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Firenze. L’accademia toscana “La Colombaria” organizza “La Tarquinia degli Spurinas”, giornata di studi, in presenza e on line, in ricordo di Mario Torelli

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Il prof. Mario Torelli, etruscologo, archeologo, docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana, è morto all’età di 83 anni nel settembre 2020

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Copertina del libro “Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” “

“Scrivere una storia di famiglia per epoche diverse da quella moderna è quasi sempre un azzardo”, scriveva Mario Torelli nella premessa del suo libro Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” (L’Erma di Bretschneider, 2019). “Nelle mani di un archeologo la vicenda di una famiglia antica, così come ce la fanno conoscere iscrizioni e rare e occasionali menzioni delle fonti letterarie, solo di rado è riuscita a diventare trama storica significativa, da leggere eventualmente sullo sfondo di eventi più generali, capaci di dare un senso a comportamenti, a documenti figurati o a evidenze monumentali. La famiglia al centro di queste pagine è quella degli Spurinas-Spurinnae, una potente gens tarquiniese, forse la più potente della città nella prima metà del IV secolo a.C., emersa come tutte le altre dell’età della “rinascita” dalla “notte oligarchica” del V secolo a.C. Di costoro ci parlano alcuni eccezionali documenti epigrafici in latino, i c.d. Elogia Tarquiniensia, fatti incidere su una lastra di marmo in età giulio-claudia; abbiamo così i resti della breve biografia, redatta secondo le regole codificate degli elogia latini, di tre personaggi vissuti fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C., il capostipite Velthur Spurinna Lartis f., e il figlio e il nipote (o il figlio natu minor) di questi, Velthur Spurinna Velthuris f. e Aulus Spurinna Velthuris f. Queste brevi biografie, giunte a noi purtroppo con gravi lacune, erano destinate a fornire allo spettatore l’identità di tre statue, ovviamente perdute, erette all’inizio dell’età imperiale per celebrare gli antenati (pretesi) di una famiglia senatoria romana di fresca nomina, quella dei Vestricii Spurinnae nel luogo più augusto della città, il grandioso tempio poliadico di Tarquinia detto dell’Ara della Regina, dove si concentravano le memorie religiose più importanti della città e, per aspetti particolari come l’aruspicina, dell’intera nazione etrusca”.

firenze_la-tarquinia-degli-spurinas_giornata-di-studi_locandinaProprio in ricordo di Mario Torelli, che è mancato nel settembre 2020 (vedi Archeologia in lutto. È morto Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Stava preparando una grande mostra su Pompei e Roma | archeologiavocidalpassato), l’Accademia toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria” organizza in presenza nella propria sede, in via Sant’Egidio 23 a Firenze, e on line (Link al collegamento zoom ID riunione: 862 4690 8148), una giornata di studi dal titolo “La Tarquinia degli Spurinas”. Appuntamento venerdì 13 maggio 2022, alle 10. La giornata di studi si apre con i saluti istituzionali: Sandro Rogari (accademia “La Colombaria”), Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici), Concetta Masseria (università di Perugia), Massimo Osanna (università “Federico II” di Napoli; ministero della Cultura). Introduce i lavori Stefano Bruni (università di Ferrara). Alle 11, PRIMA SESSIONE, presieduta da Luciano Agostiniani (accademia “La Colombaria”). Intervengono: Tonio Hoelscher (università di Heidelberg) su “Pompe funebri tra Grecia, Roma e Tarquinia”; Lucio Fiorini (università di Perugia) su “Arath Spuriana, la Tomba dei Tori e Tarquinia arcaica”; Luca Cerchiai (università di Salerno) su “Le Tombe dell’Orco e gli Spurina: elogio di un paradigma”. 14.30, SECONDA SESSIONE, presieduta da Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici). Intervengono: Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Gravisca e la riscoperta degli empori (tra ‘epigrafia, culti e storia’)”; Vincenzo Bellelli (Cnr; parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia) su “Note tarquinesi”; Giovanna Bagnasco (università di Milano) su “Un volto nuovo per un’antica dea. Il Mediterraneo e Tarquinia in epoca ellenistica”; Attilio Mastrocinque e Fiammetta Soriano (università di Verona) su “Il Foro romano di Tarquinia”; Stefano Bruni (università di Ferrara) su “Quinto Spurina, exemplum virtutis dal mondo antico alle soglie dell’umanesimo”.

Segesta. Il parco archeologico sigla quattro convenzioni con atenei americani ed europei per una nuova stagione di scavi: dalla Casa del Navarca alle fortificazioni, dall’abitato arcaico alla Rocca di Entella

Rossella Giglio, al centro, con alcuni studiosi in sopralluogo al parco archeologico di Segesta (foto parco segesta)
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Prospezioni archeologiche nelle aree di competenza del parco archeologico di Segesta (foto parco segesta)

Quattro nuove convenzioni con atenei americani ed europei aprono una nuova stagione di scavi a Segesta. Rocca di Entella e Salemi. A sottoscriverle la direttrice del parco archeologico di Segesta, Rossella Giglio, nell’ambito delle collaborazioni scientifiche mirate a rafforzare le campagne di scavi su alcuni siti specifici di competenza del Parco. “Dopo avere individuato e attrezzato nuovi magazzini, laboratori e ambienti per lo studio finalmente è giunto il momento di riprendere le ricerche sul campo”, spiega la direttrice del Parco, Rossella Giglio. “Segesta offrirà ai nuovi concessionari non soltanto le aree archeologiche da indagare ma anche gli spazi e gli strumenti utili alla ricerca”. A partire da quest’anno e sino al 2026 a Segesta arriveranno ricercatori e archeologi provenienti dall’università dell’Arizona, da quella della Tuscia (guidati da Salvatore De Vincenzo) e della Freie Universität Berlin (con i docenti Monika Trümper e Chiara Blasetti Fantauzzi) che indagheranno le fortificazioni e le cinte murarie di Segesta, mediante lo sviluppo anche di nuove tecnologie quali la Digital-Archaeology.

La Casa del Navarca a Segesta (foto parco segesta)

A Segesta effettuerà ricerca e scavi anche l’università di Ginevra, diretta da Dominique Jaillard, con la professoressa Alessia Mistretta dell’Unità d’archeologia classica che svolgeranno ricerche attorno alla Casa del Navarca, un edificio abitativo di grande pregio appartenuto al navarca Eraclio, amico di Cicerone, dove il Parco ha promosso un grande progetto di valorizzazione attraverso la realizzazione di un nuovo percorso pedonale sulla sommità della collina e nuovi scavi realizzati fra marzo e luglio 2021. La Convenzione firmata con l’università di Ginevra ha la durata di 3 anni.

Interventi nell’area delle fortificazioni e della cinta muraria di Segesta (foto parco segesta)

Intanto, con l’arrivo della primavera l’università dell’Arizona invierà i propri archeologi per scavare nell’area dell’abitato arcaico di Segesta dove verranno effettuati approfondimenti sulle fasi di vita degli Elimi. La convenzione, della durata di tre anni, è stata sottoscritta da Diane Austin, direttrice della Scuola di Antropologia dell’ateneo di Tucson. Gli ultimi scavi in questo specifico ambito risalgono a metà degli anni 2000, quando la professoressa Emma Blake – che al tempo collaborava con l’università di Stanford e oggi insegna in Arizona – avviò le ricerche sul monte Polizo di Salemi nell’ambito di una campagna autorizzata dalla Soprintendenza di Trapani e condotta insieme al professor Robert Schön con il coordinamento scientifico dell’archeologa Rossella Giglio, oggi direttrice del Parco di Segesta. “Grazie a questa nuova campagna di scavi”, aggiunge la direttrice, “si interverrà con ricerche storico-archeologiche e topografiche nella parte centrale del monte Barbaro dove sono state riscontrate tracce di strutture domestiche relative alla fase arcaica”.

L’area archeologica della Rocca di Entella (foto parco segesta)

Ma si torna a scavare anche in territorio di Salemi, nell’ex Basilica paleocristiana di San Miceli. Qui le ricerche saranno condotte dall’Andrews University-Berrien Springs del Michigan (Usa) con la quale il Parco di Segesta ha firmato una convenzione di 5 anni. L’attività archeologica, coordinata da Randall Younker, consentirà di proseguire gli scavi già iniziati nel 2014 che hanno già portato in luce testimonianze archeologiche di pregio relative a un villaggio. Riconfermata, infine, grazie a Anna Magnetto, Carmine Ampolo e Maria Cecilia Parra la storica collaborazione con il Laboratorio SAET della Scuola Normale Superiore di Pisa con due nuove convenzioni: a Entella, nel territorio di Contessa Entellina, e nell’Agorà di Segesta dove, nel maggio dello scorso anno è stato individuato e riportato in luce un importante ambiente dedicato ai giovani, come si può leggere sull’epigrafe rimessa in luce nella sua posizione originaria, al centro dell’edificio.

“Oltre Roma Medio Repubblicana. Il Lazio fra i Galli e la battaglia di Zama“: presentato il libro di Cifarelli, Gatti, Palombi con gli atti del convegno internazionale del 2017 su uno dei periodi cruciali della storia di Roma. Molti i saggi e i nuovi dati

L’area archeologica di Guidonia Montecelio ha restituito nuovi dati importanti (foto Sabap-rm-met)

L’invito per la presentazione del libro “Oltre Roma Medio Repubblicana. Il Lazio fra i Galli e la battaglia di Zama“ alal Curia Julia

Il periodo medio repubblicano (IV-III sec. a.C.) rappresenta uno dei periodi cruciali nella storia di Roma e del Lazio, ma anche uno dei meno conosciuti. Dopo la prima sintesi del 1973 compiuta con la mostra Roma medio repubblicana, e rimasta praticamente isolata, due convegni internazionali (Roma medio repubblicana. Dalla conquista di Veio alla battaglia di Zama e Oltre “Roma medio repubblicana”. Il Lazio fra i Galli e la battaglia di Zama) hanno affrontato di nuovo sia il tema della crescita e dei cambiamenti della città di Roma e del suo territorio, sia quello della ricostruzione del profilo complesso e articolato del Lazio antico fra gli inizi del IV e la fine del III secolo a.C., analizzando gli elementi fondamentali che ne possono restituire il quadro di insieme. A distanza di due anni dal convegno Oltre “Roma medio repubblicana”, tenutosi alla British School at Rome, all’Odeion della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza-Università di Roma e infine nel Palazzo Patrizi Clementi, sede della Soprintendenza, sono stati pubblicati per le Edizioni Quasar gli Atti del Convegno Internazionale (giugno 2017) nel libro “Oltre Roma Medio Repubblicana. Il Lazio fra i Galli e la battaglia di Zama“, a cura di Francesco M. Cifarelli, Sandra Gatti e Domenico Palombi, che è stato presentato venerdì 8 novembre 2019 nella monumentale Curia Iulia al Foro Romano per iniziativa del parco archeologico del Colosseo diretto da Alfonsina Russo, con gli interventi di Carmine Ampolo (SNS di Pisa), Fabrizio Pesando (università di Napoli “L’Orientale”) e Francesco Sirano (direttore del parco archeologico di Ercolano).

Una recente campagna di scavo a Nemi nell’area del tempio di Diana

La copertina del libro “Oltre Roma Medio Repubblicana. Il Lazio fra i Galli e la battaglia di Zama“ a cura di Cifarelli, Gatti, Palombi

L’attività di tutela archeologica e di ricerca svolta nel tempo dalle Soprintendenze, dalle Università e dagli istituti italiani e stranieri ha notevolmente arricchito il quadro conoscitivo, al punto che oggi è possibile delineare un profilo più complesso e articolato del Latium vetus nella fase della espansione di Roma. Nel convegno sono stati affrontati gli aspetti fondamentali per la ricostruzione storica del periodo medio repubblicano, da quelli istituzionali ed economici, ai problemi linguistici, alla cultura delle città latine nelle sue più diverse manifestazioni. Sul libro sono riportati i saggi di L. Capogrossi Colognesi, “Qualche considerazione introduttiva”; J. Pelgrom, “Roman colonial historiography and the 338 BC turning point theory”; M. Chiabà, “Roma e i populi Latini dal tumultus Gallicus allo scioglimento della Lega e oltre. Aspetti politici, giuridici e istituzionali”; C. Smith, “The Latin Wars”; M.K. Termeer, “Coinage production in the Latin colonies”; G. Mandatori, “La monetazione argentea del Latium: emissioni, cronologie e circolazione. Alcuni casi di studio”; D. Nonnis, “Appunti sulla comunicazione epigrafica nel Lazio medio repubblicano: cronologia, forme e contesti d’uso”; E. Benelli, “Non solo latino. Testimonianze epigrafiche di altre lingue italiche dal Lazio medio repubblicano”; D. Palombi, “Forma e cultura della città nel Latium vetus in età medio repubblicana”; F.M. Cifarelli, “Forma e cultura della città nel Latium adiectum in età medio repubblicana”; L. Quilici, S. Quilici Gigli, “Le fortificazioni tra ristrutturazioni, adeguamenti, nuove costruzioni”; M. Gnade, “Satricum as a mid-Republican town”; Z. Mari, “Materiali e tecniche costruttive nel Latium vetus in età medio repubblicana”; V. Jolivet, “La Grande Rome de Quintus Fabius Maximus Rullianus et le Latium”; L. Ambrosini, “Elementi per la ricostruzione della fisionomia del Latium vetus durante l’età medio repubblicana attraverso l’analisi delle produzioni e del commercio”; A.M. Jaia, “Aspetti economici della fascia costiera in età medio repubblicana”; F. Demma, “Appunti sulla cultura figurativa del Lazio in età medio repubblicana: nuovi rinvenimenti e revisioni critiche”; C. di Fazio, “La cultura religiosa latina tra IV e III secolo a.C. Culti, dei, riti”; G. Ghini, “Architettura e topografia del sacro nel Latium Vetus tra il IV e il III sec. a.C.”; S. Gatti, “Rituali e spazi funerari nel Latium Vetus”. E poi vengono presentati i nuovi dati ricavati dalle ricerche archeologiche: Z. Mari, “Le necropoli medio repubblicane di Tibur”; V. Cipollari, “Guidonia Montecelio (Rm). La fase medio repubblicana della necropoli in loc. Martellona”; Z. Mari, “La necropoli in località Corcolle a Gallicano nel Lazio (Roma)”; M. Marcosignori, B. Vallori-Márquez, V. Beolchini, P. Diarte-Blasco, “New studies on the arcis moenia of Tusculum”; F. Diosono, P. Braconi, G. D’Angelo, G. Ghini, A. La Notte, “Le prime fasi edilizie del tempio di Diana a Nemi”; A.L. Fischetti, “Un insediamento rustico ai margini del suburbio di Roma”; G. Ghini, A. Palladino, “Contesti funerari medio repubblicani al confine tra Aricia e Bovillae”; F.M. Cifarelli, F. Colaiacomo, S. Kay, C. Smith, L. Ceccarelli, C. Panzieri, M. Koroniova, “Segni: contesti medio repubblicani dallo scavo del Segni Project”; L. Ceccarelli, “Un contesto votivo medio repubblicano nell’area urbana di Segni”; G. Viani, “Cora: la fase medio repubblicana delle mura urbane”; M. Cancellieri, “Privernum fra Volsci e Romani”; F. Belfiori, “Il Lazio oltre l’Appennino. Colonizzazione romana, santuari e rito in area medioadriatica”; G. Piras, “Res Romana e Latium. Tradizione letteraria e memoria storica: Ennio, Orazio e Virgilio”.

La modernità di Giacomo Boni, grande archeologo (anche se poco noto) a cavallo tra Otto e Novecento. Due giornate di studi all’Istituto veneto di Scienze lettere e arti di Venezia

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d'adozione: l'Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d’adozione: l’Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio

Due giornate di studio per recuperare la valenza e la modernità di un archeologo veneziano dii nascita e romano di adozione: Giacomo Boni. Ci ha pensato l’Istituto veneto di Scienze lettere ed arti che il 18 e 19 settembre 2015 a Palazzo Franchetti a Venezia organizza il convegno “Tra Roma e Venezia, la cultura dell’antico nell’Italia dell’Unità. Giacomo Boni e i contesti”. Giacomo Boni, (Venezia, 1859 – Roma, 1925) è stato infatti uno dei più celebri archeologi italiani, noto soprattutto per una straordinaria stagione di scavi archeologici a Roma. In precedenza era stato anche ispettore per i monumenti per l’Italia meridionale per conto del Ministero della Pubblica istruzione, e ancora prima, a Venezia, assistente disegnatore nel cantiere di Palazzo Ducale. Si era infatti formato come architetto presso l’Accademia di Belle Arti per trasferirsi poi a Roma e rientrare a Venezia solo brevemente in seguito al crollo del campanile di San Marco nel 1902. Fu anche socio precoce della Deputazione di Storia Patria per le Venezie, e attraverso quest’organo rappresentativo dello Stato centrale trovò la strada per il ministero. “Non è esagerazione affermare che Giacomo Boni è stato uno dei più grandi archeologi di sempre”, assicura Myriam Pilutti Namer dell’università Ca’ Foscari di Venezia e relatrice al convegno. “Cresciuto nella seconda metà dell’Ottocento a Venezia, crocevia di civiltà e fervente cantiere sperimentale dove si incontravano e scontravano diverse concezioni della modernità, raggiunse l’apice della sua carriera a Roma. Da funzionario ministeriale di nemmeno trent’anni divenne direttore degli scavi ai Fori imperiali, portando alla luce aree e reperti di straordinaria importanza per la civiltà romana. Tra questi vi fu anche il Lapis niger, la celebre “pietra nera” iscritta che data al VI secolo a.C., una delle più antiche testimonianze scritte in lingua latina. Il convegno si propone, per la prima volta nella storia degli studi archeologici, di indagare il contesto in cui Boni operò – tra tradizione e innovazione -, e di ricostruirne la figura, il pensiero e le attività per intero. Un convegno di storia dell’archeologia, quindi, cui partecipano studiosi affermati del settore, organizzato all’insegna di quel legame che era per Boni imprescindibile tra impegno civile, divulgazione scientifica e attività sul campo, con annesse sperimentazioni tecniche. Ed è in questo intreccio peculiare, frutto di un percorso tutt’altro che “anomalo” e invece felicemente compiuto in un contesto complesso ma fertile e ricco di opportunità, che si spiegano l’uomo e il professionista, il Maestro e il modello. Furono, queste, tutte declinazioni che contribuirono alla creazione di un vero e proprio, intramontabile, mito”.

L'archeologo Giacomo Boni dal Palatino mostra il Foro romano alle autorità

L’archeologo Giacomo Boni dal Palatino mostra il Foro romano alle autorità

La parabola della sua carriera, le vicende personali, le importanti conseguenze scientifiche del suo operato, la tradizione storiografica di oblio e restaurazione della sua memoria rendono Boni figura meritoria di un’analisi che per la prima volta nelle giornate di studio di Venezia si propone di comprenderne l’attività e il pensiero per intero, collocandoli nello spaccato culturale e politico più ampio dell’Italia unita, dove si discuteva con vis polemica sulle caratteristiche e sulle modalità della conservazione di antichità e monumenti, oggi “beni culturali”; tema sul quale il pensiero e l’opera di Boni sono tuttora degni di attenzione e considerazione.

L'archeologo Giacomo Boni

L’archeologo Giacomo Boni

Intenso il programma della due giorni. Venerdì 18 settembre 2015, alle 9.30, saluti e introduzione ai lavori di Albert Ammerman (Colgate University). Apre gli interventi, moderati da Gherardo Ortalli (Ca’ Foscari di Venezia), Roberto Balzani (Università di Bologna) su “Vis polemica. Le tradizioni preunitarie nella rappresentazione del patrimonio fra ‘800 e ‘900”; seguono: Bruno Zanardi (Università di Urbino) su “La cultura della conservazione nell’Italia post-unitaria”; Myriam Pilutti Namer (Ca’ Foscari) su “Giacomo Boni: costruzione del mito e storia”; Carlo Franco (Ca’ Foscari) su “La Venezia di Giacomo Boni: temi locali e prospettive nazionali”. I lavori riprendono alle 15 con Albert Ammerman moderatore. Apre Sandro G. Franchini (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “Giacomo Boni e l’impegno per la salvaguardia di Venezia”; seguono: Irene Favaretto (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “L’impresa di Ferdinando Ongania per San Marco e il contributo di Giacomo Boni”; Ettore Vio (Procuratoria di San Marco) su “Il contributo di Giacomo Boni sui resti del Campanile crollato”.

Giacomo Boni in sopralluogo alle macerie del campanile di san Marco

Giacomo Boni in sopralluogo alle macerie del campanile di san Marco

“La grande passione per l’antico”, anticipa Vio, “spinse Giacomo Boni veneziano, già avviato ad una strepitosa carriera di archeologo di valore internazionale, nel 1903, a studiare i resti della fondazione dell’antica torre della sua città. Le cronache tramandano che alla morte del doge Pietro Tribuno nel 912 d.C., le fondazione del futuro campanile di san Marco erano ultimate. La prima chiesa di san Marco voluta dal doge Giustiniano Particiaco che fece utilizzare per la sua erezione le pietre non usate per sant’Ilario, aveva poco più di ottant’anni. Per tutte le opere edili importanti si recuperavano i resti di Altino distrutta e le spolia di edifici tardo antichi, crollati nel susseguirsi delle invasioni barbariche che sconvolsero il nord est nei secoli dal V al VII. Boni, sicuro della eredità romana dell’area lagunare, ricerca nelle fondazioni del campanile testimonianze che ne attestino la presenza. Oggi nel lapidario della basilica di san Marco esistono pochi significativi documenti lapidei e laterizi di allora. Nel riordino della loggetta del Sansovino è augurabile che si possano esporre Questi reperti assieme ad altri documenti, come modelli della ricostruzione del Campanile e copie (del 1903) delle statue del Sansovino che ornano la Loggetta. Un coinvolgente apparato fotografico del crollo della torre meglio illustrerà le vicende di quell’evento”.

 

Veduta della basilica Emilia durante gli scavi di Giacomo Boni

Veduta della basilica Emilia durante gli scavi di Giacomo Boni

Sabato 19 settembre 2015, si iniziano i lavori alle 9.30. Modera Irene Favaretto. Inizia Daniele Manacorda (Università di Roma Tre) su “Boni e il metodo della ricerca archeologica un secolo dopo”. “La figura di Giacomo Boni”, sintetizza Manacorda, “resta nella storia dell’archeologia italiana in una posizione di primi piano e di primato per le sue descrizioni del metodo di scavo, le sue splendide documentazioni grafiche, la sua attenzione a diversi periodi storici, non escluso il Medioevo. Queste caratteristiche del suo lavoro aiutano a comprendere come mai l’archeologia italiana abbia trovato in lui un punto di riferimento fondamentale nel momento in cui avviava quella rivoluzione stratigrafica che oggi possiamo considerare acquisita, almeno mentalmente, nella immagine professionale dell’archeologo. Nel frattempo, la grande quantità di studi che ha investito la storia dell’archeologia italiana e la figura di Boni in particolare, ne hanno ridimensionato alcuni aspetti e messo meglio a fuoco la sua partecipazione al clima culturale complessivo dell’inizio del XX secolo, con le sue ombre e le sue luci. Una generazione dopo la riscoperta di Boni, la sua figura liberata di alcuni stereotipi non perde nulla della sua centralità e la sua lezione a tutto campo resta valida, nel momento in cui si prende maggiore coscienza della importanza di un approccio multidisciplinare ai contesti storico-archeologici, che Boni nella sua dimensione di architetto prestato all’archeologia, di lettore dei testi classici aperto alle scienze naturali, di tecnico d’avanguardia attratto dal fascino della valorizzazione dei ruderi coltivò con risultati che ancora oggi invitano alla riflessione ed alla ammirazione”. A Manacorda seguono Patrizia Fortini (Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma) su “Gli scavi al Comitium-Lapis Niger. Documentazione storica a confronto con i dati delle nuove indagini”; Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Il Comitium e  il lapis niger : modalità dello scavo e discussioni dell’epoca”; Albert Ammerman (Colgate University) su “Boni’s Work and Ideas on the Origins of the Forum in Rome”. Dopo la pausa pranzo, si riprende alle 14.30 con Carmine Ampolo moderatore. Primi a intervenire sono Federico Guidobaldi (Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana) e Andrea Paribeni (Università di Urbino) su “L’archivio Boni-Tea dell’Istituto Lombardo: dalla scoperta all’edizione”; seguono Christopher Smith (British School at Rome) su “Boni and British scholarship”. Quindi la tavola rotonda conclusiva coordinata da Carmine Ampolo.