Archivio | marzo 2019

Pompei. Nuova scoperta dallo scavo della Regio V: è emerso un termopolio (tavola calda) con “l’insegna commerciale” e anfore davanti al bancone

Il termopolio, ancora in corso di scavo, emerso dalle ricerche nella Regio V di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Le anfore trovate in situ davanti al bancone (foto Parco archeologico di Pompei)

Trovata una nuova tavola calda degli antichi abitanti di Pompei. È l’ultima, importante scoperta che viene dallo scavo in corso nella Regio V della città romana rimasta sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Il Termopolio, questo il termine usato dai romani per un locale pubblico molto simile alle nostre tavole calde, è emerso nello slargo che fa da incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, ormai interamente portato in luce nel cantiere di scavo. L’impianto commerciale è parzialmente scavato, in quanto collocato lungo uno dei fronti di scavo, oggetto dell’intervento di messa in sicurezza e consolidamento del Grande Progetto Pompei, che sta interessando gli oltre 3km di perimetro dell’area non scavata del sito.

La figura di Nereide su cavallo in ambiente marino rappresentata su un lato del bancone del termopolio della Regio V (foto Parco archeologico di Pompei)

Le anfore trovate davanti al bancone (foto Parco archeologico di Pompei)

Le decorazioni del bancone raffigurano su un lato, una bella figura di Nereide su cavallo in ambiente marino e dall’altro l’illustrazione, molto probabilmente, dell’attività stessa che si svolgeva nella bottega, quasi come un’insegna commerciale. Il ritrovamento di anfore poste davanti al bancone, al momento dello scavo, rifletteva difatti esattamente l’immagine dipinta. I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassate nel bancone di mescita in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano una ottantina.

La raffigurazione di anfore davanti al bancone su un lato del bancone del termopolio (foro Parco archeologico di Pompei)

“Per quanto strutture come queste, siano ben note nel panorama pompeiano”, dichiara la direttrice ad interim, Alfonsina Russo, “il rinnovarsi della loro scoperta, con anche gli oggetti che accompagnavano l’attività commerciale e dunque la vita di tutti i giorni, continua a trasmettere emozioni intense che ci riportano a quegli istanti tragici dell’eruzione, che pur ci hanno consegnato testimonianze uniche della civiltà romana”.

Per i “Venerdì del Muciv” Francesca Morandini presenta “L’ideale guerriero longobardo” nel museo di Santa Giulia di Brescia

L’ideale guerriero longobardo nella ricostruzione proposta dal progetto “Longobardi in vetrina”

Il logo del progetto “Longobardi in vetrina”

Quando si parla di Longobardi la prima immagine che prende forma davanti ai nostri occhi è quella delle armi e di un guerriero che le indossa o le brandisce. Il guerriero longobardo è un topos nella visione collettiva dell’alto medioevo, sia per l’importanza che questa figura rivestiva nel proprio gruppo sociale, sia perché larga parte delle nostre conoscenza in merito ai Longobardi ci derivano dai ritrovamenti di necropoli, contesti nei quali emerge con forza, dai reperti, la volontà della società di rappresentare la maggior parte della compagine maschile come guerrieri. Venerdì 29 marzo 2019, alle 16.30, per i “Venerdì al Muciv”, nella sala conferenze del museo Preistorico etnografico nazionale “Luigi Pigorini” di Roma-Eur, incontro con Francesca Morandini e Marco Merlo su “L’ideale guerriero longobardo nel Museo di Santa Giulia a Brescia”. Il riferimento è alla mostra “L’ideale guerriero”, organizzata tra il museo di Santa Giulia di Brescia e il museo delle Civiltà di Roma nell’ambito del progetto “Longobardi in vetrina”, con scambi tra musei promosso dal sito Unesco “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.)”. A Santa Giulia in particolare sono esposte sia necropoli individuate nell’ultimo quarto dell’Ottocento (Milzanello di Leno, Darfo, Botticino Sera, Calvisano, Brescia), sia necropoli scavate in tempi più recenti e quindi molto interessanti per i numerosi dati che rivelano. Al museo nazionale dell’Alto Medioevo di Roma sono invece conservati gli straordinari reperti provenienti dai sepolcreti di Nocera Umbra (PG) e Castel Trosino (AP). I lavori, condotti tra il 1897 e il 1898 da Angiolo Pasqui a Nocera Umbra (necropoli “Il Portone”) e tra il 1893 e il 1896 da Raniero Mengarelli a Castel Trosino (necropoli “Santo Stefano”), hanno permesso di mantenere quasi inalterate le relazioni tra gli oggetti e le tombe di provenienza, offrendo dati importanti per lo studio e la ricerca. Nella conferenza verrà presentato non solo l’ideale guerriero delineato attraverso i reperti provenienti dalle necropoli longobarde del territorio bresciano ma anche il museo nel quale i reperti sono esposti, il monastero di Santa Giulia, fondato da Desiderio, ultimo re de Longobardi.

A Ferrara al via le “Giornate del Restauro e del Patrimonio Culturale” incentrate sui temi dell’innovazione, della ricerca e del trasferimento tecnologico per il settore del patrimonio culturale

Palazzo Tassoni Estense a Ferrara, sede del Dipartimento di Architettura dell’università di Ferrara

Logo del XXVI salone del restauro a Ferrara in settembre 2019

Sette tra convegni e tavole rotonde; un premio internazionale “Domus Restauro e Conservazione”; quattro tra mostre ed esposizioni; un concerto e una proiezione: sono i numeri delle “Giornate del Restauro e del Patrimonio Culturale”, che si terranno dal 28 al 30 marzo 2019 nella prestigiosa cornice di Palazzo Tassoni Estense a Ferrara, sede del Dipartimento di Architettura di Unife: un appuntamento a livello nazionale e regionale per tutti coloro che a vario titolo operano nel settore dei beni culturali, della loro conservazione, gestione e valorizzazione. L’evento è organizzato dal dipartimento di Architettura e dai suoi centri di ricerca DIAPReM, LaboRA e dal laboratorio TekneHub del Tecnopolo di Ferrara, in collaborazione con il Salone internazionale del Restauro, dei musei e delle Industrie Culturali e Creative, il ministero per i Beni e le Attività culturali, la Regione Emilia-Romagna, l’Agenzia regionale per la Ricostruzione – Sisma 2012, il Clust-ER Edilizia e Costruzioni, e con il patrocinio del Comune di Ferrara e dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Ferrara. Tutti i convegni rilasciano crediti formativi professionali. Secondo una tradizione ventennale, il mese di marzo ospita a Ferrara tre giorni di convegni, mostre, dibattiti e tavoli di lavoro che anticiperanno i contenuti del prossimo Salone Internazionale del Restauro, dei musei e delle Industrie Culturali e Creative previsto dal 18 al 20 settembre 2019 in concomitanza con Remtech Expo.

Giornate del restauro e del patrimonio culturale” anche mostre a tema

Il focus centrale sarà sui temi dell’innovazione, della ricerca e del trasferimento tecnologico per il settore del patrimonio culturale, con particolare riferimento alle tematiche della conservazione e valorizzazione, della digitalizzazione, delle figure e skills professionali richieste dall’attuale mercato, dei progetti di ricerca finanziati, delle metodologie e tecnologie, del dibattito sui progetti e gli interventi sul patrimonio culturale – padiglione espositivo di Palazzo dei Diamanti – della ricostruzione post sisma nel territorio emiliano. Saranno presenti oltre 60 i relatori da tutto il territorio regionale e nazionale che interverranno durante le Giornate del Restauro, facendo della città di Ferrara la capitale di queste tematiche di studiosi, ricercatori, esperti, imprenditori e policy maker.

Il logo delle Giornate del Restauro e del Patrimonio culturale

Programma di giovedì 28 marzo 2019. Alle 10.15, introduzione alle Giornate e saluti istituzionali. Dalle 10.30 alle 13, tavolo di lavoro: Clust_ER BUILD Edilizia e Costruzioni: Value Chain INNOVA-CHM (Innovation in Construction and Cultural Heritage Management) Dalle 14.30 alle 17.30, convegno: lo sviluppo di un eco-sistema digitale del patrimonio culturale. Metodologie e tecnologie per la realizzazione di piattaforme abilitanti per la conoscenza, documentazione, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Dalle 18 alle 20, Premio Domus Restauro e Conservazione VII edizione: cerimonia di premiazione dei progetti vincitori. Quest’anno la categoria in concorso è stata quella delle tesi di laurea, specializzazione, master e dottorato, con oltre cento iscrizioni e l’effettiva partecipazione di 71 candidati provenienti da tutti gli atenei italiani. Alla cerimonia saranno presenti i membri della Giuria del Premio: prof. Riccardo Dalla Negra (presidente), prof. Claudio Varagnoli, arch. Konstantinos Karanasos e arch. Andrea Alberti (membri) e prof. Marcello Balzani (segretario). I tre candidati premiati con la medaglia d’oro e le medaglie d’argento ex-aequo presenteranno i propri lavori, coadiuvati dai relatori che ne hanno seguito l’intero percorso formativo. Medaglia d’Oro: Elisabetta Montenegro, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Sapienza Università di Roma Relatore: Giovanni Carbonara. Medaglia d’Argento ex-aequo: Giusi Pardo Dipartimento di Architettura e Design, Politecnico di Torino Relatore: Cesare Tocci. Medaglia d’Argento ex-aequo: Simone Spampinato Dipartimento di Architettura, Università di Palermo Relatore: Gaspare Massimo Ventimiglia e Josè Ignacio Linazasoro. Premio speciale Didattica Internazionale: Prof. Javier Gallego Roca Escuela Técnica Superior de Arquitectura, Cátedra de Restauración Arquitectónica, Universidad Internacional de Andalucía (Spagna) .

A Ferrara fa discutere il progetto di ampliamento di Palazzo dei Diamanti

Programma di venerdì 29 marzo 2019. Dalle 9.30 alle 12.30, convegno: ricostruzione post sisma 2012: il punto sui cantieri del MiBAC. Il convegno ha l’obiettivo di presentare al pubblico i risultati, in termini di tutela e di miglioramento delle conoscenze storiche e tecniche, dell’attività di ispezione e di direzione tecnica dei cantieri post sisma da parte della Soprintendenza e del Segretariato Regionale. In particolare, è questa l’occasione per un consuntivo di ordine generale sull’attività degli uffici periferici del Mibac nella ricostruzione post sisma 2012, che hanno attivato numerosi cantieri pubblici e privati e un numero consistente di cantieri direttamente condotti dal Mibac. Dalle 14.30 alle 17.30, tavola rotonda: Palazzo dei Diamanti: le ragioni del SÌ, le ragioni del NO. Un tema di assoluta attualità è quello relativo alla realizzazione di un nuovo padiglione espositivo nell’area del giardino posto sul retro del Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Dalle 17.30 alle 18, proiezione del film “L’architettura rinnova la città nel tempo”. Quindi dalle 18 alle 19.30, concerto per pianoforte con Leonardo Lucchesi.

Epicentro del sisma del 2012 in Emilia Romagna

Programma di sabato 30 marzo 2019. Dalle 9.30 alle 16.30, convegno: “Restauro e territorio: il territorio emiliano dopo il Sisma del 2012”. Prima Sessione: ostaggi della memoria o esempi dinamici di ricostruzione? Rigenerazione e rivitalizzazione dei centri storici colpiti dal sisma: azioni progettuali su larga scala (ing. Maria Romani, coordinamento degli Interventi di Ricostruzione dei Centri Storici); progetti di restauro e valorizzazione del patrimonio culturale: dalla sicurezza dell’edificio (macro scala) al restauro degli apparati decorativi (micro scala) (ing. Davide Parisi, coordinamento dei Pareri di Congruità per gli Interventi di Ricostruzione Pubblica). Seconda sessione: al di là dell’emergenza. Il rilievo del danno al patrimonio storico-artistico e primi interventi di messa in sicurezza (arch. Antonino Libro, coordinamento Interventi per la Ricostruzione Post Sisma degli Immobili Sottoposti a Tutela); predisposizione e studio di modelli specifici ad implementazione degli strumenti esistenti: scheda per la valutazione dei primi interventi di messa in sicurezza e rilievo del danno per tipologie architettoniche specifiche (Teatri, Castelli, Cimiteri) (prof.ssa Eva Coisson, associato in Restauro, università di Parma). Terza Sessione: cooperazione territoriale.

“Canova e l’Antico”, mostra-evento al museo Archeologico nazionale di Napoli: 120 opere del “novello Fidia” dialogano con i capolavori dell’arte antica, greco-romana e pompeiana, che l’hanno ispirato

Scriveva Stendhal: “Il Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci e di inventare una bellezza, come avevano fatto i greci: che dolore per i pedanti! Per questo continueranno ad insultarlo cinquant’anni dopo la sua morte, ed anche per questo la sua gloria crescerà sempre più in fretta. Quel grande che a vent’anni non conosceva ancora l’ortografia, ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori!”. E già a vedere alcune opere del Canova che scorrono nel video di Ars Invicta, trailer di presentazione della mostra-evento “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019 ci dà un assaggio della grandezza di questo artista celebrato da Stendhal. E che per tutto il corso della sua attività artistica ha seguito il monito di Johann Joachim Winckelmann, padre del Neoclassicismo: “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili”. Al Mann, a Napoli, per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore per mettere a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’Antico.

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Per la prima volta si mette a fuoco in una mostra quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”: definizione che ben si attaglia al sommo Antonio Canova e alla sua arte sublime, celebrata per la prima volta a Napoli, al museo Archeologico nazionale nella mostra-evento co-promossa dal Mibac-Mann con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni. La mostra “Canova e l’Antico” ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-Museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia.

Vincenzo De Luca, governatore della Campania

“Perché Canova ha tanto senso? Perché sentiamo così profondamente la mostra “dell’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”, fra gli artisti del ‘700?”, si chiede il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. “La risposta è nella mostra proposta dal Mann, che dimostra non solo l’eccellenza del museo che la ospita, ormai fra le più importanti istituzioni culturali europee, e lo straordinario intuito del suo direttore che riesce a tessere una fitta rete di rapporti interni e internazionali: negli ultimi mesi con la Cina, oggi con l’Ermitage di San Pietroburgo. Soprattutto, però, la mostra prova l’universalità “politica” dell’arte e la sua perenne contemporaneità. Da San Pietroburgo, giungono a Napoli prestiti unici e irripetibili, come i gruppi scultorei di Canova che, per la prima volta, vivranno un emozionante confronto con i modelli che hanno ispirato l’autore. A San Pietroburgo, reperti provenienti dal Mann e dal Parco Archeologico di Pompei danno vita alla mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi”. È il significato dell’arte come patrimonio universale e collettivo. Ed è, per noi, motivo di orgoglio sentirci protagonisti di questa eccezionale interazione, condividere la capacità quasi “olfattiva” del Mann di intercettare, per questo magma in movimento che è la Campania, un “sistema” dell’arte, unico nel suo genere, che possa indicare nuovi orizzonti nella gestione della cultura della nostra nazione”.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Se la scoperta di Ercolano e Pompei sono alla base della nascita del Neoclassicismo”, interviene il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “la figura di Canova ne è, forse, la massima espressione artistica. Riflettere poi sul fatto che “il moderno Fidia” trasse ispirazione dal patrimonio antico di Napoli, anche in termini di statuaria, e ricevette numerose commesse tanto da consentirci, oggi, di poter proporre un “itinerario canoviano”, fornisce la risposta al perché di una mostra di Canova all’Archeologico di Napoli, curata magistralmente da Giuseppe Pavanello. Cardine dell’esposizione è il nucleo di sculture proveniente dall’Ermitage, museo con il quale il Mann è legato da un protocollo quadriennale propiziato dalla lungimiranza di Maurizio Cecconi con l’ausilio di Villaggio Globale International. Per questo mi sento in dovere di ringraziare il professor Michail Piotrovskij, direttore del museo statale Ermitage, e il curatore del dipartimento canoviano dottor Sergej Androsov. Fondamentali prestiti sono stati forniti anche dalla Gipsoteca di Possagno, dal museo di Bassano del Grappa, dal museo nazionale di Kiev e dall’Accademia di Napoli che concorrono a creare uno straordinario percorso artistico incardinato sul tema che parte dalla fase creativa (dal bozzetto al disegno, dal modello alla copia in gesso) fino all’opera d’arte definitiva”.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – L’Amorino Alato, L’Ebe, La Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono, tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi come l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante, restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private – o il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova) che ha concesso, con grande generosità, prestiti davvero significativi.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno

Fondamentale in tal senso anche il supporto della soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Venezia e delle province di Belluno, Padova e Treviso, che in questi anni sta conducendo una delicata azione sul territorio, non solo di tutela delle opere d’arte, ma anche di salvaguardia e affermazione del loro valore testimoniale rispetto alle drammatiche vicende della prima Guerra Mondiale, che le ha viste tragicamente protagoniste, talvolta riportando ferite di cui va mantenuta viva la memoria. Sempre nell’ambito della collaborazione con l’Istituzione di Possagno, altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista”, come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816, chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati.

Medio Egitto. Ad Antinoupolis, la città romana voluta dall’imperatore Adriano per il favorito Antinoo c’è un tempio ramesside di 1400 anni prima. Ne parla, con le ultime scoperte, l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino

La locandina dell’incontro con Giulia Rosati al museo Egizio di Torino sul tempio ramesside di Antinoupolis

L’egittologa Giulia Rosati

Poco meno di 300 chilometri a Sud del Cairo, e a una decina da Beni Hasan, nel Medio Egitto sorgono le rovine della città di Antinoupolis, città fondata nel 130 d.C. dall’imperatore Adriano in memoria del suo favorito Antinoo, che secondo la tradizione si sarebbe lasciato annegare nel fiume per salvare il suo imperatore, come vaticinato da un oracolo. Tra le rovine di questa città romana si notano i resti di un tempio realizzato circa 1400 anni prima da Ramses II, riutilizzando gran parte di materiali di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaten. Prenderà spunto da questo tempio l’incontro con l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino. Appuntamento martedì 26 marzo 2019 alle 18 nella sala conferenze dell’Egizio. Giulia Rosati parlerà di “Un tempio per Amon e per tutti gli dei nella Città di Antinoo: antichi e nuovi culti nella fondazione di Adriano”. La conferenza sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. Gloria Rosati è professore associato di Egittologia all’università di Firenze dal 2007. Fin dal 1978 ha partecipato alle campagne di scavo dell’università di Firenze ad Antinoupolis, in Medio Egitto, e sta portando a compimento, assieme all’architetto M. Coppola, l’edizione del tempio di Ramses II. Nel corso degli anni ha partecipato a campagne in Egitto (Luxor) e Sudan (Gebel Barkal) dirette dall’università di Roma La Sapienza, e ha fatto pratica di testi funerari e rituali su papiro in scrittura ieratica, contribuendo al riordino della collezione dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli” – Università di Firenze.

I resti del tempio ramesside ad Antinoupolis (Egitto)

“Sebbene privo dei muri e delle coperture”, spiegano gli studiosi, “del tempio ramesside di Antinoupolis restano le colonne di corte e sala ipostila e – caso raro – gli architravi dell’ipostila e della terrazza orientale della corte. Ne è stata ormai definita correttamente la pianta e si possono fare ipotesi sulle fasi costruttive. Ufficialmente dedicato ad Amon, di fatto sono le grandi divinità nazionali e locali che vi hanno spicco. Ulteriori conoscenze sulla sua decorazione derivano incredibilmente dalle indagini archeologiche condotte nella città, dove materiali originariamente nel tempio sono stati a loro volta riusati. È recentissima poi una scoperta archeologica inattesa, nella quale si ritrovano geroglifici di età adrianea”.

“Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi”: apre a Castelfranco Emilia la mostra sulla mansio di Forum Gallorum, eccezionale recente scoperta lungo la via Emilia, rimasta in vita per quasi 600 anni dal II sec. a.C. al V d.C.

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia (la romana Forum Gallorum)

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

È rimasta in vita per circa seicento anni, dall’inizio del II sec. a.C. al V sec. d.C.: è la mansio scoperta di recente lungo la via Emilia, a Ovest dell’abitato di Castelfranco Emilia, la romana Forum Gallorum. Ad essa è dedicata la mostra curata da Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” che prenderà il via al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” sabato 13 aprile 2019: l’inaugurazione sarà alle 17.30. La mostra, che rimarrà aperta fino al 10 giugno 2019, è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Castelfranco Emilia in collaborazione con università di Bologna, università di Modena e Reggio Emilia, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e associazione culturale museale Forum Gallorum. Il catalogo scientifico “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” a cura di Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri contiene la pubblicazione integrale dello scavo e del materiale rinvenuto. È il volume 12 della Dea, Documenti ed Evidenze di Archeologia, collana della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Oltre a mappe e installazioni multimediali, la mostra espone 163 reperti che danno conto di come, a dispetto della apparente semplicità delle strutture rinvenute, il tenore di vita degli abitanti della mansio e degli ospiti temporanei fosse di tutto rispetto: suppellettile da mensa di elevata qualità, vasellame in vetro e un raro esemplare coppa in ceramica invetriata. Ulteriore elemento a conferma di un luogo di sosta bene inserito nel vivace contesto commerciale è il cospicuo quantitativo di anfore presenti nell’edificio, così come nel territorio di Forum Gallorum, sin dalle prime fasi repubblicane.

Aerofotogrammetria della mansio di Castelfranco Emilia e moneta proveniente dallo scavo nelal locandina di presentazione della mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi”

La mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” sarà presentata in anteprima giovedì 28 marzo 2019, alle 20.30, nella sala “Gabriella Degli Esposti” della Biblioteca Comunale in piazza della Liberazione a Castelfranco Emilia (Mo). Interverranno Sara Campagnari e Valentina Manzelli, archeologhe della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Diana Neri, direttrice del Museo Civico Archeologico “A. C. Simonini” di Castelfranco Emilia; Roberta Michelini, archeologa. La peculiare posizione del ritrovamento, in stretto rapporto con la strada e a circa 2,5 km. dal fiume Panaro, e la specifica organizzazione degli ambienti – piccole stanze per il riposo attorno ad uno spazio aperto, adatto ad alloggiare carri e animali – hanno indotto gli archeologi a identificare l’edificio con una mansio, o più genericamente una stazione di posta, analogamente al complesso Mutatio Ponte Secies precedentemente individuato a Cittanova, a ovest di Mutina. “La mansio di Castelfranco Emilia – spiegano in soprintendenza – presenta diverse fasi strutturali (a partire dall’epoca repubblicana) e ha restituito molti reperti di inestimabile valore storico, fornendo l’occasione per riscoprire e valorizzazione il territorio castelfranchese anticamente posto fra le colonie di Mutina e Bononia”. La serata è realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale Forum Gallorum.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

Per costruire un impero ci vogliono strade su cui spostare uomini, eserciti, merci; per governarlo bisogna attrezzarle con stazioni di sosta dove ufficiali, dignitari, portatori di ordini e dispacci possano riposare, rifocillarsi, accudire gli animali da trasporto, riparare i veicoli danneggiati e ripartire con la massima rapidità. Lo sapevano bene i Romani che punteggiarono la fitta rete stradale con un cospicuo numero di mansiones o mutationes (mansio, dal verbo manere, fermarsi, rimanere. Era detta così la stazione di sosta situata lungo le strade romane, messa a disposizione di dignitari, ufficiali o chiunque viaggiasse per ragioni di stato), aree di sosta a servizi differenziati –una sorta di moderni autogrill- ben note ai viaggiatori grazie a una serie di strumenti paragonabili alle odierne carte Michelin. Una di queste mansiones è stata recentemente trovata alla periferia occidentale di Castelfranco Emilia.

Frammenti di oggetti in vetro provenienti dallo scavo della mansio di Castelfranco Emilia

L’esposizione offre l’occasione non solo per presentare una scoperta eccezionale per le diverse fasi strutturali e i tanti reperti di grande valore storico rinvenuti ma anche per aprire una finestra sul mondo delle strutture a servizio della viabilità di epoca romana, per molti versi ancora poco studiato. La mansio rinvenuta a Castelfranco Emilia è un caso da manuale: stazione di sosta affacciata su una strada consolare, ubicata a poca distanza ma comunque fuori dal centro abitato di Forum Gallorum (posizione tipica delle stazioni di sosta relative alla vehiculatio, il servizio di trasporto statale), non troppo lontana dal fiume Panaro. Un edificio complesso formato da più corpi di fabbrica con diverse destinazioni d’uso, costruito attorno a un grande cortile scoperto su cui si affacciavano i diversi ambienti, le stalle, i depositi, i locali di servizio, le camere spesso dotate di focolari autonomi e un’area di cucina comune. Gli archeologi hanno ricostruito l’intera sequenza insediativa di questa mansio usata ininterrottamente dall’inizio del II sec. a.C. al V sec. d.C., che mostra una significativa ristrutturazione in età augustea – in concomitanza con la riorganizzazione del cursus publicus operata da Ottaviano Augusto- e che raggiunge la massima estensione (mq 1076,70) nella seconda metà del I sec. d.C. con l’aggiunta di un cortile e un nuovo corpo di fabbrica. Gli scavi ci dicono che l’edificio veniva rifatto in media ogni cento anni senza però mutare la configurazione degli ambienti, segno evidente che la mansio era perfettamente adeguata alle esigenze che avevano portato alla sua costruzione. Quello che invece cambiava sempre era la configurazione e posizione delle infrastrutture poste tra l’edificio e la via Emilia, canali e condotte necessarie al drenaggio della carreggiata che venivano continuamente spostate, allargate e strutturate.

Dettaglio della Tabula Peuntingeriana con la via Emilia e il vicus di Forum Gallorum

La presenza di una mansio a Forum Gallorum è confermata dalla Tabula Peutingeriana che, con l’Anonimo Ravennate, costituisce la principale testimonianza dell’esistenza del vicus, posto in un importante snodo itinerario e che permane anche in epoca medievale. Le fonti letterarie ci forniscono un ulteriore indizio a favore dell’esistenza di una struttura ricettiva già bene organizzata nel I sec. a.C. Nel passo di Appiano sulla battaglia di Forum Gallorum si narra che Antonio, dopo avere combattuto contro il console Irzio, si fosse ritirato vicino al campo di battaglia “senza alcun trinceramento”. “Vista la natura impervia dei luoghi e il momento del conflitto (la primavera del 43 a.C.)”, si chiedono gli archeologi, “non è possibile che Antonio abbia trovato una sistemazione per la notte in un edificio già qualificato da tempo come stazione di sosta ben strutturata e in posizione funzionale a una rapida mobilità? E non potrebbe derivare dalla vittoria del giovane Ottaviano su Antonio la denominazione di Victoriolae con cui sembra registrata sull’Itinerarium Burdigalense?”. Con la fine dell’Impero Romano il complesso cade in disuso e diventa oggetto di uno smantellamento sistematico. Qualcosa però rinasce in un momento imprecisato del tardo Medioevo quando il sito è nuovamente occupato in maniera stabile da un edificio di dimensioni più ridotte: la sua struttura farebbe pensare a una funzione di accoglienza, confrontabile con il non lontano ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto, fondato entro il 1162 e legato all’Abbazia di Nonantola. “Perché allora non pensare che possa avere ereditato la funzionalità romana per portarla fino alle soglie dell’età moderna, assolvendo la propria vocazione all’ospitalità non per ragioni politiche ma di fede?”.

Comacchio. Il museo del Delta Antico compie due anni: week end speciale con inaugurazione della nuova sezione “Uomini, territorio e storie del Delta”, visite guidate e laboratori per bambini e famiglie

Il museo del Delta Antico di Comacchio compie due anni

Fine settimana speciale per il museo del Delta Antico di Comacchio. Sabato 23 marzo 2019 alle 11 inaugura la nuova sezione “Uomini, territorio e storie del Delta” dedicata alla storia del settecentesco Ospedale degli Infermi e alle trasformazioni del territorio del Delta, risultato di un particolare rapporto tra uomo e ambiente nel corso dei secoli. E domenica 24 marzo 2019 a partire dalle 11, grande festa di compleanno del Museo, che spegne la sua seconda candelina dopo due anni intensi e pieni di successi e riconoscimenti. Per l’occasione l’ingresso al percorso espositivo sarà scontato per tutti. La speciale visita guidata partirà alle 11, mentre alle 15.30 sarà la volta dei laboratori per bambini e famiglie sotto il colonnato del monumentale ex Ospedale degli infermi, sede del Delta Antico. Il clou della festa, alle 17, sarà accompagnato da una torta gigante di compleanno.

L’Ospedale degli Infermi, a Comacchio, prestigiosa e monumentale sede del nuovo museo del Delta antico

Il museo del Delta Antico di Comacchio trova spazio nell’imponente architettura neoclassica del settecentesco Ospedale degli Infermi (1771-1784), realizzata da Antonio Foschini e Gaetano Genta. Esso costituisce uno degli edifici più significativi e monumentali del suggestivo centro storico di Comacchio. Vi è esposto un ricco patrimonio di beni archeologici provenienti dal territorio, dalle prime testimonianze di epoca protostorica sino al medioevo. Attraverso l’esposizione di quasi duemila reperti e grazie a suggestive ricostruzioni, agili apparati di guida e con momenti di interazione e coinvolgimento del pubblico, il museo narra la storia dell’antica foce del Po che, con i numerosi canali navigabili e le vie di terra, è stata nei secoli un importante snodo di commerci e di civiltà che collegava il mondo Mediterraneo e l’Europa continentale. Di particolare rilievo le sezioni dedicate alla città etrusca di Spina, con gli oggetti provenienti dall’abitato e i ricchi corredi delle tombe, al mondo romano, alla nascita di Comacchio nell’alto medioevo come emporio commerciale e sede vescovile. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano.

Invito all’inaugurazione della nuova sezione “Uomini, territorio e storie del Delta”

E sabato 23 marzo 2019 il museo si arricchisce di una nuova sezione: “Uomini, territorio e storie del Delta”. Alle 11, la cerimonia inaugurale al piano nobile di Palazzo Bellini. Interverranno Alice Carli, assessore alla Cultura; Caterina Cornelio, direttore museo Delta Antico; Franco dalle Vacche, presidente Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara; Marco Fabbri, sindaco di Comacchio; e Marcella Zappaterra, consigliere regionale Emilia-Romagna. L’incontro sarà moderato da Roberto Cantagalli, dirigente del Settore Turismo-Cultura del Comune di Comacchio. Il nuovo spazio è dedicato alla storia del settecentesco Ospedale degli Infermi e dell’utilizzo che, nel tempo, ne è stato fatto da parte della comunità comacchiese. Un luogo interattivo che presenterà contenuti multimediali dedicati alle trasformazioni del territorio del Delta e al rapporto tra uomo e ambiente nel corso dei secoli. La sezione presenta documentazione storico testimoniale e apparati iconografici delle storie, degli uomini e del territorio che costituiscono il percorso, attraverso i secoli, dello sviluppo e delle mutazioni idrografiche della laguna.

“Etiopia. La bellezza rivelata”: al museo di Storia naturale di Verona: un viaggio al fianco di studiosi ed esploratori della terra che fu della Regina di Saba

Donna Hamer nella città di Turmi, nella valle dell’Omo in Etiopia (foto di Carlo Franchini)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

Fu la terra della Regina di Saba, terra dai paesaggi di fantastica suggestione percorsa nei secoli scorsi dagli esploratori che ne hanno descritto animali di grande bellezza. È l’Etiopia. E dal 24 marzo al 30 giugno 2019 è protagonista al museo di Storia naturale di Verona della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”. Quasi un viaggio immaginario percorso al fianco di alcuni degli studiosi ed esploratori che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza di quella terra, accompagnati dagli animali che la popolano e dagli antichi oggetti delle sue genti. Cercando di far rivivere al visitatore il sentimento di meraviglia che spesso traspare dalle pagine che ci hanno lasciato. Partendo dalle descrizioni contenute in alcune loro opere librarie, le cui edizioni – spesso di gran pregio – sono conservate nella Biblioteca della Società Geografica, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia sarà evocata dagli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini. La ricchezza naturalistica e l’esclusività della fauna etiopica sarà poi raccontata dagli animali delle collezioni del museo di Verona. La molteplicità dei documenti, degli esemplari, degli oggetti e delle immagini in mostra consentono di apprezzare la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese e le sue antiche radici. “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” è una mostra Organizzata da Carlo e Marcella Franchini (Caluma) e dal museo di Storia naturale di Verona in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica Italiana, l’istituto italiano di Cultura di Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba.

Il sito archeologico di Axum in Etiopia (foto di Caluma)

L’Etiopia è un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare – spesso rapidamente – dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2mila metri dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell’arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale. La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Pelle e unghie di animali selvatici (Etiopia), ca. 1900

L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa – trasfigurate per lo più nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni – lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata in questa mostra.

Alla scoperta dell’arte buddista del Gandhara: Laura Giuliano per i “Venerdì del Muciv” protagonista dell’incontro al museo Preistorico etnografico “Pigorini” di Roma

Panoramica del museo delle Civiltà a Roma-Eur

Laura Giuliano

L’India del Nord Ovest fu, per posizione geografica e tradizione storica, l’area del subcontinente maggiormente esposta ai contatti con il mondo occidentale. La conquista di queste regioni da parte di Alessandro vi lasciò un segno profondo e durevole ed ebbe come effetto uno dei più interessanti e proficui incontri dell’antichità, quello tra il mondo classico e la variegata cultura che caratterizzava questi territori di frontiera, esposti ad influssi e tendenze provenienti oltre che dall’India, dall’Iran e dall’Asia centrale. La fioritura dell’arte del Gandhāra tra il I e il IV secolo della nostra era rappresenta l’esito più eclatante della ellenizzazione di questi territori, rinvigorita da sempre nuovi contatti con il mondo romano, e ormai talmente profonda e radicata da poter assorbire in una sintesi originalissima linguaggi formali, simbolici e filosofici della cultura locale, senza per questo snaturare le proprie origini, adattandosi a un contenuto buddhista. Venerdì 22 marzo 2019 nella sala conferenze del museo Preistorico etnografico nazionale “Luigi Pigorini” di Roma-Eur, per “I Venerdì del Muciv”, Laura Giuliano ci porterà ad “Esplorare l’arte buddhista del Gandhāra. Introduzione a un fenomeno figurativo tra Oriente e Occidente”.

Arte del Gandhara al museo delle Civiltà di Roma-Eur

“Nelle aree dell’antico Nord-Ovest indiano, un territorio di frontiera tra mondi diversissimi, corrispondente all’attuale Pakistan e a parte dell’Afghanistan”, si legge nel libro “L’arte del Gandhara” (Hoepli) a cura di Laura Giuliano, “tra la fine del I secolo a.C. e il IV-V secolo d.C. si manifestò una particolare corrente figurativa a contenuto prevalentemente buddhista, comunemente definita “arte del Gandhara”, caratterizzata dalla compresenza di componenti ed influssi classici (ellenistico-romani), indiani, iranici e centroasiatici, composti in una sintesi originalissima di linguaggi formali, simbolici e filosofici. I materiali d’elezione di questa produzione che oltre ad essere scultorea, è anche architettonica – ma che, a giudicare dai rari frammenti, doveva essere anche pittorica – sono lo schisto, talora il calcare, lo stucco e l’argilla cruda. Durante il XIX secolo e nei primi decenni del secolo appena passato, i rilievi buddhisti del Gandhara erano stati apprezzati dagli studiosi occidentali come le uniche creazioni del mondo indiano degne di un qualche interesse artistico, una valutazione sostanzialmente motivata dalla presenza di caratteri stilistici chiaramente collegati all’arte occidentale ellenistica e romana che si esprimono nel modo di rappresentare le figure, nei panneggi e nella resa spaziale. La definizione “arte del Gandhara” per questo fenomeno figurativo nasce proprio dalla consapevolezza di tali complessità e peculiarità”.

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.