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Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Maurizio Cattani con “Alla ricerca delle origini della civiltà Araba: la missione archeologica nel Sultanato d’Oman”

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

Il prof. Maurizio Cattani

Luglio volge al termine. Ma al museo Classis Ravenna, nell’ambito della rassegna “Classe al chiaro di luna” c’è tempo per un altro incontro per saperne di più sulle ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Appuntamento mercoledì 31 luglio 2019, alle 21, con il ciclo “Museo Classis. Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte”. Il prof. Maurizio Cattani, dell’università di Bologna, responsabile della missione archeologica in Oman, la cui ultima campagna si è conclusa nel gennaio di quest’anno, parlerà di “Alla ricerca delle origini della civiltà Araba: la missione archeologica nel Sultanato d’Oman”. Conferenza a partecipazione gratuita in collaborazione con L’Ordine della Casa Matha.

La missione archeologica italiana in Oman (foto Imto)

“La Missione Archeologica Italiana nel Sultanato di Oman”, scrive Maurizio Cattani, “svolge la sua attività di ricerca nell’ambito del “Joint Hadd Projecr” cui negli anni hanno partecipato l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente di Roma, il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna, l’università di Parigi e l’ERA 41 del Cnrs di Parigi”. Dal 1985 le ricerche – portate avanti da Maurizio Tosi, scoomparso nel 2017 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2017/03/03/archeologia-in-lutto-e-morto-maurizio-tosi-uno-dei-piu-grandi-archeologi-preistorici-dal-mediterraneo-alla-mongolia-in-iran-nel-1967-scopri-lo-straordinario-sito-di-shahr-e-sokhta-la-citta-bruciat/) e Maurizio Cattani – hanno preso in esame l’area del Ja’alan, corrispondente alla parte orientale del Sultanato di Oman, tra Ra’s al Hadd e Al Ashkarah, ove l’abbondante presenza di dati paleoambientali e di elementi storico-archeologici permette di documentare e controllare l’evoluzione del popolamento dall’antico e medio Olocene fino all’epoca islamica. “La documentazione dei resti strutturali, dei manufatti archeologici, delle evidenze bioarcheologiche”, continua Cattani, “permette di tracciare il processo di adattamento delle popolazioni antiche in rapporto alle risorse naturali (principalmente ottenute dall’ambiente marino) e il modo in cui le popolazioni costiere interagivano con quelle delle regioni interne dell’Arabia”.

L’edificio 1 nello scavo HD6 a Ras al-Hadd della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

Planimetria dell’area meridionale dello scavo HD6 a Ras al-Hadd della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

“Oggi la missione archeologica italiana dell’università di Bologna nel Sultanato d’Oman”, spiegano al dipartimento dell’Alma Mater, “sta indagando la fascia costiera dalla penisola di Musandam al Dhofar. In particolare le ricerche si sono concentrate nell’area di Ra’s al-Hadd, lungo la costa orientale, con gli scavi nel sito di HD-5 (IV millennio e seconda metà del III millennio) e nel sito dell’antica Età del Bronzo di HD-6 (3000-2700 a.C.). Ad HD-5 nelle ultime campagne di scavo, dirette da Federico Borgi e Elena Maini, sono state messe in evidenza le tracce di comunità di pescatori e raccoglitori che sfruttano gli ambienti costieri, mentre nel secondo lo scavo ha rivelato un complesso abitativo particolarmente significativo per comprendere l’evoluzione tecnologica e sociale che investe la Penisola nei primi secoli del III millennio a.C. Ad HD-6, il nucleo centrale dell’abitato è rappresentato da un complesso architettonico composto da edifici modulari costituiti da ambienti di varie dimensioni, di pianta approssimativamente rettangolare, costruiti con mattoni d’argilla cruda di dimensioni standardizzate. Il periodo principale a cui si riferisce il complesso architettonico è stato suddiviso in tre fasi stratigrafico-strutturali: la Fase I è rappresentata da un nucleo di più limitate dimensioni con edifici costruiti in mattoni molto compatti a matrice sabbiosa; le Fasi II e III sono legate alla costruzione di un muro perimetrale in pietra e di diversi edifici a pianta tripartita costruiti con mattoni d’argilla cruda. Il periodo III coincide con l’abbandono degli edifici e con la formazione di strati carboniosi relativi a tipologie di occupazione più effimere Chiude la sequenza stratigrafica una rioccupazione successiva all’abbandono dell’abitato principale, che consiste in quindici capanne ovali e circolari costruite in pietra a secco. Tra i materiali rinvenuti si segnala una forte presenza di manufatti in metallo (piccoli lingotti, ami da pesca, punte, pugnaletti) ed un’abbondante produzione di elementi ornamentali in pietra e conchiglia. Pressoché assente è la ceramica testimoniata da rarissimi frammenti di vasi presumibilmente importati dall’esterno. Particolarmente significativi sono alcuni forni in argilla a pianta circolare costruiti in prossimità degli edifici e destinati ad attività di trasformazione di prodotti alimentari”.

Tomba a tumulo dell’età del Bronzo nell’area di Zukayt, presso Izki (Oman) (foto Unibo)

“La scoperta e le prime indagini compiute nel sito di HD-6 localizzato presso il villaggio di Ra’s al-Hadd”, continuano gli archeologi bolognesi, “hanno permesso di identificare uno dei punti chiave nello studio dell’evoluzione delle popolazioni arabe nella fase della cosiddetta “grande trasformazione”, in cui tra la seconda metà del IV e gli inizi del III millennio, si attivano i processi che porteranno a definire un nuovo tipo di società. Si formano in questa fase le prime oasi, caratterizzate dalla diffusione della palma da dattero e dalla costruzione di sistemi di canalizzazione, e si attiva lo sfruttamento delle miniere di rame che permette di identificare l’Oman come il paese di Magan, noto dalle fonti mesopotamiche. Gli scavi di Ra’s al-Hadd hanno messo in luce un complesso architettonico composto da una piattaforma in pietra e argilla delimitata da un muro perimetrale in pietra e in mattoni di argilla cruda. Alla struttura monumentale, che ospita all’interno numerosi edifici in mattoni di argilla, si associa la costruzione di tombe collettive a tumulo: entrambe le testimonianze archeologiche suggeriscono una struttura sociale costituita da gruppi tribali che vogliono affermare il controllo territoriale e proporsi come attori nello scambio delle risorse marine con i prodotti delle oasi all’interno (principalmente datteri e rame). Gran parte dell’Oman interno è caratterizzato da centinaia di tumuli posti sui crinali e sui bordi dei terrazzi, ben visibili a chi attraversasse il territorio, a dimostrare il prestigio e la ricchezza di queste comunità. In questo ambito un nuovo progetto di ricerca è rivolto all’individuazione e al censimento delle tombe risalenti all’età del bronzo presenti nell’area di Zukayt, presso Izki”.

Lo scavo del villaggio di Ras al-Jins della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

“La fase successiva (II metà del III millennio a.C.) è documentata dallo scavo del villaggio di Ra’s al-Jins (RJ-2), dove gli scavi hanno messo in luce diversi edifici in mattoni di argilla. In questa fase, nonostante la pesca e lo sfruttamento delle risorse marine siano ancora alla base dell’economia di questo villaggio, è evidente il ruolo che tale centro viene ad assumere nell’ambito degli scambi con le regioni interne dell’Arabia e con i paesi oltremare. Il carattere commerciale dell’abitato di RJ-2 è documentato da evidenze che attestano la navigazione attraverso l’oceano, rappresentate da blocchi di bitume che servivano a rivestire le barche, e dagli unici documenti iscritti costituiti da sigilli in pietra e in rame. La diversa struttura sociale è inoltre evidenziata nelle tombe rinvenute sul terrazzo sovrastante il villaggio: le dimensioni e le ripartizioni interne di grandi tumuli di tipo Umm an-Nar indicano segmenti sociali più estesi con un rituale funerario molto più complesso che comprende la riesumazione e la deposizione delle ossa all’interno di fosse esterne”.

Donna o dea? Cosa rappresentavano le figure femminili preistoriche? La risposta nella mostra al museo Archeologico nazionale di Cagliari “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”: 2^ parte, dal Neolitico al Ferro

Le vetrine con testimonianze del Neolitico nella mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda” (foto Graziano Tavan)

Locandina della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”

Dalla fine del Paleolitico in poi le raffigurazioni femminili iniziano a essere presenti su larga scala. Continua così il nostro viaggio alla scoperta del ruolo della donna seguendo la seconda parte della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”, con la validazione scientifica di Carlo Lugliè, aperta al museo Archeologico nazionale di Cagliari fino al 12 maggio 2019. Attraverso i millenni si può leggere una loro continuità icnografica, pur declinata in lente evoluzioni stilistiche. Il passaggio da un’economia di pura sussistenza, come quella paleolitica, a un’economia più strutturata e tecnologicamente progredita, contrassegna la più straordinaria avventura dell’uomo moderno: la grande rivoluzione neolitica. Avvenuta tra i 12mila e i 10mila anni fa, vede articolarsi la società secondo schemi e ruoli del tutto nuovi.

Il betilo proveniente da Sa Mandara Samassi nel Medio Campitano (foto Graziano Tavan)

I betili. “Durante il VI millennio a.C.”, scrive Carlo Lugliè dell’università di Cagliari, “la Sardegna è interessata da un fenomeno di grande portata storica. L’isola entra infatti nel processo migratorio verso l’Occidente di gruppi di coloni neolitici, comunità portatrici della tecnologia di domesticazione di vegetali e animali utili per la sussistenza. In questa fase l’isola viene esplorata interamente e, in rapido progresso di tempo, occupata in ogni distretto geografico, come rivelato dalla densità del tessuto residenziale. L’introduzione delle specie domesticate prima ignote nell’isola (es., cereali quali il frumento, l’orzo; animali come la pecora, il maiale e il bue) è solo uno degli aspetti tra i più macroscopici di una profonda variazione degli assetti insediativi-organizzativi ma anche ideologici della società, che si riflette in produzioni materiali innovative quali quella dei contenitori vascolari in ceramica”. In tutto il bacino del Mediterraneo il Neolitico medio (VI millennio a.C.) è caratterizzato da statue di piccole e piccolissime dimensioni. Raramente ci vengono restituite sculture di dimensioni maggiori: una delle più importanti è un betilo rinvenuto in Sardegna, figura antropomorfa in granito databile al Neolitico medio (II metà del V millennio a.C.) proveniente da Sa Mandara Samassi (Medio Campitano). Interessante, sopra la linea di cintura, la particolare lavorazione a “Z”, che denota la presenza di una veste ornata.

La statuetta femminile del Neolitico medio proveniente dalla necropoli di Cuccuru is Arrius a Cabras (Or) (foto Graziano Tavan)

Le statuette femminili del Neolitico medio sono emerse da diversi contesti abitativi, funerari, cultuali. Numerose le “statuette steatopigiche”, ovvero caratterizzate dai glutei abbondanti. Alcune appaiono particolarmente raffinate, tutte sono caratterizzate da una significativa attenzione alla postura: in piedi, sedute, con le braccia lungo i fianchi o piegate sul grembo o flesse, con le mani che sorreggono i seni. Sono segni evocativi di fertilità e regalità. Come la figura antropomorfa con mani sul petto in calcare proveniente dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (Cabras, Or). Il corpo è sagomato in due blocchi sferoidi sovrapposti e una linea sottile, visibile nel dorso, ne accentua la divisione. Il petto è staccato dal triangolo pubico dal quale si dipartono gli arti inferiori voluminosi. L’elevato livello di finitura delle superfici, incise e ben lisciate, si caratterizza nella resa naturalistica delle mani frangiate e portate al petto.

Bronzetti nuragici al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

La donna nuragica. “Per quanto riguarda l’età del Bronzo e la prima età del Ferro, che coincidono con la gran parte della civiltà nuragica (XVII-VII sec. a.C.)”, scrive Anna Depalmas dell’università di Sassari, “la documentazione archeologica della componente femminile della società è esigua. L’assenza di rappresentazioni figurative umane caratterizza le espressioni artistiche delle comunità insediate nei nuraghi e nei piccoli gruppi di case circostanti durante il Bronzo medio e recente. Il profondo mutamento che investe la società nuragica dell’età del Bronzo finale si dovette riflettere anche nelle forme espressive con l’avvio di un processo che rivolse una crescente attenzione alla figura umana, che giunse a compimento nella fase successiva. Benché non siano note le tappe intermedie di questo percorso, sappiamo che all’inizio del IX sec. a.C. sono già diffuse le statuine di bronzo che rappresentano il più importante documento per la ricostruzione della società sarda della prima età del Ferro. Tra i soggetti rappresentati la figura femminile riappare, dopo più di un millennio di assenza, mostrandoci un’identità complessa costruitasi nel lungo processo che, lungi dall’estrema idealizzazione delle dee madri eneolitiche, ha portato alla raffigurazioni le donne reali, compiutamente inserite nelle società sarda della prima età del Ferro”.

La cosiddetta Madre con Infante dal complesso nuragico di Santa Vittoria di Serri (Ca) (foto Graziano Tavan)

La cosiddetta Madre dell’Ucciso dalla grotta di Sa Domu e S’Orku a Urzulei (Nu) (foto Graziano Tavan)

Con le età del Bronzo e del Ferro, la bronzistica nuragica si esprime anche in repertori di donne calate in ruoli terreni, verosimilmente complementari a una figura maschile egemone e divinizzata. I soggetti sono spesso domestici: mogli, sorelle, madri, talvolta sorprese nel dolore del lutto. Fortemente evocativa la Madre dell’ucciso, statuetta bronzea dalla grotta di Sa Domu e S’Orku (Urzulei, Nu) che rappresenta l’incontro con il dolore di una Donna e Madre dell’età nuragica. O la Donna con infante dal complesso nuragico di Santa Vittoria (Serri, Ca). “La rappresentazione di queste madri sedute su uno sgabello circolare a cinque piedi costituisce un’iconografia di particolare rilievo”, continua Depalmas, “che potrebbe rimandare alla commemorazione di un mito o di un racconto celebrativo nell’ambito del patrimonio narrativo delle comunità nuragiche. E proprio la ricorrente associazione della figura femminile con lo sgabello, evocato nelle riproduzioni in pietra delle capanne delle riunioni, rafforza l’ipotesi che le donne sarde della prima età del Ferro potessero rivestire ruoli sociali di rilievo”.

La riproposizione di un corredo tombale dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (foto Graziano Tavan)

Sono le sepolture a restituire il maggior numero possibile di rappresentazioni femminili. I defunti accompagnati da queste statuine dei quali è stato possibile stabilire il genere erano tutti individui maschi. La presenza di queste sculture sembra affermare il loro status e, potenzialmente, la loro condizione di appartenenza a una specifica ascendenza ancestrale, forse mitizzata. Alla fine del Neolitico in Sardegna si affermano e tombe collettive, luoghi dove vengono progressivamente disposti i diversi membri delle comunità di appartenenza. Nelle fasi preistoriche e protostoriche sembra non ci fossero differenze di genere nei rituali di inumazione. Nell’età del Ferro riappaiono le sepolture individuali, come le tombe a pozzetto della necropoli di Monte e’Prama (Cabras, Or). Qui, fra gli individui finora ritrovati, è presente una sola femmina. Tutti gli altri sono maschi giovani e robusti, a indicare che la necropoli era riservata a una categoria specifica. Vecchi, bambini e donne venivano sepolti altrove, in tombe non ancora individuate.

Il caratteristico vaso a cestello del IV millennio a.C. dal villaggio di Puisteris di Mogoro (Or) (foto Graziano Tavan)

Nel Neolitico anche le attività di competenza femminile si articolano in diverse specializzazioni. Per esempio, alla cura della prole si affianca la produzione di contenitori ceramici, funzionali alla preparazione e alla conservazione dei cibi. L’attributo di madre e nutrice si estende così, dopo il tempo della gestazione e dell’allattamento, oltre il proprio corpo. E con nuova efficacia: la disponibilità di cibi bolliti, più facili da digerire, contribuirà notevolmente a incrementare le prospettive si sopravvivenza del bambino e la loro salute. La diffusione della cerealicoltura, introdotta anche in Sardegna a partire dal VI millennio a.C., è documentata dalle sottili analisi palinologiche e paleobotaniche su resti di semi e piante rinvenuti presso i diversi contesti abitativi. Ma sono testimoniate soprattutto dalle numerose macine e macinelli in pietra, utilizzati per la trasformazione del cereale in farina. Dal Neolitico in poi costituiranno una presenza costante nel focolare domestico. Alcune figure femminili in ginocchio sembrano compiere proprio il gesto del macinare. Ai ritratti familiari e alle donne con la cesta sul capo, intente al lavoro, si affiancano rappresentazioni di donne offerenti. Ampi mantelli, importanti copricapo, vesti accurate che talvolta sembrano paramenti. Posture fissate in un gesto ieratico, come di chi officiasse qualche rito.

La bellissima collana con vaghi di conchiglia del V millennio a.C. dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (foto Graziano Tavan)

L’uso dei monili non è da intendersi qui in una dimensione puramente estetica, di semplice abbellimento. Rappresenta innanzitutto un contrassegno sociale: un codice che rende immediatamente riconoscibili i ruoli e le gerarchie vigenti in quelle comunità. “I monili preistorici, a differenza di quello che potremmo essere indotti a pensare dal confronto con i corrispettivi moderni”, interviene l’archeologa Valentina Puddu, “non avevano una connotazione di genere. Essi devono piuttosto essere intesi come prodotti culturali distintivi, tratti da un contesto di tradizione, di costumi e di valori che un individuo, sia esso uomo, donna o bambino, adottava sia in termini di unione che di divisione: l’ornamentazione personale dava una identità alla persona, definendola all’interno di un gruppo e contemporaneamente escludendola da altri”.

“La Terra del 1968”, il telaio realizzato da Maria Lai (foto Graziano Tavan)

Una trasversalità tematica fa da cornice alla mostra: nel corso dell’apertura dell’esposizione sono stati previsti numerosi appuntamenti con contenuti dal taglio non soltanto archeologico e antropologico-etnografico, ma anche sociologici, con richiami all’attualità. Un mondo al femminile che nei millenni, attraversando le sfere del mito, del sacro, del religioso e del quotidiano, giunge fino a noi. Il trait d’union tra le prime comunità antropiche e i giorni nostri è il telaio di Maria Lai che, con la sua opera La Terra del 1968, rappresenta il simbolo narrativo della mostra. Le trame e l’ordito simbolicamente evidenziati dall’artista, narrano la storia di donne.

Cagliari. Al via i “Pomeriggi della Fondazione” con il Mediterraneo al centro degli incroci di civiltà. Si inizia con la direttrice del museo del Bardo di Tunisi su “La Provincia romana d’Africa e il bacino del Mediterraneo: tempo libero e intrattenimenti nel segno dell’omologazione”

Il grande cortile interno del museo del Bardo di Tunisi, protagonista della prima conferenza sugli incroci di civiltà nel Mediterraneo

Locandina de “I Pomeriggi alla Fondazione” a Cagliari sugli “Incroci di civiltà”

Quattro incontri promossi a Cagliari per approfondire gli “incontri di civiltà” nel Mediterraneo a corollario della mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo”, in corso fino al 16 giugno nella doppia sede di Palazzo di Città e del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Spunti di riflessione sulle connessioni, i contatti, le analogie e le differenze nello sviluppo delle culture e delle civiltà che gravitavano sul Mediterraneo e sui collegamenti con l’Oriente e il Caucaso dal Neolitico all’Età del Bronzo – cuore dell’esposizione – fino all’affermazione romana. Il tutto con un occhio di riguardo alla Sardegna (per la quale si sta definendo un incontro specifico) che ha sviluppato la peculiare cultura nuragica, ma che pure mostra relazioni significative con le altre civiltà e comunque al centro di importanti scambi e contatti. Tra i mesi di aprile e giugno 2019, nella sede della Fondazione di Sardegna, in via San Salvatore da Horta 2 a Cagliari, protagonisti per “I Pomeriggi della Fondazione” (a ingresso è libero fino ad esaurimento posti disponibili), protagonisti importanti personalità del panorama archeologico, culturale ed accademico italiano ed internazionale. L’iniziativa si svolge in stretta collaborazione con gli altri promotori della grande mostra inter-nazionale recentemente inaugurata – la Regione Sardegna, il Mibac-Polo museale della Sardegna, i musei civici di Cagliari e il museo statale Ermitage, con il supporto di Ermitage Italia. Si inizia martedì 9 aprile alle 17.30 con Fatma Naït Yghil, direttrice del museo nazionale del Bardo di Tunisi, su “La Provincia romana d’Africa e il bacino del Mediterraneo: tempo libero e intrattenimenti nel segno dell’omologazione”. Segue, martedì 7 maggio 2019, Giorgio Ieranò, professore ordinario di Letteratura greca all’università di Trento, su “In viaggio con Medea: sulle rotte del mito tra il Mediterraneo e il Caucaso”. Terzo appuntamento mercoledì 22 maggio 2019, con Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, su “Il Mann e il Mediterraneo”. Chiude “I Pomeriggi della Fondazione”, mercoledì 5 giugno 2019, Frederik Mario Fales, professore ordinario di Storia del Vicino Oriente antico e di Filologia semitica all’università di Udine, su “Gli Shardana e i Popoli del Mare”.

Fatma Naït Yghil, direttrice del museo nazionale del Bardo di Tunisi

Ospite d’eccezione del primo appuntamento di martedì 9 aprile 2019 sarà Fatma Naït Yghil, direttrice del museo nazionale del Bardo di Tunisi, che parlerà de “La Provincia romana d’Africa e il bacino del Mediterraneo: tempo libero e intrattenimento nel segno dell’omologazione”. Già responsabile ricerche Storia e archeologia romana all’istituto nazionale del Patrimonio di Tunisi, Fatma Naït Yghil è responsabile scientifica della Collezione dei mosaici e sculture del museo nazionale del Bardo di Tunisi. Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofi a di Tunisi con un master in Storia e una tesi sugli spettacoli in Africa in epoca romana, vanta anche un Diplome d’Etudes Approfondisse (DEA) in Storia e archeologia antica con uno studio sulle “Pratiche sportive e spettacoli dei giochi atletici e di pugilato in Africa nell’epoca romana” e un dottorato in Storia antica e Archeologia antica dedicato alla “Ricerca sugli svaghi e spettacoli nell’Africa in epoca romana”. È autrice di numerosi articoli sullo sport, sui giochi e sulle attività legate al tempo libero nell’Africa romana e sul museo nazionale del Bardo. Ha partecipato, con altri autori tunisini e stranieri, alla realizzazione del libro sul Bardo in omaggio alle vittime del 18 marzo 2015 sotto la guida di Samir Aounallah: “Un monumento, un museo, io sono il Bardo”. Docente alla facoltà di Scienze umane e sociali di Tunisi ha diretto diverse tesi e progetti di laurea per i corsi di diverse facoltà di Tunisi. Ha ricoperto importanti ruoli istituzionali come Segretario generale dell’ufficio ICOM Tunisia ed è membro dell’ufficio ICOMOS Tunisia. Ha più volte curato o coordinato mostre temporanee come: commissario tunisino per la mostra “Il Bardo ad Aquileia”, coordinatrice franco-tunisina per la mostra “Lieux Saints Partages”, in partenariato con il MUCEM, museo delle Civiltà europee e il Mediterraneo e l’istituto nazionale del Patrimonio, museo nazionale del Bardo, commissario della mostra sul sito archeologico di Dougga presso la sede dell’UNESCO a Parigi, in occasione del 20° anniversario dell’iscrizione del sito nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Mosaico romano con “Lottatori nudi in presa” provenienti dalla terme di Ghigti, oggi al Bardo

L’altro mosaico romano con “Lottatori nudi in presa” provenienti dalla terme di Ghigti, oggi al Bardo

Salito alla ribalta delle cronache internazionali per il sanguinoso attentato perpetrato dall’Isis il 18 marzo 2015, con 22 vittime e oltre 40 feriti, il museo nazionale del Bardo è il più antico museo del nord Africa e ospita una delle più straordinarie raccolte archeologiche al mondo, vantando soprattutto una ineguagliabile collezione di mosaici di epoca romana, di cui alcuni esemplari sono stati eccezionalmente prestati per la mostra “Le civiltà e il Mediterraneo”. In particolare, tra le opere giunte da Tunisi ed esposte al museo Archeologico nazionale di Cagliari in dialogo con la collezione permanente – oltre a sculture e importanti manufatti – anche due mosaici del II-III sec. d.C., entrambi raffiguranti due “Lottatori nudi in presa” provenienti dalla terme di Ghigti. Grazie all’intervento della direttrice del Bardo, moderato da Manuela Puddu, funzionaria archeologa del museo Archeologico nazionale di Cagliari, il pubblico avrà l’occasione di conoscere meglio un aspetto affascinante della cultura romana, quello del tempo libero e dell’intrattenimento: non una semplice occasione di svago, quanto una modalità attraverso cui affermare superiorità e potere da parte dei romani.

L’imponente anfiteatro romano di El Jem in Tunisia (foto Graziano Tavan)

Intorno la metà del III secolo d.C. vi erano oltre 100 anfiteatri in tutto l’impero, 32 nella sola provincia d’Africa: è semplice capire quanto i giochi rappresentassero un forte elemento di romanizzazione, un mezzo attraverso il quale inglobare le società locali ed assoggettarle al potere imperiale. Una presenza tanto significativa di arene nei territori nordafricani può essere spiegata tenendo conto di un fattore importante nell’industria dei giochi, specialmente in quelli venatori: nelle venationes, spettacoli che ricreavano scene di caccia, ottenere animali esotici dagli angoli più remoti dell’impero rappresentava un’ostentazione di ricchezza e potere da parte dell’imperatore, che cosi aveva l’occasione di mostrare al popolo animali che altrimenti non avrebbe mai visto. Le terre della provincia d’Africa abbondavano tanto di rinoceronti, orsi, pantere e leoni tali da rendere l’approvvigionamento di animali per la vendita a circhi ed anfiteatri un’attività alquanto redditizia, al punto che vi furono personaggi che giunsero a farsi una buona reputazione in questo campo: è il caso di Olimpo, cantato dai poeti africani come uomo dal viso amato da coloro che “apprezzano l’ebano e l’ombra violetta che orna i prati verdeggianti”…

A Reggio Emilia convegno internazionale nel 200° della nascita del concittadino don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Fu sacerdote per scelta e vocazione e, pur subendo negli anni ostracismi e punizioni, non abbandonò mai la Chiesa né la fede. Fu patriota, monarchico, liberale e antitemporalista. Fu insegnante di vasta cultura, sia nelle discipline umanistiche sia in quelle matematiche. Fu impegnato nel sorgere delle prime istituzioni cattoliche a carattere sociale. Fu animatore dell’associazionismo culturale, come testimoniano gli incarichi ricoperti nella Deputazione di Storia Patria e nel Cai. Fu soprattutto un archeologo, in rapporto con gli ambienti più avanzati di questa disciplina, che partendo da studi classici approdò alla Paletnologia e contribuì a gettare le basi in Italia di questa “novissima scienza”. Don Gaetano Chierici fu tutto questo. Ma soprattutto con Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel è stato il fondatore e il padre della paletnologia italiana. La sua città natale Reggio Emilia è pronta a ricordarlo alla grande l’anno prossimo, 2019, nel 200° anniversario della nascita. Gaetano Chierici nacque infatti a Reggio Emilia da Nicola e Laura Gallinari il 24 settembre 1819. E sempre a Reggio Emilia morì il 9 gennaio 1886.

Ricostruzione di una terramara realizzata da Gaetano Chierici (Archivi del musei civici di Reggio Emilia)

Il Bullettino di Paletnologia italiana di Chierici, Pigorini e Strobel

Il Comitato scientifico d’accordo con il Comitato promotore delle Celebrazioni per il bicentenario della nascita di don Gaetano Chierici ha deciso così di promuovere un Convegno sulla figura dello scienziato, del sacerdote, del patriota, dell’insegnante. Il convegno si terrà a Reggio Emilia nei giorni 19, 20, 21 settembre 2019. Sono previste escursioni in provincia di Reggio Emilia nei luoghi delle ricerche paletnologiche ed archeologiche di Gaetano Chierici. Fu proprio Chierici a introdurre nello studio della preistoria il metodo dello scavo stratigrafico. Scoprì i primi villaggi dell’Età della Pietra nell’Appennino Reggiano e contribuì notevolmente allo studio delle terramare e all’identificazione dell’Età del Rame come periodo compreso tra Neolitico ed Età del Bronzo. Inoltre fondò e diresse il Bullettino di paletnologia italiana ed istituì il museo di Storia patria di Reggio Emilia, di cui fu direttore.

L’allestimento ottocentesco della collezione di Gaetano Chierici ai musei civici di Reggio Emilia

Museo “Gaetano Chierici” di Paletnologia Diretta espressione del lavoro culturale del fondatore, il sacerdote Gaetano Chierici, il museo reggiano è preziosa testimonianza della scienza e della museologia del tardo Ottocento. Nel 1862 Chierici ordina il Gabinetto di Antichità Patrie, ampliato nel 1870 come museo di Storia Patria, il cui nucleo fondamentale è la Collezione di Paletnologia. Conservata negli arredi e con l’ordinamento originari, essa rappresenta la più diretta espressione del lavoro di un paletnologo nell’età in cui la ricerca preistorica si afferma anche in Italia. L’esposizione si articola in tre serie. La prima riunisce i materiali archeologici della provincia di Reggio Emilia. Rimangono ad essa subordinate le due serie con materiali extraprovinciali, che illustrano rispettivamente l’archeologia di altre regioni d’Italia, e con quelli pertinenti a culture archeologiche ed etnologiche di altri Paesi europei e di altri continenti. Una quarta sezione espone “sepolcri” trasportati intatti in museo. Nella serie locale i materiali, esposti integralmente, sono ordinati entro sequenze cronologiche e suddivisi per provenienza, per materia, per tecnologia, per tipologia. In questo metodo di lavoro, di impronta positivistica, si valorizzano gli apporti della Geologia, delle Scienze Naturali, dell’Antropologia. Alla morte del suo fondatore (1886) la Collezione fu ribattezzata museo “Gaetano Chierici” di Paletnologia.

Ricostruzione deal tomba di Cenisola nell’allestimento ottocentesco del museo Chierici (archivi dei musei civici di Reggio Emilia)

Il convegno scientifico internazionale “Don Gaetano Chierici a 200 anni dalla nascita” si articolerà in tre sessioni: 1 : il paletnologo e l’archeologo; 2 : il museologo, la tutela dei beni culturali nella seconda metà del XIX sec.; 3: il sacerdote, l’insegnante, il patriota, l’animatore dell’associazionismo culturale. Per ciascuna sessione sono previste relazioni, comunicazioni e posters. Le relazioni, a cura dei componenti il Comitato scientifico, avranno la durata di 20′. Si prevedono i seguenti titoli provvisori delle singole sessioni: 1: il paletnologo e l’archeologo: Gaetano Chierici nella Storia della Paletnologia, Gaetano Chierici e Luigi Pigorini, Gaetano Chierici e il metodo multidisciplinare, Gaetano Chierici e l’archeologia del territorio, Gaetano Chierici e il comparativismo etnografico, Gaetano Chierici e il Neolitico, Gaetano Chierici e l’Eneolitico, Gaetano Chierici e l’Età del bronzo, Gaetano Chierici archeologo classico, Gaetano Chierici e l’Età del ferro, Gaetano Chierici e l’Archeologia medievale. 2 : il museologo, la tutela dei beni culturali nella seconda metà del XIX sec.: Gaetano Chierici museologo, Gaetano Chierici e la politica degli scambi fra musei, Gaetano Chierici ispettore dei monumenti e scavi. 3: il sacerdote, l’insegnante, il patriota, l’animatore dell’associazionismo culturale: Gaetano Chierici sacerdote, Gaetano Chierici insegnante, Gaetano Chierici patriota, Il fondo “Don Gaetano Chierici” nella Biblioteca “Panizzi” di Reggio Emilia, Gaetano Chierici e la Deputazione di Storia Patria, Gaetano Chierici e il Club Alpino Italiano, Gaetano Chierici: l’uomo e la famiglia. Ogni comunicazione non potrà superare la durata di 15′. I riassunti delle comunicazioni e dei posters (non più di 1000 battute) dovranno essere inviati entro e non oltre il 30 settembre 2018 alla segreteria della Deputazione di Storia Patria Sezione di Reggio Emilia (deputazionereggioemilia@gmail.com), che le sottoporrà all’esame del Comitato Scientifico, cui è demandata la loro accettazione e la scelta se tradurle in comunicazioni orali o in posters.

A mezzo secolo dalla scoperta del grande abitato protostorico dell’età del Bronzo il museo dei Grandi Fiumi di Rovigo ospita la tre giorni di convegno internazionale “Frattesina cinquant’anni dopo. Il Delta del Po tra Europa e Mediterraneo nei secoli attorno al 1000 a.C.”

Era il 1967 quando i soci del Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici di Rovigo (Cpssae) scoprirono nelle campagne a sud-est dell’attuale centro di Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, l’abitato di Frattesina, villaggio protostorico sorto nel XIII secolo a.C. (Bronzo recente) che si estendeva per oltre 20 ettari (come mostra il video qui sopra del 2017 di Michele Baldo) lungo la riva destra del Po di Adria, il maggiore ramo del fiume durante l’età del Bronzo.  Frattesina conobbe la sua massima fioritura nel XII-XI sec. a.C. (Bronzo finale) seguita da una fase di decadenza fino all’inizio dell’età del Ferro (X sec. a.C.). Nel 50° anniversario della scoperta di Frattesina, al museo dei Grandi Fiumi di Rovigo dal 13 al 15 aprile 2018 il Cpssae promuove il convegno internazionale “Frattesina cinquant’anni dopo. Il Delta del Po tra Europa e Mediterraneo nei secoli attorno al 1000 a.C.”. Un convegno che è già un successo a due settimane dalla sua apertura: gli organizzatori avvisano che per le giornate del 14 e 15 aprile non si accettano ulteriori iscrizioni, per superamento degli iscritti rispetto alla capienza della sala.

Il convegno si articolerà in tre giornate e su tre diverse tematiche: venerdì 13, i musei archeologici in Polesine a quattro anni dalla riforma Franceschini; sabato 14, il territorio tra Adige e Po nella tarda età del Bronzo; domenica 15, il “fenomeno Frattesina” tra Europa e Mediterraneo. Sono previste inoltre: una tavola rotonda dedicata alle tematiche della valorizzazione, della ricerca e della tutela nell’ambito archeologico museale; la presentazione del numero LI della rivista Padusa (Nuova Serie); la presentazione del volume “Frattesina: un centro internazionale di produzione e di scambio nella Tarda Età del Bronzo del Veneto” (Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei – Memorie di Scienze Morali); visite guidate del Museo Civico dei Grandi Fiumi di Rovigo e di quello Archeologico Nazionale di Fratta Polesine. Gli atti del convegno saranno pubblicati nel prossimo numero di Padusa, rivista archeologica del Cpssae.

Sono passati cinquant’anni dalla scoperta e dai primi scavi dell’abitato protostorico di Frattesina

Ricco il programma. Prima giornata venerdì 13 aprile 2018 “Cinquant’anni dopo… Giornata di studi sulla valorizzazione del patrimonio culturale del territorio”, coordinata da Simonetta Bonomi. Dopo i saluti, apre i lavori alle 10.30, Raffaele Peretto, presidente del Cpssae di Rovigo, “La scoperta di Frattesina, il Cpssae e la nascita del museo Archeologico di Rovigo”; 10.50, Massimo Bergamin, sindaco di Rovigo, “Rovigo capitale europea della cultura 2021: la grande sfida”; 11.10, Cristiano Corazzari, assessore al Territorio, Cultura e Sicurezza della Regione del Veneto, “Musei e valorizzazione del territorio Veneto”; 11.30, Giuliano Volpe, “I musei e la riforma Franceschini”; 12, visita guidata al museo dei Grandi Fiumi di Rovigo a cura di Raffaele Peretto, già direttore del museo. Dopo la pausa pranzo, la sessione pomeridiana inizia alle 14.30, con la tavola rotonda “Musei e territorio: l’archeologia tra tutela, valorizzazione e ricerca a quattro anni dalla riforma Franceschini” presieduta da Piero Pruneti. Intervengono: Pierluigi Cellarosi, Maria Teresa De Gregorio, Alberta Facchi, Daniele Ferrara, Federica Gonzato, Fabrizio Magani, Franco Nicolis, Carlo Peretto, Cristina Regazzo, Chiara Vallini.

Ambre ritrovate a Campestrin di Grignano Polesine oggi al museo dei Grandi Fiumi (foto RovigoOggi.it)

Il tesoretto al museo archeologico di Fratta Polesine

Seconda giornata sabato 14 aprile 2018 “La bassa pianura tra Adige e Po dalla tarda età del Bronzo all’inizio dell’età del Ferro”  coordinata da Maria Bernabò Brea e Anna Maria Bietti Sestieri. Alle 9.30, Paolo Bellintani presenta il numero 51 di Padusa, rivista del Cpssae. La Nuova Serie; 9.45, Giovanna Gambacurta, Claudio Balista, Marco Bertolini, Fiorenza Bortolami, Fiorenzo Fuolega, Marco Marchesini, Silvia Marvelli, Elisabetta Rizzoli, Ursula Thun Hohenstein, Erika Valli su “L’insediamento dell’età del Bronzo medio-recente di Adria (località Amolara) avamposto orientale della polity delle Valli Grandi Veronesi?”; 10.10, Claudio Balista, Maurizio Cattani, Lisa Guerra, Elena Maini, Paolo Marcassa, Marco Marchesini, Silvia Marvelli, Luca Rinaldi, Stefania Zuffi su “L’abitato di Ca’ Spadolino di Coccanile (Copparo – FE) e il popolamento lungo i rami meridionali del delta del Po nell’età del Bronzo”; 10.35, Michele Baldo, Claudio Balista, Paolo Bellintani su “Frattesina di Fratta Polesine: estensione, infrastrutture, definizione di aree funzionali ed evoluzione paleo-idrografia del territorio. Metodologie “a basso impatto” e risultati delle indagini sul campo – anni 2014-2016”. Alle 11.20, Luciano Salzani, Paolo Bellintani, Michele Baldo, Mirka Disarò, Ursula Thun Hohenstein su “Campestrin di Grignano Polesine: le ricerche sul campo”; 11.45, Elodia Bianchin Citton su “L’abitato protostorico di Montagnana-Borgo S. Zeno: aspetti topografici e infrastrutturali”; 12.10, Armando De Guio, Claudio Balista, Andrea Betto, Laura Burigana, Luigi Magnini su “Le Valli Grandi Veronesi e il Progetto AMPBV: linee di una rotta interpretativa bottom-up “contro-corrente” in un’area nodale di formazione della complessità sociale europea”. Dopo la pausa pranzo, la sessione pomeridiana coordinata Andrea Cardarelli e Mark Pearce apre alle 14.30: Thun Hohenstein, Ivana Angelini, Paolo Bellintani su “Aspetti tecnologici e archeometrici delle ambre di Campestrin di Grignano Polesine”; 14.55, Paolo Bellintani su “Le perle d’ambra tipo Tirinto. Per una revisione della problematica”; 15.20, Mateusz Cwaliński, Janusz Czebreszuk su “Circulation of amber in the Western Balkans during the Bronze Age and its significance for tracing trans-Adriatic contacts”. Segue la sessione dei poster col coordinamento scientifico di Massimo Saracino. E alle 18.15, partenza con autobus per Fratta Polesine con visita guidata alle 19  del museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine a cura di Federica Gonzato.

Scavi archeologici recenti al sito protostorico di Frattesina Polesine

Ricostruzione del villaggio protostorico di Frattesina

Terza e ultima giornata domenica 15 aprile 2018 “Frattesina: una pagina di Storia europea” coordinata da Giovanni Leonardi e Federica Gonzato. Alle 9 si inizia con la presentazione del volume “Frattesina: un centro internazionale di produzione e di scambio nella Tarda Età del Bronzo del Veneto” a cura di Anna Maria Bietti Sestieri, Paolo Bellintani e Claudio Giardino. Interverranno: Anna Maria Bietti Sestieri, Paolo Bellintani, Claudio Giardino, Jacopo De Grossi Mazzorin; 9.45, Andrea Cardarelli, Claudio Cavazzuti, Francesco Quondam, Luciano Salzani su “Oltre il fiume, oltre la vita. Recenti sviluppi delle ricerche sulla necropoli delle Narde a Fratta Polesine”; 10.15, Paolo Bellintani, Ivana Angelini su “Frattesina e le origini del vetro europeo”. Alle 11, Michele Cupitò, Giovanni Leonardi, Elisa Dalla Longa, Claudio Balista, Laura Pau, Claudio Bovolato su “Pianura veronese e Polesine tra Bronzo recente e Primo Ferro iniziale. Dinamiche di popolamento, organizzazione del territorio e modelli di scambio”; 11.25, Marco Bettelli, Sara T. Levi su “Cinquanta sfumature di ceramica italo-micenea: Frattesina e altre nuances dal Mediterraneo centrale”; 11.50, Franco Marzatico su “Le Alpi centro-orientali. Barriera e ponte”. Dopo la pausa pranzo, la sessione pomeridiana coordinata da Armando De Guio e Claudio Giardino apre alle 14.45 con Elisabetta Borgna su “Il Caput Adriae tra Alpi e Adriatico durante la tarda età del Bronzo: apporti transalpini, relazioni pensinsulari, dinamiche di trasformazione”; 15.10, Andrea Cardarelli su “Frattesina e la tarda età del Bronzo fra Po e Tevere”; 15.55, Mark Pearce su “Frattesina: il significato storico”; 16.20, Anthony F. Harding su “The role of Frattesina in European prehistory”; 16.45, Reinhard Jung su “Frattesina fra Europa e Mediterraneo orientale”. Dopo le discussioni, chiusura dei lavori alle 18.20.

2007 – 2017: dieci anni di ricerche a Fondo Paviani nelle Grandi Valli Veronesi, uno dei più importanti insediamenti dell’Età del Bronzo in pianura Padana. A Legnago giornata di studi sul sito arginato del XV – XI sec. a.C. tra scoperte, nuove tecnologie e impegni futuri

Una veduta aerea dello scavo a Fondo Paviani vicino a Legnago, nelle Grandi Valli Veronesi

La campagna di scavo a Fondo Paviani del 2009

È uno degli insediamenti dell’Età del Bronzo più importanti di tutta la pianura Padana, collocato sul margine occidentale della paleovalle del fiume Menago: è il grande sito arginato di Fondo Paviani, vicino a Legnago (Verona).  Era l’autunno 2007 quando il sito divenne oggetto di ricerca con il progetto “Fondo Paviani“, sotto la direzione scientifica del prof. Michele Cupitò (cattedra di Protostoria Europea e Paletnologia al Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova) con il Centro Ambientale Archeologico di Legnago partner logistico e didattico-divulgativo. Il Progetto riguarda scavi e ricerche archeologiche sul sito arginato (dotato di aggere e fossato perimetrali) dell’Età del bronzo (XV-XI sec. a.C.) di Fondo Paviani, capace di raggiungere nel momento di massimo splendore,un’estensione di oltre 20 ettari, vero e proprio central place politico-territoriale nonché un fondamentale crocevia culturale  e snodo fondamentale di traffici e scambi a medio e lungo raggio tra Europa continentale e Mediterraneo Orientale.

Il sito arginato dell’Età del Bronzo scoperto a Fondo Paviani e oggetto di un progetto di ricerca dal 2007

Il prof. Michele Cupitò (università di Padova)

Sono passati dieci anni: è tempo di fare il punto. Venerdì 16 febbraio 2018, alle 16, nella sala conferenze del Centro Ambientale Archeologico di Legnago, giornata di studi, organizzata in stretta collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, “10 anni di ricerche nell’insediamento dell’Età del bronzo di Fondo Paviani. Risultati e prospettive” per condividere con studiosi e appassionati le numerose e importanti scoperte avvenute in questi anni nel grande sito arginato di Fondo Paviani, ubicato a sud di Legnago, grazie alle nuove indagini archeologiche condotte dall’Università di Padova.  Ricco il programma. Dopo l’introduzione all’incontro di Federico Bonfanti, conservatore del Centro Ambientale Archeologico, e i saluti del sindaco di Legnago, Clara Scapin; dell’assessore alla Cultura, Silvia Baraldi; e del presidente della Fondazione Fioroni, Mirella Zanon; alle 16.20, aprono i lavori Michele Cupitò e Giovanni Leonardi , università di Padova (“Progetto Fondo Paviani: 2007-2017. Anatomia di una ricerca interdisciplinare”); 16.45,  Elisa Dalla Longa, Cristiano Nicosia, David Vicenzutto e Claudio Bovolato, università di Padova; Claudio Balista, Geoarcheologi Associati sas di Padova (“L’insediamento dell’Età del bronzo di Fondo Paviani a 10 anni dalla ripresa delle ricerche. Nuove acquisizioni e problemi aperti”); 17.20, Rita Deiana, università di Padova (“Oltre lo scavo. Indagini geofisiche a Fondo Paviani: risultati e prospettive”); 17.45, Ivana Angelini, università di Padova (“Bronzo, ambra e vetro. I segreti degli artigiani di Fondo Paviani svelati dalle analisi scientifiche”); 18.10,  Marco Bettelli, istituto di studi sul Mediterraneo Antico – CNR, Roma (“Nelle terre di Eridano: Micenei, Ciprioti e Levantini in Pianura Padana orientale nella tarda Età del Bronzo”); 18.35, Linda Condotta e Antonio Persichetti, Archetipo srl, Padova (“Volare sopra Fondo Paviani con le nuove tecnologie. L’utilizzo dei droni in archeologia… e non solo”). Chiude l’incontro Federico Bonfanti.

Frammenti di ceramica micenea da Fondo Paviani (foto Università di Verona)

“Lo studio di Fondo Paviani”, ha più volte spiegato il prof. Cupitò, “rappresenta un’occasione unica per poter ricostruire la storia agraria e l’evoluzione del paesaggio delle Valli Grandi Veronesi sul lungo periodo. Le campagne di indagine svolte in questi anni hanno confermato l’importanza del sito per la comprensione dei fenomeni che, nella seconda metà del XII secolo a.C, dopo il crollo della civiltà delle terramare, portarono alla nascita, nella pianura veneta, di quel nuovo assetto socio-politico che aveva il suo polo in Frattesina, un sito crocevia di traffici che coinvolgevano i distretti metallieri delle Alpi orientali, dell’area danubiano-carpatica, fino all’Egeo ed il Vicino Oriente”. Fondo Paviani – è dimostrato dalle indagini archeologiche – fu l’unico grande villaggio arginato della Bassa Veronese che “resistette -anzi reagì- alla crisi che investì la Pianura Padana bel primi decenni del XII secolo a.C. Un “ponte” tra il mondo terramaricolo e quel nuovo assetto che, nel giro di un paio di secoli, portò alla formazione dei primi grandi centri proto urbani”. E non va dimenticato che ad oggi il 25 frammenti di ceramica figulina dipinta  di tipo Egeo miceneo recuperati a Fondo Paviani rappresentano il più cospicuo campione di ceramica micenea rinvenuta in Italia centro-settentrionale.

TourismA 2017. Alla scoperta del santuario megalitico di Pat in Valcamonica tra massi-menhir, stele istoriate, allineamenti, recinti sacri

Raffaella Poggiani Keller s TourismA 2017 introduce l'incontro sul megalitismo in Europa

Raffaella Poggiani Keller s TourismA 2017 introduce l’incontro sul megalitismo in Europa

Sulle orme dei nostri lontani antenati di 6-7mila anni fa. È stata una passeggiata alla scoperta dei santuari megalitici della Valcamonica quella che Raffaella Poggiani Keller, specialista in Preistoria, già soprintendente ai Beni archeologici della Lombardia, ha presentato a TourismA 2017, il salone internazionale dell’Archeologia, portando per mano il numeroso pubblico presente al palazzo dei congressi di Firenze alla scoperta di “Culti e cerimonie dell’età del Rame in Valcamonica”, e focalizzando l’attenzione sul santuario megalitico di Pat. “Per megaliti”, introduce l’archeologa preistorica, “si intendono le stele e i menhir che troviamo distribuiti pressoché contemporaneamente in molte regioni d’Europa, e con caratteristiche molto simili”. Particolarmente ricche le aree alpine. Famosi i siti megalitici di Sion, Aosta, Val d’Adige, Riva-Alto Garda, Valtellina e Valcamonica: queste ultime collegate tra loro attraverso il passo dell’Aprica. “Negli ultimi trent’anni”, ricorda, “sono stati catalogati una trentina si siti megalitici, 12 in Valtellina, 20 in Valcamonica, tra santuari e siti con singoli monoliti istoriati”. Tra i santuari, abbiamo quelli sugli altopiani (soprattutto in Valtellina) e quelli di fondovalle, spesso collegati ad abitati: questo si riscontra tra la fine del Neolitico (II metà del V millennio a.C.) e la romanizzazione (età del Ferro).

Un mosaico di immagini con il paesaggio in cui è stato fondato il santuario megalitico di Pat e dettagli dei circoli votivi a nord e dei tumuli a sud

Un mosaico di immagini con il paesaggio in cui è stato fondato il santuario megalitico di Pat e dettagli dei circoli votivi a nord e dei tumuli a sud

Particolarmente interessante il santuario megalitico di Ossimo-Pat, una struttura molto articolata che si estende su una superficie di 4mila mq., frequentato dalla metà del IV millennio per tutto il III millennio, con una persistenza nel I millennio a.C. quando nei pressi sorge un abitato dei camuni che dialoga ancora con il santuario. Fu un appassionato del posto, Giancarlo Zerla, che nel 1994 individuò la prima stele istoriata, scivolata a valle tra gli alberi del bosco, dando il via alle ricerche che continuano tuttora. Il santuario di Ossimo-Pat fa parte di un singolare complesso di luoghi di culto dell’età del Rame (Pat, Anvòia, Passagròp e Ceresolo- Bagnolo), posti alla distanza di circa 400 m l’uno dall’altro e in relazione visiva tra di loro, ad una altezza di 800 metri. I pianori su cui si trovano i siti furono “ritagliati” tra i boschi con incendi, all’atto dell’impianto dei santuari calcolitici.

L'archeologa preistorica Raffaella Poggiani Keller a Tourisma 2017

L’archeologa preistorica Raffaella Poggiani Keller a Tourisma 2017

“Il sito”, spiega Poggiani Keller, “inserito in un paesaggio rituale di grande suggestione presenta due distinti contesti: un santuario calcolitico (metà IV-III-inizi II millennio a.C.) nel quale si rinnovano attività di culto sul finire dell’età del Bronzo e per tutto il I millennio a.C.; un abitato dei camuni, formato da sette case a pianta rettangolare, costruito nell’avanzata età del Ferro appena a monte. Il santuario, esteso per oltre 4000 mq all’estremità orientale del terrazzo di Pat affacciato sulla Valle dell’Inferno, comprende un’area con allineamenti di monoliti, posta al centro di due aree con tumuli e recinti. Il primo ciclo di vita (fondazione, frequentazione con varie fasi d’uso e di ristrutturazione, abbandono) inizia tra tardo Neolitico ed età del Rame, verso la metà del IV millennio a.C., e si conclude con il Bronzo Antico. Per ora si è raggiunto il livello di impianto del santuario solo nell’area cerimoniale posta a Sud dell’allineamento megalitico, dove si sono evidenziati tre tumuli circolari (diametro tra 5 e 6.40 m) in pietre originariamente coperte da terra e con perimetro in sassi, in alcuni tratti su più corsi”. Si tratta di tumuli-cenotafio perché, anche se all’interno si riproduce una struttura funeraria, non hanno mai ospitato sepolture ma solo offerte votive: collane, vasi, punte di freccia. In questi tumuli, databili 3700-3500 a.C. (età del Rame), erano poste delle stele incise, capovolte ritualmente, con cosiddette “figure topografiche”, vere e proprie raffigurazioni del territorio. “È proprio in questo periodo”, sottolinea l’ex soprintendente, “che l’uomo preistorico inizia a costruire il paesaggio”. L’area dei tumuli Sud fu abbandonata con il Bronzo Antico: il focolare, acceso tra piattaforma A e B, data la conclusione del primo ciclo di frequentazione al 1890-1520 a.C. L’area torna ad essere frequentata nel corso del I millennio a.C. quando sopra i tumuli calcolitici, ormai coperti dal colluvio, furono accesi piccoli fuochi. “Ne abbiamo scavato una trentina. La scansione cronologica di questa nuova frequentazione del santuario, sul finire della tarda età del Bronzo e per l’intera età del Ferro fino al II-I secolo a.C., è basata, oltre che su frammenti ceramici significativi, seppur rari, su una serie di datazioni radiometriche, effettuate sui carboni dei numerosi focolari accesi accanto e sopra monumenti e strutture. Lo studio paleobotanico chiarisce il contenuto di alcuni fuochi rituali e la stagione di accensione: piccoli fiori o boccioli fiorali di crataegus monogyna, misti a gusci e rami di corylus avellana e di coniferae (focolare acceso in primavera); bacche e semi di Rosa canina con rami di Fagus sylvatica e corylus avellana (fcoolare acceso sul finire dell’estate). Rituali che ricordano i floralia di epoca storica”.

L'allineamento di stele e menhir del santuario megalitico di Pat

L’allineamento di stele e menhir del santuario megalitico di Pat

A Nord dei tumuli-cenotafi c’è un allineamento di stele istoriate e massi-menhir, databili all’inizio del IV millennio, che si protrae per una cinquantina di metri: finora 27 monumenti, integri e frammentari, con andamento N-S in direzione della montagna Cimon della Bagozza, con le facce principali istoriate nella parte apicale con il motivo del sole e rivolte verso oriente. Sono contenuti in fosse con un alloggiamento di pietre o poggiano su piattaforme rettangolari, anch’esse con orientamento costante Nord-Sud. “Lo scavo ha raggiunto i livelli di frequentazione dell’avanzata età del Rame, ma non ancora quelli di impianto dell’allineamento, che risulta più volte ristrutturato; la stratigrafia mostra che il santuario è il risultato di più fasi di costruzione e di distruzione, con abbattimento di alcuni monumenti e innalzamento di nuovi, e che si sviluppa almeno in tre differenti fasi. Nella fase finale di frequentazione, tra tardo Calcolitico e Bronzo Antico, alcuni monumenti risultano ormai caduti a terra e parzialmente coperti, oppure spezzati. Dopo l’abbandono, strati di colluvio seppelliscono via via lentamente i pochi massi e stele ancora ritti nel terreno, senza che si perda nel tempo la cognizione del luogo sacro”.

Una collana di perle trovata in uno dei recinti votivi del santuario megalitico di Ossimo-Pat

Una collana di perle trovata in uno dei recinti votivi del santuario megalitico di Ossimo-Pat

A Nord dell’allineamento si estende un’area priva di monoliti e occupata da una tomba a cista e da recinti circolari. “La tomba a cista”, sottolinea Poggiani Keller, “conteneva le spoglie di un individuo adulto che, dopo 3-4 secoli dalla deposizione, vengono raccolte e ammucchiate per lasciar posto ai resti di un infante, che così è in collegamento con l’antenato. I due recinti finora scavati mostrano all’interno di un doppio cerchio concentrico di pietre (alcune delle quali sono frammenti di stele riutilizzati) una struttura rettangolare con perimetro in sassi, in forma di sepoltura, ma contenente solo offerte (in una, nove cuspidi di freccia in selce, nell’altra un vaso e una collana di perle, secondo un rituale già praticato nell’area Sud)”.

Le stele e i menhir del santuario megalitico di Pat allineati nel museo nazionale della Preistoria della Valcamonica (Mupre)

Le stele e i menhir del santuario megalitico di Pat allineati nel museo nazionale della Preistoria della Valcamonica (Mupre)

Antenati o dei? “Sono riconoscibili varie fasi di incisione nel corso dell’età del Rame, ben scandita, oltre che dalle sovrapposizioni, dalla tipologia delle armi raffigurate (asce, asce-martello; pugnali tipo Remedello, tipo Ciempozuelos; alabarde tipo Villafranca). La sequenza iconografica connessa alla sequenza stratigrafica ci fa intravvedere la possibilità di definire anche una articolazione molto più dettagliata delle fasi di istoriazione dei monumenti nel corso del IV e del III millennio a.C. Le raffigurazioni presenti sulle stele e sui massi-menhir suggeriscono che si possano distinguere due tipi di composizioni monumentali: una mostra attributi più propriamente antropomorfi, maschili e femminili, organizzati in schemi araldici; la seconda, in genere costituita da imponenti massi- menhir, presenta associazioni più complesse dove le incisioni sono fittamente distribuite su tutta la superficie, con frequenti interventi di sovrapposizione a indicare successive fasi di istoriazione. La presenza di tumuli e di circoli con offerte, induce ad attribuire al sito cerimoniale anche una valenza di culto degli antenati ed a considerare, perciò, alcuni dei monumenti incisi come raffigurazioni degli antenati”.

Iran. Dopo 40 anni gli archeologi italiani tornano a Shahr-e Sokhta. Missione multidisciplinare dell’università del Salento nella Città Bruciata, il sito archeologico più esteso del Medio Oriente (oltre 150 ettari) scavata per la prima volta da Tosi (Ismeo) nel 1967

La collina di Shahr-e Sokhta, nel sud-est dell'Iran, sito dell'età del Bronzo nella valle dell'Helmand

La collina di Shahr-e Sokhta, nel sud-est dell’Iran, sito dell’età del Bronzo nella valle dell’Helmand

universita-salentoObiettivo Shahr-e Sokhta. Gli archeologi italiani tornano a fare ricerche dopo 40 anni nel sito della “Città Bruciata”, tra i più misteriosi e ricchi dell’Età del Bronzo, un insediamento urbano attribuibile alla Cultura di Jiroft, che si trova nella regione sud-orientale dell’Iran (non lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan), sul corso del fiume Helmand, lungo la strada che congiunge Zahedan a Zabol, nella regione del Sistan Balucistan. Docenti e ricercatori del dipartimento di Beni culturali dell’università del Salento, fino al 6 febbraio 2017, sono in Iran per indagini scientifiche nel sito archeologico, patrimonio dell’Umanità, e secondo per estensione dell’intero Medio Oriente. Giuseppe Ceraudo, Girolamo Fiorentino, Pierfrancesco Fabbri, Claudia Minniti, Veronica Ferrari e Paola Guacci, insieme al professor Enrico Ascalone dell’università di Copenhagen, conducono un progetto di ricerca multidisciplinare. L’accordo sottoscritto con l’Iran, nato per iniziativa di Francesca Baffi, docente di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico, autorizza l’ateneo salentino a operare e sviluppare il progetto di ricerca di concerto con le competenti autorità iraniane. La convenzione conferma le ottime relazioni tra Teheran e Roma nel settore culturale e dimostra la volontà di un loro rafforzamento da parte della Repubblica islamica.  “Dal 1977 Shahr-i Sokhta”, spiegano i responsabili della missione, “è preclusa alla attività di ricerca di soggetti non iraniani: l’università del Salento, attraverso il dipartimento di Beni culturali, è dunque la prima istituzione non iraniana a essere coinvolta in indagini scientifiche nel sito dalla nascita della Repubblica Islamica”.

Il primo scavo sistematico di Shahr-e Sokhta fu diretto da Maurizio Tosi (Ismeo) dal 1967

Il primo scavo sistematico di Shahr-e Sokhta fu diretto da Maurizio Tosi (Ismeo) dal 1967

Una visione zenitale di Shahr-e Sokhta, sito frequentato dalla fine del IV all'inizio del II millennio a.C., che si estende su oltre 150 ettari

Una visione zenitale di Shahr-e Sokhta, sito frequentato dalla fine del IV all’inizio del II millennio a.C., che si estende su oltre 150 ettari

Il sito di Shahr-e Sokhta si estende su un’area di 151 ettari e rappresenta una delle più antiche e ampie città del mondo. L’insediamento si è sviluppato intorno al 3200 a.C. La sequenza cronologica della città è stata divisa in quattro periodi e dodici fasi.  Nel corso della sua storia, ha subito almeno tre incendi, prima del completo abbandono del 1800 a.C. Portata alla luce nel 1915 dal britannico Orwell Stein, la città culla di una civiltà misteriosa e abitata tra il 3200 e il 1800 a.C., negli anni Sessanta del Novecento fu teatro del lavoro di una squadra di archeologi italiani, dell’Istituto per gli Studi Orientali e del Medioriente. Lo scavo sistematico è iniziato nel 1967 con l’archeologo ed esploratore italiano Maurizio Tosi. Gli italiani portarono alla luce oltre 200 tombe prima che il loro progetto venisse interrotto nel 1977. La popolazione viveva essenzialmente di commercio e di agricoltura. Le donne vivevano il doppio degli uomini. Lo hanno annunciato nel giugno 2009 gli archeologi iraniani: gli uomini della città morivano tra l’età di 35 e 45 anni, mentre le donne arrivavano pure agli 80 anni. Perciò la popolazione femminile era certamente superiore a quella maschile. La popolazione complessiva di Shahr-e Sokhta variava tra le 5mila e le 6mila unità. Il fatto che non siano state rinvenute armi nel sito ha suggerito la natura pacifica degli abitanti della città. Le ragioni della repentina scomparsa della città non sono ancora del tutto chiare. Nel 1997, gli esperti dell’Organizzazione iraniana per il Patrimonio Culturale (Ichto)  iraniano hanno ripreso gli scavi nell’antico sito; vennero esaminate le zone più colpite dall’incendio fatale e più tardi, nel 1999, gli scavi inclusero pure le aree residenziali. Gran parte dei settori studiati, databili tra il 2700 e il 2300 a.C., hanno riportato alla luce centinaia di oggetti ed utensili che sono stati sottoposti allo studio dei ricercatori dell’Ichto.

Il calice di argilla con la sequenza della capra, primo "cartone animato", scoperto nel 1983

Il calice di argilla con la sequenza della capra, primo “cartone animato”, scoperto nel 1983

Una sepoltura scoperta nel sito iraniano di Shahr-e Sokhta

Una sepoltura scoperta nel sito iraniano di Shahr-e Sokhta

Le scoperte più famose (in parte italiane) a Shahr-e Sokhta. Di certo la più famosa è il calice del cosiddetto “cartone animato”. Si tratta di un calice di argilla color crema, trovato nel 1983 da archeologi italiani in una tomba di 5mila anni fa, in cui ci sono cinque immagini consecutive che mostrano il movimento di una capra che si sta spostando verso un albero per mangiare le sue foglie. In pratica, facendo girare velocemente il calice e guardandolo, si può vedere quella che è stata la prima esperienza umana delle immagini animate. C’è poi la protesi all’occhio della principessa: nel dicembre 2006, gli studiosi hanno dissotterrato un bulbo oculare artificiale che apparteneva allo scheletro di una donna di 182 cm, probabilmente una principessa vissuta tra il 2900 ed il 2800 a.C.; il bulbo oculare ha una forma sferica con un diametro di poco più di 2,5 cm ed è di materiale leggero; la superficie è coperta con un sottile strato d’oro, inciso con un cerchio centrale per rappresentare la pupilla. L’occhio veniva tenuto fermo con un filo d’oro, che passava attraverso piccoli fori realizzati su entrambi i lati dell’occhio. Tra le curiosità, è stato rinvenuto il Backgammon più antico del mondo, completo con tanto di dadi e semi di cumino usati per giocare.

Archeoastronomia. Per il Solstizio d’Inverno nelle Stonehenge d’Italia la prova che i megaliti trovati in Basilicata, Cilento, Valle del Belice e Puglia sono dei “calendari astronomici” dell’età del Bronzo testimoni di riti arcaici

Magiche atmosfere al solstizio d'estate a Stonehenge, nella piana di Salisbury

Magiche atmosfere al solstizio d’estate a Stonehenge, nella piana di Salisbury

Stonehenge: basta solo pronunciare il nome del famoso sito megalitico inglese per evocare misteriosi riti legati al solstizio d’estate, quando il sole, all’alba del 21 giugno, si allinea con le grandi pietre del circolo preistorico. Ma non è l’unico luogo dove si può ritrovare un “calendario astronomico” risalente alla preistoria. Anche in Italia. Qui le “Stonehenge” si animano però per il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, quando il Sole nel suo moto apparente nelle costellazioni dello Zodiaco raggiunge la massima distanza rispetto al piano dell’equatore terrestre. Da questo periodo in poi le ore di luce cominciano ad allungare e per questo, osserva l’archeoastronomo Vito Francesco Polcaro, dell’istituto nazionale di Astrofisica (Inaf), “sin dalla preistoria è stato attribuito al solstizio d’inverno il significato sacro del trionfo della luce sulle tenebre”. Significato che, in epoca storica, ritroviamo con i romani che festeggiavano il “Sol Invictus” e, poi, con i cristiani il Natale di Cristo. In Italia, da Petre de la Mola in Basilicata ai megaliti della valle del Belice in Sicilia, i calendari in pietra risalgono quasi tutti alla tarda età del Bronzo e sono stati costruiti con la stessa  tecnica di Stonehenge in Gran Bretagna, “che consiste nell’osservare la posizione del sole nel giorno più corto o più lungo dell’anno e creare dei punti di mira”, spiega Polcaro.

Il complesso megalitico di Petre de la Mola nel parco di Gallipoli Cognato nelle Piccole Dolomiti Lucane

Il complesso megalitico di Petre de la Mola nel parco di Gallipoli Cognato nelle Piccole Dolomiti Lucane

Fra gli ultimi siti archeoastronomici scoperti c’è Petre de la Mola sulle Dolomiti Lucane che dai reperti archeologici trovati nelle vicinanze pare sia stato frequentato dalla tarda età del Bronzo fino al IV secolo a.C. “Ma per una datazione precisa dovremo aspettare gli esiti degli scavi archeologici, in programma grazie al finanziamento della Regione Basilicata, attraverso il Parco di Gallipoli Cognato”, interviene l’archeologo Emmanuele Curti, consigliere del Parco di Gallipoli Cognato. Il complesso di Petre de la Mola è un affioramento naturale di roccia calcarea che è stata modificata sovrapponendo una lastra ad una spaccatura naturale della roccia per creare una galleria che permette di osservare il sole al tramonto del solstizio d’inverno. Lo stesso giorno, e solo in quello, a mezzogiorno il Sole appare dallo stesso punto di osservazione in una piccola fenditura artificiale a sinistra della galleria, dando l’avviso del fenomeno che si verificherà al tramonto.

Al tramonto del solstizio d'inverno si può traguardare il sole attraverso la galleria del complesso megalitico di Petre de la Mula

Al tramonto del solstizio d’inverno si può traguardare il sole attraverso la galleria del complesso megalitico di Petre de la Mula

“Un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da archeologi, geofisici, geologi ed astronomi dell’università della Basilicata, della Faber Srl di Matera, dell’istituto nazionale di Astrofisica e dell’università La “Sapienza” di Roma ha iniziato lo studio del complesso megalitico chiamato “Petre de la Mola”, non lontano dalla cima del Monte Croccia, nel Parco di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane”, interviene Rocco Rivelli, presidente del parco lucano. “Sofisticati rilevamenti, effettuati attraverso l’impiego delle più avanzate tecnologie attualmente in uso anche nel campo dei Beni Culturali, hanno rivelato che il complesso presenta allineamenti diretti alla posizione del sole al mezzogiorno ed al tramonto del solstizio d’inverno ed altri che segnalano quella agli equinozi ed al solstizio d’estate. È quindi probabile che il megalite sia stato utilizzato dagli antichi abitanti del Monte Croccia come un “calendario di pietra” per segnalare date particolari dell’anno, a scopo rituale ed a fini pratici”. Secondo l’esperto il luogo potrebbe essere stato usato a scopo religioso per celebrare cerimonie che coinvolgevano più persone perché nelle vicinanze sono stati scoperti anche altri punti di osservazione: sono rocce contrassegnate da graffiti e a volte da bacini artificiali nella roccia. “L’intera area archeologica, frequentata dal neolitico al IV secolo a.C., copre una superficie di circa 6 ettari e include, oltre al megalite, un insediamento fortificato lucano (IV secolo a.C.), posto sulla cima della montagna. Questo insediamento è circondato da più cinte murarie realizzate in blocchi perfettamente squadrati; il tratto meglio preservato della cinta, variamente restaurata, ha una lunghezza di oltre 2 chilometri e la sua porta principale traguarda, attraverso il megalite, il punto dell’orizzonte ove sorge il Sole agli equinozi. L’eventuale conferma di questo dato indicherebbe la conservazione di una memoria e del valore sacro del megalite fino alla fine dell’occupazione del sito”.

Il 21 dicembre visita guidata con Giovanni Ricciardi per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno”: osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite

Il 21 dicembre visita guidata con Giovanni Ricciardi per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno”: osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite

Per il solstizio d’inverno a Petre de la Mola il Comune e la Pro loco di Oliveto Lucano (Matera) hanno organizzato una due giorni di appuntamenti il 20 e 21 dicembre 2017. Si è iniziato il 20 dicembre con il convegno “Il megalite, con valenza archeoastronomica, di Petre de La Mola ed i suoi contermini in Italia Meridionale” nel Salone del complesso architettonico di Cristo flagellato (ex Ospedale S. Rocco) a Matera. Nel pomeriggio gli ospiti hanno raggiunto Oliveto Lucano per una visita guidata nel centro storico, cui è seguito nella Chiesa Madre “Maria SS. Delle Grazie” il concerto di Arpe Viggianesi e una passeggiata tra i forni ed i portoni del centro storico con musiche natalizie e gli Zampognari di Terranova del Pollino. In serata “Gran Falò” con mercatini natalizi, “Banda Olivetese La Cima e Il Maggio” e degustazione di prodotti tipici. Mercoledì 21 dicembre in mattinata visita al Frantoio Oleario della Famiglia Sica e ai panifici locali con degustazioni della tradizione natalizia olivetese. Alle 14.30 il raduno e partenza per il monte Croccia – località “Petre de La Mola”- per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno” ovvero per osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite con visita guidata a cura di Giovanni Ricciardi. Alle 15.30 osservazione della “Ierofania” e a seguire sarà servito Te e cioccolata calda ai piedi del monte Croccia al suono di musiche della tradizione natalizia. “Proficua collaborazione stipulata dal 2009 con il Gruppo Archeologico Lucano”, commenta il presidente della pro loco “Olea”, Saveria Catena, “in particolare con il professor Leonardo Lozito che essendo vice direttore nazionale Gruppi Archeologici d’Italia, contribuisce a valorizzare il sito archeologico facendo giungere in Basilicata esperti di fama internazionale provenienti dal mondo dell’astronomia e dell’archeologia”.

Sul monte Stella nel Cilento c'è il megalite Preta ru Mulacchio

Sul monte Stella nel Cilento c’è il megalite Preta ru Mulacchio

Anche sul monte Stella nel Cilento, c’è un calendario simile. Si chiama Preta ru Mulacchio che nel dialetto cilentano, significa “Pietra del Figlio Illegittimo” perché era associato anche ai riti di fertilità. “Il complesso”, ricorda Polcaro, “è stato frequentato fino agli anni ’50: le donne passavano nella galleria perché nelle credenze popolari la roccia fecondata dal Sole diventava capace di fecondare”. La Preta è sostanzialmente costituita da tre massi che si sono separati da un singolo blocco per cause naturali: tra questi tre massi, si sono formate due “gallerie”. Tuttavia, la Preta è stata profondamente modificata dal lavoro dell’uomo: grosse pietre sono state incastrate in posizioni precise tra i tre blocchi originari, o poste a generare un piano di copertura del complesso. Inoltre, alcuni bacini sono stati scavati sulla parte superiore della Preta, visitabile grazie ad una scala di legno predisposta dall’Ente Parco. “La Petra è divenuta così un raffinato “calendario di pietra”, che indica con straordinaria precisione la data del solstizio d’inverno”, continua Polcaro. “Pur in assenza di una datazione precisa, il megalite va attribuito probabilmente alla Cultura Proto-Appenninica (inizio del II millennio a.C.)”. La Preta ru Mulacchio è raggiungibile dal parcheggio del Santuario, dove staziona il pullman, con un facile sentiero di circa 400 metri e un dislivello di circa 100 metri. Dal santuario è possibile osservare lo straordinario panorama delle coste del Cilento. Un archeo-astronomo spiega come è stato costruito, ne illustra il funzionamento come “calendario di pietra” e racconta le millenarie tradizioni popolari che, fino a pochi decenni fa, ne dimostravano l’associazione a riti di fertilità.

Nell'alta valle del Belice, in Sicilia, dietro San Cipirello, il complesso megalitico di U-Campanaro

Nell’alta valle del Belice, in Sicilia, dietro San Cipirello, il complesso megalitico di U-Campanaro

Altri megaliti di questo tipo si trovano anche in  Sicilia, nel territorio dell’Alta Valle del Belice, e più esattamente nelle campagna sulle alture che stanno dietro San Cipirello c’è il complesso di U-Campanaro. Risalgono al 1700 a.C. e sono delle grandi lastre a forma di triangolo che servono a osservare la posizione del Sole quando sorge nel giorno del solstizio di inverno e d’estate. Per riuscire a raggiungere il megalite forato di monte Arcivocalotto, bisogna inoltrarsi lungo la strada provinciale 42. Si tratterebbe di oggetti costruiti appositamente per misurare il tempo in aderenza ai cicli vegetativi della natura, che indicava le fasi delle attività agricole che venivano svolte ogni anno in determinati periodi. La funzione astronomica del calendario solare di San Cipirello è stata accertata da più studiosi, secondo i quali questo è unico megalite indica il Solstizio d’Inverno. Infine in Puglia, a Trinitapoli, ci sono buche scavate nella roccia, allineate con la direzione del Sole, nel solstizio d’inverno e d’estate.

Scoperta in Israele una statuetta in terracotta di 3800 anni fa che precorre il “Pensatore” di Rodin

Il ritrovamento a Yehud (Israele) di una statuetta in terracotta di 3800 anni fa (media Età del Bronzo)

Il ritrovamento a Yehud (Israele) di una statuetta in terracotta di 3800 anni fa (media Età del Bronzo)

È una piccola statua in terracotta di 3800 anni fa quella trovata dagli archeologi israeliani a Yehud, nel centro di Israele, in perfetto stato di conservazione, realizzata sopra un vaso di ceramica appunto della media Età del Bronzo. Ma l’eccezionalità della scoperta non è il livello di conservazione ma la sua fattura-composizione: sembra essere la perfetta antenata del “Pensatore”, opera che lo scultore Auguste Rodin scolpì nel 1902. Secondo Gilad Itach, l’archeologo che ha diretto lo scavo, la fattura dell’opera ha visto prima la preparazione del vaso, caratteristico di quell’epoca, e in una seconda fase il posizionamento della statuetta, “un unicum” finora tra quanto restituito dalle ricerche archeologiche. “Il livello di precisione e di attenzione al dettaglio nel creare questa scultura di circa 4000 anni fa è impressionante. Il collo della brocca è servito come base per formare la parte superiore della figura. Dopo questa sono stati aggiunti le braccia, le gambe e la faccia. Ma quello che colpisce, esaltato dal fatto che la faccia appoggia su una mano, è l’espressione riflessiva del viso”.

Secondo gli archeologi israeliani la statuetta in terracotta di 3800 anni fa sembra precorrere il "Pensatore" di Rodin

Secondo gli archeologi israeliani la statuetta in terracotta di 3800 anni fa sembra precorrere il “Pensatore” di Rodin