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Tra mammuth e tigri dai denti a sciabola: riapre il museo Paleontologico di Montevarchi, uno dei più antichi d’Europa: allestimento innovativo multimediale per conoscere il Valdarno tre milioni di anni fa

L'impressionante fossile di Mammuthus meridionalis "simbolo" del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno

L’impressionante fossile di Mammuthus meridionalis “simbolo” del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno

Il manifesto dell'inaugurazione del rinnovato museo di Montevarchi

Il manifesto dell’inaugurazione del rinnovato museo di Montevarchi

Il Valdarno si distende tra il massiccio di Pratomagno e le dolci colline ridisegnate ad arte dai vigneti del Chianti, con l’orizzonte mosso da filari di cipressi che impettiti resistono al vento, e la base dei poggi ricca di opifici tra le moderne vie di comunicazione: un paesaggio accogliente valorizzato dai molti agriturismi, oasi di relax e di tentazioni per il palato. Ma ora chiudiamo gli occhi e prepariamoci a un viaggio indietro nel tempo di alcuni milioni di anni. Quando li riapriremo, davanti ai nostri occhi apparirà un mondo fantastico: una giungla equatoriale che lascia via via il posto a una tundra popolata di animali terrificanti, come l’immenso mammuth o la temibile tigre dai denti a sciabola. Non siamo su set di un sequel di Jurassik Park, ma all’ingresso del rinnovato museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno, uno dei più antichi d’Europa con quasi due secoli di vita, museo che sabato 6 dicembre riapre al pubblico dopo oltre sei anni di chiusura impiegati per dotare la celebre istituzione di un allestimento al passo con i tempi. Il restauro si deve a un forte impegno economico della Regione Toscana e del Comune di Montevarchi, proprietario di gran parte della struttura in cui il nuovo museo può finalmente valorizzare le sue ricchezze, ovvero l’ex convento trecentesco di San Lodovico: una delle più interessanti raccolte europee di fossili, tutti estratti da quell’immensa “miniera” che è il territorio del Valdarno. Qui tra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore, ovvero tra 5,332 e 2,588 milioni di anni fa, una giungla equatoriale si trasformò gradualmente in una tundra sotto la quale, per una singolare fortunata combinazione chimico fisica, i resti degli antichi animali si fossilizzarono perfettamente. Le scoperte datano già in epoca medicea ma il sottosuolo continua a offrire sempre nuove sorprese. “Le potenzialità del rinnovato museo Paleontologico sono fortissime”, assicurano i responsabili dell’accademia Valdarnese, titolare del museo. “Fortissime soprattutto in ambito didattico, vista la possibilità e l’ambizione di proporre numerose attività anche in orario extrascolastico per bambini e famiglie. Ma siamo anche convinti che il “nuovo” Paleontologico con la storia naturalistica di un territorio come il Valdarno avrà un grande appeal turistico soprattutto all’estero”.

Una delle gallerie del museo Paleontologico di Montevarchi nell'allestimento ottocentesco

Una delle gallerie del museo Paleontologico di Montevarchi nell’allestimento ottocentesco

Il museo Paleontologico di Montevarchi, che – come detto – appartiene all’accademia Valdarnese del Poggio, nasce intorno al 1809 da una raccolta donata dal monaco di Vallombrosa Luigi Molinari. Poco dopo Georges Cuvier, fondatore della paleontologia moderna, studiò questi primi reperti che erano allora conservati nei locali del convento dei Minori Francescani di Figline Valdarno. Nel 1818 la raccolta, assieme alla sede dell’accademia e al fondo librario nel frattempo costituitosi, fu trasferita nei locali attuali di Montevarchi e fu aperta al pubblico ufficialmente nel 1829. Mezzo secolo dopo, fra il 1873 e il 1880, il prof. Paolo Marchi di Firenze e il prof. Forsyth Major di Glasgow classificarono i 732 reperti fino allora raccolti e iniziarono a compilare il relativo catalogo. Fu poi il prof. Giovanni Capellini, geologo e paleontologo cui è dedicato il museo Geologico e Paleontologico dell’università di Bologna, a continuare la catalogazione mentre il museo si arricchiva di nuovi pezzi. La raccolta nel tempo si è ampliata con nuove scoperte per lo più in ambito locale, cui hanno sostanzialmente contribuito le segnalazioni da parte di contadini e abitanti del territorio.

Il paesaggio del Valdarno superiore ben diverso da quello di tre milioni di anni fa

Il paesaggio del Valdarno superiore ben diverso da quello di tre milioni di anni fa

La ricostruzione del paesaggio del Valdarno nel Pleistocene

La ricostruzione del paesaggio del Valdarno nel Pleistocene

L’allestimento originale, che rispecchiava il concetto ottocentesco di esposizione museale, articolato in quaranta vetrine disposte in tre gallerie, è stato sostituito da un allestimento moderno che disegna un percorso didattico in grado di stimolare l’interesse e arricchire la conoscenza del visitatore. Dopo un primo corridoio in cui si ripropone un saggio dell’allestimento ottocentesco, si passa al nuovo, in cui ogni reperto esposto nelle vetrine è illustrato da didascalie. Ci sono poi pannelli su alcuni aspetti peculiari del territorio come le trasformazioni delle faune, delle flore e delle condizioni climatico – ambientali che hanno accompagnato la storia del Valdarno negli ultimi tre milioni di anni.

Il nuovo allestimento del museo di Montevarchi con pannelli didattici e supporti multimediali

Il nuovo allestimento del museo di Montevarchi con pannelli didattici e supporti multimediali

Il museo di

Un fossile di mammifero conservato al museo Paleontologico

Un fossile di mammifero conservato al museo Paleontologico

Montevarchi accoglie circa 2600 reperti. Fra essi si distinguono fossili vegetali, come le noci di Juglans tephrodes e le foglie di Platanus aceroides e una ricca collezione di fossili animali, provenienti quasi esclusivamente dal Valdarno Superiore e di età compresa fra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore. Tra gli esemplari più interessanti del museo un gigantesco scheletro di elefante – Mammuthus meridionalis – quasi completo con enormi zanne di oltre tre metri di lunghezza di 320 cm, popolarmente noto come “Gastone l’elefantone”, il cranio della tigre dai denti a sciabola – Homotherium crenatidens -, chiamata così per le dimensioni dei canini superiori, i crani di Hystrix etrusca, e il cranio del Canis etruscu, il “Tipo”, cioè il primo che ha dato origine ad una nuova specie. Una delle ultime acquisizioni sono i resti fossili di Palaeoloxodon antiquus, giovane elefantessa divenuta subito popolare col nomignolo di “La Giulia”. Questo ritrovamento, avvenuto nel 2001 nell’Aretino in località Campitello, vicino a Bucine, è particolarmente importante perché associato a tre strumenti litici con ancora i resti delle legature originali.

Il moderno allestimento del museo Paleontologico ricco di informazioni

Il moderno allestimento del museo Paleontologico ricco di informazioni

Numerosi sono i disegni, le tavole di confronto e soprattutto le ricostruzioni paleoambientali che si articolano lungo il percorso. Il visitatore può approfondire dinamicamente la storia del Valdarno Superiore soffermando la sua attenzione su una serie di video, dislocati lungo il tracciato, nei quali vengono ricostruite le cause e gli effetti delle oscillazioni glaciali-interglaciali, i caratteri della foresta equatoriale caldo-umida diffusa nel Valdarno 3.1 milioni di anni fa e infine altri video nei quali sono approfonditi i caratteri delle singole specie rinvenute nella argille e nelle ligniti della fase a foresta. Prospettive scenografiche in cui le figure si compongono e si scompongono a seconda del punto di osservazione, ricostruzioni di uomini primitivi e multimedialità fanno da cornice capace di suggestionare il visitatore e di incantare soprattutto i più piccoli.

I semi di uva recuperati da Alvaro Tracchi nel sito etrusco-romano di Cetamura del Chianti

I semi di uva recuperati da Alvaro Tracchi nel sito etrusco-romano di Cetamura del Chianti

Il percorso del museo Paleontologico è completato da una nuova sezione archeologica dedicata allo studioso locale Alvaro Tracchi, con reperti etruschi provenienti dal territorio del Valdarno, ma anche dalla zona del Viterbese. “Gli apparati didattici e la multimedialità”, spiegano in accademia, “permetteranno di proporre una didattica archeologica innovativa, capace di approfondire tematiche sulla vita quotidiana in età lontanissime”. Infine la nascita di un laboratorio di restauro interno, che permetterà di monitorare lo stato di conservazione del materiale e di intervenire tempestivamente, ma anche di svolgere attività didattiche per bambini per lo sviluppo della manualità o corsi di formazione per adulti.

Uomo preistorico in Valdichiana: 45mila anni concentrati nel rinnovato museo per la Preistoria del Monte Cetona con il Parco archeologico-naturalistico e l’Archeodromo di Belverde

Lo scheletro dell'orso speleo nelle sale del museo per la Preistoria del Monte Cetona

Lo scheletro dell’orso speleo nelle sale del museo per la Preistoria del Monte Cetona

Dai resti di un mammut allo scheletro di un orso speleo, dagli utensili in selce utilizzati dall’Uomo di Neanderthal, a vasellame, oggetti in metallo, osso e pietra del Neolitico e dell’età del Bronzo: più di 45mila anni di testimonianze della presenza dell’uomo preistorico nella Valdichiana senese, materiali che documentano l’ambiente naturale antico e la Preistoria del territorio, concentrati nelle nove sale del rinnovato museo per la Preistoria del Monte Cetona che è stato inaugurato nei giorni scorsi a Cetona in provincia di Siena. I promotori avevano annunciato che tutte le novità, legate al progetto di ammodernamento e al nuovo allestimento delle sale del museo civico, sarebbero state “svelate” in una cerimonia ufficiale nella struttura al piano terra del Palazzo comunale di Cetona, nel centro storico del borgo chianino, alla presenza del sindaco Eva Barbanera, e del direttore del museo, Maria Teresa Cuda, insieme ai rappresentanti di quanti hanno sostenuto e contribuito alla realizzazione del progetto: la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana, la soprintendenza per i Beni archeologici dell’Umbria, la Regione Toscana, l’università di Siena con il dipartimento di Archeologia e storia delle arti, la fondazione Musei Senesi, Gal Leader Siena, l’Unione dei Comuni Valdichiana Senese e la Provincia di Siena. E le aspettative non sono andate deluse.

La ricostruzione dell'ambiente dove viveva l'uomo preistorico nell'area del Monte Cetona

La ricostruzione dell’ambiente dove viveva l’uomo preistorico nell’area del Monte Cetona

Nove sale – una in più rispetto al passato – con postazioni multimediali, nuovi pannelli didascalici e vetrine espositive dove centinaia di reperti, alcuni dei quali esposti per la prima volta, testimoniano la presenza dell’Uomo sul Monte Cetona dal Paleolitico medio (oltre 50mila anni fa) all’Età del Bronzo (secondo millennio a.C.). L’intervento di ammodernamento, avviato nel settembre 2013, ha restituito un museo più accessibile, moderno e interattivo, che per tutto il mese di novembre l’ingresso al nuovo museo civico sarà gratuito: e fino a domenica 23 novembre la struttura sarà aperta, con orario straordinario, tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Il nuovo allestimento del museo civico per la Preistoria del Monte Cetona in Valdichiana

Il nuovo allestimento del museo civico per la Preistoria del Monte Cetona in Valdichiana

Le nove sale del nuovo museo ospitano quattro sezioni cronologiche per approfondire la vita preistorica sul Monte Cetona dal Paleolitico all’Età del Bronzo passando per il Neolitico e l’Età del Rame. Ogni sezione conta sul supporto di postazioni multimediali e pannelli esplicativi. “Fin dalla sua nascita, nel 1990”, spiega il direttore, “il museo civico per la Preistoria del Monte Cetona ha voluto contestualizzare i reperti nel territorio da cui provengono, dando un’impostazione didattica all’esposizione e alla conoscenza dei reperti rinvenuti nel corso degli anni nelle numerose cavità di Belverde e nella Grotta Lattaia. A questi si uniscono quelli recuperati nella Grotta Beato Benincasa, a Monticchiello, e nella Grotta dell’Orso, a Sarteano”. Come si diceva, il nucleo principale del museo riguarda la vasta collezione di reperti recuperati nell’area di Belverde, sulle pendici del Monte Cetona, dove si trova anche l’omonimo parco archeologico-naturalistico. Qui, nel 1927, avviò le sue prime ricerche l’archeologo perugino Umberto Calzoni, che scoprì quasi casualmente le testimonianze dell’intensa frequentazione preistorica e l’imponente formazione di travertino, la cosiddetta “scogliera”, composta da blocchi accatastati gli uni sugli altri. Questi, con il passare del tempo, hanno creato cunicoli e gallerie collegati fra loro da una sorta di labirinto naturale, usati in epoca preistorica come rifugi, luoghi di culto e di sepoltura e oggi visitabili in piccoli gruppi e con una guida. Le indagini archeologiche nell’area hanno restituito reperti di vario genere, tra cui resti di orso speleo, utensili in selce utilizzati dall’Uomo di Neanderthal, raffinato vasellame, oggetti in metallo, osso e pietra risalenti al secondo millennio a.C. e altri oggetti testimonianza di vita quotidiana.

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

L’ammodernamento e il nuovo allestimento coinvolgono in maniera dinamica i visitatori nel viaggio alla scoperta della preistoria del Monte Cetona. “Il nuovo volto del Museo Civico segna una tappa importante nella promozione storica e culturale dell’area, che conta anche sul Parco archeologico-naturalistico e sull’Archeodromo di Belverde, con l’opportunità di vivere un’esperienza unica di archeologia sperimentale”.

L'ingresso di una grotta visitabile nei percorsi del parco archeologico-naturalistico di Belverde

L’ingresso di una grotta visitabile nei percorsi del parco archeologico-naturalistico di Belverde

La ricostruzione dell'interno di una capanna preistorica all'Archeodromo

La ricostruzione dell’interno di una capanna preistorica all’Archeodromo

Strettamente collegato al museo è infatti il Parco archeologico-naturalistico di Belverde dove è possibile visitare alcune delle cavità che si aprono nel travertino, adeguatamente illuminate e attrezzate quali la grotta di San Francesco, gli antri della Noce e del Poggetto, frequentate dall’uomo per scopi funerari o di culto, e i resti degli abitati all’aperto. L’area del parco è caratterizzata da “presenze vegetali” che mostrano scarsi segni di intervento antropico: una sorta di oasi in cui l’elemento storico-archeologico e quello naturalistico sono intimamente legati. Infine c’è l’Archeodromo di Belverde, situato non lontano dall’omonima zona archeologica, un percorso didattico creato per completare e integrare la visita al Museo e al Parco. Le ambientazioni, le strutture e i manufatti riprodotti si ispirano alle due fasi della preistoria meglio documentate in questo territorio: sono stati ricostruiti una parte di un villaggio dell’età del bronzo, con capanne a grandezza naturale e aree per le attività artigianali, e un abitato in grotta del paleolitico medio. I due settori sono collegati da un itinerario nel bosco e lungo la balza rocciosa sovrastante le cavità di Belverde, da cui si gode un ampio panorama sulla Valdichiana. In una apposita area è allestito uno spazio per la simulazione degli scavi archeologici. La visita prende avvio dal Centro servizi del parco, una struttura in cui sono presenti aule per attività didattica, un punto informazioni, sosta e ristoro per i visitatori. Nei vari settori dell’archeodromo – interamente accessibile ai disabili ad eccezione della grotta – vengono effettuate visite guidate, laboratori tematici, attività di sperimentazione, simulazione e animazione con operatori specializzati. E per chi vuole conoscere da vicino il nuovo museo civico per la Preistoria del Monte Cetona e scoprire il patrimonio storico e archeologico locale, è possibile seguire la pagina Facebook Museo Civico Cetona, il profilo Twitter MuseoPreistCetona e il profilo Instagram, MuseoPreistoriaCetona, seguendo l’hashtag #PreistoriaCetona.

A Pilastri di Bondeno, nella campagna ferrarese, si scava una terramara di 3500 anni fa. Ricerche in diretta su Internet e in contemporanea mostra al museo Archeologico di Ferrara. L’ambra e il mito di Fetonte, Eridano e le Eliadi

Il fondo Verri di Pilastri di Bondeno dove si sta scavando una terramara del Bronzo medio e recente

Il fondo Verri di Pilastri di Bondeno dove si sta scavando una terramara del Bronzo medio e recente

Tre anni per dare un volto e una forma alla vita dei nostri antenati che più di tremila anni fa popolavano il Basso Polesine a un passo dal grande fiume in quello che oggi è la campagna ferrarese. È l’impegno assunto dalla soprintendenza ai Beni archeologici dell’Emilia Romagna che ha firmato quest’estate una convenzione con Comune di Bondeno, associazioni locali e una équipe interdisciplinare di archeologi delle Università di Padova e di Ferrara, per l’indagine archeologica del fondo Verri di Pilastri di Bondeno, uno dei più antichi siti noti della provincia di Ferrara, e che nella prima campagna di scavo in corso ha già restituito – tra l’altro – frammenti di ambra che portano immediatamente ai miti di Fetonte, di Eridano e delle sorelle Eliadi, leggende legate indissolubilmente con la pianura Padana e il fiume Po.

Il logo del progetto di ricerca archeologica "Terramara di Pilastri" a Bondeno, nel Ferrarese

Il logo del progetto di ricerca archeologica “Terramara di Pilastri” a Bondeno, nel Ferrarese

A Pilastri ci sono infatti i resti di un insediamento dell’Età del Bronzo medio e recente (3600-3200 anni fa), con caratteristiche affini ai villaggi della “civiltà delle Terramare” documentati nella pianura Padana centro-occidentale. Non è un caso che il progetto scientifico lanciato da questa importante quanto poco percorsa collaborazione tra enti pubblici, università, soprintendenza, associazioni, sponsor privati, e il coinvolgimento diretto della cittadinanza-pubblico perché si “appropri” di un bene identitario della comunità, sia lo studio, la conservazione-salvaguardia e la valorizzazione della “Terramara di Pilastri”, già interessata lo scorso anno e nel 1989 da una serie di indagini che ne hanno messo in luce la natura e l’interesse archeologico.

La ricostruzione di una terramara dell'età del Bronzo in pianura Padana

La ricostruzione di una terramara dell’età del Bronzo in pianura Padana

Le Terramare (il termine deriva da terra marna che in dialetto emiliano significa “terra grassa” con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, tipica dei depositi archeologici pluristratificati) erano antichi villaggi dell’età del bronzo media e recente (1650-1150 a.C.) dell’Emilia e delle zone di bassa pianura Padana. Espressione dell’attività commerciale dell’età del Bronzo, sono insediamenti lungo una via che attraversava le Alpi nella Val Camonica e giungeva alle sponde del Po, dove venivano costruite le terramare che fungevano da depositi e punti di partenza delle merci costituite da ambra del mar Baltico e stagno dai monti Metalliferi, con direzione lungo il Po fino alla foce e all’Adriatico, verso il mar Mediterraneo orientale, l’Egeo, Creta, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto.

Bambini della scuola primaria di Pilastri in visita al cantiere di scavo

Bambini della scuola primaria di Pilastri in visita allo scavo

“L’indagine”, spiegano i promotori, “inserita nel più ampio progetto denominato “Memoria & Terremoto” perché nato direttamente dall’esperienza post-sisma, ha tuttavia un importante obiettivo sociale oltre che scientifico, già messo in pratica nelle indagini preliminari del 2013, quello di condividere il più possibile l’esperienza di scavo col pubblico, in modo da far sì che il passato rimesso in luce dall’archeologia sia percepito come una realtà attuale e condivisa; come parte integrante di una identità sempre di più collettiva e, al tempo stesso, come nuova potenziale risorsa e prospettiva di sviluppo attraverso la riscoperta delle radici e delle peculiarità del territorio”.

Allo scavo archeologico partecipano ricercatori e studenti delle università di Padova e di Ferrara, e membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara

Allo scavo archeologico partecipano ricercatori e studenti delle università di Padova e di Ferrara, e membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara

Dal 15 settembre e fino al 31 ottobre la Terramara di Pilastri è oggetto della prima campagna di scavo, diretta dalla soprintendenza in collaborazione con la ditta Petra di Padova, cui partecipa un nutrito gruppo di ricercatori e studenti provenienti dalle università di Padova e di Ferrara, con il supporto di alcuni membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara. “L’indagine”, sottolineano in soprintendenza, “si avvale di tecniche d’avanguardia volte non soltanto a raccogliere ulteriori informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’insediamento ma, soprattutto, a indagare e ricostruire le modalità di vita della popolazione e l’ambiente che caratterizzava l’epoca della terramara, riservando particolare attenzione agli aspetti bio-archeologici, al fine di ricomporre nel dettaglio l’alimentazione e le forme di sussistenza dei nostri antenati”. Il progetto, ricorda il sindaco di Bondeno, Alan Fabbri, presente all’avvio delle ricerche, è stato possibile “grazie alla disponibilità dei proprietari e conduttori del terreno – in primis Giuseppe Papi – e al cospicuo contributo messo a disposizione dal comune di Bondeno e da ulteriori sponsor individuati sul territorio cui, si spera, altri se ne vorranno aggiungere nel prosieguo dell’iniziativa”.

Lo scavo archeologico è attento a ogni dettaglio che il terreno restituisce per capire meglio i nostri antenati

Lo scavo archeologico è attento a ogni dettaglio che il terreno restituisce per capire meglio i nostri antenati

Una ricostruzione della vita quotidiana in una terramara di 3500 anni fa

Una ricostruzione della vita quotidiana in una terramara di 3500 anni fa

“Tra gli obiettivi principali dell’indagine”, interviene il direttore dello scavo, Valentino Nizzo della soprintendenza ai Beni archeologici dell’’Emilia Romagna (SBAER), “non vi è solo quello di raccogliere ulteriori informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’insediamento ma, soprattutto, di indagare e ricostruire le modalità di vita della popolazione e l’ambiente che caratterizzava l’epoca della terramara, vale a dire fra i 3600 e i 3200 anni fa”. Non è un caso che l’équipe scientifica mette in campo le più aggiornate tecniche d’indagine bioarcheologica al fine di ricomporre nel dettaglio l’alimentazione e le forme di sussistenza dei nostri antenati. E poi, come già accennato, c’è l’idea, già sperimentata nelle prospezioni del 2013, di condividere il più possibile l’esperienza di scavo col pubblico, in modo da far sì che il passato rimesso in luce dall’archeologia sia percepito come una realtà condivisa, come parte integrante di una identità sempre di più collettiva e, al tempo stesso, come nuova potenziale risorsa e prospettiva di sviluppo attraverso la riscoperta delle radici e delle peculiarità del territorio. “Abbiamo creato un apposito network”, spiegano gli archeologi, “una finestra sul progetto accessibile da tutti gli interessati attraverso il portale terramarapilastri.com, un modo per coinvolgere virtualmente il pubblico non solo locale e invogliare chi vorrà a visitare gratuitamente lo scavo e a partecipare a tutte le iniziative che, fino al 31 ottobre, impegneranno sul sito archeologi e volontari”.

Giù in questa prima campagna di scavo ufficiale sono molti i reperti restituiti dalla terramara di Pilastri

Giù in questa prima campagna di scavo ufficiale sono molti i reperti restituiti dalla terramara di Pilastri

Il manifesto della mostra "Archeologia a Pilastri: ieri e oggi" aperta a Ferrara

Il manifesto della mostra “Archeologia a Pilastri: ieri e oggi” aperta a Ferrara

Ma col 31 ottobre sulla terramara di Pilastri non cala il silenzio, anzi. Un paio di settimane dopo l’avvio della campagna di cavo 2014, e precisamente il 4 ottobre, nella Sala delle Carte Geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara, alla presenza del sindaco Alan Fabbri e dell’archeologo Valentino Nizzo, responsabile degli scavi, è stata inaugurata la mostra fotografica e archeologica “Archeologia a Pilastri Ieri e Oggi. Con le mani nella terra”, un racconto attraverso foto e reperti archeologici inediti che illustra i vari momenti dello scavo della terramara di Pilastri, dagli esordi nel 1989 fino alla recente ripresa delle indagini del 2013, culminata con la sottoscrizione della convenzione triennale tra Comune e soprintendenza. La mostra, promossa dal Comune di Bondeno e dalla soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna, con la collaborazione dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara e dell’associazione Bondeno Cultura, è stata organizzata e allestita sotto la direzione scientifica di Valentino Nizzo (SBAER), con il contributo e la collaborazione di Giulio Pola, Stefano Tassi (foto e allestimento), Giulia Osti, Margherita Pirani e Lara Dal Fiume (curatela, comunicazione e allestimento). Restauri: Valentina Guerzoni.

La terramara di Pilastri ha restituito frammenti di ambra che rimanda al mito padano di Fetonte, Eridano e le Eliadi

La terramara di Pilastri ha restituito ambra che rimanda al mito padano di Fetonte, Eridano e le Eliadi

Fino al 30 novembre reperti e fotografie racconteranno, in un percorso organico, in cosa consiste il lavoro dell’archeologo e non solo, descrivendo visivamente tutte le attività che a esso sono e devono essere correlate: dalla ricognizione allo scavo passando per la comunicazione e la didattica. Le fotografie sono state realizzate nel corso della campagna del 2013 da Stefano Tassi e Giulio Pola, tra i protagonisti dell’iniziativa sin dal suo avvio, insieme ai volontari dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara che hanno contribuito alla realizzazione delle ricerche e, soprattutto, alle iniziative didattiche ad esse correlate, nelle quali sono stati finora coinvolti giovani alunni delle scuole elementari e medie del territorio di Bondeno e di quelli limitrofi. Il tutto – come si diceva – mentre a Pilastri, dal 15 settembre, sono riprese le attività didattiche e quelle di scavo. Con tempismo privo quasi di confronti, una parte dei rinvenimenti più significativi effettuati nel villaggio terramaricolo è stata esposta in mostra, pochi giorni dopo essere riemerso da quasi 3500 anni di oblio. Tra di essi spiccano alcuni frammenti di ambra, di probabile provenienza baltica, che riportano d’attualità le antiche leggende relative a Fetonte, all’Eridano (antico nome del Po) e alle lacrime delle Eliadi, sue sorelle. Gli antichi localizzavano proprio lungo il Po le leggende sull’origine dell’ambra, che non sarebbe altro che le lacrime pietrificate delle sorelle di Fetonte, le Eliadi (che a loro volta erano state trasformate in pioppi), che piangevano lo sfortunato figlio del Sole, folgorato da Zeus per impedirne la corsa omicida col carro solare del padre. “L’obiettivo – conclude il sindaco di Bondeno – è di estendere a un pubblico il più ampio possibile la conoscenza di uno dei siti storici e archeologici più importanti della provincia, incoraggiando quanti non lo hanno già fatto a visitarlo mentre gli scavi e le attività che lo accompagnano sono ancora in corso”.

 

Le civiltà precolombiane conquistano il pubblico della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: 1° premio, i Maya; 2° premio, il Perù preincaico; 3° premio, i guerrieri sciti degli Altai

Il manifesto della 25.ma Rassegna di Rovereto

Il manifesto della 25.ma Rassegna di Rovereto

Le civiltà e i popoli precolombiani conquistano il preparato ed esigente pubblico della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto diretta da Dario Diblasi, promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto in collaborazione con la rivista Archeologia Viva. Così nella serata finale di sabato 11 ottobre, dei tre posti del podio del premio “Città di Rovereto-Archeologia Viva”, assegnato appunto con i voti del pubblico, due sono andati a film su popoli precolombiani dell’America latina: dai Maia dello Yucatan alle culture preincaiche del Perù. La 25.ma Rassegna è stata vinta dal film statunitense Dance of the Maize God/La danza del dio del mais. Secondo premio per il film Milenario Peru: la historia inexplorada/Il Perù millenario: una storia inesplorata, terzo per Le Sarcophage glacé de Mongolie (Warlords of the frozen steppes)/I dominatori delle gelide steppe. Cerchiamo di saperne di più dei tre film che hanno riscosso il plauso del pubblico.

Primo premio. Dance of the Maize God/La danza del dio del mais (Nazione: USA. Regia: David Lebrun. Durata: 96’. Anno di produzione: 2014. Produzione: Night Fire Films / Rosie Guthrie. Consulenza scientifica: D. Reents-Budet, M. D.Coe, J. Awe, D. Freidel, G. Griiffin, B. Kerr, J. Kerr, B. MacLeod, M. Canuto, O. Navarro-Farr, S. Paredes Maury, D. Matsuda, K. Taube, J. W.Ball, B.R. Just, D. Stuart, G. Stuart, M. Rich, J. Yeager, R. Bishop, V. Fialko). Negli ultimi cinquant’anni migliaia di splendidi vasi dipinti Maya, provenienti per la maggior parte dal saccheggio di tombe, sono confluiti in raccolte pubbliche e private. Questi meravigliose opere d’arte hanno aperto un’incredibile finestra sul mondo dei Maya. Così, entrando nel mondo dei vasi dipinti, si riesce a esplorare la vita nobiliare e la ricca mitologia dei Maya.

Secondo premio. Milenario Peru: la historia inexplorada / Il Perù millenario: una storia inesplorata (Nazione: Spagna. Regia: José Manuel Novoa. Durata: 52’. Anno di produzione: 2012. Produzione: Explora Films). Quattro millenni prima degli Incas e dell’arrivo dei conquistadores, le Ande e la costa settentrionale furono la culla della prime civiltà peruviane. Questo è il cosiddetto “periodo formativo”: cominciarono a sorgere i santuari, che divennero presto centri culturali dove si davano nozioni di agricoltura e di meteorologia alle genti provenienti da ogni dove. Alcune culture raggiunsero sorprendenti livelli di sviluppo tecnologico.

Terzo premio. Le Sarcophage glacé de Mongolie (Warlords of the frozen steppes) / I dominatori delle gelide steppe (Nazione: Francia. Regia: Cédric Robion Durata: 52’. Anno di produzione: 2013. Produzione: AGAT films & Cie. Consulenza scientifica: Pierre-Henri Giscard). Nelle gelide steppe degli Altai, una spedizione archeologica franco-mongola sta per scavare la tomba di un guerriero orientale scita morto 2300 anni fa. Il tipo di sepoltura molto profonda in combinazione con le estreme condizioni ambientali parrebbero indicare che gli archeologi si troveranno di fronte alle tombe congelate più antiche del pianeta, facendo fare passi da gigante alla nostra conoscenza della storia più antica della civiltà scita.

 

Da settembre il Cnr scava nelle antiche miniere di piombo e argento di Aouam in Marocco per capire produzioni e rapporti commerciali nel Mediterraneo prima di Roma

Archeologi durante le prospezioni nelle cave preromane di Aouam in Marocco

Archeologi durante le prospezioni nelle cave preromane di Aouam in Marocco

Prende il via a settembre la prima missione di scavi archeologici finalizzati alla valorizzazione dell’antico sito minerario di Aouam, nel Marocco settentrionale, sfruttato nell’antichità per l’estrazione di piombo e argento. È quanto prevede la convenzione siglata con l’obiettivo di eseguire il restauro e la valorizzazione degli antichi siti di estrazione, con la possibilità di realizzare un parco minerario in una regione ricca di testimonianze sulla storia del paese. La convenzione di collaborazione scientifica per lo scavo e la valorizzazione del sito minerario di Aouam (Ighram Aoussar) e la creazione di un parco minerario è stata siglata lo scorso 7 giugno a Tigza (M’rirt, Meknès, Marocco) tra l’ISMA-CNR, rappresentato dal direttore Alessandro Naso, la Commune Rurale Elhammam (presidente M. Mohamed OUQOUR) ; la Compagnie Miniere De Touissit Tighza (direttore generale aggiunto M. Lahcen Ouchtouban); l’association Abghour pour le Developpement (presidente M. Abdellah EL Ghazal). La convenzione si è sviluppata nell’ambito della missione archeologica dell’ISMA-CNR diretta da Lorenza-Ilia Manfredi, cofinanziata dal ministero degli Affari Esteri “Prospezioni archeologiche a Meknès per la ricostruzione di contesti archeometallurgici punici del Maghreb”, e fa seguito all’accordo di collaborazione scientifica siglato per i prossimi cinque anni tra l’Institut National des Sciences de l’Archeologie et du Patrimoine de Rabat (INSAP), l’ISMA e l’Università di Meknès Moulay Ismail.

La firma della convenzione siglata a Tigza (M'rirt, Meknès, Marocco)

La firma della convenzione siglata a Tigza (Marocco)

La cerimonia a Tigza nel teatro della città è stata accompagnata dal seminario scientifico “Les monuments historiques et archeologiques:Un levier de developpement territorial local” durante il quale si sono succeduti gli interventi di Lorenza-Ilia Manfredi direttore da parte italiana della missione archeologica su “Valorisation des monuments historiques a partir de l’experience italienne”, M. Lahcen Ouchatouban, direttore della Miniera su “Mine de Tighza: une civilisation; une richesse”, M. Mohamed Elazzaoui della direzione dello sviluppo turistico su “Role des monuments historiques dans le developpement local”, prof. Youssef Bokbot, dell’INSAP e direttore da parte marocchina della missione archeologica su “Recriture de l’histoire du Maroc sur la base des recherches”. Al colloquio è seguita una visita sul sito di Ingram Aousser e dei filoni minerari di estrazione sfruttati in antico.

La missione vuole ricostruire il ciclo produttivo della miniera di piombo e argento di Aouam

La missione vuole ricostruire il ciclo produttivo della miniera di piombo e argento di Aouam

La prima missione di scavo del sito è prevista dunque per il mese di settembre con la direzione congiunta ISMA- INSAP e la collaborazione di specialisti degli Istituti del CNR, IIA e ISMN; dell’Università di Meknès Moulay Ismail, dell’ Université de Neuchâtel (Svizzera), dell’Università Suor Orsola Benincasa (Napoli), del Deutsches Bergbau-Museum of Bochum (Germania), del Deutsches Archaeologisches Institut, Madrid. La missione archeologica nasce da una ricerca sviluppata nell’ambito dell’accordo bilaterale CNR-CNRST Marocco tra l’ISMA e l’Equipe Geoxploration & Géotechniques, Faculté des Sciences. Univ. Moulay Ismail di Meknès “Le miniere antiche del Marocco. Studio archeometrico e archeologico dal minerale al manufatto” negli anni 2012-2013. “L’obiettivo principale – spiega il direttore Naso – consiste nella ricostruzione del quadro storico e tecnologico del ciclo produttivo legato allo sfruttamento delle miniere nell’antichità: le tecniche estrattive, pirometallurgiche e di lavorazione dei metalli, la gestione delle risorse e la loro commercializzazione, l’individuazione dello specifico ruolo dell’area marocchina nell’economia preromana. Elementi fondamentali per comprendere lo stile di vita dei popoli passati e il livello di tecnologia a cui erano giunti».

 

Gli archeologi hanno già trovato ad Aouam molte scorie di minerali

Gli archeologi hanno già trovato ad Aouam molte scorie di minerali

Nell’ambito dell’aree minerarie individuate, la miniera di Tighza nel Jebel Aouam si è rivelata come una delle più interessanti sia per l’imponenza della struttura della cinta muraria della città islamica Ighram Aousser che si sviluppa per km 2,5, sia per le numerose tracce di estrazione a cielo aperto di epoca antica. “Sono stati individuati numerosi frammenti ceramici e scorie di lavorazione del metallo, sulle quali sono state compiute una prima serie di analisi di tipo archeometrico: affianchiamo cioè al lavoro di catalogazione archeologica tecniche chimico-fisiche non invasive (microscopia Sem-Eds) e studi statistici per una collocazione georeferenziata accurata di reperti provenienti da una civiltà ritenuta ‘di cerniera’ tra le tradizioni metallurgiche tardo-preistoriche e quelle dei romani”, conclude Naso.

Il British Museum apre la nuova galleria sull’Antico Egitto con una mostra permanente degli scheletri di Jebel Sahaba, vittime (13mila anni fa) del primo conflitto razziale armato

Gli scheletri da Jebel Sahaba sono la prova del primo conflitto razziale documentato dagli archeologi

Gli scheletri da Jebel Sahaba sono la prova del primo conflitto razziale documentato dagli archeologi

In mostra a Londra le vittime di quello che 13mila anni fa potrebbe essere il primo conflitto razziale armato documentato dall’archeologia, dove le vittime sarebbero venute dall’Africa centrale mentre i “carnefici” dal Mediterraneo. Si trattava di cacciatori-raccoglitori che molti millenni prima della civiltà egizia si erano sfidati e massacrati vicino al Nilo in un ambiente che durante l’ultima glaciazione era diventato molto inospitale. Il British Museum ha aggiornato e rinnovato la sezione dedicata all’Antico Egitto aprendo pochi giorni fa una nuova galleria dove hanno trovato posto – come mostra permanente – parte degli scheletri di un gruppo di 26, tra cui uomini, donne e bambini, che vennero uccisi fra Egitto e Sudan intorno a 13mila anni fa e sono stati recuperati dal sito di Jebel Sahaba, sulla riva orientale del Nilo, nel Sudan settentrionale, noto agli studiosi come “cimitero 117”. Già negli anni Sessanta del secolo scorso questo sepolcreto aveva restituito molte punte di freccia e ossa con i segni inequivocabili di un impatto violento. I resti erano stati trovati nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf durante gli scavi finanziati dall’Unesco per analizzare i siti archeologici che stavano per essere sommersi dalla diga di Assuan. Ma, fino alle attuali indagini in corso, non erano mai stati esaminati con la moderna tecnologia che oggi ha permesso agli scienziati appunto di identificare quella che potrebbe essere la più antica guerra razziale, combattuta 13mila anni fa ai margini del Sahara. Infatti tutto il materiale di Jebel Sahaba era stato portato da Fred Wendorf nel suo laboratorio in Texas, e solo 30 anni dopo è stato trasferito alla cura del British Museum, che ora sta lavorando con altri scienziati per effettuare una nuova importante analisi su questi resti. “Il materiale scheletrico è di grande importanza – non solo a causa delle prove di conflitto, ma anche perché il cimitero di  Jebel Sahaba è il più antico scoperto nella Valle del Nilo finora”, spiega Daniel Antoine, tra i curatori del British Museum.

Archeologi al lavoro nel sito di Jebel Sahaba sulla riva orientale del Nilo nel Sudan settentrionale

Archeologi al lavoro nel sito di Jebel Sahaba sulla riva orientale del Nilo nel Sudan settentrionale

Intanto scienziati francesi in collaborazione con il British Museum hanno esaminato decine di scheletri, la maggioranza dei quali sembrano essere stati uccisi da arcieri con frecce con punta di selce. Negli ultimi due anni poi gli antropologi della Bordeaux University hanno scoperto dozzine di segni di impatto di freccia non rilevati in precedenza e frammenti di punte di freccia in selce sia sulle ossa delle vittime che intorno ai loro resti. Questa scoperta suggerisce che la maggior parte degli individui scoperti a Jebel Sahaba – uomini, donne e bambini -, siano stati uccisi da arcieri nemici, e poi sepolti dalla loro stessa gente. Le nuove ricerche dimostrano che gli attacchi (ma sarebbe meglio parlare di una guerra prolungata di basso livello) hanno avuto luogo nel corso di molti mesi se non di anni.

Uno scheletro riportato alla luce a Jebel Sahaba con i segni di un conflitto di 13mila anni fa

Uno scheletro riportato alla luce a Jebel Sahaba con i segni di un conflitto di 13mila anni fa

Ma chi erano queste popolazioni in lotta tra loro? A questa domanda sta cercando di dare una risposta una ricerca parallela curata dalla Liverpool John Moores University, dalla University of Alaska e dalla New Orleans Tulane University. Dai primi risultati si può dire che gli aggrediti facevano parte della popolazione sub-sahariana originaria – gli antenati dei moderni africani neri. L’identità dei loro assassini è comunque meno facile da determinare. “Ma è plausibile – spiegano gli antropologi – fossero persone di un gruppo razziale ed etnico totalmente diverso – parte di una popolazione nordafricano / levantina / europea che viveva in gran parte del bacino del Mediterraneo. I due gruppi – anche se entrambi parte della nostra specie, Homo sapiens – sarebbero sembrati molto diversi tra di loro ed erano anche quasi certamente diversi culturalmente e linguisticamente”. Il gruppo di origine sub-sahariana presenta arti lunghi, torsi relativamente corti e mascelle superiore e inferiore prominenti con fronti arrotondate e ampi nasi, mentre il gruppo nord africano/levantino/europeo originari del Nord Africa aveva gli arti corti, torsi lunghi e facce piatte. Entrambi i gruppi erano molto muscolosi e strutturalmente forti. “Certamente la zona settentrionale del Sudan in questo periodo vedeva la presenza dei due gruppi etnici, dal momento che tracce del gruppo nord africano/levantino/europeo originario del Nord Africa sono state trovate anche 200 miglia a sud di Jebel Sahaba, suggerendo così che le vittime furono uccise in una zona dove operavano entrambe le popolazioni”.

I primi scheletri a Jebel Sahaba sono stati scoperti nel 1964 dall'archeologo americano Fred Wendorf

I primi scheletri a Jebel Sahaba sono stati scoperti nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf

Non è un caso che le due tribù o i due clan rivali siano venuti in conflitto proprio 13mila anni fa, periodo di enorme concorrenza per le risorse a causa di una grave crisi climatica che, soprattutto nel periodo estivo, prosciugava molte sorgenti d’acqua. La crisi climatica – conosciuto come il periodo Younger Dryas – era stato preceduto da uno molto più lussureggiante, con condizioni più umide e più calde che avevano consentito alle popolazioni di espandersi. Ma quando le condizioni climatiche peggiorarono durante il Younger Dryas, le pozze d’acqua si prosciugarono, la vegetazione appassì e gli animali morirono o si spostarono verso l’unica fonte di acqua ancora disponibile per tutto l’anno: il Nilo. Gli esseri umani di tutti i gruppi etnici della zona sono stati costretti a seguire l’esempio – e migrarono verso le sponde del grande fiume (in particolare la sponda orientale). A causa della competizione per le limitate risorse, i gruppi umani si sarebbero inevitabilmente scontrati – e la ricerca in corso sta dimostrando la scala di questo primo notevole conflitto umano.

 

In una grotta dell’Australia Occidentale scoperto un insediamento umano di 45mila anni fa, forse il più antico del continente. Ma è minacciato dalle vicine miniere di ferro

Nella grotta di Ganga Maya, nell'Australia Occidentale, il più antico insediamento umano del continente

Nella grotta di Ganga Maya, nell’Australia Occidentale, il più antico insediamento umano del continente

Finora a contendersi la “palma” di più antico insediamento umano in Australia erano quattro siti: Devil’s Lair, una grotta calcarea nel sud-ovest dello Stato dell’Australia Occidentale, con tracce di 41mila-46mila anni fa; il lago Mungo, un lago asciutto nel Willandra Billabong Creek, 43mila anni fa; Nauwalabila, riparo sotto roccia ad Arnhem Land, 200 chilometri a est di Darwin, 40mila anni fa; Malakunanja, riparo sotto roccia 45 chilometri a nord del precedente, 45mila anni dal presente. Siti importanti che potrebbero essere “superati” dalla recente scoperta ancora al vaglio degli esperti. Nuovi scavi archeologici nella grotta di Ganga Maya (che significa “casa sulla collina”), nella regione di Pilbara, nel nord-ovest dell’Australia, hanno infatti portato alla luce segni di un’occupazione umana che secondo la datazione al carbonio risalirebbe a oltre 45mila anni fa, la più antica finora conosciuta nel continente. La scoperta di manufatti, ossa di animali e carbone è ora oggetto di una relazione scientifica in via di pubblicazione. Il ritrovamento di questo insediamento, che si trova vicino a una miniera attiva di ferro, è particolarmente significativo perché si crede che la caverna sia stata occupata in continuazione anche durante l’era glaciale, fra 22mila e 18mila anni fa, e poi fino a circa 1700 anni fa, spiega la direttrice di archeologia di Big Island Research, Kate Morse.

Nauwalabila, insediamento di 40mila anni fa, in un riparo sotto roccia ad Arnhem Land, 200 chilometri a est di Darwin

Nauwalabila, insediamento di 40mila anni fa, in un riparo sotto roccia ad Arnhem Land, 200 chilometri a est di Darwin

L’archeologa però rimane cauta nel fare affermazioni sul significato del sito, dato che finora sono stati scavati solo 139 cm di profondità per un metro quadrato del sito. “Abbiamo ottenuto solo la data di un manufatto e preferirei ottenere altre datazioni prima di fare questo tipo di affermazioni. È certamente un luogo molto antico.  Penso che sia una zona che l’uomo ha utilizzato prima di spingersi nell’esplorazione dell’Australia”, continua la Morse. “Era partito dal sudest asiatico e, attraverso l’oceano, era arrivato nel nord dell’Australia e da qui si era avventurato nel grande continente procedendo lungo i sistemi fluviali dell’entroterra”. All’interno del sito sono stati trovati manufatti di pietra, ossa animali e carbonella. “Abbiamo analizzato l’osso per capire se si tratti di resti di cibo o di animali morti nella grotta. Il fatto che una parte del materiale risulti bruciato ci fa pensare che si tratti probabilmente di cibo”.

L'insegna del lago Mungo in Australia con un insediamento di 43mila anni fa

L’insegna del lago Mungo in Australia con un insediamento di 43mila anni fa

Ma la vicinanza con le miniere di ferro potrebbe compromettere le ricerche future. Il timore dei ricercatori infatti è che le società minerarie Atlas e Yamatji Marlpa Aboriginal Corporation (YMAC), proprietarie della grotta, abbiano intenzione di distruggere il sito al fine di sfruttarne le risorse naturali. Atlas e Ymac dovranno comunque tener conto del fatto che la grotta di Ganga Maya e le zone circostanti non hanno solo un’importanza scientifica, ma rappresentano pure un legame culturale significativo per la gente del posto, tanto da essere ritenuti luoghi sacri. Gli archeologi hanno già programmato un ulteriore scavo a breve. Ma prima si dovrà pianificare con le compagnie minerarie la protezione del sito e la sua gestione futura. Ken Brinsden, amministratore delegato di Atlas, avrebbe dichiarato che la Ganga Maya Cave non sarà in alcun modo compromessa dalle operazioni minerarie. La speranza è che le compagnie mantengano la parola.

 

Al Pigorini di Roma l’etnologo Leigheb col libro “Figli della luna. Vita e morte tra i pigmei della Nuova Guinea”

L'etnologo e giornalista Maurizio Leigheb è autore del libro "Figli della luna. Vita e morte dei pigmei della Nuova Guinea"

L’etnologo e giornalista Maurizio Leigheb è autore del libro “Figli della luna. Vita e morte tra i pigmei della Nuova Guinea”

«Amiamo queste montagne verdi, queste valli scoscese e profonde, […] amiamo la luce pura e violenta che le illumina, il cielo che le sovrasta e le loro notti piene di stelle, dove appare Wala, la grande madre luna, che veglia su di noi». È un passaggio del libro “Figli della luna. Vita e morte tra i pigmei della Nuova Guinea” dell’etnologo e giornalista Maurizio Leigheb che viene presentato il 21 maggio alle 15.30 nella sala conferenze del museo nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma.

I pigmei fotografati in uno dei reportage di Maurizio Leigheb

I pigmei fotografati in uno dei reportage di Maurizio Leigheb

Questa narrazione è anche un caso antropologico. L’autore racconta in prima persona la vera storia di una straordinaria sopravvivenza umana: il popolo dei Pigmei Fa che vive in una sperduta valle sui monti della Nuova Guinea indonesiana. Sono uomini e donne destinati a soccombere e forse a scomparire per sempre all’arrivo degli invasori stranieri. L’etnologo Leigheb viene a contatto con loro subendo il profondo fascino dei luoghi e dell’esistenza isolata e “primitiva” delle comunità indigene fino a raccogliere il loro racconto, che mescola la realtà con la potenza creativa del sogno e la magia. Al di là delle avvincenti vicende narrate, il libro adombra anche problematiche e conflitti di natura universale come la costante lotta tra il Bene e il Male e l’osservazione di comportamenti, sentimenti e pulsioni. Un fantastico viaggio nel tempo e nell’evoluzione dell’uomo.

L'etnologo e giornalista Maurizio Leigheb "presta" la telecamera agli indios

L’etnologo e giornalista Maurizio Leigheb “presta” la telecamera agli indios

L'etnologo Leigheb ha già realizzato un centinaio di documentari

L’etnologo Leigheb ha già realizzato un centinaio di documentari

Maurizio Leigheb è etnologo e giornalista tra i più stimati. Spirito eclettico, critico e anticonformista, durante l’adolescenza manifesta una certa insofferenza per i metodi accademici di insegnamento. Poco più che ventenne inizia a viaggiare nei Paesi del terzo mondo, in vari continenti. Pubblica servizi fotogiornalistici sulle prime riviste di viaggio e turismo apparse in Italia e numerosi reportage su noti quotidiani e periodici illustrati, italiani e stranieri, raccogliendo materiale fotografico e documentario per alcune collane e opere editoriali di successo, come Il Milione, l’enciclopedia di tutti i Paesi del mondo edita dall’Istituto Geografico De Agostini. Conosciuto per le sue spedizioni e ricerche tra le popolazioni più isolate e meno conosciute della terra, soprattutto in Amazzonia e Nuova Guinea, è autore di una decina di libri d’argomento autobiografico e antropologico, alcuni dei quali tradotti in varie lingue (tra cui Caccia all’uomo, Sugar, Milano 1973, e Longanesi, Milano 1976; Indonesia e Filippine, De Agostini, Novara 1976 e 1981; L’indio muore. Origine, vita e destino degli indios, Sugarco, Milano 1977; L’uomo nel mondo, De Agostini, Novara 1979 e 1987; L’ultimo Sinai, Editions Transalpines, Lugano 1980; Guido Boggiani, pittore esploratore, etnografo, Regione Piemonte, Torino 1986; Irian Jaya, l’ultima terra ignota. Popoli e culture della Nuova Guinea indonesiana, con presentazione di Irenaus Eibl-Eibesfeldt, fondatore dell’etologia umana, allievo ed erede del premio Nobel Konrad Lorenz, edito da Giorgio Mondadori, Milano 1995; Lo sguardo del viaggiatore. Vita e opere di Guido Boggiani, Interlinea, Novara 1997), mostre fotografiche, vari saggi su Paesi, civiltà, culture ed esploratori del passato. Ha realizzato oltre un centinaio di documentari trasmessi dalle reti Rai, Mediaset e Sky, impegnandosi nella ricerca e documentazione antropologico-visuale e nella difesa delle minoranze etniche a rischio d’estinzione biologica e culturale.

 

Gender archeology: al Pigorini di Roma si presenta il primo manuale in italiano su “Archeologia delle identità e delle differenze”

"Archeologia delle identità e delle differenze" di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

“Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

Cosa si intende quando si parla di identità e differenze nell’indagine archeologica sulle genti del passato? A questa domanda cerca di dare una risposta il libro “Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi, che sarà presentato sabato 12 aprile, alle 16, al museo preistorico-etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Ai saluti del soprintendente del Pigorini, Francesco di Gennaro, seguiranno la presentazione curata da Annamaria Bietti Sestieri (Accademia Nazionale dei Lincei), Laura Guidi (Università Federico II, Napoli), Daniele Manacorda (Università Roma Tre). All’incontro saranno presenti gli autori. Mariassunta Cuozzo, professore associato di Etruscologia e Archeologia italica all’Università del Molise e all’Università di Napoli “Orientale” e direttore di scavo nel sito etrusco-campano di Pontecagnano, si interessa principalmente della presenza degli Etruschi in Campania, dell’incontro tra genti italiche e popoli del Mediterraneo, dell’archeologia teorica e di genere. Tra i suoi lavori: “Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli orientalizzanti di Pontecagnano” (Paestum 2003); “Gli Etruschi in Campania” in Introduzione all’Etruscologia (Milano 2012). Alessandro Guidi, professore ordinario di Paletnologia all’Università di Roma Tre, tra le sue attività scavi e ricognizioni di superficie in vari siti protostorici dell’Italia centromeridionale. I suoi temi di ricerca preferiti sono la nascita della città e dello stato in Italia, la storia dell’archeologia e l’archeologia teorica. Tra i suoi lavori Storia della Paletnologia (Roma-Bari 1988), I metodi della ricerca archeologica (Roma-Bari 1994, 20052),Preistoria della complessità sociale (Roma-Bari 2000).

Il testo di Cuozzo e Guidi descrive il contributo dell’Archeologia a tematiche di scottante attualità connesse alla definizione delle identità di genere, di età, alle differenze culturali ed etniche raccontando la storia della “gender archaeology”, una corrente di pensiero scaturita nei paesi anglofoni dall’incontro tra l’archeologia teorica, movimenti femministi e alcune agguerrite minoranze etniche. Si tratta di un modo nuovo di studiare i dati del passato partendo dall’analisi di quelle differenze che costituiscono il nucleo stesso dell’identità di ogni comunità umana, del passato e del presente. Un manuale che finora mancava nella nostra lingua e, allo stesso tempo, una guida per orientarsi in una letteratura sempre più vasta e complessa.

 

 

Al riparo sotto roccia Morricone del Pesco scoperta la prima testimonianza di arte rupestre in Molise

Lo sperone roccioso di Morricone del Pesco a Civitanova del Sannio in Molise

Lo sperone roccioso di Morricone del Pesco a Civitanova del Sannio in Molise

Morricone del Pesco, in Molise, è uno sperone roccioso che domina l’antico tratturo Lucera-Castel di Sangro, il quale congiunge l’Abruzzo centrale e il promontorio garganico. La rupe colpisce per la sua conformazione. All’osservatore con un minimo di fantasia può apparire sotto svariati aspetti a seconda dei punti di vista: un mostro di pietra, un dinosauro la cui testa s’innalza fino a emergere sulla curva grande della strada tortuosa che sale verso la montagnola. Dalla parte più a sud ha invece l’apparenza di una cattedrale con le guglie che si ergono verso il cielo. È in questo luogo “magico” che si apre il riparo sotto roccia del Morricone del Pesco, nel territorio di Civitanova del Sannio in provincia di Isernia, dove il ricercatore Guido Lastoria ha scoperto la prima testimonianza di arte rupestre in Molise.

Il prof. Carlo Peretto dell'università di Ferrara

Il prof. Carlo Peretto dell’università di Ferrara

Lo studio, coordinato dal professor Carlo Peretto dell’università di Ferrara (molto famoso in Molise per lo scavo e lo studio del giacimento paleolitico di Isernia-La Pineta scoperto nel 1979), è stato effettuato da Dario Sigari della cooperativa Le Orme dell’Uomo. Nell’auditorium comunale di Civitanova del Sannio la presentazione dei risultati della ricerca con l’intervento di Guido Lastoria (lo scopritore del sito), di Dario Sigari (cooperativa Le Orme dell’Uomo e Università degli Studi di Ferrara, autore dello studio), e del prof. Carlo Peretto (Università degli Studi di Ferrara).

Il riparo sotto roccia Morricone del Pesco dalla valle Serrata dove passa l'antico tratturo

Il riparo sotto roccia Morricone del Pesco dalla valle Serrata dove passa l’antico tratturo

“Il Morricone del Pesco – spiega Sigari – è alto 750 metri tra rilievi che raggiungono una media di 1200 metri (1422 metri è la cima più alta appartenente al massiccio della Montagnola). Alla sua base, ad occidente, il Morricone presenta una breve rientranza a formare un piccolo e stretto riparo in posizione dominante sul tratturo, fra cespugli di ginestre, giallissime e profumate in primavera: il riparo che dà le spalle al mare Adriatico ed è protetto dalla luce solare mattutina, è di facile accesso e raggiungibile da un dislivello abbastanza ripido coperto da erba, cespugli e piccoli alberi. La panoramica di cui si gode dal sito è rivolta all’interno della valle Serrata, offrendo così un controllo visivo buono verso la parte alta del pendio, meno buono in direzione del mare. Il riparo è profondo circa due metri e largo 4,2”. È qui, sulla parete lunga del riparo, che Guido Lastoria ha scoperto le pitture. Si tratta di figure zoomorfe, motivi floreali, altre figure sovrapposte, incisioni e rappresentazioni di vario genere di non facile identificazione, risalenti secondo gli esperti a fasi della Preistoria e della Protostoria: dal tardo Paleolitico alla prima età del Ferro.

Una figura zoomorfa (cervide) sulla parete del riparo sotto roccia Morricone del Pesco

Una figura zoomorfa (cervide) sulla parete del riparo sotto roccia Morricone del Pesco

“Pur se in cattivo stato di conservazione”, annota la coop Le Orme dell’’Uomo nella relazione di presentazione, “sulla parete rocciosa si riconoscono almeno quattro figure dipinte di animali, che consentono un confronto cronologico e culturale con altri ritrovamenti europei. Nello specifico è possibile ricondurre a una probabile fase del tardo Paleolitico una figura zoomorfa, tracciata a linea di contorno di dimensioni ridotte (12×8 cm) con pigmento anche interno al dorso, che ne accentua il carattere naturalistico. C’è inoltre la traccia di una raffigurazione schematica ad andamento obliquo (4,5×5,5 cm), con un asse centrale da cui dipartono quattro coppie di segmenti, il cui riferimento a contesti neolitici è possibile grazie al confronto con quanto rinvenuto nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco in provincia di Lecce. Altre pitture – continua la relazione -, sempre su base stilistica, possono essere ricondotte all’Età del Ferro, in particolare, almeno tre figure di animali (mediamente di 20×20 cm), di cui una è palesemente un equide. Analisi spettroscopiche sui pigmenti consentono di affermare che la figura più arcaica è stata realizzata con ematite. Dunque il riparo Morricone del Pesco, oltre ad essere il primo con attestazioni di arte rupestre trovato in Molise, allargherebbe ulteriormente i confini delle manifestazioni artistiche dei nostri antenati nell’Italia centro-meridionale, segnalando testimonianze artistiche già in una fase del Paleolitico superiore”.

Rielaborazione grafica di Dario Sigari del complesso pitture-graffiti del settore A

Rielaborazione grafica di Dario Sigari del complesso pitture-graffiti del settore A

Il repertorio iconografico. La scoperta del riparo Morricone del Pescocon incisioni a linea continua e pitture rupestri, tutte di colore nero, ha permesso dunque di stabilire un confronto crono-culturale con l’Abruzzo e il Gargano pre-protostorici. “L’iconografia – ricorda Dario Sigari – spazia dalle raffigurazioni geometriche alle antropomorfiche, dalle zoomorfìche fino ai semplici gruppi di linee. Tali categorie sono schematiche e tipiche del patrimonio artistico rupestre riscontrato nella tradizione tardo preistorica-protostorica e storica italiana di arte rupestre”. L’arte del riparo Morricone si esprime attraverso la pittura nera e le incisioni filiformi (quasi tutte, probabilmente, effettuate con punte metalliche). Per meglio studiare e catalogare le espressioni artistiche del sito, gli archeologi hanno ripartito la superficie rocciosa del riparo in quattro settori (da ovest ad est A, B, C, D), tutti definiti da limiti ben evidenti quali crepe o sporgenze che separano nettamente le raffigurazioni e non presentano né a cavallo né al proprio interno ulteriori pitture o incisioni, facilitando una più celere documentazione e catalogazione delle figure che sono state realizzate spesso sovrapponendole ad altre preesistenti, fatto che ha permesso di definire tra di loro almeno una cronologia relativa. “La prima cosa che si nota è che le pitture (ecccetto una iscrizione nel settore D) sono tutte più antiche delle incisioni. Questo perché le pitture risultano quasi tutte al di sotto delle incisioni e molte di esse sono state prima sigillate da strati di carbonato di calcio e successivamente coperte da incisioni. Vediamo allora di conoscere meglio, settore per settore, le immagini più significative.

Figure di zoomorfi presenti nel settore A del riparo Morricone del Pesco

Figure di zoomorfi presenti nel settore A del riparo Morricone del Pesco

Settore A. Il settore A si trova a ovest ed è quello maggiormente esposto agli agenti atmosferici. Le categorie figurative presenti sono principalmente quattro, escludendo le non identificabili: zoomorfi, simboli, meandri e geometrici. “Nel complesso le figure facilmente leggibili restano assai poche e ancor meno sono le figure ben conservate. Tra queste vi sono una stella a cinque punte e un reticolato geometrico incisi, un meandro-labirinto e uno zoomorfo a tratto nero. Quest’ultimo fa parte di una teoria di tre zoomorfi; gli altri due si collocano uno sopra e l’altro sotto a una figura di animale e sono entrambi dipinti a tratto nero”. Tutt’e tre le figure sono al di sotto di una figura meandro-labirintica dipinta ugualmente in nero. Tra le figure dipinte si nota anche un reticolato e una probabile figura antropomorfica. Infine si riconosce, nella sezione est del settore, un secondo antropomorfo di cui sono visibili una gamba, il tronco e il sesso.

Figura di zoomorfo nel settore B del riparo Morricone del Pesco

Figura di zoomorfo nel settore B del riparo Morricone del Pesco

Settore B. In cima al settore B vi sono cinque gruppi di linee organizzati secondo figure geometriche che formano dei reticolati. Quelli collocati più in alto sono graffiti. Una figura zoomorfa (12cm x 8cm) dipinta in nero si colloca a metà altezza del settore. Tuttavia non è facile l’identificazione dell’animale. Al di sotto di questa figura si trovano una serie di punti dipinti in nero e un motivo a zig zag paralleli ed orizzontali.

Figura di antropomorfo nel settore C del riparo Morricone del Pesco

Figura di antropomorfo e graffiti nel settore C del riparo Morricone del Pesco

Settore C. Il settore C è quello meglio preservato. Esso si trova nella porzione orientale e presenta un insieme di figure assai ricco e complesso, distribuito su una superficie di 2,2m x 2,2m circa. Nella parte maggiormente esposta ad est presenta ai suoi piedi un rialzo del terreno costituito da un blocco roccioso, che ha permesso la realizzazione di figure in punti ancor più alti rispetto ai primi due settori. Le figure di questo settore sono sia dipinte sia graffite. La sporgenza rocciosa che chiude il settore sul lato orientale l’ha preservato sì da vento e pioggia, ma non dai dilavamenti che scendono dalla cima, e dagli arbusti che gli crescono addosso, che costituiscono i principali fattori di danneggiamento. Le pitture di questo settore si possono dividere in tre categorie principali: geometrici, alberiformi e probabili zoomorfi e, da ultimo, i non identificabili. Questi ultimi sono tali per i dilavamenti che ne hanno cancellato una buona parte. Lo stesso accade per i graffiti, i quali sono maggiormente rappresentati con cinque categorie figurative: antropomorfi, geometrici, scaliformi, simboli e gruppi di linee. Gli antropomorfi sono il tema maggiormente ricorrente e significativo di questo settore. Vi sono cinque, forse sei figure. In aggiunta vi sono due motivi circolari, anch’essi forse appartenenti a degli antropomorfi. Altri geometrici sono sparsi nel settore, da motivi scaliformi a stelle incomplete. A questi si aggiunge una figura antropomorfica intera coi fianchi e il seno esagerati. Riguardo alle pitture, l’area orientale del settore riporta dei soggetti alquanto peculiari. Uno di questi è stato interpretato come motivo floreale. Poco sopra una figura forse zoomorfìca schematica. Al di sotto della figura floreale si trovano tracce di pigmento nero interrotte da strati carbonatici che non ne permettono la lettura. Settore D. Il settore D si caratterizza per la presenza di un’iscrizione a tratto nero che recita “L[a] f[iss]a di Pina è […] è un[a] pot[…]“. La frase non è interamente leggibile per motivi di conservazione della superficie rocciosa che si trova al di là dello sperone che chiude ad oriente i primi tre pannelli, lasciando cosi esposto il settore D alle perturbazioni provenienti dal fondo valle e dall’Adriatico.

Fig. a – Probabile antropomorfo schematico incompleto dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. b – Figure antropomorfe schematiche a tratto nero da Grotta Genovesi (da Graziosi 1973); Fig. c – Zoomorfo a tratto nero dal settore B del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. d – Rinoceronte a tratto nero da Grotta Chauvet (da Clottes 2008). Di particolare interesse è il modulo iconografico della linea dorsale sovrapponibile a quella dello zoomorfo del settore B di Morricone del Pesco; Fig. e – Figura zoomorfa schematica a pettine dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. f – Zoomorfo a pettine a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980); Fig. g – Figura a tratto nero a cerchi concentrici o spiraliforme dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari); Fig. h – Spirale a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980).

Fig. a – Probabile antropomorfo incompleto dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. b – Figure antropomorfe schematiche a tratto nero da Grotta Genovesi (da Graziosi 1973);
Fig. c – Zoomorfo a tratto nero dal settore B del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. d – Rinoceronte a tratto nero da Grotta Chauvet (da Clottes 2008);
Fig. e – Figura zoomorfa schematica a pettine dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. f – Zoomorfo a pettine a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980);
Fig. g – Figura a tratto nero a cerchi concentrici o spiraliforme dal settore C del Morricone (foto: D. Sigari);
Fig. h – Spirale a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980).

Conclusioni. “Per dare un’attribuzione crono-culturale alle pitture e alle incisioni”, conclude la relazione di Sigari, “è innanzitutto necessario tenere presente il tratturo Lucera-Castel di Sangro, perché è la via di comunicazione preferenziale tra il Gargano e il centro Abruzzo e perché, lungo il suo tracciato, sono stati riconosciuti diversi siti riferibili a epoche diverse, dalla preistoria ai giorni nostri. I tratturi ricalcano antiche vie soprattutto degli armenti allo stato brado. Costituiscono vie preferenziali all’interno di una zona montana del cui utilizzo abbiamo notizia fin dall’epoca romana. Tuttavia la distribuzione dei vari siti lascia pensare a un sistema di mobilità che sfruttava tali rotte già in epoche precedenti. In questo senso è da pensarsi un utilizzo del riparo del Morricone del Pesco in un lungo arco cronologico, corrispondente al periodo di sfruttamento di questo ambiente e paesaggio”. Secondo gli archeologi buona parte del repertorio figurativo dipinto sembra trovare raffronti non solo con il contesto regionale esteso a Puglia e Abruzzo, ma anche con quello italiano ed europeo, suggerendo così una lunga frequentazione del riparo. “Darne comunque un’attribuzione temporale certa sarebbe rischioso e prematuro”, ammette Sigari, “avendo a disposizione solo la possibilità di fare raffronti stilistici ed essendo numerosi gli esempi in tale direzione. Concludendo, il riparo del Morricone del Pesco è la prima attestazione di arte rupestre in Molise. La speranza è non solo quella di darne una cronologia precisa, ma anche di giungere a comprendere meglio il contesto crono-culturale in cui si inserisce”.