Progetto Pantelleria 2022, individuato a 130 metri di profondità un sito subacqueo con oltre 300 anfore di epoca punica

Oltre trecento anfore di età punica sono state individuate nel mare di Pantelleria a 130 metri di profondità, ad alcune centinaia di metri di distanza dal porticciolo di Gadir. Le immersioni, nell’ambito del progetto “Pantelleria 2022”, hanno avuto il coordinamento scientifico della soprintendenza del Mare della Regione Siciliana (Ferdinando Maurici e Salvo Emma) e sono state effettuate da un team composto da sette subacquei della SDSS – The Society for Documentation of Submerged Sites (Mario Arena, Elena Romano, Claudio Provenzani, Andrea D’Ambrosi, Sheila Rinaldi, Romano Rampazzo, Massimiliano Sabatini) con l’assistenza logistica di Edoardo Famularo e Marco Bonomo del Dive-Y Pantelleria. Il sito archeologico è stato documentato da un gruppo di subacquei altofondalisti che ha rilevato una grande distesa di anfore sparse lungo una fascia di 400 metri. Il giacimento era stato individuato per la prima volta nel 2011 dai due subacquei Francesco Spaggiari e Fabio Leonardi. Adesso, la Sdss, guidata da Mario Arena, ha rivelato l’esatta consistenza del ritrovamento, documentando con immagini fotografiche e video la grande concentrazione di anfore puniche.

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Progetto Pantelleria 2022: operazioni di rilievo e documentazione videofotografica del sito archeologico a 130 metri di profondità (foto Claudio Provenzani / SDSS – Salvo Emma / Sopmare)

“Siamo solo all’inizio di una campagna di rilievo e documentazione”, dichiara il soprintendente del Mare, Ferdinando Maurici, “che certamente svelerà importanti tracce del passato. La costa nord di Pantelleria ha già restituito preziose testimonianze relative alla navigazione e alla frequentazione dell’Isola in tempi remoti. Continueremo lo studio di questo interessante e difficile sito subacqueo, vista la notevole profondità, grazie alla collaborazione dei professionisti che in questi anni ci hanno consentito di raggiungere eccellenti risultati nello studio della Battaglia delle Egadi”.

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Progetto Pantelleria 2022: operazioni di rilievo e documentazione videofotografica del sito archeologico a 130 metri di profondità (foto Claudio Provenzani / SDSS – Salvo Emma / Sopmare)

Nel corso delle immersioni sono state effettuate operazioni di rilievo e documentazione videofotografica, realizzando in particolare una fotogrammetria tridimensionale ad alta risoluzione, attualmente in fase di elaborazione. Questo dettagliato rilievo consentirà di studiare la consistenza totale del sito archeologico, la tipologia delle anfore e la loro dispersione. Da una prima analisi delle immagini si può dire che le anfore sono di cinque tipologie, tutte di epoca punica. La maggior parte si presenta in buono stato e, da una stima iniziale, meno di un terzo dei reperti individuati durante la ricognizione appare fratturato. L’analisi della fotogrammetria consentirà, comunque, di effettuare un esame più dettagliato.

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Progetto Pantelleria 2022: operazioni di rilievo e documentazione videofotografica del sito archeologico a 130 metri di profondità (foto Claudio Provenzani / SDSS – Salvo Emma / Sopmare)

“La tutela del patrimonio storico-archeologico della nostra Isola”, commenta il dirigente generale del dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Franco Fazio, “è il principale obiettivo della Regione e i tesori sommersi ne costituiscono una parte cospicua e peculiare. Le operazioni appena concluse a Pantelleria rafforzano le collaborazioni internazionali e confermano l’importanza del lavoro di ricerca, studio, tutela e valorizzazione che la Soprintendenza del Mare porta avanti ormai da circa vent’anni nei fondali siciliani”.

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Progetto Pantelleria 2022: immersioni con il metaldetector subacqueo (foto Claudio Provenzani / SDSS – Salvo Emma / Sopmare)

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Progetto Pantelleria 2022: monete recuperate col metal detector subacqueo (foto Claudio Provenzani / SDSS – Salvo Emma / Sopmare)

In occasione della missione, grazie al metal detector subacqueo, sono stati individuati in località Cala Tramontana, alla profondità di circa 20 metri, alcuni oggetti riconducibili al ritrovamento del 2011, quando fu scoperto e recuperato un tesoretto di circa 4mila monete puniche. Si tratta, in particolare, di: 11 chiodi in bronzo di un’imbarcazione naufragata nello stesso tratto di mare; 26 anelli in piombo facenti parte della dotazione dell’imbarcazione e alcuni frammenti in metallo, oltre ad alcuni in ceramica. Questo ritrovamento fa seguito a quello dell’anno scorso, sempre in località Cala Tramontana, quando furono individuate 40 monete della stessa tipologia, nonché altri chiodi, materiale ceramico e anelli in piombo. I reperti recuperati sono stati trasferiti a Palermo presso il laboratorio di primo intervento della Soprintendenza del Mare per ulteriori studi e analisi.

Paestum. Alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo archeologico focus sull’Archeologia Sotterranea: tutti i dati su caverne, cripte, catacombe, gallerie, labirinti. Luoghi che affascinano turisti e pellegrini

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Un momento della conferenza sull’archeologia sotterranea alla XXIV Borsa mediterranea del turismo archeologico (foto bmta)

Rendere visibile ciò che è invisibile, fruibile ai visitatori e vantaggioso dal punto di vista economico. Focus sull’Archeologia Sotterranea alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum: caverne, cripte, catacombe, gallerie, labirinti, luoghi ricchi di fascino e di storia, che permettono percorsi emozionali e sostenibili e raccontano la pietra e i suoi misteri, la vita sotto il frastuono della quotidianità. Su 1154 siti Unesco, il 20% (221) sono grotte e cavità sia naturali, sia artificiali (estrattive, di culto, idrauliche, di transito, belliche, insediative civili). Quelle naturali sono oltre 37mila in Italia. Il maggior numero di cavità naturali, in rapporto all’ampiezza del territorio, è in Friuli Venezia Giulia, il maggior numero in assoluto è in Veneto, le più grandi sono in Toscana. In Campania ci sono 1315 grotte naturali, oltre il 70% (935) in provincia di Salerno; la più grande è la grotta di Castelcivita. Di quelle artificiali, 96, la larga maggioranza, sono in provincia di Napoli dove l’attività industriale è più rilevante. Particolare importanza è stata attribuita al segmento delle catacombe, dal momento che l’idea del direttore e fondatore della Borsa Ugo Picarelli, è nata da un’attenzione verso il progetto “Catacombe d’Italia” lanciato nel 2018 dal Cardinale Ravasi con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Sulle cinque edizioni delle Giornate delle Catacombe, a 1800 anni dalla morte di Papa Callisto (“l’inventore delle catacombe”) e a 200 dalla nascita dell’archeologo Giovanni Battista De Rossi, ha relazionato Pasquale Iacobone segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Venezia. Scavo della villa romana di Lio Piccolo: portato alla luce un antico magazzino per il sale dagli archeologi del progetto Vivere d’acqua di Ca’ Foscari

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L’antico magazzino del sale portato alla luce tra le barene della laguna a Lio Piccolo nel progetto Vivere d’acqua (foto unive)

Il progetto Vivere d’acqua dell’università Ca’ Foscari ha portato alla luce un altro segmento dell’antica storia lagunare, rivelando un ulteriore settore delle monumentali strutture in legno di un edificio collegato ad una filiera produttiva, probabilmente un antico magazzino per il sale, di epoca romana. Si tratta di una delle pertinenze rustiche della cosiddetta villa marittima di Lio Piccolo. L’edificio aveva una particolarissima configurazione: in una fossa di fondazione larga 1,5 m e profonda altrettanto, gli antichi romani hanno depositato a coppie lunghe e possenti travi di legno, spesse 25/30 cm. Sopra di esse erano appoggiati, senza chiodi o cavicchi, numerosi robusti tronchi di quercia, ancora incredibilmente conservati (corteccia compresa), con un diametro di 60/70 cm. L’argilla lagunare usata come riempimento della fossa garantiva un’estrema solidità della fondazione di un edificio in legno, circondato dalle acque, che doveva svilupparsi in elevato, ma che soprattutto poteva sopportare un carico di pesi notevolissimo. L’ipotesi di lavoro a cui Diego Calaon e Daniela Cottica – direttori del progetto archeologico- stanno lavorando è che questo edificio possa essere una delle strutture delle antiche saline romane presso la costa, usato magari proprio per conservare il sale appena prodotto nelle vicine aree di salinazione, presso l’attuale isola delle “Saline”.

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Progetto Vivere d’acqua: fondazione lignea portata alla luce nello scavo a Lio Piccolo (foto unive)

Le analisi stratigrafiche, condotte al di sotto dei livelli medi di marea grazie all’impiego di pompe in un grande cantiere appositamente pensato per poter scavare scientificamente all’asciutto al di sotto delle acque e delle barene, descrivono un edificio con una probabile forma a “c” che si sviluppava intorno ad un cortile interno, occupato da una vasca per il filtraggio delle acque, ovvero un pozzo alla veneziana. Un’ampia vasca foderata in argilla, riempita con sabbia pulitissima proveniente da dune costiere che, come i pozzi della Venezia medievale, serviva a filtrare l’acqua piovana dei tetti dell’edificio per renderla potabile. L’edificio in legno era sicuramente il luogo di lavoro degli schiavi che si muovevano intorno alla villa. Le stratigrafie rivelano piani di lavoro, buche di palo, resti di attività artigianali: probabilmente per riparare e preparare gli strumenti che servono al mantenimento di un complesso sistema ambientale, fatto di argini e strutture complesse per poter sfruttare al massimo le risorse lagunari.

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Veduta da drone dell’antico magazzino per il sale a Lio Piccolo nello scavo della villa romana del progetto Vivere d’acqua (foto unive)

L’elemento di novità dello scavo del 2022, che prosegue il progetto inaugurato lo scorso anno in collaborazione con il finanziamento del Comune di Cavallino-Treporti e l’alta sorveglianza della soprintendenza Archeologica Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, risiede nel fatto che si è riusciti a documentare un lungo periodo di occupazione del sito, che va dal I secolo d.C. al VI secolo d.C. La fotografia proposta è quella di una laguna stabilmente sfruttata in antichità, soprattutto presso gli spazi acquei di comunicazione tra il porto dell’antica città di Altino e la sua costa, ovvero lungo i canali di marea che connettevano il porto con il mare. Si è, quindi, molto lontani da quell’idea che avevamo in passato di una laguna in epoca romana priva di strutture antiche pre-veneziane. Allo stesso modo le ricerche di tipo globale che sono condotte in seno al progetto (survey, analisi di materiali, studi tipologici) ci permettono di capire che i reperti che abbondantemente troviamo in laguna (ad esempio le anfore) spesso non sono legati a un generico insediamento, ma a delle vere proprie attività di sfruttamento del territorio, dove si costruivano argini con anfore per dividere valli da pesca e “fondamenti” di saline.

Dallo scavo emergono numerose le tessere musive e i frammenti di intonaco che decoravano un edificio antico presente nella stessa area, databile proprio al I secolo d.C. È da qui, infatti, che provengono i numerosi frammenti di affresco raccolti da Ernesto Canal, celebrati dalla famosa mostra nel 2019. Gli archeologi spiegano come queste strutture, prima abitative e produttive, e poi eminentemente produttive, abbiano cambiato forma nell’arco dei secoli adattandosi a diversi modelli economici di sfruttamento della laguna: il prodotto non cambiava (si continuava a fare sale) ma cambiavano le tipologie delle strutture e le modalità di occupazione in base a modelli economici che via via si sono susseguiti nel territorio dell’antica Regio Venetia et Histria. Così, ad esempio, lo scavo ci illustra come tra V e VI secolo d,C.  l’edificio di legno venga sostituito da un edificio in muratura, con muri di laterizi di epoche precedenti riutilizzati e con un diverso orientamento.

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Carotaggi a Lio Piccolo nella laguna di Venezia nell’ambito del progetto Vivere d’acqua (foto unive)

Non solo la villa marittima, ma un complesso sistema di insediamenti romani per lo sfruttamento delle risorse costiere: da qui si origina la “forza lavoro” che contribuirà alla creazione della futura Venezia. L’équipe del progetto Vivere d’Acqua sta concludendo l’indagine in questi giorni con una serie di carotaggi e di analisi geologico ambientali per comprendere come la micro-morfologia del territorio abbia permesso questo tipo di insediamenti e lo sfruttamento della costa in epoca romana. E, forse, anche in epoca precedente. Dallo scavo e dai carotaggi, infatti emergono alcuni interessantissimi livelli antropici forse di età pre-augustea. Cristophe Morhange (Universitè Aix-Marseille) e Giovanni Sarti (Università di Pisa) insieme con il team veneziano sono certi che il litorale di tutta l’area di Lio Piccolo darà importanti informazioni in futuro sulla conformazione di questo paesaggio antico, oggi paesaggio sommerso.

Il documentario “Panorami sommersi”. Un’intuizione geniale cerca Venezia prima di Venezia, un pioniere nelle ricerche archeologiche veneziane, un team di ricercatori attivi in laguna convinti che raccontare lo scavo “mentre si fa” sia un dovere etico e una modalità scientifica di co-interpretazione dei paesaggi antichi: questi sono alcuni degli elementi narrati nel film documentario di controcampo produzioni panorami sommersi, prodotto in collaborazione con l’università Ca’ Foscari Venezia. “Panorami sommersi” è il titolo del film documentario di cui il progetto vivere d’Acqua è uno dei protagonisti. Il film, presentato nella sua anteprima veneziana il 26 ottobre 2022 all’Auditorium S. Margherita, è prodotto da Controcampo, e rappresenta una modalità inedita di raccontare l’archeologia del territorio veneziano, collegando i fili di narrazioni antiche con narrazioni contemporanei. Il gusto estetico e poetico del regista, Samuele Gottardello, ha incontrato la pragmaticità degli archeologi che scavano il fango, e insieme hanno provato a raccontare una storia di riappropriazione di un paesaggio scomparso, quello romano, indicato e descritto prima di tutti da Ernesto Canal. Il film narra come nasce un’intuizione archeologica, come il modello interpretativo possa venire elaborato e come la comunità se ne possa riappropriare in tutti i modi possibili che l’archeologia, la storia e l’arte consentono.

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Grande la risposta del pubblico nelle visite guidate allo scavo di Lio Piccolo con il progetto di archeologia pubblica di Vivere d’acqua (foto unive)

Il progetto di archeologia pubblica dell’università Ca’ Foscari. Il progetto Vivere d’Acqua ha scelto una via di comunicazione partecipata per condividere con quasi 2mila visitatori in un mese di scavo le ricerche in corso. Il programma di archeologia Pubblica con eventi, visite guidate, conversazioni e aperitivi archeologici ha permesso alle comunità locali, agli archeologi, e ai visitatori di riunirsi intorno allo scavo in corso e insieme narrare in modi diversi un passato comune. La lunga stagione degli appuntamenti di archeologia pubblica e partecipata collegati al progetto “Vivere d’Acqua, archeologie tra Lio Piccolo e Altino” hanno visto quasi 2 mila persone visitare e intrattenersi presso lo scavo della Villa marittima di Lio Piccolo. Il film “Panorami Sommersi” rappresenta uno di questi capitoli dove l’archeologia incontra la comunità. Proiettato per la sua “prima veneziana” presso l’Auditorium di Santa Margherita di Ca’, è un omaggio alla comunità cafoscarina che ha collaborato e ospitato parte delle riprese anche durante le ricerche archeologiche per individuare i resti della Villa Romana sepolta, riemersa in parte con gli scavi del 2021 e i recenti interventi, e di cui Canal ha più volte segnalato l’esistenza. Il film di Controcampo Produzioni ha felicemente incontrato il progetto dell’università Ca’ Foscari “Vivere d’Acqua”. Il progetto ha poche semplici regole: condivisione continua delle ricerche archeologiche con la comunità locale, comunicazione e co-progettazione delle azioni archeologiche e costruzione collettiva delle narrazioni del nostro passato, unendo archeologi e cittadini nel momento magico della scoperta e dell’interpretazione delle tracce sepolte. Gli incontri non hanno voluto essere didattici ma cogliere storia di uomini e di sogni alla ricerca della verità, in un’esperienza unica per vivere la Laguna meno nota e frequentata come un fertile incubatore di civiltà, di racconti, di esperienze, di ambienti naturali. Di bellezza.

 

Paestum. Alla XXIV Borsa mediterranea del turismo archeologico presentato il progetto e-Archeo: viaggio esperienziale integrato in 8 siti archeologici italiani che ripercorre da Nord a Sud le diverse civiltà e più di dieci secoli di storia del territorio italico 

E-archeo_progetto_mappaEgnazia (Puglia), Sibari (Calabria), Velia (Campania), Nora (Sardegna), Alba Fucens (Abruzzo), Cerveteri (Lazio), Marzabotto (Emilia Romagna) e le Ville di Sirmione e Desenzano (Lombardia). Cosa hanno in comune questi otto siti del Patrimonio Culturale italiano di fondazione etrusca, greca, fenicio-punica, indigena e romana? È il progetto e-Archeo, un progetto complesso che coniuga reale e digitale per illustrare otto siti, da Nord a Sud, raccontando, secondo un modello esperienziale integrato e multicanale, più di dieci secoli di storia del territorio italico durante i quali la penisola è divenuta il luogo dell’integrazione di civiltà in cui tradizioni diverse si sono riconosciute in una cultura unitaria.

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Presentazione del progetto e-Archeo alla Borsa mediterranea del Turismo archeologico di Paestum (foto bmta)

Il progetto e-Archeo è stato presentato alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum. e-Archeo è il primo progetto su larga scala aggregatore di enti di ricerca, università e accademie, industrie creative ed esperti del settore dei Beni culturali nelle sue molteplici declinazioni, promosso dal ministero della Cultura (MiC) e coordinato da Ales SpA. Focus del progetto e-Archeo è quello di realizzare una piattaforma multimediale, aggregatrice di alcuni siti archeologici di interesse nazionale, che possa raccontare i contesti di fruizione attraverso diversi format comunicativi digitali. Di ciascuno di essi si è raccontata la storia e il divenire attraverso l’illustrazione dei monumenti meglio conservati, che sono stati presentati nella loro realtà attuale e in una visione ricostruttiva, finalizzata a restituire loro quella terza dimensione perduta nel corso dei secoli. “Una buona pratica sia per il modello operativo che per il metodo di lavoro sotteso”, ha evidenziato Eva Pietroni, primo ricercatore CNR ISPC coordinatore del progetto multimediale e della produzione esecutiva, “con cui abbiamo voluto mostrare la varietà del museo diffuso Italia. Le ricostruzioni virtuali sono protagoniste del progetto, soprattutto per restituire la terza dimensione dei siti prescelti che si è persa nei secoli, con una strategia immersiva volta al miglioramento dell’accessibilità cognitiva”.

Storytelling emozionale per il grande pubblico mantenendo fede al patrimonio informativo scientifico che le università mettono a disposizione: gli 8 siti archeologici sono così promossi in maniera sia scientifica che emozionale, per più tipologie di pubblico. Le villae d’otium di Desenzano e di Sirmione, Kainua “la città nuova” fondata dagli Etruschi (Marzabotto), le tombe a camera di Cerveteri, la colonia di diritto latino Alba Fucens, il Municipium di Elea (Velia), la trasformazione di Egnazia dall’età messapica a quella romana, l’evoluzione nei secoli di Sibari, lo sviluppo di Nora da antico emporio fenicio a colonia punica di Cartagine. L’uso del 3D consente una visione diacronica del paesaggio: attuale archeologico, potenziale antico, paesaggio interpretato. Il paesaggio archeologico attuale è rappresentato e narrato come è oggi, attraverso modelli digitali e riprese cinematografiche; il paesaggio potenziale antico è rappresentato attraverso le ricostruzioni virtuali, accompagnate da un doppio livello di contenuti: narrativi e scientifici. Ai rendering foto-realistici a cui è associato lo storytelling, si affiancano infatti i rendering del “back end” scientifico, che mostrano i diversi livelli di affidabilità delle ricostruzioni e le fonti e i processi interpretativi seguiti. “Tutti esperibili”, ha sottolineato la Pietroni, ricordando che “essendo stato sviluppato in fase di pandemia per lo sviluppo del progetto si è prediletta soprattutto la fruizione online, disponibile anche da remoto al sito dedicato https://e-archeo.it/”.

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Progetto e-Archeo: ricostruzione del santuario di Esculapio a Nora in Sardegna

Per la narrazione sono stati scelti i luoghi della vita pubblica (fori, basiliche, templi) e privata (abitazioni urbane e ville), senza trascurare le necropoli con le tombe e i corredi, specchio delle credenze nell’aldilà. “Le ricostruzioni tridimensionali, i metadati scientifici ad essi associati, i contenuti narrativi sono confluiti in varie applicazioni multimediali, finalizzate alla valorizzazione delle 8 aree archeologiche, così da arrivare al pubblico in modi diversi, sia in situ che online”, ha spiegato Eva Pietroni, “per declinare l’accessibilità in senso ampio, ossia sia per favorire la fruizione di utenti con bisogni speciali sia per rendere i contenuti godibili e appropriati per tipologie di utenti diversi, inclusi gli addetti ai lavori”.

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Progetto e-Archeo: ricostruzione della villa romana di Sirmione (Grotte di Catullo) sul lago di Garda

Soluzioni trasversali da cui si attivano singole applicazioni per vari usi e tipologie di pubblico, promuovendo questo patrimonio in modalità sia scientifica che narrativa ed emozionale. “Un risultato ottenuto in tempi straordinari”, ha rimarcato Costanza Miliani direttore CNR ISPC, “una grande sfida nel trasferimento di conoscenza di 8 siti archeologici con grande varietà di contenuti per trasformare questo contenuto immenso e prezioso in qualcosa che possa essere visto vissuto e apprezzato con la multidimensionalità, sfruttando alcune applicazioni come la ATON, un framework liquido ossia che si adatta sia a un data center che a uno smartphone. Puntiamo a una scienza aperta, per rendere quello che produciamo accessibile a tutti: dopo averlo già messo a disposizione sulla piattaforma Zenodo, ora lavoriamo a una nuova avventura: costruire un cloud per i dati scientifici per i beni culturali”.

 

Valpolicella (Vr). “Un calice di storia”: visita guidata alla Grotta di Fumane e degustazione di vini in cantina

fumane_grotta_un-calice-di-storia_locandinaDomenica 30 ottobre 2022 in Valpolicella, appuntamento con “Un calice di Storia”: Un’occasione speciale per poter ammirare la Grotta di Fumane (Vr) e, al termine della visita guidata, degustare i migliori vini della Cantina David Sterza. La giornata inizierà alle 10.30 con la visita guidata alla grotta accompagnati da un archeologo che ve ne svelerà i segreti e vi farà capire l’unicità di questo sito. La mattinata proseguirà poi con una degustazione guidata di tre vini della David Sterza, accompagnati da salumi e formaggi del territorio. I posti sono limitati per permettervi di vivere al meglio questa esperienza. Costo del biglietto 25 euro. Orario 10.30 – 12.30 circa. Per info e prenotazioni: info@stradadelvinovalpolicella.it, cell +39 346 3202167.

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Una visita guidata all’interno della Grotta di Fumane (Vr) in Valpolicella (foto comune di fumane)

La grotta di Fumane, conosciuta dagli abitanti del luogo come “I Ossi” (“Le ossa”, per via dei numerosi reperti che vi si trovavano), fu rinvenuta dall’archeologo Giovanni Solinas negli Anni Sessanta e per questo è nota anche come “Riparo Solinas”. Essa rappresenta un documento preziosissimo sulla presenza dell’Uomo di Neanderthal e dell’Homo Sapiens in Europa. Un tuffo nel passato che vi permetterà di vivere un’esperienza indimenticabile accompagnati dai vini della Cantina David Sterza in un luogo unico e suggestivo.

Venezia. “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue: a un passo dall’uomo”: storico incontro con l’etologa Jane Goodall e il paleoantropologo Donald Johanson, per la prima volta insieme sul palco del teatro Goldoni per i 40 anni del Ligabue Magazine

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La copertina di LM80, l’ultimo numero del Ligabue Magazine (foto fondazione ligabue)

Due delle firme più prestigiose del Ligabue Magazine si incontrano sul palco del Teatro Goldoni a Venezia – intervistati dall’autrice e conduttrice televisiva Sveva Sagramola – per un talk sull’Uomo, le sue origini e il futuro che lo aspetta. Due grandissimi protagonisti della scienza moderna a livello mondiale, due icone della ricerca internazionale sulle nostre origini e sui primati, due attivisti e divulgatori di fama internazionale in merito ai problemi dell’ambiente, della conservazione delle specie e del futuro della ricerca: l’etologa e antropologa inglese Jane Goodall e il paleoantropologo americano Donald Johanson saranno per la prima volta insieme, in un incontro specialissimo promosso a Venezia dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e condotto da Sveva Sagramola, giornalista e volto notissimo della Rai, storica conduttrice della trasmissione televisiva di scienza e cultura “Geo e Geo” su Rai 3.

venezia_dialoghi-fondazione-ligabue_a-un-passo-dall-uomo_locandina“A un passo dall’uomo”. Tornano il 29 ottobre 2022, al teatro Goldoni di Venezia “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue” – conferenze e incontri a ingresso libero, con grandi studiosi, ricercatori ed esperti di diversi ambiti del sapere – in un appuntamento imperdibile e per certi versi emozionante, che vede dalle 17.30 sul palco veneziano la prima volta insieme l’etologa più celebre al mondo, grazie ai suoi rivoluzionari studi sugli scimpanzé e la loro somiglianza con gli esser umani (condotti nel Parco nazionale del Gombe), e lo studioso ricordato come lo scopritore di “Lucy”: scheletro di un ominide risalente a oltre tre milioni di anni fa e prima sconosciuto – ritrovato il 24 novembre 1974 nella regione di Afar, in Etiopia – che ha rivelato un tassello fondamentale dell’evoluzione della nostra specie.

venezia_ligabue-magazine_40anni Ligabue Magazine_Le copertine2_foto-fondazione-ligabuevenezia_ligabue-magazine_40anni Ligabue Magazine_Le copertine1_foto-fondazione-ligabueL’occasione dell’incontro pubblico, voluto fortemente da Inti Ligabue presidente della fondazione dedicata a Giancarlo Ligabue, è una ricorrenza importante: il quarantennale del “Ligabue Magazine”, la prestigiosa pubblicazione scientifico-culturale edita dall’allora Centro e Studi e Ricerche Ligabue e ora della Fondazione: un semestrale in doppia lingua dal design ricercato e dall’eccezionale  apparato iconografico e con un parterre di autori di primo piano: storici, scienziati, letterati ed esperti delle diverse discipline. Jane Goodall e Donad Johanson sono stati appunto tra le firme più illustri degli 80 numeri della rivista, che vanta la direzione editoriale di Alberto Angela ed è diretta dal 2018 da Alessandro Marzo Magno e che, in 40 anni, ha fatto registrare 4600 articoli in versione italiana e inglese, oltre 4mila autori, più di 20mila immagini, diverse migliaia di abbonati in oltre 30 Paesi nei 5 continenti. Una rivista che accompagna i lettori in perlustrazioni affascianti di mondi, culture, ambienti, presentando ricerche e studi in settori diversi in maniera sempre godibile, con un occhio di riguardo all’antropologia, all’archeologia e alla paleontologia. A guidare la scelta editoriale sono la passione per la conoscenza e la volontà della Fondazione e del suo presidente di sensibilizzare il pubblico su alcuni temi: il pericolo per la sopravvivenza di popoli e culture, la tolleranza e il rispetto, i rischi ambientali connessi all’inquinamento e alla deforestazione, la tutela di alcune specie animali a rischio estinzione, l’impatto dei cambiamenti climatici, ecc. E poi Venezia, alla quale ogni numero riserva attenzione, per ricordane storia e cultura, ma anche fragilità e pericoli.

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L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue (foto fondazione ligabue)

“È un onore e un’emozione grandissima”, commenta Inti Ligabue, “poter accogliere e presentare al pubblico, soprattutto ai più giovani che magari li conoscono meno, due menti illuminate, due antesignani di studi e ricerche nel mondo, che hanno dato un contributo fondamentale alle nostre conoscenze sui primati e sull’evoluzione della specie umana. Credo che poterli incontrare, sentire dalle loro voci i racconti di una vita dedicata alla ricerca, alla conoscenza, alla libertà del pensiero e alla difesa del nostro ambiente, dell’umanità e del pianeta, non possa che essere di ispirazione per tutti noi e per il nostro domani”.

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Jane Goodall con uno scimpanzé in Kenia nel 2000 (foto Jane Goodall institute)

Jane Goodall, PhD, DBE, fondatrice del Jane Goodall Institute e Messaggero di Pace delle Nazioni Unite, è nota in tutto il mondo per le sue ricerche pionieristiche sugli scimpanzé selvatici.  Oggi gira il mondo per parlare delle minacce che incombono sulle crisi ambientali, esortando ciascuno di noi ad agire per conto di tutti gli esseri viventi e del pianeta che condividiamo. Nel luglio del 1960, all’età di 26 anni, Jane Goodall si recò dall’Inghilterra in quella che oggi è la Tanzania e si avventurò nel mondo poco conosciuto degli scimpanzé selvatici. Equipaggiata con poco più di un taccuino, un binocolo e il suo grande interesse per la fauna selvatica, Jane Goodall sfidò un regno di incognite per dare al mondo una straordinaria finestra sui parenti viventi più stretti dell’umanità. In quasi 60 anni di lavoro innovativo, la dottoressa Jane Goodall non solo ha dimostrato l’urgente necessità di proteggere gli scimpanzé dall’estinzione, ma ha anche ridefinito la conservazione delle specie includendo le esigenze delle popolazioni locali e dell’ambiente. Nel 1977 la dott.ssa Goodall ha fondato il Jane Goodall Institute, attivo anche in Italia, che continua la ricerca su Gombe ed è leader mondiale nell’impegno per la protezione degli scimpanzé e dei loro habitat.  L’Istituto è ampiamente riconosciuto per i suoi programmi innovativi di conservazione e sviluppo in Africa, incentrati sulle comunità locali, e per Roots & Shoots, il programma ambientale e umanitario globale per i giovani di tutte le età.

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Tanzania, 1987: Donald Johanson mostra il ritrovamento di un altro scheletro di ominide durante gli scavi nell’Olduvai (foto Archivio Fondazione Giancarlo Ligabue)

Donald Johanson. Molti considerano Donald Johanson uno dei più importanti e completi paleoantropologi del nostro tempo. Nel corso della sua illustre carriera, ha prodotto alcune delle scoperte più importanti del settore, tra cui il reperto fossile più conosciuto e studiato del XX secolo: lo scheletro di Lucy. Da quando Charles Darwin ha proposto la teoria dell’evoluzione nella sua pubblicazione del 1859, On the Origin of Species by Means of Natural Selection (L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale), gli scienziati hanno ipotizzato il posto dell’uomo nella natura. Darwin ipotizzò che non solo la specie umana fosse un prodotto del processo evolutivo, ma che nel passato preistorico condividessimo un antenato comune con le scimmie africane. Sebbene il XX secolo sia stato costellato da importanti ritrovamenti di ominidi fossili provenienti sia dall’Africa orientale che da quella meridionale, fu la scoperta del 1974 da parte del dottor Johanson di un fossile di ominide di 3,2 milioni di anni fa in Etiopia ad aggiungere un collegamento cruciale. Lucy, come fu chiamato lo scheletro, ha suscitato un dibattito continuo e importanti revisioni nella nostra conoscenza e comprensione del passato evolutivo dell’uomo. Lo scheletro possedeva un’intrigante miscela di caratteristiche simili a quelle delle scimmie, come il volto sporgente e il cervello piccolo, ma anche di caratteristiche che consideriamo umane, come la camminata eretta. Lucy continua a essere un diadema nella corona dei fossili di ominidi e funge da importante pietra di paragone per tutte le scoperte successive.

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Tanzania, 1987: Donald Johanson e Alberto Angela mentre esaminano resti fossili (foto Archivio Fondazione Giancarlo Ligabue)

Nei 34 anni trascorsi da quando Johanson ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Chicago, ha condotto esplorazioni sul campo in Etiopia, Tanzania e Medio Oriente e ha raggiunto efficacemente diverse piattaforme mediatiche: ha condotto e narrato la serie In Search of Human Origins della PBS/NOVA, nominata agli Emmy, è stato coautore di nove libri e ha tenuto conferenze presso università, aziende e forum pubblici per condividere le sue scoperte e stimolare un sano dibattito. Spinto dall’idea che non possiamo comprendere appieno chi siamo e dove siamo diretti come specie finché non abbiamo una conoscenza più completa delle nostre radici evolutive, Johanson ha fondato l’Institute of Human Origins nel 1981 come centro di riflessione sull’evoluzione umana e si è unito all’Arizona State University con un centro di ricerca nel 1997. L’istituto è oggi considerato uno dei centri di ricerca sulle origini umane più importanti al mondo. Johanson è membro onorario dell’Explorers Club, membro della Royal Geographical Society e membro distinto dell’Accademia delle Scienze di Siena. È inoltre titolare della cattedra Virginia M. Ullman sulle origini umane presso l’Arizona State University, dove insegna.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è il Barbabei Day: un’intera giornata a ingresso eccezionalmente gratuito con un ricco programma di iniziative dedicate al suo fomdatore Felice Barnabei nel giorno del centenario della sua morte

roma_villa-giulia_barnabei-day_locandinaSabato 29 ottobre 2022 è il Barnabei Day. Per un’intera giornata il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma sarà a ingresso eccezionalmente gratuito con un ricco programma di iniziative dedicate a Felice Barnabei nel giorno del centenario della sua morte. Sono infatti trascorsi 100 anni dalla scomparsa di Felice Barnabei. Non è solo il fondatore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ma un pezzo di storia del nostro Paese, testimone e protagonista della piena affermazione dell’archeologia come disciplina storica, un pioniere del concetto di valorizzazione e uno dei più strenui propugnatori e difensori dei principi giuridici che ancora oggi tutelano il patrimonio culturale in Italia e sono diventati un modello a livello internazionale.

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Spettacolare veduta dall’alto di Villa Giulia a Roma, prestigiosa dimora rinascimentale sede del museo nazionale Etrusco (foto etru)

Sabato 29 ottobre, dalle 9 alle 23, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, assieme agli enti promotori del Comitato organizzativo, dà avvio alle celebrazioni in suo onore con il BARNABEI Day, una giornata interamente gratuita con un programma culturale dedicato alla sua figura e alle sue imprese, a partire da quella in assoluto più complessa e ambiziosa: raccogliere in un’unica sede le antichità che venivano alla luce al di fuori delle mura della Capitale: dalla Provincia romana fino all’Umbria. Villa Giulia divenne così, nell’arco di pochi anni dalla sua fondazione nel 1889, la prestigiosa dimora rinascimentale preposta alla custodia e alla valorizzazione di un patrimonio archeologico immenso ed eccezionale, finalmente oggetto delle cure e dell’attenzione scientifica che un nuovo approccio all’archeologia richiedeva, grazie anche all’impegno profuso personalmente da Barnabei affinché la tutela del nostro patrimonio culturale e il principio del suo superiore interesse collettivo divenissero concetti concreti e universalmente condivisi.

roma_villa-giulia_barnabei-day_programma_locandinaIl BARNABEI Day sarà animato da un ricco programma di iniziative culturali come visite guidate e laboratori didattici, presentazioni, proiezioni, dibattiti e, per concludere, un’apertura serale straordinaria fino alle 23, tutto ad ingresso gratuito. Rendiamo omaggio al fondatore con un video-racconto dedicato alla sua memoria che sarà proiettato alle 9 in Sala Fortuna, con visite guidate tematiche (alle 11, 12, 20.30, 21.30) a cura delle archeologhe del Museo e l’intervento delle restauratrici che racconteranno le tecniche utilizzate durante il restauro del tempio di Alatri. Spazio ai bambini con il laboratorio didattico delle 16 “Etruschi in vetrina: allestiamo insieme una ETRUteca” per ricordare il ruolo di Barnabei nel recupero dei manufatti e nel primo allestimento del Museo.

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Il busto bronzeo di Barnabei restaurato grazie alle donazioni ricevute attraverso l’Art Bonus (foto etru)

Nel pomeriggio, dopo l’inaugurazione alle 16.30 del busto bronzeo di Barnabei restaurato grazie alle donazioni ricevute attraverso l’Art Bonus, alle 17 verrà presentato ufficialmente il comitato organizzativo delle celebrazioni promosso da Italia Nostra. Saranno presenti studiosi, familiari e i rappresentanti delle istituzioni che hanno un legame particolare con Barnabei e che a vario titolo hanno dato il proprio patrocinio all’iniziativa come l’associazione Bianchi Bandinelli, l’Accademia dei Lincei e il Comune di Castelli (Teramo) di cui era originario (si può seguire la tavola rotonda delle 17 in streaming a questo link https://youtu.be/1k40JC6s5JM). Sarà quindi una occasione per ricordare da diverse prospettive l’illustre festeggiato e per dare un’anteprima delle principali iniziative che nel corso dell’anno onoreranno la sua memoria e la sua opera. Il comitato vanta già il patrocinio e l’adesione, oltre ai soggetti menzionati, del ministero della Cultura, dell’Archivio di Stato di Teramo, dell’Istituto centrale per l’Archeologia – Direzione generale Archeologia Belle arti e paesaggio, dell’università di Teramo e dell’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte – INASA. Alle 20, in occasione dell’apertura serale, oltre a visite guidate tematiche gratuite offerte dal personale del Museo, avrà luogo una proiezione straordinaria con dibattito del documentario “L’anello di Grace”, dedicato alla ricostruzione delle vicende legate al “trafugamento” della biga di Monteleone di Spoleto per la restituzione del quale Barnabei fu uno dei pochi a impegnarsi pubblicamente. Intervengono Giuliana Calcani, Maurizio Fiorilli, Fabio Isman, Valentino Nizzo, Dario Prosperini. Prenotazioni obbligatorie: laboratorio didattico (alle 16) all’indirizzo mn-etru.didattica@cultura.gov.it ; tavola rotonda (alle 17) e proiezione del documentario (alle 20) all’indirizzo mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it.

Napoli. Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sceglie il Mann come primo grande Museo da visitare a inizio mandato: “Il più importante museo archeologico del mondo”. Visita nelle sale col direttore Giulierini

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Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano con il direttore del Mann Paolo Giulierini nella sala del Toro farnese (foto mann)

Prima uscita ufficiale del neo ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che sceglie la sua città, Napoli, e, della sua città, uno dei suoi simboli dell’offerta culturale: il museo Archeologico nazionale. “Il più importante museo Archeologico del mondo, dove si comprende il concetto di polis, della città-stato in cui i cittadini hanno diritti e doveri”: con queste parole il ministro Sangiuliano ha concluso la mattina del 28 ottobre 2022 la sua visita al Mann. Il ministro, accompagnato dal direttore del museo Paolo Giulierini, ha percorso le sale dell’ala occidentale, attualmente in allestimento, dove, in 3000 mq non fruibili in toto da cinquant’anni, a metà febbraio 2023 sarà ospitata la Sezione Campania Romana, che custodirà oltre duecento reperti dalle città vesuviane e dall’area flegrea. Il percorso del Ministro ha coinvolto anche il cosiddetto Braccio Nuovo tra Auditorium, laboratori di restauro e ala che accoglierà la scuola di ristorazione. Sosta immancabile nei luoghi simbolo del Mann: salone della Meridiana e sala del Toro Farnese. “Siamo onorati che il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano abbia scelto il Mann come primo grande Museo da visitare a inizio mandato”, ha commentato il direttore Giulierini. “Questa decisione ci dà sempre più carica nel portare avanti il nostro cammino verso la riapertura completa del Museo. Un evento ormai imminente, che intende avere anche effetti significativi nell’ottica della rigenerazione urbana”.

Roma. Scoperto in piazza Pitagora nel quartiere Parioli un tratto di strada basolata: getta luce sul percorso della Salaria Vetus

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Roma: piazza Pitagora nel quartiere Parioli. Scoperto tratto di strada basolata. Veduta da drone (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

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Tomba romana scoperta in piazza Pitagora nel quartiere Parioli a Roma (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

In piazza Pitagora nel quartiere Parioli di Roma riportati alla luce un tratto di una strada basolata, verosimilmente pertinente alla via Salaria Vetus, e una tomba di età romana. La scoperta durante le indagini archeologiche condotte sotto la direzione della soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito dei lavori per la realizzazione della nuova linea in cavo interrato Nomentana-Villa Borghese.

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Il tratto di strada basolata scoperto in piazza Pitagora nel quartiere Parioli a Roma (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

Gli scavi, con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della soprintendenza Speciale di Roma, coadiuvato da Alba Casaramona e Leandro Lentini, e condotti sul campo dagli archeologi Cesare Baglieri, Angela Conti e Viviana Petraroli della Tethys srl, sono ancora in corso di svolgimento e finalizzati alla corretta individuazione dei reperti antichi, alla loro tutela e a raccogliere dati e informazioni scientifiche, permettendo la prosecuzione dell’opera il più rapidamente possibile.

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Roma: piazza Pitagora nel quartiere Parioli. Scoperto tratto di strada basolata. Veduta da drone (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

“Ancora una volta abbiamo la possibilità di assistere a un ritrovamento di grande rilievo”, ha dichiarato il soprintendente speciale Daniela Porro. E l’archeologo Fabrizio Santi: “Gli studiosi moderni hanno a lungo dibattuto sul percorso della Salaria Vetus: c’è chi ipotizza che, costeggiando la collina dei Parioli in direzione della via Flaminia, proseguisse fino al Tevere, altri invece ritengono che, all’altezza dell’attuale via Rossini all’incrocio con via dei Cavalieri, piegasse verso l’antico centro latino di Antemnae, l’attuale monte Antenne. Questo rinvenimento è importante perché ci aiuta a gettare luce sul tracciato di questa via romana”.

Paestum. Alla XXIV Borsa mediterranea del Turismo archeologico conferito il premio “Paestum Mario Napoli” a Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 

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Ugo Picarelli, segretario della borsa mediterranea del turismo archeologico, consegna il premio “Paestum Mario Napoli” a Carmelo Malacrino direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto bmta)

Il premio “Paestum Mario Napoli” è stato conferito, giovedì 27 ottobre 2022, a Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, nell’ambito della XXIV Borsa Mediterranea del Turismo che si svolge fino a domenica 30 ottobre 2022 a Paestum. “È una grande emozione, ancora più intensa perché si inserisce nell’ambito del cinquantesimo anniversario della scoperta dei Bronzi di Riace”, dichiara il direttore Malacrino. “Ringrazio gli organizzatori e la giuria del premio, che ritiro a nome di tutto lo staff del Museo. Abbiamo appena trascorso una stagione ricca di mostre ed eventi, che ha registrato decine di migliaia di visitatori attratti dalla bellezza di questi due capolavori dell’antichità. E tante altre manifestazioni ci accompagneranno fino alla prossima estate. Il MArRC – prosegue Malacrino – si conferma luogo della cultura inclusivo e dinamico. Tutti insieme Museo, Istituzioni e associazioni continueremo a lavorare insieme per promuovere e valorizzare l’intero patrimonio culturale sul tema della Magna Grecia”.

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Alla Bmta 2022 la conferenza “Parchi e musei archeologici a confronto: seconda sessione della conferenza del parlamento europeo con i direttori dei parchi e musei statali autonomi” (foto bmta)

La Borsa è uno degli eventi internazionali più significativi del settore che riunisce ogni anno enti ed istituzioni provenienti da ogni parte del mondo. Per questa edizione sono presenti 500 relatori per un circuito di oltre 80 conferenze. Una grande rete culturale che ha accolto 20 Paesi esteri e 30 buyer europei selezionati dall’ENIT. Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria sta partecipando con un proprio stand impreziosito dalle magnifiche immagini dei Bronzi di Riace. La cerimonia di premiazione si è svolta nel corso della giornata di studi dedicata a: “Parchi e musei archeologici a confronto: seconda sessione della conferenza del parlamento europeo con i direttori dei parchi e musei statali autonomi”. Sull’importanza di un confronto con i colleghi per valorizzare i musei e parchi archeologici hanno posto l’accento Tiziana D’Angelo, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia; Raffaella Bonaudo, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino; e Marta Ragozzino, direttore regionale Musei della Campania, a cui si è unita Rosanna Romano, direttore generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania, che ha detto: “La nostra attività istituzionale si misura quotidianamente con modelli, esperienze, metodologie sempre nuovi e sfidanti. I dati già ci indicano la confortante tendenza di ritorno ai livelli presenze turistiche del 2019. Non era affatto scontato, ne dobbiamo essere orgogliosi, ma dobbiamo anche continuare a puntare non solo sui siti archeologici grandi attrattori ma anche sulle destinazioni eredità dell’antichità che per bellezza e valore meritano di essere conosciuti dai cittadini campani, dai turisti e viaggiatori”.