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Donna o dea? Cosa rappresentavano le figure femminili preistoriche? La risposta nella mostra al museo Archeologico nazionale di Cagliari “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”: 2^ parte, dal Neolitico al Ferro

Le vetrine con testimonianze del Neolitico nella mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda” (foto Graziano Tavan)

Locandina della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”

Dalla fine del Paleolitico in poi le raffigurazioni femminili iniziano a essere presenti su larga scala. Continua così il nostro viaggio alla scoperta del ruolo della donna seguendo la seconda parte della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”, con la validazione scientifica di Carlo Lugliè, aperta al museo Archeologico nazionale di Cagliari fino al 12 maggio 2019. Attraverso i millenni si può leggere una loro continuità icnografica, pur declinata in lente evoluzioni stilistiche. Il passaggio da un’economia di pura sussistenza, come quella paleolitica, a un’economia più strutturata e tecnologicamente progredita, contrassegna la più straordinaria avventura dell’uomo moderno: la grande rivoluzione neolitica. Avvenuta tra i 12mila e i 10mila anni fa, vede articolarsi la società secondo schemi e ruoli del tutto nuovi.

Il betilo proveniente da Sa Mandara Samassi nel Medio Campitano (foto Graziano Tavan)

I betili. “Durante il VI millennio a.C.”, scrive Carlo Lugliè dell’università di Cagliari, “la Sardegna è interessata da un fenomeno di grande portata storica. L’isola entra infatti nel processo migratorio verso l’Occidente di gruppi di coloni neolitici, comunità portatrici della tecnologia di domesticazione di vegetali e animali utili per la sussistenza. In questa fase l’isola viene esplorata interamente e, in rapido progresso di tempo, occupata in ogni distretto geografico, come rivelato dalla densità del tessuto residenziale. L’introduzione delle specie domesticate prima ignote nell’isola (es., cereali quali il frumento, l’orzo; animali come la pecora, il maiale e il bue) è solo uno degli aspetti tra i più macroscopici di una profonda variazione degli assetti insediativi-organizzativi ma anche ideologici della società, che si riflette in produzioni materiali innovative quali quella dei contenitori vascolari in ceramica”. In tutto il bacino del Mediterraneo il Neolitico medio (VI millennio a.C.) è caratterizzato da statue di piccole e piccolissime dimensioni. Raramente ci vengono restituite sculture di dimensioni maggiori: una delle più importanti è un betilo rinvenuto in Sardegna, figura antropomorfa in granito databile al Neolitico medio (II metà del V millennio a.C.) proveniente da Sa Mandara Samassi (Medio Campitano). Interessante, sopra la linea di cintura, la particolare lavorazione a “Z”, che denota la presenza di una veste ornata.

La statuetta femminile del Neolitico medio proveniente dalla necropoli di Cuccuru is Arrius a Cabras (Or) (foto Graziano Tavan)

Le statuette femminili del Neolitico medio sono emerse da diversi contesti abitativi, funerari, cultuali. Numerose le “statuette steatopigiche”, ovvero caratterizzate dai glutei abbondanti. Alcune appaiono particolarmente raffinate, tutte sono caratterizzate da una significativa attenzione alla postura: in piedi, sedute, con le braccia lungo i fianchi o piegate sul grembo o flesse, con le mani che sorreggono i seni. Sono segni evocativi di fertilità e regalità. Come la figura antropomorfa con mani sul petto in calcare proveniente dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (Cabras, Or). Il corpo è sagomato in due blocchi sferoidi sovrapposti e una linea sottile, visibile nel dorso, ne accentua la divisione. Il petto è staccato dal triangolo pubico dal quale si dipartono gli arti inferiori voluminosi. L’elevato livello di finitura delle superfici, incise e ben lisciate, si caratterizza nella resa naturalistica delle mani frangiate e portate al petto.

Bronzetti nuragici al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

La donna nuragica. “Per quanto riguarda l’età del Bronzo e la prima età del Ferro, che coincidono con la gran parte della civiltà nuragica (XVII-VII sec. a.C.)”, scrive Anna Depalmas dell’università di Sassari, “la documentazione archeologica della componente femminile della società è esigua. L’assenza di rappresentazioni figurative umane caratterizza le espressioni artistiche delle comunità insediate nei nuraghi e nei piccoli gruppi di case circostanti durante il Bronzo medio e recente. Il profondo mutamento che investe la società nuragica dell’età del Bronzo finale si dovette riflettere anche nelle forme espressive con l’avvio di un processo che rivolse una crescente attenzione alla figura umana, che giunse a compimento nella fase successiva. Benché non siano note le tappe intermedie di questo percorso, sappiamo che all’inizio del IX sec. a.C. sono già diffuse le statuine di bronzo che rappresentano il più importante documento per la ricostruzione della società sarda della prima età del Ferro. Tra i soggetti rappresentati la figura femminile riappare, dopo più di un millennio di assenza, mostrandoci un’identità complessa costruitasi nel lungo processo che, lungi dall’estrema idealizzazione delle dee madri eneolitiche, ha portato alla raffigurazioni le donne reali, compiutamente inserite nelle società sarda della prima età del Ferro”.

La cosiddetta Madre con Infante dal complesso nuragico di Santa Vittoria di Serri (Ca) (foto Graziano Tavan)

La cosiddetta Madre dell’Ucciso dalla grotta di Sa Domu e S’Orku a Urzulei (Nu) (foto Graziano Tavan)

Con le età del Bronzo e del Ferro, la bronzistica nuragica si esprime anche in repertori di donne calate in ruoli terreni, verosimilmente complementari a una figura maschile egemone e divinizzata. I soggetti sono spesso domestici: mogli, sorelle, madri, talvolta sorprese nel dolore del lutto. Fortemente evocativa la Madre dell’ucciso, statuetta bronzea dalla grotta di Sa Domu e S’Orku (Urzulei, Nu) che rappresenta l’incontro con il dolore di una Donna e Madre dell’età nuragica. O la Donna con infante dal complesso nuragico di Santa Vittoria (Serri, Ca). “La rappresentazione di queste madri sedute su uno sgabello circolare a cinque piedi costituisce un’iconografia di particolare rilievo”, continua Depalmas, “che potrebbe rimandare alla commemorazione di un mito o di un racconto celebrativo nell’ambito del patrimonio narrativo delle comunità nuragiche. E proprio la ricorrente associazione della figura femminile con lo sgabello, evocato nelle riproduzioni in pietra delle capanne delle riunioni, rafforza l’ipotesi che le donne sarde della prima età del Ferro potessero rivestire ruoli sociali di rilievo”.

La riproposizione di un corredo tombale dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (foto Graziano Tavan)

Sono le sepolture a restituire il maggior numero possibile di rappresentazioni femminili. I defunti accompagnati da queste statuine dei quali è stato possibile stabilire il genere erano tutti individui maschi. La presenza di queste sculture sembra affermare il loro status e, potenzialmente, la loro condizione di appartenenza a una specifica ascendenza ancestrale, forse mitizzata. Alla fine del Neolitico in Sardegna si affermano e tombe collettive, luoghi dove vengono progressivamente disposti i diversi membri delle comunità di appartenenza. Nelle fasi preistoriche e protostoriche sembra non ci fossero differenze di genere nei rituali di inumazione. Nell’età del Ferro riappaiono le sepolture individuali, come le tombe a pozzetto della necropoli di Monte e’Prama (Cabras, Or). Qui, fra gli individui finora ritrovati, è presente una sola femmina. Tutti gli altri sono maschi giovani e robusti, a indicare che la necropoli era riservata a una categoria specifica. Vecchi, bambini e donne venivano sepolti altrove, in tombe non ancora individuate.

Il caratteristico vaso a cestello del IV millennio a.C. dal villaggio di Puisteris di Mogoro (Or) (foto Graziano Tavan)

Nel Neolitico anche le attività di competenza femminile si articolano in diverse specializzazioni. Per esempio, alla cura della prole si affianca la produzione di contenitori ceramici, funzionali alla preparazione e alla conservazione dei cibi. L’attributo di madre e nutrice si estende così, dopo il tempo della gestazione e dell’allattamento, oltre il proprio corpo. E con nuova efficacia: la disponibilità di cibi bolliti, più facili da digerire, contribuirà notevolmente a incrementare le prospettive si sopravvivenza del bambino e la loro salute. La diffusione della cerealicoltura, introdotta anche in Sardegna a partire dal VI millennio a.C., è documentata dalle sottili analisi palinologiche e paleobotaniche su resti di semi e piante rinvenuti presso i diversi contesti abitativi. Ma sono testimoniate soprattutto dalle numerose macine e macinelli in pietra, utilizzati per la trasformazione del cereale in farina. Dal Neolitico in poi costituiranno una presenza costante nel focolare domestico. Alcune figure femminili in ginocchio sembrano compiere proprio il gesto del macinare. Ai ritratti familiari e alle donne con la cesta sul capo, intente al lavoro, si affiancano rappresentazioni di donne offerenti. Ampi mantelli, importanti copricapo, vesti accurate che talvolta sembrano paramenti. Posture fissate in un gesto ieratico, come di chi officiasse qualche rito.

La bellissima collana con vaghi di conchiglia del V millennio a.C. dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (foto Graziano Tavan)

L’uso dei monili non è da intendersi qui in una dimensione puramente estetica, di semplice abbellimento. Rappresenta innanzitutto un contrassegno sociale: un codice che rende immediatamente riconoscibili i ruoli e le gerarchie vigenti in quelle comunità. “I monili preistorici, a differenza di quello che potremmo essere indotti a pensare dal confronto con i corrispettivi moderni”, interviene l’archeologa Valentina Puddu, “non avevano una connotazione di genere. Essi devono piuttosto essere intesi come prodotti culturali distintivi, tratti da un contesto di tradizione, di costumi e di valori che un individuo, sia esso uomo, donna o bambino, adottava sia in termini di unione che di divisione: l’ornamentazione personale dava una identità alla persona, definendola all’interno di un gruppo e contemporaneamente escludendola da altri”.

“La Terra del 1968”, il telaio realizzato da Maria Lai (foto Graziano Tavan)

Una trasversalità tematica fa da cornice alla mostra: nel corso dell’apertura dell’esposizione sono stati previsti numerosi appuntamenti con contenuti dal taglio non soltanto archeologico e antropologico-etnografico, ma anche sociologici, con richiami all’attualità. Un mondo al femminile che nei millenni, attraversando le sfere del mito, del sacro, del religioso e del quotidiano, giunge fino a noi. Il trait d’union tra le prime comunità antropiche e i giorni nostri è il telaio di Maria Lai che, con la sua opera La Terra del 1968, rappresenta il simbolo narrativo della mostra. Le trame e l’ordito simbolicamente evidenziati dall’artista, narrano la storia di donne.

A Reggio Emilia convegno internazionale nel 200° della nascita del concittadino don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Fu sacerdote per scelta e vocazione e, pur subendo negli anni ostracismi e punizioni, non abbandonò mai la Chiesa né la fede. Fu patriota, monarchico, liberale e antitemporalista. Fu insegnante di vasta cultura, sia nelle discipline umanistiche sia in quelle matematiche. Fu impegnato nel sorgere delle prime istituzioni cattoliche a carattere sociale. Fu animatore dell’associazionismo culturale, come testimoniano gli incarichi ricoperti nella Deputazione di Storia Patria e nel Cai. Fu soprattutto un archeologo, in rapporto con gli ambienti più avanzati di questa disciplina, che partendo da studi classici approdò alla Paletnologia e contribuì a gettare le basi in Italia di questa “novissima scienza”. Don Gaetano Chierici fu tutto questo. Ma soprattutto con Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel è stato il fondatore e il padre della paletnologia italiana. La sua città natale Reggio Emilia è pronta a ricordarlo alla grande l’anno prossimo, 2019, nel 200° anniversario della nascita. Gaetano Chierici nacque infatti a Reggio Emilia da Nicola e Laura Gallinari il 24 settembre 1819. E sempre a Reggio Emilia morì il 9 gennaio 1886.

Ricostruzione di una terramara realizzata da Gaetano Chierici (Archivi del musei civici di Reggio Emilia)

Il Bullettino di Paletnologia italiana di Chierici, Pigorini e Strobel

Il Comitato scientifico d’accordo con il Comitato promotore delle Celebrazioni per il bicentenario della nascita di don Gaetano Chierici ha deciso così di promuovere un Convegno sulla figura dello scienziato, del sacerdote, del patriota, dell’insegnante. Il convegno si terrà a Reggio Emilia nei giorni 19, 20, 21 settembre 2019. Sono previste escursioni in provincia di Reggio Emilia nei luoghi delle ricerche paletnologiche ed archeologiche di Gaetano Chierici. Fu proprio Chierici a introdurre nello studio della preistoria il metodo dello scavo stratigrafico. Scoprì i primi villaggi dell’Età della Pietra nell’Appennino Reggiano e contribuì notevolmente allo studio delle terramare e all’identificazione dell’Età del Rame come periodo compreso tra Neolitico ed Età del Bronzo. Inoltre fondò e diresse il Bullettino di paletnologia italiana ed istituì il museo di Storia patria di Reggio Emilia, di cui fu direttore.

L’allestimento ottocentesco della collezione di Gaetano Chierici ai musei civici di Reggio Emilia

Museo “Gaetano Chierici” di Paletnologia Diretta espressione del lavoro culturale del fondatore, il sacerdote Gaetano Chierici, il museo reggiano è preziosa testimonianza della scienza e della museologia del tardo Ottocento. Nel 1862 Chierici ordina il Gabinetto di Antichità Patrie, ampliato nel 1870 come museo di Storia Patria, il cui nucleo fondamentale è la Collezione di Paletnologia. Conservata negli arredi e con l’ordinamento originari, essa rappresenta la più diretta espressione del lavoro di un paletnologo nell’età in cui la ricerca preistorica si afferma anche in Italia. L’esposizione si articola in tre serie. La prima riunisce i materiali archeologici della provincia di Reggio Emilia. Rimangono ad essa subordinate le due serie con materiali extraprovinciali, che illustrano rispettivamente l’archeologia di altre regioni d’Italia, e con quelli pertinenti a culture archeologiche ed etnologiche di altri Paesi europei e di altri continenti. Una quarta sezione espone “sepolcri” trasportati intatti in museo. Nella serie locale i materiali, esposti integralmente, sono ordinati entro sequenze cronologiche e suddivisi per provenienza, per materia, per tecnologia, per tipologia. In questo metodo di lavoro, di impronta positivistica, si valorizzano gli apporti della Geologia, delle Scienze Naturali, dell’Antropologia. Alla morte del suo fondatore (1886) la Collezione fu ribattezzata museo “Gaetano Chierici” di Paletnologia.

Ricostruzione deal tomba di Cenisola nell’allestimento ottocentesco del museo Chierici (archivi dei musei civici di Reggio Emilia)

Il convegno scientifico internazionale “Don Gaetano Chierici a 200 anni dalla nascita” si articolerà in tre sessioni: 1 : il paletnologo e l’archeologo; 2 : il museologo, la tutela dei beni culturali nella seconda metà del XIX sec.; 3: il sacerdote, l’insegnante, il patriota, l’animatore dell’associazionismo culturale. Per ciascuna sessione sono previste relazioni, comunicazioni e posters. Le relazioni, a cura dei componenti il Comitato scientifico, avranno la durata di 20′. Si prevedono i seguenti titoli provvisori delle singole sessioni: 1: il paletnologo e l’archeologo: Gaetano Chierici nella Storia della Paletnologia, Gaetano Chierici e Luigi Pigorini, Gaetano Chierici e il metodo multidisciplinare, Gaetano Chierici e l’archeologia del territorio, Gaetano Chierici e il comparativismo etnografico, Gaetano Chierici e il Neolitico, Gaetano Chierici e l’Eneolitico, Gaetano Chierici e l’Età del bronzo, Gaetano Chierici archeologo classico, Gaetano Chierici e l’Età del ferro, Gaetano Chierici e l’Archeologia medievale. 2 : il museologo, la tutela dei beni culturali nella seconda metà del XIX sec.: Gaetano Chierici museologo, Gaetano Chierici e la politica degli scambi fra musei, Gaetano Chierici ispettore dei monumenti e scavi. 3: il sacerdote, l’insegnante, il patriota, l’animatore dell’associazionismo culturale: Gaetano Chierici sacerdote, Gaetano Chierici insegnante, Gaetano Chierici patriota, Il fondo “Don Gaetano Chierici” nella Biblioteca “Panizzi” di Reggio Emilia, Gaetano Chierici e la Deputazione di Storia Patria, Gaetano Chierici e il Club Alpino Italiano, Gaetano Chierici: l’uomo e la famiglia. Ogni comunicazione non potrà superare la durata di 15′. I riassunti delle comunicazioni e dei posters (non più di 1000 battute) dovranno essere inviati entro e non oltre il 30 settembre 2018 alla segreteria della Deputazione di Storia Patria Sezione di Reggio Emilia (deputazionereggioemilia@gmail.com), che le sottoporrà all’esame del Comitato Scientifico, cui è demandata la loro accettazione e la scelta se tradurle in comunicazioni orali o in posters.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: otto conferenze per conoscere meglio il popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Il ciclo è preparatorio all’apertura il 14 giugno degli scavi nell’area archeologica di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita parte del ciclo di incontri su Kainua

Otto incontri per conoscere meglio Kainua, l’odierna Marzabotto (Bo), una delle città-stato più importanti dell’Etruria padana, e importante snodo commerciale tra l’Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. Così da essere preparati alla vigilia dell’apertura dello scavo nell’area archeologica di Kainua, prevista per giovedì 14 giugno 2018. Il ciclo di conferenze “Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”, è promosso da Elisabetta Govi del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Marzabotto. Gli incontri affronteranno il tema del popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Oltre ad approfondimenti sui porti costieri con particolare riguardo a Spina, e sui culti di questo ambito territoriale, ampio spazio verrà dato alla città Kainua-Marzabotto, della quale si esporranno gli aspetti della vita quotidiana, le più recenti scoperte e il rapporto con il mondo greco. Le conferenze si terranno alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto e al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Il ciclo – come detto – si concluderà il 14 giugno con un evento legato allo scavo archeologico dell’università di Bologna nell’area sacra del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni (romana Giunone), eccezionale scoperta avvenuta negli scorsi anni.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: ciclo di conferenze a Marzabotto

Gli incontri iniziano sabato 7 aprile 2018, alle 16, alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto; Elisabetta Govi, professore di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Bologna, parla di “Kainua. La nuova città. Le ultime scoperte e la ricostruzione virtuale”. Il sabato successivo, 14 aprile 2018, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Alle 15.30, Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile dell’area archeologica di Marzabotto, interviene su “I precedenti della prima Età del ferro tra Bologna e la Valle del Reno”. Sabato 21 aprile 2018, alle 16.30, si torna alla Casa della Cultura, con Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, che offrirà un quadro articolato del sistema urbano sviluppato dagli Etruschi in questo settore strategico dell’Italia: “Le città etrusche dell’Etruria padana: storia, economia, società”. Quarto incontro, sabato 28 aprile 2018, alle 16.30, ancora alla Casa della Cultura, su “L’urbanistica di Marzabotto sullo sfondo delle esperienze greco-coloniali di Italia Meridionale e Sicilia” con Rosario Maria Anzalone,
archeologo del Polo Museale dell’Emilia-Romagna, direttore del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto.

Ricostruzione del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni a Marzabotto

Sabato 5 maggio 2018, alle 15.30, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, con Bojana Gruška, dottoranda dell’università di San Marino, su “La vita quotidiana degli Etruschi di Kainua”. Sabato 12 maggio 2018, alle 16.30, alla Casa della Cultura, è la volta di Federica Timossi, dottoranda dell’università di Ferrara, su “La città etrusca di Spina e l’Adriatico”. Per il settimo incontro, sabato 19 maggio 2018, alle 16.30, di nuovo al museo di Marzabotto, con Riccardo Vanzini, dottorando dell’università di Bologna, su “I Celti a Marzabotto e nei territori etruschi”. Il ciclo di conferenze chiude sabato 26 maggio 2018, alle 15.30, ancora alla Casa della Cultura, con Giacomo Mancuso, dottorando dell’università La Sapienza di Roma, su “I culti religiosi in Etruria padana”. Meno di due settimane di attesa, e finalmente giovedì 14 giugno 2018 alle 16, appuntamento al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto per “Scavo aperto: visita al museo e all’area archeologica con dimostrazione della realtà virtuale” accompagnati da Elisabetta Govi, Chiara Mattioli, Simone Garagnani e Andrea Gaucci, dell’università di Bologna.

TourismA 2017. Alla scoperta del santuario megalitico di Pat in Valcamonica tra massi-menhir, stele istoriate, allineamenti, recinti sacri

Raffaella Poggiani Keller s TourismA 2017 introduce l'incontro sul megalitismo in Europa

Raffaella Poggiani Keller s TourismA 2017 introduce l’incontro sul megalitismo in Europa

Sulle orme dei nostri lontani antenati di 6-7mila anni fa. È stata una passeggiata alla scoperta dei santuari megalitici della Valcamonica quella che Raffaella Poggiani Keller, specialista in Preistoria, già soprintendente ai Beni archeologici della Lombardia, ha presentato a TourismA 2017, il salone internazionale dell’Archeologia, portando per mano il numeroso pubblico presente al palazzo dei congressi di Firenze alla scoperta di “Culti e cerimonie dell’età del Rame in Valcamonica”, e focalizzando l’attenzione sul santuario megalitico di Pat. “Per megaliti”, introduce l’archeologa preistorica, “si intendono le stele e i menhir che troviamo distribuiti pressoché contemporaneamente in molte regioni d’Europa, e con caratteristiche molto simili”. Particolarmente ricche le aree alpine. Famosi i siti megalitici di Sion, Aosta, Val d’Adige, Riva-Alto Garda, Valtellina e Valcamonica: queste ultime collegate tra loro attraverso il passo dell’Aprica. “Negli ultimi trent’anni”, ricorda, “sono stati catalogati una trentina si siti megalitici, 12 in Valtellina, 20 in Valcamonica, tra santuari e siti con singoli monoliti istoriati”. Tra i santuari, abbiamo quelli sugli altopiani (soprattutto in Valtellina) e quelli di fondovalle, spesso collegati ad abitati: questo si riscontra tra la fine del Neolitico (II metà del V millennio a.C.) e la romanizzazione (età del Ferro).

Un mosaico di immagini con il paesaggio in cui è stato fondato il santuario megalitico di Pat e dettagli dei circoli votivi a nord e dei tumuli a sud

Un mosaico di immagini con il paesaggio in cui è stato fondato il santuario megalitico di Pat e dettagli dei circoli votivi a nord e dei tumuli a sud

Particolarmente interessante il santuario megalitico di Ossimo-Pat, una struttura molto articolata che si estende su una superficie di 4mila mq., frequentato dalla metà del IV millennio per tutto il III millennio, con una persistenza nel I millennio a.C. quando nei pressi sorge un abitato dei camuni che dialoga ancora con il santuario. Fu un appassionato del posto, Giancarlo Zerla, che nel 1994 individuò la prima stele istoriata, scivolata a valle tra gli alberi del bosco, dando il via alle ricerche che continuano tuttora. Il santuario di Ossimo-Pat fa parte di un singolare complesso di luoghi di culto dell’età del Rame (Pat, Anvòia, Passagròp e Ceresolo- Bagnolo), posti alla distanza di circa 400 m l’uno dall’altro e in relazione visiva tra di loro, ad una altezza di 800 metri. I pianori su cui si trovano i siti furono “ritagliati” tra i boschi con incendi, all’atto dell’impianto dei santuari calcolitici.

L'archeologa preistorica Raffaella Poggiani Keller a Tourisma 2017

L’archeologa preistorica Raffaella Poggiani Keller a Tourisma 2017

“Il sito”, spiega Poggiani Keller, “inserito in un paesaggio rituale di grande suggestione presenta due distinti contesti: un santuario calcolitico (metà IV-III-inizi II millennio a.C.) nel quale si rinnovano attività di culto sul finire dell’età del Bronzo e per tutto il I millennio a.C.; un abitato dei camuni, formato da sette case a pianta rettangolare, costruito nell’avanzata età del Ferro appena a monte. Il santuario, esteso per oltre 4000 mq all’estremità orientale del terrazzo di Pat affacciato sulla Valle dell’Inferno, comprende un’area con allineamenti di monoliti, posta al centro di due aree con tumuli e recinti. Il primo ciclo di vita (fondazione, frequentazione con varie fasi d’uso e di ristrutturazione, abbandono) inizia tra tardo Neolitico ed età del Rame, verso la metà del IV millennio a.C., e si conclude con il Bronzo Antico. Per ora si è raggiunto il livello di impianto del santuario solo nell’area cerimoniale posta a Sud dell’allineamento megalitico, dove si sono evidenziati tre tumuli circolari (diametro tra 5 e 6.40 m) in pietre originariamente coperte da terra e con perimetro in sassi, in alcuni tratti su più corsi”. Si tratta di tumuli-cenotafio perché, anche se all’interno si riproduce una struttura funeraria, non hanno mai ospitato sepolture ma solo offerte votive: collane, vasi, punte di freccia. In questi tumuli, databili 3700-3500 a.C. (età del Rame), erano poste delle stele incise, capovolte ritualmente, con cosiddette “figure topografiche”, vere e proprie raffigurazioni del territorio. “È proprio in questo periodo”, sottolinea l’ex soprintendente, “che l’uomo preistorico inizia a costruire il paesaggio”. L’area dei tumuli Sud fu abbandonata con il Bronzo Antico: il focolare, acceso tra piattaforma A e B, data la conclusione del primo ciclo di frequentazione al 1890-1520 a.C. L’area torna ad essere frequentata nel corso del I millennio a.C. quando sopra i tumuli calcolitici, ormai coperti dal colluvio, furono accesi piccoli fuochi. “Ne abbiamo scavato una trentina. La scansione cronologica di questa nuova frequentazione del santuario, sul finire della tarda età del Bronzo e per l’intera età del Ferro fino al II-I secolo a.C., è basata, oltre che su frammenti ceramici significativi, seppur rari, su una serie di datazioni radiometriche, effettuate sui carboni dei numerosi focolari accesi accanto e sopra monumenti e strutture. Lo studio paleobotanico chiarisce il contenuto di alcuni fuochi rituali e la stagione di accensione: piccoli fiori o boccioli fiorali di crataegus monogyna, misti a gusci e rami di corylus avellana e di coniferae (focolare acceso in primavera); bacche e semi di Rosa canina con rami di Fagus sylvatica e corylus avellana (fcoolare acceso sul finire dell’estate). Rituali che ricordano i floralia di epoca storica”.

L'allineamento di stele e menhir del santuario megalitico di Pat

L’allineamento di stele e menhir del santuario megalitico di Pat

A Nord dei tumuli-cenotafi c’è un allineamento di stele istoriate e massi-menhir, databili all’inizio del IV millennio, che si protrae per una cinquantina di metri: finora 27 monumenti, integri e frammentari, con andamento N-S in direzione della montagna Cimon della Bagozza, con le facce principali istoriate nella parte apicale con il motivo del sole e rivolte verso oriente. Sono contenuti in fosse con un alloggiamento di pietre o poggiano su piattaforme rettangolari, anch’esse con orientamento costante Nord-Sud. “Lo scavo ha raggiunto i livelli di frequentazione dell’avanzata età del Rame, ma non ancora quelli di impianto dell’allineamento, che risulta più volte ristrutturato; la stratigrafia mostra che il santuario è il risultato di più fasi di costruzione e di distruzione, con abbattimento di alcuni monumenti e innalzamento di nuovi, e che si sviluppa almeno in tre differenti fasi. Nella fase finale di frequentazione, tra tardo Calcolitico e Bronzo Antico, alcuni monumenti risultano ormai caduti a terra e parzialmente coperti, oppure spezzati. Dopo l’abbandono, strati di colluvio seppelliscono via via lentamente i pochi massi e stele ancora ritti nel terreno, senza che si perda nel tempo la cognizione del luogo sacro”.

Una collana di perle trovata in uno dei recinti votivi del santuario megalitico di Ossimo-Pat

Una collana di perle trovata in uno dei recinti votivi del santuario megalitico di Ossimo-Pat

A Nord dell’allineamento si estende un’area priva di monoliti e occupata da una tomba a cista e da recinti circolari. “La tomba a cista”, sottolinea Poggiani Keller, “conteneva le spoglie di un individuo adulto che, dopo 3-4 secoli dalla deposizione, vengono raccolte e ammucchiate per lasciar posto ai resti di un infante, che così è in collegamento con l’antenato. I due recinti finora scavati mostrano all’interno di un doppio cerchio concentrico di pietre (alcune delle quali sono frammenti di stele riutilizzati) una struttura rettangolare con perimetro in sassi, in forma di sepoltura, ma contenente solo offerte (in una, nove cuspidi di freccia in selce, nell’altra un vaso e una collana di perle, secondo un rituale già praticato nell’area Sud)”.

Le stele e i menhir del santuario megalitico di Pat allineati nel museo nazionale della Preistoria della Valcamonica (Mupre)

Le stele e i menhir del santuario megalitico di Pat allineati nel museo nazionale della Preistoria della Valcamonica (Mupre)

Antenati o dei? “Sono riconoscibili varie fasi di incisione nel corso dell’età del Rame, ben scandita, oltre che dalle sovrapposizioni, dalla tipologia delle armi raffigurate (asce, asce-martello; pugnali tipo Remedello, tipo Ciempozuelos; alabarde tipo Villafranca). La sequenza iconografica connessa alla sequenza stratigrafica ci fa intravvedere la possibilità di definire anche una articolazione molto più dettagliata delle fasi di istoriazione dei monumenti nel corso del IV e del III millennio a.C. Le raffigurazioni presenti sulle stele e sui massi-menhir suggeriscono che si possano distinguere due tipi di composizioni monumentali: una mostra attributi più propriamente antropomorfi, maschili e femminili, organizzati in schemi araldici; la seconda, in genere costituita da imponenti massi- menhir, presenta associazioni più complesse dove le incisioni sono fittamente distribuite su tutta la superficie, con frequenti interventi di sovrapposizione a indicare successive fasi di istoriazione. La presenza di tumuli e di circoli con offerte, induce ad attribuire al sito cerimoniale anche una valenza di culto degli antenati ed a considerare, perciò, alcuni dei monumenti incisi come raffigurazioni degli antenati”.

Preistoria. Scoperto a Must Farm, in Inghilterra, il più antico e meglio conservato villaggio palafitticolo dell’Età del Bronzo, definito la “Pompei britannica”

L'impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

L’impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

Gli archeologi inglesi hanno esultato alla grande scoperta, gridando al ritrovamento della “Pompei britannica”, tanto erano convinti ed entusiasti. Sgombriamo subito ogni equivoco: non si tratta di insediamento romano distrutto da un’eruzione di un vulcano, ma l’eccezionalità della scoperta a Must Farm, nel Cambridgeshire, è una palafitta dell’età del Bronzo tra le più antiche e meglio conservate mai trovate in Gran Bretagna, distrutta verosimilmente da un incendio tra il 700 e il 500 a.C. Gli scavi condotti dall’Unità archeologica di Cambridge (Cau) e iniziati con la campagna 2010-2011, sono tuttora in corso. In questi anni hanno restituito barche, lance e spade; tessuti in fibre vegetali, gioielli; ciotole intagliate e vasi ancora pieni di cibo. Ma l’entusiasmo è salito alle stelle quando sono stati trovati i tronchi di quercia conficcati nel letto del fiume Nene, nel nord della contea di Cambridge, resti di un villaggio preistorico.

L'impressionate qualità dell'impianto di tronchi a sostegno delle case circolari di Must Farm

L’impressionate qualità dell’impianto di tronchi a sostegno delle case circolari di Must Farm

La scoperta è senza precedenti nel Paese: un agglomerato di case circolari di legno, costruite come palafitte, la cui datazione viene indicata fra il 1000 e l’800 avanti Cristo. Stando ai ricercatori coinvolti, l’insediamento fu verosimilmente devastato da un incendio e le rovine di quelle case finirono in un fiume, il cui fondale di limo ha contribuito a preservarli per circa 3000 anni. Fra gli oggetti ritrovati, vasellame con ancora tracce di cibo fossilizzato all’interno. L’età del Bronzo, che nella Grecia classica fu quella cantata da Omero, durò nelle isole britanniche fra il 2500-2000 e il 650 a.C. L’uso dei primi strumenti bronzei della storia dell’umanità permise in quei secoli, secondo gli studiosi, una certa migrazione di persone dall’Europa continentale. Proprio dal sito di Must Farm provengono asce, utensili piuttosto “sofisticati”, preziosi monili d’oro e caratteristici tumuli funerari a forma circolare. Sono ben conservate le travi carbonizzate del tetto di una delle case circolari, insieme ai legnami che mostrano segni di utensili e i resti di una palizzata con pali di legno che un tempo racchiudeva il sito.

Il vasellame in ceramica ancora con i resti di cibo fossilizzato all'interno

Il vasellame in ceramica ancora con i resti di cibo fossilizzato all’interno

L’archeologo David Gibson della Cau, che dirige lo scavo, è entusiasta: “Gli archeologi che hanno scavato due metri (6 piedi) sotto il piano della moderna cava hanno trovato anche le impronte delle persone che probabilmente abitarono il villaggio. Una volta che tutti gli oggetti recuperati saranno stati puliti e documentati ci si aspetta grandi risultati. Si è conservato così tanto che si può veramente ricostruire a tutto tondo la vita quotidiana in un villaggio dell’età del bronzo. Siamo in presenza di un’archeologia preistorica in 3D, con un assemblaggio di reperti insuperabile, sia in termini di gamma e sia di quantità”. E aggiunge: “È vero che nel Regno Unito è stato già trovato un certo numero di insediamenti dell’Età del Bronzo, ma nessuno si è conservato così bene come il sito di Must Farm. Infatti nella maggior parte dei casi non sono stati restituiti reperti lignei, ma solo buche di palo e tracce del loro posizionamento”. Invece a Must Farm si è addirittura conservata, come detto, la struttura del tetto. Alcune abitazioni molto ben conservate a Loch Tay nel Perthshire, ma risalgono alla prima età del Ferro, più tarde di circa 500 anni rispetto al villaggio del Cambridgeshire.

Protostoria dei popoli latini. A Roma, nella nuova sezione al museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano, prendono forma le sepolture delle principesse dell’antica Collatia

Il ricco corredo dalla Tomba 81 dalla necropoli dell'antica Collatia ora esposto nella nuova sala al museo nazionale Romano di Roma

Il ricco corredo dalla Tomba 81 dalla necropoli dell’antica Collatia ora esposto nella nuova sala al museo nazionale Romano di Roma

Il nome di Collatia ai più dice poco. Era uno dei centri minori che si sviluppano nel Latium vetus intorno al IX sec. a.C., fiorito grazie alla sua posizione strategica su alcune delle principali vie di comunicazione e di scambio: la via Collatina e il fiume Aniene. Ne parlano le fonti storiche – è vero – per il suo collegamento con la storia più antica di Roma. Collatia infatti è ricordata da Tito Livio per la vicenda di Lucrezia, la virtuosa moglie di Lucio Tarquinio Collatino: dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo, si uccise per l’oltraggio subito e, stando alle fonti, sarebbe stata proprio la sua morte a scatenare la rivolta contro la tirannia etrusca che portò alla istituzione della repubblica. Siamo nel V sec. a.C. e Collatino sarebbe stato eletto primo console insieme a Bruto. Ma come si vede siamo sempre a conoscenze molto specialistiche. Ma con l’apertura al primo piano del museo nazionale Romano alle terme di Diocleziano a Roma della nuova sala all’interno della sezione dedicata alla “Protostoria dei popoli latini”, l’antica Collatia con le sue principesse è destinata a diventare famosa.

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Le Terme di Diocleziano a Rom sede del museo nazionale Romano

Le Terme di Diocleziano a Rom sede del museo nazionale Romano

Principesse e principi dall'antica Collatia: è la nuova sala della sezione "Protostoria dei popoli latini"

Principesse e principi dall’antica Collatia: è la nuova sala della sezione “Protostoria dei popoli latini”

Tre corredi principeschi, uno maschile e due femminili, risalenti al periodo tra l’VIII e il VII secolo a.C., di cui è stata appena concluso il restauro e lo studio, sono esposti per la prima volta nella nuova sala museo Nazionale Romano: la collezione permanente, che illustra lo sviluppo della cultura laziale tra il XI e il VI secolo a.C., si arricchisce così di uno dei più importanti ritrovamenti degli ultimi decenni, rimasto inedito fino a oggi. Sono stati gli scavi condotti dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma, a consentire di localizzare con certezza, in corrispondenza della borgata di La Rustica, l’antico centro di Collatia. La scoperta del sepolcreto e dell’abitato arcaici in corrispondenza di La Rustica risale al 1972, quando si stava costruendo il tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Tra il 2009 e il 2012 i lavori di archeologia preventiva per l’ampliamento di questo tratto autostradale hanno portato alla luce le tre tombe principesche esposte ora alle terme di Diocleziano insieme ad altre sepolture ancora in fase di studio e restauro. Alle indagini sul campo come al successivo lavoro in laboratorio sui reperti hanno partecipato studiosi di diverse discipline e specializzazioni. Questo lavoro interdisciplinare ha consentito di ricostruire il quadro dello stile di vita e dell’organizzazione della comunità dell’antica Collatia in epoca protostorica. L’apertura di questa nuova sala della sezione di “Protostoria dei popoli latini” arricchisce dunque la collezione permanente che illustra e valorizza lo sviluppo della cultura laziale, compreso tra la fine dell’età del Bronzo (XI secolo a.C.) e l’età del Ferro fino al cosiddetto periodo “orientalizzante” (X sec. a.C. – inizio del VI sec. a.C.). “La vicenda di Collatia è una vicenda particolare e significativa, perché riesce ad inquadrare la nascita e la crescita di Roma nell’ambiente in cui il seme della città ha germinato”, spiega il soprintendente dell’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti.

Lo scavo archeologico in località La Rustica riporta alla luce un carro da guerra a due ruote

Lo scavo archeologico in località La Rustica riporta alla luce un carro da guerra a due ruote

La scoperta del sito archeologico. “Il sito archeologico di La Rustica, oggi certamente identificabile con l’antico centro di Collatia”, riassumono gli archeologi della soprintendenza, “è stato individuato nel 1972, in seguito ai lavori per la costruzione del tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Collatia, situata lungo l’antica via Collatina, si trovava non lontano dall’Aniene e in posizione intermedia fra Roma e Gabii. Sorgeva su un’altura di forma allungata e dalle pareti ripide, immediatamente a sud di una seconda collina occupata dalla necropoli. Proprio i lavori per la costruzione della A24 sono stati determinanti per la scoperta del sito, ma al tempo stesso hanno causato la distruzione di un ampio settore della necropoli e la perdita di alcune centinaia di tombe”. In totale della necropoli di La Rustica fino a oggi sono state scavate 418 tombe, per la maggior parte databili fra l’VIII e gli inizi del VI sec. a.C. (III e IV periodo della cultura laziale). Circa 30 sepolture senza corredo possono probabilmente essere datate al VI-V secolo a.C.; le tombe più recenti, circa 10, si datano al III-II secolo a.C. Le tombe più antiche offrono la documentazione più ampia e completa per la fase avanzata del III periodo laziale (VIII secolo a.C.): un totale di 155 sepolture a inumazione in fossa, per la maggior parte femminili e con corredi molto ricchi. Al IV periodo (fine VIII-inizi VI secolo a.C.), che coincide con il momento di massimo sviluppo dell’insediamento, si data un gruppo di 224 tombe: sono fosse più larghe spesso con un loculo scavato al centro di uno dei lati lunghi per contenere il corredo. Le tombe più importanti sono a pseudo-camera (grandi fosse quadrangolari senza ingresso e con copertura di tavole di legno). In tutte le sepolture di questo periodo sono presenti vasi da rituale: olle di impasto rosso e soprattutto anfore di impasto bruno, rotte intenzionalmente e gettate nella fossa prima della deposizione del cadavere e del corredo, durante una cerimonia di libagione in onore del defunto.

Lo scettro trovato nella Tomba 3: un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici, contenuto in una scatola di legno di faggio.

Lo scettro trovato nella Tomba 3: un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici, contenuto in una scatola di legno di faggio.

Le tombe principesche. La “tomba 3” appartiene a un principe che ha esercitato il potere politico sul centro di Collatia ed è databile alla metà del VII secolo a.C. (orientalizzante medio). La struttura a pseudo-camera ha conservato un ricco corredo che comprende oltre alla fibula, all’affibbiaglio (un prezioso ferma mantello in argento) e alla spada di ferro anche uno scettro, costituito da un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici ottenuti con intarsi in ferro, contenuto in una scatola di legno di faggio. “Si tratta di un ritrovamento straordinario perché documenta per la prima volta la presenza sicura di uno scettro nel Latium vetus. Alla sinistra principe era posto un carro da guerra a due ruote. Il resto del corredo era composto da vasi di bronzo e di impasto, due coltelli, due spiedi e due lance di ferro”.

Lo scavo della Tomba 81: la tomba della principessa di Collatia

Lo scavo della Tomba 81: la tomba della principessa di Collatia

La “tomba 81” è invece riferibile a una giovane tra i 16 e i 18 anni. La defunta era collocata all’interno di un tronco di quercia avvolta in un sudario orlato con anellini di bronzo. Gli ornamenti personali, fra i quali un cinturone di lamina di bronzo, sono straordinari per la quantità e la fattura. Anche la ceramica mostra elementi non comuni: due vasi sono probabilmente importati dall’Etruria meridionale, forse da Veio, e sono presenti due vasetti da filtro. “Lo straordinario cinturone di bronzo compare solo in pochissimi importanti corredi della necropoli, ritrovati esclusivamente in tombe di giovani donne di età compresa fra 16 e 20 anni. Questo elemento specifico potrebbe indicare un ruolo collegato con attività di culto”.

Lo scavo della Tomba 238 appartenuta a una donna adulta, con un ricchissimo corredo

Lo scavo della Tomba 238 appartenuta a una donna adulta, con un ricchissimo corredo

Una cista in bronzo del corredo funerario della Tomba 238

Una cista in bronzo del corredo funerario della Tomba 238

La “tomba 238”: una grande fossa isolata in cui era deposta una donna adulta, avvolta in un sudario fermato ai lati da fibule di piccole dimensioni. Il corredo, ricchissimo di ornamenti personali, comprende una fascia di lamina di bronzo sulla fronte, fibule e collane di perle di pasta vitrea e ambra, cinque vasi di bronzo e cinque di impasto. Avvolti in una stoffa sono stati trovati anche un grande coltello e tre spiedi. In uno dei vasi di bronzo erano contenute alcune ghiande che potrebbero indicare che la morte è avvenuta nei mesi autunnali. La sepoltura è in fase di restauro. Infine la “tomba 64”, che ha restituito un principe. “L’ipotesi è data dal ritrovamento di un poggiapiedi di lamina di bronzo con decorazione a sbalzo che suggerisce la presenza di un trono di legno, materiale deteriorabile e per questo probabilmente non conservato”. Come nella tomba 3 era presente un carro a due ruote, adatto all’andatura veloce. Del carro si conservano solo le parti in ferro: i cerchioni e i morsetti fermagavelli delle ruote, le fasce copri-mozzo, gli acciarini. Gli altri elementi strutturali, costituiti da materiali organici come legno e cuoio, sono andati perduti quasi completamente.

Il cinturone in bronzo della principessa di Collaatia esposto alle Terme di Diocleziano

Il cinturone in bronzo della principessa di Collaatia esposto alle Terme di Diocleziano

“Lo studio sulle comunità protostoriche”, interviene Prosperetti, “è frutto di decenni di ricerche archeologiche, che hanno avuto l’opportunità di riconnettere tante informazioni sul momento in cui Roma comincia a nascere e sulla crescita del suo potere sui popoli del Lazio ad essa preesistenti. Di Collatia si sono perse le tracce durante i secoli e si sono susseguite ipotesi di dove fosse questa città. Le uniche tracce certe sono quelle lasciate dalle sepolture, riemerse dai lavori dell’A24. Non sono tombe qualsiasi – conclude – perché destinate a principesse e principi. I corredi ritrovati sono corredi speciali, unici per la loro importanza, a testimonianza di questa realtà che si potrebbe definire “feudale”, precedente all’egemonia di Roma. Erano luoghi in cui esistevano importanti personaggi che avevano forza e potere su limitate porzioni di territorio, spesso in lite tra loro. Per questo motivo troviamo, in due sepolture, veri carri da guerra di cui sono rimaste intatte le parti metalliche”.

Le ancora misteriose statue-stele della Lunigiana ritrovano la loro casa: riaperto il museo di Pontremoli, nuovo allestimento con più stele esposte

Le statue-stele in arenaria sono il simbolo della Lunigiana, realizzate dal IV millennio al Vi secolo a.C.

Le statue-stele in arenaria sono il simbolo della Lunigiana, realizzate dal IV millennio al VI secolo a.C.

Il castello di Piagnaro sede del museo delle stele a Pontremoli

Il castello di Piagnaro sede del museo delle stele a Pontremoli

Le statue-stele della Lunigiana ritrovano la loro casa. Sabato 27 giugno, dopo i lavori di riallestimento partiti nel 2009 al Castello del Piagnaro di Pontremoli (Ms), ha riaperto al pubblico il museo delle Statue Stele Lunigianesi. Attualmente divisa tra Liguria e Toscana, la Lunigiana, che trae il suo nome da Luni, colonia romana fondata nel 177 a.C. e importante porto prima militare poi commerciale, si accentra attorno al bacino del Magra, delimitata dal mare, dalle Alpi Apuane, dalla dorsale appenninica e dalle montagne che formano la testata della valle del fiume Vara. In questo ambiente sono state finora rinvenute (quasi sempre casualmente, per lavori campestri o stradali) 80 statue stele: nel fondovalle, in zone collinari, ma anche in zone montuose fino a 700 metri di altitudine. Ma le zone che hanno restituito il maggior numero di monumenti sono le terrazze alluvionali del fiume Magra e dei suoi affluenti, tra i 150 e i 350 metri. In assenza di fonti scritte le statue stele possono essere datate soltanto sulla base di contesti archeologici e stratigrafici. Quasi tutte le statue stele della Lunigiana sono state rinvenute casualmente (lavori campestri o stradali) e il ritrovamento è avvenuto in epoche diverse, a partire dal secolo XIX. Talvolta manca addirittura la documentazione sulle circostanze del rinvenimento e sul luogo esatto in cui esso è avvenuto. Tutto questo fa sì che per la datazione delle statue stele si debba ricorrere ad altri metodi come lo studio degli oggetti (ad esempio i pugnali) raffigurati sui monumenti. Sulla base di diversi studi e datazioni si è individuato per le statue stele un arco cronologico che va dall’inizio dell’Eneolitico (fine IV millennio a.C.), fino alla piena età del Ferro (VII-VI sec.a.C.), con uno sviluppo del fenomeno soprattutto nella fase centrale dell’Età del Rame (2800 – 2300 a.C.).

Il nuovo allestimento del museo di Pontremoli espone una quarantina di stele, la metà di quelle finora conosciute

Il nuovo allestimento del museo di Pontremoli espone una quarantina di stele, la metà di quelle finora conosciute

Con il nuovo allestimento il museo delle Statue Stele Lunigianesi diventa un punto di riferimento indiscusso dell’arte megalitica europea, fiore all’occhiello nell’offerta museale dedicata alla scultura preistorica. All’interno del Museo – firmato dal team di Canali Associati – è possibile ammirare la più importante collezione di Statue Stele Lunigianesi, con quaranta esemplari esposti: cioè la metà di quelli finora conosciuti. Le Statue Stele sono monumenti in pietra arenaria di età preistorica che raffigurano personaggi maschili e femminili, stilizzati, spesso caratterizzati da monili o armamenti. “Rispetto al precedente allestimento”, spiegano gli organizzatori, “il museo, dedicato al fondatore Augusto Cesare Ambrosi che negli anni ’70 per primo decise di riservare a questi reperti uno spazio espositivo, presenta un numero maggiore di stele, grazie alla disponibilità di un’area finora inaccessibile al piano terreno: un’ampia manica medievale rimasta intatta nei secoli che costituisce una delle ambientazioni più suggestive del castello del Piagnaro, costruito attorno all’anno mille con funzioni di difesa e controllo stradale, sulla collina che domina il borgo di Pontremoli. Così il percorso espositivo è raddoppiato e senza barriere architettoniche. L’apertura del rinnovato museo – concludono – diventa infine l’occasione per dare una nuova spinta all’attività scientifica e capire finalmente la funzione delle Statue Stele, simbolo indiscusso della Lunigiana”.

A Trissino eccezionale presentazione del villaggio dell’età del Ferro scoperto trent’anni fa: tra poche settimane, a restauro completato, sarà risepolto

L'area archeologica scoperta più di trent'anni fa nel cimitero di Trissino, nel Vicentino

L’area archeologica scoperta più di trent’anni fa nel cimitero di Trissino, nel Vicentino

Poche ore per essere conosciuta dal pubblico prima di esser nuovamente sepolta sotto la collina dell’Angelo a Trissino, nel Vicentino. È la sorte per ora definitiva, anche se reversibile, dell’area archeologica del cimitero comunale di Trissino a più di trent’anni dalla scoperta di un villaggio dell’età del Ferro di 2500 anni fa. Sabato 24 gennaio, alle 11, sarà aperta eccezionalmente al pubblico, a cura della soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, un’occasione unica per apprezzare il work in progress di consolidamento e restauro delle strutture abitative dell’età del Ferro rinvenute negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, prima della loro ricopertura a fini conservativi.

Manici dell'età del Ferro trovati nel villaggio di 2500 anni fa a Trissino

Manici dell’età del Ferro trovati nel villaggio di 2500 anni fa a Trissino

Risalgono al 1981, infatti, i lavori di ampliamento del cimitero, che portarono alla scoperta di un settore di un villaggio dell’età del Ferro (V-IV secolo a.C.) che si estendeva sulla sommità e sulle pendici della collina dell’Angelo. Diverse campagne di scavo archeologico furono da allora condotte dalla soprintendenza, in particolare tra il 1989 e il 1994, anni in cui fu messo in luce un settore dell’abitato costituito da una serie di abitazioni accostate seminterrate, che sfruttavano cioè il naturale declivio del colle, in parte scavando la roccia e in parte costruendo pareti e coperture con blocchi di pietra e materiali deperibili (legno, argilla). Al termine degli scavi, il Comune elaborò uno studio di fattibilità per la creazione di un percorso turistico e culturale nel territorio di Trissino, comprendente la valorizzazione dei resti archeologici, rimasto poi inattuato per mancanza di risorse finanziarie. Nel frattempo le antiche abitazioni, protette solo provvisoriamente, furono purtroppo soggette ad un inevitabile degrado strutturale.

La soprintendenza sta restaurando il sito archeologico di Trissino: poi sarà risepolto

La soprintendenza sta restaurando il sito archeologico di Trissino: poi sarà risepolto

A distanza di diversi anni, nel 2014 il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo ha erogato un contributo urgente di 50mila euro per la sistemazione dell’area archeologica, con il quale sono stati finanziati il restauro conservativo delle strutture e la loro successiva protezione e ricopertura. L’area archeologica verrà nuovamente sepolta, ripristinando il naturale profilo del pendio, ma assicurando un alto grado di protezione alle strutture, non più esposte alle intemperie e al degrado. L’operazione attualmente in corso, che verrà conclusa entro alcune settimane, non solo è completamente reversibile, nell’ottica di futuri interventi di valorizzazione, ma comprenderà un rilievo architettonico con tecnologia laser scanner, che permetterà accurate ricostruzioni anche in 3D di questo importante sito archeologico. Al termine dell’intervento, in collaborazione con il Comune di Trissino, verranno collocati alcuni pannelli didattici, che forniranno ai visitatori informazioni storico-archeologiche sull’antico villaggio d’altura. La presentazione di sabato 24 (originariamente prevista per sabato 17 gennaio, è stata rimandata causa maltempo) è dunque un’occasione unica per apprezzare lo straordinario stato di conservazione dell’area archeologica a “lavori in corso” e prima della sua ricopertura, ripercorrendo le tappe della sua scoperta e della sua interpretazione storico-archeologica.

Al riparo sotto roccia Morricone del Pesco scoperta la prima testimonianza di arte rupestre in Molise

Lo sperone roccioso di Morricone del Pesco a Civitanova del Sannio in Molise

Lo sperone roccioso di Morricone del Pesco a Civitanova del Sannio in Molise

Morricone del Pesco, in Molise, è uno sperone roccioso che domina l’antico tratturo Lucera-Castel di Sangro, il quale congiunge l’Abruzzo centrale e il promontorio garganico. La rupe colpisce per la sua conformazione. All’osservatore con un minimo di fantasia può apparire sotto svariati aspetti a seconda dei punti di vista: un mostro di pietra, un dinosauro la cui testa s’innalza fino a emergere sulla curva grande della strada tortuosa che sale verso la montagnola. Dalla parte più a sud ha invece l’apparenza di una cattedrale con le guglie che si ergono verso il cielo. È in questo luogo “magico” che si apre il riparo sotto roccia del Morricone del Pesco, nel territorio di Civitanova del Sannio in provincia di Isernia, dove il ricercatore Guido Lastoria ha scoperto la prima testimonianza di arte rupestre in Molise.

Il prof. Carlo Peretto dell'università di Ferrara

Il prof. Carlo Peretto dell’università di Ferrara

Lo studio, coordinato dal professor Carlo Peretto dell’università di Ferrara (molto famoso in Molise per lo scavo e lo studio del giacimento paleolitico di Isernia-La Pineta scoperto nel 1979), è stato effettuato da Dario Sigari della cooperativa Le Orme dell’Uomo. Nell’auditorium comunale di Civitanova del Sannio la presentazione dei risultati della ricerca con l’intervento di Guido Lastoria (lo scopritore del sito), di Dario Sigari (cooperativa Le Orme dell’Uomo e Università degli Studi di Ferrara, autore dello studio), e del prof. Carlo Peretto (Università degli Studi di Ferrara).

Il riparo sotto roccia Morricone del Pesco dalla valle Serrata dove passa l'antico tratturo

Il riparo sotto roccia Morricone del Pesco dalla valle Serrata dove passa l’antico tratturo

“Il Morricone del Pesco – spiega Sigari – è alto 750 metri tra rilievi che raggiungono una media di 1200 metri (1422 metri è la cima più alta appartenente al massiccio della Montagnola). Alla sua base, ad occidente, il Morricone presenta una breve rientranza a formare un piccolo e stretto riparo in posizione dominante sul tratturo, fra cespugli di ginestre, giallissime e profumate in primavera: il riparo che dà le spalle al mare Adriatico ed è protetto dalla luce solare mattutina, è di facile accesso e raggiungibile da un dislivello abbastanza ripido coperto da erba, cespugli e piccoli alberi. La panoramica di cui si gode dal sito è rivolta all’interno della valle Serrata, offrendo così un controllo visivo buono verso la parte alta del pendio, meno buono in direzione del mare. Il riparo è profondo circa due metri e largo 4,2”. È qui, sulla parete lunga del riparo, che Guido Lastoria ha scoperto le pitture. Si tratta di figure zoomorfe, motivi floreali, altre figure sovrapposte, incisioni e rappresentazioni di vario genere di non facile identificazione, risalenti secondo gli esperti a fasi della Preistoria e della Protostoria: dal tardo Paleolitico alla prima età del Ferro.

Una figura zoomorfa (cervide) sulla parete del riparo sotto roccia Morricone del Pesco

Una figura zoomorfa (cervide) sulla parete del riparo sotto roccia Morricone del Pesco

“Pur se in cattivo stato di conservazione”, annota la coop Le Orme dell’’Uomo nella relazione di presentazione, “sulla parete rocciosa si riconoscono almeno quattro figure dipinte di animali, che consentono un confronto cronologico e culturale con altri ritrovamenti europei. Nello specifico è possibile ricondurre a una probabile fase del tardo Paleolitico una figura zoomorfa, tracciata a linea di contorno di dimensioni ridotte (12×8 cm) con pigmento anche interno al dorso, che ne accentua il carattere naturalistico. C’è inoltre la traccia di una raffigurazione schematica ad andamento obliquo (4,5×5,5 cm), con un asse centrale da cui dipartono quattro coppie di segmenti, il cui riferimento a contesti neolitici è possibile grazie al confronto con quanto rinvenuto nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco in provincia di Lecce. Altre pitture – continua la relazione -, sempre su base stilistica, possono essere ricondotte all’Età del Ferro, in particolare, almeno tre figure di animali (mediamente di 20×20 cm), di cui una è palesemente un equide. Analisi spettroscopiche sui pigmenti consentono di affermare che la figura più arcaica è stata realizzata con ematite. Dunque il riparo Morricone del Pesco, oltre ad essere il primo con attestazioni di arte rupestre trovato in Molise, allargherebbe ulteriormente i confini delle manifestazioni artistiche dei nostri antenati nell’Italia centro-meridionale, segnalando testimonianze artistiche già in una fase del Paleolitico superiore”.

Rielaborazione grafica di Dario Sigari del complesso pitture-graffiti del settore A

Rielaborazione grafica di Dario Sigari del complesso pitture-graffiti del settore A

Il repertorio iconografico. La scoperta del riparo Morricone del Pescocon incisioni a linea continua e pitture rupestri, tutte di colore nero, ha permesso dunque di stabilire un confronto crono-culturale con l’Abruzzo e il Gargano pre-protostorici. “L’iconografia – ricorda Dario Sigari – spazia dalle raffigurazioni geometriche alle antropomorfiche, dalle zoomorfìche fino ai semplici gruppi di linee. Tali categorie sono schematiche e tipiche del patrimonio artistico rupestre riscontrato nella tradizione tardo preistorica-protostorica e storica italiana di arte rupestre”. L’arte del riparo Morricone si esprime attraverso la pittura nera e le incisioni filiformi (quasi tutte, probabilmente, effettuate con punte metalliche). Per meglio studiare e catalogare le espressioni artistiche del sito, gli archeologi hanno ripartito la superficie rocciosa del riparo in quattro settori (da ovest ad est A, B, C, D), tutti definiti da limiti ben evidenti quali crepe o sporgenze che separano nettamente le raffigurazioni e non presentano né a cavallo né al proprio interno ulteriori pitture o incisioni, facilitando una più celere documentazione e catalogazione delle figure che sono state realizzate spesso sovrapponendole ad altre preesistenti, fatto che ha permesso di definire tra di loro almeno una cronologia relativa. “La prima cosa che si nota è che le pitture (ecccetto una iscrizione nel settore D) sono tutte più antiche delle incisioni. Questo perché le pitture risultano quasi tutte al di sotto delle incisioni e molte di esse sono state prima sigillate da strati di carbonato di calcio e successivamente coperte da incisioni. Vediamo allora di conoscere meglio, settore per settore, le immagini più significative.

Figure di zoomorfi presenti nel settore A del riparo Morricone del Pesco

Figure di zoomorfi presenti nel settore A del riparo Morricone del Pesco

Settore A. Il settore A si trova a ovest ed è quello maggiormente esposto agli agenti atmosferici. Le categorie figurative presenti sono principalmente quattro, escludendo le non identificabili: zoomorfi, simboli, meandri e geometrici. “Nel complesso le figure facilmente leggibili restano assai poche e ancor meno sono le figure ben conservate. Tra queste vi sono una stella a cinque punte e un reticolato geometrico incisi, un meandro-labirinto e uno zoomorfo a tratto nero. Quest’ultimo fa parte di una teoria di tre zoomorfi; gli altri due si collocano uno sopra e l’altro sotto a una figura di animale e sono entrambi dipinti a tratto nero”. Tutt’e tre le figure sono al di sotto di una figura meandro-labirintica dipinta ugualmente in nero. Tra le figure dipinte si nota anche un reticolato e una probabile figura antropomorfica. Infine si riconosce, nella sezione est del settore, un secondo antropomorfo di cui sono visibili una gamba, il tronco e il sesso.

Figura di zoomorfo nel settore B del riparo Morricone del Pesco

Figura di zoomorfo nel settore B del riparo Morricone del Pesco

Settore B. In cima al settore B vi sono cinque gruppi di linee organizzati secondo figure geometriche che formano dei reticolati. Quelli collocati più in alto sono graffiti. Una figura zoomorfa (12cm x 8cm) dipinta in nero si colloca a metà altezza del settore. Tuttavia non è facile l’identificazione dell’animale. Al di sotto di questa figura si trovano una serie di punti dipinti in nero e un motivo a zig zag paralleli ed orizzontali.

Figura di antropomorfo nel settore C del riparo Morricone del Pesco

Figura di antropomorfo e graffiti nel settore C del riparo Morricone del Pesco

Settore C. Il settore C è quello meglio preservato. Esso si trova nella porzione orientale e presenta un insieme di figure assai ricco e complesso, distribuito su una superficie di 2,2m x 2,2m circa. Nella parte maggiormente esposta ad est presenta ai suoi piedi un rialzo del terreno costituito da un blocco roccioso, che ha permesso la realizzazione di figure in punti ancor più alti rispetto ai primi due settori. Le figure di questo settore sono sia dipinte sia graffite. La sporgenza rocciosa che chiude il settore sul lato orientale l’ha preservato sì da vento e pioggia, ma non dai dilavamenti che scendono dalla cima, e dagli arbusti che gli crescono addosso, che costituiscono i principali fattori di danneggiamento. Le pitture di questo settore si possono dividere in tre categorie principali: geometrici, alberiformi e probabili zoomorfi e, da ultimo, i non identificabili. Questi ultimi sono tali per i dilavamenti che ne hanno cancellato una buona parte. Lo stesso accade per i graffiti, i quali sono maggiormente rappresentati con cinque categorie figurative: antropomorfi, geometrici, scaliformi, simboli e gruppi di linee. Gli antropomorfi sono il tema maggiormente ricorrente e significativo di questo settore. Vi sono cinque, forse sei figure. In aggiunta vi sono due motivi circolari, anch’essi forse appartenenti a degli antropomorfi. Altri geometrici sono sparsi nel settore, da motivi scaliformi a stelle incomplete. A questi si aggiunge una figura antropomorfica intera coi fianchi e il seno esagerati. Riguardo alle pitture, l’area orientale del settore riporta dei soggetti alquanto peculiari. Uno di questi è stato interpretato come motivo floreale. Poco sopra una figura forse zoomorfìca schematica. Al di sotto della figura floreale si trovano tracce di pigmento nero interrotte da strati carbonatici che non ne permettono la lettura. Settore D. Il settore D si caratterizza per la presenza di un’iscrizione a tratto nero che recita “L[a] f[iss]a di Pina è […] è un[a] pot[…]“. La frase non è interamente leggibile per motivi di conservazione della superficie rocciosa che si trova al di là dello sperone che chiude ad oriente i primi tre pannelli, lasciando cosi esposto il settore D alle perturbazioni provenienti dal fondo valle e dall’Adriatico.

Fig. a – Probabile antropomorfo schematico incompleto dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. b – Figure antropomorfe schematiche a tratto nero da Grotta Genovesi (da Graziosi 1973); Fig. c – Zoomorfo a tratto nero dal settore B del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. d – Rinoceronte a tratto nero da Grotta Chauvet (da Clottes 2008). Di particolare interesse è il modulo iconografico della linea dorsale sovrapponibile a quella dello zoomorfo del settore B di Morricone del Pesco; Fig. e – Figura zoomorfa schematica a pettine dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. f – Zoomorfo a pettine a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980); Fig. g – Figura a tratto nero a cerchi concentrici o spiraliforme dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. h – Spirale a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980).

Fig. a – Probabile antropomorfo incompleto dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. b – Figure antropomorfe schematiche a tratto nero da Grotta Genovesi (da Graziosi 1973);
Fig. c – Zoomorfo a tratto nero dal settore B del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. d – Rinoceronte a tratto nero da Grotta Chauvet (da Clottes 2008);
Fig. e – Figura zoomorfa schematica a pettine dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. f – Zoomorfo a pettine a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980);
Fig. g – Figura a tratto nero a cerchi concentrici o spiraliforme dal settore C del Morricone (foto: D. Sigari);
Fig. h – Spirale a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980).

Conclusioni. “Per dare un’attribuzione crono-culturale alle pitture e alle incisioni”, conclude la relazione di Sigari, “è innanzitutto necessario tenere presente il tratturo Lucera-Castel di Sangro, perché è la via di comunicazione preferenziale tra il Gargano e il centro Abruzzo e perché, lungo il suo tracciato, sono stati riconosciuti diversi siti riferibili a epoche diverse, dalla preistoria ai giorni nostri. I tratturi ricalcano antiche vie soprattutto degli armenti allo stato brado. Costituiscono vie preferenziali all’interno di una zona montana del cui utilizzo abbiamo notizia fin dall’epoca romana. Tuttavia la distribuzione dei vari siti lascia pensare a un sistema di mobilità che sfruttava tali rotte già in epoche precedenti. In questo senso è da pensarsi un utilizzo del riparo del Morricone del Pesco in un lungo arco cronologico, corrispondente al periodo di sfruttamento di questo ambiente e paesaggio”. Secondo gli archeologi buona parte del repertorio figurativo dipinto sembra trovare raffronti non solo con il contesto regionale esteso a Puglia e Abruzzo, ma anche con quello italiano ed europeo, suggerendo così una lunga frequentazione del riparo. “Darne comunque un’attribuzione temporale certa sarebbe rischioso e prematuro”, ammette Sigari, “avendo a disposizione solo la possibilità di fare raffronti stilistici ed essendo numerosi gli esempi in tale direzione. Concludendo, il riparo del Morricone del Pesco è la prima attestazione di arte rupestre in Molise. La speranza è non solo quella di darne una cronologia precisa, ma anche di giungere a comprendere meglio il contesto crono-culturale in cui si inserisce”.

 

 

Il mondo dei nuraghi rivive con “L’isola delle Torri”: mostra a Cagliari nel centenario della nascita di Lilliu

"L'isola delle Torri": a Cagliari una grande mostra sulla civiltà dei nuraghi

“L’isola delle Torri”: a Cagliari una grande mostra sulla civiltà dei nuraghi

L'archeologo Giovanni Lilliu, il "sardus pater"

L’archeologo Giovanni Lilliu, il “sardus pater”

La Sardegna e i nuraghi: un binomio indissolubile. Ma lo è altrettanto nuraghi e Lilliu, il professore che più di ogni altro ha fatto conoscere al mondo l’antica affascinante civiltà della Sardegna. Il “sardus pater” Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei, che il 13 marzo avrebbe festeggiato i cento anni, con i suoi studi e le sue scoperte, è infatti lo studioso che più di ogni altro ha consentito di approfondire le conoscenze sulla civiltà nuragica. Ed è proprio partendo dai suoi lavori che Cagliari ha voluto rendere omaggio al professore nel centenario della sua nascita con la mostra “L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna”, inaugurata nella Cittadella dei Musei di Cagliari, alla presenza fra gli altri del sottosegretario ai Beni culturali e al Turismo, Francesca Barracciu (“Una grande mostra – ha detto – che vuole far conoscere le meraviglie e i misteri dei Nuraghi, orgoglio archeologico della Sardegna e dell’Italia”), il soprintendente dei beni culturali, Marco Minoja, e il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda.

La reggia nuragica di Barumini, il più famoso complesso della Sardegna

La reggia nuragica di Barumini, il più famoso complesso della Sardegna

Bronzetto della civiltà dei nuraghi in mostra a Cagliari

Bronzetto della civiltà dei nuraghi in mostra a Cagliari

“L’isola delle Torri” vuole raccontare, con un linguaggio nuovo, la Sardegna nuragica, utilizzando anche la comunicazione sul web, attraverso un sito dedicato, e sui social network. Il racconto dell’Isola – come spiega il soprintendente Marco Minoja – viene scandito da elementi che caratterizzano il periodo nuragico: la pietra, il metallo, l’acqua. È quindi un’occasione straordinaria per conoscere i risultati di un’intensa attività di ricerca e di un interesse sempre crescente da parte della comunità scientifica internazionale, che negli ultimi cinquant’anni hanno ampliato il patrimonio di conoscenze sulla archeologia nuragica. L’esposizione guarda indietro fra il secondo e il primo millennio avanti Cristo. Attraverso i tre temi individuati come filo conduttore (il metallo, l’acqua e la pietra), il percorso espositivo porta all’attenzione del visitatore gli aspetti fondamentali della civiltà nuragica: l’architettura, il mondo del sacro e quello funerario, le tecnologie costruttive, in particolare quelle idrauliche, la società, l’economia, il territorio, la metallotecnica, l’arte.

La mostra "L'isola delle Torri" a novembre sarà allestita al museo Pigorini di Roma

La mostra “L’isola delle Torri” a novembre sarà allestita al museo Pigorini di Roma

A quasi trent’anni dall’ultima grande esposizione dedicata alla civiltà nuragica a livello nazionale (Nuraghi a Milano, giugno-ottobre 1985) la mostra si qualifica dunque come un evento di estrema risonanza: nel collegamento ideale e costante con l’opera e la figura di Giovanni Lilliu, l’esposizione propone nuovi percorsi conoscitivi e ritrovamenti inediti, che guidano il grande pubblico all’interno del lungo arco cronologico, quasi mille anni (Età del Bronzo e del Ferro), in cui si dipana la storia della civiltà nuragica. I repertiesposti, talvolta ineditio comunque poco noti, provengono da tutta l’isola, ma anche da rinvenimenti effettuati in Italia e all’estero (Cipro, Spagna, Portogallo), all’interno di una fitta rete di contatti e scambi attraverso il Mediterraneo, che evidentemente a quei tempi non rappresentava una barriera, ma un potente veicolo di comunicazione. Alcuni importanti reperti provengono invece da sequestri effettuati nella penisola, usciti dalla Sardegna attraverso il mercato clandestino, e recuperati grazie all’attività di tutela svolta dal ministero per i Beni e le attività culturali tramite le soprintendenze e il Nucleo dei Carabinieri per la tutela del patrimonio. L’allestimento della mostra “L’isola delle Torri” sarà collegato a un ricco apparato didattico, supportato da tecnologie multimediali e impreziosito da ricostruzioni e filmati dei principali monumenti della civiltà nuragica. La mostra rimarrà aperta nel complesso di San Pancrazio di Cagliari fino al 30 settembre. A novembre la mostra attraverserà il mare e, fino a marzo 2015, sarà ospitata nelle sale del Museo Preistorico Nazionale Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma, per la prima esposizione totalmente dedicata alla civiltà nuragica allestita fuori dalla Sardegna.