Paestum. Il 3 giugno 1968 fu scoperta la Tomba del Tuffatore. La direttrice Tiziana D’Angela: “Una ricorrenza davvero speciale. Oggi quelle cinque lastre si ammirano al museo Archeologico nazionale”

“Oggi, 3 giugno 2022, è per noi una ricorrenza davvero speciale”: inizia così una breve comunicazione di Tiziana D’Angelo, direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia. Il 3 giugno 1968 fu scoperta la Tomba del Tuffatore, circa 2 chilometri a sud di Paestum, in una piccola necropoli in località Tempa del Prete. “Gli operai che scavavano in quella zona – ricorda – si accorsero fin da subito della singolarità della scoperta tanto da allertare l’allora soprintendente archeologo Mario Napoli. Fino ad allora, a Paestum non era mai stata riportata alla luce una tomba dipinta con scene figurate così complesse di epoca greca e, infatti, la sua fama si estese presto in tutto il mondo. Oggi le 5 lastre sono esposte nel museo di Paestum in una sala interamente dedicata al Tuffatore: qui – conclude – si possono ammirare da vicino le scene del simposio e del tuffo, tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 (ultimo ingresso alle 18.30)”.

“Sulle orme dei Pulfna”. Città della Pieve e Chiusi insieme per rilanciare gli etruschi ripercorrendo la storia della nobile famiglia etrusca dei Pulfna: un pomeriggio di conferenze e una giornata di visite guidate gratuite con la Tomba del Granduca a Chiusi e la Tomba di San Donnino a Città della Pieve

Città della Pieve (Pg) e Chiusi (Si) insieme per rilanciare gli etruschi “Sulle orme dei Pulfna”. Il 4 e il 5 giugno 2022 in programma un pomeriggio di conferenze che puntano alla valorizzazione del patrimonio archeologico delle due città e una giornata di visite guidate gratuite all’Antiquarium di Santa Maria dei Servi di Città della Pieve e alla Tomba del Granduca di Chiusi per raccontare al grande pubblico un aspetto ancora poco conosciuto del patrimonio archeologico che unisce i due Comuni ripercorrendo la storia della nobile famiglia etrusca dei Pulfna. “Sulle orme dei Pulfna tra Chiusi e Città della Pieve” è dunque un progetto che vede le due realtà comunali riscoprire un antico legame sulle tracce di una famiglia aristocratica etrusca, quella dei Pulfna, vissuta tra il III e il II sec. a.C., che ha lasciato memoria del proprio nome e della propria ricchezza in alcune importanti tombe dell’antico agro chiusino, tra cui la così detta ‘Tomba del Granduca’, rinvenuta a Chiusi nel 1818, e la tomba di San Donnino di recentissima scoperta (2015) a Città della Pieve. Proprio in occasione del restauro e dell’esposizione del corredo della tomba di Città della Pieve e della apertura straordinaria della Tomba del Granduca a Chiusi, i due Comuni hanno quindi approvato nelle rispettive Giunte un protocollo d’intesa per la realizzazione di attività congiunte nella promozione del turismo culturale di qualità.

La Tomba del Granduca a Chiusi (Si) scoperta nel 1818 (foto mic)
Tomba del Granduca a Chiusi. Si tratta di una sola camera sepolcrale, composta da blocchi di Travertino murati a secco (anche sulla volta), con una panca che corre lungo tutto il perimetro e dove si trovano appoggiate sette urne cinerarie, con i nomi dei defunti incisi sui coperchi, tutti appartenenti alla famiglia Pulfna peris. La datazione è più tarda rispetto ad altre tombe di Chiusi, risale infatti al II secolo a.C.

La tomba etrusca ipogea scoperta in località San Donnino Fondovalle, nel comune di Città della Pieve (Perugia)
Tomba di San Donnino a Città della Pieve. La sepoltura ipogea, scavata nel terreno naturale, presenta un ambiente a pianta rettangolare di circa 5 metri quadrati, parzialmente interrato da movimenti franosi. Datata tra la fine del IV sec. a.C. e gli inizi del III sec. a.C., la Tomba di Laris – com’è popolarmente definita per via del nome del proprietario scolpito sul sarcofago principale – è costituita da una camera sepolcrale completamente scavata nel terreno argilloso a cui si accede tramite un lungo corridoio di 12 metri; al suo interno sono stati rinvenuti, insieme agli oggetti di corredo, due grandi sarcofagi monumentali in arenaria e travertino alabastrino (una pietra bianca con venature e tessitura fine) e tre urne cinerarie sui cui coperchi sono scolpiti i defunti a banchetto, conservati presso il museo civico-diocesano di Santa Maria dei Servi. a sepoltura, riconducibile al periodo ellenistico, appartiene alla famiglia aristocratica Pulfna Peris della vicina roccaforte etrusca di Chiusi, già nota nel II sec. a.C.
Il primo appuntamento è sabato 4 giugno 2022, alle 15.30, nella sala Conferenze S. Francesco di Chiusi, per un pomeriggio di conferenze divulgative che saranno tenute da studiosi che daranno l’opportunità al grande pubblico di conoscere i monumenti che saranno visibili nella giornata successiva. Dopo l’intervento dei sindaci di Città della Pieve e di Chiusi, Fausto Risini e Gianluca Sonnini, prenderanno la parola Ada Salvi (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena Grosseto e Arezzo); Paola Romi (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria). Quindi Giulio Paolucci (museo civico Archeologico di Chianciano Terme) su “Le tombe chiusine di età ellenistica. Strutture e riti funerari”; Enrico Benelli (università di Roma Tre) su “I Pulfna e gli altri. Sulle orme delle aristocrazie chiusine di età ellenistica” e l’Associazione archeologica Pulfnas su “Lo scavo della Tomba di san Donnino a Città della Pieve”.

Un’urnetta cineraria trovata accanto al sarcofago etrusco a Città della Pieve (foto comune città della pieve)
L’iniziativa si completerà domenica 5 giugno 2022 con le visite guidate che permetteranno di toccare con mano il patrimonio archeologico dei Pulfna: la Tomba del Granduca e le urne di Palazzo Baldetti per Chiusi (grazie alla disponibilità del proprietario ing. Silvio Baldetti), mentre per Città della Pieve l’Antiquarium di S. Maria dei Servi e l’obelisco di Palazzo Della Corgna. Partenza la mattina alle 9.10 da Chiusi con transfer riservato (via Porsenna 79, davanti l’Ufficio Turistico Comunale) ed il pomeriggio partenza da Città della Pieve con transfer riservato (piazza Matteotti 4, davanti l’Ufficio turistico Comunale). Le visite guidate sono gratuite con prenotazione obbligatoria allo 0578 298840 – info@cittadellapieve.org (Ufficio Turistico Comunale di Città della Pieve) oppure allo 0578 227667 – info@prolocochiusi.it (Ufficio Turistico Chiusi IAT). Nel caso in cui la richiesta dovesse superare la disponibilità dei posti, il solo Antiquarium di Città della Pieve sarà visitabile anche alle ore 11.30 e alle 15.30, sempre su prenotazione per un massimo di 15 persone. Le prenotazioni di queste visite aggiuntive sono a cura esclusiva dell’Ufficio Turistico di Città della Pieve, 0578 298840 – info@cittadellapieve.org
Egitto. Scoperto nella necropoli degli Animali sacri a Saqqara il primo e più grande deposito di 150 statue di bronzo di antiche divinità egizie e di 250 sarcofagi di legno dipinti, sigillati, con mummie

I sarcofagi in legno dipinto trovati nella necropoli degli Animali sacri a Saqqara (foto ministry of tourism and antiquities)

Lo staff della missione archeologica egiziana a Saqqara con al centro Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità (foto ministry of tourism and antiquities)
Una nuova grande scoperta archeologica in Egitto: centinaia di piccole sculture faraoniche e sarcofagi colorati sono stati rinvenuti nel cimitero degli Animali sacri, a Saqqara, necropoli situata circa 30 km a sud del Cairo. Sono 250 sarcofagi con mummie ben conservate, 150 statue di bronzo e molti altri tesori tra cui un papiro di 9 metri ben conservato: si tratta del primo e più grande deposito del sito risalente al periodo tardo. Questi tesori scoperti dalla missione archeologica egiziana a Saqqara, durante i lavori della quarta stagione di scavo, saranno esposti al Grand Egyptian Museum.

Le statuette in bronzo trovate nella necropoli degli Animali sacri a Saqqara dalla missione archeologica egiziana (foto ministry of tourism and antiquities)

La statuetta in bronzo della dea Bastet trovata dalla missione archeologica egiziana a Saqqara (foto ministry of tourism and antiquities)
“Il deposito scoperto”, ha spiegato Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità e capo della missione, “include 150 statue di bronzo di varie dimensioni che rappresentano diverse divinità egizie antiche, tra cui Anubi, Amun Min, Osiride, Iside, Nefertum, Bastet e Hathor, oltre a un gruppo di vasi in bronzo legati ai rituali della dea Iside, nonché una statua in bronzo dell’ingegnere Imhotep senza testa, molto precisa e bella”.

Le statue in legno delle dee Iside e Nefti trovate dalla missione archeologica egiziana a Saqqara (foto ministry of tourism and antiquities)
“La missione – ha aggiunto – è riuscita anche a scoprire un nuovo gruppo di pozzi funerari, in cui è stato rinvenuto un gruppo di 250 sarcofagi in legno dipinto del periodo tardo, circa 500 a.C., chiusi, contenenti mummie in buone condizioni di conservazione. E poi un gruppo di amuleti, scatole di legno dipinte, e statue lignee, alcune delle quali dorate in faccia: tra queste, in buono stato di conservazione, le statue delle dee Iside e Nefti in posizione di lutto. Inoltre è stata trovata una sepoltura del Nuovo Regno (databile intorno al 1500 a.C.) contenente numerosi ornamenti strumenti come uno specchio in bronzo e un gruppo di bracciali, collane, orecchini e cavigliere hanno le proprie graffette e strumenti di rame per la vita di tutti i giorni”.
Comacchio. A Palazzo Bellini apre la mostra “Spina 100. Dal mito alla scoperta” per le celebrazioni nazionali del centenario della scoperta della città etrusca di Spina (1922-2022)

È uno degli anniversari di grandi scoperte che l’archeologia riserva per il 2022: la scoperta della città etrusca di Spina (1922-2022). E proprio nell’ambito delle celebrazioni nazionali del centenario della scoperta apre la mostra “Spina 100. Dal mito alla scoperta”, a Palazzo Bellini a Comacchio (Fe). La cerimonia di inaugurazione mercoledì 1° giugno 2022, alle 12, nella sala polivalente San Pietro. Dopo i saluti di Pierluigi Negri, sindaco di Comacchio, e di Paolo Calvano, per la presidenza della Regione Emilia-Romagna, intervengono Massimo Osanna, direttore generale Musei, ministero della Cultura; Mauro Felicori, assessore alla Cultura e al Paesaggio della Regione Emilia-Romagna; Giorgio Cozzolino, direttore regionale Musei Emilia-Romagna; Monica Miari, soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Christoph Reusser, università di Zurigo, dipartimento di Archeologia, presidente del Comitato Scientifico della mostra; Emanuele Mari, assessore alla Cultura, Comune di Comacchio.

Fondata dagli Etruschi sulla sponda destra dell’Eridano, l’antico corso del Po, attorno alla metà del VI secolo a.C., Spina divenne il porto privilegiato di Atene nel nord Adriatico, assumendo il controllo dei traffici verso l’intera valle Pianura Padana. Sul finire del IV secolo a.C. la città iniziò il suo declino e l’insediamento etrusco cadde nell’oblio della storia. I continui mutamenti del territorio trasformarono il paesaggio deltizio e dell’antica città si persero le tracce. Con l’inizio delle bonifiche del territorio vallivo comacchiese, nel 1922, in Valle Trebba, si scoprì la prima tomba della necropoli. Prese così avvio l’epopea archeologica che portò alla scoperta di oltre quattromila tombe e che culminò con il ritrovamento dell’abitato di Spina nel 1956, ad oggi ancora indagato. Il percorso espositivo è articolato secondo una sequenza di ambienti che accompagna il visitatore alla scoperta dell’antica città etrusca e del suo tesoro.
Segesta. La missione archeologica nell’𝑎𝑔𝑜𝑟𝑎, condotta dal Laboratorio SAET della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha messo in luce la “sala dei giovani efebi”

Si è chiusa in questi giorni la campagna 2022 della missione archeologica nell’𝑎𝑔𝑜𝑟𝑎 di Segesta, condotta dal Laboratorio SAET della Scuola Normale Superiore di Pisa sotto la direzione di Anna Magnetto, in collaborazione con il parco archeologico di Segesta, diretto da Rossella Giglio fino al 30 aprile 2022 e successivamente da Luigi Biondo. Le attività sul campo sono state dirette da Maria Cecilia Parra; lo studio e l’edizione dei testi epigrafici è curato da Carmine Ampolo. Anche quest’anno sono emersi nuovi risultati archeologici e storici, che accrescono le nostre conoscenze sulla città in età ellenistica e romana. L’ambiente destinato a “sala dei giovani efebi” (𝑒𝑝ℎ𝑒𝑏𝑖𝑘𝑜𝑛, corrispondente all’𝑒𝑝ℎ𝑒𝑏𝑒𝑢𝑚 di Vitruvio) – individuato durante la campagna di Segesta 2021 grazie a un’importante base con iscrizione greca posta in asse con l’ingresso monumentale – è stato messo interamente in luce, per uno sviluppo complessivo di circa 16 metri di lunghezza per 5 di larghezza. Una parte dell’intonaco parietale conserva ancora i graffiti tracciati dai frequentatori, interessante testimonianza della vita e della storia della città in età ellenistica e romana, che con altre si aggiunge a quelle riportate in luce sia in questa che nelle campagne di scavo precedenti.
Villa dei Mosaici di Negrar (Vr). Presentati i risultati degli scavi: gli straordinari mosaici del peristilio, l’area termale, le tracce medievali. E la notizia più attesa: nel cuore della Valpolicella si produceva vino già 1700 anni fa. Trovate le tracce della coltivazione della vite e della spremitura dell’uva. Parlano i protagonisti

Una dama ingioiellata fa capolino tra uccelli, cervidi e cesti di frutta dai vividi colori. Quelli del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella. L’ultima eccezionale scoperta nell’area archeologica in località Cortesele, appena fuori il paese. Ma non l’unica. E forse neppure quella più attesa: tra i vigneti del Recioto e dell’Amarone anche 1700 anni fa, in questa villa romana del IV sec. d.C. abitata da una potente famiglia, un ricco proprietario terriero, si produceva il vino, un vino ricercato gradito alle corti. A scavo archeologico praticamente concluso mercoledì 25 maggio 2022, soprintendenza università accademia e comune hanno fatto il punto prima di iniziare a farla conoscere al grande pubblico. Con un obiettivo preciso: creare un parco archeologico che diventi un polo culturale di attrazione turistica e volano per la valorizzazione dei prodotti locali, a cominciare dai vini pregiati, il vero “oro” della Valpolicella, famosi e apprezzati in tutto il mondo.

A fare gli onori di casa il sindaco Roberto Grison che ha ricordato quanti – enti e istituzioni – hanno contribuito alle ricerche e allo scavo archeologico della Villa romana dei Mosaici di Negrar, facendo rete. Un caso esemplare, col coinvolgimento degli studenti dell’ateneo veronese e dell’accademia di Belle arti che hanno testato sul campo le loro conoscenze, portando anche alla stesura di tesi di laurea specifiche su diversi aspetti del sito archeologico. Ma tutto questo comunque non avrebbe potuto neppure iniziare se non ci fosse stata la piena e convinta collaborazione dei privati. Il terreno su cui insiste la villa romana dei Mosaici non è di proprietà dello Stato, ma di due aziende vitivinicole, l’azienda agricola Benedetti La Villa di Matteo e Simone Benedetti, e l’azienda agricola vitivinicola Franchini. Le due cantine non solo hanno permesso lo scavo senza dover procedere all’esproprio, ma hanno anche sostenuto solidalmente alcune fasi/interventi nello scavo archeologico.

Panoramica del sito archeologico della Villa dei Mosaici a Negrar (foto graziano tavan)
Verso il parco archeologico della Villa dei Mosaici. È Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona, a fare il punto alla conclusione dello scavo archeologico alla Villa dei Mosaici. Ora inizia il lungo lavoro di consolidamento e restauro, con un obiettivo: “Aprire nel cuore della Valpolicella il parco archeologico della villa dei Mosaici di Negrar. Il ministero ha già annunciato un finanziamento di 1 milione e mezzo di euro, somma importante per portare avanti bene il progetto”. E c’è già chi sogna allestimenti di musealizzazione come quelli della Villa del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia, o della Villa dei Mosaici di Spoleto (Pg). Non sappiamo ancora come sarà il progetto finale, ma è certo che nel cuore della Valpolicella sta nascendo un polo culturale unico.

Veduta d’insieme dei mosaici policromi del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

Dettaglio del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar con i mosaici policromi e una base di colonna del porticato (foto graziano tavan)
Mosaici di rara bellezza. È la scoperta del giorno. Sono passati due anni dalle prime trincee tra i vigneti che portarono alla luce lacerti di quei ricchi pavimenti della zona residenziale della villa, immagini che hanno fatto il giro del mondo: quella scoperta permise di collegare finalmente il sito alla villa romana individuata da Tina Campanile, la prima donna a entrare alla scuola archeologica italiana di Atene, cento anni prima, nel 1922. Il tutto grazie alla tenacia e alla determinazione di Gianni De Zuccato, archeologo della soprintendenza ABAP di Verona, il cui entusiasmo ricorda molto gli archeologi pionieri dell’Ottocento. È proprio De Zuccato a descrivere lo svelamento completo dei mosaici del peristilio ovest della Villa dei Mosaici, liberato dal crollo degli intonaci del soffitto: operazione delicata e che si spera porti gli stessi grandiosi risultati del peristilio Est, studiati dall’equipe della prof. Monica Salvadori di Padova, che ha rivelato l’esistenza di un soffitto dipinto con un motivo a cassettoni prospettici colorato con fiori. “Quest’anno abbiamo trovato per la prima volta motivi figurati, motivi animali, e anche due ritratti umani: uno di una dama, molto bello, ingioiellata; l’altro, un uomo barbuto, di cui purtroppo il volto è parzialmente danneggiato”.
Nella Villa dei Mosaici si coltivava la vite e si produceva il vino. Era la scoperta più attesa: l’ultima campagna di scavo della villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella, terra da sempre vocata alla vitivinicoltura, ha restituito vinaccioli, legno di vite e una struttura per la spremitura dell’uva. “Nello scarico della latrina, che stava a fianco della zona termale, sono stati trovati molti vinaccioli, affidati allo studio del prof. Marco Marchesini, che appartenevano sia alla vite coltivata sia alla vite selvatica”. Ciò significa che di sicuro l’uva in villa veniva consumata. “Ma nel praefurnium, la caldaia delle terme utilizzata per scaldare l’aria che passava sotto i pavimenti – continua De Zuccato -, tra il legno bruciato recuperato c’era del legno di vite e di olmo, usato in antichità per maritare la vite”. Quindi qui la vite nel IV sec. d.C. veniva anche coltivata. “Ultima, ma non meno importante, conferma – conclude l’archeologo della Sabap – è quella derivata dallo studio di uno spazio nell’area produttiva della villa che stabilisce si tratti di un ambiente destinato alla spremitura dell’uva e alla raccolta del mosto. Quindi non ci sono più dubbi sulla produzione di vino in questa villa romana”.

Il quartiere termale della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

Tracce di una fontana al centro del cortile della Villa dei Mosaici a Negrar (foto graziano tavan)
Villa dei Mosaici: qui viveva una famiglia molto ricca. La professoressa Patrizia Basso, docente di Archeologia classica all’università di Verona, ci dà un quadro complessivo della villa romana alla luce degli elementi raccolti dallo scavo archeologico e dagli esami effettuati dai vari esperti di settore. “La villa di Negrar”, spiega, “è una grande villa del IV sec. d.C., datazione confermata non solo dalla tipologia dei mosaici, ma anche dalle analisi del C14 fatte sui vinaccioli trovati nello scarico delle latrine. È la villa di un grande proprietario terriero, che probabilmente coltivava la vite per il vino, ma aveva anche pascoli, coltivava cereali, leguminose, come hanno dimostrato le analisi dei pollini fatte dal prof. Marco Marchesini. La villa presenta una tipologia molto classica, attorno a un grande peristilio di quasi 400 metri quadri che probabilmente al centro aveva una grande fontana, e con quattro braccia di portico colonnato, caratterizzato da questi mosaici meravigliosi, che si sono conservati straordinariamente bene. Poi c’è una zona residenziale che era già stata trovata negli anni ’20 del secolo scorso (anche se poi se ne erano perse le tracce, ndr). C’è un ampio quartiere termale, una delle grandi novità di questi scavi, che ha restituito una vasca, il frigidarium, ma probabilmente anche il calidarium. E poi c’è tutta un’area che è ancora in fase di studio, perché non è ben chiaro cosa sia, forse un’area dedicata alla produzione, alla vendita. Ma è presto per dirlo”.
La Villa dei Mosaici nel Medioevo. La villa romana non muore con l’impero romano, ma presenta tracce di frequentazione e riutilizzo fino al Medioevo. Lo spiega Alberto Manicardi, archeologo della Sap che ha curato gli scavi, medievista: “Un dato importante che abbiamo recuperati dalle indagini della villa è tutto ciò che riguarda quello che è avvenuto dopo l’abbandono della villa. Una grande parte della superficie interessata dalla villa è stata abitata anche in età medievale. Tanto è vero che all’interno della villa troviamo parecchie tracce di fori, e sono le tracce di edifici lignei medievali. E poi abbiamo trovato un’area dove probabilmente c’era un focolare sempre di una capanna medievale. Sostanzialmente questa situazione attesta come anche dopo la fine della villa, probabilmente intorno al VII secolo, l’attività umana continua sia dal punto di vista abitativo, sia dal punto di vista produttivo, e anche ad uso funerario: sono state infatti trovate alcune sepolture di inumati databili tra il VII e il IX secolo d.C.”.
Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella. Ultimato lo scavo dei livelli pavimentali mosaicati. Al museo Archeologico nazionale di Verona anteprima dei nuovi eccezionali ritrovamenti, e poi due giorni di visite guidate sullo scavo tra i vigneti
La villa dei Mosaici di Negrar protagonista di questa settimana. Prima al museo Archeologico nazionale di Verona e poi sullo scavo. Il motivo è presto detto: è stato completato lo scavo dei livelli pavimentali mosaicati. E quindi mercoledì 25 maggio 2022, alle 16, al museo Archeologico nazionale di Verona, in stradone San Tomaso 3, saranno presentati in anteprima i nuovi, eccezionali ritrovamenti. E verrà svelata la pianta della villa romana. Saranno presenti: Giovanna Falezza, direttrice museo Archeologico nazionale di Verona; Vincenzo Tiné, soprintendente Abap Verona; Roberto Grison, sindaco del Comune di Negrar di Valpolicella; Gianni de Zuccato, funzionario soprintendenza Abap Verona; Patrizia Basso, professoressa del Dipartimento di Culture e Civiltà – Università di Verona; Massimiliano Valdinoci, ABAVerona – Accademia di Belle Arti di Verona. Non è richiesta la prenotazione e l’entrata è gratuita. Segue una degustazione di vini delle cantine “La Villa” e “Franchini”, sui cui terreni si sta scavando la villa dei Mosaici.
Giovedì 26 e venerdì 27 maggio 2022, ci si sposta nell’area archeologica in località Cortesele dove sono organizzate le visite guidate in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona per la presentazione dei nuovi eccezionali ritrovamenti alla Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella. Fasce orarie: 9, 10, 15, 16. Visite guidate a cura di Gianni de Zuccato, funzionario archeologo soprintendenza ABAP, e Alberto Manicardi, SAP Società Archeologica srl. La villa sarà visitabile su prenotazione fino a esaurimento posti. Prenotazioni al seguente link Villa dei Mosaici: visite guidate Biglietti, Date multiple | Eventbrite. L’accesso sarà gratuito previa prenotazione nelle fasce orarie indicate. In caso di maltempo l’evento sarà annullato.
Dopo il “Salinas” di Palermo anche l’Etrusco di Bugliano (Calcinaia, Pi) restituirà un prezioso frammento del Partenone, giunto in Toscana nel 1817, e di cui poi si era persa memoria. Nizzo: “Speriamo l’esempio possa contribuire alla restituzione del nucleo ben più corposo custodito al British Museum”

Il frammento dal fregio del Partenone giunto in Toscana nel 1817 e conservato al museo civico Etrusco di Bugliano (Calcinaia, Pi) (foto MuCEB)
“Il museo restituirà ad Atene un frammento del Partenone” Ad annunciarlo è lo stesso direttore Valentino Nizzo sulla sua pagina Fb. Ma non parliamo del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ma del museo civico Etrusco di Bugliano nel Comune di Calcinaia (Pi) di cui Nizzo è direttore dal 2020. “Spinto dell’esempio virtuoso del museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo”, scrive Nizzo, “anche il comune di Bugliano restituirà al Museo dell’acropoli di Atene un prezioso frammento del Partenone custodito dal 1865 in quello che sarebbe poi diventato nel secolo seguente il celebre museo civico Etrusco di Bugliano”. Il direttore è riuscito finalmente a convincere il sindaco dopo anni di trattative. Sindaco e direttore confidano che l’esempio dato dal MuCEB possa contribuire a favorire la restituzione del nucleo ben più corposo gelosamente custodito dal British Museum.

La lastra del fregio del Partenone senza il frammento conservato a Bugliano (Calcinaia, Pi) (foto MuCEB)
“Il prezioso reperto – ricorda – era giunto in Toscana nel 1817 per circostanze fortuite. Un antiquario francese Pipin de la Chapelle per contrasti economici con Lord Elgin aveva trattenuto con sé il raro frammento sottratto a una delle metope raffiguranti la lotta tra lapiti e centauri. Giunto a Firenze con il proposito di venderlo al granduca di Toscana, di passaggio da Bugliano era stato raggirato da Leopolda Filibui, che era riuscita a sottrarlo al malcapitato facendo leva sulle sue ben note grazie dopo una serata allegra trascorsa alla locanda del Papero offeso. Passato di mano in mano, mano a mano si perse la cognizione della sua originaria prestigiosa provenienza, accertata solo di recente grazie ad approfondite ricerche archivistiche e ad analisi al microscopio al poliuretano che hanno accertato l’identità del marmo con quelli utilizzati per il celebre tempio ateniese”.
Adria. Al museo Archeologico nazionale per “Padusa incontri” pomeriggio su “Etruschi e Greci in Polesine. Novità archeologiche tra San Cassiano, Adria e San Basilio” con le ricerche portate avanti dalle università di Bologna, Padova e Venezia

Per “PADUSA incontri” appuntamento venerdì 20 maggio 2022, alle 14.30, al museo Archeologico nazionale di Adria con la conferenza “Etruschi e Greci in Polesine. Novità archeologiche tra San Cassiano Adria e San Basilio”. Programma: 14.30, accoglienza; 14.45, saluti delle Autorità (Comune di Adria, Fondazione Cariparo, Comune di Ariano nel Polesine, Comune di Crespino); 15, introduzione: Alberta Facchi (MAN Adria), Giovanna Falezza (Soprintendenza ABAP VR RO VI), Paolo Bellintani (CPSSAE); 15.15: modera e introduce: Giuseppe Sassatelli (UniBO); 15.30, Maurizio Harari (UniPV), Raffaele Peretto (CPSSAE), Federica Wiel-Marin su “San Cassiano, il Cavaliere e altre storie del Polesine etrusco”; 15.55, Giovanna Gambacurta (UniVE), Silvia Paltineri (UniPD) su “San Basilio. Le nuove indagini nell’insediamento preromano (2018-2021)”; 16.20 – 16.50, pausa caffè; 16.50, modera e introduce: Simonetta Bonomi (Soprintendenza ABAP FVG); 17.05, Maurizio Harari (UniPV) presenta il volume “Iscrizioni della città etrusca di Adria. Testi e contesti tra Arcaismo ed Ellenismo” di Andrea Gaucci; 17.30, Maria Cristina Vallicelli (Soprintendenza ABAP VE MET), Claudio Balista su “Adria – nuovi dati sulla storia dell’abitato – i carotaggi del progetto VALUE”; 18, chiusura lavori (Simonetta Bonomi). La partecipazione alla giornata è libera. Consigliata la prenotazione allo 0426 21612.

Incentrata sulle evidenze archeologiche etrusche e greche e frutto di collaborazione tra CPSSAE (Centro polesano studi storici archeologici ed etnografici), Direzione regionale Musei Veneto, Soprintendenze ABAP di Verona e di Padova, la giornata intende illustrare al territorio gli esiti dei più recenti studi di archeologia e delle ricerche sul campo condotti tra Adria, San Basilio di Ariano nel Polesine e San Cassiano di Crespino dalle università di Bologna, Padova e Venezia in collaborazione con i tre Enti organizzatori della giornata. Numerose Istituzioni e Amministrazioni comunali hanno sostenuto negli anni le ricerche oggetto di questa giornata, tra cui la Fondazione Cariparo con il progetto “Ritorno a San Basilio” e l’Ente Parco regionale veneto Delta del Po attraverso il progetto europeo VALUE. La pluralità di soggetti pubblici e privati coinvolti nello studio dell’antico Polesine, tra cui ricordiamo l’impegno per la ripresa delle indagini a Frattesina di Fratta Polesina, è il segno più evidente della possibilità per il territorio di collaborare nell’ottica della formazione di un “sistema” di archeologia partecipata, nella consapevolezza che proprio l’archeologia rappresenti un forte elemento identitario del Polesine e in particolare dell’area deltizia.


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