Un libro al giorno. “Storia d’amore e d’archeologia” di Marinella Fiume sulla relazione in Sicilia tra l’archeologo rumeno Dinu Adamesteanu, profugo dalla Romania di Ceausescu, e la neuropsichiatra infantile inglese Daphne Phelps

Copertina del libro “Storia d’amore e d’archeologia” di Marinella Fiume

È uscito per i tipi di Algra Editore il libro “Storia d’amore e d’archeologia” di Marinella Fiume. Una storia d’amore in terra di Sicilia negli anni Cinquanta tra l’archeologo rumeno Dinu Adamesteanu (1913-2004), profugo dalla Romania di Ceausescu, e la neuropsichiatra infantile inglese Daphne Phelps (1911-2005), nipote del pittore Robert Kitson e vestale della bella dimora di Taormina da lui ereditata. Un perfetto esempio di integrazione per entrambi, alla stessa stregua di quello tra colonizzatori greci e indigeni di Sicilia. Dello spaccato di vita trascorsa dall’archeologo qui, del suo lavoro e dei suoi tormenti di profugo il libro è una straordinaria fonte di informazione. E forse, in quel gruppetto di lettere annodate con un nastrino rosso e fino all’ultimo accarezzate da Daphne, si cela una relazione di coppia impossibile. E mentre la Phelps chiude i suoi giorni a Taormina, l’archeologo conclude il suo viaggio nell’antica Herakleia, perché il nóstos, il “ritorno a casa” è verso quella patria dove si è scelto di vivere e di morire. Intrecciando citazioni saggistiche e testimonianze dirette e contaminando il genere del romanzo con la biografia, l’Autrice ricostruisce le figure di due grandi personaggi il cui profilo prende vita in luoghi ricchi di storia e di bellezza.

Firenze. Giulia Basilissi, restauratrice al MAF, illustra ad “archeologiavocidalpassato.com” l’intervento di manutenzione sulla Chimera di Arezzo insieme ad alcune curiosità emerse durante l’operazione in laboratorio, prima del nuovo allestimento al museo Archeologico nazionale

La Chimera di Arezzo nella nuova sala allestita al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Dal 19 novembre 2025, con l’inaugurazione della nuova sala del MAF, la Chimera di Arezzo – icona e simbolo dell’arte etrusca – ritrova la sua collocazione ideale, grazie a un accurato intervento affidato allo studio fiorentino di architettura Guicciardini & Magni, che lo ha realizzato insieme all’ufficio tecnico e alle curatrici del Museo: un allestimento esperienziale, allo stesso tempo monumentale e poetico, che invita ogni visitatore a un incontro personale con un capolavoro che da secoli incarna il genio artistico e il mito della civiltà etrusca. La scultura, iscritta al numero 1 nell’inventario del Museo, è appartenuta sin dal suo ritrovamento al futuro Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, diventando subito uno dei pezzi più emblematici e preziosi della collezione medicea (vedi Firenze. Al museo Archeologico nazionale aperta la nuova sala della Chimera di Arezzo, il capolavoro in bronzo dell’arte etrusca: icona e simbolo fin dal suo ritrovamento nel 1553. La presentazione del direttore Maras per “archeologiavocidalpassato” | archeologiavocidalpassato).

Giulia Basilissi, restauratrice (foto maf)

Prima di giungere al nuovo allestimento, la Chimera di Arezzo è stata sottoposta a un accurato intervento di manutenzione curato da Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice del museo Archeologico nazionale di Firenze, che lo illustra ad archeologiavocidalpassato.com, insieme ad alcune curiosità emerse durante le operazioni nel laboratorio di restauro “Eminia Caudana” del MAF.

Sono Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice del museo Archeologico nazionale di Firenze”, spiega ad archeologiavocdalpassato.com. “Attualmente presso il museo è presente un laboratorio di restauro intitolato a Erminia Caudana, una delle prime restauratrici donne del nostro territorio. Il laboratorio eredita, chiaramente in piccole dimensioni, ciò che è stato il centro di restauro, un’eccellenza per quanto riguarda il restauro dei bronzi. Ben sappiamo che proprio al centro sono stati restaurati i Bronzi di Riace. Attualmente non ci sono le stesse potenzialità di allora – è un altro momento storico – però è stato possibile in occasione del nuovo allestimento della Chimera fare un’attività di manutenzione delle superfici di questo importantissimo bronzo. È stata quindi l’occasione per mappare tutte le aree che devono essere oggetto di manutenzione e controllo nel tempo.

La Chimera di Arezzo nella nuova sala allestita al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Lavorando all’interno del museo – continua Basilissi -, il mio compito è quello di controllare lo stato di conservazione. Ma sono stati eseguiti anche alcuni interventi superficiali con metodologia a secco, attraverso varie spugne e pennelli. È stata fatta una microaspirazione, la rimozione di tutto quello che era il deposito meno coerente presente sulla superficie. E si è poi deciso anche di approfondire un po’ l’intervento di pulitura per quanto riguarda la parte della criniera. La Chimera è caratterizzata dalla presenza del “nero lorenese” o delle patinature lorenesi, strati manutentivi che sono stati applicati in passato proprio sui bronzi della nostra collezione. Proprio nell’area della criniera alcune di queste stesure risultavano di rilevante spessore ed erano frammiste anche al deposito che via via si era accumulato sulla superficie. Pertanto è stata fatta una pulitura, abbiamo cercato di approfondire il livello di pulitura, cercando di andare a rimuovere questi depositi che andavano a creare un tono un po’ marrone, un po’ più diverso all’interno della criniera. Non è un intervento molto semplice proprio perché, come è possibile osservare, ci sono moltissime socche sovrapposte che hanno anche una lavorazione molto particolare.

Non si è trattato di un restauro – precisa Basilissi -, ma di una attività di manutenzione. Però uno dei compiti del museo è appunto quello di occuparsi della conservazione, di conservare al meglio i nostri beni. Quindi è soltanto un intervento di “riordino” e il nostro compito è continuare a monitorare la Chimera”.

Adesso la Chimera la vediamo tutta di un medesimo tono, però – assicura Basilissi – siamo certi del fatto che ci fossero delle applicazioni polimateriche che conferivano colore alla Chimera stessa. Certamente c’erano degli inserti in corrispondenza degli occhi. Ci sono alcuni fori che si vedono in corrispondenza della bocca che sicuramente identificano gli agganci dove venivano molto probabilmente dei denti d’argento. Non lo sappiamo, però dal punto di vista tecnologico così sembrerebbe. E poi ci sono delle agemine in rame in corrispondenza delle gocce di sangue della Chimera. Il dato è stato confermato durante l’intervento di manutenzione, soprattutto è stata riosservata la parte delle agemine con il microscopio digitale. E si può osservare la mancanza di una delle gocce. Qui è saltata una delle agemine e quindi questo identifica il fatto che quella parte non è stata realizzata in fusione, ma sono stati fatti degli inserimenti polimaterici. Quindi – conclude Basilissi – i nostri bronzi antichi in realtà erano molto più colorati e polimaterici di quanto ci immaginiamo”.

 

 

Iraq. La campagna di scavo 2025 dell’università di Catania a Tell Muhammad (periferia di Baghdad) fa luce su nuovi aspetti della vita quotidiana in Mesopotamia all’epoca di Hammurabi: scoperti un quartiere produttivo, una fucina dotata di forni di diverse dimensioni, un crogiolo in terracotta, sepolture al di sotto dei pavimenti (rituale del kispum)

La quinta campagna di scavo (2025) dell’università di Catania a Tell Muhammad, un antico insediamento alla periferia meridionale di Baghdad (Iraq) lungo la valle del Tigri in posizione strategica tra le aree di influenza di Babilonia ed Eshnunna, ha permesso di far luce su nuovi aspetti della vita quotidiana in Mesopotamia nella prima metà del II millennio a.C. La missione, guidata dal prof. Nicola Laneri nell’ambito del progetto ArtourBagh, e a cui ha preso parte l’allievo di II anno Dario Ciacera Macauda, ha portato alla rivelazione di un articolato quartiere produttivo caratterizzato da edifici e spazi destinati ad attività artigianali. Di notevole interesse è il rinvenimento di una fucina dotata di forni di diverse dimensioni, e il ritrovamento di un crogiolo in terracotta, quasi intatto, contenente ancora residui di attività di fusione. Ulteriori informazioni sulla società mesopotamica all’epoca di Hammurabi provengono dalle numerose sepolture rinvenute al di sotto dei pavimenti degli edifici: alcuni individui in posizione fetale avvolti in stuoie, e persino una sepoltura monumentale legata a pratiche rituali. Questi contesti confermano quanto già noto grazie ai testi mesopotamici sul 𝑘𝑖𝑠𝑝𝑢𝑚, un rituale volto a preservare la memoria e il culto degli antenati. I dati raccolti consentono di approfondire la conoscenza delle fasi di occupazione del sito, e la ricostruzione delle relazioni topografiche di Tell Muhammad con i centri limitrofi, tra la fine del III e la prima metà del II millennio. Fine ultimo del progetto sarà la creazione di un parco archeologico volto alla salvaguardia del sito e alla valorizzazione del patrimonio storico e archeologico di Baghdad.

Il sito di Tell Muhammad alla periferia di Baghdad in Iraq dove opera la missione dell’università di Catania (foto unict)

“Il fascino dell’antico”, scrive Nicola Laneri nel post Vivere e morire nell’Antica Mesopotamia sull numero del 10 dicembre 2025 di UniCtMagazine, “è da sempre segnato dai resti funerari che gli archeologi fanno emergere dalla terra durante gli scavi archeologici. Quando questi sono diversi dalla nostra tradizione e dai nostri costumi, l’immaginario vaga ancor di più nella speranza di scoprire una nuova dimensione che permetta di ricostruire quel rapporto indissolubile che esite tra la vita quotidiana e il mondo dell’aldilà. Questa fascinazione accresce quando l’opportunità si presenta e il contesto archeologico appartiene ad un luogo, la Mesopotamia, e a un tempo, l’epoca di Hammurabi di Babilonia, lontano ma a noi assai vicino. Ecco quindi che, alla fine della quinta stagione di ricerche archeologiche a Tell Muhammad (Baghdad, Iraq), supportate dal ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) in collaborazione con il State Board of Antiquities and Heritage (SBAH) dell’Iraq, il gruppo di ricerca dell’università di Catania diretto dal prof. Nicola Laneri ha consolidato la propria conoscenza sulla vita degli abitanti di questo importante centro che si trovava lungo la vallata del fiume Tigri al confine tra il mondo di Babilonia e quello di Eshnunna, l’altra grande capitale dell’epoca e posizionata, a circa 40 km da Tell Muhammad, lungo la via commerciale che collegava la Mesopotamia all’Iran attraverso la vallata del fiume Diyala.

Il crogiolo di fusione scoperto nel sito di Tell Muhammad in Iraq dalla missione dell’univesrità di Catania (foto unict)

“Le intense attività di scavo durate due mesi – continua Laneri – hanno messo in luce ampi quartieri produttivi che si trovano all’interno di edifici posti lungo la cinta muraria e la porta d’ingresso e che, in un caso, mostrano la presenza di una sorta di fucina con una serie di forni e fornelli in terracotta oltre alla possibile presenza di una canna fumaria. All’interno di questo ampio settore, la produzione di cibo si mescolava a quella di metalli, come evidenziato dalla scoperta di un crogiolo di terracotta quasi intatto al cui interno si trovavano ancora i resti della fusione dei metalli e che è tra i pochi esemplari trovati in contesti archeologici della Mesopotamia. Questa scoperta si aggiunge al quartiere con due ampie fornaci per la produzione del vasellame in ceramica scavato negli anni precedenti e che permette una ricostruzione sempre più chiara sulle attività lavorative che segnavano la quotidianità degli antichi abitanti di Tell Muhammad. Ma l’aspetto straordinario di questa stagione è stata la costante presenza di tombe di infanti, adolescenti, ma anche di alcuni individui adulti posti al di sotto dei pavimenti di questi edifici. I morti continuavano quindi a seguire la vita dei vivi attraverso una contiguità tra spazi produttivi e quelli dedicati al mondo degli inferi.

Scheletro in posizione fetale dal sito di Tell Muhammad in Iraq dove opera la missione dell’univesrità di Catania (foto unict)

“Le modalità di deposizione dei defunti differivano – spiega Laneri -e osserviamo, ad esempio, la presenza di un infante avvolto in una stuoia sigillata con bitume e frammenti di una giara di ceramica, oppure di alcuni adulti deposti in posizione fetale, ovvero di un individuo con le gambe allargate e le mani sul pube accompagnato da due alti bicchieri in ceramica che rappresentavano il corredo funerario. Quest’ultimo defunto si trovava deposto in una tomba con volta in mattoni crudi all’interno di una stanza dedicata al culto dei defunti che prevedeva libagioni fatte davanti ad un altare in mattoni. I testi mesopotamici ci ricordano che la rimembranza dei defunti (denominata kispum in Accadico) avveniva esattamente come evidenziato dal contesto archeologico appena descritto. A Tell Muhammad, il connubio tra vita e morte doveva essere un trait d’union costante non solo grazie alla presenza di tombe all’interno degli edifici o di altari dedicati al culto dei defunti, ma grazie all’iconografia riconoscibile nei numerosi sigilli cilindrici (oggetti che segnano la dimensione pubblica degli abitanti) trovati in questi anni e che presenta una quasi costante presenza di almeno uno scorpione che era simbolo della divinità mesopotamica degli inferi Išḫara.

Un momento della visita dell’ambasciatore italiano a Baghdad, Niccolò Fontana, sul sito di Tell Muhammad in Iraq (foto unict)

“I due intensi mesi di attività, che si sono conclusi con la visita dell’Ambasciatore in Iraq Niccoló Fontana e della sua consorte Tania Morrocchi, hanno quindi permesso di comprendere meglio la quotidianità dell’antica Mesopotamia che diverrà centrale nella futura narrazione prevista con il parco archeologico di Tell Muhammad e Tell Harmal che, grazie al progetto ArtourBagh finanziato dal MAECI attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS) e che vede la collaborazione tra l’università di Bologna e di Catania, proporrà al centro di Baghdad la possibilità degli eventi che hanno segnato l’epoca del sovrano Hammurabi di Babilonia e della conflittualità con l’altro grande centro dell’epoca, Eshnunna, dove un team di giovani ricercatori dell’università di Catania, del CNR e dello SBAH sta completando una attenta analisi territoriale.

Gruppo di ricercatori e studiosi della missione dell’università di Catania a Tell Muhammad in Iraq (foto unict)

“Alla fine questa lunga avventura – conclude Laneri – ci auguriamo che tutte le preziose informazioni raccolte da giovani e preziosi studiosi (Antonino Mazzaglia, Chiara Pappalardo), dottorandi (Rachele Mammana, Alice Mendola, Aurora Borgesi), allievi della Scuola di Specializzazione (Emanuela Scalisi e Dario Macauda) e studenti (Vittorio Azzaro e Giulia La Causa) dell’università di Catania, del CNR e dell’università di Roma La Sapienza, nel corso di questi anni di ricerche potranno permettere di ricostruire e condividere a Baghdad la storia della Mesopotamia all’epoca di Hammurabi di Babilonia grazie alla missione archeologica dell’università di Catania”.

Un libro al giorno. “Cartagine. Scavi italiani 1973-1977” di Lucilla Anselmino Balducci, Clementina Panella, Carlo Pavolini, con i risultati degli scavi archeologici condotti nel sito, diretti da Andrea Carandini

Copertina del libro “Cartagine. Scavi italiani 1973-1977” di Lucilla Anselmo Balducci, Clementina Panella, Carlo Pavolini

È uscito per i tipi de L’Erma di Bretschneider il libro “Cartagine. Scavi italiani 1973-1977” di Lucilla Anselmino Balducci, Clementina Panella, Carlo Pavolini. La missione italiana a Cartagine, diretta da Antonino di Vita, operò tra il 1973 e il 1977 nell’ambito del progetto UNESCO per la salvaguardia dell’antica metropoli. Questo volume raccoglie i risultati degli scavi archeologici condotti nel sito, diretti da Andrea Carandini, volti a verificare i limiti della città romana, i rapporti tra centuriazione rurale e impianto urbano, tra pianificazione urbanistica e sua realizzazione, e tra città e necropoli. Le stratigrafie e i reperti delle tre aree oggetto di indagine, situate in uno dei settori meno noti di Cartagine, ma decisivi nel fornire risposte agli interrogativi posti dal lavoro sul campo, sono illustrati in dettaglio insieme a un’ampia selezione di grafici, disegni, foto. Strade, insulae, monumenti (le mura difensive di Teodosio II e la porta della città), necropoli (puniche, romane, vandaliche) compaiono all’interno di una narrazione in cui la rinascita (la colonia augustea del 29 a.C.) e la fine della città (la presa da parte degli Arabi e la distruzione del 698 d.C.) si riflettono puntualmente nella documentazione archeologica.

Taranto. Al museo Archeologico nazionale “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC”, con 20 reperti trafugati, finiti al Metropolitan Museum di New York, e rientrati in Italia grazie al TPC. Visite guidate alla scoperta dei tesori esposti

Locandina dell’esposizione “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC” al museo Archeologico nazionale di Taranto

A un anno e mezzo dal rientro in Italia del gruppo scultoreo in terracotta di Orfeo e le sirene, trafugato dall’area di Taranto, e finito prima in Svizzera e poi a Los Angeles, al Paul Getty Museum, e consegnato al MArTa, dal 16 dicembre 2025 al museo Archeologico nazionale di Taranto nell’esposizione “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC” sono in mostra importanti reperti archeologici, tra cui una monumentale testa di Athena in marmo (fine del III al II secolo a.C.): 19 lotti che fanno parte di un patrimonio di circa 60, provenienti stavolta dal Metropolitan Museum di New York dove erano approdati con un giro illegale e tornati in Italia grazie all’azione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Procura della Repubblica di Roma. Un regalo di Natale per i visitatori del MArTa. A presentare le opere e a raccontare il percorso investigativo fino al rimpatrio sono stati la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Stella Falzone, e il Comandante Provinciale dei Carabinieri di Taranto, colonnello Antonio Marinucci.

Domenica 28 dicembre 2028, c’è un’occasione speciale per approfondire la mostra “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC”: alle 16.30 e alle 18, una funzionaria archeologa del MArTA accompagnerà gratuitamente i visitatori alla scoperta dei reperti esposti, illustrando il percorso che ne ha permesso il rientro nel patrimonio pubblico, le fasi di studio e le analisi conservative. Attività inclusa nel biglietto d’ingresso (10 euro, salvo gratuità e riduzioni). Nessuna prenotazione richiesta.

“Memorie trafugate”: testa di Athena ancora nella cassa usata per il trasporto (foto marta)

Tra i beni spicca una testa in marmo della dea Athena che risale alla fine del III secolo a.C. La testa della dea è collocata nella cassa usata per il trasporto e potrebbe essere stata inizialmente collocata nella cella di un tempio all’aperto come immagine votiva. Atena è una dea guerriera. Altri oggetti sono una pittura parietale con scene di battaglia, fibule del 325-300 a.C. e II secolo a.C., anello del VI secolo a.C., rilievi in terracotta e pietra tenera, ornamenti in bronzo con innesti d’oro.

Stella Falzone, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto (foto marta)

“I reperti sono rientrati in Italia grazie all’azione dei carabinieri addetti alla tutela del patrimonio culturale”, interviene la direttrice Stella Falzone, “un’eccellenza italiana che sta a dimostrare che il nostro patrimonio storico-artistico è protetto da mani sapienti e capacita vigilanti. Purtroppo il traffico illecito dei reperti e l’azione criminosa hanno staccato l’oggetto, il bene, dalla connessione con il contesto della storia e del territorio. La relazione tra oggetti e contesto è molto importante – continua Falzone -, noi abbiamo riconnesso e dato senso a qualcosa che qualcuno aveva scambiato per mercimonio e trarne solo un profitto economico. Sino a qualche tempo fa istituzioni museali importanti non si ponevano grandi scrupoli nel prendere beni d’arte e archeologici di ignota provenienza, ma adesso la rotta si è invertita. Grandi musei come Boston, Metropolitan, Getty, parlo dei più importanti musei americani, stanno favorendo le restituzioni grazie alla diplomazia culturale dell’Italia e del nostro ministero della Cultura. Ora analisi specifiche dovrebbero consentire di risalire ai luoghi di provenienza iniziale di questi reperti”.

Colonnello Antonio Marinucci, comandante provinciale dei carabinieri di Taranto (foto marta)

“Ci si chiede spesso come mai questi reperti rientrano in Italia dopo venti anni e a volte anche più”, sottolinea il colonnello Antonio Marinucci, comandante provinciale dei carabinieri di Taranto. “Il motivo è che si fanno prima tante verifiche, indagini complesse, lunghe, internazionali. I carabinieri della tutela del patrimonio culturale partono dal monitoraggio delle case d’asta e dei broker di oggetti d’arte, seguono la loro attività e spesso le opere esportate senza certificazione e autorizzazione seguono percorsi infiniti, molto complessi, e anche i documenti relativi al bene sono sottoposti a lavaggi e rilavaggi in modo che la ricostruzione dei vari passaggi diventi difficile. Solo dopo che questo lavoro è stato fatto, si può andare in un museo e presentare riscontri e dati oggettivi che testimoniano che quel bene archeologico è stato trafugato. È molto importante – conclude Marinucci – fotografare i beni d’arte. I carabinieri del patrimonio artistico hanno una banca dati relativa alle opere d’arte rubate costantemente alimentata e questo facilita il rintraccio e il recupero delle stesse opere”.

Un libro al giorno. “Roma. I luoghi del potere” di Francesco Corni, disegnatore esperto di archeologia, che percorre zona per zona la Roma antica

Copertina del libro “Roma. I luoghi del potere” di Francesco Corni

È uscito per i tipi di Ink Line edizioni il libro “Roma. I luoghi del potere” di Francesco Corni. Il libro è interamente illustrato a mano da Francesco Corni, disegnatore esperto di archeologia, già collaboratore di Soprintendenze, musei e riviste di settore. In questo volume Corni percorre zona per zona la Roma antica, mostrando i resti e le ricostruzioni dei principali monumenti di epoca classica. Dopo aver seguito il perimetro della città e le sue variazioni si affrontano nell’ordine il Campidoglio, centro amministrativo della città; la piana con i mercati del bestiame e delle erbe (Fori Boario e Olitorio); il Foro Romano, vero ombelico del mondo in età repubblicana; i Fori Imperiali, proporzionati alle dimensioni ormai mediterranee dell’Impero; la zona compresa tra il Foro Romano e il Colosseo, che da luogo per la conservazione delle risorse pubbliche diverrà sede della Domus Aurea; il Palatino, con la casa di Romolo; l’Aventino, quartiere popolare in età repubblicana e sfruttato in età imperiale; il Quirinale sfruttato dalla Roma dei Papi; il Campo Marzio; il Vaticano: si chiude con uno sguardo oltre le mura.

Grotte di Pertosa-Auletta (Sa). Gli archeologi scoprono piccole lucerne che abbracciano oltre cinque secoli, dall’età ellenistica alla prima età romano-imperiale. Ed emergono nuove palificazioni protostoriche

Nel cuore delle Grotte di Pertosa-Auletta (Sa), dove l’acqua scolpisce da millenni la roccia e il silenzio conserva storie antichissime, gli archeologi hanno appena riportato alla luce nuove testimonianze straordinarie. Piccole lucerne, monete consumate dal tempo, frammenti di vita legati a riti e gesti antichi ci accompagnano in un viaggio che abbraccia oltre cinque secoli, dall’età ellenistica alla prima età romano-imperiale. Oggetti minuscoli, eppure capaci di illuminare un mondo perduto: quello di chi, duemila anni fa, scendeva in questi ambienti suggestivi forse per pregare, ringraziare o cercare protezione. E mentre emergono nuove palificazioni protostoriche, la grotta conferma una verità affascinante: qui possiamo leggere 8000 anni di storia del rapporto tra l’uomo e l’oscurità feconda dell’ipogeo. Un luogo che continua a sorprendere, ricordandoci che sotto i nostri piedi si nasconde ancora un capitolo meraviglioso della nostra avventura umana.

Bolsena (Vt). Completato l’intervento di restauro e valorizzazione dell’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena: ora è un parco archeologico attrezzato, concepito per accogliere sia il pubblico subacqueo sia i visitatori da terra

Rilievi dell’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena (foto sabap-etr-mer)

Si è concluso l’intervento di restauro e valorizzazione dell’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena, realizzato grazie ai finanziamenti del ministero della Cultura e del Ministero del Turismo nell’ambito del PNRR – Caput Mundi. L’obiettivo raggiunto è la creazione di un vero e proprio parco archeologico attrezzato, concepito per accogliere sia il pubblico subacqueo sia i visitatori da terra, grazie anche a un nuovo polo ricettivo dotato di postazioni per la visione 3D del fondale in corrispondenza della palafitta e del tumulo sacro dell’Aiola.

Lo specchio d’acqua del lago di Bolsena dove si trova l’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena (foto sabap-etr-mer)

Il sito, in ottimo stato di conservazione e accessibilità, si trova a una profondità compresa tra i 2 e i 4 metri e a brevissima distanza dalla riva, condizione questa che consente un’esperienza di visita unica anche a chi non pratica attività subacquee. Si tratta di un unicum archeologico e un modello di valorizzazione sostenibile del patrimonio sommerso.

I sub visitano l’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena (foto sabap-etr-mer)

I lavori hanno interessato due ambiti: l’area di cantiere continuo dedicata alle attività di scavo subacqueo della Soprintendenza e l’area destinata alla fruizione del pubblico. Tra gli interventi realizzati figurano la messa in sicurezza e il restauro dei reperti lignei e ceramici visibili nel sito; un percorso subacqueo accessibile anche ai non vedenti; un percorso in snorkeling osservabile anche da imbarcazioni a fondo trasparente; l’illuminazione del complesso per le aperture notturne; un plastico in resina dell’intero sito; un rilievo fotogrammetrico completo per la restituzione 3D e un tour virtuale, accessibile da qualsiasi dispositivo digitale, che connette il pubblico con l’esposizione a terra e con il museo Territoriale del Lago di Bolsena.

Archeologia in lutto. È mancata, a 94 anni, la prof.ssa Maria Bonghi Jovino, napoletana, archeologa ed etruscologa, attiva tra Capua e Pompei e Tarquinia, professore emerito di Etruscologia e Archeologia Italica all’università di Milano. I ricordi e il cordoglio tra Campania, Etruria e Milano

Lutto nell’archeologia. Il 23 dicembre 2025, all’età di 94 anni, si è spenta a Milano la prof.ssa Maria Bonghi Jovino, archeologa ed etruscologa, attiva tra la Campania e l’Etruria, professore emerito di Etruscologia e Archeologia Italica all’università di Milano; membro del direttivo dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici. I funerali si sono tenuti mercoledì 24 dicembre 2025, nella chiesa di Santa Maria Segreta a Milano. Era nata a Napoli nel 1931. Dopo il liceo Ginnasio Umberto I, frequentò l’università “Federico II” dove conseguì la laurea in Archeologia, dopo aver seguito con passione il corso di Amedeo Maiuri sulle Antichità pompeiane. Sotto la guida di Massimo Pallottino, fondatore dell’Etruscologia, iniziò poi alla Scuola Nazionale di Archeologia di Roma i primi lavori e le prime ricerche sulla Capua preromana. Il ruolo delle origini campane rimarrà sempre vivo in lei, come un’eredità preziosa che porta con sé a Milano, dove giunse, agli inizi degli anni Ottanta, con alle spalle esperienze importanti di scavo a Pompei (scavi nella Regio VI, con la prima stratigrafia completa del sito d’intervento) e soprattutto a Tarquinia (dove individuò, al di sotto delle testimonianze di età storica già note, le prove di un insediamento stabile e di un complesso monumentale al centro della città). Milano segnò il suo destino professionale e intellettuale: all’università di Milano è stata professoressa ordinaria (poi emerita) di Etruscologia e archeologia italica. Maria Bonghi Jovino definì la sua attività “archeologia da campo”, frutto dalla pratica di scavo che si rapporta con altre discipline e competenze tecniche. Lei infatti si riconobbe sempre nell’archeologia multidisciplinare. Il cordoglio per la sua morte viene da colleghi, allievi, istituti culturali che si possono raccogliere in tre grandi blocchi: l’arra campana, l’area tarquiniese e l’area accademica milanese.

Confederazione Italiana Archeologi. La Confederazione Italiana Archeologi si unisce al cordoglio della comunità scientifica per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, professore emerito di Etruscologia e Antichità Italiche presso la Statale di Milano e protagonista di una stagione mirabile di indagini scientifiche a Pompei, Capua e Tarquinia. I suoi insegnamenti sono stati d’ispirazione per diverse generazioni di archeologi confluiti poi nelle Università, nelle Soprintendenze, e in tutti gli altri aspetti dell’Archeologia Professionale e non solo. Il suo impegno e la sua passione sono stati linfa per la disciplina e per i suoi allievi, che spesso la ricordano come la scintilla che li ha fatti “innamorare” di questa materia. Che la terra ti sia lieve e grazie per tutto quello che hai fatto per questa nostra professione.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (dal profilo FB di Giuseppe Di Leva)

Giuseppe Di Leva. Addio a Maria Bonghi Jovino (1931-2025). Napoli appare cupa, piangente sotto le bombe che gli aerei “alleati” vomitano dal cielo sul golfo più bello del mondo. Maria è una bimbetta di appena nove anni quando la famiglia decide di lasciare la città natia per rifugiarsi nella penisola sorrentina: così, la piccola Maria, “assaggia” la durezza delle privazioni di guerra come tanti bimbi di quell’infausta epoca. Ma poi arrivano gli Alleati, i “liberatori”, che sono appena sbarcati a Salerno e che consentiranno a Maria ed alla sua famiglia di fare ritorno a Napoli nel 1945. Ecco, proprio in questi anni “difficili” e densi di rinunce si formerà già, nella futura archeologa allieva di Massimo Pallottino, quella sobrietà e quel senso della ricerca silenziosa che caratterizzeranno tutta la sua vita scientifica. Maria, intanto, incomincia ad attraversare tutta la più turbolenta storia recente del nostro Paese che, soprattutto negli anni settanta, la vedrà protagonista di un’archeologia “materiale” che iniziava a “liberarsi” dal grande contenitore dell’archeologia classica. Maria Bonghi Jovino si forma nella vivacità culturale della Napoli del dopoguerra. Prima si diploma al liceo Umberto I, poi si laurea all’Università Federico II dove la frequenza del corso di “Antichità Pompeiane”, tenuto da Amedeo Maiuri, le farà scoccare la scintilla della passione per l’archeologia.

Si trasferisce poi a Roma dove, presso la Scuola Nazionale di Archeologia, allieva di Massimo Pallottino – il noto fondatore della disciplina dell’Etruscologia -, muove i primi passi nell’archeologia da campo, a Capua. Seguono, poi, importanti esperienze di scavo e ricerca a Pompei e Tarquinia. In particolare a Pompei – tra il 1976 ed il 1979 – Maria, insieme ai suoi collaboratori (in particolar modo Cristina Chiaramonte Treré), avvierà importanti scavi nell’insula 5 della Regio VI sulla scia di una più generale ricerca archeologica propugnata in quegli anni dall’Istituto di Archeologia dell’Università Statale di Milano. Sono scavi dalla concezione nuova, mirati all’utilizzo di un metodo rigoroso che hanno come obiettivo affrontare problemi storici con interventi limitati ma molto approfonditi, il tutto senza il supporto di grandi risorse finanziarie. Un concetto che si sposa con l’idea di coinvolgere diversi attori che vanno dalle Soprintendenze fino agli studenti. Questo lavoro di Maria e dei suoi collaboratori (tra cui citiamo – oltre alla Chiaramonte Treré – Lucia Amalia Scatozza Hoericht, Elena Menotti, Renata Cantilena, Tiziano Mannoni, Lanfredo Castelletti, Isabella d’Este, Renato Arena, Anna Maria Volonté, Onelia Bardelli Mondini, Margherita Bedello Tata) si condenserà nell’opera “Ricerche a Pompei – l’insula 5 della Regio VI dalle origini al 79 d.C.” pubblicato nel 1984 dall’Erma di Bretschneider. Gli scavi a Pompei, in quella limitata porzione del tessuto urbanistico, sono fondamentali per l’avvio di un rinnovato interesse per la storia più antica di Pompei. Sono indagini stratigrafiche indirizzate a dipanare la matassa avviluppata in tante ipotesi della Pompei preromana. Le case interessate dalle ricerche appartengono nel loro impianto al II secolo a.C. Sono, in particolare, la cosiddetta Casa della Colonna Etrusca (VI 5, 17) e la Casa dei Fiori (VI 5, 19) ad essere oggetto delle maggiori attenzioni. La Casa della Colonna Etrusca, soprattutto, per il rinvenimento di uno strato combusto in cui sono inclusi resti di ceramica di impasto e di bucchero sottile, combinata con la presenza di frammenti lignei di rami di faggio, fanno pensare che l’area oggetto di scavo fosse stata – anche per la presenza della ‘Colonna etrusca’ quale ‘residuo votivo’ storicizzato conservata nel muro della casa che poi da essa prenderà il nome convenzionale – tra il VII ed il VI secolo un’ampia zona boscosa, situata in posizione topografica periferica di un antico abitato etrusco-indigeno, o forse fortemente etruschizzato con funzioni emporiche, che si avviava al processo di urbanizzazione. Una ricerca, un’indagine archeologica che riaprì la questione della ‘Pompei etrusca’.

Dopo queste esperienze, Maria Bonghi Jovino si trasferì a Milano, in un contesto professionale e culturale profondamente diverso dalla vivacità napoletana e romana vissuta nel suo periodo di formazione. Ma, anche nella nuova realtà meneghina – che la porterà a ricoprire il ruolo di professoressa ordinaria di Etruscologia e archeologia italica presso l’Università degli Studi di Milano – troverà modo di ritagliarsi un suo spazio in un ambiente ancora dominato dall’archeologia classica. L’ambito di ricerca accademica di Maria era, infatti, quello ostico, ‘lontano ed oscuro’ dell’età arcaica, fatto di archeologia da campo, di metodo, di impiego di strumenti teorici e pratici. D’altra parte fu lei stessa a definire il concetto di “archeologia da campo”: la fusione, multidisciplinare, della pratica di scavo con altre discipline e apporti tecnici. Un concetto, quello della multidisciplinarità, che nell’ambito della ricerca dei diversi mondi della cultura materiale diverrà cruciale.

L’etruscologa, allieva di Pallottino, troverà la sua consacrazione nelle ricerche e negli studi su Tarquinia che negli anni saranno oggetto di una proficua attività editoriale e di cui si ricordano i recenti “Tarquinia. I luoghi della città etrusca” (2001) e “Tarquinia. I tempi della scoperta. Realtà e immaginario di un archeologo” (2011). Tanti, ovviamente, sono stati i riconoscimenti ricevuti per la sua carriera scientifica ma anche quelli attribuitile da comunità cittadine dei luoghi in cui aveva scavato fin da giovane, come le cittadinanze onorarie di Pompei, Vico Equense, Capua. Con Maria Bonghi Jovino scompare non solo una grande archeologa, una importante etruscologa ma anche un esempio di cultura d’altri tempi, forgiato non solo nello studio, nel metodo rigoroso ma anche nella passione per l’antichità che è ricerca di radici ma anche spirito di condivisione e confronto tra mondi temporalmente lontani.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (foto mann)

Museo Archeologico nazionale di Napoli. Il direttore generale e tutto lo staff del Mann esprimono cordoglio per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, illustre archeologa e professoressa ordinaria di Etruscologia all’università di Milano. “Maria Bonghi Jovino ha scritto pagine importanti anche sull’archeologia campana e, in particolare, su Capua. Gli studi suoi e della scuola di ricercatori da lei promossa hanno dato fondamentale sviluppo alle conoscenze sulle terrecotte votive e sui materiali campani conservati al Mann. Serberemo per sempre il ricordo della sua affabile generosità e del suo entusiasmo per la ricerca “, commenta il Direttore Francesco Sirano.

OR.SA. Docenti e allievi di OrSa si uniscono al dolore della famiglia per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, figura rilevante dell’archeologia. (Il 23 dicembre 2025) è venuta a mancare l’etruscologa Maria Bonghi Jovino, studiosa dei popoli dell’Italia preromana e principalmente del mondo etrusco, nata a Napoli nel 1931. Oltre all’importante contributo alla conoscenza della Campania preromana, portato avanti sin dalla gioventù sotto la guida di Massimo Pallottino, fondatore della moderna etruscologia, la prof.ssa Bonghi ha effettuato scavi e ricerche nell’abitato di Tarquinia, riportando alla luce sulla Civita uno straordinario complesso sacro. Tra i suoi numerosi studi dedicati ai processi di trasformazione delle culture dell’Italia preromana, ai sistemi di costruzione e decorazione architettonica, a centri come Pompei, Capua, Vico Equense e Tarquinia, si segnalano quelli sull’artigianato e sulle produzioni fittili. Direttrice delle collane “Capua preromana” e “Tarchna”, dedicata a Tarquinia, Maria Bonghi è stata ordinaria di Etruscologia ed Archeologia Italica dell’università di Milano, membro ordinario e del direttivo dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, membro dell’Istituto Archeologico Germanico, del Comitato di consulenza scientifica della fondazione per il Museo Faina di Orvieto, socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli. Docenti e allievi della Scuola OrSa si uniscono al dolore della famiglia e degli amici per la perdita di una studiosa rilevante nel panorama dell’archeologia italiana.

Musei Campania. Con profondo cordoglio apprendiamo la scomparsa della prof.ssa Maria Bonghi Jovino, figura di riferimento dell’archeologia italiana e internazionale. Studiosa rigorosa e appassionata, ha dedicato la sua vita alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio archeologico, offrendo contributi importanti non solo in Etruria ma anche in Campania. I suoi studi sull’antica Capua e sulla penisola sorrentina, esempi eccellenti di indagine scientifica attenta al territorio, sono in larga parte confluiti nelle esposizioni del museo Archeologico nazionale dell’antica Capua e nel museo Archeologico “Georges Vallet” di Piano di Sorrento. La sua capacità di formare nuove generazioni di studiosi e il suo impegno nella divulgazione del patrimonio archeologico resteranno un’eredità preziosa per tutti noi.

Roberto Barresi (Comitato Tecnico Scientifico Museo Provinciale Campano). Desidero esprimere il mio più profondo cordoglio per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, illustre archeologa e professoressa ordinaria di Etruscologia all’università di Milano. Maria Bonghi Jovino ha scritto pagine importanti anche sull’archeologia campana e, in particolare, su Capua. Serberò per sempre il ricordo della sua sensibilità, dell’affabile generosità e del suo entusiasmo per la ricerca. Alla sua famiglia, un forte e sentito abbraccio.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (dal profilo FB di Progetto Tarquinia)

Progetto Tarquinia. Con profonda tristezza salutiamo la professoressa Maria Bonghi Jovino, maestra generosa e punto di riferimento per generazioni di studiose e studiosi. Il suo rigore, la sua umanità e la sua capacità di costruire ricerca e comunità resteranno con noi: nei cantieri, nei libri, nelle aule, e soprattutto nelle persone che ha formato e accompagnato. Il Progetto Tarquinia si unisce con affetto alla famiglia e a tutte e tutti coloro che le hanno voluto bene.

Alessandra Sileoni (Progetto Tarquinia). Apprendiamo con rammarico della scomparsa della professoressa Maria Bonghi Jovino, studiosa a cui Tarquinia deve molto, nostro Socio Onorario, maestra per molti di noi e riferimento autorevole e generoso per la ricerca non solo etruscologica e per l’università di Milano. A lei dobbiamo l’avvio del Progetto Tarquinia e delle indagini archeologiche dell’università di Milano per la ricostruzione della storia dell’antica Tarchna. Per chi ha avuto la fortuna di incontrarla, Maria Bonghi Jovino non è stata soltanto una grande studiosa: è stata una presenza capace di unire rigore e umanità, passione e prudenza, ascolto e determinazione. Ha insegnato a generazioni di allieve e allievi un metodo, ma anche un modo di stare nella ricerca: con responsabilità verso i contesti, rispetto per le persone e fiducia nel lavoro collettivo. Con affetto e gratitudine il Progetto Tarquinia si unisce al ricordo dei colleghi e di tutto il mondo archeologico, con l’impegno a proseguire quanto iniziato dalla professoressa con lo stesso fervore e la stessa profonda attenzione alla responsabilità pubblica dell’archeologia.

Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia. Il direttore, il consiglio scientifico e tutto il personale del Pact esprimono vivo rimpianto per la scomparsa della professoressa Maria Bonghi Jovino. Decana dell’etruscologia italiana e maestra di generazioni di studiosi e studiose, la professoressa Bonghi ha legato la sua carriera, fra gli altri temi, all’archeologia tarquiniese. Le sue ricerche costituiranno a lungo uno stimolo per il dibattito scientifico e per la valorizzazione del sito archeologico di Tarquinia.

Città di Tarquinia. “Abbiamo appreso con profondo dolore la notizia della scomparsa della professoressa Maria Bonghi Jovino, cittadina onoraria di Tarquinia dal 2007, eminente studiosa e figura di riferimento internazionale nel campo dell’Etruscologia e dell’Archeologia Italica”. Lo affermano il sindaco Francesco Sposetti e l’assessore alla cultura Roberta Piroli. “La città perde una studiosa di altissimo profilo e una persona che ha contribuito in modo determinante a farne conoscere la storia – afferma il primo cittadino -. Il suo rigore scientifico, la passione per la ricerca e il profondo legame con Tarquinia restano un patrimonio prezioso per la comunità e per le generazioni future”. “Tarquinia non ha solo beneficiato della sua competenza scientifica, ma ha accolto nel tempo anche il suo spirito curioso e appassionato – dichiara l’assessore Piroli -. A nome di tutti coloro che amano la storia, la cultura e la nostra città, vogliamo esprimere gratitudine per l’eredità che ci lascia, fatta di scoperte, di libri, di testimonianze e di amore per Tarquinia”. Professoressa ordinaria all’università di Milano, Maria Bonghi Jovino ha legato in modo indissolubile il suo nome a Tarquinia, dirigendo fin dal 1982 e per molti anni gli scavi sul pianoro della Civita. Un lavoro scientifico di straordinaria rilevanza che ha portato alla definizione del Complesso monumentale della Civita e allo sviluppo del celebre “Progetto Tarquinia”, oggi riconosciuto a livello mondiale per il contributo determinante offerto alla conoscenza della civiltà etrusca lungo un arco cronologico di circa dieci secoli. Tra le scoperte più significative si ricordano i celebri bronzi votivi – lo scudo, il lituo e la scure – simboli del potere sacro e politico di Tarquinia, testimonianze fondamentali della storia e dell’identità della città.

Amici delle Tombe dipinte di Tarquinia. L’Associazione Amici delle Tombe Dipinte di Tarquinia ricorda con stima e ammirazione la prof.ssa Maria Bonghi Jovino per il sostegno sempre manifestato alle attività promosse dall’Associazione. Ci mancheranno il suo entusiasmo e la sua straordinaria capacità di coinvolgere.

Università Agraria di Tarquinia. L’università Agraria ricorda a prof.ssa Maria Bonghi Jovino eminente archeologa italiana. L’università Agraria a seguito della notizia di queste ore della sua scomparsa vuole ricordare la prof.ssa Maria Bonghi Jovino. “Ha diretto scavi archeologici a Tarquinia”, riferisce l’assessore Claudia Rossi delegata alle valorizzazioni archeologiche, “i suoi interventi alla Civita ed in particolare al tempio dell’Ara della Regina hanno reso possibile il recupero di importanti elementi di notevole valore storico culturale. Oggi con il Presidente Alberto Riglietti e l’amministrazione dell’Università Agraria la ricordiamo facendo le più sincere condoglianze”.

Roberta Piroli. Con profonda tristezza apprendiamo della scomparsa di Maria Bonghi Jovino, una figura straordinaria dell’archeologia italiana il cui lavoro ha segnato indelebilmente la storia della nostra Tarquinia. Studiosa instancabile e dedicata all’etruscologia, Maria Bonghi Jovino ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca, agli scavi e allo studio della civiltà etrusca, portando alla luce nuove chiavi di comprensione dell’antica città e facendo della sua passione un ponte tra il passato e la comunità contemporanea. Il suo nome è indissolubilmente legato a Tarquinia, dove ha avviato e diretto ricerche archeologiche di grandissimo rilievo, tra cui gli scavi nella Civita e nel santuario dell’Ara della Regina, contribuendo in modo fondamentale alla comprensione dell’assetto urbano e del patrimonio culturale della città. Tarquinia non ha solo beneficiato della sua competenza scientifica, ma ha accolto nel tempo anche il suo spirito curioso e appassionato: Maria Bonghi Jovino è stata cittadina onoraria, simbolo di un rapporto sincero tra studiosa e comunità. A nome di tutti coloro che amano la storia, la cultura e la nostra città, vogliamo esprimere gratitudine per l’eredità che ci lascia, fatta di scoperte, di libri, di testimonianze e di amore per Tarquinia. Le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia, ai suoi colleghi, ai suoi allievi e a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla e lavorare con lei.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (foto unimi)

Monte Zara – Missione archeologica UNIMI. Con profonda tristezza salutiamo la prof.ssa Maria Bonghi Jovino, maestra generosa e punto di riferimento per generazioni di studiose e studiosi. Il suo rigore, la sua umanità e la sua capacità di costruire ricerca e comunità resteranno con noi: nei cantieri, nei libri, nelle aule, e soprattutto nelle persone che ha formato e accompagnato. Ci uniamo con affetto alla famiglia e a tutte e tutti coloro che le hanno voluto bene.

Aristonothos. Rivista di Studi sul Mediterraneo Antico. Si è spenta questa mattina (23 dicembre 2025, ndr) Maria Bonghi Jovino, professoressa emerita di Etruscologia presso l’università degli studi di Milano e membro del comitato scientifico della nostra rivista. Ha legato il suo nome alle ricerche su Tarquinia etrusca e Capua preromana. La redazione e i membri del comitato scientifico ed editoriale si uniscono al lutto della famiglia, dei suoi allievi e collaboratori.

Marco Minoja. Con Maria Bonghi tutto è cominciato da qui. I corsi in aula al piano terra della Statale e gli scavi a Tarquinia, tra I ricordi più belli della mia vita! Eravamo giovani e appassionati, divertiti e folli. Poi la tesi di laurea a Capua, sul bucchero campano, questa cosa cosi soltanto etrusca mi sembrò quasi una tesi in etruscologia al quadrato!: da lì arrivò questo primo intervento a un convegno, il mio primo lavoro scientifico: qualche paginetta e un titolo lunghissimo, per dar loro importanza! Quindi gli anni ’90 a Santa Maria (una scuola di vita, altri incontri essenziali, Luisa, Stefano, Valeria più a lungo di tutti!), il pensiero e il desiderio di un’archeologia che fosse pubblica e di servizio. Quindi i musei, l’arrivo al ministero e tutto il resto poi, l’idea che ogni cosa andasse fatta con serietà e passione, gli scontri (li ricordavi spesso come una cosa proprio tipica tra noi due!) e gli incontri sempre così affettuosi nel corso degli anni, la tua idea che noi tutti fossimo la tua scuola. Devo davvero moltissimo alla mia maestra di università, di quella che è stata la mia vita professionale. Ma anche tanti umanissimi insegnamenti di vita, iniziati così tante volte con un “ohi ué, Marcolì…”. Ti porterò nel cuore come nella testa, Maria Bonghi che ho conosciuto in pantaloni corti…

Luca Frigerio. A 94 anni ci ha lasciato Maria Bonghi Jovino, archeologa di fama internazionale. Napoletana, allieva di Pallottino (il fondatore della moderna Etruscologia), ha condotto studi e scavi di grande valore scientifico, in Campania e in Toscana, insegnando poi a Milano dagli anni Ottanta. Io ne serbo un vivo ricordo, al tempo in cui frequentai il suo corso di Etruscologia e Archeologia italica all’Università degli studi di Milano.

Cristiano Brandolini. Amici del civico museo Archeologico e Paleontologico di Arsago Seprio (Va). Un altro pezzo importante dell’archeologia italiana ci ha lasciato. Maria Bonghi Jovino, classe 1931 è stata tra i più autorevoli docenti dell’Università degli Studi di Milano, in etruscologia e archeologia italica. Ho ricordi di lei, di quando frequentavo il dipartimento di archeologia, io ero con Nuccia Negroni Catacchio, scomparsa anche lei lo scorso anno. Maria Bonghi Jovino era cittadina onoraria a Tarquinia, Vico Equense e Capua, dove diresse molti scavi archeologici. Pubblicò tantissimo riguardo i popoli dell’Italia preromana ed Etruschi, divenendo un punto di riferimento per molti archeologi. Che la terra ti sia lieve.

Un libro al giorno. “I depositi archeologici. Una guida di campo” di Diego E. Angelucci che fornisce una chiave di lettura per decodificare le caratteristiche delle stratificazioni archeologiche

Copertina del libro “I depositi archeologici. Una guida di campo” di Diego E. Angelucci

È uscito per i tipi di Carocci editore il libro “I depositi archeologici. Una guida di campo” di Diego E. Angelucci. I depositi archeologici – sedimenti e suoli – non sono solo contenitori di reperti e di strutture, ma anche fonte di preziose informazioni per chi li scava, una volta che sappia osservarli e descriverli correttamente. Il libro fornisce una chiave di lettura per decodificare le caratteristiche delle stratificazioni archeo- logiche; dopo aver passato in rassegna le conoscenze su sedimenti e suoli, propone un percorso descrittivo per la raccolta dei dati sul terreno, elencando e definendo le varie proprietà che contraddistinguono i depositi al fine di normalizzarne la descrizione. Una guida di campo pensata per accompagnare archeologi e archeologhe sul cantiere di scavo e durante la ricognizione. Perfetta per chi vuole affinare lo sguardo e migliorare la qualità delle proprie osservazioni stratigrafiche.

Il geoarcheologo Diego Angelucci (UniTn)

Diego E. Angelucci, geoarcheologo, è professore associato di Metodologie della ricerca archeologica all’università di Trento. Le sue ricerche si rivolgono, oltre che all’analisi delle stratificazioni archeologiche, alla preistoria antica, alla micro-morfologia archeologica e allo studio delle interazioni tra umani e ambiente nelle aree montane.