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“ADRIA. La scrittura nella città di frontiera”: è il tema sviluppato nell’ultima tappa del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo Archeologico nazionale di Adria

Dopo Bologna, Marzabotto e Spina, ultima tappa è Adria: “La scrittura nella città di frontiera” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo Archeologico nazionale di Adria con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I cinque approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Giovanni Adami, Elena Antoniazzi, Alfonso Di Giacomo, Alessia Di Rauso (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/Adria–tra-tradizionalismo-culturale-e-dinamismo-sociale-egv54t).

Sulla copertina dello studio “Adria. Un centro etrusco di frontiera” nell’ambito del progetto Zich, la coppa in ceramica con l’iscrizione “mi larisal uselnas” (foto unibo)

Adria tra tradizionalismo culturale e dinamismo sociale. Per quanto le origini di Adria siano tuttora poco note, sappiamo che queste non vanno cercate oltre gli inizi del VI secolo a.C. quando, secondo una delle diverse teorie in merito, venne fondata come emporio commerciale tramite un’iniziativa congiunta di Greci ed Etruschi. Da piccolo centro di frontiera si trasformò, verso la fine dello stesso secolo, in una città ricca e cosmopolita formata da edifici in legno collegati tra loro da canali ortogonali. Nei secoli seguenti, sebbene talvolta le testimonianze si riducano fortemente, queste continuano ad evidenziare il benessere economico della sua popolazione, anche quando agli inizi del IV secolo a.C. l’Italia venne invasa dai Celti provenienti da Oltralpe. E così, quasi imperturbata, Adria continuò la sua vita fino, ed anche oltre, all’inglobamento nello stato romano nel I secolo a.C. Adria, dalla sua nascita fino all’assunzione del latino come lingua principale intorno al 100 a.C., fu una città in cui si scriveva principalmente in etrusco. La documentazione epigrafica in merito, estremamente numerosa tra la fine del IV ed il II secolo a.C., si trova per la maggior parte graffita su vasi provenienti da contesti funerari. Due sono le sue caratteristiche principali: la prima, affermatasi nel corso del V secolo a.C., fu l’assunzione della norma scrittoria tipica dell’Etruria settentrionale e padana; la seconda è l’adozione nel IV secolo a.C. di uno stile scrittorio, noto come “corsivizzante”, originatosi a Chiusi nel secolo precedente. Quest’ultimo elemento è di estremo interesse dal momento che nei secoli seguenti in Etruria nacquero e si diffusero nuovi stili scrittori che tuttavia non furono recepiti ad Adria. Questo fatto è interpretabile come un conservatorismo culturale che contrasta con la dinamicità sociale della città.

Copertina dello studio “Laris Uselna. un orvietano nell’Adria tardo-arcaica” (foto unibo)
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Coppa di ceramica locale (inizio V sec. a.C.) proveniente dall’abitato antico di Adria con l’iscrizione “mi larisal uselnas” (foto archeologico Adria)

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La grafica dell’iscrizione “mi larisal uselna” (foto unibo)

Un orvietano nell’Adria tardo arcaica. Nel tardo Arcaismo un radicale cambiamento trasformò Adria in una polis ben strutturata, diventando un polo di attrazione unico nel panorama dell’Adriatico settentrionale. Secondo gli studiosi, fra i protagonisti di tale evoluzione vi furono gli Etruschi di Orvieto, come risulta evidente dalla documentazione archeologica ed epigrafica. A questo proposito, appare illuminante l’iscrizione che tradisce, nel gentilizio, cioè il nome di famiglia, e nella norma scrittoria utilizzata, l’appartenenza dell’individuo menzionato ad un contesto culturale e identitario differente da quello adriese. L’iscrizione, graffita sul piede di una coppa di ceramica etrusco-padana proveniente dall’abitato, si data ai primi decenni del V sec. a. C. Per quanto riguarda il contenuto, questa ci presenta un classico testo di possesso composto da pronome personale, onomastica flessa al genitivo e dal verbo essere sottointeso. La traduzione pertanto risulta essere “io (sono) di Laris Uselna”. Il gentilizio Uselna ha la sua origine ad Orvieto, dove compare in diverse attestazioni, ed è composto dalla radice Usel-, che potrebbe richiamare il nome del dio Usils, e dal suffisso -na, frequente nei nomi di famiglia dal momento che indica derivazione. In conclusione questo personaggio fu probabilmente parte di uno dei più consistenti gruppi esterni che giunsero ad Adria poco dopo il 500 a.C. e che le permisero di compiere la metamorfosi da piccolo porto commerciale a città.

La copertina dello studio “Uinia. Una donna celtica del 500 a.C.” (foto unibo)
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La coppa in ceramica grigia (500 a.C.) proveniente dall’abitato antico di Adria con l’iscrizione “mi uinias antes” (foto archeologico Adria)

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La grafica dell’iscrizione “mi uinias antes” (foto unibo)

Una donna celta del 500 a.C. L’iscrizione, graffita su una coppa in ceramica grigia di provenienza sconosciuta, è databile attorno al 500 a.C. Si tratta di una formula di possesso costituita dal pronome personale mi seguito da altri due elementi onomastici, di cui il primo completo al genitivo ed il secondo con una lacuna nella parte finale: “Io (sono) di Uiniaś Anteṩ”, dove il verbo è sottinteso. Per Uinia, pare verosimile l’etruschizzazione di un nome celtico femminile, come suggerisce la terminazione -ia, che, nella fattispecie, determina la funzione di nome individuale, funzionale anche in etrusco. Anche per il secondo elemento della formula, Anteṩ, nonostante la lacuna non permetta una analisi più approfondita, si propone una derivazione celtica. Al di là dell’onomastica si osserva invece come questa iscrizione venga redatta secondo la norma scrittoria, giunta dall’Etruria settentrionale, che da alcuni decenni si è imposta all’interno della città. Nel complesso quindi la proprietaria di questa coppa sembra essere di origine celtica, con tutti gli interrogativi del caso dovuti alla mancanza del contesto di rinvenimento: infatti mentre è chiaro come lei o i suoi antenati fossero stati dei casi di mobilità individuale precedenti all’invasione del IV secolo a.C., nulla possiamo dire su come si fossero inseriti all’interno della comunità urbana, se non che si adattarono a scrivere in etrusco.

La copertina dello studio “Laris Tetialus. Un etrusco della pianura padana del 300 a.C.” (foto unibo)
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La kylix verniciata di nero (300 a.C.), proveniente da una sepoltura di una delle aree cimiteriali dell’Adria antica, con l’iscrizione “lairs tetialus” (foto archeologico Adria)

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Grafica dell’iscrizione “mi laris tetialus” (foto unibo)

Un etrusco nella pianura padana nel 300 a.C. La kylix, o coppa biansata, a vernice nera qui presentata viene datata subito dopo il 300 a.C. e fa parte del corredo di una sepoltura rinvenuta all’interno di una delle aree cimiteriali relative all’abitato di Adria. Su di essa è incisa un’iscrizione che, secondo un’usanza diffusa principalmente tra VII e V secolo a.C., identifica il recipiente con il suo proprietario, forse da ritenere il defunto stesso o qualcuno che gliene fece dono. La sua traduzione letterale pertanto è “io (sono) laris tetialuś”, con il verbo sottinteso. Mentre il nome di questo personaggio, Laris, è uno dei più comuni fra gli uomini etruschi, il gentilizio, Tetialuś, risulta essere di estremo interesse per comprendere la sua origine. Infatti questo è composto da Tetie, nome presente nell’onomastica etrusca, e dalla particella -alu, caratteristica dell’area padana, mentre la sibilante finale non designa in questo caso possesso o derivazione, come ci aspetteremmo, ed è dunque priva di funzione sintattica, come nel cognome italiano Di Simone, esprimendo piuttosto il rango sociale dell’individuo. Infine l’aspetto delle lettere e la norma scrittoria sono quelle tipiche dell’Adria di periodo ellenistico. Tutti gli elementi finora elencati ci portano a concludere che questo personaggio fosse probabilmente originario della stessa Adria o al più di un altro dei centri dell’Etruria padana sfuggiti all’invasione celtica.

La copertina dello studio “Larza Mura Pili. Il vulcente del 200-150 a.C.” (foto unibo)
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Il frammento (200-150 a.C.) che proviene dalla tomba 334 dell’area funeraria di Canal Bianco con l’iscrizione “mura larza pili” (foto archeologico Adria)

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Grafica dell’iscrizione “mura larza pili” (foto unibo)

Una famiglia originaria di Vulci nella tarda Adria. L’iscrizione “Muṛạ Larza Pili” proviene dalla tomba 334 dell’area funeraria di Canal Bianco, datata tra il 200 e il 150 a.C. Il testo è esclusivamente composto dalla formula onomastica del proprietario, articolata a sua volta in nome proprio, o prenome, gentilizio e cognome. Il nome proprio, Larza, presenta il suffisso diminutivo -za che si ritrova attestato in altri nomi maschili, come Arzae Venza, provenienti sia da Adria che dalla vicina Spina. Sebbene non si escluda che in antico fosse usato con la valenza diminutiva, sembra che in questo orizzonte cronologico abbia perso questo significato. Il gentilizio, Muṛạ, risulta essere un fattore chiave che va ad arricchire il già complesso quadro sociale dell’abitato di Adria. Risulta infatti ben documentato nell’Etruria meridionale ed in particolare a Vulci. A conferma di questa osservazione risulta essere l’inversione del nome di famiglia e di quello proprio nel testo, tratto tipico delle epigrafi delle zone di Tarquinia e Vulci, alla quale è evidente che Larza si sentiva ancora legato. Significativo è infine l’uso del cognome, Pili, elemento che tra gli etruschi veniva impiegato per distinguere individui con lo stesso nome oppure rami diversi della stessa famiglia.

Copertina dello studio “Verkantu. Il guerriero celta del 250 a.C.” (foto unibo)
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Vasi a vernice nera (250 a.C.): un piatto da pesce, due coppette di produzione locale da una tomba maschile ad inumazione, tutti con la stessa iscrizione “mi verkantus” (foto archeologico Adria) e una kylix importata da Volterra

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Grafica dell’iscrizione “mi verkantus” (foto unibo)

Un guerriero celta sepolto attorno al 250 a.C. L’iscrizione in alfabeto etrusco mi verkantuś si trova graffita in maniera identica su 4 vasi a vernice nera: un piatto da pesce, due coppette di produzione locale e una kylix importata da Volterra. Il vaso, che si esprime in prima persona come dimostra il pronome personale mi, dichiara di essere proprietà di Verkantu, il cui nome è flesso al caso genitivo. Il verbo essere – come da prassi – è sottinteso. La nostra traduzione sarà quindi: “io (sono) di Verkantu”. Il nome, di sicura origine celtica, risulta essere composto dal prefisso ver-, con il significato di “sopra”, presente anche nel nome del celebre capo degli Arverni Vercingetorige sconfitto da Cesare, e da -canto-. L’assenza del gentilizio potrebbe suggerire una particolare condizione sociale di questo individuo: non si trattava probabilmente di uno schiavo, ma nemmeno di un cittadino di pieni diritti. Il contesto in cui si trovano questi oggetti iscritti è quello di una tomba maschile ad inumazione datata attorno al 250 a.C. Questa si distingue da tutte le altre centinaia rinvenute in particolare perché contiene una cuspide di lancia in ferro. Tale oggetto costituisce una deroga alla norma del rituale funerario etrusco: si tratta, infatti, dell’unico esempio finora attestato ad Adria di un’arma all’interno di una sepoltura. Da questo possiamo dedurre che Verkantu, nonostante vivesse in una città di cultura etrusca, si identificasse ancora come un guerriero al momento della sua sepoltura.

Dall’Uomo di Neanderthal a Guido d’Arezzo: a Roma per i “Venerdì del Muciv” incontro sull’origine della musica “La prima scienza delle note, tra gli Etruschi, Pitagora e i Celti”

Il flauto paleolitico scoperto a Divje Babe in Slovenia

Come nasce la musica? È davvero una scoperta casuale che si origina da percussioni e strumenti idiofoni o fin dai primordi esperisce dei tentativi di misurazione delle distanze tonali? È possibile che un flauto in osso realizzato dall’Uomo di Neanderthal in Slovenia ricostruisse già empiricamente nelle scelte delle distanze tra i fori un tentativo pur molto approssimativo di apprezzare degli intervalli tonali fissi per modulare una qualche melodia, derivata inizialmente dall’imitazione degli effetti canori? E quando nascono gli accordi e la ricerca armonica? Domande cui tenterà di dare una risposta Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà a Roma, venerdì 21 giugno 2019, nell’incontro “La prima scienza delle note, tra gli Etruschi, Pitagora e i Celti”, alle 16.30, nella sala delle conferenze del museo delle Civiltà, nell’ambito del ciclo “I Venerdì del MuCiv”.

Le tombe dipinte di Tarquinia testimoniano l’importanza della musica per gli etruschi

Partendo da questi interrogativi si potrà arrivare ad approfondire l’utilizzo delle prime arpe preistoriche diffuse fin dall’età del Rame nel Mediterraneo per analizzare il rapporto matematico tra la lunghezza delle corde e la misura degli intervalli tonali, alla definizione pitagorica del tono come unità di misura corrispondente alla distanza tra l’intervallo di quarta e l’intervallo di quinta (cioè tra fa e sol, se si parte dal do), sulla base di calcoli geometrici e matematici. Si potrà continuare verificando la diffusione dalle corti dei principi dell’Etruria Padana presso le popolazioni celtiche cisalpine e transalpine dell’arpa “celtica”. Insomma si cercherà di indagare un mondo insospettato ma molto precoce, che precede lungamente l’invenzione della notazione musicale sul tetragramma da parte di Guido d’Arezzo a Pomposa intorno all’anno 1000. Si potrà seguire così la nascita ed il primo sviluppo primordiale della musica lungo due binari paralleli, quello dell’armonia costruita su proporzioni e rapporti matematici e quello della costruzione istintiva ed artistica del “rapimento” musicale, ben accostati da Dante nel canto XIV del Paradiso: E come giga e arpa, in tempra tesa / di molte corde, fa dolce tintinno / a tal da cui la nota non è intesa, / così da’ lumi che lì m’apparinno / s’accogliea per la croce una melode /che mi rapiva, sanza intender l’inno.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: otto conferenze per conoscere meglio il popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Il ciclo è preparatorio all’apertura il 14 giugno degli scavi nell’area archeologica di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita parte del ciclo di incontri su Kainua

Otto incontri per conoscere meglio Kainua, l’odierna Marzabotto (Bo), una delle città-stato più importanti dell’Etruria padana, e importante snodo commerciale tra l’Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. Così da essere preparati alla vigilia dell’apertura dello scavo nell’area archeologica di Kainua, prevista per giovedì 14 giugno 2018. Il ciclo di conferenze “Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”, è promosso da Elisabetta Govi del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Marzabotto. Gli incontri affronteranno il tema del popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Oltre ad approfondimenti sui porti costieri con particolare riguardo a Spina, e sui culti di questo ambito territoriale, ampio spazio verrà dato alla città Kainua-Marzabotto, della quale si esporranno gli aspetti della vita quotidiana, le più recenti scoperte e il rapporto con il mondo greco. Le conferenze si terranno alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto e al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Il ciclo – come detto – si concluderà il 14 giugno con un evento legato allo scavo archeologico dell’università di Bologna nell’area sacra del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni (romana Giunone), eccezionale scoperta avvenuta negli scorsi anni.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: ciclo di conferenze a Marzabotto

Gli incontri iniziano sabato 7 aprile 2018, alle 16, alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto; Elisabetta Govi, professore di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Bologna, parla di “Kainua. La nuova città. Le ultime scoperte e la ricostruzione virtuale”. Il sabato successivo, 14 aprile 2018, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Alle 15.30, Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile dell’area archeologica di Marzabotto, interviene su “I precedenti della prima Età del ferro tra Bologna e la Valle del Reno”. Sabato 21 aprile 2018, alle 16.30, si torna alla Casa della Cultura, con Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, che offrirà un quadro articolato del sistema urbano sviluppato dagli Etruschi in questo settore strategico dell’Italia: “Le città etrusche dell’Etruria padana: storia, economia, società”. Quarto incontro, sabato 28 aprile 2018, alle 16.30, ancora alla Casa della Cultura, su “L’urbanistica di Marzabotto sullo sfondo delle esperienze greco-coloniali di Italia Meridionale e Sicilia” con Rosario Maria Anzalone,
archeologo del Polo Museale dell’Emilia-Romagna, direttore del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto.

Ricostruzione del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni a Marzabotto

Sabato 5 maggio 2018, alle 15.30, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, con Bojana Gruška, dottoranda dell’università di San Marino, su “La vita quotidiana degli Etruschi di Kainua”. Sabato 12 maggio 2018, alle 16.30, alla Casa della Cultura, è la volta di Federica Timossi, dottoranda dell’università di Ferrara, su “La città etrusca di Spina e l’Adriatico”. Per il settimo incontro, sabato 19 maggio 2018, alle 16.30, di nuovo al museo di Marzabotto, con Riccardo Vanzini, dottorando dell’università di Bologna, su “I Celti a Marzabotto e nei territori etruschi”. Il ciclo di conferenze chiude sabato 26 maggio 2018, alle 15.30, ancora alla Casa della Cultura, con Giacomo Mancuso, dottorando dell’università La Sapienza di Roma, su “I culti religiosi in Etruria padana”. Meno di due settimane di attesa, e finalmente giovedì 14 giugno 2018 alle 16, appuntamento al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto per “Scavo aperto: visita al museo e all’area archeologica con dimostrazione della realtà virtuale” accompagnati da Elisabetta Govi, Chiara Mattioli, Simone Garagnani e Andrea Gaucci, dell’università di Bologna.

“On the road”: la mostra di Reggio Emilia propone una riflessione sulla storia della via Emilia e sul suo fondatore, sul significato della strada nella contemporaneità, in un itinerario che va dalle popolazioni preromane, ai romani, all’avvento del Cristianesimo e Medioevo. Oltre 400 reperti, molti inediti, “messi in scena” con la mediazione di spezzoni di celebri film peplum e il concorso della multimedialità e della tecnologia digitale

Il tracciato della Via Emilia ancora ben visibile in centro a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

Immaginate di essere un centurione romano che marcia al fianco dei legionari agli ordini del console: loro stanno andando a consolidare la sicurezza della Gallia Cisalpina. I Boi sono stati gli ultimi a cadere nell’ultimo scorcio del III sec. a.C. A pochi decenni dalle decisive battaglie di Cremona (200 a.c.) e Mutina (194 a.C.) è ora più facile raggiungere velocemente la pianura Padana: c’è un’asse rettilineo che si incunea come una spada affilata nel cuore della Cisalpina, da Rimini a Piacenza. È la via Emilia, voluta dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. Da allora sono passati 2200 anni e noi, come gli antichi legionari, possiamo ancora percorrere fisicamente quella via consolare il cui nome e tracciato rimasti sono così peculiari da dare il nome all’intera regione, l’Emilia-Romagna. Ma possiamo scegliere anche un percorso virtuale che ci permette di conoscere i segreti della via Emilia, la sua costruzione, le sue strutture, i suoi servizi, ma anche le città sorte lungo il suo tracciato e le popolazioni che le abitavano. È quanto proposto dalla mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” aperta fino al primo luglio 2018 in una città simbolo, Reggio Emilia, che ha preso il nome dal console che tracciò la via Emilia, Marco Emilio Lepido appunto, il quale giocò un ruolo da protagonista anche nel dare forma istituzionale al Forum che da lui prese il nome, Forum o Regium Lepidi.

Lo straordinario ritratto del console Marco Emilio Lepido proveniente dal museo Archeologico nazionale di Luni (foto Carlo Vannini)

La presentazione della mostra “On the road”: da sinistra, l’architetto Italo Rota, il soprintendente Luigi Malnati, il ministro Graziano Delrio, il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, la vicepresidente dell’Emilia Romagna Ottavia Soncini, e il direttore dei civici musei Elisabetta Farioli

“On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”,  curata da Luigi Malnati, Roberto Macellari e Italo Rota, è promossa dai Musei Civici del Comune di Reggio Emilia, dal Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e Turismo (Mibact) per l’Emilia-Romagna unitamente alla stessa soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e la Fondazione Pietro Manodori, con il contributo Art Bonus di Credem e Iren, il patrocinio di Anas, sponsor CarServer. Nell’ambito del progetto di promozione della cultura e del territorio “2200 anni lungo la Via Emilia”, Reggio Emilia – con la grande mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” propone specificamente una riflessione sulla storia della via Emilia e sul suo fondatore, sul significato della strada nella contemporaneità, in un itinerario che include Età Romana, pre-Romana (Etruschi, Celti, Liguri), avvento del Cristianesimo e Medio Evo, Contemporaneità. Reggio è l’unica città emiliana che conserva nel proprio nome il ricordo del fondatore (eponimo), ma anche della strada su cui si impostava l’intero popolamento della regione che, a sua volta, da essa avrebbe preso nome. Particolare attenzione è dedicata perciò alla riscoperta della figura di Marco Emilio Lepido, il geniale costruttore che, sgominati i Celti e i Liguri, decise la costruzione di una lunghissima strada che collegava le colonie di Rimini e Piacenza, ma anche alla sua fortuna nel corso dei secoli.

Nella suggestiva immagine da satellite dell’Italia si riconosce subito il rettilineo della via Emilia

L’architetto Italo Rota curatore della mostra “On the road”

“C’è tanto di noi in questa On the road “, ha detto il sindaco Luca Vecchi all’inaugurazione, “mostra archeologica in chiave dichiaratamente contemporanea, dedicata a una strada nata come linea di confine tra la civiltà romana e altre popolazioni e divenuta ben presto sistema di connessione e integrazione fra persone, luoghi, città, merci, culture diverse. Edmondo Berselli, a millenni dalla loro fondazione, ha scritto delle città emiliane che sono tanto simili tra loro e quanto sono diverse le une dalle altre: è lo stesso effetto Via Emilia giunto intatto sino a noi, ovvero il saper convivere nelle diversità, connettendole”. E l’architetto Italo Rota, curatore dell’allestimento: “La Via Emilia è per me uno dei grandi gesti dell’umanità. Non a caso è uno dei pochi luoghi perfettamente distinti dai satelliti, e forse non a caso la sua direttrice coincide con tante rotte aeree. Le strade evolvono, possono scomparire senza lasciare traccia: non la Via Emilia, che esiste, vive nei territori che attraversa, si moltiplica senza cambiare percorso ed è nel contempo una miniera di antichi reperti. L’archeologia è materia difficile. Abbiamo pensato di proporre questo grande scenario, che rappresenta una cosa astratta quale la linea della Strada nello spazio e nel tempo, declinando accanto a essa in miniature i luoghi di vita, lavoro, viaggio, che raccontano ai visitatori un luogo antico, contemporaneo, molteplice”.

La statua 3D di Marco Emilio Lepido posta in piazza del Monte, sulla via Emilia, nel cuore di Reggio Emilia

“On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” è articolata in più sedi: quella principale è al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, alla quale si affiancano il Palazzo Spalletti Trivelli del gruppo bancario Credem e il Museo Diocesano. Ma anche non si possono dimenticare altri luoghi pertinenti, fra cui la sede del Municipio, dove è stata restaurata la scultura settecentesca di Marco Emilio Lepido, che accoglie il visitatore ai piedi dello scalone d’onore. E una riproduzione 3D del monumento dedicato al console, realizzata con stampanti digitali e in polistilene è stata collocata nel cuore di Reggio Emilia, in piazza del Monte, sulla Via Emilia e da qui indica la sede espositiva di Palazzo dei Musei. Proprio al Palazzo dei Musei, l’allestimento su tre piani, a cura dello stesso architetto Italo Rota, si pone l’ambizioso obiettivo di restituire alla sensibilità contemporanea i preziosi reperti archeologici esposti – più di 400: della città, della regione e prestati da grandi istituzioni nazionali, quali il museo nazionale Romano e il museo della Civiltà romana di Roma, il museo Archeologico di Bologna e il museo Archeologico nazionale di Luni – nella ferma convinzione che l’antico non possa non essere oggi osservato se non con occhi contemporanei. Persone, vicende storiche, società romana vengono restituite in raffinati display che ricostruiscono in piccola scala i principali ambienti di vita dell’antica strada romana valorizzando e contestualizzando i materiali archeologici originali, “messi in scena” anche tramite la mediazione di spezzoni di celebri film peplum e il concorso della multimedialità e della tecnologia digitale.

Il prezioso bicchiere da Vicarello (Bracciano) con la più antica rappresentazione figurata di una strada (su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Museo Nazionale Romano)

Per tutta l’età romana e fino alla caduta dell’impero, la strada ha costituito un elemento fondamentale di coesione e collaborazione tra le città che attraversava, veicolo indispensabile per persone, merci e idee. Le diverse popolazioni che avevano abitato la regione dalla protostoria proprio attraverso la via Emilia vennero incluse via via nel modello culturale e civile portato da Roma, che successivamente poté essere adottato anche dalle popolazioni che da tutte le parti dell’impero e da oltre il limes confluirono in Emilia. La mostra è l’occasione per presentare le novità provenienti dagli scavi degli ultimi venti anni a Reggio Emilia e nel suo territorio, ma anche per illustrare col prestito di reperti molto significativi l’itinerario della strada. Tra le opere esposte, alcune hanno lasciato per la prima volta la loro sede originaria, come il bicchiere d’argento da Vicarello (Bracciano) del museo nazionale Romano, con la più antica rappresentazione figurata di una strada; il ritratto di Marco Emilio Lepido da Luni; la stele etrusca con la raffigurazione di un carro dal recente scavo di via Saffi a Bologna; o il fregio d’armi di età romana repubblicana di Piacenza. È tempo dunque di conoscere meglio la Via Emilia. “Camminiamo, idealmente e realmente, lungo la via Emilia: quale luogo migliore per avere consapevolezza di noi stessi e per farci conoscere?”, è l’invito del sindaco di Reggio Emilia, Vecchi. E allora mettiamoci in cammino… on the road.

(1 – continua)