Altino. Al museo Archeologico nazionale danza e lirica tra i reperti: due ballerine e una cantante lirica accompagneranno la visita guidata tematica con la direttrice Marianna Bressan. Evento gratuito per gli abbonati

Danza e lirica tra i reperti al museo Archeologico nazionale di Altino con gli artisti di Fuoriclassico (foto drm-veneto)
Danza e lirica tra i reperti: due ballerine e una cantante lirica accompagneranno una visita guidata tematica. Appuntamento con una performance coreutica e musicale mercoledì 21 dicembre, alle 16, al museo Archeologico nazionale di Altino, in via S. Eliodoro 56 a Quarto D’Altino, primo evento prima di Natale di un progetto che continuerà in futuro. L’evento è gratuito per gli abbonati (gli altri pagheranno l’ingresso al museo) anche grazie al contributo della Regione Veneto. È necessaria la prenotazione (su http://bit.ly/3i8Yv4v) o inviando una mail a: indifesadellacultura@gmail.com o via sms al 3459955826. Alla fine dell’evento verrà offerto un piccolo rinfresco da Anticamente pizzeria Capri che verrà fatto in aula didattica, un modo anche questo per aprire e far conoscere ai presenti tutti gli spazi frequentabili del museo. Il progetto intende porsi come punto di avvio per la creazione di una rete locale che coinvolga Istituzioni museali ma anche scuole, associazioni (ANFFAS Ca’ de le Crete, Iris); sponsor, eventuali imprenditori locali, artisti (locali e non). Il progetto intende poi allargarsi alla provincia di Venezia, al Veneto fino ad un’ottica internazionale (lo spettacolo non parlato consente di essere intesi anche dove non c’è linguaggio comune).

Danza e lirica tra i reperti al museo Archeologico nazionale di Altino con gli artisti di Fuoriclassico (foto drm-veneto)
L’azione artistica vedrà le incursioni di due danzatrici (Alexandra Foffano e Giorgia Bortoloso) e di una cantante lirica (Arianna Cimolin) dell’associazione Fuoriclassico accompagnare i visitatori nelle sale del museo per una visita guidata tematica. Il percorso si snoderà nelle due sale dell’esposizione, al piano terra e al primo piano, poi proseguirà attraversando il giardino per arrivare nella mostra. Le movenze delle danzatrici, partendo dalla base tecnica del balletto classico, faranno immergere completamente gli spettatori in un’atmosfera antica legata alla storia delle persone che popolavano i luoghi in cui sono stati rinvenuti i reperti del Museo. Le sonorità della voce esalteranno il dialogo tra antico e contemporaneo, tra ciò che è stato e ciò che è.

Danza e lirica tra i reperti al museo Archeologico nazionale di Altino con gli artisti di Fuoriclassico (foto drm-veneto)
A condurre la visita guidata che accompagnerà la performance sarà la stessa Marianna Bressan, direttrice del museo e dell’area archeologica di Altino, che spiega: “È solo una prima proposta. Ci auguriamo di realizzare una serie di visite teatralizzate itineranti nel Museo. Vogliamo porre in particolare l’accento sulle persone, sugli antenati altinati. Hanno lasciato tracce molto evidenti e talvolta commoventi del loro passaggio nelle immagini e nelle epigrafi dei monumenti funerari che ci raccontano la loro vita”.

Danza e lirica tra i reperti al museo Archeologico nazionale di Altino con gli artisti di Fuoriclassico (foto drm-veneto)
“Abbiamo costruito un dialogo tra antico e contemporaneo con l’obiettivo di sfatare i luoghi comuni sui musei, quelli archeologici in particolare”, spiega Giorgia Bortoloso di Fuoriclassico, “riprenderemo l’atmosfera antica esaltando un luogo ancora vivo, muovendoci in un’architettura contemporanea che accoglie reperti che hanno molto da raccontare. Operazioni di questo tipo fuori Italia sono molto comuni, qui sono meno frequenti. Ci piacerebbe iniziare un progetto più ampio”.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale apre la mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario”: con oltre 400 reperti racconta “il millennio bizantino”, dalla rifondazione dell’antica Byzantion da parte di Costantino nel 330, fino alla presa di Costantinopoli con la quarta crociata nel 1204

Il Salone della Meridiana al museo Archeologico nazionale di Napoli al buio, pronto a svelare i tesori della mostra “I Bizantini” (foto francesco pio chinelli)
Ci siamo. Il 21 dicembre 2022, quando si accenderanno le luci del Salone della Meridiana al museo Archeologico nazionale di Napoli brilleranno agli occhi dei visitatori i tesori di quel mondo raffinato che aveva il suo punto di riferimento nella capitale Bisanzio: alle 11.30, sarà presentata la mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario”. Dal 22 dicembre 2022, apertura al pubblico.

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini, nella mostra “I Bizantini” (foto valentina cosentino)
L’esposizione, realizzata con il sostegno della Regione Campania nell’ambito del Poc 2014/2020, sviluppa il tema delle fasi storiche successive all’impero romano d’Occidente, con un focus sulla Grecia, su Napoli (città “bizantina” per circa cinque secoli dopo la conquista da parte delle armate guidate da Belisario nel 536 d.C.) e sull’Italia meridionale. Curata da Federico Marazzi (università Suor Orsola Benincasa di Napoli), la mostra racconta “il millennio bizantino” dalla rifondazione dell’antica Byzantion da parte di Costantino nel 330, fino alla presa di Costantinopoli con la quarta crociata nel 1204 (momento cruciale nel processo di dissoluzione dell’Impero), approfondendo diversi temi: la struttura del potere e dello Stato, l’insediamento urbano e rurale, gli scambi culturali, la religiosità e le espressioni della cultura scritta, letteraria e amministrativa. In mostra, oltre quattrocento reperti, appartenenti alle collezioni del Mann o concessi in prestito dai principali musei e siti archeologici che custodiscono, in Italia e in Grecia, materiali bizantini: anche grazie alla sinergia con il ministero ellenico della Cultura, molti manufatti sono visibili per la prima volta e provengono dagli scavi della linea metropolitana a Salonicco. In mostra anche materiali scavati nella linea metropolitana di Napoli.

Histamenon di Basilio II in oro della Zecca di Costantinopoli (1005-1025 d.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Il progetto scientifico dell’esposizione è stato sviluppato da un gruppo di studiosi italiani della civiltà bizantina, gruppo coordinato dallo stesso Federico Marazzi e composto da Lucia Arcifa, Ermanno Arslan, Isabella Baldini, Salvatore Cosentino, Edoardo Crisci, Alessandra Guiglia, Marilena Maniaci, Rossana Martorelli, Andrea Paribeni ed Enrico Zanini. La mostra, coordinata da Laura Forte (responsabile Ufficio mostre al Mann) e organizzata da Villaggio Globale International, è realizzata con la collaborazione dell’università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Il progetto di allestimento è di Andrea Mandara e quello grafico di Francesca Pavese. L’esposizione, infine, prevede un ricco apparato editoriale, che include il catalogo (in uscita a gennaio 2023), la guida breve, la pubblicazione degli itinerari bizantini della Campania e un volume destinato ai bambini, tutto edito da Electa.
Firenze. Alla Galleria dell’Accademia apre la mostra fotografica “I Bronzi di Riace. Un percorso per immagini”, con sedici immagini di Luigi Spina dedicate ai due “eroi venuti dal mare”
Quest’estate al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria è stata una delle mostre inserite nel ricco programma di celebrazioni per i cinquant’anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace, nel 1972. Ora la mostra la mostra fotografica “I Bronzi di Riace. Un percorso per immagini”, tutta dedicata ai due “Eroi venuti dal mare”, curata dal direttore del MArRC, Carmelo Malacrino, e da Luigi Spina, riconosciuto da Artribune quale miglior fotografo italiano del 2020, si sposta Firenze, altra città fondamentale nella storia dei Bronzi, perché è in riva all’Arno che le due statue furono restaurate. Le due sculture furono infatti trasportate a Firenze nel gennaio del 1975 e furono affidate alle cure dei restauratori Renzo Giachetti ed Edilberto Formigli e nell’autunno del 1980 al termine dei lavori furono esposte a Firenze accompagnate dall’illustrazione delle varie fasi di restauro. E quella fu, in Italia, la prima grande mostra archeologica che divenne un fatto di costume con una straordinaria risposta dal grande pubblico (vedi Firenze. All’Archeologico per “Incontri al museo” conferenza del direttore Mario Iozzo “I Bronzi di Riace a Firenze: storia di un’emozione collettiva” proprio nell’anniversario dell’inaugurazione della prima esposizione dei due guerrieri dopo il lungo restauro | archeologiavocidalpassato).

Bronzi di Riace: guerriero B, dettaglio (foto luigi spina)

Bronzi di Riace: guerriero A, dettaglio (foto luigi spina)
La mostra fotografica “I Bronzi di Riace. Un percorso per immagini” sarà ospitata nella Galleria dell’Accademia di Firenze dal 20 dicembre 2022 al 12 marzo 2023. L’esposizione illustra, grazie a sedici spettacolari immagini di Luigi Spina in grande formato (90×134 cm), la potenza e il vigore tuttora emanati dai due guerrieri: sarà anche l’occasione per comparare le meraviglie in bronzo del mondo greco con la superba creazione di Michelangelo, il David, che “celebra” i suoi 140 anni nella Tribuna del museo fiorentino. Accompagna la mostra il libro fotografico “Bronzi di Riace”, quarto volume della collana “Tesori Nascosti” di 5 Continents Editions, nel quale i testi di Carmelo Malacrino e Riccardo Di Cesare dialogano con la ricerca fotografica di Luigi Spina. Le fotografie di Luigi Spina sono suddivise in due sequenze: otto immagini sono dedicate alla statua A, al cosiddetto Giovane, e altre otto sono dedicate alla statua B, il Vecchio. “L’epidermide bronzea, diversa per ciascun soggetto”, spiega Spina, “prende forma, densità e lucentezza, e il chiaroscurale dei corpi si tinge dello spettro multiforme del bronzo che, al variare della luce, mostra superfici corporee che dialogano con l’occhio”.
Verona. Al museo Archeologico nazionale aperta la sezione dell’Età del Ferro: visita guidata con la direttrice Giovanna Falezza tra reperti inediti e installazioni multimediali. E un occhio al futuro: la sezione dell’Età Romana
L’ombra dello Sciamano si allunga sulle pareti della grotta illuminata dalle fiaccole delle torce. Chi entra al museo Archeologico nazionale di Verona si immedesima nello Sciamano, simbolo del museo veronese: la sua ombra si muove sulla parete d’ingresso e “scopre” passo dopo passo le immagini dei tesori che si rivelano, quasi magicamente, agli occhi del visitatore. È questo l’effetto dell’installazione immersiva, la novità presentata all’inaugurazione, al terzo piano dell’ex caserma asburgica di San Tomaso, delle nuove sale dedicate all’Età del Ferro nel Veronese, con le quali si completa l’allestimento della sezione Preistoria e Protostoria, la cui prima parte era stata inaugurata nel febbraio 2022 (vedi Verona. Il museo Archeologico nazionale è una realtà: le due protagoniste – l’ex direttrice Federica Gonzato e la nuova Giovanna Falezza – ci introducono alla nuova istituzione culturale, con un breve excursus sulla storia della sede e sull’allestimento. Apertura completa entro il 2025 | archeologiavocidalpassato).
“Il nuovo allestimento”, spiega l’architetto Chiara Matteazzi, “va assolutamente in continuità con quanto già realizzato. Infatti il filo conduttore è la pulizia, in modo tale che in qualche modo l’allestimento scompaia per dare maggior risalto ai pezzi esposti. Tutto l’ultimo piano del museo è stato rivisto nel suo itinerario con l’inserimento di accenni multimediali. Abbiamo infatti inserito 5 postazioni multimediali che ci aiutano nella conoscenza dei materiali esposti e due installazioni multimediali immersive: la prima in ingresso, che ci aiuta attraverso l’uso della nostra ombra un po’ per richiamare quello che era lo sciamano, il protagonista assoluto del museo, e l’ultima che racconta invece in modo molto suggestivo un tema che può andare a colpire la sensibilità di molti: si tratta del funerale di un principe bambino. In questo caso il materiale che avevamo a disposizione era molto dettagliato e ci ha permesso di fare una ricostruzione molto suggestiva di questo momento funerario. Con un obiettivo: cercare di non colpire la sensibilità. Nel senso che ci si avvicina ad avere l’emozione di partecipare a un funerale senza rendersi troppo conto che si tratta del funerale di un bambino”.

Giovanna Falezza, direttrice del museo Archeologico nazionale di Verona, davanti a una vetrina della sezione dell’Età del Ferro (foto graziano tavan)

Il pannello che introduce alla sezione “ENTRANDO NELLA STORIA. L’età del Ferro” del museo Archeologico nazionale di Verona (foto graziano tavan)
“ENTRANDO NELLA STORIA. L’età del Ferro nel Veronese”. Cominciamo allora a conoscere meglio la nuova sezione, curata sotto il profilo scientifico da Giovanna Falezza, direttrice del Museo, e da Luciano Salzani, già funzionario della Soprintendenza veronese, e allestita da Chiara Matteazzi – come ha spiegato ad archeologiavocidalpassato.com -, in continuità con il precedente allestimento museale. Il criterio è quello cronologico, con una serie di focus su oggetti e rinvenimenti di particolare interesse. Ad essere documentata è la storia del territorio veronese, luogo di incontri e contatti che qui si intrecciarono tra Veneti, Etruschi e Celti. È proprio la direttrice Giovanna Falezza a introdurci alla visita delle nuove sale del museo Archeologico nazionale di Verona.
“Oggi inauguriamo le nuove sale dedicate all’Età del Ferro del Veronese del museo Archeologico nazionale di Verona che, come ricorderete, a febbraio è stato aperto esponendo materiali che arrivavano in ordine cronologico fino alla fine dell’Età del Bronzo”, spiega Giovanna Falezza ad archeologiavocidalpassato.com. “Con le sale che apriamo oggi, come nel suggestivo titolo che abbiamo proposto “ENTRANDO NELLA STORIA. L’età del Ferro nel Veronese”, entriamo nella Storia e vediamo cosa succede nel nostro territorio: abbiamo cercato di organizzare l’esposizione seguendo il più possibile un ordine cronologico perché è un racconto che si snoda nei secoli – siamo nel primo millennio a.C.: quindi circa dal IX al I sec. a.C. -, ma abbiamo anche cercato di raccontare delle storie, quindi mantenere dei gruppi tematici.

Parte di alari a testa di ariete (IV-I sec. a.C.) e pesi da telaio (V-IV sec. a.C.) da siti della Valpolicella (foto graziano tavan)
“Nella prima sala – continua Falezza -, ci siamo concentrati sugli abitati, come si viveva, quali erano le attività quotidiane, e quindi materiale, vasellame di uso quotidiano, che raccontano storie di tutti i giorni, alari, pesi da telaio. Poi si passa al mondo delle attività produttive che erano delle attività di sussistenza dei popoli dell’età del Ferro: quindi la lavorazione dell’osso corno, la produzione della ceramica in grandi fornaci, la lavorazione dei metalli, e naturalmente la produzione agricola.
La fornace di Oppeano (prima età del Ferro): nella sezione dell’Età del Ferro al museo Archeologico nazionale di Verona si può scoprire la ricostruzione moderna della fornace per la cottura della ceramica rinvenuta a Oppeano (loc. Fornace). Al suo interno, alcuni vasi in ceramica, anch’essi ricostruiti.

La vetrina con gli oggetti dalle tombe della necropoli Le Franchine di Oppeano, e di Lovara di Villabartolomea, tutte dell’età del Ferro (foto graziano tavan)

Dettaglio della Tomba di bambina dalla necropoli dell’Età del Ferro di Lovara di Villabartolomea (foto graziano tavan)
“Nelle altre sale – riprende Falezza – si passa a quello che abbiamo chiamato il mondo dei morti. Sappiamo che i corredi funerari sono quelli che ci restituiscono sempre gli oggetti più straordinari, perché i defunti volevano autorappresentarsi e farsi ricordare come persone eminenti, e quindi caratterizzati da oggetti sempre eccezionali. Nelle prime due sale ci sono le necropoli afferenti ai centri veneti di Gazzo Veronese e Oppeano, con materiali che ci parlano molto della loro cultura veneta. Siamo ai margini occidentali della cultura del mondo dei veneti che ha il suo centro naturalmente nel Veneto orientale, e anche dei rapporti con le popolazioni vicine, in particolare con gli etruschi che in quest’epoca si espandono a Nord del Po. E quindi materiali notevolissimi. Con alcune storie suggestive: la Tomba di Lovara (Villabartolomea) di una bambina di pochi anni con un uovo di cigno che ci racconta il dolore di una famiglia e una speranza di rinascita e rigenerazione simboleggiata proprio da quest’uovo. La necropoli di Ponte Florio, scoperta nel 1993, quando è stata realizzata la tangenziale Est di Verona, e che per la prima volta viene esposta con materiali eccezionali sempre di cultura veneta.

I numerosi oggetti in bronzo dalla necropoli di Casalandri di Isola Rizza (II-I sec. a.C.) (foto graziano tavan)
“E poi – conclude la direttrice del MAN-Vr -, si passa alle ultime sale dedicate ai popoli venuti dal Nord, i Celti, che a partire dal IV sec. a.C. arrivano e si stanziano nel Veronese. I celti sono documentati dalle sepolture. Non abbiamo dati sugli abitati. Ma le sepolture sono in molti casi principesche e con corredi enormi caratterizzati da una grande presenza di metalli e soprattutto di armi che connotano questo popolo come un popolo di guerrieri, anche se non indicano realmente una belligeranza ma un’autorappresentazione come guerrieri”.
Alla fine del percorso dell’Età del Ferro nel museo Archeologico nazionale di Verona è esposto il ricco corredo della Tomba del Carro di Zevio, la numero 7 delle 181 ritrovate nella necropoli di Lazisetta di Santa Maria di Zevio (II sec. a.C. – I sec. d.C.). Si tratta della tomba di un bambino di 5-7 anni le cui ceneri furono deposte insieme a un sontuoso carro da parata e a un ampio corredo tipico dei guerrieri adulti. L’attento studio dei contesti ha permesso agli archeologi di ricostruire – con una installazione multimediale – il rituale con cui questo giovane “principe” fu sepolto.
Il prossimo step: la sezione sull’età Romana. È ancora la direttrice Giovanna Falezza ad anticipare il prosieguo dei lavori di allestimento del museo Archeologico nazionale di Verona. “Con il completamento della sezione Preistoria e Protostoria siamo arrivati alla soglia dell’età romana e quindi non possiamo che proseguire con l’età romana. Al termine del percorso al terzo piano del museo ci sono delle scale che fanno scendere al piano secondo dove troverà posto – stiamo già iniziando a lavorarci – tutta l’esposizione di Verona Romana e del territorio in età romana. Anch’essa occupa un intero piano, circa 1500 mq. Esporremo materiali tra i tantissimi i materiali che vengono dagli scavi urbani e dal territorio di età romana a Verona, e materiali – alcuni in parte esposti alcuni mai esposti – relativi alle necropoli della Spianà e di Porta Palio; alle domus veronesi con affreschi, mosaici, reperti importantissimi; al Capitolium, alle grandi architetture monumentali. Insomma ci sarà molto di nuovo da vedere”.
POMPEII ARTEBUS. Riattivato il servizio navetta che collega i siti del parco archeologico di Pompei: da Pompei alle ville romane di Boscoreale, Oplontis, Stabia e al museo Archeologico di Stabia Libero D’orsi – Reggia di Quisisana
È ripartita POMPEII ARTEBUS: dal 16 dicembre 2022, la navetta ideata per i visitatori del parco archeologico di Pompei che renderà più agevole il collegamento tra i vari siti gestiti del Parco. Da Pompei alla villa rustica di Boscoreale, Villa Regina, alle ville nobiliari di Oplontis, Villa di Poppea e di Stabia, Villa Arianna e Villa San Marco, fino al Museo archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” nella Reggia di Quisisana. L’iniziativa è realizzata dal parco archeologico di Pompei in collaborazione con l’EAV e con la SCABEC, società in house della Regione Campania, e il suo progetto campania>artecard che offre a turisti ed appassionati la possibilità di fruire del patrimonio culturale campano e di viaggiare comodamente a bordo del trasporto pubblico locale. Dopo il positivo riscontro raccolto durante l’intero anno, con circa 2000 visitatori che hanno usufruito della navetta per raggiungere da Pompei gli altri siti del Parco, il servizio è attivo dal 16 dicembre 2022 al 31 gennaio 2023.

Il servizio navetta “Pompeii ArteBus” da Pompei ai siti archeologici del parco (foto parco archeologico pompei)
Due minibus per 25 persone partiranno da piazza Esedra a Pompei con due diversi percorsi. Il biglietto avrà un costo di 2 euro e sarà acquistabile tramite App Unico Campania. Il primo accompagna i visitatori a Villa Regina a Boscoreale e alla Villa di Poppea nel sito di Oplontis a Torre Annunziata, con 7 corse giornaliere a partire dalle 9.30; per questo itinerario il servizio sarà attivo per tutti i giorni di apertura del parco archeologico di Pompei, fatta eccezione per i martedì e il 25 dicembre. Il secondo bus, invece, sempre con partenza alle 9.30, prevede 5 corse giornaliere con destinazione Villa San Marco e Villa Arianna e la Reggia di Quisisana e sarà attivo dal venerdì alla domenica eccetto il 25 dicembre 2022. I bus sono facilmente riconoscibili per la loro veste grafica che richiama le iniziative Artecard.

Il servizio “Pompeii ArteBus” è valido anche con l’abbonamento MyPompeii Card o il pass Campania>Artecard (foto parco archeologico pompei)
L’accesso ai siti oltre che agevole è anche più conveniente con la tessera di abbonamento annuale MyPompeii card che al costo di 35 € (8€ per gli under 25), consente un acceso illimitato per tutto l’anno a tutti i siti (Pompei, Villa di Poppea/Oplontis, e Villa Regina/Boscoreale, Ville di Stabia e Museo archeologico di Stabia Libero D’Orsi/Reggia di Quisisana). A bordo i passeggeri del Pompeii Artebus troveranno un codice sconto riservato per l’acquisto di campania>artecard; tra i pass che gli utenti potranno acquistare a un prezzo dedicato, oltre alla Campania 3 Giorni e alla Campania 7 Giorni, figura anche l’abbonamento Gold 365, la card che consente di visitare oltre 50 siti culturali campani in un anno.
Benevento. Il dinosauro Scipionyx samniticus (noto come Ciro) sottoposto a nuove analisi, a 42 anni dalla sua scoperta, per cercare di capire la transizione dai dinosauri carnivori agli attuali uccelli

Il fossile di dinosauro Scipionyx samniticus, più noto come Ciro, scoperto nel 1980 a Pietraroia (Bn) straordinariamente ben conservato (foto sabap-ce-bn)
Il dinosauro “Ciro” torna sul tavolo degli studiosi. A 42 anni dalla sua scoperta e a mezzo secolo dal suo riconoscimento internazionale, il fossile di dinosauro Scipionyx samniticus, il primo dinosauro scoperto in Italia, considerato il reperto fossile più importante rinvenuto nel nostro Paese, noto ai media e a livello popolare appunto col soprannome di “Ciro”, da lunedì 19 dicembre 2022 sarà sottoposto a nuove indagini, promosse da Matteo Fabbri del Field Museum of Natural History di Chicago. Lo comunica la soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per le province di Caserta e Benevento, diretta da Gennaro Leva. Le analisi sul fossile, conservato nell’ex Convento San Felice a Benevento sede di Benevento della Soprintendenza, di cui è responsabile Gerardo Marucci, sono state autorizzate dal funzionario archeologo Simone Foresta, considerata l’eccezionale possibilità di ottenere nuovi dati scientifici sul reperto. Nell’ex convento il fossile è ammirato ogni anno dalle scolaresche provenienti da tutta la regione e non solo, ed è stato protagonista di numerose attività e approfondimenti a cura dei Servizi educativi, di cui ora è responsabile Mariangela Mingione.

Ecco la mappa delle informazioni note dalle precedenti analisi sul piccolo dinosauro Ciro (foto sabap-ce-bn)
Portato alla luce nel 1980 a Pietraroia (BN) da un privato cittadino, fu identificato solo tredici anni più tardi dai paleontologi del museo di Storia naturale di Milano, che si adoperarono per affidarlo alla soprintendenza di Salerno, che aveva la competenza territoriale sul sito di rinvenimento. Negli anni successivi, il museo di Milano restaurò e studiò con immutato interesse il reperto (1994-1999; 2004-2011). Nel 1998 Scipionyx fu riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale come uno dei fossili più importanti nella storia della paleontologia, conquistando la copertina di Nature per il suo eccezionale stato di conservazione: caso tuttora unico al mondo, Scipionyx è un esemplare neonato, che conserva, oltre alle prede di cui si nutrì nella sua brevissima vita, una varietà incredibile di tessuti molli interni, tra cui legamenti intervertebrali, cartilagini articolari nelle ossa delle zampe, muscoli e connettivi del collo, parte della trachea, residui dell’esofago, tracce del fegato e di altri organi ricchi di sangue, l’intero intestino, vasi sanguigni mesenterici, capillari, muscoli del cinto pelvico, degli arti posteriori e della coda, tutti ben visibili sino a livello subcellulare.

Dettaglio della testa di pochi centimetri del fossile di dinosauro Scipionyx samniticus (più noto come Ciro) (foto sabap-ce-bn)
Nonostante Scipionyx sia stato studiato intensamente, molto rimane ancora da scoprire, in particolare riguardo alla modalità di conservazione dei tessuti molli e alla loro organizzazione tridimensionale. Queste nuove informazioni darebbero una prospettiva unica per comprendere più a fondo la transizione evolutiva più spettacolare avvenuta nel nostro Pianeta: quella dai dinosauri carnivori agli uccelli attuali. Il progetto, promosso dal Field Museum of Natural History di Chicago, prevede un programma di studio dei tessuti scheletrici e molli di Scipionyx, attraverso la digitalizzazione in tre dimensioni del fossile, tramite scansioni tomografiche computerizzate (microCT scanning). Questa tecnologia, applicabile anche in Italia, si basa sulla scansione tridimensionale di oggetti in maniera non invasiva, senza alcun rischio di danno o alterazione degli stessi. Contrariamente alle radiografie comuni, la tomografia computerizzata ottiene sezioni del volume analizzato, permettendo non solo la digitalizzazione superficiale del reperto, ma anche la visione delle strutture interne, altrimenti impossibili da studiare. A tal fine è stato individuato un adeguato microCT scanner nel laboratorio dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), all’Osservatorio Vesuviano di Napoli.
Vicenza. Dietro le quinte della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi artigiani e operai al servizio del faraone”: a pochi giorni dall’apertura i tre curatori approfondiscono scelte dell’allestimento, identikit degli operai/artisti e attualità dell’Antico Egitto

Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023
Chi erano e dove vivevano le maestranze che hanno forgiato le tombe dei faraoni? Quali erano i loro talenti? Con i curatori della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi artigiani e operai al servizio del faraone” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 andiamo a scoprire il dietro le quinte e i dettagli della mostra coordinata da Christian Greco, direttore del museo Egizio, e curata da Corinna Rossi, professore associato di Egittologia al Politecnico di Milano, da Cédric Gobeil e Paolo Marini, egittologi e curatori dell’Egizio. Sei domande, due per ogni curatore: Corinna Rossi è invitata a spiegare come nasce questa mostra, le difficoltà di allestimento e la tecnologia applicata alla divulgazione; Cédric Gobeil ci fa conoscere il villaggio di Deir el-Medina, come era organizzato, e chi erano i suoi abitanti, gli operai/artisti per le dimore eterne dei faraoni; Paolo Marini infine si sofferma sull’attualità dell’Antica Egitto e su cosa accomuna o distingue gli antichi operai da quelli rinascimentali o moderni.

Corinna Rossi (politecnico di Milano) (foto graziano tavan)
Qualche episodio del “dietro le quinte” della mostra, dalle fasi di studio alla progettazione degli allestimenti? Corinna Rossi: “Ogni mostra, prima di essere aperta al pubblico, conosce una fase di studio, poi una fase di ragionamento su cosa portare, ma poi soprattutto sul come trasportare gli oggetti. Questa per la mostra di Vicenza è stata una fase di studio particolarmente complessa. Parliamo di Antico Egitto, e quindi a statue gigantesche in pietra. Ma abbiamo dovuto fare i conti anche con la Basilica Palladiana e con gli spazi espositivi che sono al primo piano destinati ad ospitare gli oggetti abbastanza pesanti. E quindi la scelta degli oggetti si è orientata in questa direzione, cioè a oggetti che potessero essere effettivamente trasportati e sollevati al primo piano e sostenuti dal pavimento della Basilica nel corso della mostra. Quindi c’è stato uno studio attentissimo che ha coinvolto tecnici ed esperti sia da parte degli architetti allestitori che da parte delle istituzioni a Vicenza per raggiungere questo risultato. È una mostra che celebra la perizia degli antichi operai ma non dimentichiamoci di celebrare la perizia dei tecnici e degli operai che hanno reso possibile questa mostra”.

Cédric Gobeil (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)
Il villaggio di Deir el-Medina era una fucina di talenti. Quale era la sua struttura e come divenne il polo produttivo per cui è celebre ancora oggi? Cédric Gobeil: “La struttura del villaggio di Deir el-Medina è molto semplice, è un insieme di 68 case. Nel suo stato finale, nel periodo ramesside, è circondata da un muro di cinta, e ognuna di queste case aveva una struttura veramente ideale e tipica di circa quattro stanze, in modo tale che ogni lavoratore potesse beneficiare degli stessi servizi e pari accesso alle risorse. Queste persone erano sotto l’autorità di un visir, che è una specie di primo ministro, che era proprio sotto il faraone, e direttamente sotto l’autorità di uno scriba reale che viveva con gli operai a Deir el-Medina. Questi lavoratori vivevano quindi nel villaggio con le loro famiglie, mogli e figli. E la cosa importante è che la maggior parte di queste persone avevano una specialità manuale, un lavoro manuale. Quindi possiamo, ad esempio, nominare disegnatori, pittori, muratori, scultori così come carpentieri. Ciascuno di questi mestieri era necessario per l’elaborazione delle tombe reali, compreso lo scavo, ma anche la decorazione delle tombe che troviamo oggi nelle cosiddette Valli dei Re e delle Regine, proprio dietro il villaggio di Dei el-Medina”.

Paolo Marini (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)
Perché l’Antico Egitto suscita così tanto interesse nella contemporaneità? In cosa risiede la sua “attualità”? Paolo Marini: “I motivi sono differenti, primo tra tutti sicuramente il fatto che ancora l’Antico Egitto sia al centro di tantissime ricerche da parte di tantissimi studiosi. Gli scavi che operano sul suolo egiziano sono innumerevoli per cui le scoperte che ancora oggi vengono compiute sono davvero straordinarie. Negli ultimi tempi, a esempio, è stata scoperta una cachette con all’interno numerosissimi sarcofagi e oggetti di corredo funerario e che ci illustrano un’epoca molto problematica dal punto di vista storico come quella che noi egittologi chiamiamo Epoca Tarda, e questo ovviamente suscita nel non addetto ai lavori sempre un interesse eccezionale anche per la qualità dei reperti. E l’interesse storico archeologico che questi riescono a trasmettere”.

Corinna Rossi (politecnico di Milano) (foto graziano tavan)
Quale ruolo gioca la tecnologia in una mostra di stampo archeologico e quale posto occupa nell’allestimento all’interno della Basilica Palladiana? Corinna Rossi: “In una mostra come quella di Vicenza in cui portiamo oggetti antichissimi fragili piccoli, la componente immateriale della mostra può giocare un ruolo molto importante perché attraverso le nuove tecnologie noi riusciamo a portare all’attenzione del pubblico dettagli che sarebbero altrimenti invisibili perché troppo piccoli o invisibili, proprio perché non visibili a occhio nudo, e riusciamo anche a convogliare verso l’esterno i risultati delle ricerche che sono state effettuate nel corso degli anni da quanti hanno studiato in maniera approfondita questi reperti. Quindi la mostra sarò accompagnata da una serie di installazioni multimediali che avranno proprio questo scopo: non sostituirsi all’oggetto, ma allargare il punto di vista e ampliare il ventaglio di informazioni che possono essere convogliate al grande pubblico”.

Cédric Gobeil (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)
Qual è l’identikit di “scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”? Cédric Gobeil: “Per avere un’idea precisa di chi fosse questo operaio di Deir el-Medina, ci sono alcuni tratti che qui possono essere evidenziati. Prima di tutto sono membro di un’élite. Non siamo più in un’élite legata all’Alta Corte, ma in un’élite tra lavoratori, tra lavoratori specializzati. E questo lavoratore ha una qualità: quella di poter esercitare mestieri manuali estremamente richiesti, estremamente preziosi per l’elaborazione, lo scavo e la decorazione delle tombe reali. E in quel momento può essere uno scultore, un muratore e un pittore per esempio. Si dovrebbe anche considerare che questo individuo, questo lavoratore è in grado di scrivere. In ogni caso diciamo che nella stragrande maggioranza dei casi sono in grado di scrivere e leggere il che dà loro accesso a testi magici e anche alla letteratura per poter raccontare storie. L’importante è che queste persone abbiano potuto quindi scrivere appunti in modo tale da lasciare traccia ai posteri. Ed è così che oggi siamo in grado di ricreare chi era questo operaio di Deir el-Medina”.

Paolo Marini (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)
Che cosa differenzia gli artisti/artigiani dell’Antico Egitto da quelli rinascimentali e da quelli di oggi? Paolo Marini: “La domanda pone un problema di tipo metodologico perché quando si parla di antiche civiltà è molto difficile poter parlare allo stesso tempo di artisti e di arte: questi sono concetti che si sviluppano soltanto in epoche successive. Nel caso specifico dell’Antico Egitto è molto difficile, ad esempio, individuare personalità artistiche o artigianali proprio perché c’è un concetto e un’organizzazione del lavoro che è completamente differente da quello che sicuramente lo era nel Rinascimento. Gli artigiani lavoravano in squadre, in diversi su un unico soggetto e ognuno occupandosi di quelle che erano le proprie competenze. Pertanto alla fine di un lavoro era anche molto difficile riuscire a determinarne la paternità”.
Pompei. Passeggiata notturna nell’area monumentale del Foro e all’Antiquarium. Unica data per tutta la stagione invernale

Suggestiva immagine del Tempio di Giove, nel foro di Pompei, illuminato per le visite serali (foto parco archeologico di pompei)
Sarà l’unica passeggiata notturna per tutta la stagione invernale promossa dal parco archeologico di Pompei. Appuntamento a Pompei per una passeggiata notturna, lunedì 19 dicembre 2022, dalle 20 alle 23 (ultimo ingresso alle 22). La serata consentirà di visitare l’area monumentale del Foro Civile – illuminata a cura di Enel Sole – gli edifici pubblici per l’amministrazione della città e della giustizia, per la gestione degli affari, per le attività commerciali, come i mercati, oltre ai principali luoghi di culto cittadino. L’ingresso è al costo di 5 euro (riduzioni e gratuità, come da normativa vigente). L’accesso sarà consentito fino a un massimo di 1500 persone, distribuite su fasce orarie (500 ogni ora). È consigliato l’acquisto on-line su www.ticketone.it.

Scorci suggestivi del Foro di Pompei illuminato per le passeggiate notturne (foto parco archeologico di pompei)
Il percorso avrà inizio da Porta Marina, e i visitatori saranno accompagnati da un intervento artistico sonoro realizzato da Invernomuto (Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi) che, a partire dall’opera “Black Med, POMPEII” – realizzata grazie al sostegno di Italian Council (VII edizione, 2019), progetto della Direzione generale Creatività Contemporanea, su presentazione di Fondazione Morra Greco di Napoli, ed entrata a far parte della nuova collezione d’arte contemporanea (Collectio) del Parco all’interno del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche – ha realizzato una installazione sonora, elaborata appositamente per la serata, che intercetta, raccoglie e compone assieme le traiettorie sonore che attraversano la complessa e stratificata area del Mediterraneo. Sulla parete interna laterale della Basilica sarà, invece, proiettato “79 d.C.”, un video dell’artista Giovanna Silva, in collaborazione con Giacomo Bianco. Una selezione di circa 90 foto scattate durante l’emergenza pandemica, e pubblicate all’interno dei suoi due contributi (Commitment e Inventario) per il portale www.pompeiicommitment.org nel maggio 2021. Il percorso si conclude con la visita all’Antiquarium, edificio dell’’800 che ospita uno spazio museale dedicato all’esposizione permanente di reperti che illustrano la storia di Pompei. Uscita da Piazza Esedra. Durante le visite serali il bookshop dell’Antiquarium sarà aperto al pubblico.
Roma. Apertura con permesso speciale dell’area archeologica di Grottarossa al VI miglio dell’antica Via Flaminia su cui si affacciavano tombe e ville
L’appuntamento per quei fortunati che sono riusciti a iscriversi (il numero di 30 posti è stato presto raggiunto) è domenica 18 dicembre 2022 alle 11 davanti al cancello di ingresso alla fine del parcheggio su via di Grottarossa per un evento unico “Roma Sparita: l’area archeologica di Grottarossa” (apertura con permesso speciale dell’archeologa Sabrina Di Sante, presidente dell’associazione Roma Sparita). È importantissima la puntualità ed è richiesta la collaborazione nell’uso dei dispositivi di protezione individuale e nel mantenimento della distanza minima di sicurezza. Si consiglia abbigliamento comodo e soprattutto scarpe adatte a terreni erbosi. Si potrebbe trovare l’erba bagnata quindi scarpe a prova di acqua.

Strada basolata nell’area archeologica di Grottarossa sul VI miglio dell’antica Via Flaminia (foto ssabap-roma)
L’area archeologica di Grottarossa si trova al VI miglio dell’antica Via Flaminia, in un tratto che lentamente viene riaperto alla pubblica fruizione. Si tratta di un’area che necessita ancora di tanta attenzione e lavoro ma già l’apertura è di buon auspicio per il futuro. È stato rimesso in luce un tratto dell’antica via su cui si affacciavano tombe e ville. Le indagini compiute dalla Soprintendenza tra il 1980 e il 1989 hanno individuato diversi edifici funerari, un grande complesso residenziale, un impianto tardo antico ed un lungo tratto della via consolare che corre tra i mausolei in parte ancora visibili. Questi sono del tipo “a torre” (I secolo a. C.-I secolo d. C.), trasformato in fortilizio a controllo del Tevere nel Medioevo, a tamburo cilindrico (seconda metà del I secolo a. C.).


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