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Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: all’università di Padova tutti i protagonisti a confronto per dare un futuro ad archeologi, archivisti, bibliotecari, antropologi grazie alla nuova legge

Il manifesto della tavola rotonda "Beni culturali: dalla formazione alla professione" promosso dall'università di Padova

Il manifesto della tavola rotonda “Beni culturali: dalla formazione alla professione” promossa dall’università di Padova

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: se ne parla lunedì 9 marzo all’università di Padova in un confronto tra esperti, perché i professionisti dei beni culturali oggi non sono più solo un’etichetta sul biglietto da visita. Ora esistono, per legge: nel giugno del 2014 la Commissione Cultura della Camera ha approvato definitivamente, in sede legislativa, la legge per il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali, la cosiddetta legge Madia, “Modifica al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professionisti dei beni culturali, e istituzione di elenchi nazionali dei suddetti professionisti”. Le nuove professioni sono così entrate finalmente nel codice dei beni culturali. Un risultato storico, che ha fatto esultare il ministro peri Beni culturali, Dario Franceschini: “Sono migliaia i professionisti dei beni culturali”, ha dichiarato, “che attendevano di vedere riconosciuta la propria professione. Questa legge risponde pienamente a questa domanda e offre allo Stato uno strumento in più per adempiere ai dettami costituzionali. È indubbio, infatti, che non può esserci piena tutela e valorizzazione del patrimonio culturale se non si valorizzano le competenze di chi vi opera quotidianamente”.

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali è avvenuto, infatti, attraverso due modifiche al codice dei beni culturali. La prima riguarda l’articolo 9-bis, che affida esplicitamente tutti gli interventi di tutela, vigilanza e conservazione dei beni culturali, “alla responsabilità, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, antropologi esperti di diagnostica applicata ai beni culturali o storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione e professionalità”. Un settore che, secondo stime delle associazioni, riguarda in Italia almeno 30mila specialisti della cultura. La seconda modifica, che mira a regolamentare le professioni dei beni culturali, interviene sull’art. 182-bis del codice dei beni culturali, istituendo dei registri ufficiali per le singole professioni, ovvero elenchi aperti del Mibact ai quali potranno iscriversi tutti i professionisti delle specialità citate purché siano in possesso di determinati requisiti minimi, valutati dal ministero di concerto con gli enti interessati e che il Mibact, sentiti il Miur, la Conferenza Stato-Regioni e in collaborazione con le rispettive associazioni professionali, stabilisca con proprio decreto le modalità e i requisiti di iscrizione. La norma prevede che si adeguino i rispettivi corsi di laurea legati a questi profili professionali e che si individuino i livelli minimi di qualificazione.

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Il riconoscimento per i professionisti dei beni culturali, è dunque un passaggio storico per la piena attuazione dell’art. 9 della Costituzione. È un momento storico per tutte quelle persone che hanno scelto di fare dell’archeologia, del restauro, della storia dell’arte, dell’archivistica una professione, oltre a coltivarne la passione. A quasi quarant’anni dall’istituzione del ministero si dà finalmente riconoscimento e dignità professionale a decine di migliaia di professionisti e una prospettiva a coloro che hanno intrapreso percorsi di studi in questo campo. L’Associazione Nazionale Archeologi fin dalla sua costituzione, nel 2005, ha perseguito con chiarezza l’obiettivo del riconoscimento giuridico. Per sensibilizzare la classe politica è scesa in piazza per ben tre volte per manifestare con governi di centrodestra (giugno 2008), di centro (dicembre 2012) di centrosinistra (gennaio 2014). Come archeologi – afferma Salvo Barrano presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi e vicepresidente di Confassociazioni – sentiamo di dover ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a raggiungere questo obiettivo, comprese le forze politiche, sindacali e le associazioni”.

Jacopo Bonetto dell'università di Padova

Jacopo Bonetto dell’università di Padova

Sono passati però quasi otto mesi dall’approvazione della legge e mancano ancora i decreti attuativi. Ciò significa che non si sa ancora bene come applicare la legge e in che termini. Si capisce, quindi, come sia importante parlarne tra “addetti ai lavori”, e come la giornata di studi dell’università di Padova “Beni culturali dall’università alla professione. Incontri possibili tra formazione, mondo del lavoro e normative” diventi un momento di confronto da non perdere. “Questa tavola rotonda”, spiega Jacopo Bonetto che coordina l’iniziativa con Francesca Ghedini, “è la prima a livello nazionale che tratta del problema della legge sulle Professioni nel campo dei Beni culturali, che potrebbe cambiare tutto. Per questo abbiamo cercato di far sedere più protagonisti possibile attorno al tavolo e cominciare a parlarne. Non dimentichiamo che questa legge sarà fondamentale anche per l’occupazione dei giovani (e di riflesso per il futuro delle nostre Facoltà)”.  L’appuntamento è dunque per lunedì 9 marzo in aula magna “Galileo Galilei”, al Palazzo del Bo a Padova. Alle 9.30 ci sono i saluti del magnifico rettore G. Zaccaria, del direttore del Dipartimento dei Beni Culturali G. Valenzano, e dei coordinatori J. Bonetto, F. Ghedini della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici e Dottorato di ricerca in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali. Alle 10, la prima tavola rotonda dedicata alla “Formazione”, moderatori E. Zanini (Università di Siena) e M.S. Busana. Intervengono M. Salvadori e G. Tomasella (Università di Padova), presidenti dei corsi di studio in Archeologia/Scienze archeologiche; Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; F. Toniolo e P. Zanovello (Università di Padova), rispettivamente presidente del corso di studio in Progettazione e gestione del Turismo culturale e direttore del master in Pianificazione e gestione del prodotto turistico; J. Bonetto e G. Dal Canton (Università di Padova), direttori delle Scuole di specializzazione in Beni archeologici e in Beni storico-artistici; F. Ghedini (Università di Padova), direttore della Scuola di dottorato in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali; A. Pontrandolfo (Università di Salerno), consulta nazionale universitaria per l’Archeologia classica; L. Borean (Università di Udine), direttrice della Scuola di specializzazione in Storia dell’Arte, consulta nazionale universitaria per la Storia dell’arte.

Francesca Ghedini (università di Padova)

Francesca Ghedini (università di Padova)

Alle 11, seconda Tavola rotonda dedicata al “Quadro politico e legislativo” con moderatori F. Ghedini e J. Bonetto. Intervengono: C. Bon Valsassina (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), direttore generale Educazione e ricerca; M. L. Catoni (IMT Alti Studi Lucca), consigliere del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; G. Ericani, presidente dell’ICFA (International Council of Museums) e proboviro dell’ICOM; V. Tinè, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto. Alle 12 la terza Tavola rotonda su “Il lavoro richiesto e il lavoro possibile” con moderatore J. Bonetto. Intervengono: L. Bison e A. Rodighiero, rappresentanti degli studenti del corso di laurea in Scienze archeologiche; A. Zaia e S. Polli, rappresentanti degli studenti dei corsi di laurea in Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; M. Covolan e D. Voltolini, rappresentanti degli studenti della Scuola di specializzazione in Beni archeologici; M. Tabaglio e L. Savio, tirocinio formativo attivo presso soprintendenza speciale Pompei, Ercolano e Stabia (“Unità Grande Pompei”); G. Rota e A. Lighezzolo (Università di Padova), Servizio Stage e Career Service.

Il libro "Archeostorie" a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti

Il libro “Archeostorie” a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti sarà in anteprima a Padova

Alle 13, J. Bonetto e V. Tiné presentano gli “accordi quadro per Stage e tirocini per studenti con le soprintendenze, gli enti pubblici, le società, le cooperative, le associazioni”. Quindi pausa pranzo. Si riprende alle 14.30, con Massimo Vidale (Università di Padova) che presenta il libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, Cisalpino 2015, a cura di C. Dal Maso, giornalista, e F. Ripanti, Scuola di specializzazione in Beni Archeologici (Università di Trieste, Udine, Venezia Ca’ Foscari), che saranno presenti.  “In realtà, più che un libro sta già diventando un movimento”, spiega Cinzia Dal maso. “Abbiamo riunito 34 archeologi che fanno le cose più disparate per mostrare che l’archeologo non sa solo scavare ma può fare tanti mestieri, mestieri che danno reddito perché sono necessari al mondo contemporaneo. Stiamo raccogliendo consensi ed entusiasmi ovunque! In particolare ci vogliamo rivolgere agli studenti universitari, perché sappiano che studiando archeologia possono fare un sacco di mestieri, e non solo finire disoccupati; e a chi ci governa e parla tanto di “nuovi” mestieri dei beni culturali, senza accorgersi che c’è chi li fa da un bel po’, e ci campa pure”.

Un cantiere di scavo archeologico con giovani volontari

Un cantiere di scavo archeologico

Alle 15, la quarta Tavola rotonda su “Esperienze dal mondo del lavoro: assetto, difficoltà, esigenze” con moderatori E. Zanini (Università degli Studi di Siena) e J. Bonetto. Intervengono: P. Michelini, cooperativa Petra, Padova; A. Vigoni, Dedalo snc, Padova; A. Favero, SAP Società Archeologica srl, Mantova; S. Magro, Cultour Active, Treviso; C. Tagliaferro, associazione culturale Studio D, Padova; A. R. Tricomi, Archeonaute Onlus, Verona; C. Del Pino, Laformadelviaggio.it srl, Padova. Alle 16, la quinta e ultima Tavola rotonda su “Le associazioni professionali per i beni culturali” con moderatori S. Barrano (vicepresidente Confassociazioni) e J. Bonetto. Intervengono: A. Pintucci e G. Leoni, Confederazione Italiana Archeologi, CIA; G. Manca di Mores, Associazione Nazionale Archeologi, ANA; B. Mastrorilli e F. Rigillo, Associazione Storici dell’Arte Unitari, SAU; R. di Costanzo, Associazione Archivisti in Movimento, ARCHIM; C. Mezzadri, presidente Archeoimprese. Alle 17, dibattito e chiusura lavori.

Il nuovo museo Archeologico di Altino (Venezia) al secondo step per il pubblico: venerdì 13 febbraio prendono forma le tombe con i grandi corredi funerari dalle necropoli preromane e della romanizzazione

Il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tinè, l’aveva promesso lo scorso 12 dicembre in occasione della pre-apertura del nuovo museo archeologico nazionale di Altino: “Dopo tanti anni di attesa, ora il pubblico potrà seguire passo passo l’allestimento di quello che è destinato a diventare il più importante museo archeologico del Veneto” (vedi post di archeologiavocidalpassato  https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=altino). È stato di parola. Venerdì 13 febbraio con “Lavori in corso#2” siamo al secondo step del cantiere aperto del grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia”  in cui il pubblico è invitato a partecipare alle fasi di sviluppo del percorso di allestimento:  dalle 15 alle 17, un’équipe di archeologi e di restauratori dialogherà con il pubblico in occasione dell’allestimento di tre straordinari corredi funerari provenienti dalle necropoli preromane e di romanizzazione dell’antica città di Altino.

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

La seconda tappa di avvicinamento all’inaugurazione del museo riguarda il completamento della musealizzazione di alcuni contesti funerari che, per le loro caratteristiche eccezionali, si annoverano tra i principali blockbusters del museo di Altino: sono le cosiddette tombe “Fornasotti 17”, “Fornasotti 1”e “Albertini 1/5”. L’allestimento curato dallo staff altinate della soprintendenza per i beni archeologici del Veneto (Mariolina Gamba, Margherita Tirelli, Francesca Ballestrin, Michele Pasqualetto e Stefano Buson) e realizzato da Carla Baldini e Antonio Cornacchione, prevede la suggestiva restituzione al pubblico dei contesti di deposizione delle antiche sepolture. Sono state ricostruite le cassette lignee e l’imponente recinto di tegole destinati a contenere i resti incinerati dei defunti con i loro ricchissimi corredi personali. “Particolarmente prestigiosa ed esemplificativa del rituale più antico”, spiegano in soprintendenza, “è la tomba 17 della necropoli Fornasotti. Si tratta di una cassetta lignea contenente due situle di bronzo con funzione di ossuario per le ceneri di due defunti, deposte entro preziosi tessuti, secondo la tradizione funeraria dei Veneti antichi. Alla sepoltura femminile apparteneva un corredo costituito da alcuni ornamenti di bronzo e da una cintura, elemento tipico del costume delle donne venete di alto rango”.

La cosiddetta tomba Fornasotti 1 ricostruita nel nuovo museo archeologico di Altino

La cosiddetta tomba Fornasotti 1 ricostruita nel nuovo museo archeologico di Altino

Segnano, invece, il momento di passaggio alla romanizzazione (II-I secolo a.C.) le altre due sepolture plurime. La tomba Albertini 1/5 con sei deposizioni attesta il permanere di deporre status symbol di rango quali il tradizionale scettro cilindrico di lamina di bronzo, accanto all’adozione della moneta romana quale obolo di Caronte per il viaggio nell’aldilà. La tomba Fornasotti 1 con la sua monumentalità esprime il prestigio delle famiglie emergenti, protagoniste degli importanti mutamenti introdotti dai Romani sul piano culturale, economico e politico. Si tratta di una grande sepoltura di famiglia in uso per diverse generazioni dove le iscrizioni presenti in alcuni dei 13 ossuari riportano il gentilizio della famiglia dei “Pannari”. La radice onomastica rinvia alla redditizia attività economica legata alla produzione o al commercio dei tessuti, che aveva garantito una posizione sociale elevata alla famiglia e un ruolo non secondario nella gestione del processo di romanizzazione all’interno della realtà altinate. Il programma dell’apertura al pubblico è così articolato: dalle 15 alle 16, percorsi guidati all’allestimento al piano terra; dalle 16 alle 17, archeologi e restauratori al lavoro: l’allestimento della tomba Fornasotti 1. Il prossimo evento (Lavori in corso #3), con l’allestimento completo del primo piano dell’edificio Risiera, è programmato per il prossimo 24 aprile.

 

Scoperte due tavole catastali romane negli scavi del criptoportico di Verona: finora noto solo un altro esemplare in Spagna. Ora in mostra alla Biblioteca Capitolare

Il manifesto della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona” aperta in Biblioteca Capitolare di Verona

Il manifesto della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona” aperta in Biblioteca Capitolare di Verona

La scoperta è di quelle destinate a essere ricordate: dagli scavi della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto a Corte Sgarzerie, nel cuore della Verona romana, lì dove c’è l’antico criptoportico (aperto al pubblico l’anno scorso: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=sgarzerie) che correva sotto il Capitolium, a un passo dal foro (oggi piazza delle Erbe), sono stati trovati due frammenti bronzei, testimonianza dell’antico catasto romano. Una vera rarità se si pensa che di queste tavole catastali, ben ricordate dalle fonti, si conosceva un solo esemplare in Spagna. E da sabato 17 gennaio a sabato 30 gennaio saranno esposti per la prima volta nella sala Maffeiana della Biblioteca Capitolare di Verona nella mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona. Rari documenti del diritto privato e della proprietà fondiaria nel mondo romano”.  Che si tratti di mappe catastali romane è evidente dalle informazioni su di esse incise: i confini dei fondi rurali con le coordinate relative alla posizione, alle misure e ai nomi dei proprietari. Per capire queste “mappe” bisogna fare riferimento alla cosiddetta “centuriazione”, cioè al sistema di partizione dell’agro romano in parcelle di territorio, le “centurie”, individuate all’interno di un reticolo regolare con assi ortogonali tra loro. Le due tavole catastali veronesi sono in ottimo stato di conservazione, assicurano in soprintendenza: “Grazie ai nomi dei proprietari sicuramente romani riportati su una delle due tavole è possibile ipotizzare anche una datazione: tra il 40 e il 30 a.C., periodo significativo per Verona, essendo proprio quello che vide insediarsi in città i romani”.  L’altra mappa è più problematica ma altrettanto interessante poiché registra nomi che non sono propriamente romani: dovrebbero appartenere a ceppi indigeni preesistenti, e quindi potrebbe essere più antica.

Il criptoportico di Verona romana nell'area archeologica di Corte Sgarzerie

Il criptoportico di Verona romana nell’area archeologica di Corte Sgarzerie

L’inaugurazione della mostra è prevista venerdì 16 gennaio alle 16.30, alla presenza del soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné, e del prefetto della Biblioteca Capitolare mons. Bruno Fasani. La mostra sarà illustrata da Filippo Briguglio, Giuliana Cavalieri Manasse, Giovannella Cresci Marrone. Nei due sabati di apertura della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona”, cioè sabato 17 e sabato 24 gennaio, c’è un’interessante iniziativa proposta dall’associazione Archeonaute Onlus: alle 10.30 e alle 15, organizza visite guidate speciali all’area archeologica di Corte Sgarzerie (luogo di rinvenimento delle tavole catastali) e visita guidata all’esposizione. È richiesto un contributo di partecipazione di 4 euro (comprensivo di visita al sito più ingresso e visita alla mostra). Per info e prenotazioni: archeonaute@gmail.com, oppure tel. 324.0885861 e 347.7696088. Ricordiamo che con l’area archeologica di Corte Sgarzerie si intende il criptoportico: un lungo corridoio coperto che correva sotto la grande piattaforma del Capitolium che reggeva il tempio vero e proprio. Qui erano conservate lapidi e tavole bronzee che riportavano documenti catastali, testi di leggi, decreti. Nel sito sotterraneo di Corte Sgarzerie è ben visibile una porzione dei pilastri ed archi che sostenevano la volta del criptoportico crollata e poggiata su un fianco, oltre a una delle alte finestre che davano un poco di luce e circolo d’aria al lungo corridoio. Il sito è caratterizzato da una grande complessità, con strati di epoca repubblicana, tardo-imperiale e altomedievale che si sovrappongono e si intersecano. Oltre ai resti del criptoportico si può ammirare una strada pedonale romana con il lastricato eccezionalmente preservato e una torre e altro edificio, forse una ghiacciaia, altomedievali.

Riapre al pubblico – grazie al gioco del Lotto e a Cariverona – l’area archeologica sotto la cattedrale di Vicenza, chiusa da trent’anni: un libro aperto dall’antichità al Rinascimento

La vasta area archeologica sotto la navata del duomo di Vicenza con gli allestimenti per la visita

La vasta area archeologica sotto la navata del duomo di Vicenza con gli allestimenti per la visita

I più anziani forse se la ricordano, e forse l’hanno anche visitata: più di mezzo secolo fa l’area archeologica della cattedrale di Vicenza era aperta al pubblico e visitabile. Ma le pessime condizioni ambientali costrinsero le autorità competenti a chiuderla a tempo indeterminato: erano gli anni Settanta del secolo scorso. E da allora nessuno ha più potuto visitarla. Una lunga attesa che ora finalmente ha trovato una soluzione. E sabato 20 dicembre 2014 alle 16 l’area archeologica sotto la cattedrale di Vicenza – un libro aperto sulla storia di Vicenza dall’antichità al primo Rinascimento – sarà ufficialmente inaugurata e riaperta al pubblico, con una cerimonia nel Salone d’Onore del palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo a Vicenza, presenti il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol, il sindaco di Vicenza Achille Variati, il presidente Fondazione Cariverona Paolo Biasi, il direttore generale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto Ugo Soragni, il soprintendente per i Beni archeologici del Veneto Vincenzo Tinè, i progettisti e direttori dei lavori Marisa Rigoni e Loretta Zega.

L'accesso alla strada romana basolata, sotto il duomo di Vicenza: corrisponde a un decumano minore

L’accesso alla strada romana basolata, sotto il duomo di Vicenza: corrisponde a un decumano minore

Sotto il Duomo di Vicenza si conservano tracce del quartiere sud-occidentale del municipium di Vicenza. Il quartiere si articolava in isolati di circa 80 m di lato il cui orientamento coincide con quello del decumano massimo, corrispondente all’odierno corso Palladio. Le strutture rinvenute di epoca romana consistono in resti di muri e di pavimentazioni probabilmente riferibili a edifici privati e in un tratto di strada basolata. Il tratto di strada si trova a circa 3 m di profondità dall’attuale livello di calpestio. Il piano stradale è lastricato e ha una larghezza di 3,8 m, con marciapiedi su entrambi i lati, larghi circa 0,5 m. L’infrastruttura è riferibile genericamente a un periodo compreso tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C. Si tratta di uno dei decumani minori appartenenti al settore meridionale della città, parallelo al decumano principale coincidente con il tratto urbano della Via Postumia (corso Palladio). E poi sotto la navata del Duomo c’è una vasta area archeologica, che è appunto quella che viene riaperta il 20 dicembre.

L'area archeologica riaffiorata tra le fondazioni dei pilastri della navata del duomo di Vicenza

L’area archeologica riaffiorata tra le fondazioni dei pilastri della navata del duomo di Vicenza

L’area archeologica si estende per circa 750 mq nello spazio sottostante la grande navata unica della cattedrale di Vicenza. “È il risultato degli scavi effettuati dalla allora soprintendenza alle Antichità delle Venezie negli anni 1946-1953”, ricorda Tinè, “quando la Cattedrale, gravemente danneggiata dagli eventi bellici, fu oggetto di un importante intervento di ricostruzione. Le strutture rinvenute documentano l’esistenza di più edifici di culto, che si articolano dall’epoca paleocristiana fino alla chiesa attuale (risalente al XV secolo) ma attestano anche la presenza di costruzioni pertinenti all’edilizia privata della città romana e, in alcuni approfondimenti, di sequenze stratigrafiche relative all’insediamento preromano”. E continua: “L’area, aperta al pubblico nei primi anni ‘50 del Novecento, venne chiusa alla fine degli anni ’70 a causa dell’accentuato degrado in cui versava, dovuto alle pessime condizioni microclimatiche del grande spazio interrato. Privo di aerazione, esso presentava un tasso di umidità altissimo, aggravato dalle elevate temperature invernali trasmesse dall’impianto di riscaldamento a pavimento, senza coibentazione, della chiesa soprastante”.

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

La soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto ha avviato nel 2000 un complesso progetto di restauro e riqualificazione dell’area archeologica per poterla riaprire al pubblico. Il progetto, finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali per un importo di quasi 750mila euro con i proventi derivati dal gioco del Lotto (programma 2001-2003), ha previsto innanzitutto il risanamento ambientale. Quindi si è proceduto al restauro delle strutture archeologiche. E infine si è proceduto agli interventi per la valorizzazione e la pubblica fruizione. Ma prima di procedere con il progetto di restauro e riqualificazione dell’area, è stata completata l’indagine archeologica, grazie a un finanziamento di 100milaeuro della Fondazione Cariverona, che ha reso possibile la necessaria rimozione dell’apparato espositivo degli anni ‘50 del Novecento e la sistemazione provvisoria di centinaia di reperti lapidei mobili in apposite scaffalature. Ancora con finanziamento della Fondazione Cariverona (165mila euro) sono stati ultimati quest’anno ulteriori lavori per l’allestimento e la messa in sicurezza del percorso di visita, che consentono finalmente la riapertura al pubblico dell’area, prevista sabato 20 dicembre.

Il tratto di strada basolata romana perfettamente conservata sotto il duomo di Vicenza

Il tratto di strada basolata romana perfettamente conservata sotto il duomo di Vicenza

Ma c’è dell’altro da fare. “Per la piena fruizione del sito”, conclude il soprintendente del Veneto, “è in programma un ulteriore progetto di valorizzazione, che realizzerà un percorso di visita unitario con la limitrofa area della strada romana e l’allestimento espositivo degli ambienti interrati adiacenti alle due aree archeologiche, nonché un più ampio apparato illustrativo, realizzato anche con l’ausilio di tecnologie multimediali. Grazie alla convenzione siglata tra la Soprintendenza e la Diocesi sarà il vicino museo Diocesano di Vicenza a garantire l’apertura al pubblico della nuova area archeologica, nel quadro di un accordo globale per la gestione integrata delle numerose e importanti aree archeologiche cittadine, che coinvolge anche il Comune di Vicenza”.

 

Il nuovo museo Archeologico di Altino (Venezia) prende forma: venerdì 12 si inaugura il nuovo edificio, e per un giorno si visitano gli spazi che apriranno nel giugno 2015

Il grande edificio che viene inaugurato e che ospiterà il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino (Venezia)

Il grande edificio che viene inaugurato e che ospiterà il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Il grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia” prende forma venerdì 12 dicembre: la pre-apertura del nuovo museo nazionale Archeologico di Altino durerà solo un giorno per chiudere subito dopo e riaprire a giugno, una volta completato l’allestimento del primo lotto espositivo. Ma la cerimonia se pur breve di venerdì, con l’inaugurazione del nuovo edificio museale di Altino e la presentazione del progetto di restauro e del progetto del nuovo allestimento, darà il via ufficialmente a quel percorso virtuoso – condiviso con il pubblico – che porterà appunto nel prossimo giugno 2015 all’apertura del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino, destinato a diventare “non solo contenitore/comunicatore degli oggetti simbolo di Altino e della Laguna Nord, ma anche grande polo culturale, attrattore e catalizzatore di tutte le istanze collegate alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione dell’intero comparto territoriale”, parola di Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto, e di Vincenzo Tiné, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné. Dopo vent’anni (dieci dei quali impiegati nello scavo del santuario protostorico – il più antico nucleo della futura città – scoperto proprio nello spazio destinato al nuovo museo) si sono infatti conclusi i complessi e articolati lavori di ristrutturazione e adeguamento funzionale del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino (la Venezia prima di Venezia). “Finalmente questo straordinario sito, uno dei più importanti della romanità cisalpina e un caso storico-archeologico di rilevanza internazionale, dispone di una sede idonea ad ospitare gli ingenti lotti di materiali provenienti da secoli di collezionismo e ricerca scientifica”.

Il progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino annesso al sito archeologico

Il progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino annesso al sito archeologico

L'ingresso di quello che ora è il vecchio museo Archeologico di Altino

L’ingresso di quello che ora è il vecchio museo di Altino

L’idea del nuovo museo. L’attuale sede del museo Archeologico nazionale di Altino era da tempo considerata inadeguata a conservare, fare conoscere e divulgare la storia archeologica del territorio altinate. Per questo è stata pensata una nuova struttura “idonea a soddisfare le crescenti esigenze espositive e gestionali del patrimonio culturale, la cui costruzione si accompagna a un riallestimento della parte esistente”. Il nuovo complesso architettonico, realizzato su un’area demaniale in località “La Fornace” nel comune di Quarto d’Altino (Venezia), consisterà in due edifici rurali restaurati e in tre nuovi corpi di fabbrica, diventando, per estensione, numero e qualità dei servizi offerti, il primo museo archeologico del Veneto. Il progetto, elaborato dalla direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, è stato concepito in modo da assicurare la continuità alla narrazione espositiva, la differenziazione dei percorsi (pubblico, dipendenti del museo, gestori dei servizi aggiuntivi), la visibilità delle persistenze archeologiche, lo svolgimento di attività collaterali (mostre, spettacoli teatrali, concerti, installazioni). “I visitatori – spiegano in soprintendenza – saranno in grado di percepire il percorso che dal loro rinvenimento conduce all’esposizione delle testimonianze archeologiche del passato, familiarizzandosi con quei passaggi, tecnici e amministrativi, che consentono al reperto di divenire bene culturale oggetto di godimento pubblico e parte integrante di un processo scientifico-informativo di grande rilevanza”.

Altino romana era in una posizione strategica all'incrocio della via Annia e della via Claudia Augusta

Altino romana era in una posizione strategica all’incrocio della via Annia e della via Claudia Augusta

Monumento funerario romano conservato ad Altino

Monumento funerario romano conservato ad Altino

Altino e l’Altinate. Le prime tracce di frequentazione umana sembrano risalire al VII millennio a.C., ma è con l’età del Ferro (I millennio a.C.) che si forma un primo insediamento stabile. Occorre, però, giungere al V secolo a.C. per trovare uno stanziamento sul territorio di una certa consistenza posto tra il fiume Zero e il canale Siloncello, in prossimità di quella che sarà l’arteria romana principale, la via Annia, realizzata nel 131 a.C. Lo sviluppo e la fortuna della città sono dovuti anche alla posizione geografica limitrofa alla laguna e, quindi, al mare, nonché ai numerosi corsi d’acqua che costituirono una vera e propria rete di trasporto e di scambio commerciale. Il porto, probabilmente situato in località Montiron, conferma la funzione di interscambio tra il traffico terrestre e quello acqueo-marittimo-lagunare. Le notevoli capacità tecnico-costruttive acquisite nell’organizzazione dei territori conquistati suggerirono ai Romani di costruire la via Annia e parte della Claudia Augusta rialzate su un terrapieno, in considerazione delle escursioni di marea e del regime variabile dei corsi d’acqua. Il tessuto abitativo e l’impianto viario, delineati già alla metà del I secolo a.C., trovano naturale completamento nella centuriazione che si va estendendo a Nord della città, fra il Muson e il Sile, al confine con quelle di Padova, Asolo e Treviso: a partire dall’anno 89 a.C. e per circa un cinquantennio si realizza la trasformazione da abitato paleoveneto a città romana. Pochi anni dopo Altino diviene municipio e viene iscritta alla tribù “Scaptia”. La maggiore espansione di Altino è da collocare agli inizi del I secolo d.C.: le numerose campagne di scavo promosse e fatte eseguire dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto hanno portato alla luce numerose strutture edilizie della città e della necropoli, oltre a innumerevoli reperti. È in questo periodo che Altino assume il ruolo di importante scalo fluviale e marittimo dell’Adriatico, assolvendo soprattutto alla funzione di smistamento del traffico commerciale tra il Nord e il Mediterraneo. Con il II secolo d.C. si assiste ad una lenta, ma inarrestabile, decadenza economica e culturale di Altino. A partire, poi, dal IV secolo d.C. diviene sede vescovile con la costruzione di chiese e sacelli. E durerà fino al VII secolo d.C. quando, con la caduta della città per mano longobarda, e la maggior parte della popolazione che si spostava sulle isole dell’estuario, territorio ritenuto più sicuro, l’episcopio venne trasferito a Torcello.

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Un museo strategico. La posizione geografica dell’area demaniale destinata ad accogliere il nuovo museo archeologico, il cui valore strategico era stato compreso e abilmente sfruttato in epoca romana, consente collegamenti reali e possibili per terra, per acqua e per aria. L’area museale, posta in prossimità dell’asse viario Padova-Venezia-Treviso, è collegata alla rete viaria, stradale e autostradale, che conduce a Udine, a Trieste e al confine da un lato, e all’entroterra veneto dall’altro. Il sistema fluviale, attualmente sottoutilizzato (vi è un solo collegamento da Portegrandi a Treviso sul Sile), deve essere potenziato: la linea pubblica di navigazione da Venezia per Torcello può giungere a ridosso dell’area demaniale risalendo parte del fiume Dese e quindi imboccando il canale Santa Maria. L’attuazione di tale collegamento farebbe entrare di fatto Altino nel circuito dei musei veneziani. La vicinanza con l’aeroporto di Venezia, il Marco Polo di Tessera, fa, poi, assumere interesse internazionale al nuovo museo, potendo disporre di una rete aerea in continuo e progressivo potenziamento: durante la sosta per l’interscambio dei voli intercontinentali può essere organizzato un trasporto per effettuare una visita veloce al museo.

Nel "vecchio" museo di Altino trovano posto i reperti provenienti dalla necropoli romana

Nel “vecchio” museo di Altino trovano posto i reperti provenienti dalla necropoli romana

Una sala espositiva del museo Archeologico nazionale di Altino

Una sala espositiva del museo Archeologico nazionale di Altino

Venerdì 12 dicembre, il grande giorno. Vent’anni di lavori, si diceva, ostacolati da notevoli difficoltà burocratiche e finanziarie e dal rinvenimento dello straordinario santuario protostorico. Ma il primo traguardo è stato raggiunto grazie alla sinergia tra il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici e soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto), la Regione del Veneto e la società Arcus SpA. La conquista della prima tappa di questo percorso, che farà di Altino e della Laguna Nord di Venezia uno dei principali attrattori turistici del Veneto, sarà dunque celebrata venerdì 12 dicembre, alle 15.30: al taglio del nastro con Soragni e Tiné ci sarà il governatore del Veneto, Luca Zaia. Seguirà l’inaugurazione del nuovo allestimento del “vecchio” museo di Altino, riqualificato come ulteriore spazio espositivo presso le aree archeologiche, e un brindisi offerto da Bisol. Da fine luglio 2014 infatti il “vecchio” museo Archeologico è stato riallestito per illustrare esclusivamente la necropoli romana, con un nuovo apparato didascalico, con reperti archeologici provenienti dall’antica città di Altinum e dalla sua necropoli. L’evento di venerdì è aperto al pubblico e rappresenta la prima data di un calendario di eventi pubblici e partecipati che accompagneranno tutti gli interessati alla conoscenza delle ulteriori tappe di realizzazione del progetto di allestimento e in generale degli sviluppi del grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia”. “Considerata la lunga attesa e la forte aspettativa da parte della comunità locale e degli addetti ai lavori”, sottolineano Soragni e Tiné, “e la grande soddisfazione di aver finalmente completato un percorso estremamente laborioso ma con risultati eccezionali, che fanno di Altino l’unica struttura museale archeologica propriamente moderna e in linea con gli standard internazionali del Veneto, è parso giusto condividere con il pubblico un primo momento inaugurale del complesso”. E aggiungono: “In un’ottica di partecipazione delle tappe del programma di allestimento è stata predisposta una sezione di spiegazione del percorso espositivo dell’intero compendio e sono state preallestite alcune vetrine che fungono da esempio di quello che sarà l’assetto definitivo. Solo sabato sarà possibile visitare tutti gli spazi del museo, già perfettamente restaurati e adeguati alle nuove funzioni, comprese quelle essenziali degli uffici, dei laboratori, della biblioteca, della sala conferenze, dello spazio per esposizioni temporanee e dei servizi aggiuntivi al pubblico (bar-ristorante, book-shop, punto informativo, aula didattica)”.

Un interno del grande edificio che ospiterà il nuovo museo Archeologico di Altino

Un interno del grande edificio che ospiterà il nuovo museo Archeologico di Altino

Museo e cantiere aperto. Una sorta di “cantiere aperto” condiviso in itinere, quindi, più che la definitiva inaugurazione dell’intero museo, che comporterà ancora anni per il restauro e il trasferimento delle ingenti collezioni altinati e la disponibilità di ulteriori, importanti, risorse finanziarie per la realizzazione dei relativi allestimenti museografici. L’allestimento degli spazi museali è già iniziato: il primo lotto espositivo, che prevede, nella storica “Risiera”, le sezioni dedicate alla preistoria e alla protostoria al piano terra e quelle dedicate alla romanizzazione e alla città romana al primo, sarà completato entro giugno 2015. I costi complessivi dell’attuale intervento sono stati di 500mila euro per il primo lotto di lavori di allestimento e di adeguamento funzionale del museo Archeologico nazionale di Altino interamente finanziato da Arcus Spa; 6 milioni per il completamento dell’intervento (di cui 1,2 milioni da Arcus attraverso la direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto e la Regione del Veneto, e 4,88 milioni da risorse POR-parte FESR (2007-2013).

Il nuovo allestimento, che si potrà già intuire se non proprio apprezzare nell’apertura straordinaria di venerdì 12, punta a minimizzare la presenza delle strutture espositive per valorizzare i reperti ed attirare l’attenzione sul contenuto piuttosto che sul contenitore. “Il filo conduttore della progettazione museografica – ricordano in soprintendenza – è stato quello di creare strutture che non denunciano se stesse, ma solo la funzione del loro essere, privilegiando la linearità e l’essenzialità delle forme alla spettacolarità”. Per far ciò si sono ridotti al minimo possibile gli spessori e gli ingombri delle strutture portanti gli oggetti; l’illuminazione stata direzionata e concentrata sugli oggetti per esaltarne le caratteristiche e far “scomparire” gli espositori e i supporti; l’apparato didascalico è stato reso chiaramente leggibile e sintetico; infine è stato previsto un percorso di visita definito ed univoco, pur se articolato per sezioni e percorsi alternativi.

All’Arena di Verona “Archeologia in diretta”: apertura straordinaria del cantiere di scavo archeologico nell’anfiteatro. In anteprima i risultati sulla “vita” dell’Arena, dalla sua fondazione in età giulio-claudia al suo riutilizzo dal Medioevo in poi

L'Arena di Verona: l'anfiteatro fu realizzato in età giulio-claudia

L’Arena di Verona: l’anfiteatro fu realizzato in età giulio-claudia

Casali, Tinè e Bruno in sopralluogo

Casali, Tinè e Bruno in sopralluogo

Qualche mese fa, in uno dei sopralluoghi al cantiere aperto nelle viscere dell’Arena per la realizzazione di un nuova cabina elettrica, si era gridato alla scoperta eccezionale: l’Arena è più antica del Colosseo. “Lo scavo ha messo in luce depositi stratificati ancora ben conservati e leggibili, in grado di illustrare una pluralità di vicende di grande interesse”, era intervenuto il vicesindaco di Verona, Stefano Casali, “con reperti di straordinaria importanza per conoscere le fasi edilizie del monumento e datarne con precisione il periodo di costruzione. Di fatto – aveva esultato – siamo di fronte a ritrovamenti straordinari, che nessuno si aspettava. Ringrazio la soprintendenza per la preziosa collaborazione che permette, attraverso un confronto costruttivo e continuo con il Comune, di utilizzare e valorizzare al meglio il nostro anfiteatro”. Una notizia di per sé per nulla inedita – se si considerano le conclusioni – visto che già negli anni Sessanta del secolo scorso tutti i più autorevoli archeologi e storici dell’arte antica, dal Beschi in giù per intenderci, erano già arrivati a questa conclusione sulla base di una comparazione stilistica e strutturale del grande edificio di spettacolo veronese. In realtà la vera scoperta è che per la prima volta la datazione dell’anfiteatro ci sono riscontri archeologici precisi, trovati appunto durante lo scavo. “L’analisi dei reperti ritrovati”, aveva spiegato il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné, “rappresenta un’opportunità unica per conoscere le fasi edilizie del monumento e le sue vicende con approccio scientifico; il rinvenimento di un sesterzio di bronzo dell’epoca dell’imperatore Claudio, consente di datare la costruzione dell’Arena intorno agli anni 41-42 d.C., confermandone l’antecedenza rispetto al Colosseo, costruito dalla dinastia dei Flavi”.

"Arena di Verona. Archeologia in diretta" è l'apertura straordinaria degli scavi dal 9 al 19 giugno

“Arena di Verona. Archeologia in diretta” è l’apertura straordinaria degli scavi dal 9 al 19 giugno

La campagna di scavi archeologici attualmente in corso ha aperto un doppio fronte di studi che riguardano da una parte, attraverso la stratigrafia, la fruizione dell’Arena in età medioevale e risorgimentale, dall’altra il momento costruttivo dell’anfiteatro stesso. Tra i reperti rinvenuti, oltre alla moneta datante, anche oggetti di uso quotidiano come il manico di un ventaglio, i resti di un pettine in osso, una piccola anfora usata per i rituali augurali in occasione dell’avvio di un cantiere, riconducibile alla prima metà del I secolo d.C. E ora, eccezionalmente, dal 9 al 19 giugno, grazie alla collaborazione della soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto e del Comune di Verona – direzione Musei e coordinamento Edilizia Monumentale – i visitatori dell’anfiteatro avranno la possibilità di osservare il lavoro in corso all’arcovolo 58 e di essere accompagnati alla visita di alcuni reperti dagli stessi archeologi impegnati nello scavo. La proiezione di un video sarà d’ausilio ai visitatori nel ricostruire sia i momenti di attività nel cantiere, sia i contesti archeologici rinvenuti nel corso delle indagini.

L'archeologa Brunella Bruno mostra il sesterzio dell'imperatore Claudio trovato in Arena

L’archeologa Brunella Bruno mostra il sesterzio dell’imperatore Claudio trovato in Arena

“Le indagini di archeologia preventiva nell’Arena di Verona, iniziate alcuni mesi fa per la realizzazione della nuova cabina elettrica dell’anfiteatro e ancora in corso”, spiega Brunella Bruno, direttore del nucleo operativo di Verona della soprintendenza archeologica veneta, “hanno fornito importanti informazioni sulle vicende strutturali e sull’uso del monumento, a partire dalla fase di fondazione – da collegare all’età dell’imperatore Claudio – fino ai secoli del Medioevo e della prima età moderna”. Le indagini archeologiche si sono concentrate negli arcovoli 58, 59 e 60. “I contesti emersi nello scavo”, continua Bruno, “hanno rivelato che tali spazi furono frequentati e utilizzati, nelle diverse fasi storiche, per finalità diverse: essi divennero zone insediative, ospitarono impianti produttivo-artigianali e spazi funerari, alternando, in alcuni momenti, un uso come immondezzai e discariche di materiali edili”. A dare concretezza alla sequenza stratigrafica il ritrovamento di una significativa quantità di reperti che ne illustrano i principali momenti: particolarmente interessante risulta la fase dell’occupazione tardo antica del monumento grazie anche alla recente scoperta di diverse centinaia di monete di IV e V secolo nell’arcovolo 58, attualmente in corso di scavo.

Scheletro di donna risalente al Medioevo rinvenuto negli arcovoli dell'Arena

Scheletro di donna risalente al Medioevo rinvenuto negli arcovoli dell’Arena

“È importante precisare per quanti appassionati approfitteranno dii questa apertura straordinaria”, sottolinea Bruno, “che si tratta di work in progress: i reperti, infatti, non sono stati assemblati né restaurati e i dati che si presentano, in anteprima, necessitano di essere ancora attentamente elaborati e studiati.  Numerosi sono quindi i problemi e gli interrogativi sulle evidenze archeologiche venute alla luce e come tali verranno presentati ai visitatori dagli archeologi protagonisti delle indagini sul campo”. E questa è proprio la novità dell’archeologia in diretta: capire anche come gli archeologi elaborino le varie ipotesi, seguendo lo sviluppo dello scavo e lo studio dei reperti. “Un’occasione unica”, conclude Bruno, “per vivere un’esperienza ravvicinata al cantiere archeologico nel monumento più noto della città e per sottolineare come i lavori e le trasformazioni edilizie possano diventare, grazie alle buone pratiche dell’archeologia preventiva, un’opportunità per accrescere la conoscenza storica”.

L'imponente prospetto esterno dell'Arena di Verona: l'accesso agli scavi è dall'arcovolo 60

L’imponente prospetto esterno dell’Arena di Verona: l’accesso agli scavi è dall’arcovolo 60

La visita al cantiere di scavo e all’esposizione di materiali avverrà tutti i giorni dal 9 al 19 giugno dalle 14 alle 17. L’apertura ufficiale di “Archeologia in diretta” è fissata per il 9 giugno all’arcovolo 60 dell’Arena, alla presenza delle autorità.Tasti di scelta rapida del sito:

 

Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico. Convegno a Venezia

A Venezia convegno per spiegare le potenzialità del Parco archeologico dell'Alto Adriatico

A Venezia convegno per spiegare le potenzialità del Parco archeologico dell’Alto Adriatico

Come valorizzare il patrimonio culturale del territorio e come aumentare la fruizione dei siti archeologici già noti o dei potenziali siti archeologici ancora da studiare presenti nelle nostre comunità? Può il patrimonio archeologico aumentare la competitività territoriale anche in termini di sviluppo economico? A queste domande cercherà di rispondere il convegno “Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico” che si terrà nella giornata di mercoledì 19 marzo a Venezia, al Palazzo della Regione (ex Grandi Stazioni). Nel corso del convegno saranno presentati i risultati della ricerca “Metaprogetto” sviluppata dalle università di Padova, di Ca’ Foscari e Iuav nell’ambito del progetto europeo PArSJAd-Parco archeologico dell’Alto Adriatico, di cui la Regione del Veneto è capofila. Rivolto in particolare ad amministratori e ad operatori degli enti locali e del settore culturale, il convegno intende fornire strumenti di pianificazione territoriale e di gestione dei beni storico-culturali e paesaggistici, attraverso una fruizione più incisiva e mirata dei beni archeologici.

Un laboratorio archeologico con i bambini nell'ambito del progetto PArSJAd

Un laboratorio archeologico con i bambini nell’ambito del progetto PArSJAd

Il progetto Parco Archeologico dell’Alto Adriatico – PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto. Capofila del progetto è la Regione del Veneto, mentre il partenariato coinvolge 8 partner: l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna, il Comune di Bagnara di Romagna (RA), il Comune di Russi (RA), il Comune di Voghiera (FE), il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro dei Beni Culturali – Regione Friuli Venezia Giulia, il Narodni Muzej Slovenije (Museo Nazionale di Slovenia), l’Università del Litorale, Centro di Ricerche Scientifiche / Univerza na Primorskem, Znanstveno-raziskovalno središče e lo Zavod za varstvo kulturne dediščine Slovenije / Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia.

Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

Partendo dall’esperienza maturata con PArSJAd nel laboratorio partecipato di archeologia nella pianificazione ad Altino, nel Veneziano, la ricerca mette a fuoco modalità di riconoscimento delle potenzialità culturali, turistiche ed economiche dei territori offrendo spunti pratici per sperimentazioni locali. Uno specifico modulo sarà dedicato al management del patrimonio archeologico nella prospettiva della competitività territoriale. Nel pomeriggio la tavola rotonda moderata da Vincenzo Tiné, Soprintendente per i beni archeologici del Veneto, vedrà la presenza, tra gli altri, di Italo Candoni di Confindustria Veneto, di Marco Tamaro della Fondazione Benetton Studi Ricerche, di Irena Lazar dell’Università di Capodistria e dei sindaci del Comune di Ariano nel Polesine, di Concordia Sagittaria e di Quarto d’Altino. Al termine della giornata sarà consegnato in anteprima ai partecipanti il volume Archeologia e paesaggio nell’area costiera veneta: conoscenza, partecipazione e valorizzazione, che condensa in 140 pagine ricche di esempi pratici i risultati della ricerca.

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Il progetto PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto.

A Verona apre al pubblico il criptoportico capitolino in corte Sgarzerie

L'area archeologica del criptoportico capitolino in corte Sgarzerie a Verona

L’area archeologica del criptoportico capitolino in corte Sgarzerie a Verona

Verona romana rivela un altro dei suoi tesori: il criptoportico capitolino. Sabato 8 febbraio, alle 12, alla presenza del direttore regionale per i Beni culturali Ugo Soragni, del soprintendente ai Beni archeologici del Veneto Vincenzo Tiné, del sindaco di Verona Flavio Tosi e del presidente di Cariverona Paolo Biasi,  sarà inaugurata l’area archeologica del criptoportico capitolino in corte Sgarzerie a Verona. “L’area archeologica di Corte Sgarzerie è uno straordinario palinsesto di strutture archeologiche che consente di percorrere la storia del settore centrale di Verona dall’età romana al Medioevo”, spiega Tinè. “Gli scavi, condotti dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto tra 1988 e 2004 sotto la Loggia delle Sgarzerie, con fondi ministeriali e con il sostegno economico di Fondazione Cariverona, hanno messo in luce un tratto del portico sotterraneo (criptoportico) che su tre lati circondava il Capitolium, il principale tempio cittadino dedicato alle tre divinità Giove, Minerva, Giunone”.

I resti del Capitolium romano visibili al ristorante Maffei

I resti del Capitolium romano visibili al ristorante Maffei a Verona

Edificato nella seconda metà del I sec. a.C. sul lato settentrionale del Foro, spiega la nota della soprintendenza, il Capitolium era caratterizzato da un fronte largo 35 m (con tre file di sei colonne), tre celle e portici ai lati, ed era lungo circa 42 m. Su tre lati correva tutt’intorno al tempio un porticato che aveva anche la funzione di archivio. Lungo le sue pareti erano esposte numerose epigrafi e tavole in bronzo, delle quali si sono ritrovati solo frammenti: si trattava di leggi, decreti, liste di magistrati e imperatori, documenti catastali. “Il criptoportico visitabile nell’area”, continua il soprintendente, “si sviluppava per oltre 200 metri sotto il portico. Diviso in due navate larghe 4,5 m da una spina di archi retti da 78 pilastri in pietra e coperta da volte a botte, era debolmente illuminato da finestre “a strombo” affacciate sulla terrazza superiore”. Il complesso rimase in vita fino al IV secolo, quando, per effetto dell’affermazione del cristianesimo e probabilmente per un incendio cadde in abbandono. Dopo circa un secolo Teodorico iniziò la sistematica spoliazione dell’edificio per recuperare materiali costruttivi. “Il criptoportico continuò a essere usato, ma tra la fine del VII e l’VIII sec. il suo braccio ovest crollò: infiltrazioni d’acqua e probabili eventi sismici ne provocarono il collassamento, facendo crollare di conseguenza anche buona parte del soprastante triportico”. Nell’area archeologica di Corte Sgarzerie che si inaugura sabato è possibile vedere un suggestivo particolare del crollo delle volte.

La pianta dell'area sacra del Capitolium romano di Verona con il criptoportico su tre lati

La pianta dell’area sacra del Capitolium romano di Verona con il criptoportico su tre lati

Per tutto l’Altomedioevo, fino al IX-X secolo, l’edificio sotterraneo fu usato come discarica per immondizie e macerie. “Per vedere una ripresa dell’attività edilizia bisogna attendere il XII secolo, quando, nel contesto della fortissima crescita demografica, politica e commerciale che caratterizzò l’età comunale, si insediarono nell’area le casate aristocratiche con le loro torri e le loro attività commerciali”. Nell’area archeologica di corte Sgarzerie sono visibili i resti di un edificio interrato (cantina?), di una ghiacciaia e di una casa-torre. Nel Trecento poi c’è l’edificazione della Loggia delle Sgarzarie e nel Quattrocento del Monte di Pietà.

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

“Al termine delle indagini archeologiche che hanno consentito di ricostruire la storia dell’isolato”, spiega Tinè, “l’area è stata sistemata per l’apertura al pubblico, sempre grazie al finanziamento di Fondazione Cariverona, con un intervento mirato che ha saputo coniugare le esigenze della conservazione a quelle della comunicazione, in un’ottica di recupero e valorizzazione finalizzata ad avvicinare i cittadini alla conoscenza della storia antica del contesto urbano a loro familiare”. L’intervento è stato portato avanti in collaborazione con l’amministrazione comunale (Coordinamento Edilizia Monumentale), proprietaria dell’immobile.

La preistoria e la protostoria italiana si ritrovano a Padova

Dal 5 al 9 novembre si tiene il XLVIII congresso nazionale dell’istituto italiano di Preistoria e Protostoria

Lo "sciamano" dalla Grotta di Fumane

Lo “sciamano” dalla Grotta di Fumane

Lo “sciamano” della grotta di Fumane per quasi una settimana sarà l’anfitrione che darà il benvenuto a Padova ai più grandi esperti di preistoria e protostoria. La figura antropomorfa in ocra rossa del periodo Aurignaziano (ca. 35mila anni dal presente) è stata infatti scelta come “mascotte” del XLVIII congresso nazionale dell’istituto di Preistoria e Protostoria che si tiene nella Città del santo dal 5 all’8 novembre e sarà interamente dedicato al Veneto. “Un successo degli enti di ricerca regionali”, sottolinea il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tinè. “Proprio grazie alla sinergia tra soprintendenza del Veneto, le università di Padova, Venezia e Verona, e il museo di Scienze naturali di Verona,  è stato possibile riportare in Veneto questa importante rassegna dopo oltre 40 anni. L’ultima volta fu a Verona nel 1978. Il congresso è dedicato a due grandi studiosi veneti: Giulia Fogolari e Piero Lunardi ”. Per tutti i ricercatori ma anche per gli appassionati sarà l’occasione per fare il punto sulle conoscenze acquisite: dalle più antiche frequentazioni umane nel Veneto alle soglie della romanizzazione.

Intenso il programma. La prima giornata (martedì 5 novembre) si apre alle 9.45 nell’aula magna dell’università di Padova, al Palazzo del Bo, ed è dedicata a inquadrare i periodi: la mattinata alla preistoria (dal Paleolitico all’Eneolitico), il pomeriggio alla protostoria (dall’età del Bronzo al Ferro). Con la seconda giornata (mercoledì 6), dalle 9.10 ma al centro civico d’arte e cultura Altinate “S.Gaetano”, si entra più nello specifico: al mattino, dal neandertaliani del Riparo Tagliente nel Veronese all’uomo di Mondeval de Sora nel Bellunese; al pomeriggio, dal villaggio neolitico del Dal Molin a Vicenza al contesto cultuale dell’Età del Rame ad Arano nel Veronese. La terza giornata (giovedì 7: mattina al centro civico Altinate, pomeriggio in Sala Guariento alla Reggia dei Carraresi) è tutta dedicata all’Età del Bronzo: dalle palafitte del Veneto alle necropoli polesane e veronesi, dalla presenza di ceramiche e metalli all’ambra. La quarta giornata (venerdì 8, sempre al centro civico Altinate) è invece tutta dedicata all’Età del Ferro: al mattino, da Castel de Pedena, nel Bellunese, a Padova; da Gazzo Veronese a Castiglione Mantovano; il pomeriggio invece ci si concentra sui confronti con le culture viciniori e sulle nuove tecniche di indagine, concludendo la giornata con la visita alla mostra “Venetkens” al Palazzo della Ragione. L’ultimo giorno (domenica 9) è dedicato alle escursioni.