“L’esercito di terracotta” invade Napoli: in mostra per la prima volta in Italia ben 300 reperti, tra statue, armi, carri, oggetti scoperti nella necropoli di Xian, patrimonio dell’Umanità. Tra questi reperti ben 170 guerrieri del primo imperatore della dinastia Qin, Shi Huang. Viaggio nella Cina di 2200 anni fa

L’impressionante colpo d’occhio dell’esercito di terracotta nel mausoleo del primo imperatore della dinastia Qin, scoperto nel 1974 a Xian in Cina
Era il marzo 1974 quando un contadino di nome Yang Zhifa rinvenne, durante lo scavo di un pozzo, alcune fosse che contenevano statue in terracotta di soldati in armi con tanto di carri e cavalli. Il caso, come spesso succede nelle grandi scoperte dell’archeologia, aveva permesso di rinvenire a Xian (Cina) il mausoleo del primo imperatore cinese della dinastia Qin, Shi Huang (260 a.C. – 210 a.C.), sino ad allora ritenuto scomparso. L’esercito di terracotta di Xian, circa ottomila statue di guerrieri, a difesa della sepoltura di Shi Huang,, una delle scoperte eccezionali del XX secolo, come la tomba del faraone Tutankhamon in Egitto, o le grotte preistoriche di Lascaux in Francia, o la città imperiale inca di Machu Picchu in Perù, dal 1987 è stato inserito nell’elenco del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Per chi ha in programma un viaggio nel capoluogo della provincia cinese di Shaanxi, una delle quattro grandi capitali dell’antica Cina, o per chi la visita del mausoleo di Shi Huang resterà solo un sogno irrealizzabile, Napoli offre fino al 28 gennaio 2018 una straordinaria occasione per un viaggio nell’antica Cina di 2200 anni fa.

Il suggestivo allestimento della mostra “L’esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina” (foto Mario Zifarelli)
Nella suggestiva cornice della Basilica dello Spirito Santo, nella centralissima via Toledo a Napoli, è allestita la prima italiana della mostra internazionale “L’esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina”, a cura di Fabio Di Gioia, l’esposizione più completa mai creata sulla necropoli, sulla vita del Primo Imperatore e sull’Esercito di Terracotta, ottava meraviglia del mondo per l’impatto visivo, perfettamente restituito dall’estensione della Basilica cinquecentesca dello Spirito Santo. In Italia infatti nel 1994 erano stati esposti dieci guerrieri e due cavalli a Venezia e Roma; nel 2008 a Torino erano arrivati solo due guerrieri di terracotta, mentre a Milano nel 2010 sono stati esposti un cavallo, un consigliere, un balestriere e sei lancieri. A Napoli, invece, si possono ammirare ben 300 reperti, tra statue, armi, carri, oggetti scoperti nella necropoli di Xian. Tra questi reperti ben 170 guerrieri; copie fedeli da calchi sugli originali realizzati in Cina da artigiani che hanno seguito le antiche tecniche per ottenere un effetto sovrapponibile agli originali. Disposti nella navata centrale della basilica, i 170 guerrieri offrono un colpo d’occhio suggestivo che riproduce l’esatta disposizione osservabile sul sito originario in Cina. “I pezzi sono stati elaborati fin nel più minuzioso dettaglio da artigiani cinesi appartenenti alla regione degli scavi”, spiegano gli organizzatori, “e realizzati con particolare attenzione ai dettagli al fine di mantenere la stessa bellezza e originalità degli originali. Le statue, le armi, le armature, i carri da guerra, il vasellame e gli oggetti che richiamano alla vita quotidiana dell’antica Cina presenti in mostra, sono stati riprodotti direttamente dagli originali grazie a calchi, ora preziosissimi, che è stato possibile applicare solo una volta. Le sculture sono state rifinite secondo il metodo antico, da artigiani cinesi della regione di Xi’An. La spettacolarità di queste riproduzioni è dovuta al realismo dei magnifici decori ed è rafforzata da affascinanti suggestioni luminose e audiovisive”.
“La scelta di Napoli per esporre la grande mostra internazionale sull’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore”, spiega il curatore Fabio Di Gioia, “poggia su importanti affinità culturali. Basti pensare alla grandiosa e vivida operosità che fu necessaria alla realizzazione dell’imponente meraviglia oggi ritrovata nella Necropoli di Xian, all’ingegnosa capacità organizzativa, alla velocità di produzione e alla notevole raffinatezza del lavoro degli artigiani che hanno dato volto e carattere sempre diversi a oltre 8mila sculture”. E continua: “Altro segno di vicinanza culturale con il carattere della città e le sue tradizioni è l’importanza data nel quotidiano al culto dei morti e alla vita oltre la morte. Sempre per analogia, a Napoli anche la scultura in sé, tanto nelle rappresentazioni del sacro quanto in quelle del profano, possiede una particolare forza evocativa. La rappresentazione fisica e tridimensionale della realtà sa essere arte da contemplare e nel contempo strumento molto efficace di comunicazione. Alla medesima combinazione di fattori, il Primo Imperatore della Cina, Qin Shi Huang, affidò, in maniera stupefacente e grandiosa, la sua sicurezza ultraterrena. Nelle nostre intenzioni, la mostra di Napoli è anche un’occasione importante per collegare e stimolare l’attività di Istituzioni ed eccellenze culturali e del territorio e del bacino regionale. Tale attività darà il via alla programmazione di appuntamenti di grande interesse e occasione di studio per scuole, licei, università e accademie”.
L’esercito è composto da riproduzioni di guerrieri in terracotta, vestiti con corazze in pietra e dotati di armi, poste di guardia alla tomba dell’imperatore Qin Shi Huang. Di queste statue sono state riportate alla luce circa 8000 guerrieri, 18 carri in legno e 100 cavalli in terracotta. Si tratta di una replica fedele dell’armata che aveva contribuito a unificare la Cina. Tuttavia, nelle fosse sono state trovate poche armi, poiché furono saccheggiate dai ribelli che si insediarono sul trono imperiale: la dinastia Han. Dalle posizioni delle mani e del corpo delle statue, si possono immaginare le tecniche di combattimento di fanti, alabardieri, arcieri e balestrieri. Si combatteva soprattutto a piedi: i carri e i cavalli servivano per dirigere i movimenti della fanteria. La cavalleria fu introdotta più tardi, per affrontare i guerrieri nomadi che in battaglia utilizzavano appunto i cavalli. Le statue colpiscono per il loro realismo e nei particolari: la tecnica usata per realizzarli consisteva nel compattare cerchi di argilla in modo da creare un tubo (il torace) e completate con l’aggiunta di gambe e braccia. La struttura poi veniva ricoperta di blocchetti di argilla per creare le uniformi e poi decorata.

Un soldato dell’imperatore con il suo cavallo nel suggestivo allestimento nella basilica dello Spirito Santo
L’esposizione di Napoli si snoda in 1800 metri quadri all’interno della Basilica di Santo Spirito, riaperta appositamente per questa esposizione, attraversando quella che fu la storia del Primo Imperatore, il suo esercito, le conquiste militari, la creazione e il mantenimento dell’Impero, lo straordinario processo di costruzione dell’Esercito di Terracotta, la tomba dell’Imperatore e gli scavi archeologici. Fanno parte dell’esposizione – come si diceva – 170 soldati in dimensioni reali, quale imponente scenografia di uno spettacolo di luci e suoni, che presenta in maniera viva e vibrante una intera sezione della fossa n.1. Altrettanto spettacolari le repliche identiche dei carri in bronzo scoperti in una delle fosse. Questa esperienza si rivolge ad un pubblico di qualsiasi età. E proprio per poter apprezzare lo splendore di questi tesori, sono state predisposte videoproiezioni di grandi dimensioni, audioguide e zone interattive. Il risultato è l’emozione di un viaggio magnifico in quello che viene considerato, assieme alle sue meraviglie, uno dei fatti storici più rilevanti del mondo.
Pompei. Nuove scoperte negli ambienti dietro la Schola Armatorarum, crollata nel 2010: trovato un deposito di anfore intatte. Osanna: “Importanti per capire la vera destinazione della domus dei Gladiatori”

Il deposito di anfore intatte trovato negli ambienti mai scavati della Schola Armatorarum in via dell’Abbondanza a Pompei

Quanto restava della Schola Armatorarum dopo il crollo del 2010 (foto coordinamento Uil beni culturali)
Sono passati sette anni da quel tragico 6 novembre 2010, ma le immagini drammatiche del crollo della Schola Armatorarum di Pompei che sollevarono l’indignazione del mondo intero sono ancora vive nella nostra memoria. Fu proprio da quel disastro, che costò il posto all’allora ministro Sandro Bondi, che un anno dopo avrebbe preso forma il Grande Progetto Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/11/pompei-si-restaura-la-schola-armaturarum-a-piu-di-cinque-anni-dal-crollo-che-costo-il-posto-al-ministro-bondi-dalle-macerie-della-domus-dei-gladiatori-al-grande-progetto-pompei/). Oggi il visitatore del parco archeologico di Pompei che percorre via dell’Abbondanza all’altezza della domus dei Gladiatori c’è un grande cantiere di restauro e di scavo. Sì, avete capito bene. L’evento drammatico del crollo ha dato il là all’avvio di ricerche sistematiche di tutto il complesso visto che finora l’unico ambiente portato alla luce è quello ben conosciuto che affacciava su via dell’Abbondanza scavato nel 1915 da Vittorio Spinazzola. E i risultati raggiunti sono molto incoraggianti non solo perché sono emersi reperti intatti ma anche perché lo scavo di questi altri ambienti dovrebbe chiarire la reale destinazione dell’edificio. Se il suo carattere pubblico militare fu infatti chiaro fin dall’inizio per via delle grandi dimensioni e della sua decorazione (i trofei all’ingresso e le figure alate e armate che decorano le pareti), tuttavia la sua esatta destinazione, deposito di armi o scuola di formazione della gioventù pompeiana, continua a non essere certa.

Un restauratore al lavoro sugli affreschi della Schola Armatorarum di Pompei danneggiati dal bombardamento del 1943
Gli ambienti retrostanti della domus dei Gladiatori hanno restituito dunque un deposito di anfore. Alla Schola Armaturarum, ormai simbolo di rinascita per Pompei, dove è in corso il restauro degli affreschi originali salvatisi dal bombardamento del 1943, dallo scorso luglio è stato infatti avviato anche lo scavo degli ambienti retrostanti, mai prima indagati. “Siamo solo all’inizio di questa avventura”, sottolineano in soprintendenza, “e già iniziano a emergere reperti intatti che aggiungono elementi nuovi alla lettura della storia dell’antica città”. È stato riportato alla luce un deposito di anfore, al momento formato da quattordici reperti immersi nel lapillo. Si tratta di uno dei tre ambienti individuati alle spalle della parte di struttura più nota della Schola Armatorarum. Le anfore rinvenute intatte, dovevano contenere olio, vino e salse di pesce: un’anfora presenta iscrizioni dipinte in cui si leggono numeri, a indicare i quantitativi, e, verosimilmente, il prodotto contenuto. L’uso come deposito dell’ambiente è confermato dai graffiti visibili su una delle pareti dell’ambiente, che ribadiscono l’attività di stoccaggio.
“Siamo contenti delle scoperte che stanno emergendo”, dichiara Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico. “Pompei ha iniziato una nuova stagione, quella di una ricerca archeologica intensa e del prosieguo della conoscenza del sito. Dopo il suo recupero, attraverso le messe in sicurezza di tutte le sue regiones, l’apertura di nuove domus restaurate, la restituzione alla fruizione di interi quartieri finora inaccessibili, grazie al recupero della percorribilità di quasi tutte le vie urbane, ci si può dedicare anche ad attività di scavo, che si affiancano alla manutenzione programmata e che consentiranno di fornire nuove ipotesi alla storia della vita quotidiana degli antichi, in alcuni casi dando risposta a quesiti irrisolti, come potrebbe essere per la Schola armatorarum”. Al termine dello scavo, previsto per il mese di dicembre 2017, le anfore saranno ricollocate in situ nell’ambito del più ampio progetto di valorizzazione del “museo diffuso” che il parco archeologico sta adottando in più aree degli scavi per ri-contestualizzare i reperti nei luoghi di provenienza.
L’esplorazione della struttura completa della Schola non è il solo intervento del genere previsto a Pompei. In corso è anche il grande cantiere di scavo nella Regio V, il cosiddetto “cuneo” (un’area di oltre 1000 mq nella zona posta tra la casa delle Nozze d’Argento e gli edifici alla sinistra del vicolo di Lucrezio Frontone), dal quale ci si aspetta di portare in luce ulteriori strutture e reperti di ambienti privati e pubblici. In quest’area (sul pianoro delle regiones IV e V), inoltre, sarà previsto l’allestimento di un laboratorio di studio archeologico dei reperti che verranno alla luce e un deposito per la loro conservazione temporanea.
“Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità”: apre a Modena la mostra clou per i 2200 anni della fondazione della colonia romana sulla via Emilia, che racconta le origini, lo sviluppo e il lascito che la città romana ha trasmesso alla città moderna. Scoperte inedite svelano nuovi aspetti della città romana tuttora sepolta nel sottosuolo di Modena

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018
“Splendidissima” la definì Cicerone. Sono esattamente 2200 da quando il console Marco Emilio Lepido fondò, nel 183 a.C., la colonia di Mutina lungo quell’asse viario, la via Emilia, aperta dallo stesso Lepido pochi anni prima, nel 187 a.C., strada che ancora oggi rappresenta la spina dorsale di un’intera regione. Ma di quella Modena “splendidissima” oggi si vede ben poco: la città romana “vive” cinque metri al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica. Ma il rapporto con questa realtà sepolta è stato pressoché continuo nel corso dei secoli e si è rivelato di fondamentale importanza nella costruzione dell’identità culturale cittadina. Con le celebrazioni del 2017 per i 2200 anni dalla fondazione della città di Modena, si è voluto rendere percepibile la realtà sepolta di Mutina attraverso una serie di eventi e una mostra, riuniti dal titolo “Mutina Splendidissima”, che favoriscano il dialogo fra passato e presente valorizzando tutti gli aspetti che lo straordinario patrimonio della romanità ha lasciato alla città moderna. Sabato 25 novembre 2017, alle 18, al Foro Boario di Modena, si inaugura la mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità”, punto di arrivo delle celebrazioni per i 2200 anni dalla fondazione, che racconta le origini, lo sviluppo e il lascito che la città romana ha trasmesso alla città moderna. Un racconto accessibile a tutti, fondato su dati archeologici e storici esaminato con uno sguardo pluridisciplinare, che parte dalla fondazione della colonia romana avvenuta nel 183 a.C.

I promotori culturali, amministrativi ed economici alla presentazione della mostra “Mutina Splendidissima” (foto Graziano Tavan)
La mostra, promossa dai Musei civici di Modena e dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e curata da Luigi Malnati, Silvia Pellegrini e Francesca Piccinini, con ponderoso catalogo (De Luca Editori d’Arte) e una più agile guida per il visitatore meno specialista, si inserisce nel più ampio progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle sedi di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna. Non solo archeologia, dunque. “La mostra”, ha sottolineato alla presentazione il vicesindaco di Modena, Giampietro Cavazza, “racconta le origini della città che sono alla base della cultura e del benessere economico di oggi. I romani ci hanno lasciato monumenti materiali e immateriali, noi dobbiamo fare altrettanto per le future generazioni che non avremo il piacere di conoscere”. E il soprintendente Malnati: “Questa mostra, nata un anno fa quando c’era ancora la soprintendenza Archeologia regionale, e quindi si poteva ragionare per un territorio omogeneo, presenta i risultati eccezionali raggiunti a Modena dove la presenza della soprintendenza ha potuto seguire con attenzione tutti gli scavi urbani”. Prezioso il ruolo della Regione Emilia-Romagna attraverso l’istituto Beni culturali presieduto da Roberto Balzani: “Il progetto mette insieme più territori legati da un comune denominatore: la Via Emilia. E la mostra parla di urbs e di civitas, esamina la città nei suoi aspetti strutturali e li fa dialogare con la cittadinanza e la cultura che essa esprime”.
In mostra – come hanno sottolineato i tre curatori – i reperti e le opere d’arte, accostati a preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani, affiancano le ricostruzioni virtuali dei principali monumenti di Mutina (le mura, il foro, l’anfiteatro, le terme, una domus) realizzate a cura di Altair4 Multimedia e coinvolgenti videoracconti che fanno da contrappunto alla descrizione delle città dal periodo precedente la sua fondazione, avvenuta nel 183 a.C., alla decadenza verificatasi nella tarda età imperiale. Molte le novità che si presentano per la prima volta al pubblico, tra cui le decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati e stucchi a rilievo, equiparabili per qualità a quelli provenienti da Pompei, esposte a fianco di elementi di arredo di elevato pregio artistico. Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni di eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne e laterizi, vino e quelle lane che erano tra le più pregiate e ricercate dell’impero, tanto da essere ricordate ancora nell’Editto dei prezzi, nel III secolo d.C.
Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni d’eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne, laterizi, vino e quelle lane così pregiate e ricercate nell’impero da essere ancora citate nel III secolo d.C. nell’Editto dei prezzi. Un’intera sezione è riservata ai profili dei Mutinenses, dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero, svelati coniugando dati epigrafici e storici che ricostruiscono il multiforme e variegato profilo sociale della città. Dati geologici, archeobotanici e archeozoologici permettono di ricostruire l’assetto ambientale di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, soprattutto in coincidenza con la fine dell’impero romano e le invasioni barbariche, sono ora interpretati anche alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno profondamente colpito il territorio modenese e la pianura padana. La sezione dedicata al periodo tardo-antico e all’alto medioevo affronta in modo problematico il tema della continuità della città antica e fa da cerniera tra le due parti di una mostra che affronta con coraggio e spirito innovativo la sfida della continuità tra dimensione archeologica e dimensione storico-artistica.

Particolare delle formelle dell’architrave con immagini di San Geminiano dalla Porta dei Principi, del Duomo di Modena

“Governo della Repubblica” dipinto da Bartolomeo Schedoni nella sala del Vecchio consiglio del Palazzo Comunale di Modena
Il tema dell’eredità viene sviluppato nella seconda parte dell’esposizione evidenziando alcuni momenti particolarmente significativi, attraverso opere d’arte e documenti provenienti da diversi musei e biblioteche italiane, numerosi video e due ricostruzioni virtuali dedicate alle antichità esposte intorno al Duomo nel Rinascimento e alla perduta Galleria delle antichità di Francesco II in Palazzo ducale, anch’esse curate da Altair. La costruzione del duomo romanico a opera dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo, nel quale il rapporto con l’antichità appare strettissimo, costituisce la giuntura tra la città antica e quella moderna. Il periodo rinascimentale è quello in cui più consapevole diventa il richiamo al glorioso passato romano della città, le cui vestigia sono pubblicamente esibite nei luoghi più significativi. Tra Sei e Settecento il tema si declina variamente tra passioni collezionistiche, richiamo a un’antichità esemplare e nascita della grande tradizione erudita legata al nome di Muratori, che culmina nel primo Ottocento con la creazione del Museo Lapidario Estense. La precoce nascita di una cultura scientifico sperimentale a metà Ottocento e la fondazione del Museo Civico in epoca post-unitaria determinano approcci diversi al recupero della città sepolta fino al progressivo affermarsi nel corso del Novecento di una coerente politica di tutela e valorizzazione.
In questo percorso che collega passato e presente viene affrontata anche la dimensione del futuro attraverso il progetto “Capsule del tempo. Da Mutina al futuro”, che favorisce, attraverso la partecipazione diretta del pubblico, una riflessione sul ruolo imprescindibile della memoria nella costruzione della storia collettiva e delle storie individuali. Alla time capsule modenese, costituita da un grande contenitore in materiale trasparente collocato nella sede espositiva, visitatori e scolaresche potranno affidare oggetti, testi scritti, fotografie, articoli di giornale rappresentativi della contemporaneità e destinati a essere svelati in un momento del futuro che a sua volta rappresenterà una ricorrenza importante per la città: il 2099, 1000 anni dopo la posa della prima pietra del Duomo. Collaborano all’iniziativa le biblioteche e i punti di lettura del Comune di Modena, che tra novembre e aprile organizzeranno sul tema delle capsule una serie di laboratori, proiezioni, letture e incontri con l’autore. Si comincia il 26 novembre con una conferenza del divulgatore scientifico Paolo Attivissimo, che affronterà il complesso tema della conservazione dei dati digitali (foto, audio, video, documenti) offrendo esempi e consigli per evitare che chi verrà dopo di noi riceva in eredità solo un’illeggibile catasta di bit.

La Biblioteca estense di Modena ospita la mostra “Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali”
Alla mostra “Mutina Splendidissima” allestita negli spazi del Foro Boario si collegano le iniziative curate dalle Gallerie Estensi. Alla Biblioteca Estense apre il 26 novembre 2017 in Sala Campori la mostra “Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali” che esplora il contributo che generazioni di umanisti, antiquari e bibliotecari hanno portato allo studio della cultura classica. Il percorso espositivo si snoda nei secoli seguendo le acquisizioni dei bibliotecari di casa d’Este che per secoli hanno accresciuto il patrimonio librario della Biblioteca Ducale dimostrando un interesse mai estinto per la cultura del mondo antico. Contestualmente sarà disponibile la nuova APP di guida al Museo Lapidario Estense che attraverso un percorso narrato conduce i visitatori a scoprire la storia di questa importante collezione, presentando i personaggi di maggior spicco e i monumenti più importanti per la storia di antica di Modena.
“On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”: Reggio Emilia celebra con una grande mostra la via tracciata nel 187 a.C. da Marco Emilio Lepido. Personaggi e storie, spaccati sociali e modi di vivere dell’antichità raccontati da oltre 400 reperti archeologici unici, dal cinema e dal digitale
Un uomo: il console Marco Emilio Lepido; il suo nome: Aemilius; la sua strada: via Aemilia; una città: Regium Lepidi – Reggio Emilia. È un percorso lineare quello che lega Marco Emilio Lepido alla Via Emilia e al capoluogo di Reggio Emilia. Mentre Modena e Parma festeggiano i 2200 anni della loro fondazione (183 a.C.), Reggio Emilia celebra con una grande mostra, “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”, la via tracciata nel 187 a.C. da Marco Emilio Lepido, il console romano che giocò un ruolo fondamentale nel dare forma istituzionale al Forum che da lui poi prese il nome di Forum o Regium Lepidi. La mostra dedica una particolare attenzione alla figura di Marco Emilio Lepido, il geniale costruttore che, sgominati Celti e Liguri, decise la costruzione di una lunghissima strada che collegasse le colonie di Rimini e Piacenza: una strada che avrà alterne fortune nel corso dei secoli ma che non sarà mai abbandonata. La storia della strada di origini preromane si intreccia con quella della città che porta il nome del fondatore della via Aemilia e del territorio che attraversa.

Il manifesto della mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017” al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia
La mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”, che apre a Reggio Emilia sabato 25 novembre 2017, celebra la via consolare lungo la quale, da sempre, si sono incontrare persone, idee e culture diverse, contribuendo alla formazione di una città aperta e rivolta verso il futuro. Un monumentale racconto storico che si immerge nell’attualità: personaggi e storie, spaccati sociali e modi di vivere dell’antichità raccontati da reperti archeologici unici (oltre 400, provenienti da importanti musei nazionali o presenti nelle collezioni della città), dal cinema e dal digitale. Questo il cuore della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, allestita nel Palazzo dei Musei di Reggio Emilia dal 25 novembre 2017 al 1° luglio 2018, propone una riflessione a 360 gradi sulla storia della via Emilia, sul suo fondatore e sul significato dell’importante arteria nella contemporaneità. La via Emilia ha lasciato un segno indelebile nel nome della città, unica fra i capoluoghi della regione a ricordare il gentilizio del suo costruttore; e la regione Emilia-Romagna è probabilmente l’unica al mondo a derivare il proprio nome da quello della strada su cui si impostava l’intero popolamento del suo territorio. Ma la strada non ha marchiato solo il nome. In tanti secoli ha mantenuto il suo tracciato, per lo meno in ambito urbano, continuando a veicolare merci e persone, e con esse anche idee, lingue e sensibilità religiose differenti, creando i presupposti per una città accogliente verso lo straniero, nell’antichità come ai giorni nostri. Da limes, cioè linea di confine fra l’Italia romana e un nord abitato da popolazioni “altre”, la Via Emilia sarebbe infatti presto diventata non solo asse portante delle comunicazioni padane ma collante di genti di lingua, idee e culture diverse, contribuendo alla formazione di una società aperta e rivolta al futuro. “Marco Emilio Lepido”, spiega il soprintendente Luigi Malnati, uno dei curatori della mostra, “è stato un personaggio determinante anche se non sufficientemente ricordato nei manuali di storia. La strada che porta il suo nome, e che ha poi dato il nome a un’intera regione, è frutto del suo progetto politico di costruire uno spartiacque tra i territori romani e quelli controllati dagli alleati a difesa delle popolazioni barbariche del nord, ma la via nata a scopo militare ha poi assunto funzioni civili e commerciali diventando quindi un luogo di unione”.
Fra gli obiettivi della mostra che Reggio Emilia dedica alla Via Emilia romana e al suo fondatore Marco Emilio Lepido c’è quello di avvicinare al grande pubblico l’archeologia e la storia, per riscoprire le origini della città attraverso importanti reperti esposti in prestigiose location museali e sorprendenti contaminazioni che attualizzino il passato in maniera informale e creativa, raccontando il significato della strada consolare nella contemporaneità. Ecco perciò coinvolti luoghi diversi, diffusi e quotidiani della città, con l’aiuto del cinema (citazioni da famosi film peplum), delle tecnologie più avanzate e della “personificazione” della storia. Il percorso espositivo, che riunisce alle testimonianze dal Reggiano alcuni importanti prestiti da prestigiosi musei, documenta la fortuna della strada dagli antefatti di età preromana al Medioevo, portando al centro dell’attenzione la figura del costruttore, il console Marco Emilio Lepido. L’antica Regium Lepidi si mette in mostra nelle sale del nuovo museo di palazzo S. Francesco per illustrare il ruolo essenziale della città attestato anche da importanti resti archeologici, in parte esposti per la prima volta. Le ricostruzioni dei mezzi di trasporto e degli scenari stradali sono parte fondamentale dell’esposizione. La mostra “On the road. La Via Emilia 187 a.C. – 2017” è promossa dai Musei Civici di Reggio Emilia, dal Segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, con il contributo di Credem e Iren e il patrocinio di Anas. Curata da Luigi Malnati, Roberto Macellari ed Italo Rota, si avvale di un Comitato scientifico composto da Giovanni Brizzi, Annalisa Capurso, Francesca Cenerini, Antonella Coralini, Mauro Cremaschi, Renata Curina, Maurizio Forte, Maria Luisa Laddago, Daniela Locatelli, Roberto Macellari, Luigi Malnati, Giada Pellegrini, Elisabetta Pepe, Marco Podini e Paolo Sommella. La mostra fa parte del grande progetto di promozione della cultura e del territorio “2200 anni lungo la Via Emilia” www.2200anniemilia.it promosso da tre città – Reggio Emilia, Parma e Modena a cui si aggiungerà Bologna in un secondo momento -, due soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio –quella per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e quella di Parma e Piacenza- e dalla Regione Emilia-Romagna (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/).
L’esposizione si sviluppa nelle tre sedi di Palazzo dei Musei, palazzo Spalletti Trivelli e museo Diocesano e in altri luoghi del centro storico coinvolti a vario titolo nel circuito tematico della mostra. Fra questi il municipio, che rende omaggio alla figura del suo fondatore accogliendo il visitatore con la scultura settecentesca di Marco Emilio Lepido, ora restaurata da Angela Allini di Opus Restauri con il contributo del Lions Club Marco Emilio Lepido di Reggio Emilia, oppure l’incrocio fra la via Emilia e via Crispi (che ricalca il tracciato di una strada romana obliqua riportata in luce di recente sotto palazzo Busetti) dove una riproduzione 3D della statua del console (realizzata da Geis–Geomatics engineering innovative solutions) segnala l’itinerario verso Palazzo dei Musei. Nella sede del museo Diocesano viene approfondito il tema del primo Cristianesimo lungo la via Emilia (Via Aemilia, Via Christi) mentre palazzo Spalletti Trivelli, sede del gruppo bancario Credem, ospita una sezione dedicata all’edilizia romana sullo sfondo dei resti del foro della città tuttora conservati nei sotterranei dell’istituto di credito (Regium Lepidi underground).

“Dona militaria” (onorificenze) da un monumento fuebre di Rubiera, oggi ai musei civici di Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)
Ma la mostra vera e propria è ospitata nel Palazzo dei Musei, un percorso che coinvolge l’intero edificio con installazioni, ricostruzioni 3D, proiezioni e l’esposizione di oltre 400 reperti provenienti da importanti musei nazionali e da collezioni della città che illustrano le sette aree tematiche: L’Emilia prima dell’Aemilia, Via Emilia-SS9, Marco Emilio Lepido e la sua città, Ruote zoccoli e calzari, La buona strada, Racconti per l’eternità, Est modus in rebus. L’allestimento, curato dall’architetto Italo Rota, punta a restituire alla sensibilità contemporanea i preziosi reperti archeologici esposti, inserendoli in ricostruzioni virtuali dell’antica strada romana e contestualizzandoli con l’aiuto di spezzoni di celebri film peplum. Si può rivivere l’affascinante storia della via Emilia attraverso le vicende dei suoi protagonisti mentre una serie di installazioni multimediali, sovrapponendo la via Emilia storica a quella contemporanea, consentono di cogliere con immediatezza persistenze, differenze e analogie.

La riproduzione 3D della statua di Marco Emilio Lepido posta all’incrocio fra la via Emilia e via Crispi
Gli altri eventi. La mostra è affiancata da una serie di iniziative promosse da vari enti e istituzioni culturali fra cui quelle dei dieci Comuni reggiani depositari di materiali archeologici che propongono eventi collegati al tema della Via Emilia, dalle passeggiate sulle strade della centuriazione alle visite a ponti e segmenti di vie antiche, da convegni scientifici ad attività divulgative e didattiche. In occasione della mostra saranno realizzati progetti educativi sul tema della viabilità e dell’incontro tra culture e popoli diversi e incontri con archeologi e storici dell’antichità di università, soprintendenze e musei che tratteranno il tema della viabilità antica e contemporanea nel Reggiano, in Emilia, nell’Impero romano. Oltre alle visite guidate alla mostra e a musei e siti di interesse archeologico in città e in altri luoghi del Reggiano, sono in programma workshop e seminari per studenti di topografia, archeologia e antichistica inerenti i temi della mostra, con il coinvolgimento di urbanisti e architetti del paesaggio.
Parte da Trento il progetto “Cavo, cavi, cava… caves: spazi oscuri da riempire di sapere” a cura della Fondazione museo civico di Rovereto e della Sat: fessure, voragini, abissi, buchi, grotte, caverne, anfratti, depressioni, fori, incavi, lacune, crateri, pori, orifizi, gole, intercapedini, fenditure, inghiottitoi, ripari, nicchie, forre, crateri… attraverso le fonti storiche, archeologiche e naturalistiche, senza trascurare arte, letteratura, mito e leggenda

Esplorazioni della Società degli Alpinisti Tridentini tra i monti Cimone e Caviojo tra Veneto e Trentino
Chi, almeno da bambino, non è stato intimorito ma allo stesso tempo incuriosito dagli spazi bui e tenebrosi? Irraggiungibili buchi neri, inghiottitoi, trappole, pozzi, grotte come ambienti protetti per l’evoluzione di organismi bizzarri, e ripari sotto roccia che hanno offerto rifugio all’uomo e agli animali in ogni tempo. Fessure, voragini, abissi, buchi, grotte, caverne, anfratti, depressioni, fori, incavi, lacune, crateri, pori, orifizi, gole, intercapedini,fenditure, inghiottitoi, ripari, nicchie, forre, crateri… grandi o piccoli che siano. Dal macroscopico al microscopico, dall’artificiale al naturale, dal sotterraneo all’extraterrestre, un mondo nascosto e poco conosciuto che serba un tesoro tutto da scoprire. Ecco il progetto “Cavo, cavi, cava…caves: spazi oscuri da riempire di sapere”, a cura di Fondazione Museo Civico di Rovereto e Società degli Alpinisti Tridentini, col sostegno di Fondazione Caritro. Fmcr e Sat hanno deciso di mettere in campo le competenze dei loro esperti e di studiosi di fama per una serie di eventi che esplorano tutti gli aspetti di una tematica affascinante. Una tematica che se trattata con il rigore della scienza e la documentazione delle fonti storiche, archeologiche e naturalistiche, senza trascurare arte, letteratura, mito e leggenda, può diventare un argomento di grande interesse per un pubblico di qualsiasi età e livello di preparazione: dal “turista per caso” allo studioso appassionato di buchi neri. Dall’evento inaugurale del 24 novembre 2017 a Trento fino all’evento finale a dicembre 2018, che avrà luogo a Rovereto, oltre 50 eventi, suddivisi in sessioni bimestrali che coinvolgono le diverse aree del territorio con la collaborazione delle Biblioteche provinciali di Arco, Cles, Fiera di Primiero, Pergine e Valle delle Giudicarie esteriori. Attraverso conferenze, proiezioni, mostre, concorsi fotografici, concerti, spettacoli, si alimenta e si soddisfa la curiosità verso l’ignoto e il diverso mettendo in luce l’importanza di questi ambienti da vari punti di vista: naturalistico, storico-archeologico, artistico. “Preziosissime le collaborazioni con numerose associazioni del territorio”, spiegano i promotori. “Scopo di questa iniziativa poliedrica è quello di accrescere la conoscenza della cultura e della natura del Trentino attraverso una tematica fuori dagli, schemi classici, vivace e polimorfa capace di solleticare l’interesse di un vasto pubblico”.

Lo straordinario scenario della Grotta dei Cristalli in Messico esplorata dagli speleologi de La Venta di Treviso
La prima sessione si svolge a Trento. Appuntamento venerdì 24 novembre 2017 alle 18 nella sede della Sat, in via Manci a Trento, quando sarà inaugurata la mostra “Cavo, Cava… Caves” che si propone di alimentare e soddisfare la curiosità verso l’ignoto e il diverso mettendo in luce l’importanza di questi ambienti, descritti con il rigore della scienza e la documentazione delle fonti storiche, archeologiche e naturalistiche, senza trascurare arte, letteratura, mito e leggenda. Segue alle 20.30, nella sede di Caritro, in via Garibaldi a Trento, l’evento inaugurale: presentazione del progetto “Cavo, cavi, cava…caves. Spazi oscuri da riempire di sapere” e del calendario delle attività. Intervengono Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto, e Claudio Bassetti, presidente della SAT, che nel corso della serata lanceranno il concorso fotografico e presenteranno il gruppo di lavoro (Fondazione MCR e SAT) e dei rappresentanti delle altre realtà partecipanti. Segue la proiezione del film, in collaborazione con l’associazione La Venta, “La Grotta dei Cristalli, la scoperta del tesoro di Naica”. Nel gennaio 2006 il team dell’associazione culturale esplorazioni geografiche “La Venta” di Treviso insieme a “Speleoresearch & Films” ha iniziato una campagna di esplorazioni triennale per documentare la più grande meraviglia sotterranea della Terra nelle profondità della miniera di Naica nello Stato di Chihuahua, in Messico. Una vera e propria avventura alla scoperta di un fantastico scrigno del tesoro che, a 300 metri di profondità, racchiude una quantità impressionante di giganteschi cristalli di purissimo gesso, i più grandi mai visti. Il tutto è conservato in un ambiente lunare, a una temperatura di circa 48° C e in un’atmosfera satura di umidità che gli argonauti de “La Venta” affrontano con speciali tute e respiratori che consentono un’autentica immersione nell’incredibile e luccicante foresta sotterranea dei Cristalli. “Sembra di entrare in un forno”, racconta Antonio De Vido, speleologo de La Venta. “Quel che ti accoglie è un muro di caldo e umido, inimmaginabile, che si incolla alla pelle. Entri forzando contro la tentazione di tornare indietro, mentre il corpo suda alla disperata ricerca di refrigerio. Attraversi foreste di cristalli, come fossero alberi inclinati e abbattuti su cui passare leggero. Bianchi e traslucidi paiono concrezioni di ghiaccio. La vista ti mozza il fiato, coadiuvata dall’aria bollente che sei costretto a far entrare nei polmoni. Sei dentro a un gigantesco geode, ma devi fare in fretta. L’ambiente ti concede solo pochi minuti, non puoi permetterti di indugiare a lungo…”.
Ricco il calendario degli appuntamenti previsti a Trento per la prima sessione del progetto “Cavo, cavi, cava… caves”. Allo Spazio Alpino Sat di Trento, si terranno gli incontri. Venerdì 1° dicembre 2017, “Antri, ripari e caverne del Trentino fra archeologia e leggenda” con Maurizio Battisti. Giovedì 7 dicembre 2017, proiezione cinematografica del film “Il regno dagli occhi chiusi” sulle ricerche del 1952 nella Grotta di Castel Tesino. Introduzione di Stefano Marconi. Giovedì 14 dicembre 2017, “La grotta nell’arte” con Paola Pizzamano. Venerdì 12 gennaio 2018, “Storia della speleologia trentina” con Marco Ischia. Venerdì 19 gennaio 2018, “Speleologia: il mondo delle grotte e la storia che racconta” con Mauro Zambotto. Venerdì 26 gennaio 2018, “L’esplorazione speleologica in età moderna” con Francesco Luzzini. In programma anche alcune scite sul campo: il 25 novembre 2017 a Lamar e alla grotta Abisso di Lamar a cura del gruppo grotte Vigolo Vattaro e Commissione Speleologica SAT; il 13 gennaio 2018 a el Bus de la Spia a Sporminore a cura del Gruppo grotte Vigolo Vattaro e Commissione Speleologica SAT.
Il Grande Progetto Pompei protagonista all’Unesco di Parigi come modello da imitare: tavola rotonda della Regione Campania. Il generale Curatoli: “Entro dicembre 2018 la chiusura di tutti i cantieri”. Presentata poi la mostra-evento “Pompei@Madre. Materia Archeologica” dove rari reperti pompeiani dialogheranno con opere d’arte contemporanea

Reperti pompeiani esposti alla mostra al Madre: olla per la bollitura degli alimenti (a sinistra) dalla Casa di Lollius Synhodus, e situla per attingere l’acqua (a destra) con lapilli dell’eruzione del Vesuvio I sec. d.C. dalla Bottega del Garum (foto Amedeo Benestante)
Più che una mostra è un progetto. Si intitola “Pompei@Madre. Materia Archeologica”. È curato da Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, e Andrea Viliani, direttore generale del Madre, il museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, e si basa su un rigoroso programma di ricerca frutto dell’inedita collaborazione fra gli Scavi di Pompei e il museo Madre. A partire dal confronto fra le rispettive metodologie di ricerca, ambiti disciplinari, collezioni, “Pompei@Madre. Materia Archeologica” studia le possibili, molteplici relazioni fra patrimonio archeologico e ricerca artistica e propone un dialogo fra straordinari ma poco conosciuti e raramente esposti materiali archeologici di provenienza pompeiana e opere d’arte moderna e contemporanea. La mostra-progetto, che sarà inaugurata il prossimo 18 novembre al museo Madre alla presenza del ministro Dario Franceschini e del presidente della Regione Vincenzo De Luca, è stata presentata martedì 14 novembre 2017 a Parigi dove la Regione Campania ha previsto un doppio appuntamento: nella sede dell’Unesco e all’Istituto Italiano di Cultura, con l’ambasciatore Francesco Caruso, consigliere del presidente Vincenzo De Luca sui temi del patrimonio Unesco – di cui Pompei fa parte – e responsabile del progetto di messa a sistema tutti gli otto beni Unesco della Campania. Un doppio evento che ha sancito la politica di collaborazione e le sinergie tra Regione e Governo sui beni culturali, con particolare attenzione a quelle azioni di valorizzazione e di promozione sui grandi attrattori e il coinvolgimento dei relativi territori.
Protagonista all’Unesco è stato il Grande Progetto Pompei come modello per il restauro, la manutenzione e la valorizzazione, al centro del sistema dei siti Unesco della Campania, che possa rappresentare un vero elemento di sviluppo culturale ed economico dei territori. La Campania ha proposto una interessante e prestigiosa tavola rotonda che ha fatto il punto sullo stato di Pompei, sulle politiche culturali e sulle azioni inter-istituzionali mirate alla salvaguardia e alla promozione del patrimonio culturale. Dal crollo della Schola Armaturarum agli elogi dell’Unesco: un percorso che ha fatto risalire Pompei in vetta non solo ai siti archeologici più visitati al mondo ma anche tra quelli meglio mantenuti e amministrati. Merito della Direzione del Parco e del pool di esperti del GPP, che ha percepito il sito come una vera e propria città, organizzando le azioni con una visione urbanistica d’intervento, con la parte di restauri vista nell’ambito di una più ampia messa in sicurezza e funzionalità.

Commissari Ue al parco archeologico di Pompei tra il generale Luigi Curatoli e il direttore Massimo Osanna
Il generale Luigi Curatoli, a capo del GPP, è soddisfatto di quanto raggiunto finora: “Abbiamo stimato di chiudere tutti i cantieri entro il 2018. Se non ci saranno intoppi potremo riconsegnare il sito alla sua gestione ordinaria”. Sul dopo–grande progetto è intervenuto anche il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna: “Quella del grande progetto è stata anche l’occasione per impostare una metodologia di lavoro e recuperare personale di cui si sentiva la necessità. Credo che sia importante continuare con la stessa modalità virtuosa e dotare Pompei anche della figura di un direttore di seconda fascia che si occupi esclusivamente della parte amministrativa, esperto di gare e di appalti, con modalità manageriali”. La tavola rotonda, moderata da Francesco Caruso (consigliere sui temi Unesco del presidente della Regione Campania) e presieduta da Stefano De Caro (direttore generale Iccrom) ha visto la partecipazione dell’ambasciatore rappresentanza permanente Unesco Vincenza Lomonaco, Francesco Bandarin direttore generale Cultura Unesco, Mounir Bouchenaki consigliere speciale dg Unesco, Christina Cameron esperto Unesco, Philippe Chaix urbanista pianificazione territorio, Maurizio Di Stefano presidente emerito Icomos Italia, Pierpaolo Forte presidente fondazione Donnaregina museo Madre di Napoli, Sylvain Giguere esperto pianificazione territorio Ocde, Pietro Laureano presidente Icomos Italia, Francesca Maciocia direttore generale Scabec, Luisa Montevecchi direttore uff. Unesco Mibact, Neil Young esperto Unesco e Icomos Internazionale.
Dopo il Grande Progetto Pompei è stata la volta della mostra “Pompei@Madre. Materia Archeologica” (catalogo Electa) protagonista all’Istituto Italiano di Cultura. Il percorso della mostra è concepito e strutturato come una passeggiata circolare fra opere, manufatti, documenti e strumenti connessi alla storia delle varie campagne di scavo a Pompei – materiali che documentano la vita quotidiana della città antica e il ruolo che in essa rivestivano le arti e le scienze – messi a confronto con opere e documenti moderni e contemporanei provenienti dalle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del Museo e Real Bosco di Capodimonte, del Polo Museale della Campania e di importanti istituzioni nazionali e internazionali quali la Biblioteca Nazionale e l’Institut Français di Napoli, la Casa di Goethe e la Biblioteca dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, la Fondation Le Corbusier e l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, oltre che da importanti collezioni private italiane e internazionali. “Ognuna di queste opere e documenti”, spiegano i curatori, “ha continuato a rivendicare, a partire dalla riscoperta del sito pompeiano nel XVIII secolo, il valore e l’ispirazione contemporanei della “materia archeologica” pompeiana, fungendo da catalizzatore fra spazi, tempi e culture differenti, mettendoli a confronto e coniugando fra loro arti visive, letteratura, musica, teatro, cinema ma anche storiografia, cartografia, paletnologia, antropologia, biologia, botanica, zoologia, chimica, fisica, genetica, nonché l’esteso campo delle nuove tecnologie”.

La mostra recupera e rielabora calchi e materiali che non possono essere esposti perché danneggiati dal tempo e dai bombardamenti
Con la definizione “materia archeologica”, spiegano al Madre, “è possibile intendere innanzitutto, nel metodo di ricerca proposto da questa mostra, la disciplina in sé dell’archeologia (dal greco ἀρχαιολογία: ἀρχαῖος, “antico”, e λόγος, “studio”), ovvero la ricerca sulle civiltà antiche attraverso lo scavo, la conservazione, la catalogazione, la documentazione e l’analisi di reperti quali architetture, opere d’arte, manufatti d’uso comune, resti organici. Ma la natura frammentaria degli oggetti di studio archeologici e il fatto stesso che l’archeologia debba, per recuperare il passato, agire nel presente, secondo un processo aperto anche all’intuizione e all’interpretazione, suggerisce un’affascinante prossimità fra archeologia e contemporaneità. In questo senso Pompei rappresenta un laboratorio straordinario, una e vera e propria macchina del tempo che, restituendoci la storia di innumerevoli materie immerse nel flusso del tempo storico e naturale, sfuma la differenza fra passato e presente, fra natura e cultura, fra vita e morte, fra distruzione e ricostruzione. A partire dall’eruzione del 79 d.C., che ne decretò un oblio millenario, la riscoperta di questo sito nel 1748 ha trasformato Pompei in un palinsesto della modernità culturale disponibile a sempre ulteriori attraversamenti e narrazioni. Ed è la storia di questa materia al contempo fragile e combattiva che ha permesso a Pompei di continuare ad essere contemporanea, di continuare a proporre la propria “materia archeologica” come una materia ancora oggi contemporanea.
Definendo ipotetici paralleli che attraversano la storia antica, moderna e contemporanea, la mostra racconta quindi la storia di questa “materia” che rivela la reciproca implicazione fra materiali originari e opere d’arte e fra iconografie, tematiche e concetti che tornano ad affiorare nella storia della cultura e dell’arte da oltre due secoli e mezzo”.
Il Teatro Mobile per tre giorni a Pompei: un nuovo modo di vivere l’antica città romana, rivivendo le storie del passato. Il pubblico coinvolto in un evento itinerante ascoltando in cuffia “L’arte di amare” per il Bimillenario di Ovidio, o “Octavia” di Seneca, l’unica tragedia romana giuntaci integralmente

Galatea Ranzi è “Octavia” nella suggestiva messa in scena della tragedia di Seneca al parco archeologico di Pompei
Il Teatro Mobile fa tappa tre giorni a Pompei offrendo ai visitatori del parco archeologico un nuovo modo di vivere l’antica città romana, rivivendo le storie del passato. Dopo il successo delle anteprime nell’Estate Romana 2016, grazie al contributo diretto del ministro ai Beni e alle Attività Culturali il progetto “Memoria e immaginario di Roma” si presenta a Pompei. Il pubblico partecipa all’evento itinerante ascoltando in cuffia la partitura testuale, sonora e musicale dell’evento. Le diverse tappe del suo percorso sono modulate sul testo scelto: spazi attraversati e visioni spettacolari si coniugano con azioni dal vivo create per i luoghi, una messinscena che si allontana dalla tradizione, sperimentando l’efficacia di un dispositivo scenico che ha il connotato della leggerezza e della mobilità. Un esperimento scenico dunque che tocca ora uno dei luoghi archeologici più importanti al Mondo: Pompei.
Venerdì 10 novembre 2017, alle 15, per il “Bimillenario di Ovidio” Pietro Faiella e Liliana Massari leggono un agile e moderno adattamento de “L’arte di Amare” di Publio Ovidio Nasone, nell’ambito di un progetto che ha già toccato Sulmona, Roma e Costanza (i luoghi di nascita, vita e morte di Ovidio) con l’ascolto in cuffia. Al termine si ascolta un contributo di Emanuela Ceccaroni, archeologo della soprintendenza Archeologia dell’Abruzzo. Sabato 11 e domenica 12 novembre 2017, alle 15, va in scena “Octavia, una tragedia romana” con Galatea Ranzi e Nicola D’Eramo, Pietro Faiella, Liliana Massari, Galliano Mariani, Paolo Musio e la partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno; colonna sonora Olbos, al violoncello Susanna García Rubí; traduzione e adattamento Pina Catanzariti; regia Marcello Cava. Partecipazione gratuita, posti limitati: solo su prenotazione www.teatromobile.eu. Biglietto di ingresso agli scavi 13 euro, ridotto 7,50 euro (per i cittadini UE tra i 18 e i 25 anni); ingresso e uscita da Porta Marina. La produzione degli eventi è possibile grazie ai sistemi audioriceventi di Musound e al sostegno delle aziende estrattive e di lavorazione del travertino romano e vuole raccogliere contributi e adesioni per i suoi sviluppi futuri.
“Octavia”, unica tragedia romana pervenutaci integralmente e attribuita a Seneca (appositamente tradotta e adattata da Pina Catanzariti), narra di Ottavia, la sposa che Nerone abbandona per Poppea, condannandola all’esilio e alla morte. La presenza di personaggi storici – e quindi “umani” più che mai – in un luogo “reale” come il Palatium imperiale e in un tempo di “fatto” attuale all’autore, e non lontano nel tempo mitico, rendono questo testo un tentativo ultimo e straordinariamente moderno di reinvenzione della tragedia. Un terreno, inesplorato e fecondo, per un progetto di messinscena che vuole essere rivisitazione di un codice irrimediabilmente lontano nel tempo. Nerone e il suo tempo rivivono negli scavi di Pompei nella leggerezza del Teatro Mobile dimostrando la possibilità di un uso consono e non deturpante del nostro patrimonio culturale. I visitatori-spettatori muniti di audiocuffia ascolteranno la partitura testuale, sonora e musicale del dramma in un percorso che, partendo dalla Basilica, attraverso il Foro, la via dell’Abbondanza, le Terme Stabiane e il teatro piccolo si concluderà al teatro grande. Nella tappe di questo “viaggio nel tempo” gli spettatori incontreranno Octavia, “Chorus”, e poi Seneca e Nerone, la voce del fantasma di Agrippina e Poppea in un esperimento che associa i luoghi, le parole e le persone alla ricerca della “memoria dell’antico”. Al termine di “Octavia”, nel viaggio di ritorno verso l’uscita degli scavi, sabato 11 a cura di Alberto Prestininzi, geologo della Sapienza, si parlerà dell’eruzione del Vesuvio (narrata da Plinio Il Giovane) e domenica 12 Paolo Musio leggerà (anche in latino!) il De rerum Natura di Lucrezio.







































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