Nell’atrio di una domus pompeiana: a Vetulonia, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” si scoprono tesori e oggetti comuni degli ambienti del cuore di una casa romana

Il rendering della prima sala della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” che riproduce, nell’allestimento di Luigi Rafanelli, l’atrium di una domus pompeiana

Un gracidare di ranocchie sembra quasi fare festa per il nostro arrivo. Iniziamo dunque il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. Siamo nell’atrio di una domus pompeiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/07/larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-ricreata-al-museo-isidoro-falchi-di-vetulonia-una-domus-pompeiana-con-cento-preziosi-reperti-dal-museo-archeologico-di-na/) ricreata nel museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider): “Le ranocchie che sentiamo ricordano quelle che popolavano l’impluvio”, spiega l’archeologa Luisa Zito, “la grande vasca nel cortile porticato della domus destinata alla raccolta dell’acqua piovana: qui in mostra l’impluvio è reso idealmente da un rettangolo disegnato sul pavimento musivo”. Attorno a noi pareti rosse, nere, ocra, dove si aprono vetrine che rappresentano le stanze cui si accedeva dall’atrio e che dall’atrio prendevano luce. Siamo in un percorso visivo affascinante che, sottolinea l’architetto Luigi Rafanelli,  “guidando il visitatore in un viaggio emozionale nelle agiate dimore pompeiane, tende ad annullare le coordinate spazio-tempo”.

Lare danzante in bronzo proveniente da Ercolano, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Era proprio nell’atrium, il luogo più rappresentativo e privato della domus, che si attendeva al culto degli antenati: nel Larario, costituito da una semplice nicchia fino a una più elaborata fronte di un tempietto, era raffigurato il Genius, protettore della famiglia, con accanto i Lari, figli di Mercurio, portatori di prosperità, e i Penati, divinità collegate al benessere della casa. “Il Larario poteva essere al centro dell’atrio o lungo una parete del porticato”, ricorda Zito, indicando due vetrine, una al centro della sala e l’altra lungo una parete: “Potevano esserci divinità famose – qui possiamo ammirare due preziose statuette in bronzo con Atena/Minerva ed Ercole -; oppure Lari generici, qui nella versione “a riposo” e “danzante”: statuette in bronzo provenienti da Ercolano”. Reso omaggio agli antenati, cominciamo a scoprire meglio gli ambienti della domus. La prima vetrina ci introduce in una delle sale di rappresentanza (oeci) o di soggiorno (exedra): ecco quindi la presenza di candelabri (“Molto moderno il candelabro in bronzo da Pompei, su tre piedi a forma di gamba umana, con asta estensibile, così da alzare la posizione della lucerna e allargare il raggio di illuminazione della stanza”), e lucerne, da appoggiare o da appendere.

Pentola in terracotta con coperchio su treppiedi in ferro, trovata nella Casa del Poeta tragico a Pompei; oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Dalla sala di rappresentanza si passa idealmente alla dispensa e alla cucina. Ecco – fossilizzati – una coppetta di noci, alcune già sgusciate; e poi piccoli contenitori con olive e fichi; e ancora pagnotte già porzionate in 8 spicchi e pronte – duemila ani fa – per essere consumate: “Pompei ha restituito fin dalle prime ricerche borboniche una messe unica di informazioni sulla vita quotidiana della colonia”, ricorda Zito. “Per la prima volta gli archeologi avevano a disposizione una grande varietà di oggetti di uso quotidiano di epoca imperiale, straordinariamente conservatisi sotto la coltre di cenere e lapilli: suppellettili da cucina, strumenti per la medicina e le misurazioni, ma anche materiali fragili come tessuti, e cordame. E alimenti: cereali, olive, uova, frutta, e salse come il famoso garum. Già dalla metà del Settecento la Collezione de’ Commestibili era esposta nella villa Reale di Portici”. Accanto alla dispensa c’era la cucina, sempre dotata di una propria suppellettile che variava per quantità, qualità e materia in base alle possibilità economiche del proprietario. L’instrumentum domesticum (ossia l’insieme degli utensili domestici) poteva essere di vetro, bronzo o terracotta: troviamo pentole (“Bellissima la grande pentola in terracotta trovata nella Casa del Poeta Tragico di Pompei: poggia su un treppiede di ferro che poteva essere spostato direttamente sulle braci, ed evitava il contatto diretto della pentola con la fiamma”); imbuti, colini, stadere, pentole a uno o due manici, e stampi per pasticcio in bronzo a forma di pollo spiumato (a ricordare l’ingrediente base della lasagna).

L’eccezionale samovar in bronzo proveniente dall’area vesuviana, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Anfore, crateri, situle, bacili su tripode ci introducono alla sala del banchetto e, quindi agli arredi della tavola. E i banchetti, anche se non saranno stati sempre sontuosi come quello di Trimalcione descritto dal Satyricon di Petronio, nel mondo romano rappresentavano un momento importante. Anche a Pompei, come ben descrive Fiorenza Grasso nel catalogo della mostra (L’Erma di Bretschneider): la giornata tipo del pompeiano iniziava al mattino con la prima colazione (jentaculum), considerata uno dei pasti principali della giornata, a base di pane condito con aglio e formaggio, uova, miele, datteri e frutta, e talora rinforzata con pietanze di carne. A mezzogiorno il pranzo (prandium) era una sorta di spuntino leggero con legumi, pesce, uova e frutta. Il pasto più importante era la cena. Per i poveri, sulla tavola pane nero, piccoli pesci, verdure locali e formaggio. Per i ricchi il banchetto, reso possibile con una schiera di servi e cuochi, rappresentava un motivo di sfoggio della propria ricchezza. La bevanda principe del banchetto era il vino che veniva servito dagli schiavi pocillatores. D’inverno il vino veniva servito bollente condito con miele (vinum mulsum) o spezie (vinum conditum) nell’apposito samovar in bronzo. Sì, avete capito bene: un samovar. “La tradizione vuole che questo caratteristico contenitore metallico sia un’invenzione moderna dei Paesi slavi o del Vicino Oriente”, interviene l’archeologa Zito. “Invece c’erano già a Pompei, duemila anni fa. Per Vetulonia è un pezzo eccezionale: finora se ne conoscono solo due; uno è a Napoli, e uno qui!”. Il samovar pompeiano permetteva di scaldare il liquido al suo interno attraverso una doppia camera e di regolarne poi il deflusso con valvole di scarico. La cena, dopo una sfilata di pietanze, servite sugli scissores, si concludeva tra danze, musica e giochi acrobatici, col dessert di frutta secca, fichi farciti, datteri, miele fritto e una sorta di sorbetto (secundae mensae).

Il caratteristico vaso a paniere in bronzo (vasa escaria) proveniente da Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Durante il banchetto gli ospiti cenavano semisdraiati sui letti triclinari. Con la sinistra reggevano il piatto (patina o patella) o la scodella (catinus) o la coppa per bere (poculum) e con la destra portavano il cibo alla bocca. Frequenti quindi le abluzioni delle mani che si asciugavano con il tovagliolo. Gli avanzi (scoparii) erano gettati a terra sotto la mensa dagli stessi commensali a scopo beneaugurante. Le donne partecipavano al banchetto accanto agli uomini, ma sedute. Gli oggetti più frequenti per la mensa sono bacili in bronzo a due anse; coppe (in mostra, molto belle quelle a valva di conchiglia); brocche in bronzo per il vino (oinochoe). “Caratteristici i cosiddetti vasa escaria, ritrovati in grande quantità negli scavi pompeiani, hanno la forma del paniere con un grande manico che si apre a T e va ad agganciarsi sui due lati del vaso. Si ipotizza che fossero usati per servire in tavola i pesci o i molluschi attinti direttamente dal recipiente di cottura e offerti ai banchettanti nell’acqua di bollitura”. Sulla mensa non mancano boccalini in argilla figulina, economica alternativa ai più cari prodotti ceramici in “terra sigillata”; brocchette a “pareti sottili”; coppe carenate o emisferiche. E poi vetri: anfore da acqua; bottiglie a corpo quadrato, bicchieri con decorazioni a rilievo; piatti e ciotoline.

Balsamari in vetro da Pompei con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico

“I romani”, ci ricorda Fiorenza Grasso, “ponevano grande attenzione nella cura del corpo e dell’estetica. Perciò erano assidui frequentatori delle terme, pubbliche o private, che quindi ricoprivano un ruolo di centrale importanza nella vita sociale e politica. Alle terme ci si recava, oltre che per usufruire dei tanti servizi offerti per la cura del corpo, come massaggi o epilazioni praticate da personale specializzato, anche per svolgere attività fisica o intellettuale negli ampi spazi aperti  coperti disponibili”. Non poteva quindi mancare, nel percorso della mostra di Vetulonia, una vetrina che ricordasse la toeletta. Ovviamente l’oggetto più emblematico è lo specchio in argento, e poi aghi crinali in avorio per le acconciature femminili, cucchiaini in avorio o bronzo per mescolare ed applicare unguenti e medicamenti. Il “set” base dei romani alle terme era costituito da pinzette, fiaschette in vetro per l’olio (aryballos) e lo strigile in bronzo per detergersi.  Ma non mancavano i balsamari in vetro con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico.

(2 – continua; il precedente post il 7 agosto 2017)

Musei, aree e parchi archeologici nazionali: doppia apertura straordinaria, lunedì 14 e Ferragosto 2017. Ecco l’elenco, regione per regione

Doppia apertura straordinaria per musei, aree e parchi archeologici che lunedì 14 e martedì 15 agosto 2017 rimarranno aperti per un lungo ponte all’insegna della cultura. Oltre all’apertura prevista per Ferragosto, quest’anno il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo apre le porte ai visitatori anche lunedì 14, consueto giorno di chiusura per gran parte dei luoghi della cultura nazionali. Un’occasione unica per cittadini e turisti di trascorrere un Ferragosto all’insegna di una grande festa della cultura e godere dello straordinario patrimonio del nostro Paese. Dai resti dell’antica città italica nell’area archeologica di Alba Fucens a Massa d’Albe in Abruzzo ai Bronzi di Riace al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria alle tante domus riaperte agli Scavi di Pompei, dalla più grande area archeologica d’Europa tra il Foro Romano e il Palatino di Roma alle rovine della capitale dei Sanniti a Pietrabbondante in Molise, dal rinnovato allestimento del museo Archeologico nazionale di Taranto alle vestigia della colonia fenicia di Tharros nei pressi di Cabras. Ecco l’elenco completo, con gli  orari rispettivamente di lunedì e martedì.

L’anfiteatro romano di Amiternum (L’Aquila)

ABRUZZO Museo Archeologico “La Civitella” (Chieti), 9-19.30, 9-19.30; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo – Villa Frigerj (Chieti), 9-20, 9-20; terme romane (Chieti), chiuso; area archeologica di Iuvanum (Montenerodomo, Ch), chiuso, 8-14; nuovo museo Paludi di Celano — Centro di Restauro (Celano, Aq), 8.30-13.30, chiuso; teatro e anfiteatro di Amiternum, San Vittorino (L’Aquila), 9-19.30, 9 -19.30; area archeologica di Alba Fucens (Massa d’Albe, Aq), 14-20, 8-14; santuario di Ercole Curino (Sulmona, Aq), 8-14, 14-20.

L’area archeologica di Metaponto (Matera)

BASILICATA Museo Archeologico nazionale di Metaponto (Bernalda, Mt), 9-20, 9-20; parco archeologico (Bernalda, Mt), 10-19, 10-19; parco archeologico dell’area urbana e Tavole Palatine (Bernalda, Mt), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” (Matera), 9-20, 9-20; museo nazionale Archeologico della Siritide (Policoro, Mt), 9-20, 9-20; area archeologica di Siris – Herakleia (Policoro, Mt), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale dell’Alta Val d’Agri (Agrumento Nova, Pz), 9-20, 9-20; teatro romano (Agrumento Nova, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; parco archeologico (Agrumento Nova, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” (Melfi, Pz), 9-20, 9-20; museo Archeologico nazionale (Muro Lucano, Pz), 9-14, 9-20; museo Archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” (Potenza), 9-20, 9-20; museo Archeologico nazionale (Venosa, Pz), 9-20, 9-20; area archeologica (Venosa, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; catacombe ebraiche (Venosa, Pz), 9-13 (prenotazione obbligatoria), 9-13 (prenotazione obbligatoria); insediamento neolitico di Notarchirico (Venosa, Pz), 9-13 (prenotazione obbligatoria), chiuso.

Una sala del museo nazionale Archeologico della Sibaritide

CALABRIA Museo Archeologico nazionale e parco archeologico di Scolacium (Borgia, Cz), chiuso, 9-19; museo Archeologico Lametino (Lamezia Terme, Cz), 8.30 -16.30, chiuso; museo Archeologico di Amendolara (Amendolara, Cs), 9-17, 9-14; museo Archeologico nazionale della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cs), 9-20, 9-20; parco archeologico della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cs), 9-19.15, 9-19.15; antiquarium di Torre Cimalonga (Scalea, Cs), 9-23, 9-23; museo Archeologico nazionale di Crotone (Crotone), 9-20, 9-20; museo e parco archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone), 9-13/15-19, 9-13/15-19; museo e parco archeologico nazionale (Locri, Rc), 9-2, 9-20; museo dell’antica Kaulon (Monasterace, Rc), 9-20, 9-20; area archeologica dell’antica Kaulon (Monasterace, Rc), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale (Reggio di Calabria), 9-20, 9-20; museo Archeologico di Medma (Rosarno, Rc), 9-17, 9-17; museo statale (Mileto, Vv), 10-19, 10-19; museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” (Vibo Valentia), 9-20, 9-20.

L’ingresso della villa dei Papiri negli scavi di Ercolano

CAMPANIA Antiquarium di Ariano Irpino (Ariano, Av), 8-14, chiuso; parco archeologico dell’antica Abellinum (Atripalda, Av), 8-14, 8-14; anfiteatro romano (Avella, Av), 9-13, 9-13; area archeologica dei Monumenti Funerari (Avella, Av), 9-13, 9-13; parco archeologico dell’antica Aeclanum (Mirabella Eclano, Av), 9-13, 9-13; teatro romano (Benevento), 8-19.30, 8-19.30; museo Archeologico nazionale del Sannio Caudino (Montesarchio, Bn), 9-20, 9-20; museo Archeologico dell’antica Allifae (Alife, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico di Teanum Sidicium (Teano, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico dell’antica Calatia (Maddaloni, Ce),9-20, 9-20; museo archeologico dell’antica Capua e Mitreo (S.Maria Capua Vetere, Ce), 9-19.30, 9-19.30; anfiteatro campano (S.M. Capua Vetere, Ce), 9-19.30, 9-19.30; museo Archeologico dell’Agro atellano (Succivo, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico dei Campi Flegrei (Bacoli, Na), 9.14.20, 9-14.20; parco archeologico delle Terme di Baia (Baia, Na), 9.19.20, 9-19.20; scavi e antiquarium nazionale (Boscoreale, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; villa Jovis (Capri, Na), 10-19, 10-19; scavi di Stabia (Castellamare di Stabia, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale (Napoli), 9-19, 9.19.30; museo Archeologico di Nola (Nola, Na), chiuso, 9-19; parco archeologico di Ercolano (Ercolano, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; scavi di Pompei (Pompei, Na), 9-19.30, 9-19.30; parco archeologico di Cuma (Pozzuoli, Na), 9-19.20, 9-19.20; Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (Pozzuoli, Na), 9-19.20, 9-19.20; scavi di Oplontis (Torre Annunziata, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; parco archeologico di Elea-Velia (Ascea, Sa), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo archeologico nazionale di Eboli e della media valle del Sele (Eboli, Sa), 8.30-16, 8.30-14; villa romana e antiquarium di Minori (Minori, Sa), 8-19.30, 8-19.30; museo archeologico della Valle del Sarno (Sarno, Sa), 8.30-22, 8.30-19; museo archeologico nazionale di Pontecagnano (Pontecagnano, Sa), 9-19.30, 9-19.30; museo archeologico nazionale e area archeologica di Paestum (Capaccio, Sa), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto aperti a Ferragosto

EMILIA ROMAGNA Museo nazionale etrusco “Pompeo Aria” e area archeologica di Kainua (Marzabotto, Bo), chiuso, 11-18.30; museo archeologico nazionale di Ferrara (Ferrara), 9.30-17.30, 9.30-20.30; museo Archeologico nazionale di Sarsina (Sarsina, Fc), 8.30-13.30, 8.30-13.30; complesso monumentale della Pilotta – galleria nazionale, museo archeologico nazionale, teatro Farnese, biblioteca Palatina (Parma), 8.30-14, 8.30-14; area archeologica di Veleia (Lugagnano val d’Arda, Pc), 9-18.30, 9-18.30; villa romana di Russi (Russi, Ra), 9-19, 9-19.

Il foro di Aquileia

FRIULI VENEZIA GIULIA Museo archeologico nazionale di Aquileia (Aquileia, Ud), 15-19, 8.30-19.30; museo paleocristiano (Aquileia, Ud), 9-13; museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli (Cividale, Ud), 9-14/15-19, 8.30-19.

Tumuli etruschi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Il Colosseo come lo vedono oggi milioni di visitatori da tutto il mondo

LAZIO Museo archeologico nazionale “G. Carettoni” e Area archeologica di Casinum (Cassino, Fr), 9-20, 9-20; museo archeologico nazionale di Formiae (Formia, Lt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; comprensorio archeologico di Minturnae (Minturno, Lt), 8-20, 8-20; museo archeologico nazionale e area archeologica di Sperlonga (Sperlonga, Lt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; antiquarium e area archeologica di Lucus feroniae (Capena, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale archeologico Cerite (Cerveteri, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli della Banditaccia (Cerveteri, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale archeologico (Civitavecchia, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; villa di Orazio (Licenza, Rm), apertura su prenotazione, 9-20; museo delle Navi Romane di Nemi (Nemi, Rm), 9-19, 9-19; museo archeologico nazionale di Palestrina e Santuario della Fortuna Primigenia (Palestrina, Rm), 9-20, 9-20; Pantheon (Roma), 8.30-19.30, 9-18; museo nazionale etrusco di Villa Giulia (Roma, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale preistorico ed etnografico “L. Pigorini” (Roma), 8-19, 8-19; Anfiteatro Flavio – Colosseo (Roma), 8.30-19.15, 8.30-19.15; Foro Romano e Palatino (Roma), 8.30-19.15, 8.30-19.15; terme di Caracalla (Roma), 9-14, 9-19; Palazzo Massimo – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.45; Terme di Diocleziano – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.30; Palazzo Altemps – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.45; Crypta Balbi (Roma), chiuso, 9-19.45; parco archeologico dell’Appia antica -Tombe della via Latina (Roma), chiuso, 9-18.30; parco archeologico dell’Appia antica -Santa Maria Nova (Roma), chiuso, chiuso; parco archeologico dell’Appia antica – Mausoleo di Cecilia Metella (Roma), chiuso, 9-18.30; parco archeologico dell’Appia antica -Villa dei Quintili (Roma), chiuso, chiuso; parco archeologico dell’Appia antica -Antiquarium Lucrezia Romana (Roma), 9-15, 9-15; parco archeologico dell’Appia antica -Villa di Capo di Bove (Roma), 9-18.30, chiuso; scavi di Ostia antica (Roma), 8.30-18.15, 8.30-18.15; Santuario dell’Apollo a Portonaccio (Roma), 8-14, 8-14; Antiquarium di Pyrgi (Santa Marinella, Rm), 9-19, 9-19; area archeologica di Villa Adriana (Tivoli, Rm), 9-22.30, 9-19.30; area archeologica di Poggio Moscini (Bolsena, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Vulci (Canino, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; Forte Sangallo e museo archeologico dell’Agro Falisco (Civita Castellana, Vt), 9-19, 9-19; area archeologica Anfiteatro Romano e Mitreo (Sutri, Vt), 9-18, 9-18; museo archeologico nazionale (Tarquinia, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli dei Monterozzi di Tarquinia (Tarquinia, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Tuscania, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale Etrusco di Viterbo – Rocca Albornoz (Viterbo), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

L’anfiteatro romano di Luni

LIGURIA  Museo archeologico di Chiavari (Chiavari, Ge), 9-14, 9-14; museo preistorico dei “Balzi Rossi” e area archeologica (Ventimiglia, Im), 9-19.30, 9-19.30; area archeologica di Albintimilium (Ventimiglia, Im), 13-19, 13-19; villa romana del Varignano (Porto Venere, Sp), 14-19, 14-19; museo archeologico nazionale di Luni e area archeologica (Ortonovo, Sp), 9-19.30, 9-19.30.

Una visione aerea della villa romana di Sirmione, nota come Grotte di Catullo

LOMBARDIA Parco nazionale delle Incisioni Rupestri di Capo di Ponte (Capo di Ponte, Bs), 8.30-19, 8.30-19; Mupre – Museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica (Capo di Ponte, Bs), 14-18, 14-18; museo archeologico nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno, Bs), 8.30-13.45, 8.30-13.45; villa Romana e Antiquarium (Desenzano, Bs), 8.30-19.30, 8.30-19.30; grotte di Catullo (Sirmione, Bs), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Mantova (Mantova), 8.30-13.30, 8.30-13.30; area archeologica e Antiquarium di Castelseprio (Castelseprio, Va), 8.30-19, 9.30-18.30.

Testa guerriero da Numana (museo archeologico di Ancona)

MARCHE Museo archeologico nazionale delle Marche (Ancona), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico Statale (Arcevia, An), 13.30-19.30, 8.30-13.30; museo archeologico Statale di Numana (Numana, An), 8.15-19.15, 8.15-19.15; museo archeologico Statale (Ascoli Piceno), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico statale di Cingoli Moscosi (Cingoli, Mc), 13.30-19.30, 8.30-13.30.

Il teatro di Pietrabbondante

MOLISE Museo sannitico di Campobasso (Campobasso), 9.30-19, 9.30-19; anfiteatro romano (Larino, Cb), 8.30-13.30, 8.30-13.30; Museo della città e del territorio (Sepino, Cb), 9.30-19, 9.30-19; area archeologica di Altilia –Sepino (Sepino, Cb), 9-18, 9-18; museo archeologico di Santa Maria delle Monache Isernia), 8.15-13.45, 8.15-13.45; museo nazionale del Paleolitico d’Isernia (Isernia), 8-19, 8-19; area archeologica del santuario Italico e teatro sannitico Pietrabbondante, Is), 10-19, 10-19, museo archeologico di Venafro (Venafro, Is), 8-19, 8-19.

Area archeologica di Libarna

PIEMONTE Area archeologica di Libarna (Serravalle Scrivia, Al), 8.30-16.30, 8.30-16.30; area archeologica di Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna, Cn), 8.30-18.30, 8.30-18.30; Musei Reali (Palazzo Reale, Armeria Reale, Museo archeologico, Galleria Sabauda) (Torino), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Il parco archeologico di Canne della Battaglia nel Comune di Barletta

PUGLIA Museo nazionale archeologico (Altamura, Ba), 8.30-19.30, 8.30-13.30; museo archeologico nazionale di Gioia del Colle (Gioia del Colle, Ba), 8.30-19.30, 14.30-19.30; parco archeologico di Monte Sannace (Gioia del Colle, Ba), 8.30-15, 8.30-15; museo nazionale archeologico Jatta (Ruvo di Puglia, Ba), 8.30-13.30, 8.30-13.30; parco archeologico di Canne della Battaglia (Barletta), 10-19, 10-19; museo nazionale e parco archeologico di Egnazia (Fasano, Br), museo: 8.30 -19.30, 8.30-19.30, parco: 8.30-19.15, 8.30-19.15; parco archeologico (Siponto, Fg), 12.30-21.30, 12.30-21.30; museo archeologico di Manfredonia (Manfredonia, Fg), 9-19.30, 9-19.30; museo nazionale archeologico di Taranto (Taranto), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Bronzetto al museo di Cagliari

SARDEGNA Museo archeologico nazionale (Cagliari), 9-20, 9-20; museo antiquarium di Porto Torres Porto Torres, Ss), 9-18, 9-18; museo archeologico ed etnografico “G. Sanna” (Sassari), 9-13, chiuso.

Il canopo di Dolciano al museo di Chiusi

TOSCANA Museo archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” (Arezzo), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Firenze), 8.30-14, 8.30-19; museo archeologico nazionale di Cosa (Ansedonia, Gr), 10.15-21.30, 10.15-18.30; museo archeologico nazionale di Castiglioncello (Rosignano, Li), 17.30-20, 17.30-20; museo archeologico nazionale di Chiusi (Chiusi, Si), 9-23, 9-20; museo archeologico nazionale di Siena (Siena), 10-19, 10-19.

Tempietto del Clitunno

UMBRIA Tempietto sul Clitunno (Campello sul Clitunno, Pg), 12.15 -17.45, 8.15 -19.45; teatro romano e antiquarium di Gubbio (Gubbio, Pg), 10-19.30, 10-19.30; museo archeologico nazionale dell’Umbria (Perugia), 8.30-19.30, 8.30-19.30; ipogeo dei Volumni e necropoli del Palazzone (Ponte San Giovanni, Pg), 9-19, 9-19; museo archeologico nazionale (Spoleto, Pg), 9.30-19.30, 9.30-19.30; museo archeologico nazionale (Orvieto, Tr), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli del Crocifisso del Tufo (Orvieto, tr), 10-19, 10-19; area archeologica di Carsulae (Terni), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Sculture al museo archeologico nazionale Concordiese

VENETO Area archeologica della Cattedrale (Feltre, Bl), solo su prenotazione 10-13/16-19; museo nazionale Atestino (Este, Pd), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale di Adria (Adria, Ro), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Fratta Polesine, Ro), 8.30-19.30, 8.30-19.30; area archeologica di Piazza Cardinal Costantini (Concordia Sagittaria, Ve), 8.30-19, 8.30-19; museo archeologico nazionale concordiese (Portogruaro, Ve), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Altino (Quarto di Altino, Ve), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Venezia (Venezia), 10-19, 10-19.

“Pompei e i Greci”: visita guidata alla mostra allestita nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, con 600 reperti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano

Il prof. Carlo Rescigno, uno dei curatori della mostra “Pompei e i Greci” davanti a un cratere da Locri Epizefiri (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. Ecco la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. L’allestimento espositivo è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion) che intensificano l’esperienza del visitatore, immergendolo in un ambiente multisensoriale legato al racconto della mostra e articolato in tre atti. “Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/26/pompei-fu-una-citta-della-magna-grecia-alla-domanda-risponde-la-mostra-pompei-e-i-greci-curata-da-osanna-e-rescigno-lo-spiegano-bene-nel-saggio-pubblicato-sul-catalogo-electa-segu/).

Cratere a figure rosse dalla tomba 113 Licinella di Paestum e una testa femminile dalla Basilica Noniana di Ercolano (Foto Graziano Tavan)

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. E allora facciamo questo viaggio alla scoperta di Pompei prima della Pompei che conosciamo attraverso le tredici sezioni della mostra. All’ingresso il visitatore è accolto dalla prima installazione multimediale che ti riporta indietro nello spazio e nel tempo facendoti vivere e percepire uno spaccato di vita pompeiana. Lo spettatore è portato a percepire l’eccitazione provata dagli antichi navigatori nell’avvistare per la prima volta il golfo di Napoli dal ponte delle loro imbarcazioni, e ad assistere alla fusione di diversi popoli e culture nella grande rete di comunicazioni e di scambi che diede vita a uno stile di vita e a una forma di espressione artistica inconfondibili. La prima sezione, “Una grammatica greca di oggetti”, racconta dei primi contatti dell’Occidente con l’Oriente, spesso sottesi nel mito o nell’epica. Ecco dunque Odisseo/Ulisse che percorre il Mediterraneo, e da Oriente giunge in Occidente. “Del suo mitico viaggio e dell’incontro del mondo greco con le culture mediterranee”, spiegano Osanna e Rescigno, “abbiamo muti, solidi testimoni: sono gli oggetti, passati di mano in mano, trasportati ammassati nella chiglia di una nave, ricreati dalla sapienza manuale di un artigiano. Sopravvissuti al naufragio dell’antico, sono per noi parole di un racconto, testimoni del culto di un eroe, di una cerimonia votiva, parte di una rassegna di immagini intorno al tempio di una dea, incunaboli di vita privata”.

Sima con protome leonina dal tempio Dorico di Pompei (foto Luigi Spina)

La piroga in un unico tronco dall’abitato protostorico di Longola (foto Graziano Tavan)

“Pompei prima di Pompei” è la seconda sezione. Alla foce del fiume Sarno e lungo la sua vallata il contatto con il mondo greco inizia ben prima della fondazione della città, con i villaggi che precedono Pompei. Nelle necropoli di Striano, nell’insediamento protostorico perifluviale di Longola di Poggiomarino ai materiali indigeni (notevole la piroga dell’VIII sec. a.C., lunga 7 metri, ricavata da un unico tronco di legno quercino) si sommano reperti greci, provenienti da scambi commerciali innescati con le rotte mediterranee di passaggio per la foce del fiume, o giunti per il tramite delle città greche o etrusche presenti in Campania. È in questo contesto che nasce Pompei: “Gli spazi della città” (sezione 3). Pompei viene fondata alla fine del VII secolo a.C. Lo spazio cittadino è suddiviso da strade regolari in cui si distribuiscono case e luoghi pubblici. Una geometria di santuari, con templi dalla ricca decorazione policroma, scandisce il tempo del politico e del sociale. La nuova città, italica, con forti presenze stanziali etrusche, viene costruita anche ricorrendo a maestranze greche, ad artigiani che potremmo trovare attivi a Cuma, Poseidonia, Capua e Metaponto. E così nella IV sezione, “La non città: un palazzo italico”, vediamo cosa succede attorno a Pompei, dove il sapere greco diversamente incontra il mondo indigeno. La reggia del re di un insediamento lucano, a Torre di Satriano, viene decorata come un tempio da artigiani tarantini. Il palazzo diventa il microcosmo delle relazioni sociali, del controllo del territorio e delle sue risorse. Linguaggi, stili, mode greche si adattano a una realtà non urbana, con esiti di eccezionale importanza, straordinariamente conservati, come il magnifico tetto decorato da una primitiva, minacciosa Sfinge e da lastre con scene di combattimento. “La riscoperta del palazzo di Torre Satriano”, spiegano Osanna e Rescigno, “ha permesso di conoscere uno spaccato significativo della cultura indigena: lo spazio del potere, dove le formule di derivazione ellenica sono reinterpretate nella rappresentazione dell’autorità del signore del luogo”. In Campania, di questo adattarsi delle forme culturali, abbiamo numerose testimonianze: siamo nella sezione 5, “Il sacro e il politico”. Da Cuma si diffonde il culto di Apollo e della divina Sibilla, si affermano pratiche politiche e sociali. La cavalleria campana era il corpo dei giovani aristocratici, basata su di un fermo apprendistato, su riti di iniziazione, strutture e cerimonie che ritroviamo a Cuma, greca, come a Capua, etrusca e poi italica. I contatti tra i centri erano assicurati da trattati e alleanze, sanciti all’ombra dei templi, ricordati da cerimonie e iscrizioni. In Campania, con la fondazione di Poseidonia (Paestum), si affaccia la potente Sibari, la città achea, nell’attuale costa ionica di Calabria, che intorno a sé aveva costruito un impero: una laminetta, esposta nel santuario di Olimpia, ricorda l’alleanza costruita tra la città e il popolo tirrenico dei Serdaioi, testimone la città di Poseidonia.

La ricostruzione dei fondali del porto di Napoli con un ammasso di reperti di molte epoche (foto Graziano Tavan)

Elmo corinzio in bronzo trofeo della Battaglia di Cuma (474 a.C.)

È “Un mondo multietnico” (sezione 6) quello che si va componendo sotto i nostri occhi: un mondo variegato di genti, che parlano lingue diverse, manipolano gli stessi oggetti, ma ne personalizzano l’uso adattandoli alle proprie esigenze, praticano un commercio per piccoli scali, dove il sapere si mescola con le partite di merci. Nei porti di Pompei e Sorrento, a Partenope o presso il Rione Terra di Pozzuoli, allora sede di un piccolo scalo cumano, avremmo potuto udire parlar greco, etrusco, italico. Un equilibrio rotto dalla “Battaglia di Cuma” del 474 a.C. (sezione 7). Il mondo dei piccoli scali lungo il golfo, della grande Pompei, delle alleanze, entra in crisi alla fine del VI sec. a.C. ed esplode nella prima metà del secolo successivo. Un tiranno a Cuma crea i presupposti per un nuovo equilibrio, alterando la trama delle primitive alleanze. La fondazione di Neapolis, la nuova città al centro del golfo voluta da Cuma, che si affianca a Partenope ereditandone il culto della Sirena, crea una brusca frattura, interrompe il flusso composito di idee e merci, crea nuove forme di identità. Gli etruschi vengono affrontati in una battaglia navale e sconfitti dai cumani con l’aiuto dei siracusani. È qui che troviamo la seconda installazione multimediale. Il visitatore assiste a uno scontro tra due flotte da guerra che seminò distruzione e morte sul fondo del mare: la celebre Battaglia di Cuma che segnò l’inizio di una nuova era nella storia di Pompei, segnata dal declino di questa città un tempo fiorente e l’ascesa di altri centri urbani nell’area. Ancora una volta il lontano santuario di Olimpia registra gli eventi storici campani: nella dedica di una decima del bottino da parte del vincitore Ierone, tiranno di Siracusa, che graffia sulla superficie del lucido bronzo il ricordo della vittoria, trasformando l’evento in ricordo perenne grazie ai versi di un’ode di Pindaro. Dunque Pompei si contrae, un vecchio mondo tramonta. E Neapolis segna uno sviluppo costante e continuo. Come dimostrano i recenti scavi dei fondali del porto, oggetto della sezione 8: “Neapolis, materiali dai fondali del porto”. Della nuova città, Neapolis, possediamo infatti il racconto narrato proprio dalle merci che si depositarono nel tempo sui fondali del porto: ritroviamo le voci di una città greca che vive e respira nel Mediterraneo. Alla II metà del VI sec. – I metà del V sec. a.C. risalgono le coppe ioniche; al IV – III sec. a.C. le anfore vinarie del tipo greco-italico di produzione locale; al II sec. a.C. le ceramiche comuni di produzione neapolitana, le anfore di produzione pompeiana, le anfore ovoidi di produzione brindisina, le anfore puniche di Cadice, e le anfore di produzione rodia. Tramite il suo porto imponente, Neapolis raggiunge luoghi lontani e ne condivide usanze, costumi, mode, specchio dinamico per nuove, infinite identità greche.

L’hydria, premio dei vincitori dei giochi di Hera ad Argo (V sec. a.C,), finita nella casa pompeiana di Giulio Polibio nel I sec. d.C. (foto Graziano Tavan)

Si apre “Un nuovo mondo” (sezione 9): Oriente e Occidente si toccano. Pompei rinasce al seguito dei grandi eventi innescati nel Mediterraneo dall’epopea di Alessandro Magno e della famiglia macedone, e dall’espansione progressiva di Roma. I racconti della conquista d’Oriente arrivano per immagini e scopriamo in un vaso apulo l’immagine della battaglia di Alessandro contro Dario che ritroveremo, secoli dopo, a Pompei, nel grande mosaico della casa del Fauno. La città, nel corso del II secolo a.C., è parte dell’universo ellenistico, ricercata per architetture pubbliche e private, colorata da affreschi, impreziosita da fregi in terracotta. Due scarichi, uno da Atene, il secondo da Pompei, testimoniano, con le dovute differenze, la comunanza di pratiche sociali, le similitudini nella ricerca di agi e modi di concepire la vita e i suoi piaceri. E così si comincia a “Vivere alla greca” (sezione 10). Il mondo ellenico entra infatti a far parte del lessico quotidiano, utilizzato, esibito, consumato. Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro provengono ricchi corredi di suppellettili che raccontano di culture composite in cui il mondo greco trova il suo ampio spazio tramite originali o oggetti imitati e ricreati. Proprio Giulio Polibio ereditò o acquistò un pezzo autenticamente greco di stile severo (460 a.C.), un’hydria (contenitore per l’acqua) in bronzo. L’iscrizione sul bordo (“sono dei giochi di Hera Argiva”) indica che il vaso è stato un premio per i vincitori dei giochi che si svolgevano in onore di Hera nel santuario di Argo: a Pompei probabilmente il pezzo arriva da trafugamento di qualche tomba, forse in Magna Grecia, venduto sul mercato antiquario, dove subisce trasformazioni (foro nella pancia per probabile applicazione di rubinetto) per far sfoggio come centrotavola. E poi c’è il servizio mensa in argento, 20 pezzi, probabilmente per quattro persone, trovato recentemente a Moregine, che garantivano al padrone di casa prestigio e successo. Queste argenterie trasportano in Campania un po’ del lusso delle vecchie regge ellenistiche.

Particolare della statua in bronzo di Apollo Lampadoforo trovata nel triclinio della casa di Giulio Polibio a Pompei (foto Luigi Spina)

La passione per il mondo greco diventa, infine, collezionismo (“Conservare oggetti greci””, sezione 11). Oggetti antichi sono richiesti, acquistati ed esposti nelle case. Di questa passione e delle sue distorsioni, abbiamo uno specchio significativo nelle storie di Verre, il potente romano accusato da Cicerone per le sue ruberie di opere d’arte in Sicilia. Accanto al latino si usa il greco (“La lingua greca a Pompei”, sezione 12): ovviamente per transazioni commerciali ma anche come lingua dell’emozione, del sentimento, della cultura. Le stanze delle case acquistano nomi greci, la cura del corpo e il mondo dell’amore si rivestono di parole greche, i bambini imparano a utilizzare l’alfabeto greco, ritroviamo il nome di Eschilo iscritto su di un gettone teatrale. L’ultima installazione fa vivere al visitatore l’esperienza del lusso e della ricchezza culturale della città, malgrado il suo violento passato. Pompei ricominciò a prosperare e fiorire, fondendo le più svariare influenze in una ricca produzione culturale ispirata dai Greci, che traspare nelle arti, nelle ville e nei giardini incantati del periodo. E così arriviamo all’ultima sezione, la 13: “Atene a Pompei”. Nelle statue diffuse in spazi pubblici e privati, in giardini, peristili e cortili, in sale di rappresentanza ritroviamo le opere mirabili dell’arte greca imitate e riprodotte. Un pezzo di Atene migra a Pompei, trasmettendo il ricordo di Afrodite e di Kore così come apparivano presso l’acropoli ateniese.

Locride. Tre serate-evento in agosto al museo e parco Archeologico dell’antica Kaulon (Monasterace) con apertura serale, mostre e incontri

Il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon annesso al parco Archeologico nel territorio di Monasterace (RC)

Estate 2017 speciale al museo Archeologico e parco Archeologico dell’antica Kaulon – Monasterace (Reggio Calabria) con aperture serali ed eventi. “Anche il museo dell’antica Kaulon, ricadente nel comune di Monasterace (Reggio Calabria)”, spiega Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico e parco Archeologico dell’antica Kaulon, che ha disposto alcune prestigiose iniziative, “aderisce al piano di valorizzazione programmato dal MiBACT finalizzato ad un prolungamento di apertura serale dei musei statali non autonomi che fanno riferimento ai Poli museali. Un’iniziativa che permette orari prolungati per le visite a musei e luoghi di cultura in un periodo, quello estivo appunto,  maggiormente frequentato dai turisti”. Si inizia il 10  agosto 2017 con il prolungamento dell’apertura serale dalle 20 alle 23, e la mostra “Il castello di Monasterace. Dal Restauro la Storia” in collaborazione con  il dipartimento PAU, Università Mediterranea di Reggio Calabria, il Comune di Monasterace e la cooperativa ViviKaulon- Servizi aggiuntivi museo di Kaulon. Una settimana dopo, il 18 agosto 2017, prolungamento apertura serale dalle 20 alle 23, con la mostra “La Moda ha una storia da raccontare” a cura di  Digi. Art e  cooperativa ViviKaulon – Servizi aggiuntivi museo di Kaulon. Infine il 22 agosto 2017, con il prolungamento dell’apertura serale dalle 20 alle 23, il museo di Kaulon allestisce un nuovo spazio per le testimonianze numismatiche con conversazione a cura di Giorgia Gargano, Ispettore onorario ai beni numismatici della Calabria.

Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi del 241 a.C.

E 12! Se ancora ci fossero stati dubbi sull’ubicazione della battaglia delle Egadi, combattuta nel 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che concluse a favore dei romani la lunga ed estenuante Prima Guerra Punica iniziata nel 264 a.C., ora dovrebbero essere fugati definitivamente. A tredici anni di distanza dal sequestro del primo rostro, che avviò le ricerche subacquee sistematiche, è stato recuperato a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi, cioè proprio dove da anni Sebastiano Tusa, responsabile della soprintendenza del Mare, ritiene si sia combattuto lo scontro finale. Questa importante scoperta conferma dunque la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero è stato possibile ancora una volta grazie alla fruttuosa collaborazione che la soprintendenza del Mare ha intrapreso con la statunitense RPM Nautical Foundation guidata da George Robb e la direzione scientifica archeologica di Jeff Royal. Per la soprintendenza del Mare la ricerca è diretta da Sebastiano Tusa con la collaborazione di Stefano Zangara. Le ricerche sono state condotte con l’ausilio della nave oceanografica Hercules a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica di ultima generazione.

Il dodicesimo rostro in bronzo a 80 metri di profondità nel mare di Levanzo (foto Luca Palezza)

Ma non è tutto. Perché questo dodicesimo rostro ha una particolarità eccezionale: il reperto, tra i 12 finora identificati, ha ancora la parte lignea della prua della nave incastrato al suo interno: Il reperto presenta la novità, tra i 12 finora identificati, ha la parte lignea della prua della nave all’interno: si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento. La sua estrazione e il conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Proprio il soprintendente Tusa, qualche anno fa, dava una spiegazione alla mancanza di ritrovamenti di reperti lignei: “L’assenza di legno è dovuta quasi certamente al fatto che le navi perdute in battaglia erano quelle adibite al combattimento. Erano, pertanto, prive di pesante carico che generalmente con il suo peso copre e fa sprofondare lentamente lo scafo al di sotto del sedimento del fondo marino preservandolo dall’aggressione della Teredo Navalis. Il legno è, pertanto, scomparso lasciando sul fondo le ceramiche usate dall’equipaggio, i chiodi e quegli elementi inorganici che facevano parte delle imbarcazioni affondate. Emerge, in tal modo, un vasto areale ove si raggruppano numerose concentrazioni di oggetti che offrono la percezione di numerose navi affondate costituendo l’ulteriore prova dell’identificazione esatta del luogo dello scontro”.

La sede logistica del team che partecipa alle ricerche archeologiche subacquee alle isole Egadi (foto Salvo Emma)

La svolta nel 2004. “Dapprima vi fu la consegna spontanea da parte di un pescatore”, ricorda Tusa, “di un elmo in bronzo del tipo Montefortino in uso proprio in quella battaglia da parte dei militi romani. Egli affermò di averlo trovato nello spazio di mare a poche miglia a Nord-Ovest di Levanzo. Poi venne l’elemento decisivo per darci la convinzione che la nostra ipotesi era esatta e che, pertanto, avrebbe avuto ottime possibilità di essere provata da auspicate ricerche. Fu la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, ci diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. Fu una “scoperta” eccezionale poiché oltre al valore storico-topografico legato all’evento bellico, il primo rostro delle Egadi era il secondo in assoluto rinvenuto fino ad allora seguendo quello di Athlit rinvenuto nelle acque israeliane qualche decennio prima”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)

Uno dei rostri in bronzo recuperati e già restaurato

Le scoperte archeologiche consentono di ricostruire la dinamica della battaglia con notevole accuratezza anche grazie agli studi sul regime del vento che dovette caratterizzare quel fatidico giorno. Così la sintetizza Tusa: “Annone all’alba del 10 marzo del 241 a.C., invogliato da una leggera brezza da Sud che andava girando da Ovest, diede l’ordine di salpare da Marettimo poiché pensava che con il vento in poppa avrebbe raggiunto rapidamente la costa siciliana eludendo i rigidi pattugliamenti romani della costa tra Drepanum e Lilibeo. Evidentemente Lutazio Catulo, l’astuto ammiraglio romano, intuì la mossa del nemico e pose tutta o parte della sua flotta al riparo dell’alta mole di Capo Grosso. Quando la flotta cartaginese si andava avvicinando diede l’ordine di salpare mollando cime ed ancore e scaraventando la sua forza d’urto e di sorpresa sul nemico. Lo scontro avvenne a circa miglia 4 ad Ovest / Nord-Ovest di Capo Grosso di Levanzo. Lo scompiglio nelle file nemiche dovette essere terribile sicché, anche in virtù del cambiamento del vento che già nel pomeriggio iniziò a spirare da Nord- Nord-Est ed Est, impossibilitato a proseguire e con il vento nuovamente in poppa per una salvifica ritirata verso il suo Paese, Annone diede l’ordine di far vela verso Cartagine. Svanirono per sempre le speranze cartaginesi di risolvere il conflitto a proprio favore. Amilcare, privo di rifornimenti, dovette capitolare cedendo la Sicilia ai Romani. La dinamica del vento che nel pomeriggio gira da Nord giustifica il rinvenimento della ben nota “nave punica di Marsala” sulle sponde dell’Isola Longa (qualche miglio a Sud del teatro del conflitto) giustamente identificata da Honor Frost come pertinente quella battaglia”. La battaglia delle Egadi fu di epocale valore per il destino del Mediterraneo ed oltre nei secoli a venire. “Nell’ambito dei 118 anni di guerra che videro lo scontro titanico tra due grandi potenze dell’antichità”, conclude Tusa, “questo fu uno dei momenti più importanti che ebbe un peso non indifferente per la vittoria finale del 146 a.C. dei romani, non foss’altro che perché tolse ai cartaginesi il controllo strategico della Sicilia. Ma, soprattutto, perché, come ci dice espressamente Polibio, il più attento osservatore, seppur di parte, del conflitto, i romani dopo il 10 marzo del 241 acquisirono la legittimità e l’autorevolezza di grande potenza mediterranea e di potenza navale intraprendendo con l’abilità che seppero sviluppare nei secoli seguenti la ben nota fisionomia di potenza imperialista anche se il vero e proprio impero nascerà dopo altre due secoli”.

“L’Arte di Vivere al tempo di Roma”: ricreata al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia una domus pompeiana con cento preziosi reperti dal museo Archeologico di Napoli e una star assoluta: l’Efebo di via dell’Abbondanza, la più bella statua mai trovata a Pompei

L’Efebo di via dell’Abbondanza nel suggestivo allestimento della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico di Vetulonia

Un cancelletto di legno. Apparentemente insignificante. Eppure è un’autentica “porta del tempo”: di qui noi, di là il mondo degli antichi romani. Basta varcarlo per fare un salto indietro nel tempo di duemila anni. Benvenuti nella casa di un antico pompeiano, accolti da un personaggio speciale: l’Efebo di via dell’Abbondanza. Ma questa domus, fate bene attenzione, non si trova a Pompei, bensì a Vetulonia, importante centro della dodecapoli etrusca. All’interno del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia è stata infatti ricreata una vera domus pompeiana grazie alla collaborazione della direttrice del “Falchi”, Simona Rafanelli, con il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini. Ecco dunque la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider; vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/20/pompei-trasloca-in-etruria-notte-speciale-dei-musei-a-vetulonia-con-la-mostra-larte-del-vivere-al-tempo-di-roma-i-luoghi-del-tempo-nelle-domus-di-pompei/), con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e per la maggior parte conservati nei magazzini del Mann. “Abbiamo cercato gli oggetti da prestare per questa mostra”, ricorda Valeria Sampaolo, conservatore delle collezioni del Mann, “nei magazzini, locali protetti da pesanti cancelli dove sono conservati tesori di bronzi, ceramica e vetro. Con Simona Rafanelli abbiamo selezionato quanto potesse essere più significativo per facilitare la ricostruzione ideale di ambienti analoghi a quelli rimessi in luce dalle ricerche vetuloniesi. I visitatori possono così percepire di quante comodità gli antichi fossero riusciti a circondarsi, e a quali livelli di tecnica e di artigianato si fosse giunti nel I sec. d.C. attraverso oggetti reali, concreta e tangibile testimonianza del passato”. Reperti così importanti (alcuni usciti per la prima volta dal Mann) che, per dissipare l’incredulità manifestata dai primi visitatori sorpresi da tanta qualità, gli organizzatori sono stati “costretti” a porre un cartello bilingue all’ingresso “Sono tutti pezzi originali”.

Visione assonomentrica del progetto di allestimento della mostra “Arte di Vivere al tempo di Roma” dell’architetto Luigi Rafanelli

Entriamo dunque a scoprire “L’Arte di Vivere” di senechiana memoria in questa ricca domus pompeiana. Ci accompagna un’ospite speciale, l’archeologa Luisa Zito. Apriamo il cancelletto, ed eccoci nel I sec. d.C. I pavimenti musivi della domus sono stati riprodotti nei minimi dettagli per un allestimento, curato dall’architetto Luigi Rafanelli, “immersivo” ed “emozionale”, per solleticare più sensi del visitatore: dalla vista all’udito, e, per i fortunati presenti all’inaugurazione, all’olfatto. “Quel giorno – ricorda Zito – nel giardinetto cui si accede dal tablino c’erano piante vere (ora sostituite da riproduzioni per ovvi motivi tecnici) che inondavano le stesse fragranze simili a quelle apprezzate dagli antichi pompeiani”. Per ricreare queste atmosfere, “ridare vita agli oggetti domestici, e restituire splendore alle straordinarie opere d’arte, di pittura e scultura, presenti in mostra”, spiega Luigi Rafanelli, “si è ricostruita parzialmente, in due stanze del museo, una domus pompeiana: nella prima, sono stati localizzati ambienti dedicati a banchetto, simposio, cucina, dispensa, toeletta, che si affacciano sull’atrio, con al centro l’impluvio; nella seconda, sono riproposti tre ambienti: uno interno, il tablinum; uno interesterno, il portico; uno esterno, il giardino, in sequenza scenografica”. La casa pompeiana qui è intesa dall’architetto allestitore non come semplice contenitore di un’antologia di pezzi archeologici, ma come luogo dove è (ri)messa in scena L’Arte di Vivere dei romani, il teatro della rappresentazione delle attività domestiche, comprese quelle artistiche e culturali, fondamentali nello stile di vita di quel tempo.

(1 – continua)

Gli archeologi e gli studenti della scuola di specializzazione di Oristano hanno scoperto nel golfo di Hammamet, in Tunisia, le tracce della Colonia Iulia Neapolis, una delle più importanti città romane d’Africa, sprofondata nel mare nel IV sec. d.C. per un terremoto

Visione area del sito archeologico di Colonia Iulia Neapolis, nel golfo di Hammamet in Tunisia, con una parte sulla costa e una parte sprofondata nel mare

Le terme romane della Neapolis sulla costa occidentale della Sardegna

Da Oristano in Sardegna ad Hammamet in Tunisia. Da Santa Maria di Nabui, nel golfo di Oristano, a Nabeul di Cap Bon, vicino a Tunisi. Per un unico comun denominatore: Nesiotikà, la Scuola di specializzazione in Beni archeologici di Oristano, e una Neapolis. Quella sulla costa occidentale sarda, città prima sotto controllo fenicio-punico e poi romano, descritta da Plinio come una delle più importanti città della Sardegna, era stata studiata dalla seconda metà del Novecento, quella nord-africana – nota come Colonia Iulia Neapolis – è stata scoperta (ma sarebbe più corretto dire che ne è stata certificata la sua struttura urbanistica) nella IX missione archeologica sardo-magrebina, conclusasi nei giorni scorsi, coordinata dai professori Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu e dal prof. Mounir Fantar, responsabile archeologo dell’area della Tunisia del Nord Est, e riservata agli studenti di Nesiotikà. E verso la seconda metà di agosto è programmata una decima missione volta ad approfondire alcune aspetti della scoperta, ma soprattutto le ragioni per cui questo pezzo della città di Neapolis sarebbe rimasto sommerso dall’acqua. Parteciperanno dunque anche archeosismologi e geomorfologi subacquei. La IX campagna si è svolta nell’ambito dell’accordo quadro siglato nel 2009 tra l’Institut National du Patrimoine di Tunisi e l’università di Sassari e ha coinvolto quattro specializzandi della sede di Oristano oltre ad alcuni studenti tunisini. I settori di intervento hanno riguardato un’area terrestre, con la conclusione dei saggi di scavo iniziati nel 2016 e la realizzazione di piccoli saggi di verifica della cronologia degli atria con fontane della Nympharum Domus e del cardo orientale della domus e un’area marina con l’indagine delle strutture sommerse attraverso sonar a scansione laterale (side scan sonar) e immagini fotografiche e video tramite GoPro. E, ancora, la verifica dell’esistenza di strutture portuali sommerse nell’area di Beni Khiar-Mammoura, eventualmente riferibili alla fase successiva alla sommersione nel IV secolo d.C. delle Usines de Salaisons e del porto neapolitano.

Ricostruzione dell stabilimento per la produzione di garum a Colonia Iulia Neapolis

Archeologi subacquei al lavoro nella parte sommersa di Neapolis

Neapolis sarebbe stata fondata nel V secolo a.C.: di qui sono passati i fenici, i cartaginesi e anche i romani., quando raggiunse l’estensione di 60 ettari. Quella che oggi è stata scoperta copre un’area di 20 ettari: lunga un chilometro e larga 200 metri. Antiche strade e vecchi edifici si trovano a 5 metri di profondità e sono suddivisi in isolati, realizzati quasi geometricamente, di 71 metri per 35,5. Sprofondata per effetto di un terremoto nel IV sec. d.C., Neapolis si presenta integra, quasi identica alla città descritta nel IV secolo dopo Cristo. Nell’800 si conosceva la localizzazione di Neapolis, ma gli scavi veri e propri sono iniziati nel 1965, in occasione della costruzione di un hotel. I primi ritrovamenti riguardano un’antica domus con mosaici e un vecchio stabilimento per la produzione del garum, la salsa di pesce. La missione sarda inizia nel 2009 quando, dopo aver studiato la Neapolis sarda di fronte al golfo di Oristano, il professor Zucca proponeva di studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis.

Archeologi puliscono i mosaici nella parte terrestre della Colonia Iulia Neapolis

“La porzione di Neapolis individuata nelle precedenti missioni e ben documentata”, spiegano gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del Dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar, dell’Institut national du patrimoine (Inp) di Tunisi, “potrebbe essere definita la zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis, ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni) che poi venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi e esportate in vari paesi del Mediterraneo”. Ma non è tutto. Nel corso della IX missione è stato scoperto tra le rovine della città di terraferma un interessante frammento di una lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, che ha permesso di individuare quello che potrebbe essere il 27.mo foro romano (il quarto in Africa) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria.

Serata speciale a Vetulonia con “Archeologia sotto le stelle”: l’archeologa Luigia Melillo svela i segreti dell’Efebo di via dell’Abbondanza, star della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo Etrusco “Isidoro Falchi”

L’Efebo di via dell’Abbondanza star della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo Etrusco “Isidoro Falchi” e protagonista della rassegna “Archeologia sotto le stelle” a Vetulonia

“Quel lontano 25 maggio del 1925, trascorsi ormai molti anni dalla importante scoperta della statua bronzea dell’Apollo della Casa del Citarista nel 1859”, scrive Simona Rafanelli direttore del museo civico Etrusco “Isidoro Falchi” di Vetulonia, nel catalogo della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” (L’Erma di Bretschneider), “proprio quando (sono parole dell’archeologo Amedeo Maiuri, all’epoca direttore degli scavi a Pompei) … poteva sembrare che il suolo della distrutta città … non ci riserbasse più … alcun’altra opera di vero pregio artistico, riemerge, dal cuore di una delle maggiori abitazioni signorili di Pompei, aperta su via dell’Abbondanza con ben tre ingressi, una straordinaria statua in bronzo di dimensioni di poco inferiori al vero, degna di essere annoverata (annotava  ancora Maiuri) tra le più importanti scoperte della città dissepolta: l’Efebo di via dell’Abbondanza”. L’Efebo era riemerso dal cumulo di cenere e lapilli che per quasi duemila anni l’aveva occultata agli occhi del mondo e tornava ad offrirsi agli attoniti occhi degli astanti come un fanciullo “non più adolescente”, dal corpo nudo di radiosa bellezza (la magistrale descrizione di Maiuri), in cui l’armonico e perfetto sviluppo delle membra, agili e snelle e già adusate … all’esercizio della palestra, ci rivela la figura di un giovanetto atleta offerente, immortalato nel gesto di offerta, fatto con l’ancora timida e reverente grazia della divina giovinezza.

Il manifesto della mostra di Vetulonia

L’Efebo di via dell’Abbondanza, protagonista assoluto della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” al museo “Isidoro Falchi”, per ammirare il quale vale un viaggio a Vetulonia, è anche il protagonista del secondo appuntamento di “Archeologia sotto le stelle 2017: conversazioni in piazza sui temi della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma”, rassegna promossa dal museo civico di Vetulonia, dal Comune di Castiglione della Pescaia e dai Musei della Maremma. Venerdì 4 agosto 2017, alle 21.15, in piazza a Vetulonia, “Focus sull’Efebo di Via dell’Abbondanza” con Luigia Melillo, responsabile ufficio Restauro del museo Archeologico nazionale di Napoli. Con Melillo sarà interessante ripercorrere le vicende che hanno interessato l’Efebo dalla sua scoperta fino all’ultimo restauro curato dal Paul Getty Museum di Los Angeles prima del suo arrivo a Vetulonia. Così si scopre che il primo restauro risale ancora al 1925 quando furono ricongiunte le parti staccate degli arti inferiori, ricomposto l’avambraccio destro e creata una solida armatura interna che desse stabilità alla statua. Ma solo nel 1996, di fronte alle precarie condizioni statiche della statua, quando si procedette allo smontaggio dell’Efebo, si scoprì che, come scrive Luigia Melillo, “per dare stabilità all’armatura interna e per fornire una superficie d’appoggio compatta su cui fissare i frammenti da ricomporre, le gambe e parte delle cosce furono riempite di cemento, principale causa delle precarie condizioni statiche dell’Efebo”. Ma è solo una delle tante curiosità legate alla grande scoperta fatta da Amedeo Maiuri nel 1925.

Una sala del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

La serata si chiude al museo. Al termine dell’incontro con Luigia Melillo è possibile partecipare a un brindisi dolce/salato a prezzo speciale nel Borgo (Info 0564 948058). Ma la rassegna “L’Archeologia sotto le stelle” offre anche l’occasione veramente ghiotta, tra le ore 22 e le 23, di partecipare a visite guidate con l’archeologo alla mostra evento 2017 “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”.

“Zeus in trono” torna a casa, al Mann di Napoli. La statuetta in marmo era stata trafugata negli anni Ottanta e comprata dal Paul Getty Museum nel 1992, che ora l’ha restituita spontaneamente, una volta dimostrata la provenienza illegale dalla Campania

La statuetta in marmo di “Zeus in trono” restituita all’Italia dal Paul Getty Museum e ora al museo Archeologico nazionale di Napoli

Zeus torna a casa. A Napoli. Trafugata illecitamente dall’Italia intorno agli anni Ottanta del secolo scorso, la preziosa statua di “Zeus in trono”, databile intorno al 100 a.C., e acquistata nel 1992 dal Getty Museum di Los Angeles tramite un mercante d’arte londinese, è stata accolta con tutti gli onori al museo Archeologico nazionale di Napoli, che – famoso per sue preziose raccolte greco–romane  – è stato scelto come sede ideale per il ritorno in Italia e in Campania, da dove sicuramente proviene, dell’importante scultura in marmo raffigurante Zeus in trono, almeno fintanto che non sarà determinata la sua esatta provenienza. La statuetta di “Zeus in trono”, che sarebbe stata utilizzata in origine come oggetto di culto nel tempietto casalingo di una facoltosa famiglia greca o romana. è stata restituita spontaneamente dal museo californiano. “La decisione di restituire questo oggetto rientra nella nostra politica di collaborazione con il ministero dei Beni Culturali per la risoluzione di controversie e questioni relative alla provenienza e proprietà di oggetti facenti parte della nostra collezione”, spiega Timothy Potts, direttore del J.P. Getty Museum. E il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: “È  il risultato della collaborazione tra Italia e Usa, e di una strategia fatta di azioni di Polizia e di azioni di diplomazia per riportare qui il patrimonio culturale sparso nel mondo”. La statua di “Zeus in trono” resterà a Napoli, ha annunciato il titolare del Mibact, favorevole alla linea secondo cui le opere d’arte trafugate debbono ritornare al territorio di appartenenza dopo il loro recupero. “La scelta del Mann”, sottolinea il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, “è un riconoscimento della rappresentatività di Napoli e della Campania e conferma i rapporti di collaborazione tra il Mann ed il Paul Getty Museum che risalgono a 25 anni fa”. D’altra parte il Getty Museum di Los Angeles ha di recente rinnovato proprio con il direttore del Mann, Paolo Giulierini, anche una importante collaborazione per l’esposizione temporanea di opere del museo napoletano presso l’Istituzione californiana, connessa al restauro delle stesse. Il caso più recente è quello del celeberrimo Cratere di Altamura o dell’Inferno che verrà restaurato ed esposto al Getty Villa di Malibù.

Il ministro Franceschini, il generale della Guardia di Finanza Carrarini e il direttore Giulierini applaudono il ritorno in Italia dello “Zeus in trono”

A festeggiare la nuova collocazione di Zeus al Mann, oltre al ministro Dario Franceschini anche il procuratore della Repubblica facente funzioni presso il Tribunale di Napoli Nunzio Fragliasso e il procuratore aggiunto con delega alla tutela dei beni culturali Vincenzo Piscitelli; il comandante della Regione Campania della Guardia di Finanza gen. D. Fabrizio Carrarini, il comandante del nucleo di polizia tributaria di Roma da dove erano partite le indagini col. t. st. Paolo Compagnone e il comandante del gruppo Tutela mercato beni e servizi dello stesso nucleo di polizia tributaria di Roma ten. col. Luigi Smurra. “La presenza del ministro Franceschini oggi a Napoli ci onora”, commenta Giulierini. “Il ritorno delle statua di Zeus è una conferma del successo dell’azione dell’Italia, fortemente impegnata con tutte le sue Istituzioni nel recupero e nella conservazione del nostro patrimonio”.

Lo scoprimento dello “Zeus in trino” dall’imballaggio per preservarlo durante il viaggio da Los Angeles a Napoli

La statuetta di “Zeus in trono” è alta 74 cm potrebbe essere stata oggetto di culto – come si diceva – nella cappella privata di una ricca dimora patrizia, in ogni caso le numerose incrostazioni marine fanno supporre un prolungato periodo di immersione in mare, con un lato intatto probabilmente perché coperto dalla sabbia, che l’avrebbe protetto. E proprio queste incrostazioni hanno contribuito a dimostrare la provenienza campana della statua esposta a Los Angeles. Tutto comincia con il ritrovamento in uno scavo clandestino di un frammento marmoreo che poi si sarebbe scoperto essere uno spigolo del bracciolo del trono di Zeus. Quel frammento è stato recuperato a Bacoli, nel Napoletano, dalla Guardia di Finanza il 12 dicembre 2012. Ben presto fu ipotizzato che quel frammento poteva appartenere allo “Zeus in trono” di Los Angeles. Grazie a un’immagine disponibile sul web è stato possibile sovrapporre virtualmente il frammento alla statua, e si p visto che era perfettamente compatibile. Così si è proceduto a una verifica diretta nel museo californiano, eseguita il 6 marzo 2014. Infine le analisi delle concrezioni calcaree presenti sul frammento (conseguenza della lunga permanenza in mare), uguali a quelle presenti sulla statua, hanno costituito la prova definitiva.

“Alla scoperta del patrimonio calabrese: musei e parchi archeologici”, ciclo di incontri a Capo Colonna

Il parco archeologico di Capo Colonna a Crotone

Gregorio Aversa, direttore del museo e parco Archeologico nazionale di Capo Colonna

Agosto dedicato alla scoperta dei musei e dei parchi archeologici calabresi. Dal 1° al 22 agosto 2017 al museo e parco Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone), diretto da Gregorio Aversa, che per l’occasione rimarrà aperto al pubblico fino alle 23, si terrà il ciclo di incontri “Alla scoperta del patrimonio calabrese: musei e parchi archeologici”, promossi dal museo e parco Archeologico nazionale di Capo Colonna in collaborazione con il comune di Crotone. L’iniziativa nasce dalla volontà di presentare e valorizzare alcuni tra i vari presidi archeologici della Calabria che conservano resti di grande valore forse non ancora abbastanza conosciuti. Parteciperanno a questa importante proposta mirata alla conoscenza e alla promozione dei tanti tesori che contraddistinguono la Calabria alcuni esperti del settore. Ecco il ricco programma. 1° agosto 2017, ore 18.30: incontro con Adele Bonofiglio, direttore del museo nazionale Archeologico della Sibaritide, del museo Archeologico nazionale di Amendolara e del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi”di Vibo Valentia. 8 agosto 2017, ore 18.30: incontro con Maria Cerzoso, direttore del museo dei Brettii e degli Enotri di Cosenza. 18 agosto 2017, ore 18.30: incontro con Fabrizio Mollo, curatore scientifico e allestimento del museo di Blanda di Tortora e curatore allestimento del museo dei Brettii e del Mare di Cetraro. 22 agosto 2017, ore 18.30: incontro con Rossella Agostino, direttore del Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri, del  Museo Archeologico e Parco Archeologico dell’antica Kaulon, del museo e parco Archeologico “Archeoderi” di Bova Marina e del museo Archeologico di Metauros di Gioia Tauro.