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Grandi mostre tra 2022 e 2023. Al museo Archeologico nazionale di Taranto la mostra “ATHENAION: Tarentini, Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro” di Francesco D’Andria ed Eva Degl’Innocenti. Occasione per mettere a confronto i materiali di Castro con le produzioni artistiche di Taranto

taranto_archeologico_mostra-athenaion_locandina“Athenaion” è una delle grandi mostre che il 2023 eredita dal 2022. La mostra “ATHENAION: Tarentini, Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro” è stata inaugurata il 20 dicembre 2022 al museo Archeologico nazionale di Taranto dove rimarrà aperta fino al 18 giugno 2023. A cura di Francesco D’Andria (accademico dei lincei, professore emerito dell’università del Salento e direttore degli scavi e del museo Archeologico di Castro) e Eva Degl’Innocenti (direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto), la mostra rappresenta l’occasione per mettere a confronto i materiali di Castro con le produzioni artistiche di Taranto, offrendo ai visitatori anche l’opportunità di conoscere uno dei contesti della Puglia antica in cui maggiormente si manifesta la diffusione della cultura artistica tarantina.

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Mostra “Athenaion”: ricostruzione del frontone del santuario (foto marta)

La mostra è un racconto inedito della città di Taranto perché dal punto di vista scientifico apre un contesto nuovo per la lettura della storia e del suo territorio. Le indagini archeologiche condotte a Castro (LE), nel Salento leccese, a partire dall’anno 2000, in collaborazione tra il Comune di Castro, l’università del Salento e le soprintendenze del ministero della Cultura, tra cui attualmente la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Brindisi e Lecce, hanno permesso di identificare il Santuario di Atena (Athenaion) citato da numerose fonti letterarie, in particolare da Virgilio che, nel libro III dell’Eneide, descrive il primo approdo in Italia dei Troiani in fuga da Troia, guidati da Enea. Gli studi effettuati hanno posto l’attenzione sul ruolo svolto dal luogo sacro come spazio di incontro tra genti diverse, greci, messapi, popoli dell’opposta sponda balcanica, in un punto strategico della navigazione antica, all’ingresso del mare Adriatico.

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Mostra “Athenaion”: produzione artigianale e artistica (foto marta)

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Il prof. Francesco D’Andria (foto marta)

“Da Taranto sono arrivati commercianti e militari che controllavano l’ingresso nell’Adriatico, ma sono arrivati anche degli artisti che hanno scoperto le potenzialità della pietra leccese”, spiega il prof. Francesco D’Andria. “Ispirati dalla sua duttilità, gli scultori hanno scoperto le infinite possibilità inventando il Barocco leccese. Si ispirano alla loro visione dell’arte, quando si scopre il capitello corinzio fatto di foglie d’acanto. In questo clima di scoperta della natura, gli scultori tarantini inventano a Castro un fregio di 8 metri, probabilmente molto più grande, e incominciano a decorarlo inserendo all’interno alcune figure umane e animali. Questo corrisponde a quello che era la pittura di Taranto e successivamente la ceramica del IV secolo. Esiste un rimando continuo tra gli scultori di Taranto che lavorano a Castro e coloro che hanno lasciato le loro opere a Taranto. Questa mostra è un’occasione unica anche dal punto di vista scientifico. Abbiamo riprodotto la statua di culto dell’Athena rinvenuta a Castro: è la più grande statua mai trovata in Magna Grecia ed è lo straordinario confronto dell’altra statua che abbiamo perso, la statua di Ercole, realizzata da Lisippo, che troneggiava sull’acropoli di Taranto”.

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Mostra “Athenaion”: ricostruzione del fregio a girali del santuario (foto tommaso ismaelli / cnr-ispc)

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La direttrice Eva Degl’Innocenti (foto marta)

“I reperti portati alla luce dagli scavi di Castro, in particolare le sculture prevalentemente in calcare (pietra leccese), ma anche in marmo greco”, sottolinea Eva Degl’Innocenti, “sono la statua colossale di Atena Iliaca e i rilievi a girali abitati (peopled scrolls) che delineano forti connessioni con l’arte di Taranto e sono da attribuire a un’officina di scultori della città dei due mari attivi nella seconda metà del IV sec. a.C. Tali documenti restituiscono riferimenti importanti della grande arte pubblica tarantina che, per la continuità di vita di Taranto stessa, non si è purtroppo conservata. La mostra rappresenta l’occasione per mettere a confronto i materiali di Castro con le produzioni artistiche di Taranto, offrendo ai visitatori anche l’opportunità di conoscere uno dei contesti della Puglia antica in cui maggiormente si manifesta la diffusione della cultura artistica tarantina”.

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Statua 3D della statua colossale di Atena nella hall del MArTa: rilievo di Marco Callieri, Marco Potenziani, Eliana Siotto (foto cnr-ispc)

La collaborazione con l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (ISPC) e l’Istituto di Scienze e Tecnologie dell’Informazione (ISTI) del Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) ha consentito di sviluppare ricerche specifiche sui reperti (rilievi laser 3D e indagini sulle tracce di colore presenti sulle superfici scultoree), con l’applicazione di tecnologie innovative. L’esposizione “Athenaion: Tarentini, Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro” è corredata anche di ricostruzioni in 3D: tra cui la riproduzione della metà della statua di Atena, creata dal FabLab (laboratorio di artigianato digitale e innovazione) del museo Archeologico nazionale di Taranto, che è esposta nella hall del museo, valorizzata nella sua parte inferiore da una ricostruzione in metallo realizzata dall’artista pugliese Nicola Genco.

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Una sala del MArTa che ospita la mostra “Athenanion” (foto marta)

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La soprintendente Francesca Riccio

“A Castro il lavoro continua al di là della ricerca sul campo”, ricorda Francesca Riccio, soprintendente ABAP di Brindisi e Lecce: “è allestita un’esposizione permanente dei reperti dove si stanno svolgendo importanti restauri in vista di un’esposizione. I ritrovamenti sono della Soprintendenza, ma sono conservati dal Comune. Insieme al professore D’Andria abbiamo svolto un lavoro di grande sinergia anche con l’Università, con i soggetti privati e la Banca Popolare Pugliese che ha messo a disposizione i fondi per sponsorizzare il lavoro di restauro della statua in tempi strettissimi, grazie anche all’ottimo clima di collaborazione”.

Roma. Al Tempio di Romolo nel Foro Romano apre la mostra “Il viaggio di Enea. Da Troia a Roma” per promuovere e diffondere la conoscenza del mito di Enea e dell’itinerario culturale “Rotta di Enea”, raccontato attraverso 24 opere, databili fra il VII secolo a.C. e la piena età imperiale

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Locandina della mostra “Il viaggio di Enea da Troia a Roma” al Tempio di Romolo nel Foro Romano dal 15 dicembre 2022 al 10 aprile 2023

 

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Mappa della rotta di Enea da Troia alle coste del Lazio (foto associazione Rotta di Enea)

Il mito di Enea, cantato da Virgilio nell’Eneide, ha pervaso profondamente la cultura europea. Abbandonata Troia, distrutta dagli Achei, l’eroe lascia la sua terra e intraprende un lungo viaggio verso Occidente per raggiungere una nuova patria per i Troiani superstiti e dar vita a una stirpe da cui nascerà Romolo, fondatore di Roma e suo primo re. Enea impersona i valori della tradizione romana: la lealtà, il senso di appartenenza alla collettività, il rispetto per la famiglia, per lo stato e per gli dèi. Oggi la figura dell’eroe troiano rappresenta l’emblema dell’incontro possibile fra culture diverse e della speranza nel futuro. Il 15 dicembre 2022, al Tempio di Romolo nel Foro Romano, apre la mostra “Il viaggio di Enea. Da Troia a Roma”, ideata e organizzata dal parco archeologico del Colosseo in collaborazione con l’associazione Rotta di Enea per promuovere e diffondere la conoscenza del mito di Enea e dell’itinerario culturale “Rotta di Enea” certificato dal Consiglio d’Europa nel 2021. L’esposizione, curata da Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo, Roberta Alteri, Nicoletta Cassieri, Daniele Fortuna, Sandra Gatti, sarà visitabile fino al 10 aprile 2023.

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Enea ferito: affresco dalla Casa di Sirico a Pompei, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

“Questo progetto consente di raccontare il viaggio e il mito di Enea attraverso preziosi reperti provenienti da tutta Italia, alcuni mai esposti in precedenza”, sottolinea Alfonsina Russo. “Un modo per conoscere la storia di una rotta leggendaria le cui radici affondano nella notte dei tempi e che è entrata precocemente a far parte dei miti più antichi di Roma. Una rotta che oggi può essere valorizzata e ripercorsa anche grazie all’importante riconoscimento ricevuto nel 2021 dal Consiglio d’Europa, che l’ha inclusa tra gli Itinerari culturali certificati e che ha visto il parco archeologico del Colosseo tra i primi aderenti a questo network sin dal 2019” ha dichiarato Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo”. E Giovanni Cafiero, presidente dell’associazione Rotta di Enea: “Promuovere le comuni radici europee, che si sono formate attraverso i viaggi e gli scambi che hanno avuto luogo nel Mediterraneo Antico testimoniate dai magnifici reperti esposti nella mostra, rappresenta una missione fondamentale della nostra associazione. La Raccomandazione del Parlamento Europeo alla Commissione del settembre 2022 per una nuova Agenda per il Mediterraneo citando la Rotta di Enea riconosce il valore del nostro itinerario come ponte e infrastruttura culturale. Un valore che il parco archeologico del Colosseo ha da subito abbracciato, nella comune convinzione dell’importante ruolo che la cultura può svolgere nella società e nelle relazioni internazionali”.

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Particolare della Statua di terracotta raffigurante il Palladio, dal santuario di Minerva a Lavinium (V sec. a.C.) conservato al museo civico Archeologico Lavinium (foto museo lavinium)

 

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Cratere apulo a figure rosse raffigurante Achille che trascina il cadavere di Ettore da Ruvo di Puglia (370-360 a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Nella mostra, che ha ricevuto la collaborazione istituzionale del museo e scavi archeologici di Troia, la storia di Enea è presentata attraverso 24 opere di grande interesse, databili fra il VII secolo a.C. e la piena età imperiale, prestate da 12 diverse istituzioni nazionali. Le opere sono proposte secondo percorsi tematici chiave come le immagini di Enea, di suo padre Anchise e di sua madre la dea Afrodite; le raffigurazioni della guerra di Troia; il Palladio – talismano della salvezza prima di Troia e poi di Roma – e infine lo sbarco nel Lazio e la fondazione di Lavinium, dove le scoperte archeologiche hanno dato concretezza alla leggenda dell’eroe. Tra i preziosi reperti in mostra si ricordano il monumentale cratere apulo a figure rosse proveniente dal museo Archeologico nazionale di Napoli, vero capolavoro della ceramografia antica, datato al 370-360 a.C., raffigurante lo scempio del corpo del principe troiano Ettore da parte di Achille. Dallo stesso Museo provengono anche due affreschi rinvenuti a Pompei uno dei quali rappresenta una rara raffigurazione del cavallo di Troia trascinato all’interno della città. Cuore dell’esposizione sono le statue in terracotta dal santuario di Minerva a Lavinium, significativo esempio dell’arte tardo arcaica e medio-repubblicana del Lazio, molte delle quali esposte al pubblico per la prima volta.

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Le pendici del colle Palatino (foto PArCo)

Durante il periodo della mostra, da dicembre 2022 a marzo 2023, il parco archeologico del Colosseo ospiterà una serie di conferenze incentrate sul mito di Enea e sul suo leggendario viaggio che saranno tenute da esperti della materia e docenti universitari italiani e stranieri. Sempre nello stesso arco di tempo sarà possibile partecipare a visite guidate a tema lungo il percorso che nel racconto di Virgilio compiono Enea ed Evandro, dal Foro Boario alla Porta Carmentale, all’Asylum (fra Arx e Capitolium), al Lupercale fino al bosco dell’Argileto e al Campidoglio e poi, attraverso la valle del futuro Foro Romano, fino al villaggio sul Palatino, dove si trova l’umile dimora del re, che coincide con il punto in cui sorgerà la casa di Romolo e, secoli dopo, la residenza di Augusto: un’occasione per ripercorrere la storia più remota e mitica del luogo, precedente alla futura città di Roma.

Roma. Il parco archeologico del Colosseo celebra la giornata del Mare promuovendo il progetto “La rotta di Enea”, itinerario culturale che segue il viaggio del mitico eroe da Troia al Lazio. Annunciati convegno sul Tempio di Vesta e una mostra sul Palladio. E nel 2022 convegno su “Le città di Troia, Cartagine e Roma tra mito e storia”

La copertina del libro “Enea. L’ultimo dei Troiani. Il primo dei Romani” (Salerno Editrice)
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Giornata nazionale del Mare 2021

Oggi, 11 aprile 2021, è la Giornata nazionale del Mare, istituita in Italia nel 2018. Il parco archeologico del Colosseo celebra la Giornata nazionale del Mare sull’onda grande progetto “La rotta di Enea”, promosso dall’associazione Rotta di Enea (www.aeneasroute.org ), al quale il PArCo partecipa sin dalle fasi di avvio. Il progetto coinvolge un ampio network di istituzioni internazionali presenti nel bacino del Mediterraneo, unite da un itinerario culturale che segue il viaggio del mitico eroe, fuggitivo da Troia in fiamme e poi fondatore della città di Lavinium, mentre il figlio Ascanio fonderà sui Colli Albani Alba Longa e dalla sua stirpe nascerà Romolo, fondatore di Roma e suo primo re. Di questo e molto altro ha parlato recentemente in Curia Iulia Mario Lentano (Università di Siena) a proposito del suo volume “Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani”, edito da Salerno editrice. Chi non ha avuto la possibilità di seguire l’incontro, è disponibile il podcast Dialoghi in Curia | Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani – Parco archeologico del Colosseo | Podcast on Spotify.

Ara Pacis (Roma): Enea, con il capo velato, compie un sacrificio agli dei appena giunto a Lavinium; di fronte a lui il figlio Ascanio, in alto a sinistra il tempio dei Penati portati da Troia (foto da http://www.aeneasroute.org)
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Il logo dell’associazione Rotta di Enea

“Un progetto nel nome del mito di Enea”, spiega Giovanni Cafiero, presidente dell’associazione Rotta di Enea, “è un patto tra generazioni per non abbandonare il vecchio Anchise, ma allo stesso tempo per pre-occuparsi del futuro di Ascanio, un progetto di ripresa da un lungo periodo di smarrimento, che ruota intorno a un progetto umanistico comune. Uno smarrimento che ha portato a gravi crisi economiche e ambientali preesistenti, ma apparse più evidenti alla luce dell’emergenza pandemica. La Rotta di Enea costituisce un nuovo itinerario marittimo a tema archeologico, culturale e paesaggistico, che rappresenta – attraverso il mito di Enea e il racconto virgiliano dell’Eneide – la fusione del patrimonio culturale mediterraneo di cui la Roma antica fu erede e che sistematizzò attraverso istituzioni e leggi comuni che hanno costituito il riferimento per tutta l’Europa”.

Mappa della rotta di Enea da Troia alle coste del Lazio (foto associazione Rotta di Enea)

Le tappe del viaggio di Enea. “Leggere l’Eneide – spiega l’associazione Rotta di Enea -vuol dire scoprire le radici mitiche della nostra storia nata intorno al Mediterraneo, culla di civiltà e luogo di incontro fra culture, quasi il liquido amniotico della nostra Europa. La Rotta di Enea, attraverso un itinerario fatto di secoli e di molte soste nel Mediterraneo, è un percorso fisico, attraverso le località toccate dall’eroe troiano in fuga dalla sua città in fiamme in cerca di un nuovo inizio in una terra sconosciuta. È un viaggio ideale, perché parla della storia dell’uomo, sempre pronto a viaggiare, per scelta o per necessità, e a cercare casa dove regnano pace e prosperità, portando con sé affetti e saperi. È una rotta culturale, perché racconta attraverso l’archeologia, la natura, la letteratura, una storia avvincente nella quale tutti possiamo riconoscerci. Il viaggio tocca cinque paesi diversi, ventuno località diverse, tra le quali ben cinque siti Unesco, ma anche molti altri luoghi straordinari ed affascinanti, tutti da scoprire”.

Smontaggio dei ponteggi del cantiere di restauro del Tempio di Vesta (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo intende promuovere il patrimonio archeologico e culturale dei paesi coinvolti affacciati sul Mediterraneo, organizzando (dopo la riapertura) una serie di attività ed eventi che ne raccontano storia e leggende, natura e paesaggi. “Il 9 giugno 2021”, spiegano al PArCo, “abbiamo intenzione di proporre un convegno su “Il Tempio di Vesta – Archeologia, Architettura e Restauro” in occasione della conclusione delle attività di manutenzione straordinaria condotte sul monumento tra il 2020 e l’inizio del 2021. Verranno analizzati i diversi aspetti connessi all’evidenza archeologica e i differenti approcci alla conservazione e restauro di inizio Novecento”.

La testa di Atena, il cosiddetto Palladio, conservata al museo Palatino (foto PArCo)

Tra i progetti in cantiere una mostra sul Palladio, la statua in legno (xoanon) di Pallade Atena che aveva il potere di proteggere l’intera città. Ulisse e Diomede la sottrassero ai troiani ed Enea la portò a Roma, dove fu conservata nel Tempio di Vesta nel Foro Romano per secoli. In questa occasione verrà esposto anche il famoso Palladio del museo Palatino. “Si tratta di una testa in marmo greco insulare, proveniente molto probabilmente dall’area del Colle Palatino”, spiegano gli archeologi del PArCo, “che appartiene ad una statua di Atena armata di dimensioni minori rispetto al naturale (circa 1 metro di altezza). La testa è caratterizzata da un elmo liscio che lascia in vista la capigliatura. L’occhio a mandorla, di taglio ionico con sopracciglio allungato, e le ciocche di capelli ondulate ad incorniciare la fronte datano l’originale al periodo tardo arcaico o alla prima età severa (480-450 a.C.). La raffigurazione di Atena armata, di dimensioni ridotte, prende il nome di Palladio, statuetta sacra che aveva il potere di proteggere un’intera città e che, secondo una tradizione, era stata portato a Roma da Enea ed era conservata nel tempio di Vesta nel Foro Romano”. Per il prossimo anno sono in programma altri eventi. Tra questi, una conferenza internazionale su “Le città di Troia, Cartagine e Roma tra mito e storia”, un momento di confronto e di analisi delle più recenti informazioni archeologiche.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line del libro di Mario Lentano “Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani” con i professori Maurizio Bettini e Stefano Ferrucci

Per il terzo appuntamento del ciclo “Dialoghi in Curia”, ciclo promosso dal parco archeologico del Colosseo e dedicato alla presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, giovedì 8 aprile 2021 alla Curia Iulia è la volta di “Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani” di Mario Lentano (Salerno Editrice) di Mario Lentano, docente di Letteratura latina all’università di Siena. Ne parlano Maurizio Bettini (università di Siena) e Stefano Ferrucci (università di Siena). L’incontro di giovedì 8 Aprile 2021 sarà in diretta on line alle 16.30 sulle pagine Facebook del parco archeologico del Colosseo. Seguirà la pubblicazione del podcast dell’incontro. Il calendario sempre aggiornato delle presentazioni, delle dirette di approfondimento e di tutte le attività online è sempre consultabile su https://parcocolosseo.it/parco-online/

La copertina del libro “Enea. L’ultimo dei Troiani. Il primo dei Romani” (Salerno Editrice)
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Il prof. Mario Lentano (università di Siena)

Mario Lentano, docente di Letteratura latina all’università di Siena, affronta per la prima volta questa figura centrale del nostro panorama culturale, e così attuale nel contesto del Foro Romano, in chiave biografica, raccontando la sua vita come quella di un personaggio storico, dal concepimento fino alla nascita, l’infanzia e giovinezza, l’età matura, ma soprattutto la morte e apoteosi, se tale fu. Il mito di Enea, protagonista dell’Eneide, è uno dei racconti che hanno fatto la storia della cultura europea negli ultimi duemila anni, influenzando in modo determinante l’immaginario collettivo e alimentando innumerevoli riscritture, rivisitazioni, interpretazioni iconografiche e teatrali. Fonti letterarie, testi storiografici e raffigurazioni su reperti antichi in marmo o su terracotta sono interrogati per ricostruire la parabola dell’eroe che i Romani consideravano come il proprio capostipite, il remoto antenato dei gemelli Romolo e Remo, e che per questo tramite è diventato uno dei padri dell’Occidente. Un’avvincente scrittura narrativa, il tono accattivante e l’eliminazione delle note, supplite da una generosa bibliografia finale, rendono questa vita di Enea un libro accessibile a chiunque ami il mito antico e sia curioso di conoscerne un protagonista di primo piano, lo stesso che ha incontrato, da ragazzo, sui banchi di scuola.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli mette on line ogni mercoledì “Fuoriclassico: la rassegna sulla contemporaneità ambigua dell’antico”: si parte con Luciano Canfora, che parla di Aristofane e Tucidide. Poi Massimo Cacciari, Cristina Cattaneo, Mariangela Gualtieri e tanti altri

Un’agorà virtuale per conoscere grandi Maestri della cultura contemporanea: ogni mercoledì, dal 6 maggio 2020, sulla pagina Facebook del museo Archeologico nazionale di Napoli saranno presentati alcuni incontri della rassegna “Fuoriclassico. La contemporaneità ambigua dell’antico”: Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Mariangela Gualtieri e Cristina Cattaneo saranno alcuni dei protagonisti della versione web, pensata anche per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado e dell’Università. Un appuntamento online per ritrovare gli eventi più significativi delle edizioni 2018 e 2019 della manifestazione: “Fuoriclassico incarna alla perfezione l’identità del nostro museo, raccontando il mondo degli antichi in un dialogo coinvolgente e curioso con il contemporaneo”, dichiara Paolo Giulierini, direttore del Mann, “abbiamo deciso di aprire alla fruizione online di questi contenuti, immaginandoli anche come supporto ed ulteriore stimolo per i tanti studenti impegnati nella preparazione a distanza”. La rete tra le associazioni culturali A voce alta ed Astrea, Sentimenti di giustizia e l’organizzazione dell’ufficio Museologia e Documentazione storica del Mann, hanno creato, nel corso di un triennio, un interessante dialogo tra mondi, tempi e linguaggi spesso destinati a non entrare in contatto (letteratura, filosofia, diritto, teatro, musica, storia antica, archeologia, cinema, arti visive). Un’occasione da cogliere al volo non soltanto per chi non ha potuto assistere agli incontri o per chi vuole ritrovare le riflessioni di grandi pensatori contemporanei, nel magico (e adesso virtuale) scenario del Toro Farnese del Mann.

Luciano Canfora al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Carlo Arace)

Taglio (digitale) del nastro, mercoledì 6 maggio 2020, con la video-lezione di Luciano Canfora: dalla storiografia di Tucidide alla commedia di Aristofane, un percorso imperdibile per comprendere, grazie ad una voce autorevole e colta, la perenne attualità dei classici. A seguire, la programmazione continuerà ad essere ricchissima: spazio a letteratura, teatro e filosofia, con Massimo Cacciari, che racconterà l’Eneide anche grazie all’intensa interpretazione di Anna Bonaiuto (l’evento sarà online 13 maggio 2020). La meditazione su nostos/reditus sarà affidata a Hisham Matar e Rossana Valenti, con un reading di Enzo Salomone (20 maggio 2020), mentre il dramma dei migranti sarà rappresentato nel confronto multidisciplinare tra il medico legale ed anatomopatologa Cristina Cattaneo (Direttrice del Centro LABANOF dell’università di Milano ed autrice del libro “Naufraghi senza volto”), la giornalista e scrittrice Cristina Soffici, il fotografo Antonio Biasiucci (27 maggio 2020). Giustizia ed immoralismo saranno le parole chiave dell’incontro web (3 giugno 2020) con Gennaro Carillo ed Ulderico Pomarici; sotto il segno di Ovidio, sarà condotta la lezione di Alessandro Barchiesi, con letture di Elena Bucci (10 giugno 2020). Dalla stagione 2019-2020, che aveva come filo conduttore il corpo, saranno riproposti gli incontri con la poetessa Mariangela Gualtieri, i professori Victor Stoichita e Corrado Bologna, per concludere con una meditazione sulle Antigoni nella lettura di Elena Bucci e Diana Matar. In autunno, con la riapertura delle scuole, la proposta online di Fuoriclassico si arricchirà di lezioni ed interventi inediti, ad integrazione di una didattica che, si spera, si possa finalmente svolgere di nuovo ‘in presenza’.

Dalla guerra alla caduta di Troia, con i suoi protagonisti Achille, Ulisse, Enea: a Comacchio la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” in collaborazione con il Mann. Seconda parte: il viaggio iniziato con Omero si conclude con Virgilio, che celebra Roma nuova Troia

Locandina della mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” a Comacchio fino al 27 ottobre 2019

È il 1898 quando Heinrich Schliemann, seguendo fedelmente quanto descritto da Omero nell’Iliade, scopre Troia. Nel nostro viaggio spazio-temporale affrontato visitando la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito”, aperta fino al 27 ottobre 2019 a Palazzo Bellini di Comacchio, curata da Carla Buoite e Lorenzo Zamboni, da un’idea di Paolo Giulierini, Alice Carli e Roberto Cantagalli, partendo da Omero e passando attraverso alcuni miti greci siamo arrivati alla scoperta sulla collina di Hisarlik, nell’attuale Turchia nordoccidentale, delle vestigia della mitica Troia, dando vita a una campagna di scavi che arriva fino ai nostri giorni, e non vede ancora la fine (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/11/cantami-o-diva-del-pelide-achille-lira-funesta-a-comacchio-la-mostra-troia-la-fine-della-citta-la-nascita-del-mito-in-collaborazione-con-il-m/).

Le diverse fasi della cittadella di Hisarlik: la Troia omerica è la VI finale o VII iniziale

Ma quella individuata da Schliemann non era la Troia omerica o almeno non solo. Dietro il mito di Troia c’è una città che conosce una vita lunghissima, tra l’Antica età del Bronzo e il periodo bizantino (dal 3000 a.C. alla fine del 1200 d.C. circa) scandita dagli studiosi in dieci periodi (I-X). Molte delle fasi edilizie di Troia mostrano segni di incendi, distruzioni e terremoti. Secondo diversi ipotesi, la città descritta da Omero coinciderebbe con il periodo VI finale, oppure VII iniziale (circa 1300-1200 a.C.). In questi livelli gli scavi hanno messo in luce una cittadella di circa 2 ettari, circondata da mura possenti, e una “città bassa” estesa per almeno altri 27 ettari. Se il mito riconduce la guerra di Troia al rapimento di una donna, gli attacchi militari che la città ha subito suggeriscono la sua importanza strategica nello scacchiere geopolitico del mondo antico. Troia sorgeva infatti a controllo dello stretto dei Dardanelli, punto di passaggio obbligato tra Europa e Asia, e via d’accesso al mar Nero (un ruolo che secoli più tardi sarà ereditato da Costantinopoli, l’odierna Istanbul).

Ricostruzione della fase Troia VI, la cittadella e la “città bassa”

Guerrieri achei e anatolici del XIV e XIII secolo a.C., ricostruzione ipotetica dell’abbigliamento e dell’armamento dell’epoca

Mura incrollabili. Una delle particolarità del sito di Hisarlik è che fin dalla sua nascita è dotato di una cerchia difensiva, costantemente rinnovata e rinforzata nel corso dei secoli, segno di ricchezza e potere. Nelle fasi della tarda età Bronzo, alla fine del I millennio a.C., la cortina muraria di Troia mostra alcuni dettagli tecnici notevoli, con mura composte di grandi blocchi squadrati per tutta la profondità, dotate di pendenza e contrafforti sporgenti. Le difese erano completate da torri, ingressi obliqui (le porte Scee) e rampe di accesso. Gli eroi di Omero sono stati rappresentati, nei secoli, nei modi più diversi e fantasiosi. Anche in questa mostra li vediamo spesso abbigliati, di volta in volta, come guerrieri greci del periodo arcaico e classico, o reinventati secondo canoni romantici e immaginari. In realtà possiamo ricostruire l’armamento e l’abbigliamento dei Micenei grazie agli scavi e alle raffigurazioni dell’epoca su affreschi e ceramiche dipinte. Anche i nomi dei personaggi trovano testimonianza archeologica. Dai documenti scritti dell’epoca, le tavolette in Lineare B, sappiamo infatti che esistette effettivamente un popolo chiamato A-ka-wi-ja-de (gli Achei), presso cui il potere era in mano a un re, il wanax, e ai suoi comandanti, i la-wa-ge-tas, e che adorava una divinità femminile chiamata A-ta-na Po-ti-ni-ja (Atena). I nomi con cui Omero ha immortalato i suoi eroi sono micenei: A-ki-re-u (Achille), E-koto (Ettore), Pi-ri-ja-me-ja (Priamo). Interessante però che questi nomi fossero di persone comuni, di bassa estrazione sociale, inservienti, pastori, schiavi.

Affresco di Achille e Chirone, 65-79 d.C., da Ercolano, Basilica: Chirone insegna al giovane Achille a suonare la lira (foto Giorgio Albano, Mann)

L’educazione di un eroe: Achille. “Uomo grande e generoso, nobile pedagogo, che a maggior tua gloria allevasti un intero popolo di eroi…”, scrive Goethe nel Faust (7, II, 15). I monti della Tessaglia, nella Grecia centrale, sono il regno dei Centauri, irascibili, rozze e selvagge creature per metà uomini e per metà cavalli. Al contrario dei suoi primitivi compagni, il mite Chirone, amante delle scienze mediche e umane, vive da eremita nella grotta del monte Pelio, dedicandosi all’insegnamento. Sotto la sua guida vengono formate le giovani promesse del mito greco: Eracle, Teseo, Giasone, Aiace, Enea, e persino il padre della medicina, Asclepio. Tra i suoi celebri allievi c’è anche Achille, che da Chirone impara i segreti della caccia, della guerra, della medicina, della chirurgia e dell’arte oratoria, temprato nel corpo e nell’animo. L’anomalo centauro forgiò inoltre la lancia magica che solo Peleo e poi suo figlio Achille erano in grado di brandire. La stessa lancia con cui venne prima ferito e poi curato Telefo.

Pelike apula a figure rosse, Gruppo di Ruvo, 375350 a.C. Achille affranto per la morte di Patroclo, consolato dalla madre, la dea marina Teti, che gli porta assieme alle sorelle Nereidi le nuove armi forgiate da Efesto (foto Giorgio Albano, Mann)

L’ira funesta. Nei versi dell’Iliade le passioni e le emozioni sono protagoniste assolute: ira, superbia, desiderio, gloria, vendetta, violenza, ma anche dignità, senso dell’onore, leale amicizia, cura, premura e amore muovono le azioni dei protagonisti. Il poema si apre con l’ira di Achille, funesta, rovinosa, che esplode per l’ingiustizia subita dall’arrogante sovrano Agamennone, che gli sottrae la sua amata Briseide. Non solo i suoi sentimenti vengono feriti, è la stessa immagine pubblica di Achille a subire un disonore incancellabile. Per non cedere alla violenza, Achille si chiude in un’ostinata solitudine, allietata solo dalle arti e dai banchetti. Achille è un eroe complesso, in cui alla spietata violenza in battaglia si affiancano le delicate premure che riserva ai suoi amici e compagni più cari, su tutti l’inseparabile Patroclo. La perdita dell’amico prediletto, che ne veste le armi per sfidare il campione troiano Ettore, lo getta nel baratro di un’inconsolabile disperazione. Per Patroclo Achille versa fiumi di lacrime che nemmeno la divina madre Teti può fermare. Per vendicarlo torna in battaglia più feroce e spietato che mai, infierendo sul corpo del rivale Ettore. Ma ancora una volta mostra la sua grandezza d’animo, ascoltando le toccanti parole di Priamo, piangendo insieme a lui per le reciproche perdite, e consentendo a un anziano padre di dare onorevole sepoltura al figlio amatissimo.

Cratere apulo a figure rosse, da Ruvo di Puglia, tomba 111, attribuito al pittore dell’Ilioupersis, 370-360 a.C. Achille trascina il corpo di Ettore alla presenza dell’immagine di Patroclo (foto Giorgio Albano, Mann)

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

La caduta di Troia. Ilio, nome greco della città di Troia, è caratterizzata dall’epiteto delle sue celebri mura, che vengono definite “forti”, “ben costruite”, o semplicemente “belle”. Dopo nove anni di sanguinose battaglie, e nonostante la morte di Ettore, i Greci ancora non sono riusciti a espugnare le possenti mura troiane, erette da Apollo e Poseidone, che torreggiano tra il mare e le piane dell’Asia. Sfiniti dalla guerra, i Greci, ispirati dal multiforme ingegno di Ulisse e con l’aiuto divino di Atena, erigono un cavallo simile a un monte dai fianchi d’abete intrecciati, e lo lasciano davanti alle porte della città, come dono votivo ad Atena, protettrice di Troia, prima di fingere la ritirata. In realtà, come da recenti studi dell’archeologo navale Francesco Tiboni, Omero avrebbe parlato mai parlato di un cavallo ma avrebbe fatto riferimento a una nave fenicia, l’hippos (cavallo) appunto (da qui l’interpretazione errata nei secoli successivi, quando si era persa nozione dell’imbarcazione fenicia), usata all’epoca – carica di doni preziosi – come tributo degli sconfitti lasciata davanti alla città inespugnata (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/02/19/tourisma-2018-il-cavallo-di-troia-una-clamorosa-fake-news-dellantichita-larcheologo-navale-tiboni-omero-non-ha-mai-scritto-di-un-cavallo-ilio-fu-vinta-con-lin/). Riprendiamo il racconto. Il sacerdote troiano Laocoonte subito s’avvede dell’inganno, e prova a mettere in guardia i suoi compagni, pronunciando la famosa frase immortalata nei versi dell’Eneide virgiliana: “… temo i Greci anche se recano doni”. Ma ecco emergere dalle acque tranquille del mare due serpenti dalle spire immense e dalle creste rosso sangue, che avvolgono e straziano le carni del sacerdote e dei suoi due figli col loro corpo squamoso, soffocandone le disperate grida. I Troiani, persuasi che la cruenta fine di Laocoonte sia una divina punizione per le sue empie parole, spalancano esultanti le porte della città all’inganno acheo: gravida di armati la macchina fatale sale alle mura. I festeggiamenti per la fine della guerra e la ribadita supremazia di Troia proseguono fino a notte, mentre la spiaggia è ormai deserta.

Aiace Oileo strappa Cassandra dal Palladio, davanti a Priamo, da Pompei, I sec. d.C. (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Il massacro. Tra cigolii, passi furtivi e bisbigli, nel cuore delle mura il cavallo immane vomita soldati armati che lesti aprono le porte della città ai compagni. I Troiani tentano un’ultima disperata difesa: si lotta porta a porta, fino all’ultimo uomo. Ma i Greci sciamano ormai inarrestabili, incendiando e distruggendo qualsiasi cosa incontri le loro armi: ammazzano, sgozzano, predano come fiere assetate di sangue, mentre i Troiani, impreparati e inermi, soccombono. Dovunque la città è sconvolta da grida di dolore: crescono i clamori e un fragore orrendo di armi sovrasta la notte. La Cittadella, cuore pulsante della città, cade preda di nemici pronti a ogni nefandezza ed efferato crimine. Quella di Troia è principalmente una vicenda di guerra, in cui prevalgono la violenza bruta e la prevaricazione del più forte sul più debole. E la sfida non è solo il duello eroico, due valenti guerrieri che si misurano ad armi pari gareggiando per l’onore e la gloria. Il mito, come la storia, è costellato di azioni vili e turpi, dove sono soprattutto gli anziani, le donne e i bambini a subire l’orrore e l’oltraggio. L’ultima, fatale notte di Troia è infatti un crescendo di episodi truculenti e di violenze intollerabili. Il vendicativo figlio di Achille, Neottolemo, fa strage di Troiani, arrivando a scagliare dalle mura Scee il corpo del piccolo Astianatte, figlio di Ettore. Tra gli ultimi a venire ucciso è il vecchio re, Priamo, ormai annichilito e prostrato sui gradini dell’altare, mentre tenta invano di opporsi al suo destino. Risuonano, agghiaccianti e concitate, le urla delle donne troiane: ma la morte è per loro quasi un sollievo, al confronto dell’umiliazione e della schiavitù che le aspetta quali bottino di guerra. Cassandra, che tutto ha già visto, aggrappata all’altare di Atena leva inutilmente gli occhi al cielo, mentre cade, inerme, tra le grinfie dell’empio Aiace Oileo. Come sua madre Ecuba, come le sue sorelle, come Andromaca, la sposa di Ettore, la attende un cupo futuro di prigionia presso le corti nemiche. Per Elena, oggetto di odio e rancori sia da parte dei Troiani che dei Greci, la resa significa il disprezzo del suo stesso popolo. Eppure, Menelao, marito tradito, la riporta a casa e la perdona, e nell’Odissea Ulisse la rincontrerà onorata e rispettata regina.

Terracotta da Pompei con Enea, Anchise e il piccolo Ascanio in fuga da Troia, I sec. d.C. (foto Patrizio Lamagna, Mann)

L’ultimo, fatale capitolo della nostra storia è ormai compiuto. Calcante, sacerdote e indovino dell’esercito greco, lo aveva predetto nel II libro dell’Iliade (“Nove anni a Troia durerà la guerra, il decimo la città cadrà…”), e la sua visione trova ora un tragico compimento. Distruzione e saccheggio regnano ormai sulla sacra rocca di Troia. Crollano per sempre le belle mura di Ilio, avvolte dalle fiamme. Ben pochi sono i superstiti. Tra questi Enea, principe troiano, al quale gli dei hanno affidato una missione da portare a compimento. Con l’anziano padre Anchise in spalla, il figlioletto Ascanio per mano e le ceneri degli antenati, Enea fugge, nella notte, tra i flutti del mare…

Anfora attica a figure nere, fine del VI secolo a.C., da Nola (Napoli). Enea, Anchise e il piccolo Ascanio in fuga da Troia (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Fughe e ritorni. Nonostante la vittoria, gli eroi greci vivranno dei ritorni difficili: sono i nostoi, le peripezie e i ritorni degli eroi omerici, fatti di imprevisti, di vagabondaggi, di errori che apriranno nuovi scenari, premesse di nuove storie. Il più famoso dei ritorni è quello di Ulisse, che durerà ben dieci anni, e che viene narrato nell’Odissea. Dei Troiani, Enea è uno dei pochi a sopravvivere. Lo vediamo ormai in fuga verso l’Occidente, con il padre Anchise, il figlioletto Ascanio, detto Iulo, e un manipolo di compagni. Di Enea e del suo viaggio narra Virgilio nell’Eneide, un’opera modellata sui poemi omerici, dei quali si propone come un “sequel”. Le vicende sono quelle successive alla fuga da Troia, caratterizzate da lunghe peregrinazioni e da numerose perdite. Le tappe principali sono le isole greche di Delo, Creta e le Strofadi, l’Epiro, nell’odierna Albania, la Sicilia, il regno di Cartagine sulla costa nordafricana, persino l’Averno, il mondo dei morti. Il viaggio si concluderà in Lazio, e con il matrimonio con la principessa Lavinia, figlia del re locale Latino, Enea diviene l’illustre antenato della civiltà romana.

Rilievo in marmo pentelico, originale greco della fine del V – inizi del IV secolo a.C., da Pompei, Casa V, 3, 10. Scena di sacrificio offerto da una famiglia a una divinità femminile, Afrodite o Demetra (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Sacrifici e rinascite. Il rilievo di marmo, esposto in mostra a Comacchio, è un prezioso originale greco, simbolo del lusso e del livello culturale sfoggiato in alcune case di Pompei, dove è stato rinvenuto, posato a terra contro un muro in attesa di una collocazione definitiva. La Casa V, 3,10, dotata di altri arredi originali, tra cui statue bronzee, testimonia l’uso di veri e propri pezzi d’antiquariato greco, icona di una ricchezza colta e ricercata. Nei secoli la cultura greca plasma infatti la società romana nel profondo, attraverso le tecniche, le scienze, le arti e la letteratura. La scena rappresentata è una processione sacrificale: un gruppo di devoti accompagna in sacrificio un ariete al cospetto di una divinità femminile, nettamente sovradimensionata. Si tratta forse di Afrodite, amorevole madre e protettrice di Enea, oppure, secondo un’altra interpretazione, di Demetra, dea ancestrale della rinascita e della fertilità.

Busto di Ottaviano di marmo, di età tiberiano-claudia (14-54 d.C.), da Fondi (Latina) (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Roma, una nuova Troia. Siamo alla fine del nostro viaggio che iniziato con Omero e trova il suo compimento in Virgilio: quindi da Troia a Roma. Nell’Eneide di Virgilio infatti l’eroe troiano Enea, tramite il figlio Iulo, viene celebrato come il capostipite della gens Iulia, una delle più importanti famiglie della repubblica romana, il cui esponente più illustre è Giulio Cesare. Mediante adozione, Ottaviano Augusto entra a far parte della famiglia Iulia, e sfrutta abilmente a fini propagandistici questo mito delle origini. I poeti della sua corte, tra i quali Virgilio, sono incaricati di trasporre in versi un mito inventato ad arte, quello della genealogia eroica e divina della prima dinastia imperiale. Una delle caratteristiche del nuovo Enea virgiliano, la pietas, ne fa il prototipo dell’uomo obbediente agli dèi e umile di fronte alla loro volontà, rispettoso delle tradizioni e dei vincoli familiari. Ora da celebrare non sono più gli antichi eroi omerici, ma un nuovo ordine morale, di cui Ottaviano Augusto si pone come restauratore. Si chiude il capitolo del mito, si apre quello della storia.