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Napoli. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” che conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità

Il 21 dicembre 2025 si sono celebrati i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, avvenuta nel 475 a.C. Ma sulla collina che oggi chiamiamo di Pizzofalcone dall’VIII secolo c’è già un insediamento, fondato dai Cumani, che prende il nome dalla sirena Parthenope sepolta sulla spiaggia sottostante, dove c’è Castel dell’Ovo. A Napoli Parthenope era venerata come protettrice. E ancora oggi i napoletani sono anche partenopei! Dal 3 aprile al 6 luglio 2026, al museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” intende costruire una sorta di summa per immagini sul mito della sirena. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al Mann dopo i festeggiamenti).

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce; se, inizialmente, le Sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope, in particolare, è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.

La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)

“Grazie a un prestigioso Comitato scientifico”, commenta il direttore del Mann, Francesco Sirano, “le Sirene e Parthenope emergono oltre gli stereotipi, cogliendo le mille sfumature del mito e presentandone le rielaborazioni, anche grottesche e surreali. Napoli è lo scenario indispensabile per questo: e alla città dedichiamo un settore dell’esposizione dove molti materiali sono esposti per la prima volta, provenienti dagli scavi della metropolitana o da collezioni private, frutto dell’eccellente collaborazione con la soprintendenza di Napoli e della generosità dei proprietari (gli eredi Caputi). Mi piace pensare a Parthenope come a una mostra in divenire che esce necessariamente dalle sale del Mann per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena (come la fontana di Spinacorona o la cosiddetta tomba di Parthenope nella bellissima chiesa di San Giovanni Maggiore a Mezzocannone) o dove la Sirena è rappresentata. Questo progetto nasce anche grazie ad una rete virtuosa di collaborazioni con tante istituzioni del ministero (soprintendenza di Napoli, direzione regionale Musei della Campania, Biblioteca dei Girolamini e tanti altri Musei autonomi in tutta Italia) e la Regione Campania. L’apertura al presente e al futuro è inoltre simboleggiata, nell’Atrio del Museo, da un’opera concepita proprio per questo evento dall’artista Francisco Bosoletti che ha lavorato in un cantiere aperto al pubblico”.

Inaugurazione della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”: da snistra, Francesco Sirano, Gaetano Manfredi, Alfonsina Russo, Luigi La Rocca, Massimo Osanna (foto livia pacera / mann)

“Sono lieto di inaugurare questa mostra”, dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna, “esito di un progetto a cui ho lavorato durante il periodo della mia direzione del Mann e sviluppato attorno a uno dei temi più affascinanti e profondi dell’identità culturale di Napoli: il legame tra la città e la figura della Sirena, che attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.

Urna con Odisseo e le Sirene, rilievo in alabastro da Volterra (metà II sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto mann)

“La mostra Parthenope. La Sirena e la città”, sottolinea Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del MiC, “rappresenta un’importante occasione di valorizzazione del patrimonio culturale, capace di mettere in luce il profondo legame tra mito, storia e identità territoriale. L’esposizione offre l’opportunità di rileggere un simbolo identitario in chiave contemporanea, mettendo in dialogo reperti, contesti e strumenti multimediali, valorizzando al contempo il ruolo delle istituzioni coinvolte nella tutela e nella ricerca. Ritengo particolarmente rilevante la capacità del progetto di attivare reti, anche internazionali, e di restituire al pubblico materiali inediti, ampliando le possibilità di conoscenza e accesso. Iniziative come questa confermano l’importanza di una strategia culturale che investa sulla qualità dei contenuti e sulla capacità di coinvolgere pubblici diversi, contribuendo allo sviluppo culturale e sociale dei territori. In questa prospettiva, il Dipartimento sostiene con convinzione progetti che rendono accessibili contenuti di alto valore e che rafforzano il legame tra patrimonio e comunità, promuovendo una fruizione consapevole e partecipata”.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

“Era finora mancata a Napoli una mostra che indagasse il mito e l’iconografia di Parthenope, una figura ancora vivissima nell’immaginario collettivo della città”, dichiara Luigi La Rocca, capo dipartimento Tutela del patrimonio Culturale del MiC, “e mi pare significativo che essa sia potuta nutrire delle testimonianze materiali e delle nuove conoscenze sulla città antica derivate dalle intense indagini archeologiche condotte dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il comune di Napoli. Tra tutte direi, la scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici nell’area di piazza Nicola Amore, in cui, in epoca romana, la pratica della corsa con fiaccole, la lampadoforia, teneva viva la memoria del culto delle Sirena, una chiara forma di persistenza rituale della corsa istituita nel 425 a.C. dal navarca ateniese Diotimo. Ciò testimonia, ancora una volta, quanto siano fondamentali la tutela e la ricerca ai fini della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e quanto sia necessaria la continua interazione tra i diversi uffici del nostro Ministero”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

La mostra è realizzata in cofinanziamento con fondi del ministero della Cultura e della Regione Campania (fondi di coesione 21/27) e di Scabec/Campania Artecard; Intesa Sanpaolo ha sostenuto il catalogo in pubblicazione per i tipi della casa editrice Allemandi; l’Azienda Napoletana Mobilità- ANM – e la compagnia di navigazione Snav hanno siglato appositi accordi di partenariato con il Mann per veicolare la conoscenza dell’allestimento, rispettivamente nella metropolitana e con i ticket integrati e a bordo degli aliscafi e delle navi. “Con la mostra su Parthenope”, sostiene Onofrio Cutaia, assessore alla Cultura e agli eventi della Regione Campania, “la Regione Campania non solo rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale, ma afferma con chiarezza una visione: fare della cultura un’infrastruttura stabile di sviluppo, capace di generare identità, conoscenza e nuove forme di attrattività. Attraverso i Fondi di Coesione 2021–2027 e il Sistema Mostre, stiamo costruendo una programmazione organica e pluriennale che supera la logica dell’evento singolo e restituisce centralità ai luoghi della cultura come presìdi permanenti di crescita civile ed economica. In questo percorso, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si conferma protagonista, capace di attivare narrazioni che mettono in relazione il patrimonio con la contemporaneità e con il territorio. Parthenope è, in questo senso, più di una mostra: è un racconto che si estende dalla dimensione museale alla città e ai suoi paesaggi culturali, contribuendo a definire un modello di fruizione integrata e diffusa. È su questa direzione che la Regione Campania intende continuare a investire, consolidando un sistema culturale solido, connesso e sostenibile, all’altezza delle sfide e delle opportunità dei prossimi anni”.  

Dettaglio dell’oinochoe con Odisseo e le Sirene, in ceramica attica a figure nere (525-500 a.C.) conservata allo Staatlische Museen di Berlino (foto mann)

“Il nome Parthenope evoca un’immediata connessione tra la città e i suoi abitanti”, afferma Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. “Un legame inscindibile, da raccontare alle nuove generazioni. La mostra del Mann, una delle istituzioni culturali più rappresentative della città, mette in relazione elementi mitici e reali, rappresentazioni archetipiche e testimonianze materiali inedite, come i frammenti derivanti dagli scavi recenti della Metropolitana. La varietà dell’esposizione riflette la particolarità e la ricchezza simbolica della Sirena Parthenope. Ad arricchire il progetto, un gran numero di prestiti nazionali e internazionali che ritrovano, nelle sale del Mann, una location unica. La collaborazione tra musei nazionali, internazionali e collezioni private contribuisce a rendere la mostra un’eccezionale occasione di confronto, nonché un ulteriore tassello dell’offerta culturale della città sempre più articolata per i napoletani e per i turisti che avranno l’opportunità di visitarla”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli. La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Anforetta con sirene, galli e motivi floreali, in ceramica calcidese a figure nere, dalla necropoli del Vadabillo di Massa Lubrense (550-500 a.C.) conservata al museo Archeologico della Penisola Sorrentina “George Vallet” di Piano di Sorrento (foto mann)

Tanti i prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere del naufragio dal museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa, infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del museo nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza). Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)

Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.

Il busto seicentesco di Santa Patrizia, in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero (foto mann)

L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei).

Sirene: dettaglio del libro “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, conservato nella Biblioteca del Mann (foto livia pacera / mann)

In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.

Mostra “Parthenope. La sirena e la città”: video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. (foto mann)

Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.

 

Pasqua e Pasquetta all’insegna dell’arte e della cultura: il 5 aprile, “#domenicalmuseo”, ingresso gratuito; il Lunedì dell’Angelo apertura straordinaria

Pasqua e Pasquetta all’insegna dell’arte e della cultura. Nei giorni delle festività, infatti, musei, gallerie, aree e parchi archeologici, ville, giardini, abbazie e complessi monumentali statali resteranno aperti per consentire a tutti di godere delle bellezze artistiche, paesaggistiche e culturali italiane. Il 5 aprile 2026, giorno di Pasqua, coincide quest’anno con l’iniziativa “#domenicalmuseo”. Musei, gallerie, aree e parchi archeologici statali saranno aperti al pubblico gratuitamente. Un’opportunità unica per scoprire o riscoprire le meraviglie artistiche e culturali del nostro Paese. La precedente edizione di #domenicalmuseo del 1° marzo 2026 ha registrato 280.724 ingressi.

Il 6 aprile 2026, giorno di Pasquetta, molti musei in tutta Italia posticipano la consueta chiusura del lunedì per garantire l’apertura straordinaria. Le visite si svolgeranno secondo le modalità previste dai singoli istituti, con accesso su prenotazione ove richiesto. Si consiglia di pianificare la visita consultando i siti ufficiali dei musei oppure l’app “Musei Italiani”, che consente anche l’acquisto dei biglietti.

Gela (Cl). Al Bosco Littorio al via i lavori di allestimento del museo dei Relitti greci: prima l’assemblaggio del relitto Gela I, poi le vetrine con i reperti recuperati, infine le installazioni multimediali

Veduta aerea del museo dei Relitti greci nel Bosco Littorio di Gela (foto regione siciliana)

Il suggestivo allestimento della Nave di Gela per la mostra “Ulisse in Sicilia. I luoghi del Mito” al Bosco Littorio di Gela (foto regione siciliana)

Inizieranno giovedì 3 aprile 2026, alle 11, a Gela (Cl) i lavori per l’allestimento del museo dei relitti greci, all’interno di Bosco Littorio. Il museo, interamente finanziato dall’assessorato regionale ai Beni culturali, e realizzato ex novo in appena tre anni, è stato progettato dalla Soprintendenza dei beni culturali di Caltanissetta che ne ha anche curato la direzione dei lavori e l’allestimento. Saranno presenti all’avvio dei lavori l’assessore ai Beni culturali e identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato; la soprintendente dei Beni culturali e Ambientali di Caltanissetta, Daniela Vullo; la direttrice del Parco archeologico di Gela, Donata Giunta; i dipendenti della Soprintendenza di Caltanissetta Ettore Dimauro (progettista e direttore), Emanuele Turco (rup e dirigente della sezione archeologica), Filippo Ciancimino (curatore allestimento). Si procederà dapprima con l’apertura delle casse contenenti gli elementi lignei appartenenti al relitto greco arcaico, recuperato dalla Soprintendenza di Caltanissetta, nelle acque antistanti contrada Bulala, a Gela, con due campagne di scavo avvenute negli anni 2003-2004 e 2007-2008. Terminato l’assemblaggio del relitto, che costituisce la fase più complessa dell’intero allestimento, si procederà con la realizzazione di vetrine espositive contenenti i reperti provenienti dall’imbarcazione e installazioni multimediali. Parte del relitto (il paramezzale e i madieri) è stato esposto tra il 2022 e il 2023, all’interno del padiglione appositamente realizzato dalla Soprintendenza a Bosco Littorio (di fronte l’attuale struttura museale), per la mostra “Ulisse in Sicilia” che ha avuto oltre 45mila visitatori in tre mesi.

 

 

Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria inaugurazione dell’installazione “Mediterranee. Architettura e Design per Gianni Versace”

Mercoledì 1° aprile 2026, alle 12, al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria inaugurazione dell’installazione espositiva “Mediterranee. Architettura e Design per Gianni Versace”, realizzata dal dipartimento di Architettura e Design dell’università Mediterranea di Reggio Calabria, nell’ambito del programma della mostra “Gianni Versace. Terra Mater. Magna Graecia Roots Tribute”, un dialogo tra architettura, design e spazio museale, reinterpretando l’immaginario mediterraneo del grande stilista. L’installazione è un omaggio a Gianni Versace da parte di giovani futuri architetti e designer che nella sua opera riconoscono e rievocano le visioni delle comuni radici mediterranee. Il tributo prende forma proprio nel luogo che più di ogni altro esprime la sua personale concezione e definizione del passato come “via per il futuro”. All’inaugurazione intervengono Fabrizio Sudano, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; Giuseppe Zimbalatti, rettore dell’università Mediterranea; Tommaso Manfredi e Consuelo Nava, coordinamento del comitato scientifico e curatoriale; Marinella Arena, Francesco Armato, Alessandra Barresi, Nino Sulfaro e Marina Tornatora, comitato scientifico e curatoriale; una rappresentanza degli studenti coinvolti nel progetto.

Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, la tavola rotonda “Fondare il futuro: cultura tecnologia e impresa per un nuovo modello di sviluppo in Calabria” promossa da Associazione Civita

Martedì 31 marzo 2026, alle 10, al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, la tavola rotonda “Fondare il futuro: cultura, tecnologia e impresa per un nuovo modello di sviluppo in Calabria”, promossa da Associazione Civita, occasione per approfondire il ruolo strategico della cultura come leva di sviluppo territoriale, in dialogo con innovazione tecnologica e sistema produttivo, con un focus sulle prospettive di crescita della Calabria e del Mezzogiorno. Dopo i saluti di Domenico Battaglia, f. f. sindaco di Reggio Calabria; introduce e modera la tavola rotonda Simonetta Giordani, segretario generale Associazione Civita; intervengono Roberto Occhiuto, presidente Regione Calabria; Fabrizio Sudano, direttore museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; Mario Nobile, direttore generale AgID (in collegamento da remoto); Giuseppe Zimbalatti, rettore università Mediterranea; Andrea Guglielmo, direttore relazioni esterne e comunicazione Philip Morris Italia; Elvira Brunelli, prorettrice università della Calabria; Aldo Ferrara, presidente Unindustria Calabria. Per partecipare è necessario registrarsi al seguente link:
https://www.eventbrite.com/e/fondare-il-futuro-cultura-tecnologia-e-impresa-in-calabria-tickets-1984632793109.

Policoro (Mt). Al museo Archeologico nazionale della Siritide presentazione della nuova campagna di scavo del Siris Project con cantiere aperto, e visita alla mostra “Le dee del grano”

Lunedì 30 marzo 2026, alle 16.30, al museo Archeologico nazionale della Siritide (Policoro, Mt), porte aperte alle indagini archeologiche del progetto Siris Project 2026 della Humboldt-Universität di Berlino riprese da una settimana. Un’occasione unica per scoprire da vicino il lavoro degli archeologi. Sarà il direttore Carmelo Colelli con Annarita Doronzio e i suoi studenti ad aprire le porte dei cantieri per raccontare obiettivi e novità della campagna di ricerca di quest’anno.  Alle 18, visita guidata alla mostra “Le dee del grano” che presenta anche reperti provenienti dal Siris Project. Prenotazione consigliata al 3336128053. Attività inclusa nel biglietto di ingresso (escluse gratuità di legge).

 

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia presentato il libro “Dioniso immortale. Il Don Giovanni tra iniziazione e mito” di Domenico Alessandro De Rossi

Copertina del libro “Dioniso immortale. Il Don Giovanni tra iniziazione e mito” di Domenico Alessandro De Rossi

Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è stato presentato il libro “Dioniso immortale. Il Don Giovanni tra iniziazione e mito” di Domenico Alessandro De Rossi (Tipheret editore). Dopo l’introduzione di Luana Toniolo, direttrice museo ETRU, l’autore ha dialogato con Paolo Ricci, semiologo, e Pier Giorgio Dionisi, musicista, professore di Storia e Filosofia. Per rinvenire ciò che da tempo è rimasto nascosto del Don Giovanni di Mozart è essenziale andare oltre. Un percorso insicuro e non facile, tra ordine e disordine, tra libertà e negazione, tra Eros e Thanatos, tra sacro e profano, tra sublime bellezza e oscenità. Ma il mito ci è compagno con Dioniso l’immortale. Conoscerlo, quando afferrati da un rischioso processo di conoscenza, egli ci mostra un (nostro) rimosso pezzo del Sé. Rispetto alle altre opere non è azzardato definire il Don Giovanni come la più misteriosa tra le opere di Mozart. Proprio per quella sua peculiare dimensione altra, posta sulla soglia della metacognizione, espressione dell’archetipo coperto come tale, che si manifesta a tratti nell’Opera tra le evidenti apparenze comico-drammatiche. Il libro narra di una ribollente vitalità, in parte provocatoria ma solidamente fondata su significati tradizionali che disvelano dimensioni meno note riguardanti sicuramente più il mito e il numinoso, la massoneria e gli Illuminati di Baviera, che non delle avventure di un play boy di campagna della fine del XVIII secolo. Qui Praga: rappresentazione dell’Opera 1787 appena venti mesi dalla Rivoluzione francese, dove con audace incoscienza si anticipa il trinomio: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Viva la Libertà.

Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li)

L’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena presenta il vino in anfora, tra archeologia e produzione, sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

C’è un tipo di vinificazione che viene da lontano e ha radici nella storia antica: è il vino in anfora. E sull’isola d’Elba si tocca con mano questa continuità tra archeologia (con lo scavo della villa di San Marco, divenuta famosa per la cella vinaria) e produzione locale (con vini bianca in anfora). Ma l’Elba è stata anche testimone della sperimentazione del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, amato da Giulio Cesare. Nel viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso isola d’Elba”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), e la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompei (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso Pompei” dove col progetto “Coltivare la storia” si creerà una vera e propria vigna “archeologica” di 6 ettari con produzione di vino grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio. Ne hanno parlato l’ing. Vincenzo Calvanese e l’arch. Claudia Bonanno del parco archeologico di Pompei, e Ilaria Zanardini, project manager di Feudi di San Gregorio | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino. Li hanno illustrati ad archeologiavocidalpassato.com l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li).

“Le indagini nel sito di San Marco sull’isola d’Elba, in località San Giovanni”, spiega Laura Pagliantini (UniSi) ad archeologiavocidalpassato.com, “sono state avviate nel 2012 da parte dell’università di Siena e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno. Gli scavi si sono protratti per otto campagne nel corso delle quali è emersa una villa romana costruita alla fine del II sec. a.C. straordinariamente conservata. La villa era costruita in argilla cruda, perciò un incendio l’ha distrutta. In un certo senso questo incendio l’ha praticamente conservata intatta.

Elaborazione grafica della villa di San Marco sull’isola d’Elba a cura di M.T. Sgromo e C. Mendolia (foto graziano tavan)

La villa era articolata in una serie di stanze al piano inferiore dedicate alla preparazione degli alimenti, alla conservazione delle derrate alimentari, e una serie di stanze invece poste al piano superiore riservate al soggiorno dei proprietari quando venivano sull’isola d’Elba. Si tratta di stanze riccamente affrescate e affacciate verso il mare. Le stanze che sono poste al piano terra gravitavano attorno a quella che noi chiamiamo la cella vinaria, che era una stanza caratterizzata con cinque dolia a fossa interrati che servivano alla conservazione del vino.

Villa romana di San Marco sull’isola d’Elba: cantina con dolia (foto graziano tavan)

Il ritrovamento di questi dolia è stato eccezionale sia perché erano eccezionalmente conservati ma anche perché abbiamo recuperato su alcune pareti dei numerali incisi che ci hanno indicato approssimativamente la capacità contenuta, quindi circa 1600 litri per dolio, ma soprattutto abbiamo recuperato il nome del produttore di questi orci, quindi rivelando una proprietà all’isola d’Elba della gens Valeria.

Villa romana di San Marco sull’isola d’Elba: cantiere aperto al pubblico (foto graziano tavan)

“Quello che abbiamo cercato di raccontare oggi – continua Pagliantini – è che al di là del cantiere, nato come uno scavo universitario destinato alla formazione degli studenti, quello che intendiamo invece a sottolineare è che nel giro di pochi anni questo cantiere si è trasformato in un cantiere aperto al pubblico. Abbiamo fortemente voluto rendere questi scavi aperti alla cittadinanza e la cittadinanza è stata quella che per prima si è proposta anche come finanziatrice degli scavi, attiva, promotrice, e quindi negli anni tutta una serie di associazioni, imprese e imprenditori locali, si sono avvicinati con curiosità e interesse a quello che stavamo facendo.

La fabbrica di orci in terracotta a Impruneta (foto graziano tavan)

“Quindi a partire dal 2013 – sottolinea Pagliantini – abbiamo avuto l’opportunità di stringere una collaborazione con l’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) nella persona di Antonio Arrighi, che già da alcuni anni, tra i primi in Toscana, aveva cominciato ad affinare il vino all’interno di grandi orci di terracotta fabbricati a Impruneta. Quindi il ritrovamento di questi orci nello scavo dell’isola d’Elba, un territorio dove il vino viene fatto da duemila anni, una tradizione fortemente radicata nell’economia e nella struttura del territorio, questo ritrovamento ha fatto sì che questa collaborazione prendesse il via in un dialogo molto proficuo e stimolante, anche in uno scambio reciproco di valore. Noi abbiamo fornito quello che è la cornice storica e quello che avveniva nell’isola d’Elba duemila anni fa, e la vicinanza con Antonio ha permesso a noi archeologi di capire molto meglio quelle che appunto erano le tecniche di vinificazione.

I bianchi Tresse, Hermia e Valerius, vini in anfora, prodotti sull’isola d’Elba (foto graziano tavan)

“Da questa sinergia – conclude Pagliantini – sono nati tre vini in anfora, il Tresse e successivamente l’Hermia e il Valerius, che son dei vini bianchi, fermentati e affinati all’interno delle anfore di terracotta. E questo vino porta il nome dello schiavo e del padrone della villa di San Marco, quindi un voluto richiamo a quella che sono dei nomi emersi dalla terra, dall’archeologia, che hanno un forte legame con il territorio, un forte legame identitario. Questo, secondo noi, è l’esempio emblematico di quello che si può fare tra archeologia e cultura, e una vitivinicultura contemporanea e locale attenta e anche vogliosa di mettersi alla prova”.

“L’idea dell’esperimento del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, il vino degli dei che Giulio Cesaree aveva utilizzato anche in banchetti”, spiega Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro ad archeologiavocidalpassato.com, “è nata ascoltando in un convegno il prof. Attilio Scienza, la cui ricerca appunto era partita per capire perché questo vino aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri vini dell’Egeo. E nell’ascoltarlo ho chiesto se aveva già messo in pratica questa ricerca, mi sono proposto, e così è nato l’esperimento.

Antonio Arrighi presenta l’esperimento del vino marino sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

Siamo nel 2018, in settembre abbiamo immerso le uve del vitigno di uva ansonica a 10 metri di profondità in ceste di vimini. Tutto è nato dal fatto di cercare di fare un vino più naturale possibile senza utilizzare tecnologie. Dopo l’immersione, le uve sono state poste due giorni al sole ad asciugare dall’acqua di mare, quindi si è passati alla spremitura manuale in anfora per 6 mesi. Quindi per 6 mesi l’uva a macerare nelle anfore. È stato interessantissimo perché così il vino non aveva solfiti, non sono stati aggiunti solfiti, non sono stati aggiunti lieviti selezionati, né stabilizzazione, filtrazione: niente di tutto questo. Semplicemente un vino con il sale del mare. Quindi il sale come antisettico, disinfettante. Questo era l’obiettivo, questa era un’idea che poi con l’università di Pisa, le varie analisi, è finita in un convegno. Non avevamo calcolato che negli ultimi duemila anni non lo aveva mai fatto nessuno per cui c’è stato un interesse a livello mondiale. Ora continuiamo a farlo in piccole quantità, ma continuiamo”.

 

 

Fratta Polesine (Ro). Al museo Archeologico nazionale l’incontro “Conversazioni sul Mediterraneo: da Cipro al Polesine” con la direttrice del museo, Maria Letizia Pulcini, per il ciclo “Un Tè al Museo”

Domenica 22 marzo 2026, alle 15.30, al museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine (Ro) l’incontro “Conversazioni sul Mediterraneo: da Cipro al Polesine” con la direttrice del museo, Maria Letizia Pulcini, nuovo appuntamento del ciclo di incontri “Un Tè al Museo”, che unisce il piacere di un momento conviviale all’approfondimento di temi legati all’archeologia e alla storia antica. L’appuntamento di marzo è dedicato al Mediterraneo come spazio di incontro e di scambio tra culture, in occasione della mostra “Cipro e Italia. Identità culturali condivise all’alba della storia”, ospitata a Castel Sant’Angelo a Roma e visitabile fino al 30 giugno. La mostra, organizzata dal ministero della Cultura in collaborazione con il ministero della Cultura cipriota nell’ambito del Programma Culturale della Presidenza Cipriota del Consiglio dell’Unione Europea 2026, espone anche alcuni reperti provenienti dal villaggio dell’Età del Bronzo di Frattesina di Fratta Polesine, prova concreta di relazioni e contatti che attraversavano il mare già nelle fasi più antiche della storia europea.

Un pettine d’avorio da Frettesina esposto alla mostra “Cipro e Italia” a Castel S. Angelo a Roma (foto drm-veneto)

Durante l’incontro, Maria Letizia Pulcini guiderà il pubblico alla scoperta dei legami che mettevano in relazione le comunità dell’Italia protostorica con il più ampio mondo mediterraneo e, in particolare, con l’isola di Cipro. Sarà l’occasione per raccontare il Mediterraneo non come un confine, ma come uno spazio di incontro e di connessioni: uno spazio attraversato da rotte lungo le quali circolavano persone, oggetti, saperi e idee, contribuendo già nell’antichità alla costruzione di un orizzonte culturale condiviso. Come di consueto, “Un Tè al Museo” si svolgerà in un clima informale e accogliente: una tazza di tè accompagnerà il dialogo tra la direttrice e il pubblico, favorendo la condivisione e il confronto su temi che mettono in relazione il passato con il presente. La partecipazione è gratuita con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti. Tel: 0425/668523; drm-ven.museofratta@cultura.gov.it. Per evitare sprechi, ai/alle partecipanti è consigliato di portare con sé la propria tazza.

 

Taranto. Al museo Archeologico nazionale il concerto “Sono nato con la bocca aperta”, canzoni e storie della cucina pugliese, quarto appuntamento dell’anno della rassegna “Un anno di concerti al MArTa – Domeniche in concerto, musica e aperitivo”, promossa dal MArTa con l’orchestra della Magna Grecia e L.A. Chorus

Domenica 22 marzo 2026 al museo Archeologico nazionale di Taranto quarto appuntamento della stagione 2026 di “Un anno di concerti al MArTa – Domeniche in concerto, musica e aperitivo”, la rassegna di musica e archeologia organizzata in collaborazione con l’Orchestra ICO della Magna Grecia e L.A. Chorus, con la direzione artistica del maestro Maurizio Lomartire. Appuntamento col concerto “Sono nato con la bocca aperta”, canzoni e storie della cucina pugliese: Paolo Sassanelli, voce recitante; Martino De Cesare, chitarre; Umberto Sangiovanni, pianoforte. Uno spettacolo teatrale che intreccia parole, musica dal vivo e memoria popolare. Tra ironia, poesia e tradizione pugliese, la scena si fa tavola condivisa, dove le storie nutrono quanto il pane. . Ingresso al museo da corso Umberto al costo di 10 euro. L’accesso sarà consentito dalle 10 per la visita guidata, con inizio alle 10.30. L’accesso al concerto sarà dalle 11, con inizio alle 11.15. A seguire, l’aperitivo nel chiostro del Museo a partire dalle 12.15. Biglietti acquistabili presso Orchestra ICO della Magna Grecia, in via Giovinazzi 28 a Taranto, oppure su VIVATICKET: https://www.vivaticket.com/…/sono-nato-con-la…/294524.