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Roma. All’Accademia nazionale dei Lincei incontro, in presenza e on line, con Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, su “Il relitto alto-arcaico del Canale di Otranto nel quadro dei traffici mediterranei”

Un vaso recuperato dal carico del relitto di Otranto a 780 metri di profondità, e ora in restauro nel Laboratorio della soprintendenza nazionale del Patrimonio naturale subacqueo (foto MIC)

roma_accademia-nazionale-dei-lincei_logoLa soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo ha avviato nel 2021 l’analisi, lo studio e il restauro di parte del carico di un relitto individuato nel 2018-2019 alla profondità di 780 metri, e a 22 miglia dalla costa nel Canale di Otranto, durante le operazioni di archeologia preventiva, preliminari alla realizzazione del gasdotto del TAP (Trans Adriatic Pipeline) (vedi Relitto del Canale di Otranto a 780 metri di profondità: i primi reperti studiati confermano che è un ritrovamento unico, che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia. Franceschini: più fondi all’archeologia subacquea e si recuperi tutto il carico naufragato | archeologiavocidalpassato). Giovedì 10 marzo 2022, alle 15, l’Accademia nazionale dei Lincei, nella sede di via Longara a Roma, dedica un approfondimento a “Il relitto alto-arcaico del Canale di Otranto nel quadro dei traffici mediterranei”, in presenza (prenotazione obbligatoria, è necessario inscriversi: MODULO ISCRIZIONE) e in streaming (sul canale dei Lincei: https://www.lincei.it/it/live-streaming). Dopo i saluti del linceo Roberto Antonelli, presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, Barbara Davidde soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo parlerà della scoperta del relitto e del patrimonio archeologico subacqueo. A seguire, introdotti e coordinati dal linceo Eugenio La Rocca dell’università La Sapienza di Roma, interverranno i lincei Francesco D’Andria (università del Salento) su “Documenti del commercio arcaico sulle due sponde del Canale di Otranto”, e Michel Gras (Centre National de la Recherche Scientifique – CNRS) su “I relitti di età arcaica tra archeologia e storia”.

Una fase della pulizia di un vaso recuperato dal Relitto alto-arcaico del Canale di Otranto (foto patrimonio subacqueo)

Il relitto di Otranto. L’area del naufragio è caratterizzata dalla presenza di circa 240 manufatti ceramici di provenienza corinzia, cronologicamente riferibili all’età alto-arcaica. Lo studio di una parte di questi materiali (tre anfore corinzie di tipo A, 4 hydriai, tre oinochoai trilobate, una brocca di impasto grossolano, forma comune a Corinto e un pithos frammentario che conservava al suo interno circa 36 skyphoi perfettamente impilati) e dei resti organici (numerosi noccioli di olive sono stati individuati nelle anfore corinzie di tipo A) sta offrendo interessanti dati che contribuiranno a migliorare, e probabilmente a ridisegnare, le conoscenze sui traffici marittimi in Adriatico nei primi decenni del VII sec. a.C. L’intervento, che ha richiesto l’impiego di tecnologie solitamente utilizzate nell’ambito dei lavori della pratica subacquea industriale del comparto “oil & gas”, illustrerà le tecnologie utilizzate per la documentazione del sito archeologico e per il recupero di una piccola porzione del carico, e presenterà i risultati preliminari dello studio e delle analisi dei reperti recuperati, ora in corso di restauro nel Laboratorio della soprintendenza nazionale. Vista l’importanza del rinvenimento, la stessa soprintendenza ha progettato il recupero dell’intero carico e sta valutando le possibilità di finanziamento.

Taranto. Al museo Archeologico nazionale si celebrano la Giornata mondiale dell’Alimentazione e la prima Giornata del Mediterraneo con un convegno in presenza e on line in streaming

Il 40% della popolazione mondiale non è in grado di garantirsi una dieta sana. Nel contempo, sono circa 2 miliardi gli individui obesi o sovrappeso. Il 14% degli alimenti viene buttato via a causa di difetti di produzione e il 17% è sprecato dal consumatore finale. È quanto ha ricordato la FAO in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione 2021, lo scorso 16 ottobre. Quest’anno il CIHEAM (Mediterranean Agronomic Institute) di Bari e il museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA organizzano l’evento dedicato alle celebrazioni della Giornata mondiale dell’Alimentazione e alla prima Giornata del Mediterraneo nella sede del museo, lunedì 29 novembre 2021, alle 10, in presenza e on line. Per partecipare in diretta Zoom all’evento è necessario registrarsi al link: https://events.iamb.it/p/event/gmed. Al convegno, organizzato in stretta collaborazione con Regione Puglia, fondazione “L’Isola che non c’è” e con la partecipazione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo, si parlerà di agricoltura, alimentazione e benessere, di patrimonio storico e archeologico. A dare il benvenuto agli ospiti saranno Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia; Maurizio Raeli, direttore del CIHEAM Bari; Mauro Massoni, capo ufficio II – Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del MAECI; Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTa; Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo; Franco Giuliano, presidente della fondazione “L’Isola che non c’è”. Interverranno, tra gli altri, Felice Ungaro, direttore della struttura di coordinamento Health Marketplace della Regione Puglia; Gianluigi Cardone e Roberta Callieris del CIHEAM Bari. L’iniziativa del Museo virtuale del Mediterraneo, un viaggio alla scoperta delle antiche civiltà agricole del Mediterraneo, sarà illustrata da Girolamo Fiorentino, archeobotanico del dipartimento di Beni Culturali dell’università del Salento. All’evento parteciperanno anche le delegazioni di Albania, Egitto, Libano, Montenegro e Tunisia. Le conclusioni saranno affidate a Teodoro Miano, delegato italiano e vicepresidente del consiglio di amministrazione del CIHEAM, e a Luigi De Luca, responsabile dei Poli Biblio-Museali di Puglia. Modererà Lino Patruno, giornalista e scrittore. Durante il meeting, inoltre, sarà presentato il Progetto Ci.Bu.S.- Cibo buono per tutti: uno “start” per l’Human Pole Puglia.

Turismo Archeologico Subacqueo, parte dalla XXIII Borsa Mediterranea del Turismo archeologico la proposta al Consiglio d’Europa per l’Itinerario Culturale Europeo nel ventesimo della Convenzione Unesco del Patrimonio subacqueo. Illustrati i quattro siti italiani di archeologia subacquea. Consegnato il premio Tusa. Al Mann aprirà una sezione sul Mediterraneo

Rilievi subacquei del porto sui fondali di Lipari (foto salvo emma)

paestum_XXIII_BMTA_2021Il Turismo Archeologico Subacqueo al centro del dibattito della XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum (25-28 novembre 2021) con la Prima Conferenza Mediterranea, introdotta dal direttore della BMTA Ugo Picarelli, che si è soffermato sull’idea di approfondire, nel corso della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, anche il tema dei reperti archeologici sepolti in fondo al mare e renderlo centrale con un progetto che ha mosso i primi passi nella collaborazione col compianto archeologo e primo soprintendente del Mare della Regione Siciliana Sebastiano Tusa. Dopo il saluto di Gianfranco Gazzetti, direttore nazionale dei Gruppi Archeologici d’Italia, ha coordinato la conferenza l’archeologo Luigi Fozzati.

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Mounir Bouchenaki, presidente onorario della Borsa mediterranea del Turismo archeologico

Il presidente onorario della BMTA Mounir Bouchenaki ha presentato un excursus sulle diverse convenzioni dell’Unesco, per arrivare a quella del 2001 sul Patrimonio Subacqueo, molto contrastata dai grandi Paesi marittimi e dai ministeri della Difesa. Obiettivo della Conferenza è quello di presentare al Consiglio d’Europa la candidatura per un nuovo Itinerario Culturale Europeo “Mediterranean Underwater Cultural Heritage”, proprio in occasione del ventesimo anniversario della Convenzione Unesco sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo. La proposta mette in rete i siti archeologici subacquei di Baia Sommersa nei Campi Flegrei e Parco Sommerso di Gaiola (Campania); Isole Egadi, Pantelleria, Plemmirio e Ustica (Sicilia); Egnazia, Isole Tremiti, San Pietro in Bevagna (Puglia); Capo Rizzuto (Calabria); Pavlopetri e Peristera (Grecia); Alessandria d’Egitto (Egitto); Cesarea Marittima (Israele); Kizlan (Turchia).

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La giornalista Donatella Bianchi riceve il premio Tusa 2021 da Patrizia Li Vigni e Dalila Nesci, presente Ugo Picarelli (foto bmta)

La Conferenza si è aperta, infatti, con il premio intitolato a Tusa e conferito a Donatella Bianchi, giornalista Rai, conduttrice di Linea Blu e presidente WWF Italia, per il miglior contributo giornalistico in termini di divulgazione. Il riconoscimento è stato consegnato dalla consorte Valeria Patrizia Li Vigni e dal sottosegretario di Stato per il Sud e la Coesione territoriale Dalila Nesci. Nel ricevere il premio, Donatella Bianchi ha ricordato che: “Questa nostra Italia, così piccola, ma incredibilmente ricca, merita che tutti ci facciamo carico della sua rinascita, guardando oltre il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per una vera e concreta valorizzazione di tutti i suoi Beni”.

La famosa lastra di copertura della Tomba del Tuffatore esposta al museo Archeologico nazionale di Paestum

All’appuntamento sono intervenuti Alfonso Andria, presidente del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello, che ha messo l’accento sull’esistenza a Paestum della Tomba del Tuffatore, simbolicamente vicina al tema; Maurizio Di Stefano, presidente ICOMOS Italia, che ha sottolineato la necessità di migliorare la formazione delle competenze nel settore subacqueo delle imprese culturali.

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L’archeologa subacquea Barbara Davidde, soprintendente nazionale del patrimonio subacqueo

Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio subacqueo; Maguelonne Déjeant-Pons segretario esecutivo della Convenzione del Paesaggio nel Consiglio d’Europa; Ulrike Guérin, in rappresentanza dell’UNESCO per la Convenzione del 2001, che ha testimoniato l’interesse dell’UNESCO verso i nuovi itinerari e la ricerca del patrimonio che giace sui fondali marini, perché non cercarlo non equivale a proteggerlo, ma a perderlo. È intervenuto, con un contributo video, anche Louis Godart, accademico dei Lincei e componente del Consiglio scientifico della “Maison de l’histoire européenne” del Parlamento Europeo, che ha ribadito l’importanza di creare grandi itinerari archeologici sotto l’egida dell’Europa e ha rimarcato la centralità dell’opera del direttore Ugo Picarelli e della sua BMTA in questa disciplina relativamente nuova.

I reperti dal relitto di Antikytera esposti alla mostra “Thalassa” (foto Mann)
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Colonne e reperti si possono ammirare nel nuovo “Percorso delle Colonne” nel parco sommerso di Baia (foto pasquale vassallo / pa-fleg)

Alla Bmta sono stati illustrati i quattro siti italiani di archeologia subacquea. Per la Campania Fabio Pagano direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei e Paolo Giulierini direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli hanno parlato dell’importanza dei reperti che si trovano in fondo al mare e della necessità di rendere questo patrimonio fruibile anche per chi non sa effettuare immersioni. “Il Parco sommerso di Baia è uno dei luoghi più iconici dei Campi Flegrei”, ha spiegato Pagano. “Il nostro obiettivo è portare l’eredità antica nel contemporaneo per raccontare storie antiche guardando al futuro”. Giulierini ha invece annunciato che al Mann, sulla falsariga della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, voluta da Sebastiano Tusa, sarà allestita una sezione permanente che ruoterà intorno all’importanza del mar Mediterraneo. Seguendo questa sottile linea azzurra, inoltre, si pensa di “istituire un centro di ricerca e documentazione”. Sulla fruizione del patrimonio archeologico subacqueo si sono soffermati anche Vincenzo Maione direttore Centro sub Campi Flegrei e Maurizio Simeone direttore AMP parco sommerso di Gaiola.

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Itinerari subacquei a Pantelleria (foto Regione Siciliana)

I 25 itinerari archeologici siciliani, tracciati seguendo un progetto di Sebastiano Susa, sono stati illustrati da Valeria Patrizi Li Vigni soprintendente del Mare della Regione Siciliana, a cui si è abbinato l’intervento dell’assessore regionale dei Beni culturali e dell’identità siciliana Alberto Samonà. L’appuntamento ha visto, inoltre, gli interventi di Fabio Bruno, associato del Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Energetica e Gestionale dell’università della Calabria, che ha parlato del Progetto BlueMed per la valorizzazione del patrimonio sommerso di Capo Rizzuto (Calabria); di Gianpaolo Colucci, presidente associazione L’Anfora, e Adelmo Sorci, responsabile Laboratorio del Mare Marlintremiti, che si sono soffermati sui siti pugliesi di archeologia subacquea. Presente anche Aikaterini Dellaporta, direttore Eforato delle Antichità subacquee greche, che ha illustrato la bellezza e la fruibilità dei siti sommersi di Pavlopetri e Peristera.

Capo Rizzuto (Kr): ritrovato il “Relitto della campana” naufragato tra il XVII e il XIX secolo frutto delle ricerche congiunte di soprintendenze, carabinieri, area marina protetta, centro strategia marina. Recuperati 9 cannoni, un’ancora e una campana di bronzo: “Per ora ha dato il nome al relitto, ma si spera rivelerà l’identità della nave naufragata”

Un archeologo subacqueo impegnato in un rilievo manuale dei cannoni del Relitto della Campana a Capo Rizzuto (foto salvatore medaglia / SNSUB)

Dai fondali di Capo Rizzuto (Kr) sono stati rinvenuti 9 cannoni e un’ancora testimoni di un relitto naufragato in questo specchio di mare approssimativamente tra il XVII-XIX secolo. Il reperto più notevole è costituito da una campana in bronzo, prontamente recuperato dai ricercatori e trasportato al laboratorio di restauro afferente la Sabap per la provincia di Cosenza. Così è stato soprannominato il “Relitto della campana” quello che la soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo guidata da Barbara Davidde e la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Catanzaro e Crotone diretta da Fabrizio Sudano stanno indagando nelle acque di Capo Rizzuto in provincia di Crotone. Con una illuminata sinergia che vede coinvolti anche l’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, il Centro Regionale Strategia Marina dell’Arpa Calabria con sede a Crotone e il Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina, i ricercatori sono alle prese con una complessa indagine. “Nel maggio del 2019 alcuni subacquei locali, Francesco Megna, Simone Megna, Luca De Rosa e Franco Megna”, racconta Fabrizio Sudano, “rinvennero alcuni cannoni nei pressi di Capo Rizzuto e ne denunciarono la scoperta alle autorità. Dopo un primo sopralluogo, le due Soprintendenze hanno deciso di avviare, nell’ottica della tutela, alcune indagini subacquee le cui attività scientifiche sono state dirette dagli archeologi subacquei Salvatore Medaglia e Paola Caruso appartenenti ai due istituti del ministero della Cultura”. Così “nelle acque dell’Area Marina di Capo Rizzuto – un Parco marino istituito nel 1991 con una estensione di ben 14721 ettari”, spiega Barbara Davidde, “sono stati censiti 9 cannoni sparsi caoticamente in un’area di bassifondi rocciosi. Si tratta di pezzi d’artiglieria in ghisa di dimensioni e calibri differenti adagiati su un fondale compreso tra 6 e 10 metri di profondità. Intorno alle bocche da fuoco ad avancarica sono state scoperte anche due enormi ancore in ferro, la più grande della quale è lunga circa due metri”. Gli archeologi sono al lavoro sui cannoni in ghisa; si tratta di un tipo di artiglierie che andarono progressivamente ad affiancare e poi lentamente a sostituire l’armamento navale in bronzo nel corso del XVI secolo. Sin dalla metà del XVII secolo le bocche da fuoco in ghisa divennero l’armamento principale delle navi in quanto avevano un costo di produzione molto inferiore. Dopo un minuzioso lavoro di pulitura effettuato per definire meglio lo stato di conservazione dei pezzi d’artiglieria, anche in vista di futuri interventi conservativi, gli archeologi hanno realizzato una documentazione di dettaglio dei singoli manufatti e a una accurata perlustrazione dei fondali con il prezioso supporto dei sommozzatori dei carabinieri guidati dal comandante Domenico De Giorgio.

Gli archeologi subacquei scoprono la campana di bronzo che ha dato il nome al relitto sui fondali di Capo Rizzuto (foto salvatore medaglia / SNSUB)

Proprio nel corso delle perlustrazioni del giacimento è stato effettuato un inaspettato quanto importante ritrovamento: si tratta di una campana di bronzo riferibile alla nave naufragata. In uno stato di conservazione giudicato, tutto sommato, buono, il manufatto presenta varie incrostazioni marine ed è caratterizzato, da quel poco che è stato possibile osservare, da alcune decorazioni in rilievo. Si tratta di un ritrovamento degno di nota che ha entusiasmato gli archeologi i quali sperano di poter ricavare dettagli importanti ai fini dell’inquadramento cronologico del relitto che per il momento rimane imprecisato. L’archeologo subacqueo Salvatore Medaglia, della soprintendenza per il Patrimonio subacqueo con sede a Taranto, chiarisce la funzione del reperto: “Tra le attrezzature di bordo la campana aveva certamente un ruolo importante, dal valore, se vogliamo, simbolico. Appesa sul castello al tempo della marineria a vela, scandiva lo scorrere del tempo e avvertiva l’equipaggio dell’avvicendarsi delle varie attività giornaliere. Essa fungeva anche come segnalatore acustico, ad esempio in caso di nebbia o per un pericolo immediato. Non di rado la campana recava l’anno di fusione e talvolta il marchio dell’artigiano che l’aveva realizzata. A tali elementi potevano ulteriormente aggiungersi il nome della nave e l’emblema della marina o lo stemma dello Stato sotto la cui bandiera navigava. Ecco perché è così importante per noi ricercatori nell’ottica di voler dare un’identità al relitto”. La campana, che per il momento ha dato il nome all’anonimo relitto, è stata trasportata dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale a Cosenza per essere affidata alle sapienti mani di un restauratore, esperto nel trattamento dei metalli, che opera all’interno del laboratorio della SABAP di Cosenza. Dunque si resta in attesa delle risposte che l’esame di dettaglio e il restauro del reperto potranno fornire.

La campana di bronzo del Relitto della Campana in navigazione verso i laboratori di restauro (foto salvatore medaglia / SNSUB)

“Queste attività di ricerca”, sottolinea l’archeologa Paola Caruso, in servizio alle Soprintendenze ABAP per la provincia di Cosenza e per le province di Catanzaro e Crotone, “sono basilari per la conoscenza storica dell’intera area. Le ricorrenti segnalazioni dimostrano, inoltre, la sensibilità degli abitanti del luogo per l’archeologia e la consapevolezza relativamente all’importanza della salvaguardia del patrimonio sommerso”. L’area marina di Capo Rizzuto nella quale si trovano i resti del naufragio è, in effetti, già nota agli archeologi. Proprio in queste acque sono presenti altre tracce di naufragi: il più famoso di questi è il piroscafo Bengala della flotta della Navigazione Generale Italiana che, varato a Sunderland nel 1872, colò a picco nel 1889 causando la morte di due membri dell’equipaggio. Ci sono poi altri due giacimenti archeologici legati a naufragi, inquadrabili tra XVII e XVIII secolo, che sono posizionati a non molta distanza dal relitto della campana. Il primo di essi è un bastimento che forse iniziò il suo viaggio a Narbonne e che trasportava un variegato carico litico composto da marmi provenienti dalle cave di Caunes Minervois in Francia (altrimenti conosciuto come rosso mischio di Francia), da Portovenere (marmo nero) e da Carrara; l’altro, adagiato su un fondale di circa 8 metri, ha restituito altri cannoni, anche questi in ghisa. Il motivo per cui tali relitti giacciono concentrati in queste acque – e ad essi sono da aggiungersi altre testimonianze sporadiche di età romana e altomedioevale – è presumibilmente dovuta alla presenza di alcune secche che, almeno sino alla fine del Settecento, erano semi-affioranti. Esse costituivano una vera e propria trappola per le sventurate imbarcazioni che avevano la ventura di finirci contro. Molti portolani dell’età moderna, nella fattispecie datati tra il XV e il XVIII secolo, ricordano la pericolosità di queste secche e numerosi documenti d’archivio conservano memoria dei naufragi avvenuti tra XVI e XIX secolo in questo tratto di mare. Alle insidie dei banchi rocciosi, si aggiungeva pure la piaga della pirateria, prevalentemente barbaresca, che fu molto virulenta lungo lo Jonio calabrese e di cui vi è ampia traccia nella documentazione storica. Non è un caso che il più famoso pirata ottomano, ‛Ulūǵ ‛Alī “il rinnegato”, convenzionalmente chiamato Uccialì e al secolo Giovan Dionigi Galeni, era nativo proprio di queste contrade e che, rapito dai pirati di Barbarossa, si convertì e fece una straordinaria carriera nell’amministrazione ottomana. Le ricerche non si concluderanno con questa sessione di indagini ma proseguiranno nei prossimi mesi con l’intento di rinvenire parti dello scafo che potrebbero essersi conservate in alcune ampie sacche sabbiose di cui è costellato il fondale. Non sono pochi gli indizi in tal senso come sembrano confermare diversi elementi in ferro, tutti molto concrezionati, relativi alle parti metalliche dell’assemblaggio dello scafo. Intanto, l’area delle indagini, interdetta alle immersioni, è opportunamente monitorata dalle Forze dell’Ordine attraverso dispositivi di sorveglianza anche da remoto.

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L’archeologa subacquea Barbara Davidde, soprintendente nazionale del patrimonio subacqueo

Si tratta di una bella prova tecnico-logistica per la soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo che va nella giusta direzione e cioè quella di garantire, con maggiore efficacia, la tutela e la conoscenza del patrimonio archeologico subacqueo allineandosi con quanto avviene in altri Paesi. “È infatti auspicabile”, conclude Davidde, “che alle attività di tutela della Soprintendenza Nazionale, la quale lavora raccordandosi con le soprintendenze ABAP del ministero della Cultura, si affianchi una capillare attività di divulgazione e promozione del patrimonio archeologico subacqueo. Una missione, questa, che passa anche attraverso nuove forme di musealizzazione dei giacimenti subacquei la cui fruizione, anche con l’ausilio dei nuovi ritrovati tecnologici, può divenire un elemento di crescita in un Paese come il nostro che si trova ad avere oltre 8mila chilometri di coste e un patrimonio culturale sommerso ingente”.

Relitto del Canale di Otranto a 780 metri di profondità: i primi reperti studiati confermano che è un ritrovamento unico, che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia. Franceschini: più fondi all’archeologia subacquea e si recuperi tutto il carico naufragato

Sono passati tre anni, era il 2018, dalla scoperta sul fondo del mare del Canale d’Otranto, a 780 metri di profondità, di un relitto antico. Oggi, lo studio di parte del carico recuperato con speciali tecnologie industriali, ventidue reperti provenienti dalla regione di Corinto datati intorno alla prima metà del VII secolo a.C. che costituiscono un ritrovamento unico, getta nuova luce sugli albori della Magna Grecia: un risultato così importante da portare il ministro per la Cultura, Dario Franceschini, a garantire per l’archeologia subacquea un impegno consistente e ad annunciare la volontà di recuperare l’intero carico del relitto di Otranto: “L’archeologia subacquea – ha dichiarato –  è uno dei settori di ricerca più importanti del nostro Paese su cui è necessario tornare a investire. Siamo un Paese circondato dal mare e abbiamo un ricco patrimonio culturale sommerso che va ancora studiato, salvaguardato e valorizzato. Le recenti indagini del canale di Otranto confermano che si tratta di un patrimonio ricchissimo in grado di restituirci non solo i tesori nascosti nei nostri mari, ma anche la nostra storia”.

Il recupero altamente tecnologico di un’anfora dal relitto profondo del Canale di Otranto (foto MIC)

Con l’ausilio di un sottomarino subacqueo telecomandato (Remotely Operated Vehicle) e dotato di strumentazioni di alta tecnologia è stato possibile riportare alla luce una parte del carico del relitto: ventidue reperti di ceramiche fini e contenitori da trasporto provenienti dalla regione di Corinto che, grazie al recente studio condotto dagli archeologi del ministero della Cultura, sono stati datati intorno alla prima metà del VII secolo a.C.. I reperti – attualmente conservati nei laboratori di restauro della Soprintendenza nazionale a Taranto – costituiscono – come si diceva – un ritrovamento unico nel genere. “Le tecnologie solitamente utilizzate nell’ambito dei lavori della pratica subacquea industriale del comparto oil & gas, utilizzate sotto il controllo attento degli archeologi della Soprintendenza, hanno permesso di portare in superficie parte del carico del primo relitto databile all’inizio del VII secolo a.C. ritrovato nel mar Adriatico”, ha spiegato la soprintendente, l’archeologa subacquea Barbara Davidde, e ha aggiunto: “Si tratta di un recupero di eccezionale importanza, anche per le tecnologie utilizzate per il recupero, realizzato nei mari italiani a quasi 800 metri di profondità”.

Uno skyphos appena recuperato dal relitto profondo del Canale di Otranto sul ponte dellla nave appoggio (foto MIC)

“La scoperta ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate da rinvenimenti subacquei, e dei flussi di mobilità nel bacino del Mediterraneo”, ha spiegato il direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro della Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, in occasione del 60° Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia, e ha proseguito: “è un carico intatto che getta luce sulla prima fasi della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche”.

Uno skyphos dal relitto profondo del Canale di Otranto dopo i restauri (foto MIC)

“Si tratta in particolare di tre anfore della tipologia corinzia A, dieci skyphoi di produzione corinzia, quattro hydriai di produzione corinzia, tre oinochoai trilobate in ceramica comune e una brocca di impasto grossolano, di forma molto comune a Corinto. Molto interessante il pithos, recuperato frammentario”, spiega la Davidde, “con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi impilati al suo interno in pile orizzontali ordinate. In questa fase, se ne contano almeno 25 integri, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe. Il numero totale degli skyphoi ed eventuali altri elementi contenuti originariamente nel pithos saranno definiti attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino”. In considerazione dell’importanza del relitto, il ministero della Cultura ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che risulta costituito da circa duecento reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al restauro dei reperti e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTa” al museo Archeologico nazionale si inaugura il Festival di Storia tarantina. Primo appuntamento: giornata di studio “Dalla ricerca storica all’History Telling”

Ritaglio di giornale con la notizia di “Importanti scoperte presso l’Arsenale” di Taranto antica (foto MArTa)

taranto_festival-storia-tarantina_logo“Mercoledì” speciale quello del 29 settembre 2021 al museo Archeologico nazionale di Taranto. Alle 9 si inaugura il primo Festival di Storia tarantina. Ingresso gratuito e fino ad esaurimento posti (come da normativa anti-Covid) con prenotazione obbligatoria su https://museotaranto.beniculturali.it/…/festival-di…/. Dopo i saluti istituzionali  si entrerà nel vivo, alle 9.30, con la giornata di studio dal titolo “Dalla ricerca storica all’History Telling”. “Si tratta di una idea interessante sviluppata da Mina Chirico, presidente dell’associazione Orizzonte Cultura 2.0”, spiega la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, “che ci consente di riannodare la trama di racconti che sono la base culturale, ma anche socio-politica ed economica, di una città da sempre attraversata da grandi e importanti cambiamenti. Anche il MArTA partecipa a questo progetto sulla public history, insieme ad altre importanti istituzioni culturali del territorio”.

Locandina della giornata di studio “Dalla ricerca storica all’History Telling” al museo Archeologico nazionale di Taranto

Ecco il programma degli eventi ospitati e promossi all’interno del museo Archeologico nazionale di Taranto. Alle 9, nella sala incontri del MArTa, inaugurazione del Festival di Storia tarantina. Saluti istituzionali: Fabiano Marti, assessore alla Cultura Comune di Taranto; Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto; Barbara Davidde, soprintendente della soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo; Mina Chirico, presidente dell’associazione Orizzonte Cultura 2.0. Alle 9.30, giornata di studio “Dalla ricerca storica all’History Telling” a cura di Orizzonte Cultura 2.0: raccontare la Storia oggi, riflettendo sul suo insegnamento e sulla conservazione nella memoria collettiva di un tempo, come il nostro, in cui tutto sta cambiando troppo velocemente. Buone pratiche, nuove visioni e prospettive future. Intervengono: Simonetta Buttò, direttrice dell’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche del ministero della Cultura, su “Mostre virtuali: uno strumento per raccontare la storia”; Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, su “Il museo: memoria, identità e innovazione”; Valentina Esposto, direttrice dell’Archivio di Stato di Taranto , su “Gli Archivi (si) raccontano in tempo di pandemia”; Annalisa Rossi, soprintendente della soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Puglia, su “La trama d’archivio e la sua comunicazione : la tutela come dispositivo di valorizzazione”; Claudia Villani, università di Bari, su “Ricerca storica e pratiche della memoria nella nuova global public sphere. Problemi e prospettive”. Alle 13, nel chiostro del museo Archeologico nazionale di Taranto: degustazione di antiche ricette a cura dell’Istituto Alberghiero “Mediterraneo”. Percorso di approfondimento assaporando sapori antichi legati alla tradizione gastronomica marinara, attraverso lo studio e la riproposizione di antiche ricette locali.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Katia Mannino e Maria Margherita (università del Salento) su “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche” introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale con l’intervento della soprintendente Barbara Davidde Petriaggi

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì del MArTA” con Katia Mannino e Maria Margherita (università del Salento) su “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche”

Incastonato nel cuore del centro storico di Lecce, il teatro romano costituisce – insieme con l’anfiteatro – la testimonianza più rappresentativa dell’antica Lupiae. Dell’edificio, messo in luce tra la fine degli anni Venti e il 1940, si conservano le parti ricavate nel banco roccioso (settore inferiore della cavea, orchestra, aditus orientale, palcoscenico) e il ricchissimo complesso di statue e rilievi di marmo che decoravano l’edificio scenico. Sarà “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche” il primo appuntamento di maggio con i “Mercoledì del MArTA”. La conferenza con la prof.ssa Katia Mannino (università del Salento) e la dott.ssa Maria Margherita Manco (università del Salento), introdotte dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva degl’Innocenti, e con l’ intervento di Barbara Davidde Petriaggi, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, si svolgerà il 5 maggio 2021, alle 18, in diretta live sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

Il teatro romano di Lecce (foto MArTa)
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L’archeologa Katia Mannino (università del Salento)

A Katia Mannino e Maria Margherita dell’università del Salento saranno affidati i resoconti dei recenti studi condotti proprio dall’università salentina che a partire dagli anni Novanta hanno chiarito quale fosse l’immagine dell’edificio in età imperiale quando gli spettatori, affollando le gradinate per assistere agli spettacoli, ammiravano i capolavori della scultura antica che trasformavano la fronte scena in uno straordinario museo all’aperto. I risultati prodotti dall’analisi sia dei vecchi scavi e dei dati d’archivio sia delle indagini archeologiche sviluppate dalla soprintendenza nel periodo 1998-2002 consentono oggi di cogliere appieno il significato e l’importanza che il teatro di Lupiae rivestiva nella città romana come luogo, per eccellenza, del consenso imperiale.

“Baia – I restauri del Parco Archeologico Sommerso”: stasera su Rai 5 il film documentario di Marcello Adamo, uno straordinario viaggio alla scoperta di Baia, centro della “dolce vita” del mondo antico – oggi sommerso nel golfo di Pozzuoli – attraverso un esclusivo accesso alla campagna di restauri subacquei

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Gli straordinari resti dei palazzi romani nel parco archeologico sommerso di Baia, come appaiono da una visione aerea (foto Marcello Adamo)

A tu per tu con i tesori del parco archeologico sommerso di Baia. Appuntamento venerdì 23 aprile 2021, alle 21.15, su Rai 5 (canale 23 DDT), con “Baia – I restauri del Parco Archeologico Sommerso”. Uno straordinario viaggio alla scoperta di Baia, centro della “dolce vita” del mondo antico – oggi sommerso nel golfo di Pozzuoli – attraverso un esclusivo accesso alla campagna di restauri subacquei. Il film documentario “Baia – I restauri del Parco Archeologico sommerso”, scritto e diretto da Marcello Adamo con la collaborazione ai testi di Andrea Branchi, della durata di 52 minuti, prodotto da GA&A Productions e Filmare Entertainment in collaborazione con RAI CULTURA, è realizzato grazie alla sinergia con l’Istituto Centrale per il Restauro, il Parco archeologico dei Campi Flegrei e il CNR. Dalla cooperazione tra enti e istituti nasce l’ambizioso progetto della campagna di restauro permanente, della quale il documentario racconta alcune fasi. Le straordinarie ed emozionanti riprese subacquee documentano l’intervento del team multidisciplinare di tecnici, scienziati e ricercatori ai quali è affidato l’arduo compito di preservare attraverso tecniche pionieristiche i reperti custoditi in fondo al mare. Si tratta di un lavoro unico al mondo, al quale sono rivolte le attenzioni della comunità scientifica internazionale oltre a quelle di milioni di appassionati.

Un momento del restauro subacqueo di un mosaico nel parco archeologico sommerso di Baia (foto Marcello Adamo)

La delicatissima campagna di restauro a Baia rappresenta il cuore del film, che mira a mostrare la complessità di un intervento di risanamento di un’area archeologica sommersa ma anche a ipotizzare, partendo da alcuni rilievi topografici subacquei, come doveva presentarsi Baia nel momento del suo massimo splendore. Attraverso l’uso della computer grafica, dopo un lungo lavoro di ricostruzione che si è avvalso della consulenza di Gennaro di Fraia, il documentario offre un’immagine viva e vitale di Baia, della quale scopriamo le ville e l’affaccio sul mare che ne facevano un rifugio dall’austera e frenetica vita della capitale per gli imperatori e i romani facoltosi.

Sulla realizzazione del progetto “Baia – I restauri del Parco Archeologico Sommerso”, intervengono i produttori del documentario Gioia Avvantaggiato e Marcello Adamo. “Questo lavoro – sottolinea Avvantaggiato – si inserisce perfettamente nel percorso della GA&A Productions, che da 30 anni è impegnata nel raccontare con orgoglio e rigore in Italia e all’estero le eccellenze italiane”. E il regista Marcello Adamo: “Per anni siamo stati spettatori di numerose produzioni estere dedicate all’area di Pompei e dei Campi Flegrei. Riuscire a realizzare un documentario tutto italiano, rigoroso che racconti l’unicità di un territorio a me caro e l’impegno appassionante nella realizzazione dei restauri, rappresenta per me e per la Filmare Entertainment un sogno che si realizza”.

Ipotesi ricostruttiva del Portus Iulius come doveva apparire nel I sec. d.C. (foto Marcello Adamo)
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La soprintendente Barbara Davidde con l’archeologo subacqueo Roberto Petriaggi sulla barca appoggio a Baia (foto Marcello Adamo)

“Il documentario restituisce per la prima volta il vero volto di Baia sommersa”, spiega l’archeologo Gennaro Di Fraia. “Le immagini realizzate compongono un superbo affresco di come fosse Baia all’apice del proprio splendore, offrendo un quadro memorabile della città termale prediletta dagli imperatori romani”. E Fabio Pagano, direttore del Parco archeologico dei Campi Fregrei: “Il Parco archeologico dei Campi Flegrei si conferma, in questo documentario, come il Parco della Ricerca, in primis archeologica, ma anche in tecnologie, nel restauro, nella geologia. Il contesto dei Campi Flegrei è certamente un attrattore per studiosi che, relazionandosi fra loro, ci permettono di sviscerare infiniti aspetti del mondo antico, ma anche i riflessi che di esso si riverberano sul paesaggio contemporaneo”. Soddisfatti anche Barbara Davidde, neo soprintendente nazionale del Patrimonio subacqueo, e l’archeologo subacqueo Roberto Petriaggi: “I contenuti scientifici sono resi con un linguaggio accessibile e comprensibile anche ai non addetti ai lavori, pur rimanendo ancorato al necessario rigore tecnico-scientifico”.

Dettaglio di un bellissimo mosaico policromo nel parco archeologico sommerso di Baia (foto Marcello Adamo)

Le continue scoperte effettuate dagli archeologi testimoniano che sono ancora molti i tesori archeologici da trovare e tutelare, anche in considerazione del fatto che solo una piccola parte dell’area archeologica è stata studiata. Si tratta di un passo cruciale per trasferire questo immenso patrimonio alle generazioni future, che saranno presto chiamate a preservare questo straordinario Parco Archeologico. Baia, una delle eccellenze dell’archeologia italiana, si prepara dunque a un nuovo splendore.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Rita Auriemma (Università del Salento) su “Trasporti pesanti. Le vie liquide del marmo e della pietra” introdotta da Eva Degl’Innocenti e Barbara Davidde. Con Italo Spada (Cetma) presentazione dell’app interattiva “Nave delle colonne di Porto Cesareo: il viaggio incompiuto”

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì al MArTa” con Rita Auriemma sulle vie liquide del marmo e della pietra

Numerosi relitti sulle coste pugliesi, calabre e siciliane attestano l’esistenza di una “via del marmo” diretta principalmente a Roma, ma anche l’Adriatico restituisce carichi analoghi, destinati ai programmi monumentali, e non solo, delle città prossime alle sue rive. Il 14 aprile 2021 nell’ambito dei “Mercoledì del MArTA”, incontro on line dal museo Archeologico nazionale di Taranto con la professoressa Rita Auriemma (università del Salento) che darà vita a un racconto avvincente “Trasporti pesanti. Le vie liquide del marmo e della pietra”. Introdurranno i lavori la direttrice del museo di Taranto, Eva Degl’Innocenti, e Barbara Davidde Petriaggi, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo. Vi sarà anche la presentazione dell’app immersiva e interattiva sulla “Nave delle colonne di Porto Cesareo: il viaggio incompiuto” a cura di Rita Auriemma e Italo Spada. L’appuntamento è mercoledì 14 aprile 2021, alle 18, in diretta sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

La Nave delle Colonne di Porto Cesareo (Lecce) (foto MArTa)
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La professoressa Rita Auriemma dell’università del Salento

Il mare di Puglia conserva evidenze archeologiche sia lungo le sue coste, che sott’acqua. Ne sono validi esempi gli antichi luoghi di culto e le ville che sorgono sui litorali, ma anche i reperti che per secoli sono stati accolti dalle acque cristalline dello Ionio. È il segno di quel ponte, istmo tra Oriente e Occidente, che la regione del tacco d’Italia da sempre rappresenta. “Il relitto di Porto Cesareo racconta la storia di un tragico naufragio a largo delle coste del Salento ionico di una nave proveniente dall’Egeo tra il II e III sec. d.C. e quella di un prosperoso e prezioso commercio di marmi”, spiega Rita Auriemma. “Il mare è la via più adatta ai “trasporti pesanti”, come pietre e marmi per l’edilizia, l’arredo, la statuaria, le sepolture. Sebbene fosse praticato anche in età più antica, il commercio dei marmi, sia grezzi (semplici blocchi di cava), sia semilavorati o ultimati (colonne, capitelli, sarcofagi, lastre di rivestimento, statue, vasche, bacini, ecc.), assume in età romana, soprattutto imperiale, dimensioni considerevoli: fin dal I sec. d.C. si riscontra un’organizzazione statale per la raccolta e l’uso del marmo, che faceva capo all’imperatore. Le imbarcazioni impiegate per questi trasporti speciali (naves lapidariae) raggiungevano portate eccezionali; la nave che aveva trasportato dall’Egitto l’obelisco per il circo Vaticano (alto 26 metri, attualmente a piazza S. Pietro) fu affondata e riempita di calcestruzzo per creare le fondazioni del Faro del porto ostiense di Claudio. Da Assuan, sempre in Egitto, l’imperatore dalmata Diocleziano aveva fatto venire le colonne di granito rosso che decoravano il suo palazzo a Spalato, vanto dell’Adriatico”.

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Italo Spada del consorzio Cetma

Nel corso della conferenza di mercoledì 14 aprile 2021, Rita Auriemma con l’ausilio di Italo Spada (Area Manager per il gruppo di ricerca di Produzioni Virtuali e Design della Comunicazione della Divisione di Disegno Industriale del Consorzio CETMA) presenterà anche l’app interattiva, realizzata per raccontare in maniera immersiva e coinvolgente l’ultimo viaggio delle colonne di Porto Cesareo.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, su “Archeologia Subacquea e restauri nel Mare di Baia. Il caso del settore della villa con ingresso a protiro”

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì al MArTa” con Barbara Davidde sui restauri nel mare di Baia

Il museo Archeologico nazionale di Taranto dedica i primi due appuntamenti di aprile del mercoledì al mare. Taranto da qualche mese è sede della soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, retta dall’archeologa subacquea Barbara Davidde, che – tra le altre cose – nel 2011 avviò l’iter per l’Area Marina Protetta nel Parco Archeologico Sommerso di Baia. Proprio Barbara Davidde, con i suoi studi, è protagonista della conferenza del 7 aprile 2021, nel primo degli appuntamenti di primavera dei “Mercoledì del MArTA”, un interessante approfondimento su “Archeologia Subacquea e restauri nel Mare di Baia. Il caso del settore della villa con ingresso a protiro”. La conferenza sarà introdotta dalla direttrice Eva Degl’Innocenti. Appuntamento sul canale YouTube e Facebook del MArTA alle 18.

L’archeologa Barbara Davidde nelle acque di Baia (foto MArTa)

A partire dal 2003, l’Istituto per la Conservazione e il Restauro, con il Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea (Nias) diretto da Roberto Petriaggi e, dal 2011, da Barbara Davidde, ha avviato proprio in quell’area una campagna di restauro sott’acqua. Un lavoro che ha permesso all’archeologia anche l’utilizzo di materiali, strumenti e metodi sperimentali per avviare un’operazione di restauro e conservazione in situ del parco archeologico sommerso. “Nel corso degli anni”, spiega la soprintendente Barbara Davidde, “grazie alle attività svolte nell’ambito dei progetti “i-Mareculture” e “BlueMed”, e “MUSAS –Musei di Archeologia Subacquea” oltre ai temi connessi con la conservazione in situ, la ricerca del Nias a Baia si è rivolta verso la sperimentazione di tecnologie innovative per una migliore documentazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico sommerso”. La conferenza presenta una sintesi dei risultati degli studi e delle ricerche che hanno affiancato gli interventi conservativi e che hanno permesso di ricostruire il paesaggio costiero di Baia in età imperiale. Fra i vari monumenti sommersi di Baia, la relatrice si soffermerà su una delle villae maritimae oggi sommerse a Baia, la “Villa con ingresso a protiro”.