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Sicilia centro-meridionale. Scoperto a Case Bastione di Villarosa di Enna un villaggio preistorico di 5-6mila anni fa

Quinta campagna di scavo nel villaggio preistorico di Case Bastione a Villarosa di Enna

Quinta campagna di scavo nel villaggio preistorico di Case Bastione a Villarosa di Enna

L'archeologo Filippo Iannì

L’archeologo Filippo Iannì

È uno dei principali insediamenti preistorici di tutta la Sicilia centro-meridionale: l’importanza del villaggio di età preistorica di Case Bastione, nel territorio di Villarosa di Enna, lungo la valle del fiume Morello, è confermata dai risultati della quinta campagna di scavi archeologici che si è appena conclusa dopo quattro settimane. “Le ricerche di questi ultimi anni”, sottolineano gli archeologi Enrico Giannitrapani e Filippo Iannì della cooperativa Arkeos di Enna, “testimoniano come, tra il IV millennio e la prima parte del II millennio a.C., il villaggio di Case Bastione sia stato abitato da una ricca comunità di pastori e agricoltori, capaci anche di sfruttare le ricche risorse minerarie presenti in questa parte della Sicilia centrale, quali zolfo e salgemma, instaurando rapporti commerciali e scambi con tutto il Mediterraneo centro-occidentale”. A questa campagna, inserita nell’ambito della quarta edizione della Summer School Internazionale “Archeologia nella Sicilia centrale: la preistoria degli Erei”, hanno partecipato oltre 30 studenti provenienti da diverse università, principalmente inglesi, quali Newcastle, Sheffield, Liverpool, Nottingham.

Il villaggio preistorico di Case Bastione fu frequentato tra il IV e il II millennio a.C.

Il villaggio preistorico di Case Bastione fu frequentato tra il IV e il II millennio a.C.

Il sito di Case Bastione è situato lungo la statale 290, a metà strada circa tra Villarosa e Calascibetta, immediatamente sotto il piccolo altipiano di contrada Lago Stelo. L’area, costituita, da terreni argillosi oggi coltivati principalmente a cereali, è posta in posizione dominante rispetto alla valle del fiume Morello. La quantità e la qualità dei reperti ceramici e litici ritrovati permette di inquadrare tale insediamento in un periodo compreso tra il IV ed l’inizio del II millennio a.C. Tra i materiali ceramici più antichi è stato possibile individuare vari frammenti di vasi databili al Neolitico tardo (fine IV millennio a.C.), caratterizzati dalla superficie esterna ingubbiata rossa e dalla presenza delle tipiche anse a “rocchetto”. “Questi frammenti”, spiegano gli archeologi, “costituiscono un elemento importante per la conoscenza delle fasi neolitiche della Sicilia centrale, periodo ancora quasi del tutto sconosciuto in questa parte dell’isola”. Nell’area sono stati rinvenuti anche alcuni frammenti dipinti in nero su fondo rosso evanescente, databili alla media età del Rame (prima metà del III millennio a.C.).

Le fasi più rappresentate sono quelle dell'età del rame recente e del Bronzo antico

Le fasi più rappresentate sono quelle dell’età del rame recente e del Bronzo antico

Sicuramente le fasi meglio rappresentate a Case Bastione sono quelle di Malpasso e Castelluccio. La prima, così chiamata dal sito eponimo di Malpasso in territorio di Calascibetta, è databile alla metà del III millennio a.C. (recente età del Rame) ed è caratterizzata da vasi non decorati con la superficie di colore rosso lucidata e lisciata. I frammenti attribuibili alla seconda fase, quella di Castelluccio (antica età del Bronzo, fine del III ed inizio del II mill. a.C.), sono dipinti in nero su fondo rosso con motivi geometrici caratteristici dell’epoca. “Al contrario delle fasi precedenti”, continuano gli esperti, “queste due facies sono ben conosciute in tutta la Sicilia, compresa la zona centrale, anche se i motivi della grande diffusione demografica, testimoniata principalmente dalla grande abbondanza di insediamenti databili a questa fase, devono ancora essere compresi nelle loro dinamiche sociali, culturali ed economiche. L’industria litica è caratterizzata da lame, grattatoi, raschiatoi e schegge ritoccate in selce e quarzarenite. È presente anche una certa quantità di lame e schegge in ossidiana sicuramente proveniente da Lipari. Sono stati rinvenuti anche alcuni macinelli e pestelli, probabilmente utilizzati nella lavorazione dei cereali, e alcune asce in pietra”.

Napoli. Aperti al pubblico nuovi ambienti, tra cui le terme, della più antica villa d’otium di Stabiae: villa Arianna, dal soggetto mitologico del suo più famoso affresco

L'ingresso di villa Arianna dell'antica Stabiae: ora per il pubblico sono stati aperti nuovi ambienti

L’ingresso di villa Arianna dell’antica Stabiae: ora per il pubblico sono stati aperti nuovi ambienti

È la villa d’otium più antica di Stabiae. Risale al II secolo a.C. Situata all’estremità ovest della collina di Varano, in posizione panoramica, Villa Arianna occupa un’area di circa undicimila metri quadrati di cui attualmente scavati e visitabili soltanto duemilacinquecento. Ma da domenica 2 agosto 2015 Villa Arianna ha ampliato il suo percorso di visita, con l’apertura al pubblico, dopo gli interventi di restauro, di alcuni ambienti, tra cui quelli termali, finora non visitabili.

Un grande ambiente affrescato di villa Arianna, la più antica villa d'otium di Stabiae

Un grande ambiente affrescato di villa Arianna, la più antica villa d’otium di Stabiae

La villa prende il nome da un quadro raffigurante Arianna abbandonata. Inizialmente fu scavata in età borbonica (seconda metà del XVIII secolo) da Karl Weber. L’aspetto complessivo è oggi ricostruibile integrando le planimetrie borboniche dei settori scavati e poi rinterrati con quella delle parti rimesse in luce. Il nucleo più consistente comprende la sequenza dell’ingresso, del peristilio quadrato e dell’atrio secondo la successione vitruviana tipica delle residenze suburbane. La struttura residenziale risale nel suo nucleo originario ad epoca tardo repubblicana, ma venne successivamente ampliata, con l’aggiunta di una serie ambienti panoramici, nel corso del I secolo d.C. Nell’area archeologica è possibile individuare il quartiere termale, con praefurnium e calidarium (per i bagni di acqua calda) absidato, originariamente decorato in opus sectile. Tra gli affreschi visibili da segnalare il quadro di Arianna abbandonata a Nasso, sulla parete di fondo dell’ampio triclinio; Ganimede rapito dall’aquila, nel vestibolo annesso, Perseo ed Andromeda, in una sala attigua. Lungo il porticato, su cui si apre il triclinio estivo, si succedono le stanze residenziali alcune delle quali arricchite da decorazioni parietali a fondo bianco e giallo. Poco oltre si trova l’ampio peristilio, che si sviluppa per una lunghezza complessiva di 370 metri e ripete il canone indicato da Vitruvio. Dalla parte opposta si trova, invece, il nucleo repubblicano della villa: in esso cubicoli con pregevoli decorazioni a mosaico si articolano intorno all’asse canonico atrio-peristilio, tipico delle residenze vesuviane del I secolo a.C.

L'affresco con "Arianna abbandonata da Teseo" che ha dato il nome alla villa stabiana

L’affresco con “Arianna abbandonata da Teseo” che ha dato il nome alla villa stabiana

La prima campagna di scavi fu svolta – come detto – da Karl Weber tra il 1757 e il 1762 e la villa fu chiamata primo complesso, per distinguerla dal secondo complesso, altra villa d’otium, da cui è separata tramite uno strettissimo vicus: dopo aver staccato le decorazioni di maggior rilievo e aver asportato le suppellettili (oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli), la villa fu nuovamente rinterrata. Gli scavi sono ripresi duecento anni dopo, nel 1950, a opera di Libero D’Orsi e fu in tale periodo che la villa venne chiamata Arianna per la presenza di una pittura a soggetto mitologico che raffigura Arianna abbandonata da Teseo: D’Orsi effettuò gli scavi di ambienti della villa che si affacciavano sul ciglio della collina, alcuni dei quali andati perduti a seguito di eventi franosi. Il lavoro degli archeologi continua ancora oggi e in particolare gli scavi interessano la zona sud e quella del grande peristilio o palestra che è stato riportato alla luce quasi completamente nel 2008, insieme a nuove camere, colonne e finestre.

"Flora", uno dei più famosi affreschi ritrovati a villa Arianna scoperta già in epoca borbonica

“Flora”, uno dei più famosi affreschi ritrovati a villa Arianna scoperta già in epoca borbonica

I lavori, che hanno portato all’apertura al pubblico dei nuovi spazi, sono iniziati nel 2010, a cura dell’équipe di restauratori dell’Hermitage di San Pietroburgo e dai restauratori dell’Ufficio scavi di Stabia, e hanno previsto interventi di scavo archeologico, restauro e rilievo. “Da tali indagini – spiega la soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia – è stato possibile individuare in maniera chiara l’organizzazione del settore termale della villa costituito da un ambiente porticato con al centro un piccolo spazio verde che fungeva da zona di disimpegno dei vari ambienti costituenti il settore termale (tepidarium, calidarium, laconicum, frigidarium). È stato evidenziato inoltre un corridoio che immette in un cubicolo, già identificato e saccheggiato in epoca borbonica, con una raffinata decorazione in tardo III stile e pavimento a mosaico”. Per l’occasione sono riaperti anche gli ambienti 44 e 45 recentemente restaurati dall’Accademia delle Belle Arti di Varsavia. Questi ambienti, originariamente aperti sull’atrio della villa, presentano una decorazione in II stile molto ben conservata. Gli interventi rientrano nell’ambito degli accordi esistenti tra la soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia e la fondazione RAS (Restoring Ancient Stabiae), fondazione Onlus culturale italiana costituita a Washington DC nel 2002, su iniziativa dell’Università del Maryland nell’ambito di un progetto di cooperazione in materia di beni culturali.

Scoperta a Palermo, in un cantiere Anas, una fattoria di età imperiale romana: raro insediamento rurale nella Sicilia Occidentale

Nel cantiere Anas della Pianotta di Vicari è stata scoperta una fattoria dell'età romana imperiale

Nel cantiere Anas della Pianotta di Vicari è stata scoperta una fattoria dell’età romana imperiale

La scoperta archeologica arriva spesso quando meno te lo aspetti. È successo anche nella cosiddetta Pianotta di Vicari, vicino a Palermo, nel cantiere aperto dall’Anas per ammodernare la statale Palermo-Agrigento. Qui, dove nei mesi scorsi era stata segnalata la presenza di strutture murarie e frammenti ceramici antichi, è stata scoperta una fattoria di età romano-imperiale. Il cantiere archeologico è stato condotto dagli archeologi Stefano Vassallo e Monica Chiovaro, Unità Operativa 5 della soprintendenza di Palermo, con la collaborazione di Antonio Di Maggio e Fausto D’Angelo, della cooperativa Archeologia di Firenze e della ditta Bolognetta. “L’indagine”, spiegano Stefano Vassallo e la soprintendente Maria Elena Volpes, “ha consentito di mettere in luce parte di un insediamento rurale di età romano-imperiale (I sec. d.C.), utilizzato fino all’età tardo-antica (IV-V sec. d.C.). Purtroppo, la maggior parte della fattoria doveva estendersi al di là dell’area espropriata per l’allestimento del cantiere stradale; tuttavia, l’esplorazione ha consentito il rinvenimento di alcuni vani, anche con materiale ancora ‘in posto’, come una coppia di anfore da trasporto parzialmente interrate nell’angolo di uno degli ambienti, probabilmente destinato a deposito di derrate alimentari. Nello scavo sono presenti anche alcune istallazioni funzionali a vari tipi di lavorazioni come, per esempio – nell’area a Nord dell’insediamento – una vasca quadrangolare impermeabilizzata con un rivestimento in cocciopesto, oltre a un piccolo forno costituito da ciottoli e circondato da uno strato con cotto”.

L'insediamento della fattoria romana insiste su un'area già frequentata in età preistorica

L’insediamento della fattoria romana insiste su un’area già frequentata in età preistorica

“L’insediamento”, aggiungono Stefano Vassallo e Maria Elena Volpes, “insisteva su un’area che era frequentata già in età preistorica: infatti, nella zona limitrofa alla fattoria è stata rinvenuta ceramica preistorica e tracce di bruciato, risalenti – a un primo esame dei reperti – all’età del Bronzo; in seguito il terreno era stato occupato da una necropoli di età ellenistica (III sec. a.C.), come testimonia il ritrovamento di un’incinerazione e di unguentari acromi piriformi, posti negli strati immediatamente al di sotto delle strutture murarie dell’edificio romano”.

La vasca quadrangolare impermeabilizzata con un rivestimento in cocciopesto trovata nella fattoria romana

La vasca quadrangolare impermeabilizzata con un rivestimento in cocciopesto trovata nella fattoria romana

“La scoperta – proseguono – assume una particolare rilevanza poiché si tratta di uno dei pochi casi di scavo di un insediamento rurale di età romana nella Sicilia occidentale; il nuovo sito messo in luce contribuisce a chiarire le dinamiche del popolamento di questa parte dell’isola nella prima età imperiale, caratterizzata non solo dalla presenza di ricche città costiere (come, per esempio, Palermo o Termini Imerese), ma anche da un tipo di insediamento diffuso nel retroterra dei grandi centri urbani, nelle aree di sfruttamento agro-pastorale, territori a vocazione prevalentemente cerealicola, fondamentali risorse economiche della Sicilia e fonte privilegiata del rifornimento annonario di Roma”.

La fattoria dell'età romana

La fattoria dell’età romana

“Il rinvenimento – concludono – conferma ancora una volta l’importanza degli interventi di archeologia all’interno dei Lavori Pubblici che – pur in tempo di crisi economica e tra tante difficoltà logistiche – consentono di recuperare dati archeologici che altrimenti andrebbero perduti e che contribuiscono ad arricchire le conoscenze dei modelli socio-economici della Sicilia antica”.

Scoperto nell’Alberta (Canada) il dinosauro cornuto “cugino” del triceratopo: il wendiceratopo era ornato da “riccioli” d’osso e un grande corno sul naso

Ricostruzione del wendiceratopo: in blu le ossa ritrovate nello scavo dell'Alberta

Ricostruzione del wendiceratopo: in blu le ossa ritrovate nello scavo dell’Alberta (foto Danielle Dufault)

La ricostruzione della testa del wendiceratopo con le caratteristiche corna (foto Danielle Dufault)

La ricostruzione della testa del wendiceratopo con le caratteristiche corna (foto Danielle Dufault)

“Riccioli” d’osso e un grande corno issato sul naso: non passava certo inosservato il muso del Wendiceratops pinhornensis, il nuovo dinosauro scoperto in Canada dai paleontologi del Royal Ontario Museum e del museo di Storia naturale di Cleveland. “Cugino” del più famoso triceratopo, era lungo 6 metri e pesava quasi una tonnellata: i suoi resti fossili, riemersi dopo 79 milioni di anni, potranno fare luce sull’evoluzione degli ornamenti ossei di questi giganti della preistoria, come spiegano gli stessi ricercatori sulla rivista Plos One. “Il largo collare osseo del wendiceratopo è costellato da numerosi ossi ricurvi”, afferma il paleontologo canadese David Evans, “mentre il naso è sormontato da un largo corno verticale. È probabile che anche sopra gli occhi fossero presenti dei corni. Tutti questi ornamenti lo rendono uno dei dinosauri cornuti più sorprendenti mai scoperti”.

Le ossa del wendiceratopo conservate al museo dell'Ontario (foto Brian Boyle)

Le ossa del wendiceratopo conservate al museo dell’Ontario (foto Brian Boyle)

Michael Ryan e David Evans, co-autori dello studio sul wendiceratopo (foto Derek Larson)

Michael Ryan e David Evans, co-autori dello studio sul wendiceratopo (foto Derek Larson)

L’identikit del wendiceratopo è stato ricostruito sulla base di oltre 200 ossa appartenenti a quattro esemplari, di cui tre adulti ed un cucciolo. I paleontologi li hanno rinvenuti in un sito che si trova nella parte meridionale della provincia di Alberta, vicino al confine con il Montana, Stati Uniti d’America, e che è stato scoperto nel 2010 dalla “cacciatrice” di fossili Wendy Sloboda, da cui il dinosauro ha preso il nome. Era un erbivoro e avrebbe raccolto piante basse con un becco da pappagallo e tagliate con decine di denti a forma di foglia. Vissuto circa 79 milioni di anni fa, il wendiceratopo rappresenta una delle specie più antiche della famiglia dei ceratopsidi (a cui appartiene anche il triceratopo): il suo corno sul naso potrebbe quindi essere uno dei primi modellati sul muso di questi dinosauri dall’evoluzione. Il wendiceratopo ha un unico corno ornamentale sopra il naso che mostra lo sviluppo evolutivo intermedio fra le piccole forme arrotondate dei primi dinosauri cornuti e le grandi corna alte dello Styracosaurus e dei suoi parenti,” spiega Michael Ryan, co-autore dello studio. “Le corna incastrate di due wendiceratopi potrebbero essere l’esito di un combattimento tra maschi per accedere al territorio o conquistare la femmina”. E David Evans conclude: “Il wendiceratopo ci aiuta a capire lo sviluppo iniziale del corno ornamentale del cranio. Il numero di ossa ornamentali e corna ne fa uno dinosauri cornuti più eclatanti mai trovati”.

Gli archeologi dell’università di Bologna dopo oltre 80 anni tornano a scavare in Albania nell’antica Butrinto, centro ellenistico e colonia romana dell’Epiro che sorge a pochi chilometri dal confine con la Grecia

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell'Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell’Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Secondo Virgilio venne fondata dal profeta troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò Andromaca e si spostò a occidente. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda invece che lo stesso Enea visitò la città dopo che anche lui era fuggito dalla distruzione di Troia. Parliamo dell’antica città di Butrinto, centro ellenistico e romano a pochi chilometri dal confine con la Grecia in quella regione che in antico si chiamava Epiro e oggi appartiene all’Albania.  È qui che da settembre scaveranno gli archeologi italiani dell’università di Bologna: il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania ha infatti approvato il progetto dell’ateneo felsineo per lo studio e lo scavo di un importante edificio sacro della città ellenistica e romana di Butrinto. Qui aveva condotto ricerche importanti e molto fruttuose, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, un altro “bolognese”: Luigi Ugolini, laureato in Archeologia proprio a Bologna nel 1921. Poi la seconda guerra mondiale pose fine a quei lavori, ripresi successivamente da archeologi albanesi, inglesi e americani.

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell'isola di Corfù

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell’isola di Corfù

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell'epoca: risale al VI secolo

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell’epoca: risale al VI secolo

Butrinto in origine era una città dell’Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell’Illiria a nord. I resti archeologici più antichi datano ad un periodo compreso fra il X e l’VIII secolo a.C. Dal IV secolo a.C. crebbe in importanza: di questo periodo sono un teatro, un tempio ad Asclepio ed un’agorà. Nel 228 a.C. Butrinto divenne protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. Nel 44 a.C. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al suo corrispondente Cicerone, che stava agendo nel Senato romano, contro il piano. Come risultato, pochi coloni si spostarono a Butrinto. Nel 31 a.C. L’imperatore Augusto, fresco vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, rimise in vigore il piano per fare di Butrinto una colonia di veterani. I nuovi residenti espansero la città e, fra l’altro, costruirono un acquedotto, le terme, un foro e un ninfeo. Nel III secolo d.C. gran parte della città venne distrutta da un terremoto, che rase al suolo parecchi edifici del foro e dei dintorni. Gli scavi archeologici hanno rivelato che la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città sopravvisse comunque e divenne un porto molto importante. All’inizio del VI secolo Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero (uno dei più grandi dell’epoca paleocristiana) e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila. Gli scavi evidenziano che le importazioni di beni dal Vicino Oriente continuarono fino agli inizi del VII secolo, quando i Bizantini persero il controllo della zona. Butrinto segue così la stessa sorte di gran parte delle città balcaniche dell’epoca, dove la fine del VI e l’inizio del VII secolo sono uno spartiacque fra l’età romana e il medioevo.

Le cosiddette "porte scee" di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

Le cosiddette “porte scee” di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

La basilica romana della colonia di Butrinto

La basilica romana della colonia di Butrinto

I primi scavi archeologici cominciarono nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano anche ragioni geopolitiche, puntando ad estendere l’egemonia italiana nella zona. La spedizione era condotta da un archeologo italiano, Luigi Maria Ugolini, che fece un ottimo lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, quando furono fermati dalla seconda guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città ellenistica, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade di Omero. Dopo che il governo comunista di Enver Hoxha prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite. Il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi, fra i quali Hasan Ceka. Negli anni Settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala. A partire dal 1993 un’equipe di archeologi inglesi, guidati dal prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all’interno della città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l’area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l’esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città.

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l’università di Bologna

La necropoli di Phoinike in Albania

La necropoli di Phoinike in Albania

Gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, in continuità ideale con quelle passate ricerche, tornano dunque in questo sito importante e bellissimo, visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, soprattutto meta delle visite dei passeggeri delle molte crociere in navigazione nel mar Ionio che approdano all’isola di Corfù. La missione dell’Alma Mater è diretta da Sandro De Maria, ordinario di Archeologia Classica al Dipartimento di Storia Culture Civiltà, che da quindici anni lavora con i suoi collaboratori in un altro importante sito archeologico albanese: Phoinike (Fenice), città sorta nel IV secolo a.C. e abbandonata al tempo della conquista turca dell’Albania, nella prima metà del XVI secolo. I risultati ottenuti con le ricerche di Phoinike sono stati numerosi e importanti: scavi all’agorà della città ellenistica, al teatro antico, in quartieri di case ellenistiche e romane, nella basilica paleocristiana, nelle necropoli, nei siti minori del territorio. Grazie a questi lunghi anni di intenso lavoro il progetto dell’Alma Mater, che ha come partner l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, si estende ora alla vicina Butrinto, centro santuariale importantissimo in età ellenistica (destinato al culto di Asklepios/Esculapio) e colonia romana dell’età di Augusto.

L'area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

L’area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

La nuova zona archeologica a Butrinto sarà oggetto di un progetto di studio e recupero di un’area sacra che sorge al di sopra del teatro, fino ad oggi mai indagata a fondo. Le attività si estenderanno poi a progetti di ricerca, scavo e valorizzazione di più ampio respiro. Gli scavi a Butrinto partiranno il prossimo settembre, in contemporanea con quelli di Phoinike, dove nel corso degli anni sono già passati diverse centinaia di studenti dell’Alma Mater, assieme a loro colleghi albanesi e di altre nazionalità europee, in un progetto di ricerca e formazione specialistica che fin dall’inizio ha goduto del sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano, nell’ambito delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero. Proprio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, assicura il sostegno finanziario alla campagna di scavo, a cui si aggiunge il contributo dell’Università di Bologna e del suo Campus di Ravenna, che agevola la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi legati alla conservazione dei beni culturali.

Trovata, nel nord di Israele, l’impronta lasciata duemila anni fa dai calzari di un legionario romano

L'impronta della caliga di un legionario romano trovata a Hippos, nel nord di Israele

L’impronta della caliga di un legionario romano trovata a Hippos, nel nord di Israele

Quante volte, in un sito archeologico, ci è capitato di dire: stiamo camminando sulle orme di quel popolo antico o di quel personaggio. Ad un gruppo di archeologi israeliani è successo “letteralmente” di camminare sule orme del popolo ce stavano studiando. È successo in Israele: recenti scavi condotti da un team dell’università di Haifa nelle rovine di Hippos, una città ellenistica sulle alture del Golan, hanno portato alla luce delle impronte di calzari dei soldati romani risalenti a duemila anni fa. Le impronte di suole chiodate vennero impresse nella malta ancora umida delle fortificazioni erette a Hippos, che sorge a est del mare di Galilea (Lago di Tiberiade), come riferisce su “Popular Archaeology” il professor Michael Eisenberg. Hippos era una delle dieci città ellenistiche sparse fra quelli che sono oggi Israele, Siria e Giordania, conosciute nell’antichità come la Decapoli. Gli archeologi dell’università di Haifa vi hanno condotto campagne di scavi ogni anno a partire dal 2000. Le rovine sono particolarmente notevoli per lo stato si conservazione della basilica, del foro e del teatro, il tutto ricavato dal basalto nero delle alture del Golan e arroccato sulle rocce che sovrastano il mare di Galilea. È qui che la squadra di ricercatori israeliani ha trovato una singola impronta completa di una caliga romana, insieme a diverse impronte incomplete, facilmente identificabili per i segni lasciati dai chiodi di ferro delle suole.

La ricostruzione di un paio di calighe di legionario romano

La ricostruzione di un paio di calighe di legionario romano

“L’orma completa”, spiega Eisenberg nell’articolo, “è lunga 24,50 centimetri e ha lasciato 29 piccole impronte circolari. Si trattava di una caliga del piede sinistro, equivalente approssimativamente a una scarpa numero 40! Tali calzature erano la dotazione standard dei soldati di truppa romani. “Il bastione e le impronte sollevano la possibilità che coorti romane o ausiliarie di stanza in Siria avessero anche il compito di costruire la fortificazione”, scrive Eisenberg. “Si tratta di un caso piuttosto eccezionale e probabilmente si è verificato in un momento di emergenza: un’emergenza che potrebbe essere collegata alla Grande Rivolta in Galilea degli anni 66-67 d.C., pochi anni prima che i romani marciassero su Gerusalemme e bruciassero il Secondo Tempio”.

In mostra a Vicenza la riscoperta del teatro Berga, il teatro romano di Vicetia, dai disegni e scavi ottocenteschi del Miglioranza alle immagini di oggi

La prima pianta del teatro romano di Berga a Vicenza realizzata da Andrea Palladio

La prima pianta del teatro romano di Berga a Vicenza realizzata da Andrea Palladio

Il manifesto della mostra "Miglioranza e il teatro Berga"

Il manifesto della mostra “Miglioranza e il teatro Berga”

Il primo a riesumarlo dall’oblio del tempo fu Andrea Palladio. Il teatro romano di Berga a Vicenza era ormai abbandonato da quasi tredici secoli, ma nel borgo a sud-est di quella che fu la Vicetia romana si potevano ancora scorgere tracce dell’antico edificio. Così l’archistar ne tracciò la pianta che fu alla base della conoscenza dell’antico teatro, seguito nel secolo successivo dai rilievi di altri architetti, Ortensio Zago e Ottavio Bertotti Scamozzi. Ma fu solo all’inizio dell’Ottocento con l’architetto vicentino Giovanni Miglioranza che abbiamo la prima indagine metodica sul teatro, cui dedicò della sua vita. Ed è proprio a questo insigne studioso e al monumento scomparso che Vicenza dedica la grande mostra dell’estate “Miglioranza e il Teatro Berga. Disegni dall’800, immagini di oggi”, aperta nello spazio Underground di Palazzo Chiericati fino al 27 settembre a cura di Chiara Signori ed Elena Cimenti con 25 disegni del Miglioranza provenienti dl Gabinetto Stampe e disegni di Palazzo Chiericati e due dalla biblioteca Bertoliana. I disegni illustrano piante, spaccati e prospetti realizzati dall’architetto nell’arco di trent’anni, prima basandosi sullo studio dei pochissimi resti visibili nell’Ottocento e successivamente grazie agli scavi diretti dallo stesso Miglioranza. Buona parte dei fogli esposti sono dedicati infatti ai reperti archeologici rinvenuti proprio durante questi lavori: statue, capitelli, cornicioni delineati dall’architetto, che rivelano le sue doti nel disegno e nel chiaroscuro.

La ricostruzione 3D del Teatro dell’architetto Fabrizio Burtet Fabris basata sui disegni del Miglioranza

La ricostruzione 3D del Teatro dell’architetto Fabrizio Burtet Fabris basata sui disegni del Miglioranza

Non manca il confronto tra l’ipotesi ricostruttiva del Miglioranza e l’articolazione planimetrica del teatro elaborata alla luce dei risultati degli interventi di scavo, rilievo e restauro delle strutture antiche diretti dalla soprintendenza Archeologia negli ultimi decenni. Questo confronto sarà possibile grazie a un video, realizzato dall’architetto Fabrizio Burtet Fabris, che proporrà inoltre la ricostruzione 3D del Teatro basata sui disegni del Miglioranza. “Questa mostra è una sorta di workshop seminariale, di dimensioni ridotte, che ha la capacità di far comprendere il senso del lavoro di approfondimento e di studio che spesso sfugge al grande pubblico ma che produce interessanti risultati in termini di conoscenza del nostro passato”, spiega il vicesindaco e assessore alla crescita Jacopo Bulgarini d’Elci. “La mostra offre quindi l’opportunità di scoprire aspetti ignoti ed estremamente interessanti di un pezzo di città su cui si ergeva l’antico Teatro Berga, oggi scomparso, ma di cui resta ancora qualche traccia, tra Porton del Luzzo e Palazzo Gualdi, oltre che i reperti conservati al museo Naturalistico e archeologico e i disegni di Miglioranza”.

Una veduta di Borgo Berga oggi a Vicenza: evidente l'andamento del teatro antico nelle case che vi sono state costruite sopra

Una veduta di Borgo Berga oggi a Vicenza: evidente l’andamento del teatro antico nelle case che vi sono state costruite sopra

La sala del museo di Santa Corona dedicata ai ritrovamenti del teatro Berga

La sala del museo di Santa Corona dedicata ai ritrovamenti del teatro Berga

Il Teatro Berga era il teatro romano di Vicenza, la romana Vicetia, e sorgeva nell’omonimo quartiere del centro storico di Borgo Berga, in corrispondenza degli attuali edifici compresi tra contra’ Santi Apostoli, piazzetta San Giuseppe, contra’ Porton del Luzzo, piazzetta Gualdi, stradella Pozzetto e contra’ Lioy, con la cavea rivolta verso sud e la scena verso nord. In particolare il percorso di contra’ Porton del Luzzo segue l’andamento circolare del perimetro esterno della cavea del teatro. Il teatro, edificato verso la fine del I secolo a.C., si trovava nell’area a sudest del centro cittadino edificata oltre il fiume Retrone e che era collegata con il centro tramite un ponte che sorgeva in corrispondenza dell’attuale ponte San Paolo. Inoltre, nei pressi della cavea confluivano due importanti vie di comunicazione: la strada proveniente da Lonigo e quella proveniente da Costozza. In età Claudia la scena fu arricchita di ulteriori statue di membri della classe imperiale. Il complesso del Teatro Berga, realizzato principalmente con la pietra estratta nelle cave di Costozza, era costituito da una parte meridionale, che includeva il teatro vero e proprio, e una vasta area porticata posta a nord (porticus post scaenam) di circa 70-80 metri. Il diametro esterno della cavea era pari a circa 82 metri. Si stima che il teatro potesse contenere oltre 5000 spettatori. La scena era ornata da statue in marmo, alcune delle quali sono state rinvenute nel corso di scavi e sono conservate nel museo archeologico-naturalistico di Santa Corona di Vicenza, che per l’occasione sarà accessibile gratuitamente ai visitatori della mostra. Il teatro fu utilizzato per le rappresentazioni almeno fino al III secolo d.C.: infatti, esso è citato in un’iscrizione proveniente da Leptis Magna che ricorda gli onori tributati presso il teatro di Vicetia al pantomimo Marco Settimio Aurelio Agrippa (ottenne decurionalia ornamenta, cioè onori da decurione). La prima citazione storica dell’edificio è costituita da un diploma dell’imperatore Ottone III risalente al 1001, con il quale l’imperatore cede la proprietà dell’edificio al vescovo di Vicenza. Dopo esser stato utilizzato come carcere nella seconda metà del XIII secolo, il teatro andò in rovina e su di esso furono poi edificati, verso la prima metà del XVIIII secolo, edifici ad uso abitativo, tuttora esistenti. Mentre è evidente la sua forma, conservata dall’andamento delle strade, si conserva poco della sua struttura. I muri di sostruzione della cavea sono stati in parte inglobati nelle costruzioni successive. Il teatro fu rilevato per la prima volta già da Andrea Palladio, che poté così redigere una pianta dettagliata. Anche altri celebri architetti ebbero modo in seguito di redigere tavole con disegni del teatro.

La pianta del teatro di Berga disegnata con tocco artistico da Giovanni Miglioranza

La pianta del teatro di Berga disegnata con tocco artistico da Giovanni Miglioranza

Una statua che ornava il teatro di Berga e oggi conservata al museo di S. Corona

Una statua che ornava il teatro di Berga e oggi conservata al museo di S. Corona

“Miglioranza cominciò ad esaminare i resti dell’antico teatro vicentino e le fonti sui teatri antichi, dedicandosi in modo particolare a Vitruvio”, spiegano le due curatrici. “Tra il 1824 e il 1831, grazie ai frequenti studi sui resti visibili principalmente nei sotterranei delle case costruite sopra il teatro. Miglioranza realizzò 17 disegni dove mostrava un’immagine del teatro Berga che oggi sappiamo essere poco aderente alla realtà archeologica. In questo primo gruppo di disegni Miglioranza resta vicino alle ipotesi dedotte da Ortensio Zago e, soprattutto ai precetti di Vitruvio”. Nello stesso periodo realizzò la Veduta del Teatro Berga dallo spaccato delle gradinate, una visione scenografica ad acquerello, dove l’autore dimostra le sue doti nel disegno e nel chiaroscuro. Divenuto architetto, nel 1832 Miglioranza presentò i suoi disegni al Vicerè del Lombardo Veneto. Ottenne un sussidio e il parere positivo agli scavi nella zona del teatro. Ebbero così inizio le quattro campagne di lavori, dirette con passione da Miglioranza, sotto il controllo di una commissione nominata dal Comune. Alla fine dei primi due anni di scavo (1838-1839) aveva riportato alla luce i settori orientali della scena e dell’orchestra, oltre ad aver realizzato una galleria che consentiva di vedere i resti ritrovati. “Miglioranza era convinto che il Berga fosse un teatro costruito secondo le proporzioni dettate da Vitruvio”, continuano Signorini e Cimenti, “anche se l’area riportata alla luce non risultava stesa a sufficienza per poterlo affermare”. Durante la terza campagna di scavo (1842-1848), senza grandi risultati, realizzò i 27 disegni sui materiali decorativi ritrovati fino ad allora: statue, capitelli, fregi. “Dopo l’ultima campagna di scavo (1853-1854)”, concludono le curatrici, “disegnò i 5 fogli più importanti risultato degli studi di tutta una vita e anteprima del grande progetto della Illustrazione del Teatro Berga che però non riuscì ma a compiere”.

Fotografia  di Marco Zorzanello  che collega il passato e il presente del Teatro Berga di Vicenza

Fotografia di Marco Zorzanello che collega il passato e il presente del Teatro Berga di Vicenza

Il percorso espositivo si conclude con alcune fotografie realizzate da Marco Zorzanello del Centro di Cultura Fotografica, che collegano il passato e il presente del Teatro Berga con uno sguardo contemporaneo reso possibile grazie alla collaborazione delle persone che oggi abitano i palazzi costruiti sui resti del Berga. “Le immagini fotografiche esposte”, interviene Zorzanello, “mostrano realmente e metaforicamente il teatro di oggi. Pur mantenendo intatta la sua forma urbana, nel corso dei secoli questo luogo della città ha subito in modo spontaneo e non programmato, un cambiamento radicale, passando dall’essere un teatro sino a divenire un isolato densamente abitato. In tal modo questo singolare “condominio” è diventato un incredibile palcoscenico dove gli abitanti si muovono come attori dello spettacolo della Storia”.

Bronzetti nuragici all’asta a Londra. Il deputato Pili lancia l’allarme: “Stop ai traffici illegali del patrimonio sardo, Londra deve restituire i bronzetti”. La Camera approva un odg sulla direttiva europea che disciplina la restituzione dei beni archeologici

Uno dei bronzetti nuragici andati all'asta a Londra: il deputato Pili ha cercato di bloccarla

Uno dei bronzetti nuragici andati all’asta a Londra: il deputato Pili ha cercato di bloccarla

Un cavallo, due stambecchi, un bue e un muflone. Tutti sardi e tutti di bronzo. Più altre statuette. Pezzi di storia dell’Isola messi all’asta a Londra. La denuncia-allarme era stata lanciata dal deputato di Unidos Mauro Pili con una interrogazione urgente al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e degli Esteri Paolo Gentiloni con cui chiedeva di bloccare “immediatamente la svendita della civiltà nuragica”. “Quella decina di pezzi esclusivi messi in vendita in modo criptato da una nota casa d’aste londinese è un patrimonio inestimabile che appartiene al popolo sardo”, sottolineava il parlamentare sardo. “Bloccate immediatamente la svendita della civiltà Nuragica. Quella in vendita all’asta a Londra è refurtiva sottratta alla maestosa civiltà nuragica. È refurtiva sotto ogni punto di vista e va restituita senza se e senza ma alla Sardegna. Quella decina di pezzi esclusivi messi in vendita in modo criptato da una nota casa d’aste londinese è un patrimonio inestimabile che appartiene al Popolo Sardo e non vi è alcun motivo per essere nelle mani di trafficanti che a vario genere li detengono, comunque illegalmente. Si tratta di cimeli unici, testimonianze nuragiche che rappresentano una rapina a mano armata ai danni della Sardegna e della sua storia arcaica. Per questo motivo il governo deve smetterla di fregarsene e deve, invece, intervenire su questo traffico di reperti archeologici dalla Sardegna verso le case d’asta mondiali. Già nei mesi scorsi avevo denunciato la vendita di straordinari reperti archeologici di epoca nuragica tra Londra e New York”.

Il muflone "salvato" dalla dispersione e riportato sull'isola grazie alla fondazione Numet

Il muflone “salvato” dalla dispersione e riportato sull’isola grazie alla fondazione Nurnet

Solo quattro bronzetti nuragici sardi, tra quelli battuti all’asta a Londra, sono stati riportati sull’isola, acquistati dalla Fondazione di partecipazione Nurnet – La rete dei Nuraghi – e dal gruppo Facebook “Archeologia della Sardegna”, grazie al contributo di soci e privati cittadini. Si tratta di un cavallo, due stambecchi e un ariete datati IX-VI sec. a.C. e appartenuti al collezionista libanese Farid Ziade. Nel complesso i pezzi battuti oggi da Acr Auctions sono stati nove e tra questi: due sacerdoti, un guerriero, un offerente e cinque animali. “Abbiamo tentato inutilmente di far sospendere l’asta vergognosa – spiega Nicola Manca, presidente di Nurnet – partecipando e divulgando la raccolta firme. Ci siamo però trovati costretti a partecipare all’asta per restituire dignità alla nostra storia”. La Fondazione e gli appassionati iscritti al social network doneranno i bronzetti acquistati a un piccolo Comune sardo allo scopo di tutelare e valorizzare le piccole realtà “che nel corso di questi anni sono state dimenticate e abbandonate dalle istituzioni”, come dimostrato anche dal fatto “che nessuna di queste ultime abbia preso parte all’asta o tentato di fermarla”.

La Camera ha approvato un odg per far recepire direttiva Ue sulla restituzione dei beni archeologici

La Camera ha approvato un odg per far recepire direttiva Ue sulla restituzione dei beni archeologici

Ma Pili non si è dato per vinto. “I bronzetti nuragici devono tornare a casa senza aste e senza compravendite illegali e deprecabili sotto ogni punto di vista. La refurtiva non si compra, si deve restituire. Stop al traffico e al commercio di beni archeologici. Londra e tutti i paesi europei che detengono beni archeologici provenienti dalla Sardegna o dall’Italia li devono restituire”, ribadisce Pili annunciando che la Camera ha approvato l’ordine del giorno presentato dallo stesso ex governatore sardo, che obbliga il governo a recepire immediatamente la direttiva europea che disciplina la restituzione dei beni archeologici. “L’atto approvato – spiega Pili – impone al governo italiano di intervenire e applicare immediatamente la direttiva europea nel caso dei reperti di archeologia nuragica oggetto di denuncia per la vendita all’asta di Londra perseguendo la totale restituzione di tale patrimonio appartenente alla grande civiltà nuragica della Sardegna”.

Missione archeologica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia a Shida Kartli in Georgia. Dopo le antiche culture di Kura-Araxes e di Bedeni, alla scoperta del sito di Aradetis Orgora: 14 metri di livelli archeologici dal IV millennio a.C. al grande palazzo di età ellenistico-romana

La missione archeologica congiunta università Ca' Foscari e museo nazionale Georgiano a Shida Kartli in Georgia attiva dal 2009

La missione archeologica congiunta università Ca’ Foscari e museo nazionale Georgiano a Shida Kartli in Georgia attiva dal 2009

Ceramiche dallo scavo della missione archeologica a  Shida Kartli in Georgia

Ceramiche dallo scavo della missione archeologica a Shida Kartli in Georgia

È ripresa da metà giugno e andrà avanti fino al 4 agosto la cooperazione in campo archeologico tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e il museo nazionale georgiano nell’ambito del “Georgian-Italian Shida Kartli Archaeological Project”: la missione archeologica congiunta dell’università Ca’ Foscari di Venezia e del Georgian National Museum nella regione di Shida Kartli in Georgia è diretta dalla prof. Elena Rova e dal prof. Iulon Gagoshidze. La missione, che in realtà è iniziata nel 2009, dal 2013 è concentrato ad Aradetis Orgora/Dedoplis Gora nel distretto di Kareli. Situato in posizione strategica alla confluenza del fiume Kura con il Prone occidentale, il sito, dominato da un palazzo di età ellenistico-romana, presenta una sequenza di quasi 14 metri di livelli archeologici ancora pressoché inesplorati, che ne testimoniano l’importanza a livello regionale almeno dal IV millennio a.C. agli inizi del primo millennio d.C. Il team di ricerca comprende più di 20 tra archeologi, esperti (geoarcheologi, paleobotanici paleozoologi, antropologi fisici, restauratori, esperti in datazioni radiometriche) e studenti di archeologia italiani e georgiani. In programma con la campagna 2015 il prosieguo dell’esplorazione dell’ala orientale del palazzo ellenistico, e lo scavo in profondità delle due aree iniziate nel 2013, dove sono stati ormai raggiunti i livelli rispettivamente della metà del II e della fine del IV millennio a.C. Sono previste anche ricerche paleoambientali interdisciplinari, e una campagna esplorativa per valutare le possibilità di conservazione e valorizzazione del sito.

La missione archeologica congiunta diretta da Elena Rova e Iulon Gagoshidze

La missione archeologica congiunta diretta da Elena Rova e Iulon Gagoshidze in Georgia

Le importanti strutture di Kura-Araxes scoperte nello scavo ad Aradetis Orgora

Le importanti strutture di Kura-Araxes scoperte nello scavo ad Aradetis Orgora

L’ultima campagna, cioè quella 2014, ad Aradetis Orgora ha dato risultati molto interessanti che preludono a una campagna quest’anno altrettanto significativa. L’anno scorso sono stati portati a termine la maggior parte degli obiettivi prefissi (raggiungere il terreno vergine in campo B, scoprire le sequenze ben stratificate di ceramica e materiali del Bronzo antico e recente), insieme ad alcune importanti scoperte. Tra queste, va segnalata sicuramente la scoperta delle importanti strutture di Kura-Araxes (un edificio circolare con pietre verticali e canniccio rettilineo), alcune delle quali con materiale in situ, nonché le interessanti installazioni del Tardo Bronzo (sequenze di caminetti e piattaforma). La campagna ha anche restituito un ricco nucleo di ceramiche e piccoli reperti. Oltre a un ricchissimo gruppo di ceramiche del Tardo Bronzo, tra cui diversi vasi con un grande repertorio di decorazioni, essa ha restituito un campione meno numeroso, ma molto significativo di vasi Kura-Araxes, tra cui alcuni in situ. Per quanto riguarda i piccoli reperti, la scoperta di elementi notevoli (grani in foglia d’oro, pietre incise) dai livelli del Tardo Bronzo conferma l’importanza del sito e i suoi rapporti con territori molto distanti, e suggerisce la possibilità che gli edifici ufficiali di questo periodo potrebbero essere posti in prossimità del saggio stratigrafico. L’indagine del palazzo imperiale tardo-ellenistico è stata altrettanto un successo per la ricchezza dei reperti. I risultati sono impressionanti, e molte nuove informazioni saranno fornite dai risultati degli studi interdisciplinari in corso in Georgia, Italia, Francia e Israele. Per la prima volta, è stato fatto un campionamento per l’analisi paleoambientale di questo importante edificio pubblico antico in preparazione per le campagne future, il cui scopo sarà la ricostruzione di tutta la storia dell’occupazione del sito e del suo ambiente naturale, così come la sua valorizzazione futura, in una più stretta interazione tra la Georgia e gli archeologi italiani della spedizione.

La collina di Natsargora dove sono stati scavati il villaggio e la necropoli

La collina di Natsargora dove sono stati scavati il villaggio e la necropoli

Braccialetti e collane parte di corredo funebre dalla necropoli di Natsargora

Braccialetti e collane parte di corredo funebre dalla necropoli di Natsargora

La missione archeologica italiana nella provincia georgiana di Shida-Kartli, come detto, è impegnata dal 2009 in un progetto di ricerca in collaborazione con il Georgian National Museum sulle culture del IV e del III millennio a.C. Le prime due campagne (2009-2010), cui hanno partecipato studenti e dottorandi di Ca’ Foscari e della Tbilisi State University, sono state in gran parte dedicate allo studio dell’insediamento e della necropoli di Natsargora, scavati tra il 1984 e il 1987 da A. Ramishvili e tuttora inediti. Nel corso III millennio a.C. la piccola collina di Natsargora fu sede di un villaggio, i cui abitanti erano dediti, come dimostrano i risultati dello studio sui resti animali e vegetali, all’agricoltura e alla pastorizia oltre che ad attività artigianali (tessitura, metallurgia, etc.). Di questa fase si sono conservati resti di capanne con focolari fissi e mobili, fosse e strutture per l’immagazzinamento, da cui provengono, oltre a ceramica di ottima fattura, interessanti reperti, tra cui un rilievo cultuale che probabilmente raffigura una divinità. La necropoli si trovava a poche decine di metri dal sito. I defunti erano sepolti in fosse coperte da un cumulo di pietre. Il corredo era rappresentato da pochi recipienti di ceramica posti intorno alla testa, come a suggerire un’offerta di un pasto servito al defunto, e da qualche ornamento: spilloni, bracciali e anelli di metallo, perle di pietre dure e pasta vitrea. “’L’importanza dell’insediamento”, spiegano gli archeologi di Ca’ Foscari, “è data dal fatto che si tratta di uno dei pochissimi siti della regione in cui è attestata la presenza di materiale appartenente alle due culture di Kura-Araxes (fine IV-I metà del III millennio) e di Bedeni (II metà del III millennio), e in cui quest’ultima, tradizionalmente considerata una cultura nomade, ha prodotto resti di insediamento. Offre dunque la rara opportunità di investigare la relazione, tuttora oscura, tra queste due culture, vicine nel tempo ma apparentemente molto diverse tra loro, ad esempio nella produzione di ceramica”.

Montegrotto. Riaperta a tempo di record l’area archeologica delle terme Neroniane, danneggiata dall’alluvione del 2014. Visite guidate a tutti gli scavi del parco delle Terme Euganee

Il grande ambiente absidato delle terme Neroniane di Montegrotto riaperto al pubblico dopo i danni dell'alluvione del 2014

Il grande ambiente absidato delle terme Neroniane di Montegrotto riaperto al pubblico

Riaperta a tempo di record l’area archeologica sotto l’hotel Terme Neroniane. Così Montegrotto ritrova il suo articolato parco archeologico delle Terme Euganee, realizzato col Progetto Aquae Patavinae, operativo da anni grazie alla sinergia tra soprintendenza Archeologia del Veneto, università di Padova e Comune di Montegrotto. L’area archeologica delle Terme Euganee – lo ricordiamo – si estende sull’ampio appezzamento di terreno posto tra viale delle Terme e via degli Scavi con vestigia di età romana, punto di partenza di un interessante itinerario archeologico che comprende varie tappe di cui le più significative sono gli scavi di via Neroniana e il complesso termale dell’Hotel Terme Neroniane.

Gli archeologi al lavoro nel complesso delle Terme Neroniane  a Montegrotto

Gli archeologi al lavoro nel complesso delle Terme Neroniane a Montegrotto

L’area sotto l’hotel Terme Neroniane, aperta al pubblico nel 2011 con un bell’allestimento basato sulle suggestioni luminose, ha subito gravi danni con l’alluvione che, nel febbraio 2014, ha messo in ginocchio Montegrotto. Nel giro di pochi mesi, grazie a un finanziamento in somma urgenza da parte del ministero e a una febbrile attività di risanamento e restauro, la soprintendenza Archeologia del Veneto è riuscita a riparare ai danni e a riallestire l’area, meglio di prima, per la stagione turistica che si è appena aperta. Dopo un periodo di forzata chiusura, i visitatori possono di nuovo apprezzare i resti archeologici del complesso termale di età romana scoperto sotto l’hotel Terme Neroniane grazie a una serie di scenari luminosi, che pongono l’attenzione ora sulle strutture, ora sui pavimenti, ora sul percorso dell’acqua; possono confrontare quel che resta con le ipotesi ricostruttive, ben illustrate nella pannellistica di allestimento dell’area; possono soddisfare le curiosità in materia interrogando gli archeologi che li accompagnano nella visita.

Una ricostruzione di un settore del complesso termale neroniano a Montegrotto

Una ricostruzione di un settore del complesso termale neroniano a Montegrotto

Marianna Bressan responsabile del progetto Aquae Patavinae

Marianna Bressan responsabile del progetto Aquae Patavinae

“Come soprintendenza Archeologia”, spiega Marianna Bressan, responsabile del progetto Aquae Patavine per la soprintendenza, “siamo orgogliosi di essere riusciti a ottenere e far fruttare un finanziamento straordinario del ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, stanziato in somma urgenza dopo l’alluvione che, nel febbraio 2014, ha sommerso Montegrotto e con essa le nostre aree archeologiche. L’area che ha sofferto di più ovviamente è stata quella ipogea, sotto l’hotel Terme Neroniane. Grazie a un’intensa attività in questi mesi, però, la nostra soprintendenza è riuscita a risanarla, restaurarla, sostituire la pannellistica completamente marcita, ripristinare l’apparato luminoso, che rappresenta la cifra peculiare dell’area, e migliorarlo con un nuovo scenario”.

La ricostruzione del complesso termale neroniano scoperto nel 1780 da Giovan Antonio Dondi Orologio

La ricostruzione del complesso termale neroniano scoperto nel 1780 da Giovan Antonio Dondi Orologio

La riaperta area archeologica sotto l’hotel Terme Neroniane a Montegrotto Terme, come si diceva, è parte integrante del Progetto Aquae Patavinae, nato nel 2005 con la collaborazione dell’università di Padova, la soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto e il Comune di Montegrotto Terme, per realizzare il Parco Archeologico delle Terme Euganee in cui tutte le aree archeologiche siano collegate e fruibili. Altri siti archeologici situati tra Abano e Montegrotto sono purtroppo andati perduti, ma grazie ad un percorso attrezzato con pannelli esplicativi è possibile ricostruire e visitare virtualmente tutti i principali luoghi che hanno reso importanti e famose le Terme Euganee nell’antichità. L’ampia zona archeologica è stata scoperta nel 1780 da Giovan Antonio Dondi Orologio che qui compì un primo scavo, ma solamente a partire dagli anni ’60 del secolo scorso è stata riportata completamente alla luce attraverso una lunga campagna di scavi e un accurato studio dei reperti. Nell’area sono visibili i resti di una imponente struttura termale risalente all’età augustea (I e II secolo d.C.) costituita da tre grandi vasche-piscine collegate tra di loro da un articolato sistema di canalizzazioni per l’adduzione e il deflusso delle acque termali e da altri edifici funzionali all’accoglienza di coloro che usufruivano delle terme. Si riconoscono i portici, gli spogliatoi, le aree di riposo, i ninfei e pure un piccolo teatro, che completava l’offerta di svago ed intrattenimento del grande complesso termale. Le strutture sono state ricostruite graficamente e illustrate con grande chiarezza nei pannelli espositivi che arredano il percorso di visita.

L'area archeologica di via degli Scavi a Montegrotto

L’area archeologica di via degli Scavi a Montegrotto

La ricostruzione della villa neroniana di Montegrotto

La ricostruzione della villa neroniana di Montegrotto

Visita agli scavi. A poche centinaia di metri dall’area archeologica di via Degli Scavi, oltrepassando la stazione ferroviaria di Montegrotto e imboccando via Neroniana si incontra una importante area archeologica che presenta i resti di una sontuosa villa romana databile agli inizi del I secolo d.C.. La villa è stata in fasi successive ampliata e probabilmente fu utilizzata fino al IV secolo d.C.; a seguito della caduta dell’Impero Romano il territorio euganeo venne progressivamente abbandonato e la lussuosa residenza lasciata cadere in rovina. Sui suoi resti si insediò un villaggio di capanne e più tardi venne edificata una solida dimora signorile, sopravvissuta fino all’alto medioevo e di cui sono ancora visibili alcune parti. Recenti scavi hanno portato alla luce anche alcune testimonianze di epoca pre-protostorica che dimostrano una frequentazione di questo luogo sin dal III-II millennio a.C. Per la tutela e valorizzazione degli importanti ritrovamenti sono state realizzate delle coperture che riproducono nei volumi le dimensioni originarie della villa di età imperiale. Adiacente agli scavi di via Neroniana si trova l’hotel Terme Neroniane, dove sono stati rinvenuti i resti di un altro straordinario complesso termale risalente alla fine del I e inizio del II secolo d.C. C’erano un’ampia sala absidata, vasche adibite all’immersione e al nuoto, con un complesso sistema di circolazione delle acque termali, e vari edifici complementari. Il sito archeologico è visibile dal pavimento a vetrate posto nella sala ristorante dell’hotel ed è stato reso accessibile anche esternamente grazie alla realizzazione di un passaggio che consente di entrare sotto le fondamenta dell’edificio per ammirare da vicino gli scavi. Da luglio e per tutta la stagione estiva, apertura ogni domenica delle aree archeologiche di viale Stazione/via degli Scavi, della villa romana di via Neroniana e sotto l’Hotel Terme Neroniane. Previste visite ogni ora con archeologi: al mattino 10:30 -12:30, al pomeriggio 17-19. Meglio prenotare. Tutti gli altri giorni apertura delle aree archeologiche solo su prenotazione per gruppi, scolaresche, associazioni (minimo 10 partecipanti). Visite in lingua straniera su prenotazione. Per info e prenotazioni: LAPIS Archeologia-Storia-Arte-Ricerca lapisarcheologia@gmail.com