperatore Ottaviano Augusto e il poeta, costretto alla fine all’esilio. Sappiamo che i motivi alla base dell’ira di Augusto sono legati ai versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore, e al suo modo dissacrante di rapportarsi e trattare le divinità, proprio quelle divinità che sono le fondamenta della politica e della morale di Augusto” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/16/ovidio-il-poeta-alle-radici-delleuropa-alle-scuderie-del-quirinale-la-grande-mostra-ovidio-amori-miti-e-altre-storie-nel-bimillenario-della-morte-del-poeta-nostra-interv/).

L’Augusto in vesti sacerdotali conservato al museo Archeologico nazionale di Aquileia, in mostra alle Scuderie del Quirinale (foto Graziano Tavan)

La statua in marmo di Augusto, in vesti sacerdotali, della I metà del I sec. d.C., proveniente dalla zona delle Marignane presso l’area del circo di Aquileia, fa parte di un ciclo imperiale raffigurante la famiglia giulio-claudia, in cui dovevano comparire anche i ritratti di Claudio e Antonia Minore. Augusto indossa la toga, veste tipica del cittadino romano con la quale si fa riconoscere durante le cerimonie e i riti sacri. Il capo è velato, prescritto nei riti, a sottolineare così la sua massima devozione. Non dimentichiamo che dal 12 a.C. assume il titolo di Pontefice Massimo. “Non è una scelta casuale”, spiegano i curatori della mostra: “Anche nell’arte ufficiale Augusto fa sottolineare sempre il proprio carattere di uomo pio, in forte adesione al suo programma politico di moralizzazione e riforma dei costumi”. La monumentale statua di Augusto, particolarmente importante nel percorso espositivo della mostra di Roma, è la prima volta che lascia per un prestito il museo Archeologico nazionale di Aquileia, per il cui nuovo allestimento – inaugurato il 3 agosto 2018 – è stata anche restaurata.

Reperti in ambra di squisita lavorazione che ritraggono Amore e Psiche dal museo Archeologico nazionale di Aquileia in mostra a Roma (foto Graziano Tavan)

Le minutissime mosche in lamina d’oro, parte del corredo funebre di una ricca domina aquileiese

Il museo Archeologico nazionale di Aquileia – assicura la direzione – ha colto con entusiasmo l’opportunità di collaborare all’importante progetto espositivo su Ovidio attraverso il prestito di numerose opere della collezione permanente, che si inseriscono felicemente nella narrazione ideata dai curatori della mostra e contribuiscono a restituire al grande pubblico le atmosfere del raffinato ambiente che all’opera di Ovidio fece da sfondo e intorno al quale egli esercitò la sua arte poetica. Manufatti in ambra di squisita lavorazione che ritraggono Amore e Psiche, anelli intagliati con ritratti di raffinate matrone romane dalle acconciature elaborate, ma anche piccole sculture e oggetti da toeletta, come le pissidi e le scatoline lavorate a intaglio, o il grande specchio in bronzo e la rarissima trousse per cosmesi, rinvenuta a sud di Aquileia agli inizi degli anni Novanta e oggetto di un accurato restauro proprio in occasione di questa esposizione, amuleti, collane e gemme vitree, ci raccontano di un mondo elegante dai gusti ricercati che molto doveva ai consigli del cantore dell’Ars Amatoria. In mostra spiccano anche le minutissime mosche in lamina d’oro destinate a essere cucite su di una veste e provenienti dal corredo funerario di una ricca domina aquileiese, che ben testimoniano il fasto e la ricercatezza dei costumi nel I secolo d.C.

Ovidio, il poeta alle radici dell’Europa. Alle Scuderie del Quirinale la grande mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” nel bimillenario della morte del poeta. Nostra intervista alla curatrice Francesca Ghedini: temi, ricerche, miti raccontati attraverso 200 opere, molte inedite

Alle Scuderie del Quirinale a Roma la mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019

Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova

Ancora poche ore e le Metamorfosi di Ovidio si materializzeranno alle Scuderie del Quirinale a Roma nella mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, declinate in oltre duecento opere, alcune esposte per la prima volta al grande pubblico, che vanno dall’antichità (sculture, rilievi, affreschi, gemme, monete…), al medioevo (codici miniati con le illustrazioni dei diversi miti), fino alla grande stagione pittorica del Rinascimento e del Barocco, con quadri dei più grandi pittori del tempo. La mostra, che rientra nelle celebrazioni per il bimillenario della morte del poeta Publio Ovidio Nasone, morto in esilio a Tomi, sul mar Nero, appunto fra il 17 e il 18 d.C., nasce da un progetto di Francesca Ghedini, con Giulia Salvo e Isabella Colpo, ed è stata curata dalla stessa Francesca Ghedini unitamente a Vincenzo Farinella, Giulia Salvo, Federica Toniolo, Federica Zalabra. La mostra presenta la cultura e la società della Roma della prima età imperiale, ricostruita attraverso il filtro dei testi ovidiani: dall’Ars Amatoria alle Metamorfosi alle disperate lettere dal mar Nero. Archeologiavocidalpassato ha incontrato la curatrice della mostra, l’archeologa Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova.

Il “ritratto” del poeta Publio Ovidio Nasone

Professoressa Ghedini, come nasce questa mostra “archeologico-artistica” con un soggetto che è più letterario-filologico?
“Dietro questa mostra, frutto di molte professionalità dell’università di Padova, ci sono 10 anni di ricerche, convegni e mostre. Basti ricordare i contributi ovidiani pubblicati sulla rivista “Eidola. International journal of classical art history” nel 2011; e poi l’anno successivo la pubblicazione degli atti del convegno “Il gran poema delle passioni e delle meraviglie. Ovidio e il repertorio letterario e figurativo fra antico e riscoperta dell’antico” tenutosi qualche anno prima all’università di Padova; e sempre nel 2012 la mostra “Metamorfosi. Miti d’amore e di vendetta nel mondo romano” tenutasi a Padova che ho curato insieme a Isabella Colpo”. Per la mostra odierna fondamentale è stato l’apporto della Direzione Generale del MiBAC e delle Scuderie del Quirinale che hanno accettato con entusiasmo l’ambizioso progetto.

A Mantova nel 2011 la mostra “Virgilio, volti e immagini del poeta”

Ovidio è il più immaginifico degli scrittori antichi. Attraverso le sue parole/versi è il più tradotto … dal mondo antico ai giorni nostri. Ma da qui a farne una mostra…
“Abbiamo pensato e voluto realizzare una mostra che sia accattivante per il grande pubblico, nonostante sia dedicata a un poeta. Il nostro intento è stato quello di raccontare il poeta attraverso le immagini. Non siamo comunque i primi che si sono cimentati nell’impresa di raccontare un poeta in una mostra. Ci sono dei precedenti illustri in questo senso: ad esempio, la grande mostra a Mantova su Virgilio nel 2011 (“Virgilio, volti e immagini del poeta”), curata da Vincenzo Farinella; e la stupenda mostra sull’Ariosto a Ferrara nel 2016 (“Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”), curata da Guido Beltramini.

Manifesto della mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

Ma le nostre conoscenze su Ovidio, rispetto ai citati Virgilio e Ariosto, sono ben poca cosa.
“È vero. Noi ci siamo trovati a narrare, a raccontare di un grande poeta di cui sappiamo ben poco: il suo volto è a noi sconosciuto, e neppure la sua data di morte in esilio è certa: oscilla tra il 17 e il 18 d.C. Noi ci agganciamo a questa data che va per la maggiore (per il bimillenario). Però, diversamente dal caso di Virgilio, per esempio, di Ovidio sappiamo molte cose grazie a una specie di autobiografia contenuta in una delle più toccanti elegie scritte in esilio sul mar Nero (la decima del quarto libro dei Tristia). Comunque sono molte le opere straordinarie esposte alle Scuderie del Quirinale, alcune presentate per la prima volta al pubblico. E l’impatto sui visitatori credo proprio sarà di grande effetto, grazie anche alla sensibilità dell’architetto Francesca Ercole che ha realizzato un allestimento eccezionale, adottando spesso soluzioni ancora più efficaci di quelle che avevamo pensato noi. Inoltre la mostra è accompagnata da un ricco catalogo, curato molto bene da Artem”.

Gli spazi alle Scuderie del Quirinale si articolano in dieci sale, cinque per piano. Come ha sfruttato questi grandi spazi?
“La mostra è organizzata per grandi temi. Al piano terra, la prima sala è dedicata alle opere del poeta, a quelle opere che lo hanno fatto grande e ne hanno preservato la memoria; poi proseguiamo illustrando la sua concezione dell’amore e lo scontro con Augusto, personaggio chiave nella vita di Ovidio, basato anche sulla diversa concezione di divinità come Apollo, Diana e Giove. Invece le cinque sale del secondo piano sono tutte dedicate alle Metamorfosi”.

L’Ermafrodito conservato al museo nazionale Romano

Allora vediamo un po’ più da vicino l’articolazione di questa mostra. Ci accompagni in una piccola visita guidata virtuale?
“Tema fondamentale nella produzione ovidiana è l’Amore. Sappiamo come nelle opere giovanili il poeta abbia evocato corteggiamenti e amplessi. I suoi versi danno vita a un vero e proprio vademecum del perfetto seduttore. Così per illustrare i suoi versi immortali abbiamo proposto in mostra immagini di scene amorose, arredi e oggetti di uso femminile. E poi ci sono i baci appassionati, le scene erotiche: protagonisti negli elementi decorativi all’interno della casa romana. Anche Augusto non disdegnò di averne alcune, nonostante la sua politica di moralizzazione. Quindi vediamo in mostra – come in uno specchio – le immagini che si ritrovano nei versi di baci appassionati e di amplessi. C’è quindi un gioco di rimandi tra versi e immagini”.

L’Augusto velato, capolavoro proveniente dal museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Graziano Tavan)

Nella seconda sala propone la storicizzazione della figura di Ovidio. Cosa intende?
“La seconda sezione affronta il grande scontro tra l’imperatore Ottaviano Augusto e il poeta, costretto alla fine all’esilio. Sappiamo che i motivi alla base dell’ira di Augusto sono legati ai versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore, e al suo modo dissacrante di rapportarsi e trattare le divinità, proprio quelle divinità che sono le fondamenta della politica e della morale di Augusto. In particolar modo Ovidio se la prende con Apollo, Diana e Giove. Non è un caso che abbiamo dedicato le tre sale successive a descrivere i miti più famosi legati a queste tre divinità. È proprio in questa sezione che chiude il piano terra delle Scuderie del Quirinale, e in qualche modo anche il rapporto di Ovidio con il mondo antico, che compaiono i primi codici, che è possibile esporre grazie al contributo di Federica Toniolo, collega di Storia dell’arte all’università di Padova. Sono proprio i codici medievali e i primi libri a stampa illustrati con soggetti ovidiani che fanno da trait d’union tra il mondo antico e il Medioevo e l’età Moderna, mondi che sono ben rappresentati nell’altra metà della mostra, al secondo piano”.

L’incipit delle “Metamorfosi” di Ovidio

I miti raccontati nelle Metamorfosi superano dunque il mondo antico per arrivare fino a noi. Come li avete resi per il grande pubblico?
“Come si diceva, tutto il secondo piano è dedicato alle Metamorfosi, con l’illustrazione di una decina di miti: quelli più importanti e famosi. In questa sezione abbiamo la possibilità di esporre anche quadri di grandi artisti del Rinascimento, dal Tintoretto al Poussin, la cui scelta è stata affidata a Federica Zalabra del MIBAC e Vincenzo Farinella dell’università di Pisa. Ogni mito è raccontato in poche righe. E poi immagini e versi di Ovidio si rincorrono in un mix antico-moderno”.

Il gruppo scultoreo “Venere ed Eros” proveniente dal museo di Eretria in Grecia

Come si presenta in mostra questo mix antico-moderno?
“L’illustrazione del mito la affidiamo a una grande varietà di oggetti: dall’affresco romano ai sarcofagi, dai codici antichi ai quadri rinascimentali, e alle parole di Ovidio stesso. Così il visitatore potrà cogliere che c’è un filo rosso che corre attraverso i secoli dall’età augustea ai giorni nostri. Ovidio fissa la cultura occidentale. Ancora oggi nel nostro modo di dire e di fare c’è tanto di Ovidio, anche se non ce ne rendiamo conto. In poche parole possiamo dire che Ovidio è alle radici dell’Europa”.

Come si chiude la mostra alla decima sala?
“La mostra si conclude con l’apoteosi di Ovidio che raccontiamo attraverso l’apoteosi di Ganimede, metafora dell’apoteosi del poeta che supera l’esilio e il tempo. È lui stesso che scrive: “Io sopravviverò alla morte”. E non si è sbagliato”.

Ha parlato di grandi pezzi in mostra. Ce ne anticipa qualcuno?
“Innanzitutto il mio pezzo preferito. Viene dal museo di Eretria, in Grecia, e fa bella mostra nella sala 6: si tratta del gruppo scultoreo “Venere ed Eros” che racconta il mito di Adone. E ancora il cosiddetto “Ritratto di Ovidio”, cosiddetto perché in realtà non abbiamo alcun ritratto attribuibile al poeta. È stato realizzato dal pittore ferrarese Ortolano. Lo abbiamo posto nella prima sala”.

“Venere callipigia”, capolavoro conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Qualche altro…
“Mi piace ricordare tre pezzi eccezionali che vengono da altrettanti grandi musei italiani: la Venere Callipigia, scultura romana del I-II sec. d.C., conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli; l’Ermafrodito del museo nazionale Romano; e la statua dell’Augusto velato dal museo Archeologico nazionale di Aquileia”.

Tra tanti capolavori anche dei pezzi inediti.

La testa di Giulia Minore ritrovata a Fiumicino

“Ci sono pezzi frutto di nuove e recenti scoperte archeologiche: come è il caso della testa di Giulia Minore (nipote di Augusto) trovata a Fiumicino, o il ritratto di Tiberio proveniente da Sessa Aurunca. (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/24/il-carro-del-principe-sabino-di-eretum-in-lamine-dorate-vii-vi-sec-a-c-protagonista-della-mostra-testimoni-di-civilta-lart-9-della-costituzione-la-tutela-del-patrimonio-cu/)”.

Come si può intuire, chiude la prof. Francesca Ghedini, “non è una mostra di cassetta, ma una mostra che appassionerà sicuramente il grande pubblico proponendo un messaggio culturale di qualità frutto di un lungo lavoro di preparazione”.

“Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico”: raccolti in un volume i risultati delle ricerche archeologiche a 5 metri di profondità e la ricostruzione di strada romana e necropoli imperiale sopra il parcheggio interrato, tracce tangibili della Mutina romana lungo la via Emilia

Scavi archeologici nell’area del parco Novi Sad a Modena, cinque metri sotto il piano stradale moderno

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Oggi parco Novi Sad a Modena è un grande e tranquillo spazio aperto sopra il parcheggio interrato, e su cui affaccia l’imponente edificio dell’ex Foro Boario, ma duemila anni fa qui c’era un gran via vai di persone e di merci che affollavano un’ampia strada romana che portava direttamente nel cuore di Mutina, colonia romana fondata nel 183 a.C. lungo la via Emilia, voluta dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C., giusto 2200 anni fa come ricorda il progetto “2200 anni lungo la via Emilia” che ha portato alla realizzazione di tre grandi mostre: all’ex Foro Boario di Modena “Mutina splendidissima” (fino all’8 aprile 2018); ai musei civici di Reggio Emilia “On the road. Via Emilia 187 a.C. – 2017” (fino al 1° luglio 2018); al museo civico Medievale di Bologna “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (fino al 2 aprile 2018). Ma di quella Modena “splendidissima” oggi si vede ben poco, come ben spiega la ricca mostra all’ex Foro Boario (vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/24/mutina-splendidissima-la-citta-romana-e-la-sua-eredita-apre-a-modena-la-mostra-clou-per-i-2200-anni-della-fondazione-della-colonia-romana-sulla-via-emilia-che-racconta-le-origini/), anche se il rapporto con questa realtà sepolta è stato pressoché continuo nel corso dei secoli e si è rivelato di fondamentale importanza nella costruzione dell’identità culturale cittadina. La città romana di Mutina “vive” infatti cinque metri al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica. Proprio la strada romana e l’annessa necropoli di età imperiale, riportate alle luce da alcune campagne di scavo della soprintendenza Archeologica, sono tra le poche testimonianze della romanità di Modena oggi visibili, organizzate come parco archeologico, chiamato NoviArk.

Il libro “Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico” a cura di Luigi Malnati e Donato Labate

Ora i risultati delle ricerche archeologiche condotte tra 2009 e 2012 sulla vastissima area urbana del parco Novi Sad, qualcosa come 24mila quadrati, sono stati raccolti nel volume “Parco Novi Sad di Modena: dallo scavo al parco archeologico” curato da Luigi Malnati e Donato Labate e a cui hanno collaborato, oltre agli archeologi che hanno eseguito lo scavo, anche numerosi ricercatori universitari. La pubblicazione, sigillo conclusivo di una delle operazioni più importanti finora condotte in Italia di attuazione della archeologia preventiva, sarà presentato sabato 3 marzo 2018, alle 16.30, in sala Crespellani del Palazzo dei Musei, in largo Porta S. Agostino 337 a Modena, da Francesca Ghedini, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana all’università di Padova e direttrice del Dipartimento di Archeologia dell’ateneo patavino; e tra l’altro membro della Commissione per la legge sull’archeologia preventiva.

Un gruppo di archeologi impegnati negli scavi al parco Novi Sad, realizzati tra il 2009 e il 2012

Il volume costituisce una edizione preliminare dei risultati dello scavo che ha messo in luce strutture e depositi che documentano un lunghissimo arco di storia di questo settore urbano, dall’età del Ferro fino al Seicento, con una evidente preponderanza della fase romana. I saggi di apertura, redatti dai curatori del volume e dagli archeologi che hanno condotto lo scavo, offrono il quadro critico e metodologico della documentazione di scavo e l’interpretazione dei risultati. Seguono una serie di saggi di approfondimento su tematiche generali, come il contributo di Donato Labate sulla ritualità funeraria tra età romana e tardoantico documentata dalle sepolture rinvenute ai margini della strada, o su aspetti specifici legati alle classi di materiali archeologici e alle attestazioni epigrafiche. L’analisi del dato archeologico è affiancata da quella condotta in molteplici ambiti di ricerca, dalla geologia, all’antropologia, all’archeobotanica, alle analisi chimico-fisiche sui depositi conservati all’interno delle anfore, fino allo studio paleobiologico e paleonutrizionale applicato ad alcuni inumati del cimitero medievale.

La grande strada romana scavata al parco Novi Sad di Modena e ricostruita “com’era e dov’era” ma cinque metri più in alto (foto Graziano Tavan)

“Un primo acciottolato stradale con ghiaia fine viene realizzato in età tardo-repubblicana, tra II e I secolo a.C.”, spiegano gli archeologi. “Con gli inizi dell’età imperiale, probabilmente in concomitanza con una serie di interventi di riassetto urbanistico durante il principato di Augusto (23 a.C. – 14 d.C.), la via per Mantova assume l’aspetto che poi conserverà attraverso ripetuti interventi di manutenzione e ripristino fino al IV sec. d.C.”. Il selciato, largo circa 5 metri, è formato da ciottoli di grandi e medie dimensioni. I profondi solchi carrai che ancora oggi possiamo vedere confermano l’intenso traffico in entrata e in uscita dalla città. A fianco dei marciapiedi antichi in battuto di argilla e pietrame, oggi idealmente ricordati da due percorsi pedonali, c’erano due fossati per lo scolo delle acque piovane, probabilmente collegati a una rete di canali minori. “L’ampia lacuna al centro della strada”, fanno notare gli archeologi, “colmata nella musealizzazione con ciottoli moderni, corrisponde a una fossa aperta in epoca tarda, quando la strada, ormai non più in uso, veniva smontata per riutilizzarne i ciottoli come materiale edilizio”.

Disegno ricostruttivo sui pannelli del parco NoviArk con i riti di inumazione e incenerazione nella necropoli lungo la strada romana a Mutina (foto Graziano Tavan)

Come in tutte le città romane, anche a Mutina le aree cimiteriali fiancheggiavano le arterie stradali all’esterno dell’area urbana. Le sepolture si trovavano all’interno di lotti di terreno recintati le cui dimensioni sono quasi sempre indicate nell’epigrafe funeraria. “Le aree sepolcrali dei monumenti esposti nel NoviArk, tutti databili al I sec. d.C.”, continuano gli archeologi, “misurano tra i 14 e i 15 mq. Una soltanto è più piccola (10,8 mq) mentre un’altra supera i 20 mq. Al loro interno erano sepolti gruppi familiari o individui uniti da vincoli di amicizia o professionali. Dalle tombe, a inumazione e a incinerazione, provengono i corredi che accompagnavano i defunti nell’aldilà”.

Particolare delle tombe della necropoli di età imperiale ricomposte nel parco NoviArk di Modena (foto Graziano Tavan)

Bacino circolare per la coltura delle carpe nel parco NoviArk

Il volume si conclude con un saggio dedicato al parco archeologico NoviArk che illustra le scelte operate nella progettazione di questo museo open air che costituisce un esempio di valorizzazione delle strutture di età romana rinvenute, unico segno tangibile in sito della città romana, seppur riportato a quota superiore, nel tessuto urbanistico contemporaneo. Il parco archeologico NoviArk rappresenta infatti il punto di incontro fra le esigenze di realizzazione del parcheggio interrato NoviPark e la salvaguardia e valorizzazione dei resti archeologici. La sua realizzazione ha comportato lo smontaggio delle strutture di età romana dal piano originario, posto a 5 metri di profondità, e il loro successivo rimontaggio in superficie. Nel NoviArk sono stati rimontati anche i resti di due edifici rurali, un pozzo con imboccatura in pietra, una vasca rettangolare con pavimentazione in ciottoli, forse utilizzata per il lavaggio delle pecore prima della tosatura, e un grande bacino circolare con pareti in mattoni che doveva servire probabilmente per l’allevamento delle carpe, come sembra indicare il ritrovamento nei sedimenti del fondo di piante acquatiche compatibili con questa attività. “Non c’è da stupirsi”, intervengono i ricercatori, “visto che i romani consideravano la carne di questo pesce d’acqua dolce una vera e propria prelibatezza. La vegetazione del parco ripropone essenze e arbusti, in particolare il bosso, documentati nell’habitat originario di età romana. In un ambiente del parcheggio interrato sono esposte in una suggestiva ambientazione le anfore recuperate dalle grandi buche di discarica”.

Pompei è la nuova sfida dell’università di Padova: studiare, scavare e valorizzare le Terme del Sarno grazie a una stretta collaborazione con la soprintendenza speciale. Obiettivo: aprire al pubblico entro il 2020 il grande complesso con oltre 100 ambienti disposti su sei livelli

L’impressionante complesso delle Terme del Sarno a Pompei oggetto dell’accordo di collaborazione tra l’università di Padova e la soprintendenza speciale

I professori Claudio Modena e Francesca Ghedini (Università di Padova)

L’impressionante complesso architettonico sul fronte meridionale di Pompei accompagna lo sguardo delle migliaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso degli scavi della città romana sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Sono le terme del Sarno, frutto dell’accorpamento, trasformazione e sviluppo di due abitazioni affacciate con terrazze verso il mare, terme che, nella fase finale, contavano oltre 100 ambienti, 60 metri di fronte, 28 di altezza, articolato su 3000 metri quadrati coperti e 700 di scoperto, sei terrazzamenti. Ma il pubblico, per poter visitare le terme del Sarno, dovrà aspettare fino al 2020. È l’impegno preso dall’università di Padova e la soprintendenza speciale di Pompei alla presentazione del bilancio dei risultati dei primi due anni di collaborazione nell’ambito del progetto Mach, uno dei Progetti strategici di Ateneo con il quale l’università di Padova concentra significative risorse per consentire di sviluppare la ricerca e sperimentare nuovi approcci metodologici. In particolare il progetto Mach (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage) mette in campo approcci metodologici multidisciplinari alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni culturali già applicati nei siti archeologici di Nora in Sardegna, Gortina a Creta, Aquileia nell’Alto Adriatico, e che ora vengono attuati a Pompei. Si tratta infatti di un contributo scientifico di fortissimo impatto che ha visto, da luglio 2015 a giugno 2017, cinquanta ricercatori di tre dipartimenti (Ingegneria, responsabile Claudio Modena; Beni Culturali, responsabile Francesca Ghedini; Geoscienze, responsabile Gilberto Artioli) lavorare insieme, contaminando le loro conoscenze, per arrivare ad elaborare nuovi metodi condivisi e raggiungere risultati innovativi. “Nel progetto inter-area (Umanistiche e Scienze dure)”, ricorda il direttore del dipartimento Beni culturali, Jacopo Bonetto, “le aree d’intervento prescelte sono contesti di altissimo valore, sia sul piano archeologico che paesaggistico, del Mediterraneo: Gortina, a Creta, è stata una delle maggiori metropoli del Mediterraneo di età greca e romana; Nora, in Sardegna, è protesa sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari, lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo sin dall’età del Bronzo; Pompei rappresenta un sito paradigmatico per la sua unicità storico-archeologica e il suo significato strategico in termini di conservazione e fruizione. A Gortina le indagini si sono concentrate sul Santuario di Apollo e il teatro ed abbracciano un arco temporale  dal VI secolo a.C. al IV sec. d.C., a Nora si sono sondati diversi contesti appartenenti al VIII sec. a.C. e al III sec. d.C., mentre Pompei, dal 1997 sito Patrimonio dell’Umanità, ha avuto come focus scientifico il complesso multifunzionale noto come Terme del Sarno che data dal II sec. a.C. al 79 d.C.”. Con Mach, Pompei, il più grande e significativo sito archeologico del mondo, entra a far parte dei progetti scientifici dell’università di Padova grazie ad una convenzione tra i tre dipartimenti patavini e la soprintendenza: “Una scelta strategica di grandissima importanza”, sottolinea Francesca Ghedini, “perché permette la collaborazione di enti diversi che condividono obiettivi fondamentali di ricerca, conservazione e valorizzazione. Per l’Università di Padova MACH diventa una sintesi perfetta di tutte e tre le missioni di un Ateneo: Ricerca, Formazione e Terza missione”.

Studio dei materiali costruttivi alle terme del Sarno di Pompei

Il progetto Mach. “Tra il 2015 e il 2017 l’università di Padova ha condotto a Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, una ricerca connotata da un approccio fortemente interdisciplinare, idoneo a rinnovare le metodologie di studio e le conoscenze sull’intera città”, spiega Claudio Modena, responsabile del progetto Mach e dell’Unità di Ricerca sullo studio statico e strutturale. “Il progetto ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione.  L’intervento specifico del gruppo di lavoro di Ingegneria è stato rivolto alla conoscenza e valutazione dello “stato di salute” del complesso e alla realizzazione di un rilievo accurato”.

Veduta delle terme del Sarno a Pompei: obiettivo è l’apertura al pubblico per il 2020

L’università di Padova a Pompei: il caso-studio delle Terme del Sarno. “L’università di Padova è entrata in questa grande sfida lanciata dall’Unione Europea e dal ministero dei Beni culturali per la sicurezza e la valorizzazione di Pompei, mettendo a disposizione i suoi ricercatori e le sue risorse nell’ambito di una formale convenzione”, afferma Maria Stella Busana, coordinatrice del progetto Mach. “In accordo con il prof. Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, è stato scelto come caso di studio il complesso delle Terme del Sarno (Regione VIII, Insula 2), in un settore di Pompei poco indagato e mai aperto al pubblico. Il complesso si articolava su sei piani, accogliendo molteplici funzioni (residenziali, ricreative, di servizio, forse anche pubbliche). Un convegno e la successiva pubblicazione faranno conoscere i risultati delle ricerche finora condotte, dalla rivisitazione degli studi passati e degli archivi storici alle indagini più analitiche, frutto dell’approccio interdisciplinare che caratterizza il progetto Mach. I risultati delle indagini forniranno il supporto scientifico per la valorizzazione di un complesso straordinario, di fatto ancora sconosciuto”.

Ortofoto della facciata delle Terme del Sarno a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna e la professoressa Maria Stella Busana

“Pompei, entrata esattamente vent’anni fa nel Patrimonio dell’Umanità (1997), rappresenta la città più nota tra i siti archeologici e un laboratorio di ricerca essenziale per la comprensione della civiltà antica, in particolare romana”, ricorda Bonetto. “La lunga storia di scavi (in realtà, quasi sempre sterri), avviati nel 1748, ha oggi restituito circa 2/3 della superficie urbana originaria, estesa su 63 ettari, e un elevato numero di complessi edilizi, molti dei quali oggi visitabili. Di contro alla straordinarietà del sito, la conoscenza di questa realtà immensa e la sua conservazione sono state perseguite in forma molto discontinua nel tempo e nelle diverse aree della città, mettendo a serio rischio i suoi resti. Da alcuni anni, grazie a un significativo finanziamento europeo, Pompei è oggetto di un grande piano di documentazione e restauro al fine di garantire la salvaguardia dei resti e potenziarne la fruibilità (Grande Progetto Pompei). In questo quadro sono stati avviati anche importanti ricerche scientifiche, prevalentemente rivolte allo studio dei caratteri architettonici, decorativi e funzionali di singoli edifici, soprattutto abitazioni private (domus)”. Anche l’Università di Padova ha deciso di mettere a disposizione di questo straordinario sito archeologico le proprie competenze, avviando nel 2015, nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, un progetto di ricerca organico sul complesso eccezionale noto come Terme del Sarno (Regio VIII, Insula 2, Civici 17-23): una scelta decisa insieme alla soprintendenza speciale di Pompei, con la quale è stato siglato un accordo di collaborazione. “L’incontro con la prof. Francesca Ghedini”, sottolinea Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, “mi ha particolarmente sorpreso: non è venuta a chiedere concessioni ma a offrire le risorse professionali dell’ateneo patavino da mettere a disposizione di Pompei e del Grande Progetto Pompei. Si è deciso di concentrare gli sforzi nel complesso delle Terme del Sarno, che era rimasta fuori dal Grande Progetto Pompei, perché richiede un grande impegno per la conoscenza, l’analisi e la diagnostica. Senza dimenticare che studiare quest’area, sul fronte meridionale della città romana,  darà indicazioni importanti per capire finalmente dove era il porto”.

Le analisi degli affreschi del frigidarium nelle Terme del Sarno a Pompei

“Le Terme del Sarno sono un complesso polifunzionale”, spiega Maria Stella Busana, “originariamente articolato su sei piani, posto ai limiti meridionali della città, al margine del pianoro vulcanico su cui Pompei venne costruita. Gli scavi eseguiti tra il 1888 e il 1890 avevano portato alla luce quasi un centinaio di stanze e un intero livello utilizzato come terme. Benché sottoposto subito a restauro, il complesso non venne mai aperto al pubblico, anche per problemi di natura statica dell’intero fronte meridionale del pianoro, e dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale divenne un deposito di materiali archeologici. Le caratteristiche strutturali, la funzione, la cronologia, il contesto ambientale in cui era inserito, la natura (pubblica o privata) dei proprietari e dei fruitori dell’edificio sono stati discussi da molti studiosi dal momento della sua scoperta fino agli anni ’90 del secolo scorso, senza raggiungere mai a risultati definitivi”.

Studio delle tecniche costruttive del complesso delle Terme del Sarno

Il prof. Jacopo Bonetto

“Le indagini dell’università di Padova – continua Busana – hanno deciso di affrontare lo studio del complesso attraverso un innovativo approccio multidisciplinare con l’intento di ricostruire: il contesto ambientale attraverso scavi archeologici e analisi geologiche e palinologiche; l’evoluzione architettonica dell’edificio, tramite analisi strutturale, statica e dei materiali in un’ottica diacronica, dalla costruzione alla destrutturazione, fino alla riscoperta e ai restauri di fine Ottocento; i sistemi decorativi e la cultura artistica dell’epoca, tramite analisi stilistiche e strumentali dei pigmenti; la cronologia assoluta delle fasi costruttive, tramite datazioni al radiocarbonio, epigrafiche e stratigrafiche; le funzioni e i fruitori degli spazi tramite lettura architettonica, analisi epigrafiche, studio della decorazione. Fondamentale per tutta la ricerca si è rivelata la raccolta sistematica e l’analisi critica dei dati editi a partire da fine ‘800 e della documentazione d’archivio (giornali di scavo, inventari dei materiali, foto, disegni)”. La prima fase della ricerca, condotta nell’ambito del Progetto Strategico, interviene Bonetto, “ha rivelato le grandi potenzialità dell’approccio multidisciplinare e archeometrico. I risultati, dal valore soprattutto metodologico, costituiscono un’esperienza di grandissimo valore per le future indagini sull’intero complesso del Sarno, estendibili ad altre aree limitrofe, e forniscono il supporto scientifico per la futura valorizzazione e apertura al pubblico dell’area”

Una scansione 3D della facciata delle Terme del Sarno

Il rilievo 3D. “Il contributo del Laboratorio di Rilevamento e Geomatica del Dicea è consistito nella progettazione, acquisizione dati, elaborazione e rappresentazione di un  modello tridimensionale dell’intero complesso delle Terme del Sarno, tramite l’integrazione di metodologie avanzate di rilevamento”, sottolinea Vladimiro Achilli, responsabile del rilievo 3D. “Le metodologie impiegate (laser scanning, satellitari GNSS, fotogrammetria e livellazione geometrica di alta precisione) hanno consentito, dai modelli 3D ottenuti e dai dati forniti dalla Soprintendenza, di definire piante, sezioni, ortofoto ad alta risoluzione, di misurare gli spessori delle volte e di contribuire all’attività di monitoraggio della struttura. Il rilievo così definito, coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, ha costituito la base necessaria per la progettazione ed esecuzione degli interventi effettuati e fornisce i presupposti  per la programmazione di eventuali interventi futuri”.

Gli affreschi del frigidarium con la raffigurazione dei pigmei prima e dopo il restauro

Il prof. Gilberto Artioli

Le indagini archeometriche. “L’unità di ricerca ha investigato i materiali delle Terme del Sarno a diverse scale spaziali e con tecniche di avanguardia”, sostiene Gilberto Artioli, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio archeometrico dei materiali e sulle indagini geofisiche. “Tutti i materiali presenti nell’edificio, usati sia nelle fasi costruttive che nelle fasi di restauro (unità murarie – mattoni, litica; leganti – malte, intonaci; pigmenti) sono stati identificati  e caratterizzati a livello microscopico e sub-microscopico per individuarne la natura, l’origine, la distribuzione e la loro funzione architettonica, strutturale o decorativa. Discussi in modo coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, i dati fino ad ora misurati sui materiali forniscono una solida base per la comprensione e l’interpretazione strutturale dell’edificio, la ricostruzione della storia architettonica e conservativa, e un punto di partenza per la proposta di conservazione futura”.

La ricostruzione della decorazione parietale del frigidarium delle Terme del Sarno

Le indagini archeologiche e geoarcheologiche. “Grandi novità hanno portato anche i primi saggi di scavo e la campagna di carotaggi condotti fuori della città in corrispondenza del complesso delle Terme di Sarno”, conclude Jacopo Bonetto, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio storico e archeologico. “Queste hanno riguardato in particolare la ricostruzione della morfologia dell’area, che presentava un ripido declivio, le caratteristiche ambientali (un ambiente palustre) e l’uso degli spazi (discariche), delineando un quadro del tutto inaspettato dell’immediata periferia di Pompei”.

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: all’università di Padova tutti i protagonisti a confronto per dare un futuro ad archeologi, archivisti, bibliotecari, antropologi grazie alla nuova legge

Il manifesto della tavola rotonda "Beni culturali: dalla formazione alla professione" promosso dall'università di Padova

Il manifesto della tavola rotonda “Beni culturali: dalla formazione alla professione” promossa dall’università di Padova

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: se ne parla lunedì 9 marzo all’università di Padova in un confronto tra esperti, perché i professionisti dei beni culturali oggi non sono più solo un’etichetta sul biglietto da visita. Ora esistono, per legge: nel giugno del 2014 la Commissione Cultura della Camera ha approvato definitivamente, in sede legislativa, la legge per il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali, la cosiddetta legge Madia, “Modifica al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professionisti dei beni culturali, e istituzione di elenchi nazionali dei suddetti professionisti”. Le nuove professioni sono così entrate finalmente nel codice dei beni culturali. Un risultato storico, che ha fatto esultare il ministro peri Beni culturali, Dario Franceschini: “Sono migliaia i professionisti dei beni culturali”, ha dichiarato, “che attendevano di vedere riconosciuta la propria professione. Questa legge risponde pienamente a questa domanda e offre allo Stato uno strumento in più per adempiere ai dettami costituzionali. È indubbio, infatti, che non può esserci piena tutela e valorizzazione del patrimonio culturale se non si valorizzano le competenze di chi vi opera quotidianamente”.

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali è avvenuto, infatti, attraverso due modifiche al codice dei beni culturali. La prima riguarda l’articolo 9-bis, che affida esplicitamente tutti gli interventi di tutela, vigilanza e conservazione dei beni culturali, “alla responsabilità, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, antropologi esperti di diagnostica applicata ai beni culturali o storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione e professionalità”. Un settore che, secondo stime delle associazioni, riguarda in Italia almeno 30mila specialisti della cultura. La seconda modifica, che mira a regolamentare le professioni dei beni culturali, interviene sull’art. 182-bis del codice dei beni culturali, istituendo dei registri ufficiali per le singole professioni, ovvero elenchi aperti del Mibact ai quali potranno iscriversi tutti i professionisti delle specialità citate purché siano in possesso di determinati requisiti minimi, valutati dal ministero di concerto con gli enti interessati e che il Mibact, sentiti il Miur, la Conferenza Stato-Regioni e in collaborazione con le rispettive associazioni professionali, stabilisca con proprio decreto le modalità e i requisiti di iscrizione. La norma prevede che si adeguino i rispettivi corsi di laurea legati a questi profili professionali e che si individuino i livelli minimi di qualificazione.

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Il riconoscimento per i professionisti dei beni culturali, è dunque un passaggio storico per la piena attuazione dell’art. 9 della Costituzione. È un momento storico per tutte quelle persone che hanno scelto di fare dell’archeologia, del restauro, della storia dell’arte, dell’archivistica una professione, oltre a coltivarne la passione. A quasi quarant’anni dall’istituzione del ministero si dà finalmente riconoscimento e dignità professionale a decine di migliaia di professionisti e una prospettiva a coloro che hanno intrapreso percorsi di studi in questo campo. L’Associazione Nazionale Archeologi fin dalla sua costituzione, nel 2005, ha perseguito con chiarezza l’obiettivo del riconoscimento giuridico. Per sensibilizzare la classe politica è scesa in piazza per ben tre volte per manifestare con governi di centrodestra (giugno 2008), di centro (dicembre 2012) di centrosinistra (gennaio 2014). Come archeologi – afferma Salvo Barrano presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi e vicepresidente di Confassociazioni – sentiamo di dover ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a raggiungere questo obiettivo, comprese le forze politiche, sindacali e le associazioni”.

Jacopo Bonetto dell'università di Padova

Jacopo Bonetto dell’università di Padova

Sono passati però quasi otto mesi dall’approvazione della legge e mancano ancora i decreti attuativi. Ciò significa che non si sa ancora bene come applicare la legge e in che termini. Si capisce, quindi, come sia importante parlarne tra “addetti ai lavori”, e come la giornata di studi dell’università di Padova “Beni culturali dall’università alla professione. Incontri possibili tra formazione, mondo del lavoro e normative” diventi un momento di confronto da non perdere. “Questa tavola rotonda”, spiega Jacopo Bonetto che coordina l’iniziativa con Francesca Ghedini, “è la prima a livello nazionale che tratta del problema della legge sulle Professioni nel campo dei Beni culturali, che potrebbe cambiare tutto. Per questo abbiamo cercato di far sedere più protagonisti possibile attorno al tavolo e cominciare a parlarne. Non dimentichiamo che questa legge sarà fondamentale anche per l’occupazione dei giovani (e di riflesso per il futuro delle nostre Facoltà)”.  L’appuntamento è dunque per lunedì 9 marzo in aula magna “Galileo Galilei”, al Palazzo del Bo a Padova. Alle 9.30 ci sono i saluti del magnifico rettore G. Zaccaria, del direttore del Dipartimento dei Beni Culturali G. Valenzano, e dei coordinatori J. Bonetto, F. Ghedini della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici e Dottorato di ricerca in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali. Alle 10, la prima tavola rotonda dedicata alla “Formazione”, moderatori E. Zanini (Università di Siena) e M.S. Busana. Intervengono M. Salvadori e G. Tomasella (Università di Padova), presidenti dei corsi di studio in Archeologia/Scienze archeologiche; Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; F. Toniolo e P. Zanovello (Università di Padova), rispettivamente presidente del corso di studio in Progettazione e gestione del Turismo culturale e direttore del master in Pianificazione e gestione del prodotto turistico; J. Bonetto e G. Dal Canton (Università di Padova), direttori delle Scuole di specializzazione in Beni archeologici e in Beni storico-artistici; F. Ghedini (Università di Padova), direttore della Scuola di dottorato in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali; A. Pontrandolfo (Università di Salerno), consulta nazionale universitaria per l’Archeologia classica; L. Borean (Università di Udine), direttrice della Scuola di specializzazione in Storia dell’Arte, consulta nazionale universitaria per la Storia dell’arte.

Francesca Ghedini (università di Padova)

Francesca Ghedini (università di Padova)

Alle 11, seconda Tavola rotonda dedicata al “Quadro politico e legislativo” con moderatori F. Ghedini e J. Bonetto. Intervengono: C. Bon Valsassina (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), direttore generale Educazione e ricerca; M. L. Catoni (IMT Alti Studi Lucca), consigliere del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; G. Ericani, presidente dell’ICFA (International Council of Museums) e proboviro dell’ICOM; V. Tinè, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto. Alle 12 la terza Tavola rotonda su “Il lavoro richiesto e il lavoro possibile” con moderatore J. Bonetto. Intervengono: L. Bison e A. Rodighiero, rappresentanti degli studenti del corso di laurea in Scienze archeologiche; A. Zaia e S. Polli, rappresentanti degli studenti dei corsi di laurea in Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; M. Covolan e D. Voltolini, rappresentanti degli studenti della Scuola di specializzazione in Beni archeologici; M. Tabaglio e L. Savio, tirocinio formativo attivo presso soprintendenza speciale Pompei, Ercolano e Stabia (“Unità Grande Pompei”); G. Rota e A. Lighezzolo (Università di Padova), Servizio Stage e Career Service.

Il libro "Archeostorie" a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti

Il libro “Archeostorie” a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti sarà in anteprima a Padova

Alle 13, J. Bonetto e V. Tiné presentano gli “accordi quadro per Stage e tirocini per studenti con le soprintendenze, gli enti pubblici, le società, le cooperative, le associazioni”. Quindi pausa pranzo. Si riprende alle 14.30, con Massimo Vidale (Università di Padova) che presenta il libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, Cisalpino 2015, a cura di C. Dal Maso, giornalista, e F. Ripanti, Scuola di specializzazione in Beni Archeologici (Università di Trieste, Udine, Venezia Ca’ Foscari), che saranno presenti.  “In realtà, più che un libro sta già diventando un movimento”, spiega Cinzia Dal maso. “Abbiamo riunito 34 archeologi che fanno le cose più disparate per mostrare che l’archeologo non sa solo scavare ma può fare tanti mestieri, mestieri che danno reddito perché sono necessari al mondo contemporaneo. Stiamo raccogliendo consensi ed entusiasmi ovunque! In particolare ci vogliamo rivolgere agli studenti universitari, perché sappiano che studiando archeologia possono fare un sacco di mestieri, e non solo finire disoccupati; e a chi ci governa e parla tanto di “nuovi” mestieri dei beni culturali, senza accorgersi che c’è chi li fa da un bel po’, e ci campa pure”.

Un cantiere di scavo archeologico con giovani volontari

Un cantiere di scavo archeologico

Alle 15, la quarta Tavola rotonda su “Esperienze dal mondo del lavoro: assetto, difficoltà, esigenze” con moderatori E. Zanini (Università degli Studi di Siena) e J. Bonetto. Intervengono: P. Michelini, cooperativa Petra, Padova; A. Vigoni, Dedalo snc, Padova; A. Favero, SAP Società Archeologica srl, Mantova; S. Magro, Cultour Active, Treviso; C. Tagliaferro, associazione culturale Studio D, Padova; A. R. Tricomi, Archeonaute Onlus, Verona; C. Del Pino, Laformadelviaggio.it srl, Padova. Alle 16, la quinta e ultima Tavola rotonda su “Le associazioni professionali per i beni culturali” con moderatori S. Barrano (vicepresidente Confassociazioni) e J. Bonetto. Intervengono: A. Pintucci e G. Leoni, Confederazione Italiana Archeologi, CIA; G. Manca di Mores, Associazione Nazionale Archeologi, ANA; B. Mastrorilli e F. Rigillo, Associazione Storici dell’Arte Unitari, SAU; R. di Costanzo, Associazione Archivisti in Movimento, ARCHIM; C. Mezzadri, presidente Archeoimprese. Alle 17, dibattito e chiusura lavori.