Pompei. Restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei l’affresco con Ercole bambino sottratto illecitamente dal sacello della villa suburbana di Civita Giuliana. Un riscatto di legalità contro le attività clandestine, grazie alla collaborazione tra Parco e Procura. Da metà gennaio sarà esposto nell’Antiquarium di Boscoreale

L’affresco con Ercole bambino, Zeus e Anfitrione strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Il sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)
Il sacello scoperto tra il 2023 e il 2024 nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei era dedicato ad Ercole. È il risultato di un lavoro congiunto di ricerca e indagine tra il parco archeologico di Pompei, la Procura di Torre Annunziata e il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri: Un riscatto di legalità contro le attività clandestine. Come in un romanzo giallo che vede ricomporsi nel tempo, tra indizi e ipotesi, una vicenda dai contorni criminosi, restituendo verità e dignità alla Storia, così la Villa suburbana di Civita Giuliana a nord di Pompei, si riappropria di un frammento di affresco trafugato anni addietro da uno dei suoi ambienti di culto. Si tratta del frammento di un affresco raffigurante Ercole bambino nell’atto di strozzare i serpenti, un tempo collocato nello spazio di una lunetta superiore della parete di fondo dell’ambiente – che risultava asportata da tombaroli – e le cui caratteristiche consentono di riconoscerne inequivocabilmente la provenienza da tale contesto. L’affresco sarà esposto da metà gennaio 2026 all’Antiquarium di Boscoreale, che già ospita una sala dedicata ai rinvenimenti di Civita Giuliana.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, e Nunzio Fragliasso, procuratore FF di Torre Annunziata, nel 2021 al rinnovo del protocollo di intesa per il contrasto al saccheggio e al traffico di reperti archeologici (foto parco archeologico di pompei)
Il reperto, illecitamente asportato, proveniva da una collezione privata negli Stati Uniti. Nel 2023, nell’ambito di un procedimento penale della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, a seguito della collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri di Roma e le Autorità degli Stati Uniti, è stata disposta l’assegnazione al parco archeologico di Pompei. La vicenda si inserisce nell’ambito di una serie di azioni che il parco archeologico di Pompei sta conducendo dal 2017 assieme alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, consistenti in campagne di scavo e indagini giudiziarie presso la Villa romana di Civita Giuliana. Una collaborazione strategica, formalizzata da un protocollo d’intesa rinnovato più volte dal 2019, che ha permesso non solo di riportare alla luce testimonianze storiche di eccezionale importanza, ma anche di contrastare il sistematico saccheggio condotto da anni di attività criminale nell’area e che nel tempo, oltre alla sottrazione di reperti e decorazioni, ha causato la distruzione irreversibile di preziosi dati scientifici.

Ultimi ritocchi alla sala dedicata ai ritrovamenti a Civita Giuliana nel “nuovo” Antiquarium di Boscoreale (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Zeus (aquila) e Anfitrione dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Un reperto archeologico possiede valore non soltanto per la sua materialità, ma soprattutto per ciò che può raccontare sul passato”, spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Ogni oggetto rinvenuto in uno scavo è una testimonianza storico-culturale preziosa, perché il suo significato dipende dal contesto in cui è stato trovato. Quando un reperto viene rubato, questo legame con il suo contesto originario si spezza irrimediabilmente. Anche se l’oggetto rimane integro dal punto di vista fisico, perde gran parte del suo valore scientifico. Senza conoscere dove, come e insieme a cosa è stato scoperto, il reperto non può più contribuire alla ricostruzione storica e diventa un semplice oggetto isolato, privato della sua funzione di testimonianza. Per questo rubare un reperto significa sottrarre a tutti noi una parte di conoscenza e cancellare un frammento della storia dell’umanità”. E il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso: “Questo ritrovamento è l’ennesimo frutto della collaborazione sinergica tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, rivelatasi uno straordinario strumento non solo per riportare alla luce reperti archeologici di eccezionale importanza, ma anche per interrompere l’azione criminale di soggetti che per anni si sono resi protagonisti di un sistematico saccheggio dell’enorme patrimonio archeologico custodito nella vasta area, ancora in gran parte sepolta, della villa romana di Civita Giuliana, recuperando preziose testimonianze storiche e restituendole alla fruizione della collettività”.

Il sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)

Planimetria con il settore Nord-est della villa suburbana di Civita Giuliana con il sacello dedicato a Ercole (foto parco archeologico pompei)
Nell’ambito di questa collaborazione, gli scavi archeologici condotti nel sito di Civita Giuliana tra il 2023 e il 2024 avevano portato all’individuazione di un ambiente a pianta rettangolare con funzioni rituali, identificato come un possibile sacello o sacrarium. Il sacello presentava un basamento quadrangolare, probabilmente destinato a sostenere una statua, ed era stato quasi completamente spogliato della sua decorazione dai tombaroli, inclusi 12 pannelli figurati e la lunetta affrescata superiore, di cui il frammento recuperato sarebbe pertinente.

Ricostruzione della decorazione del sacello della villa suburbana di Civita Giuliana by Inklink Musei (foto parco archeologico pompei)

Veduta zenitale del sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)
La restituzione dell’opera si inserisce, a sua volta, in una più ampia operazione che ha permesso il rientro in Italia di 129 reperti, nell’ambito del Protocollo siglato tra il District Attorney della Contea di New York e il Governo della Repubblica Italiana. Accertata la provenienza pompeiana dell’affresco, la direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio ne ha quindi disposto l’assegnazione al parco archeologico di Pompei: al momento della restituzione non era però possibile fare alcuna ipotesi sulla sua collocazione originaria. Grazie a successive indagini approfondite, a cura dei funzionari del Parco in parallelo impegnati nello scavo extraurbano, e al confronto con informazioni acquisite, inclusi i dati emersi da intercettazioni ambientali, è stato possibile identificare con assoluta certezza l’affresco come proveniente dal sacello di Civita Giuliana.

Dettaglio di Ercole dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Zeus (aquila) dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Anfitrione dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Di fatto l’affresco raffigura Ercole in fasce mentre strozza i serpenti alla presenza di Zeus (simboleggiato dall’aquila sul globo) e Anfitrione: tale episodio non fa parte delle canoniche 12 fatiche, ma ne è un presagio. Poiché le pareti del sacello presentano traccia di altri 12 pannelli figurati, staccati clandestinamente, si può ragionevolmente ipotizzare che il tema dei pannelli staccati fosse costituito dalle dodici fatiche di Ercole: seguendo questa ipotesi, ben si inserisce l’affresco con Ercole bambino che lotta con i serpenti, poiché tale episodio non costituisce una delle fatiche che Ercole compirà in età adulta bensì è un evento che segna la sua nascita ed è la dimostrazione della sua forza prodigiosa. La sua collocazione in alto, all’interno della lunetta, sarebbe dunque prodromica e presagio delle future dodici fatiche. Sono in corso analisi e indagini sul pannello per chiarire nel dettaglio le geometrie e i punti di connessione con i lacerti di affresco ancora conservati in loco per una futura (auspicata) ricollocazione, all’interno di quel processo di valorizzazione e fruizione del sito archeologico di Civita Giuliana. Gli ulteriori approfondimenti investigativi proseguiranno per rintracciare gli altri affreschi sottratti dal sacello.
Un libro al giorno. “Archeologia, arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti che presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale

Copertina del libro “Archeologia, arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti
È uscito per i tipi di Mondadori Università il libro “Archeologia arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti. Questo libro presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale secondo un approccio geostorico, interdisciplinare e comparativo. I documenti di cultura materiale, figurativa, epigrafica e i dati insediamentali, territoriali e paesaggistici di Mesopotamia, Siria-Palestina, Anatolia, Penisola Arabica e Africa nord-orientale delineano diversi processi complementari e talora sincronici di interazione culturale, economica e simbolica avvenuti tra la metà del V millennio a.C. e la morte di Alessandro Magno in Babilonia nel 323 a.C. È nel corso di questo lungo arco temporale che tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo si formeranno le prime città della storia, gli stati arcaici e gli imperi universali, ed è un’introduzione alla loro complessità e varietà che quest’opera manualistica vuole essere.
Marco Ramazzotti insegna alla Sapienza Università di Roma Archeologia e Storia dell’Arte dell’Asia Occidentale e del Mediterraneo Orientale Antichi al dipartimento di Scienze dell’Antichità. Dirige il Laboratorio di Archeologia Analitica e Sistemi Artificiali Adattivi, l’Atlante del Vicino Oriente antico, la Missione Archeologica della Sapienza nella Penisola Arabica e nel Golfo, e presiede il Corso di Studi in Scienze del Turismo Sostenibile presso la Facoltà di Lettere e Filosofia.
Un libro al giorno. “Comitium Niger Lapis. Il Comizio dei Re e della Res Publica” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini

Copertina del libro “Comitium Niger Lapis. Il Comizio dei Re e della Res Publica” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini
È uscito per i tipi de L’Erma di Bretschneider il libro “Comitium Niger Lapis. Il Comizio dei Re e della Res Publica” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini. I dati raccolti dalle indagini più recenti dimostrano senza ombra di dubbio che l’area del futuro Comizio, un altopiano digradante verso la piana del Foro Romano alle pendici del Campidoglio, fu occupata fin dall’età del Ferro. Un attento riesame delle indagini e della documentazione emersa dagli scavi più recenti indica che, a partire dal VII a.C., il sito ospita strutture funzionali all’attività politica, amministrativa e religiosa che ritroveremo poi nel Comizio di età repubblicana: la piazza, le tribune gradonate e l’area sacra a cui si riferisce l’iscrizione latina arcaica C.I.L., I2.1, o Cippo del Foro (o iscrizione Niger Lapis). Quest’ultima è stata rilevata accuratamente per la prima volta con l’impiego di moderne tecniche di rilievo e restituzione tridimensionale (Laser Scanner). I risultati hanno portato alla definizione di nuove considerazioni sulla lettura del testo e sul contenuto normativo dell’iscrizione stessa.
Paestum (Sa). Il 2026 porta al parco archeologico la mostra “La città nel tempio” che prende le mosse dalla scoperta del tempietto arcaico e aggiorna la ricerca sull’architettura dorica e sul rapporto tra la città antica e il paesaggio, la religione e l’urbanistica. Prime anticipazioni
I parchi archeologici di Paestum e Velia annunciano la realizzazione della mostra “La città nel tempio”, nel corso del 2026, anche grazie al cofinanziamento della Regione Campania. L’esposizione è ispirata alla recente scoperta di un santuario magno-greco ai margini occidentali dell’antica Poseidonia-Paestum e si propone come uno dei progetti scientifici ed espositivi più rilevanti degli ultimi anni puntando a condividere con il grande pubblico gli aggiornamenti della ricerca sull’architettura dorica e sul rapporto tra la città antica e il paesaggio, la religione e l’urbanistica. La mostra si articolerà tra il museo Archeologico nazionale di Paestum e l’area dove sorge il tempietto dorico, configurandosi come un percorso diffuso capace di mettere in dialogo reperti, contesto archeologico, ricostruzioni, nuove tecnologie. L’allestimento presenterà una selezione di materiali, riportati alla luce durante lo scavo (ancora in corso) – principalmente elementi architettonici in pietra locale (travertino e arenaria) ed ex voto in terracotta- accostati ad altri reperti provenienti da altri musei della Magna Grecia e della Sicilia, per offrire un confronto più ampio sul tema dei santuari e delle fondazioni coloniali. Il percorso sarà inoltre arricchito da una sezione fotografica d’autore, ideata per integrare la narrazione archeologica con lo sguardo dell’arte contemporanea. A guidare il progetto espositivo è un Comitato Scientifico composto da studiosi di rilievo internazionale, a testimonianza del valore e dell’ambizione dell’iniziativa. Ne fanno parte Tiziana D’Angelo, direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia; Mehrdad Hejazi, dell’University of Isfahan; Clemente Marconi, professore all’università di Milano; Dieter Mertens, già direttore dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma; Massimo Osanna, direttore generale Musei; Valeria Parisi, dell’università della Campania Luigi Vanvitelli; Carlo Rescigno, professore all’università della Campania Luigi Vanvitelli.

Tiziana D’Angelo, direttrice dei parchi archeologici di Paestum e Velia, sullo scavo del tempietto dorico nel santuario presso le mura di Poseidonia (foto pa-paeve)
Il percorso espositivo. La mostra sarà articolata in diverse sezioni. Una prima parte, dedicata alla scoperta e allo scavo, racconterà il percorso di ricerca dal presente alle origini del santuario, attraverso fotografie, rilievi, piante, disegni, filmati e approfondimenti geomorfologici e topografici. Una seconda sezione, “Il santuario e la città”, sarà dedicata alla ricostruzione del tempio nelle sue diverse fasi edilizie, all’evoluzione dello stile dorico a Paestum e alla rilettura dell’assetto urbanistico e del paesaggio antico. Seguirà una sezione dedicata al rito, al culto e alle divinità, in cui i materiali votivi permetteranno di ricostruire l’evoluzione delle pratiche cultuali dall’età greco-lucana fino all’età romana. Accanto all’esposizione archeologica, il progetto prevede una mostra fotografica affidata a un autore di fama internazionale, chiamato a interpretare lo scavo, il paesaggio e la scoperta attraverso il linguaggio dell’immagine. L’area dello scavo sarà parte integrante del percorso: grazie all’utilizzo di tecnologie immersive saranno proposte ricostruzioni virtuali del tempietto nelle diverse fasi della sua vita e installazioni contemporanee che permettono di restituirne l’alzato e la decorazione. Saranno, inoltre, previste visite guidate curate dal personale dei Parchi, comprese nel biglietto di ingresso e importanti progetti didattici orientati all’accessibilità cognitiva.

Veduta a volo d’uccello dell’area di scavo del tempietto dorico a ridosso delle mura di Poseidonia-Paestum (foto mic)
Una scoperta che riscrive la storia urbana di Paestum. La scoperta di un nuovo edificio templare collocato a ridosso del circuito murario occidentale, nei pressi della torre 12 e a poca distanza dall’antica linea di costa risale al 2019 durante i lavori di restauro e messa in sicurezza delle mura urbane. È emersa, inoltre, una notevole quantità di materiali architettonici lapidei – blocchi di basamento, rocchi di colonne, metope, triglifi, sime e gocciolatoi, riconducibili a un edificio sacro di ordine dorico. Le successive indagini aerofotografiche e geofisiche hanno permesso di individuare con precisione il perimetro della struttura.

Capitelli, rocchi di colonna, elementi del fregio e del cornicione: sono i frammenti lapidei di un tempio dorico del V sec. a.C. emersi lungo le mura di Paestum nel 2019 (foto parco archeologico Paestum)
Tra il 2022 e il 2024 sono state condotte le prime campagne di scavo sistematiche, che hanno restituito una stratigrafia complessa, estesa dalla prima età imperiale fino alle fasi più antiche della colonia greca, con evidenze che in alcuni punti risalgono addirittura all’epoca preistorica. Nell’estate del 2025 l’area è stata acquisita dai Parchi archeologici di Paestum e Velia e le indagini stanno proseguendo su una superficie di circa 480 mq, con l’obiettivo di comprendere meglio la funzione del santuario, il suo rapporto con le mura urbane e il territorio circostante, nonché di individuare la divinità titolare del culto.

Veduta zenitale del tempietto dorico con l’annesso altare scoperto a ridosso delle mura di Paestum (foto mic)
Il tempio, il paesaggio, il culto. La campagna di scavo 2022-2024 ha riportato alla luce un tempio dorico di modeste dimensioni (11,60 x 7,60 m), orientato est-ovest e databile alle fasi finali dell’epoca arcaica, agli inizi del V secolo a.C. L’edificio presenta una peristasi con 4 colonne sui lati brevi e 6 su quelli lunghi, una cella chiusa sul fondo e un altare collocato in asse a circa 9 metri di distanza. Al di sotto della struttura sono stati individuati frammenti pertinenti a un edificio ancora più antico, databile alla prima metà del VI secolo a.C., oltre a testimonianze di frequentazioni preistoriche, tra cui un recinto di pietre inglobato nella costruzione sacra. Il santuario si inserisce in un’area già compresa nella prima pianificazione urbanistica della colonia e si colloca lungo un limite naturale della città, sulla falesia che segna la placca di travertino su cui sorge Paestum. Come avviene in altri contesti del mondo greco, la presenza di uno spazio sacro al confine contribuisce a definire un’idea di limite permeabile, luogo di passaggio tra città e mare, tra cittadini e stranieri, tra dimensione religiosa, politica ed economica. Un’interpretazione che apre nuove prospettive sul ruolo del santuario come presidio simbolico e territoriale della polis. Dallo scavo proviene un numero eccezionale di reperti: oltre 10.000 oggetti, attualmente conservati nei depositi del museo. Particolarmente abbondanti sono la coroplastica e la ceramica miniaturistica, accanto a ceramiche d’impasto, ceramica corinzia, ceramica a vernice nera, metalli, ambra, osso lavorato ed elementi architettonici che in alcuni casi conservano tracce di decorazione policroma.

Veduta da drone del tempietto greco lungo le mura di Paestum con il team di archeologi che segue le ricerche: al centro la direttrice Tiziana D’Angelo (foto pa-paeve)
Un progetto scientifico ampio. Dal punto di vista strategico, la mostra intende rafforzare il posizionamento dei parchi archeologici di Paestum e Velia come luogo di ricerca, sperimentazione e divulgazione, capace di intercettare un pubblico non solo regionale ma internazionale. Il progetto garantirà piena accessibilità e sarà sviluppato in collaborazione con università, enti di ricerca e partner culturali, per favorire una partecipazione ampia e consapevole alla fruizione del patrimonio.

Tiziana D’Angelo, direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia, e Massimo Osanna, direttore generale dei Musei, all’inaugurazione della sezione romana del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)
Giornata di studi. “La città nel tempio” nasce anche con l’obiettivo di offrire alla comunità scientifica una base aggiornata di dati su cui avviare nuove riflessioni sull’architettura sacra e sull’urbanistica della Magna Grecia. In quest’ottica, il progetto sarà accompagnato da una giornata di studi dal titolo (provvisorio): “Paestum e il dorico: nuove proposte sull’architettura sacra in Magna Grecia”, preliminare all’inaugurazione della mostra e alla pubblicazione del catalogo scientifico.
Marina di Ognina (Sr). Nuove informazioni dal Relitto delle Olle: individuato l’orientamento dell’imbarcazione tardo-antica e del suo carico dalla missione della Soprintendenza del Mare. Prossimi obiettivi: delimitare il carico per stimare le dimensioni reali del relitto

Rilievi del sito del Relitto delle Olle nei fondali di Marina di Ognina nel Siracusano (foto regione siciliana)
Nuove informazioni dal Relitto delle Olle, dalla tipologia di alcune ceramiche trovate a bordo, scoperto nel 2019 sui fondali di Marina di Ognina, nel Siracusano, grazie alla missione scientifica di studio – coordinata dalla soprintendenza del Mare – sul sito il relitto di epoca tardo antica che ha individuato l’orientamento dell’imbarcazione e del suo carico ipotizzando le sue dimensioni di massima. Attraverso una documentazione tridimensionale del sito e una successiva prima fase di pulizia dei sedimenti, è stato possibile mettere in luce una grande quantità di materiale e di informazioni. Con ogni probabilità, si tratta di una nave oneraria di medie dimensioni la cui lunghezza doveva aggirarsi tra i 15 e i 18 metri, per una larghezza compresa tra i 5 e i 6 metri. Nel corso delle ultime immersioni, inoltre, sono stati recuperati un secondo vaso monoansato acromo con funzione di bollitore e una olla acroma biansata con coperchio.

Olla acroma biansata con coperchio recuperata dal carico del Relitto delle Olle (foto regione siciliana)
Il coordinamento e la direzione scientifica delle immersioni sono state curate dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana; i subacquei del Capo Murro diving center di Siracusa hanno assicurato l’assistenza e i mezzi nautici con il supporto dei sommozzatori altofondalisti dell’organizzazione Global Underwater Explorers (Gue), la documentazione fotogrammetrica è stata realizzata da Luca Palezza, Eduardo Salaj e Alessio Calantropio con l’assistenza di Andrea D’Ambrosi; Linda Pasolli ha assicurato il suo contributo alle osservazioni biologiche, mentre Cristiano Rosa ha realizzato anche la progettazione e realizzazione delle attrezzature operative. Le operazioni subacquee sono state organizzate e coordinate da Fabio Portella. L’assistenza in superficie è stata assicurata da Ninny Di Grazia.

Vaso monoansato acromo con funzione di bollitore recuperato dal carico del Relitto delle Olle (foto regione siciliana)
“Il Relitto delle Olle si presenta come un sito di straordinario potenziale, ancora ricco di informazioni non immediatamente percepibili”, spiegano alla soprintendenza. “Il carico, estremamente omogeneo, è fortunatamente giunto fino ai giorni nostri in condizioni ottimali, non avendo subito significative alterazioni, né danni dovuti al passaggio di reti a strascico o interventi clandestini. I prossimi obiettivi della ricerca saranno indirizzati verso una completa delimitazione del carico, al fine di stimare in maniera più precisa le dimensioni originarie dell’imbarcazione. Le pochissime tracce lignee individuate fino a questo momento lasciano ipotizzare che al di sotto del carico possa essersi conservata parte della struttura dello scafo”.

Rilievi del sito del Relitto delle Olle nei fondali di Marina di Ognina nel Siracusano (foto regione siciliana)
La storia. Le prime tracce del relitto furono individuate 6 anni fa a circa un miglio dalla costa siracusana, alla profondità di 70 metri, dall’ispettore onorario per il patrimonio culturale sommerso Fabio Portella, insieme a Stefano Gualtieri, nel corso di un’immersione subacquea per la mappatura dei cavi telegrafici della Pirelli posati alla fine dell’800. Nel 2021 fu individuato il vero e proprio nucleo del sito, databile in via preliminare tra il V e il VI secolo d.C., e costituito da una grande quantità di contenitori ceramici, articolati in quattro moduli di differenti grandezze e da coperchi appartenenti a tre varianti morfologiche. Dopo la segnalazione alla Soprintendenza del Mare, fu autorizzato da quest’ultima il recupero di alcuni reperti ritenuti utili per la caratterizzazione dei materiali: due olle, tre coperchi e un bollitore monoansato.
Iraq. Nella decima missione della Sapienza nell’antica città sumerica di Niĝin (Tell Zurghul) una tavoletta proto-cuneiforme (fine IV millennio a.C.), la prima al di fuori di Uruk, che rivela importanti informazioni sulla scrittura e sull’economia delle acque della civiltà sumerica

La tavoletta cuneiforme (fine del IV millennio a.C.) scoperta dalla Missione Archeologica Italiana di Roma La Sapienza nell’antica città sumerica di Niĝin (Tell Zurghul) in Iraq (foto uniroma)

I professori Lorenzop Verderame e Davide Nadali di Roma La Sapienza durante la Missione Archeologica Italiana nell’antica città sumerica di Niĝin (Tell Zurghul) in Iraq (foto uniroma)
Durante la decima campagna di scavo della Missione Archeologica Italiana nell’antica città sumerica di Niĝin (Tell Zurghul) in Iraq, diretta da Davide Nadali, docente del dipartimento di Scienze dell’antichità, è stata rinvenuta una tavoletta cuneiforme risalente alla fine del IV millennio a.C. Lo comunica Sapienza università di Roma sul proprio sito istituzionale. La tavoletta, letta e interpretata da Lorenzo Verderame, docente del dipartimento SARAS, registra la distribuzione di ingenti quantità di pesci che dovevano anticamente essere uno dei più comuni alimenti per una città come Niĝin, immersa in un ambiente acquatico caratterizzato dalla presenza di acque dolci (fiumi e canali) e salate (mare).

La tavoletta cuneiforme (fine del IV millennio a.C.) scoperta dalla Missione Archeologica Italiana di Roma La Sapienza nell’antica città sumerica di Niĝin (Tell Zurghul) in Iraq (foto uniroma)
Oltre alla registrazione di singole specie, lo scriba annota cinquecento contenitori in vimini utilizzati per il trasporto e la conservazione dei pesci. Questo dettaglio è particolarmente interessante perché è confermato dal dato archeologico, ovvero dai numerosi resti di lische raccolti negli ambienti scavati e dal rinvenimento di sigillature in bitume recanti le impronte della trama in vimini e delle corde che dovevano chiudere questi contenitori.
La scrittura, distribuita in due colonne su ognuna delle due facce della tavoletta, è di tipo proto-cuneiforme. I pittogrammi sono simili a quelli impiegati a Uruk dove appare la scrittura per la prima volta nella storia umana alla fine del IV millennio a.C. L’eccezionalità della scoperta si lega al fatto che si tratta della prima testimonianza di tale scrittura nella regione di Lagash e, più in generale, al di fuori della città di Uruk ed è una riprova della diffusione di questa prima forma di scrittura e del sistema amministrativo che l’aveva creata.
Grande Pompei. Dal cantiere di scavo e restauro della Villa di Poppea a Oplontis (Torre Annunziata) i primi affioramenti di affreschi: il raffinato salone della Maschera e del Pavone disvela le sue reali dimensioni e ricchezze decorative. Parlano Zuchtriegel e Arianna Spinosa

Dettaglio della pavonessa scoperta nella parete messa in luce nel salone della Maschera e del Pavone nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)
Il raffinato salone della Maschera e del Pavone della Villa di Poppea, disvela le sue reali dimensioni e ricchezze decorative. È il primo risultato del cantiere in corso di scavo e restauro della Villa di Poppea di Oplontis, l’odierna Torre Annunziata (Na), che sta interessando in particolar modo proprio il celebre salone della Maschera e del Pavone, uno degli ambienti più raffinati della villa, decorato in II stile. Dallo scavo, di recente avviato, affiorano primi nuovi scorci di raffinati affreschi, tra cui vivaci figure di pavoni e maschere. I primi risultati delle indagini, tra cui il completamento dello scavo del salone, sono illustrati in un articolo dell’e-journal degli scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/, pubblicato il 18 dicembre 2025. L’intervento, dettato da necessità di chiarire aspetti relativi allo sviluppo del settore ovest della villa che costeggia il tratto urbano di via dei sepolcri e risolvere criticità conservative, si configura anche come occasione importante di valorizzazione del contesto archeologico e urbano. Lo scavo in corso consentirà di fatto di creare una connessione con il confinante Spolettificio Borbonico dove, nei prossimi anni, saranno realizzati spazi museali espositivi, depositi e servizi aggiuntivi.
“È uno scavo qui a Torre Annunziata con cui prende forma la nostra visione per questo sito che fa parte del sito Unesco”, spiga Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. “E dunque è molto importante svilupparlo. Abbiamo qui una conoscenza che sta emergendo, abbiamo tracce di meravigliosi affreschi che stiamo già mettendo in sicurezza, restaurando. Abbiano tracce della vita quotidiana, ma anche della vegetazione, tra cui i calchi di due alberi, ma è anche un’occasione per congiungere questa realtà con l’ex Spolettificio Borbonico di Torre Annunziata, dove svilupperemo nei prossimi anni finalmente spazi museali, depositi, servizi aggiuntivi degni di un sito così importante come l’antica Oplontis”. E Arianna Spinosa, direttrice dei lavori di scavo: “Siamo in una fase molto avanzata dello scavo della villa di Poppea ad Oplontis. E siamo arrivati a definire quella che è la parete che mancava del famoso salone della Maschera e del Pavone. Sicuramente le previsioni progettuali avevano come primo obiettivo quello di rimettere in luce la parete occidentale, ma di fatto lo scavo ci sta portando, come sempre succede, a delle sorprese. Quindi non solo dalle stratigrafie stanno emergendo dei particolari meravigliosi, come sono già presenti qui nella villa di Poppea, però addirittura siamo riusciti a rimettere in luce anche le pavonesse che quindi fanno da specchio ai pavoni presenti sull’altra parete, ma stanno venendo in luce dei meravigliosi colori, come già conoscevamo qua ad Oplontis, ma soprattutto anche una porzione di una parte della villa ancora non conosciuta. E quindi questo ci porterà ad approfondire con maggiore dettaglio quello che è l’ampliamento, quello che è l’impianto planimetrico di questa villa ancora non conosciuta soprattutto per la parte che correva sotto la strada di via dei Sepolcri e che si ricongiunge poi allo Spolettificio”.

Frammento di affresco con maschera scenica scoperto nel salone del Pavone e della Maschera nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)

Parete con la pavonessa scoperta nella parete messa in luce nel salone della Maschera e del Pavone nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)
Tra le scoperte di particolare rilievo sono emersi una figura integra di una pavonessa, speculare all’esemplare maschio rinvenuto sulla porzione meridionale della stessa parete, e alcuni frammenti con la raffigurazione di una maschera scenica riconducibile a un personaggio della Commedia Atellana, a differenza di altri presenti nell’ambiente e attribuibili alla Tragedia. Si tratta di Pappus, un vecchio rimbambito che tenta di fare il giovane ma che finisce regolarmente per essere beffato e deriso. Di notevole interesse anche il rinvenimento di alcuni frammenti di affresco raffiguranti parte di un tripode dorato, inscritto in un oculus (cerchio), allo stesso modo della raffigurazione al centro di un’altra parete, dove invece è rappresentato un tripode in bronzo.
Grazie alla tecnica dei calchi, lo scavo ha anche restituito le impronte di alberi che ornavano il giardino, in posizione originale e inseriti in un preciso schema ornamentale, che raddoppiava il colonnato del porticato meridionale, richiamando schemi documentati nelle domus pompeiane e nello stesso sito di Oplontis. È possibile che le specie arboree presenti in questo ambiente fossero affini a quelle individuate dalle analisi archeobotaniche effettuate in passato negli ambienti adiacenti come ad esempio l’olivo.

Planimetria dello scavo alla villa di Poppea a Oplontis con evidenziati i quattro nuovi ambienti individuati (foto parco archeologico pompei)
Lo scavo ha, inoltre, determinato l’individuazione di quattro nuovi ambienti che si aggiungono ai 99 già noti, tra cui un vano absidato che fa verosimilmente parte del settore termale. Interessante è il rilevamento di un paleoalveo, antico tratto di alveo di un torrente a carattere stagionale, che scorreva proprio in corrispondenza del tracciato di via dei Sepolcri, formatosi probabilmente dopo l’eruzione del 1631, che ha eroso parte dei depositi dell’eruzione del 79 d.C., offrendo una comprensione più chiara del paesaggio circostante.

Intervento di restauro dei cubicula nella villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)
In contemporanea all’intervento di scavo è in corso anche un cantiere di restauro degli apparati decorativi di due piccoli e preziosi ambienti, in origine destinati ad area di riposo, detti cubicola, che affacciano nell’area sud occidentale della Villa, proprio in prossimità dell’area dell’altro cantiere. Colpisce la loro ricca decorazione, costituita da stucchi, pareti affrescate, volte dipinte e mosaici pavimentali di straordinaria bellezza, che rivela, al pari degli altri ambienti della Villa, una capacità tecnica da parte degli esecutori dell’epoca molto alta, ed una palette di pigmenti varia, costituita anche dal blu egizio. L’obiettivo dell’intervento è quello di recuperare la piena leggibilità della decorazione dipinta e dei mosaici, perduta nel tempo a causa dei processi di degrado dei materiali originali e dell’alterazione dei materiali utilizzati nei precedenti interventi di restauro.

Decorazioni venute alla luce nello scavo alla villa di Poppea a Oplontis (foto parco archeologico pompei)
Il primo ambiente è decorato da affreschi in II stile che rappresentano finti marmi ed architetture fantastiche e che permettono di allargare illusivamente lo spazio; in alto, le volte sono decorate con un motivo a cassettoni, mentre le lunette rappresentano dei paesaggi. La pavimentazione a mosaico è conservata solo in parte, con tessere bianche e nere con motivi geometrici. Da uno stretto passaggio ci si immette in un secondo ambiente, apparentemente più semplice, decorato in III stile con fondi monocromi e motivi floreali; originariamente doveva essere presente una controsoffittatura a volta, di cui restano poche tracce. Questo secondo ambiente, nel quale si riconoscono più fasi di realizzazione, alcune non terminate, doveva essere probabilmente in ristrutturazione al momento dell’eruzione.
Inoltre, sono presenti i calchi delle imposte delle porte e delle finestre che furono realizzati in gesso al momento della scoperta degli ambienti, secondo la tecnica che deriva da quella messa a punto da Fiorelli e che conservano ancora tracce originali in legno. L’intervento di restauro che sta volgendo al termine, dopo quasi un anno di lavoro, ha restituito finora risultati ottimali, riportando gli affreschi e le pavimentazioni al loro splendore originario, rivelando cromie e dettagli precedentemente non visibile. Il completamento dell’intervento di pulitura ed asportazione dei materiali alterati prevede un intervento di ritocco pittorico che restituirà una piena leggibilità e valorizzazione a queste bellissime decorazioni.
Iraq. La campagna di scavo 2025 dell’università di Catania a Tell Muhammad (periferia di Baghdad) fa luce su nuovi aspetti della vita quotidiana in Mesopotamia all’epoca di Hammurabi: scoperti un quartiere produttivo, una fucina dotata di forni di diverse dimensioni, un crogiolo in terracotta, sepolture al di sotto dei pavimenti (rituale del kispum)


La quinta campagna di scavo (2025) dell’università di Catania a Tell Muhammad, un antico insediamento alla periferia meridionale di Baghdad (Iraq) lungo la valle del Tigri in posizione strategica tra le aree di influenza di Babilonia ed Eshnunna, ha permesso di far luce su nuovi aspetti della vita quotidiana in Mesopotamia nella prima metà del II millennio a.C. La missione, guidata dal prof. Nicola Laneri nell’ambito del progetto ArtourBagh, e a cui ha preso parte l’allievo di II anno Dario Ciacera Macauda, ha portato alla rivelazione di un articolato quartiere produttivo caratterizzato da edifici e spazi destinati ad attività artigianali. Di notevole interesse è il rinvenimento di una fucina dotata di forni di diverse dimensioni, e il ritrovamento di un crogiolo in terracotta, quasi intatto, contenente ancora residui di attività di fusione. Ulteriori informazioni sulla società mesopotamica all’epoca di Hammurabi provengono dalle numerose sepolture rinvenute al di sotto dei pavimenti degli edifici: alcuni individui in posizione fetale avvolti in stuoie, e persino una sepoltura monumentale legata a pratiche rituali. Questi contesti confermano quanto già noto grazie ai testi mesopotamici sul 𝑘𝑖𝑠𝑝𝑢𝑚, un rituale volto a preservare la memoria e il culto degli antenati. I dati raccolti consentono di approfondire la conoscenza delle fasi di occupazione del sito, e la ricostruzione delle relazioni topografiche di Tell Muhammad con i centri limitrofi, tra la fine del III e la prima metà del II millennio. Fine ultimo del progetto sarà la creazione di un parco archeologico volto alla salvaguardia del sito e alla valorizzazione del patrimonio storico e archeologico di Baghdad.

Il sito di Tell Muhammad alla periferia di Baghdad in Iraq dove opera la missione dell’università di Catania (foto unict)
“Il fascino dell’antico”, scrive Nicola Laneri nel post Vivere e morire nell’Antica Mesopotamia sull numero del 10 dicembre 2025 di UniCtMagazine, “è da sempre segnato dai resti funerari che gli archeologi fanno emergere dalla terra durante gli scavi archeologici. Quando questi sono diversi dalla nostra tradizione e dai nostri costumi, l’immaginario vaga ancor di più nella speranza di scoprire una nuova dimensione che permetta di ricostruire quel rapporto indissolubile che esite tra la vita quotidiana e il mondo dell’aldilà. Questa fascinazione accresce quando l’opportunità si presenta e il contesto archeologico appartiene ad un luogo, la Mesopotamia, e a un tempo, l’epoca di Hammurabi di Babilonia, lontano ma a noi assai vicino. Ecco quindi che, alla fine della quinta stagione di ricerche archeologiche a Tell Muhammad (Baghdad, Iraq), supportate dal ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) in collaborazione con il State Board of Antiquities and Heritage (SBAH) dell’Iraq, il gruppo di ricerca dell’università di Catania diretto dal prof. Nicola Laneri ha consolidato la propria conoscenza sulla vita degli abitanti di questo importante centro che si trovava lungo la vallata del fiume Tigri al confine tra il mondo di Babilonia e quello di Eshnunna, l’altra grande capitale dell’epoca e posizionata, a circa 40 km da Tell Muhammad, lungo la via commerciale che collegava la Mesopotamia all’Iran attraverso la vallata del fiume Diyala.

Il crogiolo di fusione scoperto nel sito di Tell Muhammad in Iraq dalla missione dell’univesrità di Catania (foto unict)
“Le intense attività di scavo durate due mesi – continua Laneri – hanno messo in luce ampi quartieri produttivi che si trovano all’interno di edifici posti lungo la cinta muraria e la porta d’ingresso e che, in un caso, mostrano la presenza di una sorta di fucina con una serie di forni e fornelli in terracotta oltre alla possibile presenza di una canna fumaria. All’interno di questo ampio settore, la produzione di cibo si mescolava a quella di metalli, come evidenziato dalla scoperta di un crogiolo di terracotta quasi intatto al cui interno si trovavano ancora i resti della fusione dei metalli e che è tra i pochi esemplari trovati in contesti archeologici della Mesopotamia. Questa scoperta si aggiunge al quartiere con due ampie fornaci per la produzione del vasellame in ceramica scavato negli anni precedenti e che permette una ricostruzione sempre più chiara sulle attività lavorative che segnavano la quotidianità degli antichi abitanti di Tell Muhammad. Ma l’aspetto straordinario di questa stagione è stata la costante presenza di tombe di infanti, adolescenti, ma anche di alcuni individui adulti posti al di sotto dei pavimenti di questi edifici. I morti continuavano quindi a seguire la vita dei vivi attraverso una contiguità tra spazi produttivi e quelli dedicati al mondo degli inferi.

Scheletro in posizione fetale dal sito di Tell Muhammad in Iraq dove opera la missione dell’univesrità di Catania (foto unict)
“Le modalità di deposizione dei defunti differivano – spiega Laneri -e osserviamo, ad esempio, la presenza di un infante avvolto in una stuoia sigillata con bitume e frammenti di una giara di ceramica, oppure di alcuni adulti deposti in posizione fetale, ovvero di un individuo con le gambe allargate e le mani sul pube accompagnato da due alti bicchieri in ceramica che rappresentavano il corredo funerario. Quest’ultimo defunto si trovava deposto in una tomba con volta in mattoni crudi all’interno di una stanza dedicata al culto dei defunti che prevedeva libagioni fatte davanti ad un altare in mattoni. I testi mesopotamici ci ricordano che la rimembranza dei defunti (denominata kispum in Accadico) avveniva esattamente come evidenziato dal contesto archeologico appena descritto. A Tell Muhammad, il connubio tra vita e morte doveva essere un trait d’union costante non solo grazie alla presenza di tombe all’interno degli edifici o di altari dedicati al culto dei defunti, ma grazie all’iconografia riconoscibile nei numerosi sigilli cilindrici (oggetti che segnano la dimensione pubblica degli abitanti) trovati in questi anni e che presenta una quasi costante presenza di almeno uno scorpione che era simbolo della divinità mesopotamica degli inferi Išḫara.

Un momento della visita dell’ambasciatore italiano a Baghdad, Niccolò Fontana, sul sito di Tell Muhammad in Iraq (foto unict)
“I due intensi mesi di attività, che si sono conclusi con la visita dell’Ambasciatore in Iraq Niccoló Fontana e della sua consorte Tania Morrocchi, hanno quindi permesso di comprendere meglio la quotidianità dell’antica Mesopotamia che diverrà centrale nella futura narrazione prevista con il parco archeologico di Tell Muhammad e Tell Harmal che, grazie al progetto ArtourBagh finanziato dal MAECI attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS) e che vede la collaborazione tra l’università di Bologna e di Catania, proporrà al centro di Baghdad la possibilità degli eventi che hanno segnato l’epoca del sovrano Hammurabi di Babilonia e della conflittualità con l’altro grande centro dell’epoca, Eshnunna, dove un team di giovani ricercatori dell’università di Catania, del CNR e dello SBAH sta completando una attenta analisi territoriale.

Gruppo di ricercatori e studiosi della missione dell’università di Catania a Tell Muhammad in Iraq (foto unict)
“Alla fine questa lunga avventura – conclude Laneri – ci auguriamo che tutte le preziose informazioni raccolte da giovani e preziosi studiosi (Antonino Mazzaglia, Chiara Pappalardo), dottorandi (Rachele Mammana, Alice Mendola, Aurora Borgesi), allievi della Scuola di Specializzazione (Emanuela Scalisi e Dario Macauda) e studenti (Vittorio Azzaro e Giulia La Causa) dell’università di Catania, del CNR e dell’università di Roma La Sapienza, nel corso di questi anni di ricerche potranno permettere di ricostruire e condividere a Baghdad la storia della Mesopotamia all’epoca di Hammurabi di Babilonia grazie alla missione archeologica dell’università di Catania”.













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