archivio | Roma e Italia RSS per la sezione

“Sulle tracce di Nerone”: seconda tappa dell’itinerario in sei tappe proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: conosciamo i Bagni di Livia, parte della Domus Transitoria

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

Sono noti come Bagni di Livia, ma si tratta di una parte della Domus Transitoria, la prima reggia di Nerone edificata tra il Palatino e l’Esquilino. È questa la seconda tappa “Sulle tracce di Nerone” proposta dal parco archeologico del Colosseo. Lo storico Svetonio nelle Vite dei Cesari (Nerone, 31, 1) critica senza mezzi termini l’opera edificatoria dell’imperatore: “Nerone in nessun’altra cosa fu altrettanto dannoso quanto nel costruire: fece una casa che andava dal Palatino fino all’Esquilino, che chiamò in un primo tempo ‘transitoria’ e, dopo che fu distrutta da un incendio [evidentemente quello del 64 d.C.] e ricostruita, aurea”. Svetonio parla della prima reggia edificata da Nerone tra Palatino ed Esquilino, ma della quale ben poco conosciamo, a parte le strutture sottostanti la coenatio Iovis della successiva domus Flavia.

Ipotesi di ricostruzione della Domus Transitoria di Nerone (foto PArCo)

“La Domus Transitoria, prima residenza di Nerone sul Palatino, distrutta dall’incendio del 64 d.C. che portò alla successiva edificazione della Domus Aurea”, spiegano gli archeologi del parco del Colosseo, “permetteva di “transitare” – come sottintende il nome – dai possedimenti imperiali del Palatino a quelli dell’Esquilino. Oggi, dell’originario edificio neroniano, è ancora possibile riconoscere alcuni suggestivi ambienti. Tra questi, uno spazio occupato da un ninfeo con giochi d’acqua tra forme architettoniche che ricordano una quinta teatrale e un triclinio circondato da colonne di porfido e pilastri in marmi policromi, destinato al riposo e allo svago dell’imperatore. Altre due stanze recano, invece, i segni della preziosa decorazione di affreschi, stucchi e pavimenti marmorei, che sono in parte conservati e visibili nel vicino museo Palatino”.

I Bagni di Livia sul Palatino a Roma (foto PArCo)

Ma perché questa struttura, un monumentale ninfeo e triclinio semi-ipogeo scoperto nel 1721, fu chiamata erroneamente “bagni di Livia”? Perché la presenza di condutture per gli zampilli d’acqua, interpretati allora come bidet, fece pensare che gli ambienti fossero proprio dei bagni, attribuititi all’epoca di Livia per via di una fistula (conduttura, appunto) in piombo con il nome Augustus e la figura di un’aquila.

“Lapilli di Ercolano”: con l’11.ma clip si torna a esplorare i luoghi della città antica: il direttore Sirano ci fa scoprire le Terme Femminili

Con l’11.mo video dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano torniamo a esplorare i luoghi della città antica in compagnia del direttore Francesco Sirano. Con lui entriamo nel reparto femminile dello splendido impianto delle Terme centrali di Herculaneum, alla scoperta dei dettagli e delle storie che questi ambienti conservano intatti ancora oggi. “Non appena entrati ci troviamo in una corte molto piccola, molto raccolta con delle panche su tutti i lati: qui le matrone di Ercolano sedevano in attesa del loro turno per entrare nelle terme in un ambiente tiepido. Mentre di solito c’è un vero e proprio spogliatoio. Ad Ercolano molti spogliatoi sono anche riscaldati. In questo ci sono le tipiche installazioni per deporre i vestiti e le panche prima di cominciare il percorso termale. Sul pavimento in bianco e nero campeggia un tritone circondato da delfini, un polipo, una seppia, tipici animali del Mediterraneo. Ma sopra di lui vola un amorino. Da qui si passa nel tepidarium. Un ambiente estremamente raccolto, ancora una volta con gli stalli per deporre gli asciugamani che indossavano le matrone e sui lati le panche per poter restare sedute. In un angolo c’è la presenza di un incasso dove si trovava un braciere. È possibile che l’ambiente fosse riscaldato o, ancora meglio, le condizioni di umidità fossero regolate attraverso l’utilizzo di questo braciere. Il pavimento in bianconero è uno dei più belli dell’intera Ercolano. All’interno di uno schema geometrico molto intricato e complesso dei quadretti raffigurano oggetti legati al mondo guerriero, come un elmo o la pelta, che era lo scudo delle Amazzoni. Quindi un mondo guerriero al femminile. Ci sono anche oggetti tipici del mondo dell’atletica come l’aryballos, vasetto per unguenti utilizzato dagli atleti prima delle competizioni e degli esercizi ginnici. Altri oggetti rimandano ai piaceri della tavola, al banchetto: un cratere, nel quale venivano mischiati il vino contenuto nell’anfora e l’acqua contenuta nell’idria. Questo liquido veniva prelevato con il colino e veniva poi versato nelle brocche. Dalle brocche il vino andava nelle coppe durante i banchetti. Il tutto era coronato dai piaceri della tavola e della vita e dalla fortuna che portavano i falli. Passando al calidarium, l’ambiente più caldo delle terme, si nota la presenza tipica della base per il labrum, la vasca di marmo con cui ci si sciacquava con acqua gelata. Le panche, questa volta di marmo, riutilizzate, forse provenienti da altri edifici perché sono diverse le une dalle altre. E poi sul fondo del locale la vasca con l’acqua calda. Sul pavimento si vede una grata che nasconde l’accesso alle suspensurae perché anche questo pavimento – come è tipico delle terme romane – poggiava su dei pilastrini che permettevano la creazione di un’intercapedine attraverso la quale passava l’aria calda per mantenere le condizioni di temperatura ideali per le terme”.

Parco archeologico del Colosseo: firmato il protocollo d’intesa con l’ASL Roma 1 per la riapertura nel segno della sicurezza. Visita del direttore Alfonsina Russo al museo Palatino

Il parco archeologico del Colosseo si prepara a riaprire dopo l’emergenza Covid-19 (foto PArCo)

Parco archeologico del Colosseo: la riapertura si avvicina. Firmato nei giorni scorsi un importante protocollo d’intesa tra il Parco archeologico del Colosseo e la ASL Roma 1 che consentirà, dopo un periodo di chiusura determinato dalla pandemia da CoVID-19, la riapertura del Parco archeologico del Colosseo, nel segno della sicurezza, con tutele puntuali sia per il personale che per i visitatori che torneranno a frequentare la storia e la cultura di Roma. La ASL Roma 1 garantirà un supporto su due fronti: dal punto di vista tecnico-scientifico e formativo, per l’attuazione delle misure necessarie alla fruizione del PArCo in sicurezza (anche attraverso la definizione di criteri e linee guida) e dal punto di vista sanitario, con un presidio aperto dalle 10 alle 19 per la gestione dei visitatori risultati “febbrili” con procedure codificate, e l’attivazione di sorveglianza su eventuali casi sospetti, oltre a un più generale intervento di primo soccorso in caso di necessità. Il PArCo contribuirà a sostenere la ASL Roma 1 nell’attivazione del servizio e a favorire la fruizione del suo patrimonio agli operatori sanitari. Il PArCo e l’Azienda Sanitaria realizzeranno congiuntamente materiale informativo per i visitatori, relativamente ai comportamenti corretti anti contagio da tenere durante la visita. Si tratta di una cooperazione che si svilupperà nell’arco di due anni e che prevede anche per il futuro l’organizzazione di iniziative ed eventi, rivolti alla comunità di Roma, finalizzati allo sviluppo di percorsi di promozione della salute e di valorizzazione del legame fra arte e benessere, destinate a fasce di cittadini distinti per età o per esigenze specifiche.

Angelo Tanese, direttore Asl Roma 1, e Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo (foto PArCo)

“Il benessere del nostro personale e dei nostri visitatori”, dichiara il direttore del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, “è una priorità assoluta da sempre, e tanto più ora in questo momento di emergenza. Il PArCo ha lavorato in questi mesi per mettere in campo tutte le azioni volte alla tutela della sicurezza del proprio pubblico, fondamentale per consentirne la riapertura. In questo senso ringrazio il Direttore Generale dell’Asl Roma 1 Angelo Tanese per l’assoluta disponibilità dimostrata a supportare il PArCo con la professionalità e l’importante esperienza maturata in tema di misure di prevenzione e di monitoraggio del contagio CoVID-19. Grazie a questa collaborazione è stato possibile definire tutte le preliminari procedure di sicurezza. E sarà sempre la ASL Roma 1 ad assicurare il costante supporto medico-sanitario in caso di possibili situazioni di emergenza durante gli orari di apertura al pubblico del PArCo. La collaborazione fra le nostre istituzioni, decisiva in questa fase, si pone anche in una prospettiva di servizio di lungo periodo per la comunità di Roma, che si realizzerà attraverso iniziative finalizzate a favorire il benessere dei cittadini. La riapertura del PArCo – conclude Alfonsina Russo – diventa dunque anche un’occasione per rafforzare, in un progetto assolutamente condiviso, il binomio “salute” e “arte” e di questo ringrazio nuovamente la ASL Roma 1, con la sua struttura, per la straordinaria sensibilità e disponibilità dimostrate”. E il direttore generale della ASL Roma 1, Angelo Tanese: “In questo momento storico la mission di una azienda sanitaria deve comprendere anche una funzione di supporto alle altre istituzioni, mettendo a disposizione le proprie competenze per la ripresa delle attività in sicurezza e una gestione tempestiva di persone bisognose di assistenza. Sono particolarmente lieto che questo possa avvenire in un luogo simbolo della nostra storia. Siamo peraltro nel solco di quella tradizione secolare di accoglienza e assistenza sanitaria che è sempre stata offerta ai pellegrini in visita nella città Eterna dalle nostre strutture, a cominciare dall’Ospedale Santo Spirito in Sassia. Ringrazio quindi la direttrice Alfonsina Russo per aver colto questa opportunità, proponendoci una collaborazione di ampio respiro”.

In attesa della riapertura, Alfonsina Russo ci regala una visita nel museo Palatino. Il percorso si articola su due piani. Al pian terreno, in ambienti che conservano le strutture originarie delle domus preesistenti, è narrata la storia del colle dalle origini di Roma fino all’avvento del Principato (I secolo a.C.). Al primo piano, fra le molte opere esposte, da non perdere, nella sala VI, i reperti dell’epoca di Augusto, l’imperatore che per primo modificò l’aspetto del Palatino, e, nella sala VII, i mosaici e le preziose pitture provenienti dalla neroniana Domus Transitoria.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli riapre il 2 giugno in tutta sicurezza: prezzi ridotti, fasce orarie e tre percorsi di visita. Prorogate le mostre “Thalassa”, “Lascaux” e “Cambiamento climatico”. Apre quella sugli Etruschi. Novità le sale degli Affreschi con restyling e aggiornamento

“Il Mann ricomincia da te” è lo slogan proposto per la prima campagna di comunicazione digitale

Il museo Archeologico nazionale di Napoli riapre. In tutta sicurezza, a prezzi ridotti, a fasce orarie, e con percorsi di visita. La Festa della Repubblica al museo Archeologico nazionale di Napoli diventerà anche Festa dell’Arte: il Mann, infatti, riaprirà al pubblico martedì 2 giugno 2020. “Il Mann ricomincia da te. Dai cittadini, dalla comunità dei nostri abbonati, dal territorio, dagli operatori della cultura”, spiega il direttore Paolo Giulierini. “Ricomincia da dove ci eravamo lasciati, dalle università, da chi sta lavorando per far ripartire le scuole e le attività per l’infanzia. Per più di ottanta giorni il portone del Museo è rimasto chiuso, ma non ci siamo mai fermati, la nostra bellezza e la nostra identità hanno viaggiato, sia pur virtualmente, per il mondo. Con emozione ci prepariamo ora alla riapertura nella simbolica data del 2 giugno, con una proposta di fruizione in assoluta sicurezza, ingressi scontati e una offerta più ricca, a partire dagli “Etruschi e il Mann”, una accoglienza speciale per le famiglie. Sarà un piacere per noi salutare i visitatori di questa prima giornata con un piccolo omaggio. Voglio ricordare che chi sceglierà l’abbonamento, ad un costo davvero simbolico, potrà organizzarsi al meglio per godere di tutti i percorsi, in più volte. Ci siamo, quindi. Guardiamo ai prossimi mesi con ottimismo e grande responsabilità. Il passato lo abbiamo subito e affrontato. Il finale però, adesso, lo scegliamo noi. Vi aspettiamo”.

Piccolo calderone dalla tomba Bernardini di Palestrina: sarà esposto alla mostra “Gli Etruschi e il Mann” dal 12 giugno 2020 (foto Mann)

Per dialogare con il pubblico ed informare sulle novità dell’estate, il primo claim della campagna di comunicazione digitale sarà proprio “Il MANN ricomincia da te”. E sicurezza sarà la parola chiave per la ripartenza: in una prima previsione temporale legata all’attuale situazione sanitaria, per visitare il Mann sarà obbligatoria la prenotazione, da effettuare, a partire dal 29 maggio 2020, tramite i siti web http://www.museoarcheologiconapoli.it e http://www.coopculture.it. Il visitatore potrà scegliere, in una specifica fascia oraria di riferimento, fra tre itinerari di scoperta del Museo: il Percorso Classico (Collezione Farnese, Mosaici e Gabinetto Segreto, Collezione Oggetti della vita quotidiana nelle città vesuviane, Tempio di Iside e Sale degli Affreschi); le Nuove Collezioni (Sezione Egizia ed Epigrafica, Magna Grecia, Preistoria e Protostoria); le Mostre Temporanee (“Gli Etruschi e il MANN”, in programma dal 12 giugno 2020; “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, in proroga sino al 21 giugno 2020; “Lascaux 3.0”, visitabile fino al 2 luglio 2020; “Capire il cambiamento climatico”, in calendario sino al 31 agosto 2020). Previa disponibilità di posti nell’orario prescelto, il visitatore avrà modo anche di sommare tutte le opzioni di tour museale.

I reperti dal relitto di Antikytera esposti alla mostra “Thalassa” (foto Mann)

Le procedure organizzative garantiranno la sicurezza del pubblico: il biglietto sarà esclusivamente digitale; all’ingresso del Museo, una telecamera termica consentirà la rilevazione della temperatura corporea, indicando come soglia limite per l’ingresso i 37.5°C; all’interno dell’edificio, sarà indispensabile indossare dispositivi di protezione individuale; nell’itinerario di visita, saranno allestiti pannelli informativi e indicatori per il distanziamento; in alcuni punti degli ambienti, presenti dispenser con gel disinfettante. Le novità procedurali riguarderanno non soltanto i visitatori singoli ed eventuali gruppi, ma anche i titolari di abbonamento OpenMANN: i possessori di card, infatti, dovranno prenotare ogni accesso al Museo; dal 2 giugno 2020, per chi attiverà un’offerta OpenMANN, le tessere annuali saranno esclusivamente vendibili online e disponibili in formato elettronico. Visitare l’Archeologico non sarà soltanto sicuro, ma anche vantaggioso: dal 2 giugno al 31 dicembre 2020, infatti, i prezzi per accedere al Museo saranno sensibilmente ridotti. Ferme restando le gratuità previste dalla legge, saranno queste le tariffe praticate, senza alcun onere aggiuntivo per la prenotazione obbligatoria: biglietto intero, 8 euro; biglietto due adulti over 25 anni: 12 euro; biglietto ridotto: 4 euro; biglietto per cittadini UE dai 18 ai 25 anni non compiuti: 2 euro. Anche l’abbonamento Openmann diventerà sempre più conveniente: l’opzione adulti costerà 10 euro, le card Young (18-25 anni) e Academy (per studenti di qualsiasi corso di laurea e scuola di specializzazione, senza limiti di età) prevederanno un prezzo di 5 euro, la card Family (due adulti over 25) sarà acquistabile a 16 euro. Per I titolari di tessera in corso di validità, sarà garantito un recupero di tre mesi per compensare la mancata fruizione del Museo nel periodo di chiusura: questa dilazione temporale sarà registrata dal sistema in automatico.

“Eracle e Onfale”, affresco scelto per il nuovo allestimento delle sale degli Affreschi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Novità della riapertura, la possibilità di fruire, dal 2 giugno 2020, del restyling delle sale degli Affreschi del Mann: nell’ambito delle attività di riallestimento delle collezioni permanenti anche questa sezione ha richiesto un aggiornamento dei pannelli e delle didascalie, per conseguire una maggiore essenzialità di comunicazione e coordinarsi con la nuova immagine grafica del Museo. Al suo interno, tuttavia, si sono rese necessarie alcune modifiche dovute allo spostamento di alcuni affreschi (due nella sala 68 provenienti dalla Basilica di Ercolano e altri nove nella sala 78 con scene di vita quotidiana dai Praedia di Iulia Felix di Pompei) da collocare nella futura sezione dedicata alla Scultura campana, al piano terra dell’ala occidentale del Museo, per ricomporvi i complessi figurativi di alcuni edifici pubblici di Pompei ed Ercolano. In sostituzione di questi sono stati selezionati dai depositi tre affreschi da Ercolano, da esporre nella sala 68, e specificamente due con prospetti architettonici e un altro con il mito Fedra e Ippolito. Per la sala 78 sono stati scelti sei “ritratti”, con espressivi volti di giovani e donne, nonché i busti di Ercole e di Ercole e Onfale particolarmente notevoli dal punto di vista stilistico.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. alll’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann

La collezione di affreschi e stucchi dipinti provenienti dalle città sepolte dal Vesuvio nel 79 d.C., vanto unico del museo Archeologico nazionale di Napoli, deve essere considerata il più ampio e importante repertorio di pittura romana conservato al mondo, composto da circa 1500 esemplari, e fu esposta nell’edificio monumentale sin dal 1826. L’attuale allestimento della sezione Affreschi, realizzato nel 2009, disegna con oltre 300 esemplari un quadro della pittura romana tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. secondo canoni sia cronologici che storico-artistici, presentando, al contempo, alcuni contesti pittorici significativi per ricostruirne la visione e l’aspetto originari. Dopo la sala 66 introduttiva con la storia della collezione e l’esposizione di oggetti e opere riguardanti la tecnica della pittura antica, segue la sala 68, dedicata ai primi rinvenimenti durante gli scavi borbonici nei siti vesuviani nella seconda metà del Settecento, ove sono mostrati anche alcuni dipinti su marmo, il primo affresco trovato con festoni, il quadretto con la Venditrice di amorini, i pannelli staccati con danzatrici, Satiri funamboli e Centauri e Centauresse. Nella sala 67 sono presentati, invece, gli splendidi apparati pittorici dalla villa di P. Fannius Synistor a Boscoreale in II stile, con la famosa scena di corte ellenistica. Seguono le sale 69, 70 e 71 con esempi pittorici in III stile, databili tra il 15 a.C. e il 45 d.C., provenienti da vari edifici di Pompei ed Ercolano. Fra di essi si segnalano i monocromi dalla villa presso la Reale Scuderia di Portici, gli eleganti affreschi dalla villa di Agrippa Postumo di Boscotrecase, e quelli dalla Casa di Giasone di Pompei. Gli intonaci e gli stucchi dipinti in IV stile dalle case di Meleagro e dei Dioscuri sono presentati nella sala 72. Ai temi mitologici è dedicata la sala 73 con gli affreschi dalle case del Poeta Tragico e di Gavio Rufo, mentre nella sala 74 sono esposti le nature morte e i paesaggi, con la parete dipinta e vari frammenti con pitture di genere dai Praedia di Iulia Felix. Alle pitture di larario è dedicata la sala 75, mentre nella sala 77 sono illustrati gli affreschi dalla Villa Arianna di Stabiae con le famose vignette dal cubicolo raffiguranti la Flora, Leda con il cigno, Medea e Artemide. Infine alla pittura cosiddetta popolare e ai ritratti è riservata la sala 78, ove emerge la famosa scena con la Rissa tra Pompeiani e Nucerini nell’Anfiteatro, rinvenuta in una casa privata di Pompei.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con l’archeologa Annamaria Azzolini la sezione archeologica del castello, alla scoperta del lussuoso corredo della “principessa” longobarda di Civezzano

La sala romana della sezione archeologica del Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Il tesoro della principessa di Civezzano è al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio dedicato alle collezioni archeologiche custodite al Castello del Buonconsiglio. In particolare, Annamaria Azzolini, archeologa del museo, illustra il lussuoso corredo della “principessa” longobarda di Civezzano di cui fanno parte gli splendidi orecchini in oro e ametista.

Negli ambienti più antichi del castello del Buonconsiglio, là dove un tempo sorgeva la domus di Sodegerio di Tito podestà della città di Trento nei primi decenni del XIII secolo, è allestita l’esposizione archeologica permanente museale, una collezione importante che vanta circa 12mila pezzi: sono oggetti per lo più provenienti dal territorio trentino che coprono un lungo arco cronologico che va dalla pre-protostoria al basso Medioevo. “Le collezioni archeologiche medievali – ricorda Azzolini – sono frutto di grandi e importanti donazioni ottocentesche che nobili ed eruditi avevano formato con diligenti cure e molte spese come ammette lo stesso conte Benedetto Giovannelli già promotore di quell’iniziativa che diede i natali al museo civico di Trento nel 1853. Il collezionismo è un fenomeno antico che ha origini assai lontane del tempo. Raccogliere oggetti strani, curiosi, bizzarri risponde a un bisogno antico, al bisogno di portarsi un pezzo del mondo a casa e con questo stesso spirito noi vogliamo portare nelle vostre case un pezzo di questo straordinario mondo museale. Scopriremo insieme oggetti meravigliosi. Vi porterò a vedere la tomba di una donna di altri tempi, una principessa longobarda”.

Così gli archeologi del Castello del Buonconsiglio hanno ipotizzato la principessa di Civezzano

Tra il 1885 e il 1902 a Civezzano, una località poco distante da Trento, durante i lavori agricoli vennero messe in luce una serie di sepolture pertinenti a due distinte necropoli. “Apparve subito chiaro per la presenza di particolari oggetti nei corredi funerari”, spiega Azzolini, “che dovevano trattarsi di sepolture pertinenti a popolazioni allora definite barbare ma che ora sappiamo essere longobarde. Tra le sepolture scoperte nel 1902, una in particolare è rinvenuta nei pressi di Castel Telvana destò molto interesse. Il corredo era composto da preziosi oggetti in oro e argento, un segno questo che l’inumata doveva essere un esponente dell’alta aristocrazia longobarda. Di quel contesto oggi purtroppo non si conserva quasi più nulla. Furono raccolti preziosi oggetti ma tutto venne disperso e con esso importanti informazioni che ci avrebbero potuto chiarire e aiutare a comprendere il costume funerario longobardo grazie al confronto con contesti italiani e stranieri. Noi oggi possiamo proporvi un’ipotesi ricostruttiva e farvi vedere come doveva apparire questa sepoltura. Gli oggetti che facevano parte del corredo dell’inumata pur collocandosi nella tradizione del costume longobardo rivelano un avvenuto processo di assimilazione dei costumi romano-bizantini, e quindi questi elementi ci permettono di datare la sepoltura ai primi decenni del VII secolo”.

Gli straordinari orecchini in oro dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Tra gli oggetti più noti che appartennero a questa donna troviamo un paio di singolari orecchini in oro che rientrano nella tipologia definita a cestello. Presentano un’elaborata lavorazione a traforo e filigrana con tre pendenti arricchiti da perle, ametiste e goccia in lamina d’oro. Questo tipo di orecchini rappresenta dei gioielli esclusivi rari di cui si conservano solo pochi altri esemplari. Sono gioielli il cui rimando alla tradizione romano-bizantina è molto chiaro. Un oggetto unico è la sottile lamina in argento con lavorazione a punzone, forse un elemento decorativo che finora non trova confronto in nessun altro contesto funerario. La fragilità del pezzo, che porta a escludere un suo utilizzo funzionale, sembrerebbe indicarne un uso puramente rappresentativo legato all’alto lignaggio dell’inumata”.

Linguette in bronzo dorato dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Un altro elemento di unicità per l’abbigliamento longobardo ma che trova invece confronto della sepoltura della regina franca Armegonda a Saint Denis, nei pressi di Parigi, è rappresentato dalle guarnizioni per cinture da calza in bronzo dorato con fibbia a placca fissa decorata in stile zoomorfo con teste di animali e rapaci, puntalini con motivi ad albero stilizzato e placche decorate a punzone, il medesimo utilizzato per le lamine in argento. Sempre come elemento distintivo e rappresentativo dell’alto rango è da considerarsi lo spillone in argento con fasce spiraliforme in oro. L’uso è molto antico. Poteva essere portato per appuntare i capelli come ago crinale oppure per allacciare le vesti che nel caso della donna di Civezzano dovevano essere decorate in oro come testimonierebbe il rinvenimento di filamenti di oro nella sepoltura. Una coppia di linguette in bronzo dorato decorate con motivi a zampa di animale e maschera umana dovevano costituire i terminali di una cinturetta in cuoio che era portata a stringere il punto vita. Alcuni vaghi in pasta vitrea colorata sarebbero pertinenti a una collana che la defunta portava al collo secondo l’uso tradizionale”.

Bacile copto in bronzo dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“È proprio del costume longobardo invece la presenza del bacile copto in bronzo presente soprattutto nelle sepolture aristocratiche di alto rango. Il termine copto collega questo oggetto o una serie di prodotti fabbricati in Egitto. Nel corso del VI secolo sono giunti in Occidente tramite commerci e donazioni. Nelle sepolture il bacile viene rinvenuto ai piedi del defunto e questo ne suggerisce un uso rituale nell’evoluzione tipico del mondo mediterraneo tardo-romano. Ancora una volta gli oggetti di questa sepoltura sottolineano il legame con la tradizione romano-bizantina”.

Croce aurea dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’ultimo oggetto che accompagna la donna è una croce aurea dalla straordinaria decorazione. “Nel centro -descrive Azzolini – una sorta di bottone circondato da un doppio nastro intrecciato. Nelle braccia, un motivo con nastro perlinato. Agli angoli delle braccia piccoli fori alludono alla funzione della croce che veniva infatti cucita sul sudario e copriva il volto del defunto. La croce in oro simboleggia un’adesione dell’élite longobarda agli orientamenti politici della società nella quale va a inserirsi e dunque una forma di ostentazione del prestigio dell’aristocrazia prima che un segno della conversione al Cristianesimo. E infatti nel momento in cui vi è piena adesione al culto cristiano il corredo funerario dalle tombe scompare. Gli oggetti deposti nella tomba rappresentano una scelta. Non sono oggetti di uso quotidiano ma oggetti usati nelle grandi occasioni e sono un modo dell’inumato per autorappresentarsi ed esporre il proprio prestigio sociale di questa donna per cui venne realizzata una parure con gioielli esclusivi e che per tradizione è chiamata “principessa di Civezzano”: di lei non sappiamo nulla perché le fonti non ne parlano, possiamo solo immaginarne l’aspetto. Di lei ci rimangono i preziosi monili, di altre principesse gli sguardi immortali che ancora ci osservano da opere straordinarie”.

Fondazione museo civico di Rovereto: in #apertipercultura dedicati a Paolo Orsi un documentario di Osvaldo Maffei (“Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità”) e una pillola di scienza di Barbara Maurina (“Paolo Orsi, le lettere”)

La Fondazione Museo Civico di Rovereto, in questo lungo periodo di lockdown, si è aperta virtualmente, ponendosi al servizio della comunità, anche a distanza, per continuare a offrire appuntamenti scientifici e culturali. Sul sito del museo è stato attivato un piccolo portale #apertipercultura, simboleggiato proprio da una porta di casa che si apre sul mondo della scienza, sulle sezioni, sui reperti, sui siti, sulla storia, sul territorio, su temi interessanti, che si approfondiscono anche a distanza attraverso la voce di esperti, scienziati, ricercatori “amici” del Museo, con pillole di scienza, conferenze, video, articoli, a portata di clic e adatti davvero a tutti. Cinque le sezioni previste: “Succede al Civico – Talk”, “Pillole di scienza”, “Conferenze”, “Documentari”, “Approfondimenti”. Sul grande archeologo roveretano Paolo Orsi la Fondazione Museo Civico di Rovereto in #apertipercultura ha dedicato un documentario (“Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità”) e una pillola di scienza (“Paolo Orsi, le lettere”).

Nel documentario “Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità” l’artista Osvaldo Maffei racconta la genesi della sua installazione di arte contemporanea realizzata nell’ottobre 2018 in occasione della XXIX Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto al teatro Zandonai di Rovereto e della mostra “Margherita Sarfatti. Il Novecento italiano nel mondo” al Mart di Rovereto. L’installazione di Maffei raccorda i due personaggi, l’archeologo roveretano Paolo Orsi (1859-1935) e la scrittrice e critica d’arte veneziana Margherita Sarfatti (1880-1961), e i due eventi culturali roveretani, la Rassegna internazionale del cinema archeologico e la mostra sulla Sarfatti al Mart. Il documentario è realizzato con il contributo di Franco Nicolis, direttore ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento; Barbara Maurina, responsabile della sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto; Patrizia Regorda, Archivi Storici del Mart. “Paolo Orsi – racconta Maffei – nel 1930 dona a questa gentildonna di grande potere un piccolo omaggio che ha una grandissima valenza culturale e rimanda a un vissuto di tipo arcaico”. Si tratta di una serie di 70 calchi in gesso di monete antiche siracusane, oggi in un cofanetto conservato nel fondo archivistico “Margherita Sarfatti” al Mart-Archivio del Novecento, dove è arrivato nel 2009. Come rappresentare in forma artistica il dono? “È la domanda che mi sono fatto”, continua Maffei. “E ho pensato subito a che cosa significa, per esempio, portare delle rose a una signora o magari dei dolcetti, dei cioccolatini. La prima cosa che si fa, si cerca di infiocchettarli, di renderli più attraenti, più piacevoli, con delle carte, delle veline, dei fiocchi. L’idea di scambiare, di giocare sull’equivoco, di scambiare questi piccoli calchi in gesso con delle mentine, con dei piccoli dolcetti di pan di zucchero mi è sembrata un’idea molto divertente, ed è stato l’unico approccio che mi permettesse di lavorare senza entrare in concorrenza, senza diventare un piccolo scienziato inadeguato, ma lavorare per solleticare l’intelligenza e la curiosità degli spettatori del festival e della mostra della Sarfatti che si teneva al Mart in quel periodo”.

“Paolo Orsi. Le lettere”. In questa “pillola di scienza” Barbara Maurina, conservatrice e responsabile della Sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico, racconta dell’archeologo Paolo Orsi e delle straordinarie lettere arrivate fino a noi da una soffitta di un palazzo di Ala. “Da alcuni anni – spiega Maurina – stiamo conducendo uno studio sistematico su una serie di documenti di archivio di grande importanza conservati dalla Fondazione del museo civico di Rovereto. Ma il museo civico di Rovereto fin dalla sua nascita alla metà dell’Ottocento si è sempre occupato di raccogliere e studiare non soltanto reperti ma anche dati archeologici e naturalistici”. Tra i padri fondatori del museo c’è anche Paolo Orsi, che entrò nell’istituzione a 16 anni nel 1875. E alla sua morte nel 1935 lasciò al museo la sua preziosa collezione, un importantissimo patrimonio archeologico e archivistico. “Dal 2010 – continua – è partito un progetto per riordinare, studiare e poi pubblicare sull’archivio on line del museo gli archivi sui grandi protagonisti dell’archeologia a cavallo del Novecento, tra cui i due roveretani Federico Halbherr e Paolo Orsi. Seguo questo lavoro con il collega Maurizio Battisti. I dati raccolti vengono inseriti su un sito on line che viene continuamente implementato”. Dal 2013 nel progetto si è inserito un tassello molto importante: un archivio di 8mila lettere scoperto in una soffitta di un palazzo di Ala in provincia di Trento di proprietà degli eredi di Paolo Orsi. L’archivio era stato suddiviso in 57 faldoni dallo stesso Orsi che definiva questo documenti, come ha scritto lui stesso, “dal naufragio della mia corrispondenza”: lettere sopravvissute alla dispersione. “In realtà questo enorme patrimonio epistolare lo credevamo ormai perduto. Grande è stata quindi la sorpresa al suo ritrovamento. La Fondazione Museo Civico di Rovereto già nel 2013 ha acquisito questo archivio e ha deciso di renderlo subito pubblico con un lavoro di studio, analisi, acquisizione digitale, catalogazione, schedatura e inventariazione. Questo lavoro viene progressivamente pubblicato on line e divulgato attraverso conferenze, convegni, articoli scientifici. Contiamo di portarlo a termine per la primavera del 2021”.

Tivoli (Roma). Villa Adriana, in attesa di tornare ad accogliere il pubblico, apre agli operatori del settore turistico. Lancio del progetto “Villa Adriana tra Cinema e UNESCO”

Villa Adriana: non è ancora una riapertura ufficiale, ma è un inizio. Martedì 26 maggio 2020, alle 10, Villa Adriana a Tivoli, vincitrice del Contest Visit Lazio, nel rispetto della normativa vigente e in attesa della riapertura al pubblico, riapre le porte a una ristretta platea di operatori del settore turistico per condividere e predisporre il nuovo progetto di accoglienza e fruizione del sito maturato nei mesi di emergenza. presenzierà Benedetta Adembri, responsabile di Villa Adriana. Durante la chiusura imposta dall’emergenza, l’Istituto ha svolto lavori la cui organizzazione di cantiere sarebbe risultata invadente rispetto alla fruizione turistica, in particolare sul verde. Villa Adriana, oltre ad aver sperimentato una gestione delle aree dedicate a prato, ha partecipato con la FAI (Federazione Apicoltori Italiani) al Progetto ApinCittà, per il biomonitoraggio ambientale mediante impianto alveari di ape italiana. Il progetto si coniuga alla produzione dell’olio EVO e del pizzutello, che le Villae già promuovono. In tutto l’Istituto sono stati oggetto di attenzione gli spazi verdi e aperti, polmone dei siti e cuore dell’accoglienza al pubblico.

Il logo del Villae Film Festival a Tivoli (Roma)

Le Villae intendono poi lanciare delle nuove proposte culturali, a partire da Villa Adriana che, con il progetto espositivo 60/20: Villa Adriana tra Cinema e UNESCO (29 giugno – 30 settembre 2020), celebra l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’umanità e la fortuna nel cinema del sito, ormai parte di un immaginario universale e condiviso. La mostra è intimamente legata al Villae Film Festival con il quale l’Istituto indaga il rapporto tra cinema e arte. A breve le date di riapertura e le modalità di fruizione dei siti di Villa Adriana e del Santuario di Ercole Vincitore.