Accordo storico tra il museo dell’Acropoli di Atene e il museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo: il frammento del Partenone conservato in Sicilia, il “Reperto Fagan, torna in Grecia per 4 anni (per ora), in cambio di una statua della dea Atena e un’antica anfora geometrica. Un segnale concreto di amicizia. E si pensa ai marmi Elgin conservati al British museum

Il “reperto Fagan”, frammento di lastra dal fregio orientale del Partenone conservato ed esposti al museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo (foto museo salinas)

È a Palermo dal 1820: grazie a un accordo tra il museo dell’Acropoli di Atene e il museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo dopo due secoli torna ad Atene il frammento del Partenone, l’unico presente in Italia. Si tratta del cosiddetto “Reperto Fagan”, frammento in marmo pentelico che raffigura il piede o della Dea Peitho o di Artemide (Dea della Caccia) seduta in trono, una lastra appartenente al fregio orientale del Partenone. Rimarrà là per quattro anni, e in cambio dalla Grecia arrivano in Sicilia una statua della dea Atena e un’antica anfora geometrica. È un accordo culturale di straordinaria importanza internazionale quello che la Sicilia ha sottoscritto con la Grecia. Un gesto, voluto dall’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, condiviso con la ministra greca della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni, che per la cultura ellenica ha un valore fortemente simbolico: la Sicilia, in questo modo, fa, infatti, da apripista sul tema ritorno in Grecia dei reperti dei Partenone, dando il proprio contributo determinante al dibattito in corso da tempo a livello mondiale.

Alberto Samonà, l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, accanto al “Reperto Fagan” al museo Salinas (foto museo salinas)

“Il ritorno ad Atene di questo importante reperto del Partenone”, sottolinea l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, “va nella direzione della costruzione di un’Europa della Cultura che affonda le proprie radici nella nostra storia e nella nostra identità: quell’Europa dei popoli che ci vede profondamente uniti alla Grecia, in quanto entrambi portatori di valori antichi e universali. E del resto, le molteplici e pregnanti testimonianze della cultura greca presenti in Sicilia sono la conferma di un legame antico e profondo. Grazie al governo Musumeci, la Sicilia torna al centro di una dimensione mediterranea, in cui il futuro comune passa per il dialogo e le relazioni con i Paesi che si affacciano sul Mare nostrum. L’accordo di collaborazione con il Museo dell’Acropoli di Atene ci permetterà, inoltre, di porre in essere iniziative culturali comuni di grande spessore e rilevanza internazionale che daranno la giusta visibilità alla nostra Regione”.

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L’archeologa Lina G. Mendoni, ministro della Cultura e dello Sport della Grecia

“Vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine alla Giunta regionale Siciliana e al suo presidente Nello Musumeci, nonché all’assessore regionale ai Beni Culturali e dell’Identità della Sicilia Alberto Samonà”, sottolinea la ministra della Cultura e dello Sport della Repubblica Greca, Lina Mendoni. “La nostra collaborazione affinché il frammento del Fregio Orientale del Partenone, oggi custodito al museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, possa essere esposto per un lungo periodo al museo dell’Acropoli insieme al proprio naturale contesto, è stata impeccabile e costruttiva. Soprattutto, desidero qui esprimere la mia gratitudine per gli instancabili e sistematici sforzi del Governo Siciliano e dell’Assessore Alberto Samonà per aver intrapreso la procedura verso l’accordo legale ai sensi del Codice dei Beni Culturali della Repubblica Italiana, affinché questo frammento possa ritornare definitivamente ad Atene. Dal novembre del 2020, quando sono iniziate le discussioni tra di noi, fino ad oggi, – prosegue la ministra Mendoni – l’assessore Samonà ha sempre dichiarato in ogni modo il suo amore per la Grecia e per la sua Cultura. Nel complesso, l’intenzione e l’aspirazione del Governo Siciliano di rimpatriare definitivamente il Fregio palermitano ad Atene, non fa altro che riconfermare e rinsaldare ancora di più i legami culturali e di fratellanza di lunga data delle due regioni, nonché il riconoscimento di fatto di una comune identità mediterranea. In questo contesto, il ministero della Cultura e dello Sport ellenico inizia con grande piacere la sua collaborazione con il museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, non solo per l’esposizione presso di esso di importanti antichità provenienti dal museo dell’Acropoli, ma anche per azioni e iniziative generali future. Con questo gesto, il Governo della Sicilia indica la via per il definitivo ritorno delle Sculture del Partenone ad Atene, la città che le ha create”.

Il “reperto Fagan”, frammento di lastra dal fregio orientale del Partenone conservato ed esposti al museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo (foto museo salinas)

L’accordo, nato dalla proficua interlocuzione fra il Governo regionale – con l’assessore Samonà – e il Governo di Atene – con la ministra Mendoni – è stato siglato dal museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo e dal museo dell’Acropoli di Atene, ai sensi dell’articolo 67 del nostro Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che prevede il trasferimento pluriennale e lo scambio di reperti archeologici tra le due prestigiose istituzioni museali, rispettivamente dirette da Caterina Greco e da Nikolaos Stampolidis. Sottoscritto secondo la legge italiana, l’accordo prevede che per un periodo di 4 anni, rinnovabile una sola volta, il Salinas trasferisca al museo dell’Acropoli di Atene il frammento appartenente al Partenone, attualmente conservato a Palermo perché parte della collezione archeologica del console inglese Robert Fagan, acquistata dalla Regia Università di Palermo nel 1820. In cambio, da Atene arriveranno a Palermo due importantissimi reperti delle collezioni del Museo dell’Acropoli, ciascuno per un periodo di quattro anni: si tratta di un’importante statua acefala di Atena, databile alla fine del V secolo a.C., e di un’anfora geometrica della prima metà dell’VIII secolo a.C. Un’intesa che prevede anche l’organizzazione di iniziative in comune che saranno realizzate in partnership dai due musei su temi d’interesse culturale di respiro internazionale. La volontà della Sicilia, in realtà, è quella di un ritorno in Grecia a tempo indeterminato del reperto. A questo proposito, la Regione Siciliana, oltre a promuovere l’accordo culturale di valorizzazione reciproca fra le due realtà museali, ha chiesto al Ministero della Cultura della Repubblica Italiana un percorso che porti al felice esito di questa possibilità: la pratica è stata già incardinata ed è attualmente in discussione in seno al “Comitato per il recupero e la restituzione dei Beni Culturali” istituito presso il Ministero. Il ritorno ad Atene del frammento conferma quel sentimento di fratellanza culturale che lega Sicilia e Grecia, nel riconoscimento delle comuni radici mediterranee e degli antichissimi e profondi legami tra i due Paesi. L’accordo sottoscritto rappresenta, infatti, un sigillo d’eccezione per quella koinè mediterranea che, iniziata al tempo della Grecia classica con le sue colonie nell’Italia meridionale e in Sicilia,  ancora oggi connota gli intimi legami culturali tra l’Italia e la Repubblica Greca. Un accordo, che giunge al termine dell’anno in cui si è celebrato l’anniversario dell’avvio della lotta per l’indipendenza della Grecia e a poco più di tre mesi di distanza dalla Decisione del 29 settembre 2021 con cui la Commissione Intergovernativa  dell’UNESCO  per la Promozione della Restituzione dei Beni Culturali ai Paesi d’Origine (ICPRCP) ha richiamato “il Regno Unito affinché riconsideri la sua posizione e proceda in un dialogo in buona fede con la Grecia” che fin dal 1984 ha richiesto la restituzione delle sculture del Partenone, tuttora conservate presso il British Museum di Londra.

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Caterina Greco, direttrice del museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo

“Desidero esprimere la massima soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo che mi ero posta fin dal mio arrivo al museo Salinas, due anni fa”, interviene Caterina Greco, direttore del museo Archeologico regionale A. Salinas. “Riportare ad Atene il frammento del fregio del Partenone che solo nel 1893 Walter Amelung riconobbe come un originale attico a torto confuso tra i marmi recuperati dal Fagan durante i suoi scavi a Tindari del 1808, significa infatti non soltanto restituire alla Grecia un pezzetto della sua più illustre storia archeologica, ma anche illuminare di nuova luce la vicenda complessa e affascinante del collezionismo ottocentesco, che contraddistingue i nostri più antichi musei e di cui la testimonianza della presenza a Palermo della “lastra Fagan” rappresenta un episodio tra i più intriganti”.

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Il direttore del nuovo museo dell’Acropoli, Nikolaos Stampolidis

“L’approdo del Fregio palermitano al museo dell’Acropoli”, sottolinea il direttore del museo ateniese, Nikolaos Stampolidis, “risulta estremamente importante soprattutto per il modo in cui il Governo della Regione Siciliana, oggi guidato da Presidente Nello Musumeci, ha voluto rendere possibile il ricongiungimento del Fregio Fagan con quelli conservati al museo dell’Acropoli. Questo gesto già di per sé tanto significativo, viene ulteriormente intensificato dalla volontà da parte del Governo Regionale Siciliano, qui rappresentato dall’assessore alla Cultura ed ai Beni dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, che ha voluto, all’interno di un rapporto di fratellanza e di comuni radici culturali che uniscono la Sicilia con l’Ellade, intraprendere presso il ministero della Cultura italiano la procedura intergovernativa di sdemanializzazione del Fregio palermitano, affinché esso possa rimanere definitivamente sine die ad Atene, presso il museo dell’Acropoli suo luogo naturale. In tal modo sarà la nostra amatissima sorella Sicilia ad aprire la strada ed a indicare la via per la restituzione alla Grecia anche per gli altri Fregi partenonici custoditi oggi presso altre città europee e soprattutto a Londra ed al British Museum. Questa volontà, che rappresenta un fulgido esempio di civiltà e fratellanza per tutti i popoli, si sposa anche in un felicissimo ed emblematico connubio culturale con la decisione del 29 settembre 2021 espressa dall’Unesco nei riguardi del ritorno in Grecia delle sculture che si trovano presso il museo londinese”. 

Il “Reperto Fagan”, frammento in marmo pentelico che raffigura il piede o della Dea Peitho o di Artemide (Dea della Caccia) seduta in trono, una lastra appartenente al fregio orientale del Partenone (foto museo salinas)

La storia dell’arrivo in Italia del “reperto Fagan” e i tentativi di riconsegna alla Grecia. Il reperto archeologico, giunto all’inizio del XIX secolo nelle mani del console inglese Robert Fagan in circostanze non del tutto chiarite, alla morte di questi fu lasciato in eredità alla moglie che, successivamente, lo vendette tra il 1818 e il 1820 al Regio museo dell’università di Palermo, di cui il museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” è l’odierno epigono. Già in passato si sono avute interlocuzioni volte al ritorno ad Atene del frammento del fregio del Partenone e in particolare tra il 2002 e il 2003, in occasione della visita di Stato in Grecia del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e in vista della realizzazione delle Olimpiadi ad Atene del 2004, fu aperto il dibattito sulla “restituzione” del manufatto. E ancora  nel 2008, in occasione dell’inaugurazione del nuovo museo dell’Acropoli di Atene, si ripresero le trattative tra il ministero ellenico della Cultura e il ministero italiano dei Beni Culturali, attraverso la mediazione dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si era detto favorevole al ritorno del frammento in Grecia; ma anche in quell’occasione si raggiunse solo il risultato di prestare il frammento del Partenone ad Atene per un anno e mezzo, dal settembre 2008 al marzo 2010. Dopo il suo ritorno in Sicilia, negli anni successivi sulla vicenda della riconsegna permanente del reperto calò un velo e non se ne parlò più, se non riservatamente fra gli addetti ai lavori. Per questa ragione, l’accordo sottoscritto tra i due musei coglie oggi un risultato di estrema rilevanza: perché dimostra concretamente la volontà della Sicilia di procedere sulla strada intrapresa, favorendo il definitivo ritorno ad Atene del frammento del fregio partenonico; e perché suggella la stretta collaborazione culturale tra due prestigiose istituzioni museali, entrambe di lunga ed antica tradizione.

Statua di Atena dal museo dell’Acropoli di Atene (foto museo acropoli)

La Statua di Atena e l’anfora che arriveranno al museo Salinas da Atene. La statua (Akr. 3027), alta cm 60 e in marmo pentelico, raffigura la dea Atena vestita con un peplo segnato da una cintura portata sulla vita. Indossa un’egida stretta disposta trasversalmente sul petto, originariamente decorata con una gòrgone al centro, andata perduta. La figura sostiene il peso del proprio corpo sulla gamba destra, mentre con il braccio sinistro si appoggia probabilmente ad una lancia; la posa flessuosa e la resa morbida e avvolgente dell’abbigliamento sono tipiche dello stile attico dell’ultimo venticinquennio del V secolo a.C., influenzato dai modelli partenonici (c.d. “Stilericco”).

 

Anfora del Geometrico medio usata come cinerario, dal museo dell’Acropoli di Atene (foto museo acropoli)

L’anfora (1961 ΝΑΚ 196), integra e di grandi dimensioni (alt. cm 41,5), è un importante esemplare della categoria della ceramica geometrica, una produzione caratteristica delle fabbriche ateniesi della prima età arcaica, che segna l’emergere di Atene fra le varie polis della Grecia. Si tratta di un’anfora utilizzata come cinerario, rinvenuta nel 1961 nella tomba 5 scoperta presso le pendici meridionali dell’acropoli, e rappresenta una vaso tipico del Geometrico Medio II, con corpo ovoide, alto collo svasato che termina con l’orlo rivolto verso l’esterno, e due piccole anse verticali  sulla spalla. La decorazione, in gran parte a vernice nera, comprende sul collo una fascia recante un meandro delineato tra strisce orizzontali, mentre sulla pancia del vaso è dipinto un grande riquadro metopale con triangoli allineati; la parte inferiore del corpo e le anse sono decorate con sottili strisce parallele. La forma e lo stile inconfondibile, tipico di questa fase della ceramica attica, ne denotano la cronologia molto antica, risalente alla prima metà dell’VIII sec. a.C. (800-760 a. C.): un periodo, cioè, in cui non era ancora iniziata la colonizzazione greca della Sicilia, da cui solo successivamente derivò l’afflusso di materiali greci nella nostra isola. L’arrivo in Sicilia di questi due significativi reperti delle collezioni del museo dell’Acropoli, segna un decisivo cambio di passo nelle relazioni culturali tra la Sicilia e la Grecia, improntato alla piena pariteticità degli scambi culturali e a un reciproco rapporto di collaborazione che prevede anche lo sviluppo di iniziative comuni quali mostre, conferenze, ricerche scientifiche. È, infatti, la prima volta che dal famoso museo ateniese giungono in Sicilia e al Salinas, per un’esposizione di lungo periodo, testimonianze originali della storia della città che ha profondamente segnato, con la sua arte, l’intera cultura occidentale.

Pompei. Con l’architetto Mighetto alla scoperta dei lavori di messa in sicurezza e restauro della Casa della Biblioteca nell’Insula Occidentalis: una sfida per offrire ai visitatori i segni delle distruzioni subite dalla città antica

L’architetto Paolo Mighetto nella Casa della Biblioteca a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La Casa della Biblioteca è una delle eleganti domus, assieme a quelle di Marco Fabio Rufo e di Maio Castricio, e alla Casa del Bracciale d’Oro che fanno parte dell’Insula Occidentalis di Pompei, dove è in corso il cantiere di messa in sicurezza, al termine del quale gli edifici saranno restituiti alla fruizione del pubblico. Ce ne parla l’architetto Paolo Mighetto che racconta gli interventi in corso e i nuovi dati scientifici che stanno emergendo dalle attività di scavo.

“Ci accoglie nella Casa della Biblioteca”, esordisce Mighetto, “il poeta del V sec. a.C. Filosseno di Citera: lo sappiamo – già da qualche tempo – per la scritta e il nome inciso all’interno di questo affresco. È una casa molto particolare di Pompei, nell’Insula Occidentalis, grande complesso di edifici che si affacciava sul Golfo di Napoli, che si imposta sulle antiche mura della città, e si estende da Porta Marina a Porta Ercolano. All’interno di quest’insula, in particolare quattro domus sono oggetto di un cantiere di restauro, di messa in sicurezza e di scavo archeologico: sono le domus di Maio Castricio, Marco Fabio Rufo, del Bracciale d’Oro, e appunto questa della Biblioteca. Perché Casa della Biblioteca? Proprio perché qui fu recuperato un armadio, meglio le tracce di un armadio, con i rotoli del proprietario di questa domus che doveva essere una persona molto colta, probabilmente appartenente anche a un circolo culturale se volle farsi affrescare sulle pareti della propria biblioteca, appunto una figura un po’ particolare, non proprio a tutti nota, come quella di questo poeta ditirambico Filosseno di Citera”.

Il cantiere di restauro della Casa della Biblioteca a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Nel quadro della messa in sicurezza – continua l’architetto -, il restauro di quest’insula ha ripristinato-recuperato gli scavi già in parte eseguiti negli anni ’70, ed è proseguito. In questo prosieguo lo scavo archeologico sta facendo emergere una serie di novità eccezionali. Prima di tutto i segni che si susseguono nel tempo a Pompei, che sono i segni di immani distruzioni. Non solo l’eruzione del 79 d.C. ma il grande terremoto del 62 d.C. che sconvolge la città e questa parte di città in particolare. A seguito di questo grande terremoto la casa, che viene abitata e continua a essere abitata, viene ristrutturata: e noi abbiamo i segni di questa ristrutturazione. Prima dell’eruzione del 79 d.C. infatti sicuramente Pompei subisce una serie di sciami sismici, di eventi sismici che dovettero portare gli stessi proprietari di casa a ristrutturare più volte e in questo nostro lavoro di studio stiamo recuperando proprio i segni anche di questi lavori che dovevano essere in corso al momento dell’eruzione. Al momento dell’eruzione Pompei viene letteralmente coperta dallo strato di materiale vulcanico, da cenere, lapilli, fino ad arrivare ai flussi cineritici che sconvolgono gli ambienti in cui ci troviamo e sigillano tutto fino alla metà del Settecento quando Pompei viene riscoperta, e i Borboni avviano gli scavi, che si sviluppano in sotterranea, quindi attraverso l’apertura di tunnel che si incuneano al di sotto e dentro questo materiale vulcanico, e vanno alla scoperta dei tesori che oggi sono conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli”.

Gli effetti del bombardamento del 1943 sulla Casa della Biblioteca a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Anche in queste Case vediamo queste tracce che stiamo cercando di conservare proprio come un dato di un ulteriore “sconvolgimento” di ciò che fu Pompei e che è ancora oggi Pompei. E altri segni ancora in epoca successiva. Forse non tutti sanno che Pompei nel settembre 1943 fu bombardata. E fu bombardata a ripetizione, più volte. Oltre 100 ordigni caddero sulla città antica, e due di questi ordigni caddero proprio in questa casa, e si incunearono negli ambienti limitrofi, uno nel tablino, andando a sconvolgere ancora i resti di queste architetture. Ecco, la nostra sfida è proprio quella di portare i futuri visitatori a riscoprire queste tracce del passato e quindi a poter leggere tutti questi eventi disastrosi, i segni di questi eventi: le deformazioni murarie, le lesioni lasciate da tutte queste successioni di eventi devastanti. È una sfida ed è una sfida di questo cantiere”.

Roma. Il nuovo anno porta al museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” il progetto “Li-Fi” (modalità di visita sperimentale, guidata dalla luce) e la riapertura straordinaria dopo oltre 20 anni della cosiddetta Casa romana nei sotterranei del Museo

L’ingresso del museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” a Roma (foto musei in comune)

Cosa ci porta il 2022? L’anno nuovo si apre con una doppia novità al museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” a Roma: il nuovo progetto “Li-Fi” per una visita sperimentale guidata dalla luce, e la riapertura della casa romana nei sotterranei del museo. Il tutto per una quarantina di giorni, con possibilità di proroga. A partire dal 6 gennaio e fino al 20 febbraio 2022 i visitatori hanno l’opportunità di approfondire una selezione di opere della collezione permanente attraverso l’esperienza innovativa offerta dal progetto Li-Fi, una modalità di visita con tecnologia senza fili promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e presentato dalle aziende To Be Srl, DB Ingegneria dell’immagine Srl e Tecno Electric Srl con il sostegno dell’Unione Europea. Il progetto fa parte dei 43 vincitori – su 126 partecipanti – del bando “L’impresa fa Cultura” indetto dalla Regione Lazio per promuovere, attraverso l’uso di nuove tecnologie, il patrimonio culturale del Lazio. Il progetto è stato presentato il 5 gennaio 2022 al museo Barracco in un incontro moderato da Gianni Todini (direttore Askanews). Dopo il saluto di benvenuto di Maria Vittoria Marini Clarelli (sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali), sono intervenuti: Claudio Parisi Presicce (direttore musei Archeologici e Storico – Artistici, sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali), David Porrello (vice presidente del Consiglio Regionale, Regione Lazio); Francesco Paolo Russo (founder & ceo di To Be Srl); Giancarlo Brasini (project manager DB Ingegneria dell’Immagine); Alfonso Pecoraro Scanio (presidente Fondazione UniVerde); Gabriele Ferrieri (presidente ANGI – associazione nazionale Giovani Innovatori).

Il museo Barracco è tra i primi musei al mondo a dotarsi del sistema Li-Fi, acronimo di Light Fidelity (foto To Be srl)

Il museo Barracco è tra i primi musei al mondo a dotarsi del sistema Li-Fi, acronimo di Light Fidelity. Un meccanismo di comunicazione tra i più moderni e innovativi che consente di trasmettere informazioni e immagini in modalità wireless, mediante la modulazione della luce, da appositi faretti LED (trasmettitori) ai dispositivi mobili dei visitatori dotati di fotocamera (ricevitori). Per fruire dei contenuti multimediali di approfondimento, rispetto al percorso di visita ordinario, basterà scaricare l’apposita App e posizionare lo smartphone o il tablet sotto la luce del faretto Li-Fi. Una soluzione realizzata con attenzione a modalità di fruizione ‘non tradizionali’: è presente infatti una doppia modalità di fruizione, sia per vedenti che per non vedenti (o ipovedenti), grazie all’utilizzo di tracce audio realizzate a partire dai contenuti testuali.

La sperimentazione del progetto Li Fi al museo Barracco è in 14 punti di interesse (foto To Be srl)

La sperimentazione coinvolgerà una selezione di 14 punti di interesse, di cui 9 nelle sale al piano terra e al primo piano e 5 nella c.d. Casa romana, risalente nelle sue principali strutture documentate al IV secolo d.C. e situata nei sotterranei del museo, che riapre al pubblico per l’occasione dopo oltre 20 anni di chiusura. La scoperta dei resti nei sotterranei del museo Barracco è fortuita e risale al 1899, nel corso dei lavori di parziale demolizione dell’edificio rinascimentale, che dal 1948 ospita il Museo, realizzati per l’apertura del nuovo asse viario di corso Vittorio Emanuele. La domus, che non è accessibile al pubblico dal 2000, sarà straordinariamente aperta tutti i giorni (tranne il lunedì) fino al 9 gennaio 2022 e, successivamente, fino alla fine di febbraio 2022, solo nei fine settimana, dal venerdì alla domenica. La riapertura temporanea della Domus, legata alla sperimentazione, è solo il primo passo di un più ampio e complesso progetto di valorizzazione del sito che avrà sviluppo nei prossimi mesi.

La nuova tecnologia Li-Fi dialoga con gli smartphone e i tablet dei visitatori (foto To Be srl)

Tecnologia Li-Fi al museo di Scultura Antica Giovanni Barracco. Il progetto presentato dalle aziende To Be Srl, DB Ingegneria dell’immagine Srl e Tecno Electric Srl, sostenuto dell’Unione Europea (www.europa.eu), ha previsto la realizzazione di “Nuove modalità di visita del museo di Scultura Antica Giovanni Barracco di Roma”. La collezione del Museo, allestita in un suggestivo palazzo cinquecentesco, è costituito da circa 400 opere che testimoniano la cultura figurativa egizia, mesopotamica, fenicia, cipriota, greca, etrusca e romana, offrendo anche esempi di arte medievale. Tutto in un percorso espositivo articolato in 9 sale disposte su tre piani. “Il contributo delle nuove tecnologie, in particolare del Li-Fi, messo a disposizione di una selezione delle opere della collezione”, dichiara Francesco Paolo Russo. “Consente di offrire ai visitatori del Museo strumenti di approfondimento, funzionali a una migliore comprensione delle opere esposte”. La tecnologia Li-Fi, acronimo di Light Fidelity, sfrutta l’impiego della luce LED per trasmettere dati a smartphone o tablet. Più precisamente, il corpo luminoso Li-Fi svolge il ruolo di trasmettitore, mentre il dispositivo mobile, dotato di telecamera, quello di ricevitore. In questo modo si realizza una rete dati ad altissima velocità con una caratteristica molto importante: la direzionalità, perché i dispositivi comunicano solo se illuminati dalla luce emessa dal corpo illuminante garantendo così un elevato livello di sicurezza.

Con la tecnologia Li-Fi i contenuti sono accessibili anche ai non vedenti (foto To Be srl)

L’utilizzo di questa tecnologia nel museo Barracco ha visto la definizione e creazione di un breve ma significativo percorso, costituito da alcuni punti di interesse presenti al piano terra e al primo piano del Museo, opportunamente illuminato dai faretti Li-Fi. I contenuti sono fruibili anche in una modalità pensata per persone ipovedenti o non vedenti, costituita da tracce audio realizzate a partire da contenuti testuali. Il faretto Li-Fi accoppiato con un router Li-Fi, infatti, emana una luce modulata a cui è associato un codice univoco. I dispositivi ricevitori in prossimità dei faretti sono in grado di ricevere il codice e associare tramite un’apposita App un contenuto multimediale descrittivo dell’opera o del percorso di visita da compiere. Grazie al Li-Fi è possibile realizzare un sistema di geolocalizzazione interna flessibile e riconfigurabile, che consente di visitare il Museo con il supporto di contenuti multimediali (foto, video, infografiche, etc.) che arricchiscono notevolmente l’esperienza del visitatore. Una soluzione fortemente innovativa per il museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco”, tra i primi al mondo a implementare una soluzione basata sulla tecnologia Li-Fi.

La casa romana scoperta nel 1899 nei sotterranei del museo Barracco a Roma (foto francesco giordano)

La cosiddetta Casa romana. Nel sotterraneo del museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” si conservano cospicui resti archeologici di epoca romano-imperiale. La scoperta fortuita risale al 1899 nel corso dei lavori di parziale demolizione dell’edificio rinascimentale – che dal 1948 ospita il Museo –, demolizione resasi necessaria per l’apertura del nuovo asse viario di corso Vittorio Emanuele. A oltre 4 metri di profondità al di sotto dell’attuale piano stradale si osserva una struttura architettonica, costituita da un peristilio di colonne, che in origine – come di consueto – circondava un’area centrale scoperta. Tale cortile porticato, caratteristico elemento dell’architettura greca e romana, sia pubblica che privata, è conservato per un’ampia porzione, dove restano in piedi varie colonne con basi e capitelli, sia intere che frammentarie.

Nella casa romana sotto il museo Barracco sono stati trovati vari elementi di arredo, riferibili a fontane o bacini e una mensa ponderaria (foto francesco giordano)

Vi si possono ammirare, inoltre, la superstite pavimentazione marmorea e vari elementi di arredo, riferibili a fontane o bacini e una mensa ponderaria. Tanto per l’alzato architettonico, quanto per la pavimentazione e gli ulteriori elementi, fu profusamente impiegato il marmo, sia bianco che pregevoli marmi colorati. L’edificio subì modifiche e importanti ristrutturazioni nel corso del tempo, per le quali furono reimpiegati materiali di recupero, ovvero asportati da edifici in disuso, secondo una prassi diffusa sin da epoca tardo-imperiale. Molti degli elementi così posti in opera risalgono a epoca augustea e giulio-claudia.

La ricca pavimentazione in marmo nella cosiddetta casa romana sotto il museo Barracco (foto francesco giordano)

La maggior parte delle strutture e, con esse, l’ultima fase di vita documentata, risale invece al IV sec. d.C. Molto discussa è l’identificazione dell’edificio, sicuramente caratterizzato da una valenza architettonica tutt’altro che dimessa. Secondo un’ipotesi ormai risalente, si tratterebbe di una delle sedi (o meglio, di alcuni suoi ambienti), delle celebri quattro fazioni di aurighi, che competevano nel Circo, sedi a noi note dalle Fonti antiche con il nome di Stabula quattuor factionum. Certamente vi si deve riconoscere un edificio pubblico. I resti romani al museo Barracco sono di grande importanza archeologica, per l’entità di quanto conservato, per la loro ubicazione nel cuore della topografia dell’antico Campo Marzio e dei suoi sontuosi edifici pubblici, oggetto di intensi studi.

Paleoantropologia in lutto. Si è spento nella sua Nairobi a 77 anni il “padre dell’Homo erectus” Richard Leakey, figlio di Louis e Mary Leakey che gli hanno trasmesso la passione per la ricerca di fossili umani. Ha dimostrato che l’umanità si è evoluta in Africa. Sua la scoperta del “Ragazzo del Turkana” di 1.6 milioni di anni fa

Il paleoantropologo kenyota Richard Leakey si è spento all’età di 77 anni

“Origins” è stato il suo primo libro famoso. Lo scrisse nel 1977, quasi alla fine di un decennio era stato protagonista di spedizioni in Kenya con la scoperta dei crani fossili di Homo habilis (1,9 milioni di anni) nel 1972 e di Homo erectus (1,6 milioni di anni) nel 1975 che ricalibrarono la comprensione scientifica dell’evoluzione umana. Un successo sancito dalla copertina della rivista Time con Richard Leakey in posa con un modello di Homo habilis sotto il titolo “How Man Became Man”. L’inizio dell’anno si è portato via all’età di 77 anni il famoso paleoantropologo, ambientalista e politico keniano Richard Leakey, le cui scoperte rivoluzionarie hanno contribuito a dimostrare che l’umanità si è evoluta in Africa. È morto il 2 gennaio 2022 nella sua casa fuori Nairobi, dove era nato il 19 dicembre 1944 da Louis e Mary Leakey, tra i più famosi scopritori mondiali di ominidi. Leakey ha ereditato dai genitori la vocazione per la paleoantropologia, ovvero lo studio dei reperti fossili umani. Ad annunciarne la morte “con profondo dolore” il presidente del Kenia, Uhuru Kenyatta. Leakey soffriva da anni di tumori alla pelle e affezioni renali ed epatiche. Nel 1969 gli era stata diagnosticata una malattia renale terminale, e nel 1979, all’aggravarsi della malattia, aveva ricevuto un trapianto di rene da suo fratello Philip, permettendogli di riprendersi. 

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Lo scheletro fossile del “Ragazzo del Turkana” di 1.6 milioni di anni fa scoperto da Richard Leakey

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Le fasi della ricostruzione facciale del “Ragazzo del Turkana” di 1.6 milioni di anni fa

Era già un noto cacciatore di fossili quando fece il suo ritrovamento di fossile più famoso: il Ragazzo del Turkana. Era il 23 agosto 1984 quando l’équipe diretta del paleoantropologo Richard Leakey, nel giacimento di Nariokotone in prossimità delle sponde del lago Turkana in Kenya, scoprì uno scheletro quasi completo (mancano soprattutto mani e piedi), di un giovane Homo ergaster morto a circa 9-12 anni, 1.6 milioni di anni fa all’inizio del Pleistocene. Classificato inizialmente come Homo erectus viene ora attribuito alla specie Homo ergaster. La scoperta e la sua interpretazione fu riportata nel libro “Origins Reconsidered”, scritto da Leakey con Roger Lewin e pubblicato nel 1992. Ma Richard Leakey si era già allontanato dalla paleontologia fin dal 1989, lasciando la moglie Meave Leakey e la figlia Louise Leakey a condurre le ricerche paleontologiche nel Nord del Kenya, e dedicandosi alla difesa dell’ambiente e contrastando il bracconaggio degli elefanti, come presidente del Kenya Wildlife Service (KWS).

A Pompei applicate nuove tecnologie per il monitoraggio dello stato di conservazione dei manufatti archeologici: iniziati alla Casa di Arianna i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM

Alla Casa di Arianna a Pompei iniziati i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM (foto parco archeologico di pompei)

La Casa di Arianna a Pompei interessata dalle nuove tecnologie per il monitoraggio dello stato di conservazione dei manufatti archeologici. Sono iniziate da alcuni giorni le prime attività di rilievo con laser scanner della domus di Arianna, i cui dati confluiranno in una piattaforma HBIM, che per la prima volta sarà applicata al contesto archeologico pompeiano. HBIM è acronimo di Heritage Building Information Modeling, una tecnologia  che consente di acquisire informazioni per la gestione digitale integrata dei processi di conservazione, programmazione e manutenzione del sito, nell’ottica di una sempre maggiore sostenibilità economica e ambientale nella gestione del patrimonio archeologico. Il parco archeologico di Pompei, ancora una volta, si dimostra dunque campo privilegiato di applicazione delle nuove tecnologie di rappresentazione e monitoraggio delle strutture archeologiche. Avere a disposizione un modello digitale BIM implementabile di una domus o edificio archeologico permette di disporre di un database interoperabile  da interrogare (con l’ausilio di strumenti informatici dedicati al facility management) per pianificare in modo strategico le operazioni di manutenzione e gestire in maniera ottimale: il monitoraggio del degrado, anche strutturale, dell’edificio, attraverso un confronto informatizzato tra un dato inserito nel modello digitale e lo stesso dato rilevato in tempo reale tramite sensori; la pianificazione degli interventi di restauro; la catalogazione delle informazioni legate all’opera, che vengono in questo modo preservate tramite un archivio digitale in cloud; la simulazione degli effetti di eventi catastrofici (ad es. i terremoti).

Il gruppo di lavoro impegnato nei rilievi con laser scanner della domus di Arianna a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Il progetto è realizzato dal parco archeologico di Pompei assieme all’università Federico II di Napoli, che dal 2010 ha seguito per il sito di Pompei i progetti di miglioramento dell’accessibilità “Pompei accessibile”, “Accordo Deloitte” e “Enhancing Pompeii”, dal Politecnico di Milano che conduce da anni ricerche sul superamento dei modelli tradizionali di archiviazione dei dati e sulla costruzione di piattaforme interoperabili per i beni culturali e dall’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR, con una consolidata esperienza di ricerca sull’impiego delle tecnologie ICT per la conoscenza, conservazione e fruizione del patrimonio culturale. Il gruppo di ricerca  è composto per l’università di Napoli Federico II: Renata Picone (Coordinamento), Mario R. Losasso, Luigi Veronese, Enza Tersigni, Eduardo Bassolino, Mariarosaria Villani; il Politecnico di Milano: Stefano Della Torre, Luisa Ferro, Daniela Oreni; per il Cnr: Costanza Miliani, Elena Gigliarelli, Filippo Calcerano, Cristiano Riminesi; per il Parco archeologico di Pompei: Gabriel Zuchtriegel direttore generale, Alberto Bruni, Arianna Spinosa, Vincenzo Calvanese, Raffaele Martinelli; per Acca software: Antonio Cianciulli, Enrico Ciampi.

Alla Casa di Arianna a Pompei iniziati i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM (foto parco archeologico di pompei)

L’obiettivo del gruppo di ricerca, che vanta un approfondito know-how sui temi del restauro, miglioramento della fruizione del Parco archeologico pompeiano e delle tecnologie abilitanti per i patrimoni culturali, è di portare a compimento l’idea progettuale di un prototipo di piattaforma digitale HBIM calata su un’insula del Parco archeologico pompeiano in 6 mesi, per definire in una seconda fase la sperimentazione del risultato prototipale e la relativa dimostrazione di funzionalità. L’attività prevede il coinvolgimento di docenti e giovani ricercatori da impiegare nell’attività sul campo e si avvarrà della consulenza del Distretto tecnologico Stress, per la realizzazione di rilievi e indagini diagnostiche non invasive, e per l’elaborazione della piattaforma digitale, della società Acca Software, sviluppatrice dei programmi Edificius e usBIM, grazie ai quali i componenti della ricerca hanno già sperimentato soluzioni per l’implementazione dei programmi finalizzati alla lettura, all’archiviazione dati e all’interpretazione del patrimonio culturale.

Vetulonia. Ultimi giorni per visitare la mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia”, un viaggio, visivo e sensoriale, alla scoperta e al confronto di due giganti delle civiltà antiche: Taras-Taranto, in Puglia, colonia spartana, importante centro della Magna Grecia, e Vatl-Vetulonia, in Toscana, potente città della Dodecapoli etrusca. Breve visita guidata

Simona Rafanelli, direttrice del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, ed Eva Degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, all’inaugurazione della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” (foto MArTa)

Le note dell’aulos si diffondono nell’aria: gli etruschi le facevano risuonare in ogni momento importante della vita quotidiana, dai banchetti alle cerimonie sacre ai riti funebri. Quella musica etrusca antica fatta rivivere dal musicista Stefano Cocco Cantini con la consulenza dell’etruscologa Simona Rafanelli avvolgono i visitatori che si muovono negli spazi della mostra “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” aperta fino al 9 gennaio 2022 al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (vedi Vetulonia. Prorogata al 9 gennaio la mostra-evento “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” | archeologiavocidalpassato): ancora pochi giorni, quindi, per approfittare di questo viaggio, visivo e sensoriale, indietro nel tempo, all’epoca della fondazione di due giganti delle civiltà antiche a confronto:

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Due sestanti da Vetulonia: sul dritto testa di giovane (Vatl) con copricapo spoglie di ketos; sul rovescio, delfini e tridente (foto graziano tavan)

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Statere d’argento da Taranto: sul rovescio, Taras con tridente a cavalcioni di un delfino (foto graziano tavan)

Taras-Taranto, in Puglia, colonia spartana, uno dei centri più importanti della Magna Grecia, e Vatl-Vetulonia, in Toscana, potente città della Dodecapoli etrusca, accomunate non solo dal mare ma anche dal delfino, simbolo dei due centri riportato sulle monete battute dalle rispettive zecche. Ed esposte e messe a confronto all’inizio della mostra e del progetto curati da Simona Rafanelli, direttrice del museo di Vetulonia, ed Eva degl’Innocenti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto (vedi Vetulonia. Inaugurata la mostra-evento 2021: “Taras e Vatl. Dei del mare, fondatori di città. Archeologia di Taranto a Vetulonia”. Due giganti delle civiltà antiche a confronto con oltre cento reperti: la colonia spartana di Taras-Taranto e la potente città etrusca di Vatl-Vetulonia. Le tappe di un progetto di studio su Etruschi e Magna Grecia | archeologiavocidalpassato).

Il colore azzurro domina la prima parte della mostra di Vetulonia nell’allestimento di Luigi Rafanelli: Vatl e Taras, dipinti da Dario Vella, dominano la parete di fondo (foto graziano tavan)

Proprio Vatl e Taras, a cavallo del loro delfino, campeggiano sulla grande parete della mostra dominata dal colore azzurro. “Il mare antico è la scena della narrazione”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento. “Il mare crea un’atmosfera surreale, evocativa di luoghi e storie fantastiche, in cui gli splendidi oggetti esposti godono di un contesto adeguato alla loro bellezza. Questo intendimento storico, mitologico, culturale, questo intreccio tra realtà e fantasia, questo nuovo modo di guardare l’antico introducendo quest’ultimo in un contesto artistico contemporaneo, sono stati condivisi dal pittore Dario Vella che li ha trasformati in un affresco straordinario che rappresenta i due mitici eroi fondatori Taras e Vatl sul delfino, con copricapo e tridente, su un mare tempestoso, nel quale si agitano mostruose creature marine”.

In mostra a Vetulonia la testa di Ercole, replica marmorea romana in dimensioni ridotte del colosso bronzeo di Lisippo a Taranto, e la clava erculea in bronzo di una statua di stile lisippeo da Vetulonia (foto graziano tavan)
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Dinos a figure rosse apulo con Eracle e Busiride del Pittore di Dario dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)

“Il percorso della mostra vetuloniese si sviluppa nella forma di un racconto espositivo”, interviene Simona Rafanelli, “articolato in cinque episodi distinti, ciascuno sotto l’egida di una particolare divinità venerata sia a Taranto che a Vetulonia, la cui narrazione è affidata di volta in volta ad assoluti capolavori dell’artigianato artistico tarantino ed etrusco, quali ad esempio la straordinaria testa di Ercole, replica marmorea romana in dimensioni ridotte del colosso bronzeo eretto nell’acropoli di Taranto da Lisippo nel IV sec. a.C., o la clava erculea in bronzo, attribuibile a una statua di stile lisippeo restituita dai resti di uno dei quartieri della città antica di Vetulonia, che introducono il capitolo dedicato alla figura di Ercole/Eracle/Hercle; o ancora il dinos dipinto dal Pittore di Dario, uno dei maggiori ceramografi italioti, che esibisce sulla faccia principale del vaso Eracle al cospetto del sovrano egizio Busiride,

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Cratere a volute apulo con Ade e Persefone del Pittore del Sakkos Bianco dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)

e il cratere monumentale a volute decorato dal Pittore del Sakkòs Bianco, che segnano rispettivamente il passaggio dall’episodio narrativo di Eracle a quello di Dioniso, e da quello dionisiaco all’episodio dedicato alla sfera dell’Oltretomba e all’ideologia funeraria. Una particolare estensione contraddistingue l’episodio posto “sotto il segno di Efesto”, volto a esaminare le intime relazioni intercorrenti tra le produzioni artistiche facenti capo alle due culture etrusca e greco-magnogreca, con un approfondimento riservato all’artigianato orafo”.

Architrave con fregio (carteggio marino, thiasos), recuperato dalla Guardia di Finanza e conservato nei depositi Sabap del santuario di Ercole Vincitore (foto graziano tavan)

“Il colore azzurro caratterizza il primo episodio (sotto il segno di Poseidon) e il secondo (sotto il segno di Eracle)”, interviene l’architetto Rafanelli. “Dal terzo episodio (sotto il segno i Dioniso) fino al quinto l’apparato scenografico parietale cambia colore e assume il colore rosso del vino. Azzurro e rosso, quegli stessi utilizzati dagli Etruschi nella decorazione del soffitto di tante tombe dipinte di Tarquinia, sono dunque i colori della mostra.

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Applique con un grifone nell’atto di aggredire un cerbiatto: terracotta ricoperta di foglia d’oro dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)

Perché il cambio di colore del terzo episodio? Perché, a un certo punto della storia, l’immaginario tirrenico del mare muta sostanzialmente e si mette sotto il segno di Dioniso, così come lo ritrae il celebre V inno omerico dedicato al dio della vite e del vino, in cui i pirati tirreni, rei del rapimento di Dioniso, vengono trasformati dal dio in delfini, quegli stessi cui, più di ogni altra creatura marina, è demandata l’affinità tra la greca Taranto e l’etrusca Vetulonia”. E continua: “Gli episodi quattro e cinque, dedicati rispettivamente ai Dioscuri e ad Efesto, sono ancora rossi, come rossi sono il sangue dell’offerta funeraria e il fuoco che forgia i tesori dell’artigianato artistico”.

La sala G del museo di Vetulonia con il sesto episodio della mostra “Taras & Vatl” dedicato all’arte orafa etrusca e magnogreca (foto graziano tavan)
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Bracciale a cerchio chiuso in lega di rame e oro con terminali a protome leonina dal museo Archeologico nazionale di Taranto (foto graziano tavan)

E si arriva al sesto episodio, allestito nella sala G del museo di Vetulonia, dedicato ai capolavori di arte orafa, magnogreca ed etrusca, che brillano, quasi abbagliano, sul fondo nero. “Tra gli oggetti di ornamento personale deposti nelle tombe tarantine”, spiega Lorenzo Mancini, archeologo del MArTa, “corone e diademi – le prime diffuse trasversalmente in deposizioni maschili e femminili; i secondi, dall’età tardo-classica, esclusivamente connessi alla moda femminile quale parte integrante dell’acconciatura – esprimono con maggiore evidenza l’acquisizione di costrutti ideologici connessi alla regalità orientale e a forme di eroizzazione postuma, che nell’ambiente magnogreco si intrecciano alla ricca escatologia veicolata da dottrine come orfismo, pitagorismo e dionisismo. Le corone funerarie in bronzo e terracotta dorata o, nella piena età ellenistica, in foglie d’oro realizzate a stampo hanno un precedente tardo-arcaico in una serie di corone o diademi a larga fascia di argento dorato che riproducono foglie e bacche di mirto. La storia dell’arte orafa tarantina non si interrompe con la prima età ellenistica, ma prosegue anche dopo la definitiva conquista da parte di Roma alla fine del III sec. a.C. È solo nel I sec. a.C. che la grande stagione degli Ori di Taranto può dirsi conclusa, riassorbita in un artigianato dai tratti maggiormente convenzionali e diffusi ormai uniformemente in tutto il Mediterraneo romanizzato”.

Alto diadema in oro con ornato a foglie di lauro e olivo, e a sbalzo, con al centro figura femminile alata, dalla necropoli etrusca dello Sperandio a Perugia, conservato al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Accanto agli Ori di Taranto esempi di oreficeria etrusca. “La maggior parte dei gioielli giunti fino a noi”, ricorda Claudia Noferi, archeologa della Direzione regionale musei della Toscana, “è stata recuperata all’interno di corredi funerari. Possiamo però avere un’idea di come questi oggetti venivano indossati osservando le figure umane dipinte sui vasi, sulle pareti delle tombe, oppure graffite sugli specchi in bronzo, analizzando le terrecotte architettoniche, esaminando le immagini dei defunti scolpiti sui coperchi dei sarcofagi e delle urnette in pietra e terracotta”. Nel V sec. a.C. sono documentate le corone-diademi. “Peculiare delle corone etrusche”, continua Noferi, “rispetto a quelle greche e magnogreche, è l’applicazione di fitte foglie sul nastro di supporto; generalmente si tratta di piante come l’edera, la vite, l’alloro, il mirto, la quercia e l’ulivo, sacre a divinità etrusche come Afrodite (Turan), Dioniso (Fufluns), Atena (Menerva) e Apollo (Aplu). Tra questi l’eccezionale diadema proveniente dalla necropoli perugina dello Sperandio è certamente uno degli esemplari migliori”. Verso la fine del IV sec. a.C. “nell’oreficeria etrusca si notano influssi greci, legati a modelli dell’aristocrazia macedone, che ispirarono anche le creazioni delle più ricche città della Magna Grecia in contatto con l’Etruria, come Taranto. E l’ispirazione dei modelli greci e magnogreci determina anche un ritorno a tecniche come la filigrana e la granulazione nelle oreficerie etrusche, scarsamente attestate durante l’età classica”.

Roma. “L’importanza di chiamarsi Harnste”: Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, annuncia una diretta Fb per approfondire e dare risposte sull’eccezionale scoperta dell’iscrizione all’interno di un elmo di 2400 anni fa rinvenuto a Vulci nel 1930

Dettaglio dell’iscrizione HARNSTE scoperta all’interno dell’elmo da Vulci, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa (vedi Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia | archeologiavocidalpassato).

Il direttore Valentino Nizzo accanto all’elmo da Vulci mostra il numero di Archeologia Viva (foto etru)

È lo stesso direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, Valentino Nizzo, che su un video (vedi Facebook) introduce il pubblico a questa scoperta con un excursus storico-linguistico che ci permetta di capire meglio l’importanza del rinvenimento all’interno dell’elmo da Vulci.

Locandina della diretta FB “L’importanza di chiamarsi Harnste” con Valentino Nizzo

Ma non è tutto. Il grande interesse e la curiosità suscitati sui media nazionali e internazionali dalla notizia dell’iscrizione rimasta nascosta per oltre 90 anni all’interno di un elmo etrusco di 2400 anni fa scavato nella necropoli dell’Osteria di Vulci da Raniero Mengarelli e Ugo Ferraguti, ha convinto Valentino Nizzo a proporre un approfondimento con una diretta sul suo profilo Facebook lunedì 3 gennaio 2022 alle 18: “L’importanza di chiamarsi Harnste”. In un’ora e un quarto il direttore dell’Etru cercherà di dare risposte ad alcune domande (qual è la sua importanza storica e archeologica? Cosa racconta e cosa consente di ipotizzare la nuova iscrizione? Com’è stata interpretata?) e ad altri interrogativi posti da questa eccezionale scoperta.

Roma. Al parco archeologico dell’Appia Antica ultimi giorni della mostra “Misurare la Terra. Un’epigrafe napoleonica dai Musei Vaticani al Mausoleo di Cecilia Metella”

Locandina della mostra “Misurare la terra” al parco archeologico dell’Appia Antica fino al 9 gennaio 2022

Ultimi giorni per visitare la mostra “Misurare la Terra. Un’epigrafe napoleonica dai Musei Vaticani al Mausoleo di Cecilia Metella”, ospitata fino al 9 gennaio 2022 al Parco Archeologico dell’Appia Antica, in due sedi espositive, al Complesso di Capo di Bove e al Mausoleo di Cecilia Metella. L’esposizione, curata da Aura Picchione, Stefano Roascio, Ilaria Sgarbozza, cade nel bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte e vuole raccontare il contesto scientifico e culturale romano di fine XVIII e inizio XIX secolo, quando ebbe inizio la redazione delle mappe geografiche di tipo scientifico, ed in particolare il ruolo del Mausoleo di Cecilia Metella, scelto in ancien régime come base geodetica e utilizzato per le rilevazioni e misurazioni cartografiche dei territori pontifici e napoleonici e per una nuova misurazione del meridiano terrestre. La mostra nasce dalla fortunata riscoperta nei Musei Vaticani di un’epigrafe che, tra il 1810 e il 1813, fu posizionata sul sepolcro. Sfuggita alla distruzione dei simboli dell’impero, rappresenta una delle poche testimonianze materiali superstiti dell’occupazione francese. Ricollocata in copia nel punto della sistemazione ottocentesca, l’epigrafe restituisce al Mausoleo la sua valenza di luogo della scienza cartografica. L’esposizione si presta a due fondamentali chiavi di lettura: la ricostruzione del milieu scientifico in cui l’epigrafe viene concepita e utilizzata e il ruolo del Mausoleo nella cultura e nelle arti.

Capriccio, di autore ignoto, raffigurante il celebre sepolcro della Regina Viarum in prossimità del golfo di Napoli (foto parco appia antica)

In questi ultimi giorni di esposizione la mostra si è arricchita di un’opera, straordinariamente interessante, che documenta l’apposizione sul tamburo del Mausoleo di Cecilia Metella dell’epigrafe napoleonica. Si tratta di un capriccio, di autore ignoto, raffigurante il celebre sepolcro della Regina Viarum in prossimità del golfo di Napoli, secondo una prospettiva nota, individuata alla metà del Settecento dai celebri vedutisti Claude-Joseph Vernet e Antonio Joli. L’epigrafe vi appare in tutta la sua evidenza, della forma e delle dimensioni che ancora oggi le riconosciamo. Alle rare fonti letterarie in nostro possesso, si aggiunge dunque una fonte iconografica inedita, che documenta lo stato del monumento in età napoleonica, prima della rimozione del manufatto, avvenuta presumibilmente tra il 1814 e il 1816.

Torino. Il museo Egizio fa il bilancio di un anno difficile: dal numero dei visitatori ai progetti espositivi, dagli incontri alle attività social

Sono stati 398336 i visitatori del museo Egizio di Torino nel 2021, a fronte di 274 giorni di apertura. Nel 2020 si erano registrati 241139 visitatori, in 185 giorni di apertura. In ottemperanza alle disposizioni governative per contrastare l’epidemia di Covid-19, il Museo nel 2021 è rimasto chiuso al pubblico 96 giorni, a fronte di 181 giorni nel 2020. I mesi in cui l’Egizio ha registrato più visitatori sono stati agosto, con 53433 visitatori, ottobre con 58271 visitatori, malgrado la capienza nei musei sia tornata al 100 per cento a metà mese, e novembre con 60473 persone. L’entrata in vigore del Green pass dal 6 agosto non ha quindi inciso negativamente sugli ingressi al museo. Per quanto riguarda le festività natalizie, tra il 26 e il 31 dicembre hanno visitato l’Egizio 16315 persone.

La copertina del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso” del museo Egizio di Torino

L’Egizio ha affrontato l’incertezza, legata all’evoluzione della pandemia, puntando su progetti espositivi e sul rinnovamento dell’esposizione permanente.  Lo scorso aprile ha preso il via un ciclo di mostre temporanee, dal titolo “Il laboratorio dello studioso”, un viaggio a puntate dietro le quinte del museo, alla scoperta dell’attività scientifica condotta dai curatori ed egittologi del Dipartimento Collezione e Ricerca dell’Egizio.

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Sala “Alla ricerca della vita” nel museo Egizio di Torino: una delle sei mummie scelte e studiate per presentare le varie fasi della vita nell’Antico Egitto (foto museo egizio)

A giugno, grazie al contributo della Consulta per i beni artistici e culturali, il Museo si è arricchito di una nuova sala, chiamata “Alla ricerca della vita”: attraverso lo studio di sei mummie di età diverse, dall’infanzia alla terza età, si dipana il racconto della vita nell’antico Egitto. Focus della nuova sala è anche il tema dell’esposizione dei resti umani e delle implicazioni etiche che ne derivano, sulla scorta di un confronto con la comunità scientifica internazionale e con il pubblico del museo. Da ottobre sono tornate in presenza le conferenze di approfondimento sulla collezione e gli scavi archeologici, con protagonisti accademici internazionali e curatori dell’ente. Il Museo ha lanciato due cicli di incontri, che proseguiranno nel 2022 in presenza e on line, con l’intento di mantenere vivo il dialogo con la comunità scientifica internazionale e divulgare le ricerche e gli studi, condotti in ambito accademico e dai curatori del museo Egizio, non solo sui reperti conservati a Torino, ma anche su scavi archeologici e archivi.  

Sul sito del museo Egizio di Torino è possibile fare un “virtual tour” della mostra “Archeologia invisibile”

È proseguito nel 2021 inoltre l’impegno del Museo sul digitale. In crescita i follower su tutti i social network: su Facebook sono 244197 (erano 236028 nel 2020), su Instagram 90200 (nel 2020 76306) su Linkedin 15mila (nel 2020 10446) su Twitter 32.336 (30889 nel 2020) e infine sono 16200 gli iscritti al canale YouTube del Museo (erano 13293 l’anno scorso).  In primavera è stato lanciato il Virtual Tour che permette di visitare da remoto le sale che costituiscono il cuore della collezione torinese, quelle dedicate al villaggio di Deir el-Medina e alla tomba di Kha. Si tratta di un tour virtuale che propone una serie di modelli 3D dei reperti, che possono quindi essere visualizzati da molto vicino, con un livello di dettaglio inedito e ben 18 video di approfondimento sulla collezione. E infine a dicembre ha debuttato on line una parte dell’Archivio storico fotografico del Museo. Egittologi o semplici appassionati in pochi click possono ora visionare e utilizzare gratuitamente materiale inedito del Museo. Si tratta di lastre fotografiche di inizio Novecento, catalogate e digitalizzate, che documentano il momento esatto in cui i reperti archeologici conservati a Torino sono stati ritrovati in Egitto. Gli scatti in bianco e nero sono stati realizzati nel corso delle Missioni archeologiche italiane, in 14 località in Egitto dal 1903 al 1937, missioni che portarono a Torino oltre 30mila reperti. Tre anni di lavoro hanno consentito di digitalizzare e sistematizzare un primo nucleo di 1500 fotografie, su un patrimonio di 45mila documenti.

Cosa ci porta il nuovo anno? Nell’autunno 2022, novant’anni dopo il lungimirante progetto di Amedeo Maiuri, nel Braccio nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli aprirà la nuova Sezione Tecnologica Romana con cento reperti e ricostruzioni moderne dei macchinari antichi

Ruota idraulica: frame di un apparato multimediale 3D della Sezione Tecnologica Romana (foto mann)

Cosa ci porta il nuovo anno? Una novità arriva dal Mann. La Sezione Tecnologica Romana del museo Archeologico nazionale di Napoli aprirà al pubblico nell’autunno del 2022 e sarà ospitata nel cosiddetto Braccio Nuovo, novant’anni dopo il lungimirante progetto di Amedeo Maiuri: qui, negli ambienti vicini agli Uffici dei Servizi Educativi, sarà allestito un percorso che, attraverso circa cento reperti e ricostruzioni moderne dei macchinari antichi, svelerà al visitatore come strategia e progettazione duemila anni fa abbiano permesso ai cittadini dell’area vesuviana di fronteggiare sfide soltanto apparentemente impossibili. Distintivo il taglio didattico della Sezione, che presenterà approfondimenti destinati non solo ad esperti, ma anche a giovani e scuole. Il progetto scientifico della sezione è curato da Giovanni Di Pasquale (museo Galileo di Firenze) e Laura Forte (funzionario archeologo del Mann). L’allestimento è firmato da Andrea Mandara, il design grafico è di Francesca Pavese. Gli apparati multimediali saranno prodotti dal museo Galileo, che ha inoltre elaborato i progetti in base ai quali verranno realizzati da Opera Laboratori i modelli ricostruttivi. Prevista una convenzione tra università Suor Orsola Benincasa e Mann per approfondire i temi di conservazione e restauro dei manufatti.

Macina manuale in pietra della Sezione Tecnologica Romana del Mann (foto mann)

La Sezione Tecnologica Romana nasce da un’interessante prospettiva museografica: nel 1932, con lungimiranza rispetto ai tempi, Amedeo Maiuri costituì al Museo una Sezione di tecnologia e meccanica antica. Il progetto scientifico odierno, dunque, non può che prendere le mosse da questo innovativo archetipo novecentesco, ampliandolo non solo con nuovi materiali, ma anche con modelli realizzati ad hoc e apparati multimediali. Filo conduttore della sezione è l’approccio empirico che, tipico dei musei della scienza, riesce ad “attualizzare” la percezione del mondo antico. Questo nuovo allestimento nasce in partnership con il museo Galileo di Firenze, specializzato in ricerca e didattica nel campo della storia della scienza e della tecnica, rinnovando così un legame di lunga tradizione: già nella mostra di Storia della scienza tenutasi a Firenze nel 1929, la Campania era rappresentata proprio dai materiali e dalle macchine del museo Archeologico nazionale di Napoli.

Un calibro della Sezione Tecnologica Romana del Mann (foto mann)

“Come è noto, ben poco delle conquiste dell’arte del mondo antico sarebbe stato possibile senza una corretta padronanza delle tecnologie”, ricorda il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “basti pensare ad esempio al processo di costruzione di un tempio, dalla cavatura delle pietre fino all’innalzamento delle colonne. Le straordinarie scoperte di Pompei hanno accelerato sempre di più tale processo di ricongiungimento tra musei d’arte e musei tecnologici, perché (caso unico insieme al mondo egizio) hanno restituito tutti oggetti della vita quotidiana che, quando conosciuti, nel passato erano stati tenuti in disparte, in oscuri depositi. Ne è conseguita spesso un’idea falsata della società antica. In realtà – continua Giulierini – già Amedeo Maiuri intorno agli anni Trenta del Novecento ebbe la felice intuizione di dar vita ad una Sezione Tecnologica nel Braccio Nuovo del Museo, poi dismessa, dedicata a settori delle scienze e delle discipline applicate, dall’idraulica, all’agricoltura, all’astronomia. Oggi il Mann, cosciente che la società antica non può essere raccontata senza ristabilire tale connubio, che la rende, tra l’altro, molto più vicina a quella attuale, ha avviato il progetto di rinnovo, riallestimento e ammodernamento di quella che fu la dismessa sezione tecnologica, affidandosi ad una collaborazione con il museo Galileo, già avviata sin dai tempi della mostra “Homo Faber” (1999), dedicata alle conoscenze scientifiche in area vesuviana. D’altra parte – conclude -, Il Museo ha intrapreso un percorso di narrazione dei contenuti museali con l’ausilio delle tecnologie, e soprattutto del digitale, per conseguire gli obiettivi previsti dai nostri due Piani strategici, in linea con la Convenzione di Faro e i 17 obiettivi dell’agenda Unesco 2030”.

Il calco della ruota di Venafro della Sezione Tecnologica Romana del Mann (foto mann)
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Rubinetto con chiave ad anello nella Sezione Tecnologica Romana al Mann (foto mann)

Il progetto scientifico del Mann e del museo Galileo parte dall’osservazione dei quattro elementi della natura (aria, acqua, terra e fuoco), raccontandone le attività umane correlate. Uno sguardo alla volta celeste dà l’input per parlare di astronomia e misura del tempo, così come i cicli produttivi di olio, pane e vino forniscono la straordinaria occasione per esporre macchinari antichi. Tra questi, le macine, che appartengono alle collezioni del Mann, saranno poste insieme a tutti gli strumenti utilizzati per coltivare, misurare la terra, pesare e conservare le derrate alimentari. Troveranno dunque spazio nell’allestimento la celebre groma dalla bottega di Verus, gli attrezzi di uso comune (rastrelli, zappe, vanghe, forche) e, ancora, gli strumenti per progettare e costruire (squadre, compassi, fili a piombo, calibri, martelli, scalpelli). Una sezione a parte sarà dedicata alle tecnologie idrauliche, che permettevano la regimazione delle acque a livello cittadino e il rifornimento delle singole abitazioni. Ne sono un esempio le grandi valvole idrauliche rivenute a Pompei, le fistule in piombo, le chiavi, i rubinetti, le bocche di fontana, le vasche da bagno in bronzo. Lenti, prismi, globi ustori rappresenteranno, invece, la versatile applicazione del vetro, delineandone il rapporto con la luce e il fuoco.

Gru calcatoria: frame di un apparato multimediale 3D della Sezione Tecnologica Romana (foto mann)

Il percorso espositivo si articolerà su diversi livelli di comunicazione: i materiali antichi di età romana, per la maggior parte di area vesuviana e selezionati dai depositi (dagli affreschi alle meridiane, dai pesi in bronzo a quelli in pietra, dalle bilance alle misure campione), saranno messi in dialogo con le ricostruzioni moderne dei principali macchinari antichi. In allestimento, vi saranno anche video esplicativi che illustrano la funzione degli strumenti tecnologici di epoca romana. Tra le riproduzioni, da menzionare la gru calcatoria, la vite di Archimede e la ruota idraulica. In quest’ultimo caso, il modello sarà affiancato ad un reperto eccezionale: il calco di ruota idraulica rivenuto nei pressi di Venafro nell’alveo del fiume Triverno ai primi del Novecento e, da allora, conservato al Museo. La Sezione Tecnologica Romana avrà una sorta di “anteprima espositiva” nel Giardino della Vanella: qui sarà riallestita la peschiera che Maiuri realizzò negli anni Trenta come riproduzione in scala ridotta di un modello presente in una villa romana di Formia.

Vite idraulica: frame di un apparato multimediale 3D della Sezione Tecnologica Romana (foto mann)

Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze. Le straordinarie collezioni del museo Galileo, tra le più importanti del mondo, comprendono circa cinquemila strumenti scientifici e apparati sperimentali databili dal secolo XI al XIX, suddivisi in due nuclei principali: collezione Medicea e collezione Lorenese. Delle raccolte fanno parte gli unici due telescopi di Galileo giunti fino a noi. L’Istituto, attivo dal 1927 nel campo della ricerca e della documentazione sulla storia delle scienze e della tecnologia, mette a disposizione degli studiosi le ingenti risorse della sua biblioteca e del proprio ricchissimo sito internet. Partecipa a innovativi progetti di ricerca in collaborazione con prestigiose istituzioni internazionali, tra cui le Gallerie degli Uffizi, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il parco archeologico del Colosseo, l’Accademia dei Lincei, l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea-CNR, la Reale Accademia delle Scienze di Svezia, gli istituti della Max-Planck-Gesellschaft e la Harvard University.