Archivio tag | Festival Inernazionale del Cinema Archeolgico di Agrigento “Valle dei Templi”

Agrigento. Nello scenario del tempio di Giunone della Valle dei Templi al via XVI edizione del Festival del cinema archeologico. Novità il premio Giunone dedicato ai film sull’archeologia in pericolo. Quattro serate a tema: dalla preistoria europea alle città del mondo antico fino al Medioevo europeo

Il tempio di Giunone, nella Valle dei Templi di Agrigento, scenario del Festival del cinema archeologico

Il logo della XVI edizione del festival del cinema archeologico di Agrigento

Barbara Maurina, conservatore archeologo del museo civico di Rovereto

Ci siamo. Tutto è pronto per la XVI edizione del festival del Cinema archeologico nella suggestiva e imponente location che ha come scenario il Tempio di Giunone nella Valle dei Templi di Agrigento, organizzato dal Parco archeologico e paesaggistico Valle dei templi di Agrigento dal 17 al 20 luglio 2019 con la collaborazione della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I documentari, provenienti dall’archivio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, sono stati selezionati da Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Coordinamento edizioni italiane e traduzioni a cura di Claudia Beretta della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Ogni sera, con inizio alle 21, a ingresso libero, si affronta una tematica diversa che, partendo dalla pre – protostoria europea, analizza le splendide città del mondo antico, fino al Medioevo europeo. Protagoniste saranno le città di Pompei, Creta, Petra, Nimes, la città perduta dei Tairona, l’Isola di Pasqua, l’Islanda e Mont Saint Michel. Ogni film sarà presentato da Barbara Maurina e Maurizio Battisti della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Alla fine verranno assegnati il “Premio Valle dei Templi” e quello “Città di Agrigento”. Ma la XVI edizione del Festival del Cinema archeologico porta una novità: il Premio Giunone, aperto a un vasto pubblico costituito da registi, artisti e studiosi amanti di antiche vestigia, siti storici e reperti, che da quest’anno potranno proporre filmati che siano aderenti a un tema preciso: quello scelto per questa prima edizione è quello dell’archeologia in pericolo, ovvero il racconto di quei siti minacciati da guerre, dal degrado, dall’ abbandono e lasciati all’incuria del tempo ma anche il racconto di siti sottratti al pericolo della loro scomparsa. Vediamo il ricco programma.

Frame del film “La Pompei britannica dell’Età del Bronzo” di Sarah Jobling

Mercoledì 17 luglio 2019, alle 21. Tema della serata: “Alla scoperta della pre-protostoria europea”. Si inizia con il film “La Pompei britannique de l’âge du Bronze / La Pompei britannica dell’Età del Bronzo” di Sarah Jobling (Francia, 2016; 69′). Il film segue un gruppo multidisciplinare di scienziati che conducono scavi a Must Farm, nella contea di Cambridgeshire in Inghilterra, alla scoperta di un villaggio dell’Età del Bronzo, ribattezzato “la Pompei britannica”. Grazie all’eccezionale conservazione delle strutture sepolte da millenni, gli archeologi hanno scoperto case circolari con tutto il loro contenuto, dalla più antica ruota britannica alle ciotole ancora piene di zuppa, dagli utensili alle armi, rivelando i molteplici rapporti che legavano anticamente i popoli europei. Abbiamo così l’impressione di tornare indietro di 3000 anni per stringere la mano ai nostri antenati. Segue il film “Crète, le mythe du labyrinthe / Creta, il mito del labirinto” di Agnès Molia (Francia, 2017; 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, nella fortunata serie francese «Inchieste archeologiche», si cala nel vivo dell’attualità archeologica a livello mondiale. In questo film accompagna gli spettatori al centro del Mediterraneo, a Creta, l’isola che tra il 3000 e il 1400 a.C. fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco, la civiltà Minoica. Varcheremo così i cancelli dei cantieri di scavo, alla scoperta dei più recenti risultati delle ricerche, di nuove tecnologie di indagine e dei segreti del mestiere degli archeologi.

Il film “Petra. Perduta cittò di pietra” di Gary Glassman

Giovedì 18 luglio 2019, alle 21. Tema della serata: “Splendide città del mondo antico”. Il primo film è “Petra, Lost city of stone / Petra, perduta città di pietra” di Gary Glassman (Francia e USA, 2015; 52′). Perduta al confine fra tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta ancora oggi un formidabile enigma. Ma negli ultimi anni gli studi internazionali avviati da oltre un ventennio incominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge una vera e propria capitale del deserto. L’altro film è “Nîmes, la Rome francaise / Nîmes, la Roma francese” di Laurent Marmol e Fèdèric Lossignol (Francia, 2014; 52′). Nimes, l’antica colonia fondata da Augusto, ha conservato un eccezionale insieme di monumenti di età romana: l’anfiteatro, il tempio detto “Maison Carrée”, il santuario della Fonte, la cinta muraria con le sue porte e la Torre Magna. Combinando fiction, riprese aeree e panorami spettacolari, il film racconta 150 anni di storia e la trasformazione di un piccolo villaggio in una magnifica città gallo-romana.

Venerdì 19 luglio 2019, alle 21. Tema della serata: “Uno sguardo oltre l’Oceano”. Si inizia con il film “La cité perdue des Taironas / La città perduta dei Tairona” di Agnès Molia (Francia, 2017; 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, per la serie “Inchieste archeologiche”, accompagna il pubblico nella Colombia nordorientale, dove la foresta tropicale ha inghiottito una delle più grandi città precolombiane, Ciudad Perdida, la Città Perduta. Un tempo famosa per la sua ricchezza, la città dei Tairona è rimasta nascosta per secoli, fino alla riscoperta negli anni Settanta. Segue il film “Île de Pâques, l’heure des vérités / Isola di Pasqua, l’ora della verità” di Thibaud Marchand (Francia, 2017; 90′). I Rapa Nui sono davvero responsabili della distruzione della loro isola e della loro antica civiltà? Si sono veramente uccisi l’un l’altro? Per più di venti anni i più eminenti specialisti del mondo hanno lavorato su questi temi per ristabilire finalmente la verità sulla storia dell’Isola di Pasqua e le nuove scoperte oggi ci rivelano una realtà inattesa e sorprendente.

Il film “Mont Saint Michel, labirinto dell’arcangelo” di Marc Jampolsky

Sabato 20 luglio 2019, si inizia alle 20 con “Raccontare l’archeologia: la sfida, dai media tradizionali al digitale”: incontro con Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, e Antonia Falcone, archeologa e blogger; presenta Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Quindi, alle 21, la quarta serata di proiezioni dedicata al “Medioevo europeo”. Apre il film “Wiking women, Sigrun’s wrath and the discovery of Iceland / Donne vichinghe, l’ira di Sigrun e la scoperta dell’Islanda” di Kai Christiansen (Germania, 2017; 52′). Sigrun potrebbe essere una donna felice, ma sul suo matrimonio pesa un segreto: il marito l’ha rapita dal suo villaggio quando era una ragazzina, uccidendone il padre e il fratello. L’occasione del riscatto giunge con la notizia di un’isola recentemente scoperta a Ovest: Sigrun raduna un gruppo di fedeli e a bordo di una nave programma una fuga verso lidi lontani. Chiude il film “Mont Saint Michel, Labyrinthe de l’archange / Mont Saint Michel, labirinto dell’arcangelo” di Marc Jampolsky (Francia, 2017; 52′). Mont Saint Michel: in quello che è uno dei siti monumentali più famosi e spettacolari al mondo, un puzzle architettonico formatosi nel corso di quindici secoli si svela a poco a poco. Santuario, abbazia, fortezza e prigione, questo edificio labirintico che il documentario esplora con immagini spettacolari viene oggi studiato con approcci innovativi che aiuteranno a scoprirne i misteri. Quindi ci sarà l’assegnazione dei premi “Valle dei Templi”, “Città di Agrigento”, e “Concorso Giunone”. La giuria tecnica è presieduta da Antonio Barone, a capo anche dell’ associazione “John Belushi” ed esperto di cinema; ed è composta da Manuele Paradisi, appassionata di cinema; Caterina Trombi, archeologa; Alessandra Maganuco, studentessa di Archeologia, e Salvatore Indelicato, funzionario del Parco e scrittore.

Palermo. Il museo Archeologico nazionale “Antonino Salinas”, con le ricche collezioni di arte punica e greca, è stato riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Oltre duemila reperti, molti mai esposti prima

Il manifesto per la riapertura del museo Archeologico nazionale "Antonino Salinas" di Palermo

Il manifesto per la riapertura del museo Archeologico nazionale “Antonino Salinas” di Palermo

#eccomidinuovo è l’hashtag che ha accompagnato tutto l’evento tanto atteso: la riapertura del museo Archeologico nazionale “Antonino Salinas” di Palermo. Il taglio del nastro ufficiale mercoledì 27 luglio 2016 alle 19 alla presenza dell’assessore regionale ai Beni culturali Carlo Vermiglio, il dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali e dell’identità siciliana Gaetano Pennino e la direttrice del museo Francesca Spatafora. Dopo i consistenti lavori di restauro dell’intero complesso monumentale e un rinnovato progetto espositivo, in attesa di completare il nuovo allestimento, si è deciso comunque di condividere con la comunità un primo importante traguardo, l’apertura cioè di una parte rilevante del museo che comprende oltre 2000 opere restaurate, alcune delle quali mai esposte al pubblico. “La riapertura al pubblico del museo Archeologico Antonino Salinas”, ha commentato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, “è un importante tassello di quel percorso per cui Palermo offre sempre più attività e luoghi di cultura, facendone strumenti per lo sviluppo sociale ed economico della città. Un importante risultato che, sono certo, contribuirà ad arricchire ulteriormente l’offerta culturale per i palermitani e i turisti che affollano il centro”.

Il chiostro del complesso dell'Olivella della Congregazione di San Filippo Neri, sede del museo

Il chiostro del complesso dell’Olivella della Congregazione di San Filippo Neri, sede del museo

Il museo Salinas di Palermo è il più antico e prestigioso museo della Sicilia, con una delle più ricche collezioni d’arte punica e greca d’Italia, nonché testimonianze di gran parte della storia siciliana. Il museo, dedicato ad Antonio Salinas, celebre archeologo e numismatico palermitano, è ospitato nella Casa dei Padri della Congregazione di San Filippo Neri, parte del complesso monumentale dell’Olivella, che comprende anche la chiesa di San Ignazio e l’attiguo Oratorio, confiscato alla congregazione nel 1866, con la soppressione degli ordini religiosi. Per andare incontro alle esigenze museali l’edificio venne completamente stravolto dalla sua forma originaria. E da allora ad oggi di interventi ne ha subito parecchi. Durante la seconda guerra mondiale l’edificio fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti degli alleati, ma fortunatamente le collezioni erano già state messe al sicuro nel monastero di San Martino delle Scale dall’allora direttrice del museo, Jole Bovio Marconi che nel 1949 si occupò del riallestimento museale con il recupero architettonico curato dall’architetto Guglielmo De Angelis d’Ossat. L’ultimo restauro e riammodernamento del museo è dei giorni nostri, intervento che ha costretto il Salinas alla chiusura tra il 2009 e il 2015. Ma ora finalmente i tesori in esso conservati sono di nuovo ammirabili dai visitatori.

Ritornano le visite al museo Archeologico nazionale "Antonino Salinas" di Palermo

Ritornano le visite al museo Archeologico nazionale “Antonino Salinas” di Palermo

Si va dagli interessanti reperti rinvenuti durante gli scavi subacquei (ancore di pietra, ceppi di piombo, lucerne, anfore ed iscrizioni) alla ricca sezione fenicio-punica con i sarcofagi dalla necropoli di Pizzo Cannita (Misilmeri) alle testimonianze da Mozia, Lilibeo e Monte Porcara (Bagheria). Grande interesse pure per le sale dedicate all’area archeologica di Selinunte, con la ricomposizione del frontone orientale con Gorgone del Tempio C, numerose metope con rilievi mitologici (Templi C ed E), sculture d’età arcaica e classica, la Tavola Selinuntina che celebra la ricchezza della città, le stele gemine del santuario di Zeus Meilichios. E poi ci sono oggetti e sculture provenienti da Solunto, Megara Hyblaea, Tindari, Camarina ed Agrigento, tra cui il grande ariete di bronzo del III secolo a.C. proveniente da Siracusa, l’Eracle che abbatte la cerva, copia romana da un originale di Lisippo, ed infine una copia romana in marmo del Satiro versante di Prassitele. L’epoca romana è, invece, documentata da una collezione di sculture e da mosaici staccati dalle ville di piazza Vittoria a Palermo, nei cui pressi era certamente collocato il foro della città romana.

Non si farà il film sulle tribù della valle dell’Omo. Il regista Lucio Rosa costretto a rinunciare per le richieste esose delle autorità di Etiopia. Restano i riconoscimenti: pluripremiato “Il segno sulla pietra”

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Una donna con bambino in un villaggio della tribù dei Karo in Etiopia

Il suo cuore è sempre in Africa. Ma stavolta è stata proprio l’Africa a tradirlo, a chiudergli la porta in faccia. Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, aveva deciso di lasciare per un momento le “pietre” e i successi ottenuti con i suoi film di carattere archeologico e di tornare a raccontare l’Uomo, o meglio la cultura originaria di alcuni gruppi tribali in Africa, non ancora contaminati completamente dagli uomini occidentali. Il nuovo progetto prevedeva la realizzazione di cinque film in Africa, ma l’avvio non è stato beneaugurante: il primo, infatti, è stato annullato. “Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo”, già sceneggiato e per il quale le riprese dovevano essere realizzate in Etiopia in questi giorni, appunto tra agosto e settembre 2015, è rimasto lettera morta. Lucio Rosa ha dovuto rinunciare a realizzarlo. I motivi li ha spiegati lui stesso al rientro dal viaggio preparatorio in Etiopia con la moglie Anna nel luglio scorso. “Io e Anna”, racconta ad Archeologiavocidalpassato, “siamo rientrati dall’Etiopia dove dovevamo perfezionare le verifiche e i permessi per il film che volevo girare nel sud della valle dell’Omo, sui gruppi tribali dei Karo, Mursi, Hamer, Dassenach. Purtroppo ho dovuto rinunciare per i folli prezzi che le autorità chiedono per rilasciare i permessi per le riprese dei gruppi tribali, 20-30mila  dollari. Una follia per un film maker indipendente quale io sono”. In realtà un modo come un altro per tenere occhi indiscreti lontano dai progetti perseguiti nell’area che evidentemente non hanno come obiettivo la conservazione di una delle culle dell’umanità, e il prosieguo delle ricerche antropologiche e paleontologiche nella valle dell’Omo. “Peccato”, commenta amareggiato il regista veneziano, che ha iniziato nel lontano 1985 con il film sui pigmei Babinga che vivono nella foresta del nord della Repubblica Popolare del Congo “Babinga, piccoli uomini della foresta”, trasmesso anche da “Quark” su Rai Uno,  per poi proseguire con altri come quello girato in Kenia “Pokot, un popolo della savana”. E lancia l’Sos: “Questo film poteva rappresentare un’ultima testimonianza della cultura originaria di questi gruppi tribali come i Karo, Mursi, Hamer, Dassench destinati purtroppo a scomparire, come ho verificato sul campo,  anche in tempi brevi. Un villaggio dei Karo che ho visitato nello scorso ottobre, cioè 9 mesi fa, ed che era un villaggio vivo, posto al di sopra di un’ansa dell’Omo, praticamente non esiste quasi più a parte qualche  persona che si “trucca” per accontentare qualche turista, non un viaggiatore che é cosa diversa, pronto ad immortalare con una foto da mostrare agli amici, la sua avventura”.

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo. Qui esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze ed etnie, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. “Per poter avvicinarsi a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, racconta Lucio Rosa, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze, i preconcetti e ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di una cultura, di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”, come i Karo, i Mursi, gli Hamer, i Dassenech. Queste quattro etnie possono dare un quadro generale e abbastanza esauriente della ricchezza culturale della regione e delle diversità dei popoli dell’Etiopia”.

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia del film "Il segno sulla pietra"

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia del film “Il segno sulla pietra”

Da un festival all’altro. Lucio Rosa  è fresco vincitore del 2º Festival Internazionale Cinema Archeologico Altopiano di Asiago – Premio Olivo Fioravanti con il film “IL SEGNO SULLA PIETRA – Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”, la storia millenaria del Sahara in un alternarsi di fasi climatiche estreme: periodi di grandi aridità, di grandi piogge, e dietro di esse le vicende di uomini che ebbero la ventura di scegliere quella terra come loro dimora. 12000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che seppero definire la loro identità non solo attraverso la pura sopravvivenza materiale del gruppo, ma che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico, quindi complesso, il loro vissuto quotidiano ed il loro primitivo bisogno di trascendenza. Il film non è nuovo a riconoscimenti di giurie tecniche e ad apprezzamenti da parte del pubblico. Dal 2° premio del pubblico alla XVII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, al 1° premio “Capitello d’oro” assegnato dalla giuria presieduta da Sergio Zavoli al 2° Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Roma “Capitello d’oro” 2007, “per aver raccontato una storia complessa e sfuggente con semplicità e rigore diversamente dalla maggioranza dei documentari presentati, non cede all’enfasi e alla retorica, ma riesce tuttavia a colpire ed affascinare lo spettatore. Le immagini acquistano movimento e parlano. Le storie si intrecciano, il passato più lontano dialoga col racconto della scoperta. E i richiami a Fabrizio Mori e alla sua avventura sono un omaggio allo studioso delicato e discreto”. Primo premio della giuria presieduta da Ernesto De Miro anche al Festival Inernazionale del Cinema Archeolgico di Agrigento “Valle dei Templi 2007”: “Il film racconta in maniera rigorosa e scorrevole, sempre coinvolgente, nella cornice di un interesse ambientale che non viene mai meno, la storia millenaria di arte rupestre nel Sahara, da quella graffiante e realistica nella evidenza della incisione lasciataci da popolazioni di cacciatori e raccoglitori a quella dipinta e schematizzata nella leggerezza del colore e della linea di contorno, propria delle popolazioni pastorali e dei raccoglitori ormai verso la sedentarietà agricola. La personalità di Fabrizio Mori e della sua scuola paleontologica aggiunge in un breve commento, tocchi di riflessione, con cui lo studioso di oggi accompagna l’entusiasmo e il valore della propria scoperta che consegna importanti conoscenze all’universo delle civiltà più antiche”. E non sono mancati i riconoscimenti internazionali: premio del pubblico all’8° Internationales Archäologie-Film-Kunst-Festival – Kiel – CINARCHEA 2008; premio del pubblico e per la fotografia al 7° Intenational Meeting of Archaeological Film of the Mediterranean Area AGON di Atene – 2008; Honorable Mention for Best Cinematography (by Jury) e Honorable Mention for Best Animation (by Jury) a The Archaeology Channel – The International Film and Video Festival – Eugene – Oregon – USA (2008). Infine premio per il pubblico al 2° Festival Internazionale del cinema Archeologico – Aquileia 2011.