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Roma. Consegnati all’ambasciatore del Messico 101 reperti archeologici trafugati dal Messico e recuperati dai Carabinieri del Tpc di Roma, Udine, Perugia, Ancona e Cosenza

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101 reperti archeologici sono stati consegnati all’ambasciatore del Messico in Italia Carlos Garcìa de Alba da parte del comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Divisione Francesco Gargaro, alla presenza anche della sottosegretaria per gli Affari esteri del Messico, S.E. Maria Teresa Mercado, e del sottosegretario per gli Affari esteri della Repubblica Italia, On. Giorgio Silli. Tra i reperti si menzionano miniature fittili, statuette antropomorfe e zoomorfe in pietra dura, piccoli vasi in ceramica nera con effigie, un vaso in miniatura in ceramica nera con effigie di Tlaloc (la divinità della pioggia) appartenente alla cultura Tolteca-Maya del periodo post-classico (900-1200 d.C.), una piccola figura maschile in ceramica con testa e arti dipinti di rosso risalenti alla cultura Olmeca, Costa del Golfo 1500 – 400 a.C., una statuetta antropomorfa in argilla con tecniche di calco raffigurante una figura con copricapo con fascia frontale e paraorecchie circolari, una “pintadera” fittile di forma triangolare con scena di sacrificio umano e impugnatura a forma di testa di serpente della cultura Azteca, e una coppa tripode emisferica in terracotta riconducibile alla cultura Mixteca-Puebla (XIII/XIV – XVI sec. d.C.). Il recupero degli antichi manufatti è il risultato di diverse attività di indagine condotte dai Nuclei TPC di Roma, Udine, Perugia, Ancona e Cosenza, coordinate dalle rispettive Procure di Roma, Pordenone, Firenze, Ancona e Palmi (RC) che hanno convalidato il sequestro dei beni culturali. I manufatti, sottoposti a studi tecnici a cura dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (INAH) per certificarne la loro autenticità e provenienza dai territori messicani, risalgono a un’ampia attribuzione cronologica e appartenenti a diverse aree archeologiche, dalla cultura Teotihuacana dell’Altipiano Centrale, a quella Zapoteca del periodo classico mesoamericano (150 – 650 d.C.) e preclassico medio mesoamericano (900 – 300 a.C.), e della Costa del Golfo e messicana-azteca del XIV – XVI sec.

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Il valore economico complessivo dei beni è stato valutato in alcune decine di migliaia di euro, tenuto conto della elevata testimonianza storico-culturale. I reperti sono stati giudicati “monumenti archeologici mobili di proprietà della Nazione Messicana”. Nello specifico, il Nucleo TPC di Roma, a seguito di perquisizione domiciliare a carico di un noto trafficante di reperti archeologici, aveva sequestrato numerosi reperti di natura archeologica prevalentemente di cultura precolombiana, tra cui 33 reperti appartenenti al Patrimonio indisponibile del Messico. Le indagini del Nucleo TPC di Perugia sono state attivate a seguito di una segnalazione da parte della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio dell’Umbria circa la presenza sul mercato on line di reperti archeologici messicani pronti per la vendita. Il Nucleo TPC di Ancona aveva proceduto al sequestro dei manufatti archeologici messicani poiché rinvenuti all’interno dell’abitazione di un soggetto a seguito di una richiesta di intervento presso l’abitazione dove era stato segnalato un tentativo di furto. Circa i recuperi conseguiti dal Nucleo TPC di Cosenza, il sequestro aveva tratto origine da un controllo doganale, presso l’aeroporto di Reggio Calabria, sul bagaglio di due passeggeri italiani provenienti dal Messico, procedendo al sequestro di importanti manufatti dell’antica cultura latino-americana. I beni sequestrati dal Nucleo di Udine provenivano da un collezionista che li aveva acquistati presso vari mercatini in Veneto con intento asseritamente filantropico.

Paestum. Al museo Archeologico nazionale chiude la sezione “Paestum: dalla città romana ad oggi” per lavori di manutenzione straordinaria. Dal 1° febbraio un nuovo percorso tematico interamente dedicato al periodo romano

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Al museo Archeologico nazionale di Paestum non chiude dal 13 gennaio 2025 solo la Sala del Tuffatore (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2025/01/13/paestum-sa-al-museo-archeologico-nazionale-chiusa-per-una-settimana-la-sala-del-tuffatore/), ma anche la Sezione espositiva “Paestum: dalla città romana ad oggi”. Ma quest’ultima non una settimana bensì fino al 31 gennaio 2025 per lavori di manutenzione straordinaria nell’ambito dell’Intervento “PNRR MiC, Missione 1, Component 3 – Cultura 4.0 – Misura 1 – Investimento 1.2 Rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei, biblioteche ed archivi. Miglioramento dell’accessibilità fisica e cognitiva del patrimonio archeologico e documentale storico e corrente del parco archeologico di Paestum e Velia” – Museo archeologico nazionale di Paestum – Digitalizzazione e apertura all’utenza dell’archivio storico e corrente”. Spiegano alla direzione del Parco: “Al museo di Paestum si lavora incessantemente per offrire ai visitatori un luogo sempre più accogliente, accessibile e inclusivo. In particolare i lavori in corso riguardano il miglioramento dell’accessibilità fisica e cognitiva del patrimonio archeologico e documentale del Museo”. Dal 1° febbraio 2025 il pubblico avrà a disposizione un nuovo percorso tematico interamente dedicato al periodo romano di Paestum.

Paestum (Sa). Al museo Archeologico nazionale chiusa per una settimana la Sala del Tuffatore

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Da lunedì 13 gennaio a venerdì 17 gennaio 2025, la Sala del Tuffatore del museo Archeologico nazionale di Paestum sarà temporaneamente chiusa, per consentire i lavori di riallestimento della nuova sala dedicata alle Pitture Lucane. Le altre sale del Museo saranno regolarmente aperte.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale prorogata la mostra “Documentare gli Scavi: Pompei nelle imprese editoriali del Regno 1740–1850”

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Allestimento della mostra “Documentare gli Scavi: Pompei nelle imprese editoriali del Regno 1740–1850” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Come si svolgevano gli scavi a Pompei nel primo secolo dopo la scoperta? Perché le pitture erano asportate? A quando risale l’idea di lasciare gli affreschi in situ? E quali erano i rischi? A queste domande prova a rispondere la mostra “Documentare gli Scavi: Pompei nelle imprese editoriali del Regno 1740–1850”, aperta al pubblico nella Sala del Plastico di Pompei al museo Archeologico nazionale di Napoli soffermandosi sul processo di documentazione delle scoperte archeologiche nelle città vesuviane (vedi Napoli. Al museo Archeologico nazionale la mostra “Documentare gli Scavi: Pompei nelle imprese editoriali del Regno 1740–1850”: un viaggio nella storia dell’archeologia e delle metodologie di scavo e ricerca un viaggio nella storia dell’archeologia e delle metodologie di scavo e ricerca | archeologiavocidalpassato). La mostra, prevista in chiusura il 31 gennaio 2025, è prorogata fino al 3 marzo 2025. La scoperta di Ercolano e Pompei, le città seppellite dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ha rivoluzionato l’archeologia, le arti e il gusto dell’Europa del Secolo dei Lumi. Il disseppellimento di intere città antiche, emerse dalla polvere del tempo come se fossero state appena abbandonate, aveva dello straordinario.

Verona. Oggi ultimo giorno di visita dell’anfiteatro Arena. Poi chiude per un mese per i lavori di restauro in vista delle olimpiadi Milano-Cortina 2026

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L’anfiteatro Arena di Verona ospiterà la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici invernali e quella di apertura dei Giochi Paralimpici 2026 (foto comune di verona)

Quando a ottobre 2024 il Comune di Verona aveva annunciato la chiusura per due mesi (15 ottobre – 6 dicembre 2024) dell’anfiteatro Arena per i lavori di restauro in vista delle olimpiadi Milano-Cortina 2026, aveva anche spiegato che con il nuovo anno ci sarebbero state altre chiusure in seguito a nuove valutazioni (vedi Verona. L’Arena chiude quasi due mesi completamente, poi tre settimane parzialmente, per consentire i lavori di restauro e valorizzazione in vista delle olimpiadi Milano-Cortina 2026 | archeologiavocidalpassato), Ci siamo. Oggi, domenica 12 gennaio 2025, ultimo giorno di apertura dell’anfiteatro Arena, che dal 13 gennaio al 10 febbraio 2025 rimarrà chiuso per poter proseguire con i lavori di restauro in corso.

Parco archeologico dell’Appia antica (Roma). A gennaio visite guidate andare alla scoperta del complesso di Capo di Bove e della sua area archeologica

appia-antica_capo-di-bove_visite-guidate-gennaio-2025_locandinaA metà dicembre 2024 è stata inaugurata la nuova sistemazione del giardino del Complesso di Capo di Bove nel parco archeologico dell’Appia antica (vedi Parco archeologico dell’Appia antica (Roma). Inaugurazione della nuova sistemazione del giardino del Complesso di Capo di Bove, con vista guidata e conversazione-concerto | archeologiavocidalpassato); con le feste, sempre a capo di Bove, è stata aperta l’installazione immersiva “Appia Antica. La strada che ci ha insegnato a viaggiare” (vedi Parco dell’Appia Antica (Roma). Al complesso di Capo di Bove un’installazione immersiva permette di viaggiare sulla Regina Viarum da Roma a Brindisi. Ecco gli orari del parco nella prima settimana dell’anno | archeologiavocidalpassato). E ora il parco archeologico dell’Appia Antica propone per gennaio 2025 nuovi imperdibili appuntamenti per andare alla scoperta del complesso di Capo di Bove e della sua area archeologica, con le visite guidate condotte dal personale del Parco, inclusa la visita alla mostra “Via Appia. La strada che ci ha insegnato a viaggiare”. Questi gli appuntamenti con le visite guidate: domenica 12 gennaio 2025, ore 10.30; domenica 26 gennaio 2025, ore 10.30. Ingresso in via Appia Antica 222, Roma. Per partecipare seleziona il biglietto “Visita guidata | Complesso di Capo di Bove” e la tariffa: intero 8 euro / ridotto 2 euro / gratuito e scegli tra le date previste. L’ingresso è gratuito per i possessori di Appia Card previa prenotazione da app o portale Musei Italiani. Il biglietto può essere acquistato: online sul sito Musei Italiani al link: https://portale.museiitaliani.it/…/a62f7628-2b88-42c7…; da telefono con la app Musei Italiani disponibile su Google Play e su App Store; il giorno stesso dai totem posizionati all’ingresso del sito, esclusivamente con carta di pagamento elettronico. Il biglietto consente l’accesso, nell’arco della stessa giornata e senza prenotazione, ai siti di Antiquarium di Lucrezia Romana, Mausoleo di Cecilia Metella, Complesso di Capo di Bove, Villa dei Quintili-Santa Maria Nova.

Napoli. All’Ex Ospedale della Pace conferenza di Riccardo Partinico “I gesti parlano: i segreti nascosti nei movimenti, un viaggio nell’archeologia della gestualità” promossa dall’Archeoclub d’Italia Parthenope con il museo delle Arti Sanitarie

napoli_archeoclub_conferenza-le-ricerche-di-riccardo-partinico_locandinaSabato 11 gennaio 2025, alle 11, all’Ex Ospedale della Pace (via Tribunali 226), l’Archeoclub d’Italia sede di Napoli Parthenope, in collaborazione con il museo delle Arti Sanitarie di Napoli, presenta le ricerche ventennali dello studioso reggino Riccardo Partinico che tiene la conferenza “I gesti parlano: i segreti nascosti nei movimenti, un viaggio nell’archeologia della gestualità. Un’indagine archeologica per decifrare i significati nascosti nei movimenti antichi”. Direttore della testata giornalistica “Il Gazzettino di Reggio”, dottore in Scienze motorie e sportive con oltre 37 anni di insegnamento nella scuola pubblica come docente delle Scienze motorie e sportive; già istruttore di karate e preparatore atletico nonché presidente della SGS Fortitudo 1903 di Reggio Calabria, Riccardo Partinico è autore di diverse pubblicazioni tra le quali “Bronzi di Riace: Pericle e Temistocle” (2024); “Anatomia Archeostatuaria” (2017); “L’Identità Perduta” (2010). Saluti e introduzione di Antonio Arcudi, presidente di Archeoclub d’Italia sede di Napoli, e di Gennaro Rispoli, presidente del museo delle Arti Sanitarie di Napoli. Discussione e conclusioni di Mario Grimaldi, archeologo, docente e ricercatore universitario.

Padova. Al circolo culturale sardo “Eleonora d’Arborea” la conferenza “Nora la più antica città della Sardegna. Trent’anni di scavi e ricerche dell’Università di Padova” con il prof. Jacopo Bonetto

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“Nora, la più antica città della Sardegna. Trent’anni di scavi e ricerche dell’Università di Padova” è il titolo della conferenza in programma sabato 11 gennaio 2025, alle 17, nella sede sociale del circolo culturale sardo “Eleonora d’Arborea” in via delle Piazze 22 a Padova. A presentare i trent’anni di scavi e ricerche condotti dall’università di Padova nell’antica città di Nora, in Sardegna, sarà il professor Jacopo Bonetto, professore ordinario dell’università di Padova. L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti. Nora è considerata la più antica città della Sardegna, con origini fenicie risalenti all’VIII secolo a.C. Grazie agli scavi e alle ricerche dell’università di Padova, sono emersi importanti ritrovamenti archeologici che gettano nuova luce sulla storia e sulla cultura di questa affascinante città. L’attenzione di importanti studiosi appartenenti a varie università, in particolare dell’università di Padova, è la testimonianza della grandezza dell’antica civiltà della nostra Isola.

padova_circolo-culturale_incontro-nora-trent-anni-di-scavi-e-ricerche-dell-università-di-padova_locandinaL’università di Padova è attiva in Sardegna con un progetto di ricerca archeologica che ha come centro di attenzione la città antica di Nora, sita nel comune di Pula in provincia di Cagliari. Il sito, già noto ai viaggiatori ottocenteschi, è stato a lungo indagato nel corso del secolo scorso ed è oggetto di ricerche sistematiche da parte di un gruppo di Atenei italiani dal 1990. In questo ambito l’università di Padova si è occupata di indagare con scavi stratigrafici e rilievi architettonici il settore orientale della penisola su cui si trova la città antica, riportando alla luce edifici pubblici e privati di particolare importanza. Inoltre, negli ultimi anni, nuove attenzioni sono state rivolte ad una grande area funerarie attiva dall’età fenicia fino all’età romana e al pressante problema dell’erosione costiera che minaccia alcuni settori del Parco archeologico. Le ricerche hanno rivolto speciale attenzione anche agli aspetti della divulgazione e della valorizzazione in un sito che proprio nel 2024 ha superato la soglia dei 100mila visitatori annui.

Capo di Ponte (Bs). Al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica la mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: esposti per la prima volta i reperti che, insieme alle incisioni rupestri, raccontano le vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione. Il punto sulle indagini archeologiche in corso

capo-di-ponte_mupre_mostra-4000-anni-al-dos-dell-arca_locandinaA Capo di Ponte (Bs) sul versante orientale della Valle Camonica c’è una collinetta denominata “Dos dell’Arca” dove, nel 1957, l’alpinista e studioso Gualtiero Laeng per primo segnalò la presenza di strutture e reperti preistorici. Le indagini condotte dall’università di Pavia (Progetto Quattro Dossi, 2016-2023) hanno offerto nuovi spunti di riflessione sulla frequentazione di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione. Fino al 22 giugno 2025, al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica di Capo di Ponte (Bs), la mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”, a cura di Paolo Rondini, Alberto Marretta, Maria Giuseppina Ruggiero, espone per la prima volta i reperti che, insieme alle incisioni rupestri, raccontano le vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione, lungo 4000 anni di storia, e fa il punto sulle indagini archeologiche in corso a Dos dell’Arca che – insieme agli altri tre dossi vicini (Piè, Fondo Squaratti e Quarto Dosso) – presenta rilevanti tracce di frequentazione umana dal Neolitico all’età del Ferro ed è tra i contesti più interessanti per la ricerca archeologica e per l’arte rupestre del territorio camuno. L’esposizione, frutto della collaborazione tra la direzione regionale Musei nazionali Lombardia, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia e l’università di Pavia, è un viaggio alla scoperta di relazioni e contatti dentro e fuori la Valle Camonica e ruota attorno al binomio archeologia e arte rupestre. E non poteva essere diversamente in un territorio famoso in tutto il mondo per le sue incisioni, divenute patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1979.

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Scavi archeologici nel sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) dell’università di Pavia (foto unipv)

Segnalato per la prima volta nel 1957 da Gualtiero Laeng, naturalista che ha legato il suo nome alla scoperta dell’arte rupestre camuna nel 1909, Dos dell’Arca fu oggetto di ulteriori indagini archeologiche nel 1962, con la campagna di scavi guidata da Emmanuel Anati. I reperti emersi nel corso degli scavi, datati tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.), fanno parte dal 2014 dell’esposizione permanente del MUPRE. Tra il 2016 e il 2023, a distanza di oltre 60 anni, sono state condotte nuove ricerche in concessione ministeriale dirette dall’università di Pavia con il “Progetto Quattro Dossi”, che gettano nuova luce sulla vita di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione: Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso.

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La mostra “4000 anni a Dos dell’Arca” al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica di Capo di Ponte (Bs) (foto drm-lombardia)

Il percorso espositivo si articola in tre vetrine, ognuna delle quali dedicata ad una delle tre epoche principali di frequentazione dell’area.

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: piccola ascia in pietra verde levigata (Neolitico medio-recente) (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: frammento della roccia 21 che presenta un’area (macula) con tracce di incisione (foto drm-lombardia)

Vetrina 1: reperti del Neolitico tardo-età del Rame (4300-3500 a.C.). La vetrina espone, insieme a raschiatoi e lame in selce, una piccola ascia in pietra verde levigata. Questo reperto è di speciale interesse perché, essendo un prodotto importato, è la prova di contatti e scambi con altre genti. Il frammento della roccia 21, invece, presenta un’area (macula) con tracce di incisione: testimonianza che in quest’epoca le popolazioni che frequentavano l’area si dedicavano anche alla pratica dell’incisione sulle superfici rocciose.

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Mostra “4000 anni al Dos dell’Arca”: la vetrina dedicata all’Età del Bronzo (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: ceramica ad impasto dell’Età del Bronzo medio-recente) (foto drm-lombardia)

Vetrina 2: reperti dell’età del Bronzo Medio e Recente (1650-1250 a.C.). In questo periodo l’attività principale è la metallurgia: ne sono testimonianza ritrovamenti quali le scorie di fusione e gli strumenti da metallurgo (forme di fusione per ascia e pendaglio circolare) qui esposti. Tra i manufatti ceramici, che talora portano segni di combustione, si contano tipologie diverse: accanto a una tradizione locale si trovano ceramiche tipiche delle culture che occupavano la pianura (in particolare il gruppo “palafitticolo-terramaricolo”), le cui genti risalivano le valli alla ricerca di materie prime. In questa fase, Dos dell’Arca è dunque teatro di attività produttive ed è coinvolto in relazioni, forse di scambio, anche a medio-lungo raggio.

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: spirale in bronzo (media età del Ferro) (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: fondo di boccale con iscrizione in alfabeto camuno (età del Ferro) (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: denario in argento (dritto) (metà I sec. a.C.) (foto drm-lombardia)

Vetrina 3: reperti dell’età del Ferro (fine del VI sec. a.C. / I sec. a.C.). Alla fine del VI sec. a.C., dopo secoli di abbandono, la frequentazione di Dos dell’Arca riprende: nel punto più elevato, il “Bastione”, viene costruito un altare rettangolare in blocchi di granito e arenaria presso il quale vengono compiuti rituali come l’accensione di fuochi, il consumo di carni e libagioni. I principali manufatti rinvenuti sono vasi per conservare e consumare bevande: tra questi, i boccali “tipo Breno” a profilo sinuoso decorati o dipinti di rosso sembrano rivestire un ruolo speciale. Nei secoli successivi le attività rituali proseguono, ma cambia la tipologia di manufatto: si afferma a partire dal III sec. a.C. il boccale tipo “Dos dell’Arca”, a volte iscritto con lettere nel locale alfabeto preromano. Tra i rinvenimenti, si contano anche oggetti metallici (laminette e ornamenti in bronzo), sempre riferiti ad attività di culto. Verso la fine del I sec. a.C. Il sito viene abbandonato e le attività di culto trasferite più a valle. In quest’epoca l’intera Valle Camonica è interessata da un processo di romanizzazione, ovvero di progressivo assorbimento – da parte delle popolazioni locali – di usi, costumi, pratiche e linguaggio romani, come testimonia il ritrovamento della moneta romana d’argento qui esposta.

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Esempi di arte rupestre a Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

IL LUOGO E LA SUA STORIA. Dos dell’Arca, la piccola collina ubicata sul versante orientale della Valle Camonica, a Capo di Ponte, poco a nord della Chiesa delle Sante (442 m/slm), presenta forma ovale, irregolare, con i fianchi scanditi da balze di arenaria. L’aspetto e la posizione vicina al torrente Re di Tredenus devono aver attirato l’attenzione delle antiche comunità, che l’hanno frequentata e ne hanno inciso le rocce. La frequentazione di Dos dell’Arca inizia nel Neolitico Recente/Tardo (4300-3500 a.C.) epoca alla quale rimandano alcuni livelli che hanno restituito frammenti di vasi decorati nello stile “tipo Breno” e manufatti in selce e una piccola ascia in pietra verde levigata; resti di cereali e legumi attestano l’agricoltura. I limitati dati sull’età del Rame (3500-2200 a.C.) paiono indicare che in questo periodo il sito fosse visitato sporadicamente. L’arte rupestre mostra la presenza di figure geometriche/astratte, tipiche del Neolitico Tardo/prima età del Rame. Tra 3000-2200 a.C. in Valle sono attivi i santuari megalitici connotati da stele e massi-menhir incisi e a Capo di Ponte, sul versante occidentale, c’è quello di Cemmo.

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Scavi archeologici a Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

Durante il Bronzo Medio e Recente (1650-1250 a.C.), il dosso è interessato da interventi strutturali: il pianoro sommitale (il “Bastione”) è cinto da tratti murari, tra cui un muraglione di grandi blocchi di arenaria e granito (lungo 30 m e largo fino a 3,5 m), che chiude il lato nord. La struttura svolgeva all’esterno la funzione di fortificazione e all’interno di sostegno di nuovi piani di uso che talora coprono rocce incise in precedenza. L’attività principale è la metallurgia documentata da scorie di fusione, resti di focolari e strumenti da metallurgo. La ceramica, oltre a manufatti di tradizione locale, mostra contatti con le culture di pianura, in particolare con il gruppo “palafitticolo-terramaricolo”. I reperti, che si aggiungono a quelli degli scavi del 1962, testimoniano che le genti risalivano le valli alla ricerca di materie prime.

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Panorama del sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto drm-lombardia)

Dopo sei secoli di abbandono, la frequentazione riprende alla fine del VI sec. a.C. (età del Ferro). Sul lato occidentale del “Bastione”, sulla Roccia 50 con incisioni geometriche/astratte, è costruito un altare rettangolare di pietra su cui si svolgono rituali: accensione di fuochi, consumo di carni e libagioni. Tra i vasi per conservare e consumare bevande, i boccali “tipo Breno” sembrano rivestire un ruolo speciale. Simili attività proseguono nei secoli seguenti, quando il protagonista è il boccale tipo “Dos dell’Arca”, a volte iscritto con lettere nel locale alfabeto preromano. Il fianco del “Bastione” è dotato di terrazzamenti colmati dagli scarichi delle attività cultuali che ora comprendono anche laminette e ornamenti in bronzo. La vita procede fino al tardo I sec. a.C. quando, con la romanizzazione della Valle Camonica, qui sancita dal rinvenimento di una straordinaria moneta romana d’argento, il sito è abbandonato e le attività di culto sembrano proseguire, con aspetti simili, nell’area de “le Sante”, poche centinaia di metri più a valle.

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Rilievi e analisi sul sito archeologico di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

LE INDAGINI ARCHEOLOGICHE. La prima segnalazione dell’area è del 1957, quando Gualtiero Laeng individua resti di fortificazioni in pietra e reperti preistorici. Nel 1962, Emmanuel Anati effettua una campagna di scavi e interpreta il dosso come sede di un villaggio. Oltre a 11 rocce incise, individua una serie di strutture, tra cui un muraglione in pietra e quelli che interpreta come resti di capanne, datati sulla base dei reperti tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.). Secondo E. Anati, il dosso era stato la sede di un villaggio, da lui definito “castelliere”. L’attenzione verso il sito riprende tra il 2016 e il 2023 con il “Progetto Quattro Dossi”, diretto dall’università di Pavia, che conduce in concessione di ricerca 5 campagne di scavo e 7 di documentazione dell’arte rupestre. Le indagini hanno riguardato un’ampia area archeologica che ha incluso, oltre a Dos dell’Arca, anche i colli di Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso. Attraverso 5 campagne di scavo e 7 di documentazione dell’arte rupestre, è stato notato che essi condividono caratteristiche geomorfologiche, reperti e strutture (a Fondo Squaratti) e – soprattutto – rocce incise con temi e stili comuni.

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Rilievo 3D del sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

L’attività di indagine sul campo è stata organizzata in modo che la documentazione e lo studio dell’arte rupestre fosse condotta in contemporanea e dal medesimo team che scavava e studiava i resti archeologici. Gli studi hanno così potuto evidenziare l’assenza di rapporti diretti e coevi tra le incisioni e le strutture rinvenute a Dos dell’Arca. L’intervallo cronologico tra le fasi di incisione e quelle di altro uso del luogo sembrano indicare che le due attività fossero separate e indipendenti. Lungo i 4000 anni di storia, dal Neolitico fino alla romanizzazione, le antiche comunità hanno occupato la collina alternando l’utilizzo degli spazi per vivere, per svolgere attività artigianali o di culto alla pratica di incidere le superfici rocciose.

 

Palma di Montechiaro (Ag). Al Palazzo Ducale si inaugura l’Antiquarium “Giacomo Caputo” con una mostra sul “Patrimonio ritrovato” da sequestri e il primo nucleo del futuro museo civico. Libro dell’IC “Tomasi di Lampedusa”

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In Sicilia nasce un nuovo museo archeologico. Venerdì 10 gennaio 2025, alle 10.30, verrà inaugurato al Palazzo Ducale di Palma di Montechiaro (Ag) l’Antiquarium “Giacomo Caputo”, realizzato in collaborazione con il Comune di Palma di Montechiaro. L’esposizione sarà articolata in due sezioni, di cui la prima riservata alla mostra “Il Patrimonio ritrovato. Percorsi di legalità nella Terra del Gattopardo”, costituita da opere oggetto di sequestri e restituiti al demanio regionale; la seconda da reperti provenienti dal territorio di Palma di Montechiaro che vengono esposti per la prima volta, rappresentando così il primo nucleo del futuro museo civico di Palma di Montechiaro. Intervengono il sindaco di Palma di Montechiaro Stefano Castellino, e il soprintendente ai Beni culturali e ambientali di Agrigento Vincenzo Rinaldi. “La sinergia fra le Istituzioni Culturali e le Forze dell’Ordine”, spiegano alla soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Agrigento, “ha dato negli ultimi decenni importanti risultati, non solo con il recupero dei reperti, ma anche con la loro valorizzazione, restituendoli alla collettività, attraverso mostre e altre iniziative che hanno lo scopo precipuo di veicolare messaggi di legalità e sensibilizzazione alle problematiche legate alla tutela del patrimonio culturale”. L’iniziativa vede protagonista la scuola di Palma di Montechiaro, con la partecipazione attiva dell’istituto comprensivo statale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa” e l’istituto di istruzione superiore “Gian Battista Odierna” nell’ambito delle attività culturali promosse dalla Soprintendenza per favorire la partecipazione del mondo della scuola, nella consapevolezza del ruolo centrale che essa riveste nella diffusione dei valori della legalità, intesa in senso ampio, in un dialogo costante con le Istituzioni. Nell’ambito della manifestazione sarà presentato il libro “La Tutela del Patrimonio Culturale. Spiegata e illustrata dagli studenti dell’Istituto Comprensivo statale Giuseppe Tomasi di Lampedusa di Palma di Montechiaro”.