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Negrar di Valpolicella (Verona). A meno di un anno dalla ri-scoperta della Villa dei Mosaici, una villa rustica a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), Comune Soprintendenza e Aziende vitivinicole siglano un patto per lo scavo, la musealizzazione e la valorizzazione del sito immerso tra i vigneti: archeologia e vino, due eccellenze in sinergia. Il ministro Franceschini: “Modello di rapporto pubblico-privato da esportare”

Maggio 2020: tra i filari di vigne dell’Azienda Agricola La Villa di Benedetti Matteo e Simone a Negrar di Valpolicella riemergono i mosaici della villa romana (foto Comune di Negrar)
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La notizia della ri-scoperta della Villa dei Mosaici di Negrar rilanciata dal New York Times nel maggio 2020

Non sono passati neppure dieci mesi da quando, era il 26 maggio 2020, e l’Italia stava faticosamente uscendo dal primo durissimo lockdown, un gruppo di archeologi della soprintendenza Archeologica, Belle arti e Paesaggio di Verona, sotto la direzione dell’archeologo Gianni De Zuccato, con l’archeologo Alberto Manicardi della SAP (Società archeologica Padana srl), scoprì – o meglio riscoprì – tra i vigneti di Negrar di Valpolicella tracce degli straordinari mosaici appartenuti a una villa romana, una villa rustica, a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), che già si parla di un patto pubblico-privato, unico nel suo genere, per la ricerca, conservazione, musealizzazione e valorizzazione della Villa dei Mosaici, che potrebbe diventare un esempio pilota su tutto il territorio nazionale. Non è un caso che i media di tutto il mondo, non ultimo il New York Times, colsero l’importanza della scoperta rimbalzata dalla Valpolicella dando ampio spazio e rilievo alla notizia. Ma già un anno fa appariva, però, evidente che solo la realizzazione di veri e propri scavi stratigrafici in estensione avrebbe consentito di estendere le conoscenze all’articolazione dell’insediamento, alle sue fasi costruttive e alle vicende che ne hanno caratterizzato la frequentazione, l’abbandono e la distruzione oltre a riportare alla luce le diverse evidenze monumentali e le splendide pavimentazioni musive. Fino al patto di questa primavera.

L’area di scavo della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

L’intervento di scavo è ripreso infatti in marzo 2021, nonostante l’emergenza Covid, grazie a un accordo di partenariato pubblico-privato tra la Soprintendenza e i proprietari dei terreni, l’Azienda Agricola La Villa di Benedetti Matteo e Simone e la Società Agricola Franchini srl, che si sono dimostrati particolarmente sensibili e collaborativi, mettendo a disposizione le aree da poco acquisite dai precedenti proprietari, rinunciando a indennità di occupazione e premi di rinvenimento e sostenendo parte delle spese per lo scavo dei livelli romani. Un ulteriore finanziamento del ministero della Cultura e del Bacino Imbrifero Montano dell’Adige hanno consentito di riprendere lo scavo archeologico in estensione, che è in corso anche grazie al protocollo d’intesa per lo studio e la valorizzazione del sito stipulato con l’università di Verona – Dipartimento di Culture e Civiltà (prof. Patrizia Basso). Ulteriori finanziamenti saranno necessari per il completamento dello scavo in estensione e per la valorizzazione del sito come area archeologica attrezzata per la pubblica fruizione.

Archeologi e operatori riportano alla luce di mosaici pavimentali della villa rustica romana di Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)
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Il soprintendente Vincenzo Tinè e il sindaco Roberto Grison alla presentazione della campagna di scavo alla Villa dei Mosaici (foto Comune di Negrar)

A fare il punto sulla situazione un incontro on line in municipio a Negrar di Valpolicella con il sindaco del Comune di Negrar, Roberto Grison; il soprintendente ABAP di Verona, Vincenzo Tinè; il funzionario archeologo Gianni De Zuccato, e il collegamento da Roma con il ministro della Cultura Dario Franceschini. Presentati gli scavi dell’anno 2020 e quelli attualmente in corso e gli accordi di partenariato pubblico/privato con i proprietari dei terreni in cui insiste la Villa, con il Comune e con l’Università di Verona per un progetto condiviso di ricerca e valorizzazione. E a riassumere vicende storiche, ricerche e progetti futuri per la Villa dei Mosaici è stato lo stesso responsabile delle ricerche Gianni De Zuccato (Sabap-Vr) con un breve video.

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Gianni De Zuccato, archeologo della Soprintendenza di Verona, sullo scavo della Villa dei Mosaici di Negrar (foto Comune di Negrar)

“Della villa romana di Negrar di Valpolicella – racconta De Zuccato – si erano perse le tracce ormai da quasi un secolo. Si pensava che i suoi splendidi mosaici, se ancora esistevano, fossero sepolti per sempre da metri di terra sotto qualche vigneto. Ritrovarla, riscoprirla era considerata un’impresa assurda, impossibile. I tre mosaici strappati a fine Ottocento, venduti al Comune di Verona e ora esposti al museo Archeologico al Teatro romano erano l’unica testimonianza rimasta di questo sito. Quando come archeologo della Soprintendenza mi fu affidato l’incarico della tutela di questo territorio decisi che avrei ritrovato la villa e i suoi mosaici se ancora esistevano. Le difficoltà da affrontare sono state e sono ancora molte, ma gli splendidi mosaici della parte residenziali, la pars urbana, dove il proprietario tratteneva i suoi ospiti, sono tornati alla luce. Queste stanze sono state testimoni, tanti secoli fa, di incontri di affari, di accordi politici, di sontuosi banchetti, di splendide feste, di concerti di musica, forse anche di storie d’amore, ma anche della fatica quotidiana di tante serve e servi che qui vivevano e lavoravano. Ora stiamo scoprendo nuovi mosaici e nuovi ambienti che testimoniano quanto fosse estesa questa residenza. Attorno alla villa c’era il suo fundus, il podere, dove si producevano – come oggi in Valpolicella – soprattutto olio e vino. E di queste produzioni speriamo di poter trovare presto testimonianze archeologiche. Questo sito è un bene comune che va recuperato, conservato, protetto e valorizzato con un’adeguata musealizzazione. Sono le radici che la comunità di Negrar di Valpolicella oggi può ritrovare, facendone una parte fondamentale del proprio patrimonio culturale. Io sogno un’area archeologica musealizzata capace di parlare ed emozionare tutti, come questi resti parlano ed emozionano me”.

Dal terreno riemergono i pavimenti a mosaico della villa rustica di Negrar (foto Comune di Negrar)
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Maggio 2020: tra i filari di vigne dell’Azienda Agricola La Villa di Benedetti Matteo e Simone a Negrar di Valpolicella riemergono i mosaici della villa romana (foto Comune di Negrar)

Ripercorriamo in breve le tappe principali della scoperta. Nel 1886 nella frazione di Villa in comune di Negrar di Valpolicella (Verona), nel podere Cortesele, furono scoperte le tracce di una grande villa di epoca romana. Venne in luce anche un mosaico, che fu acquistato dal Comune di Verona ed è attualmente esposto al museo Archeologico del Teatro Romano. Nel 1922 l’archeologa Tina Campanile (prima donna ammessa alla Scuola Archeologica di Atene), per incarico della soprintendenza ai Musei e agli Scavi del Veneto, indagò un’area di circa 270 mq pertinente alla parte residenziale (pars urbana) di una villa rustica databile alla media/tarda età imperiale (II-III d.C.) Nuovi mosaici pavimentali policromi, di straordinario pregio ed eccezionale stato di conservazione, vennero in luce anche in questa fase, insieme a frammenti di intonaci parietali dipinti a vivaci colori. Nel 1975 in una proprietà adiacente fu rinvenuto un altro ambiente con pavimento a mosaico, oggi interpretabile come pertinente all’ingresso della villa, il vestibulum. Dal 2016 la Soprintendenza è tornata ad operare nell’area al fine di rintracciare il sito e documentarne lo stato di conservazione. Un progetto di indagine sistematica, curato dal funzionario incaricato delle ricerche Gianni De Zuccato, è stato presentato nel 2017 all’amministrazione comunale di Negrar di Valpolicella, che ha immediatamente affiancato la Soprintendenza nella sua realizzazione. Le indagini sono quindi proseguite nel 2018 con una campagna di prospezione geofisica e con sondaggi stratigrafici nel 2019 e nel 2020, resi possibili da un finanziamento del ministero della Cultura. La scoperta di nuove strutture murarie e pavimentali della villa, attigue alle precedenti e probabilmente pertinenti alle parti rustica e fructuaria della villa, ha rivelato la sua notevole ampiezza e complessità planimetrica. Sulla scorta di queste nuove acquisizioni della ricerca il ministero della Cultura ha dichiarato l’interesse culturale particolarmente importante del sito con provvedimento di vincolo ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera a) del Codice dei Beni Culturali.

“È una bella storia di rapporto pubblico privato”, ha dichiarato il ministro Dario Franceschini, intervenendo in teleconferenza all’incontro di Negrar, “con privati molto disponibili a farsi carico anche generosamente di una parte di fruibilità pubblica di un bene così importante e li ringrazio; e contemporaneamente una positiva corresponsione da parte del pubblico che a volte entra in un braccio di ferro che complica anche cose che potevano essere gestite più semplicemente. In questo caso mi sembra che ci sia stato un livello di collaborazione ottima, un modello che potremmo suggerire in altri casi di rapporto pubblico-privato senza ricorrere a quegli strumenti che la legge assegna naturalmente allo Stato per poter recuperare un patrimonio culturale e archeologico. Ma se ci si arriva in un modo diverso ottenendo gli stessi obiettivi di salvaguardia del patrimonio e di fruibilità del patrimonio, è meglio: attraverso un percorso condiviso, come è avvenuto in questo caso. E sono convinto che il discorso proseguirà anche nella parte che ancora manca su questa strada. Da parte nostra c’è la disponibilità. C’è stato anche – è sottinteso – il finanziamento di parte dei lavori, ci sono stati in parte in passato dei progetti complessivi di recupero e di valorizzazione del sito. Vediamo. Ci lavoriamo. L’importante è che è una storia positiva tra le parti. Farò il possibile per valorizzarla ancora”.

Particolare dei bellissimi pavimenti musivi della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella

“L’obiettivo è quello di raccogliere disponibilità e risorse da parte di tutti gli attori in campo”, ha spiegato il soprintendente Vincenzo Tinè. “In questo momento siamo nella fase della ricerca e dello scavo che, trattandosi di attività notoriamente riservate al ministero siamo autonomi, possiamo intervenire, possiamo godere di contributi, disponibilità di privati e di enti pubblici. Un po’ più complicata sarà l’organizzazione della fase valorizzazione con queste stesse modalità che ci auguriamo di sinergia pubblico-privato. Dopo lo scavo estensivo che contiamo di completare nella primavera del 2022, dovrà essere scattata – col contributo che ci aspettiamo dal ministero – la fase di parco e di allestimento delle strutture. Con qualche difficoltà rappresentata dal fatto che lo Stato dovrà investire importanti fondi su un’area privata. Ma l’interesse è proprio quello di riuscirci senza snaturare questa modalità sinergica e di collaborazione che non tende a espropriare, non tende a mettere nella mano pubblica per forza tutto, ma lasciare ai privati non solo la proprietà ma anche qualche forma di gestione del sito perché l’interesse qui è mettere insieme archeologia – come dice il sindaco – e il prodotto caratteristico della Valpolicella, cioè il vino. Che è un elemento culturale: vorrei ricordare che anche su questo filone la soprintendenza lavora con il settore demo-etno-antropologico (tra l’altro in Valpolicella abbiamo un luminare in questione che è il prof. Vincenzo Padiglione ordinario a Roma). E quindi sono filoni interconnessi anche solo dal punto di vista culturale. Il vino vale quanto l’archeologia, e viceversa”.

Un bellissimo pavimento musivo della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)
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L’ampia area di scavo della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

“Vino e archeologia, due eccellenze che rispondono a normative e figure giuridiche diverse”, ha sottolineato il sindaco Roberto Grison. “La fatica è stata proprio trovare una collaborazione su questi aspetti. Penso che qualcuno prima o dopo deve fungere anche da apripista. Noi siamo diventati apripista proprio su questa situazione che è unica: una ricchezza che è nel sottosuolo era coperta da un’altra ricchezza che è in superficie. Cioè ci sono dei vigneti che hanno una qualità in termini di produzione dell’uva di valore anche economico che sono di altissima importanza. Quindi il lavoro che c’è stato negli anni scorsi è stato quello di far comprendere a qualcuno che sotto quei vigneti c’era una ricchezza importante che potrebbe proprio a contribuire a valorizzare il prodotto stesso attraverso questa sinergia tra le due cose. È chiaro che era anche difficile pensare un esproprio, difficile addivenire a una situazione diversa che non fosse quella della valorizzazione tra pubblico e privato di questo luogo. E grazie alle due cantine che si sono messe a disposizione, che vanno fortemente ringraziate, siamo arrivati ai risultati di questi tempi. Quindi un ringraziamento particolare va a loro che ci hanno creduto e ci stanno credendo. Già mezza villa è stata scavata e portata alla luce. Che è quella che insiste sulla proprietà dei fratelli Benedetti, che sono stati i primi a credere in questo intervento. La cantina Franchini è arrivata un po’ dopo. Ha concluso questo percorso con la soprintendenza di convenzioni e di accordo, e quindi procederemo anche nell’altra metà. Ma sicuramente siamo decisi ad arrivare in fondo su questa fase”.

Il sito archeologico della Villa dei Mosaici è immerso tra i vigneti della Valpolicella (foto Comune di Negrar)
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Un bellissimo pavimento musivo della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

L’ubicazione della Villa dei Mosaici in una splendida posizione sopraelevata, a breve distanza dall’abitato di Negrar di Valpolicella, immersa tra i filari dei vigneti di uve Valpolicella destinate alla produzione dei celebri vini, costituisce un valore aggiunto alla potenzialità attrattiva del sito. Adeguatamente valorizzato con strutture e percorsi attrezzati per la visita, l’area archeologica, oltre che un nuovo luogo della cultura straordinariamente evocativo del paesaggio antico, potrà diventare un ulteriore volano per lo sviluppo culturale, turistico ed economico della valle, rafforzando a livello nazionale e internazionale l’appeal di un territorio già celebre per i suoi vini.

Verona. Chiuso il primo lotto del grande restauro dell’Arena: i risultati si vedono a occhio nudo. Nel giorno di passaggio di consegne dell’anfiteatro romano alla Fondazione per la stagione lirica, sopralluogo e bilancio del progetto da 14 milioni di euro

Le gradinate dell’Arena di Verona: si vede a occhio nudo il settore già ripulito e restaurato (foto comune-vr)

Finiti i primi lavori nel grande progetto di restauro dell’Arena di Verona che si prepara a riaccogliere un milione di visitatori l’anno. E i risultati sono visibili a occhio nudo. La suddivisione dei lavori in lotti e la concentrazione dei lavori da novembre ad aprile è funzionale all’ottimizzazione delle complesse attività di cantiere oltre che a garantire l’attività della Fondazione Arena durante la stagione estiva. E quindi, oggi, 2 aprile 2021, giorno del passaggio di consegne, con l’anfiteatro che entra nelle disponibilità di Fondazione Arena per i preparativi legati alla stagione lirica ed extra lirica, è stato possibile fare un primo bilancio dell’andamento dei lavori con un sopralluogo delle autorità coinvolte. L’occasione perfetta per verificare sul posto lo stato di avanzamento dei lavori, che quest’anno tuttavia non si fermano nemmeno durante il periodo estivo, ma andranno avanti senza intralciare gli spettacoli. I risultati del lavoro già effettuato  sono ben visibili ad occhio nudo. I gradoni stanno tornando al loro colore originario, sono stati ripuliti dalla patina logorante del tempo oltre che sigillati per evitare le infiltrazioni d’acqua. Lo stesso per gli arcovoli, grazie a maestranze specializzate e all’utilizzo dei materiali più idonei alle caratteristiche del monumento,  per la quale sono effettuate dettagliate indagini e rilievi sulle strutture e sugli interventi realizzati in passato.  Quella in corso all’anfiteatro arena è un’opera di restauro senza precedenti, destinata a segnare la storia del monumento stesso e a farne non solo un luogo di spettacolo e musica, ma un vero e proprio museo. Un intervento che rimarrà nei secoli, per il contesto in cui viene realizzato, per gli obiettivi da raggiungere e per l’investimento che li rende possibili. Un progetto ambizioso di valorizzazione e fruizione dell’arena, avviato nel 2019 grazie al finanziamento di 14 milioni di euro messi a disposizione da Unicredit Banca e Fondazione Cariverona con l’Art Bonus.

Il restauro dei colonnati negli arcovoli dell’Arena di Verona (foto comune-vr)

A maggio saranno pronti i primi tre dei dieci nuovi bagni che andranno a sostituire quelli attuali, datati fine anni Cinquanta e oramai in un grave stato di conservazione. Per i servizi igienici è stata adottata la tecnica di lavorazione in esterna, che prevede la realizzazione delle celle in cantiere e la messa in posa sul pavimento senza intaccare la parte muraria e architettonica. Poi ci sono gli interventi che  non si vedono, ma che sono fondamentali per una riqualificazione moderna e complessiva dell’arena come quella che verrà completata  entro i prossimi tre anni. Si tratta dell’opera ingegneristica che si  è concentrata  in particolare a livello ipogeo, dove sono stati realizzati ex novo gli impianti idrico, fognario ed antincendio, ormai del tutto obsoleti, e propedeutici al proseguo dei cantieri. A tutto ciò si aggiungono le opere di riqualificazione museale. Sono queste, infatti, uno degli obiettivi strategici dell’intervento Art bonus, per migliorare la fruibilità dell’Arena come monumento visitabile nei suoi spazi principali, compresa la galleria mediana che, durante la stagione invernale con lo stop agli spettacoli, potrà essere percorsa nella sua totalità. Già allo studio della Soprintendenza e del settore Musei Civici l’individuazione di soluzioni metodologiche per l’allestimento di appositi spazi informativi e dedicati alla comunicazione multimediale, nei quali i visitatori possano ricevere approfondimenti relativi all’anfiteatro, alla sua storia e alla sua duplice natura di luogo della cultura e luogo di spettacolo.

Sopralluogo all’anfiteatro romano di Verona (foto comune-vr)

In Arena si sono dati appuntamento il sindaco di Verona Federico Sboarina, l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto, il soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio Vincenzo Tinè, il direttore generale di Fondazione Cariverona Giacomo Marino e la Regional Manager NordEst di Uncredit Luisella Altare. Presenti anche l’assessore alla Cultura Francesca Briani e il sovrintendente di Fondazione Arena Cecilia Gasdia. “Assistiamo a qualcosa di storico e che resterà nei secoli”, ha detto il sindaco. “Questo intervento ci permette non solo di restituire l’anfiteatro alla sua originaria bellezza, ma anche di proiettarlo in una nuova dimensione, quella museale, che contribuirà a renderlo ancora più unico e straordinario. È arrivato il tempo di prepararsi alla stagione lirica che inizierà il 19 giugno 2021 con lo spettacolo diretto dal maestro Muti, lavoriamo per il pubblico della lirica e dei concerti  ma anche per il milione di visitatori che ogni anno entrano in Arena. Non posso che essere estremamente orgoglioso  di quanto fatto finora, anche durante la pandemia, e degli obiettivi che ci siamo posti con questo progetto. Riscriviamo la storia del nostro anfiteatro, lo facciamo attraverso la sinergia di istituzioni del territorio, consapevoli di ciò che l’arena rappresenta per la nostra città dal punto di vista storico, artistico, culturale oltre che economico”. E l’assessore Zanotto: “Si tratta di un cantiere davvero complesso e articolato, che richiede una cura e un’attenzione particolare. Nel giro di pochi anni avremo un anfiteatro messo a nuovo, visibilmente più bello grazie al restauro dei gradoni e degli arcovoli, ma anche più funzionale e sicuro, con un nuovo sistema tecnologico adeguato alle esigenze del teatro all’aperto più famoso al mondo. Senza parlare dei nuovi servizi igienici, quelli attuali non sono più adeguati  anche a causa della scarsa manutenzione degli anni passati. Oggi consegniamo il monumento a Fondazione Arena, il cantiere vero e proprio riprenderà in autunno ma i lavori non si fermeranno del tutto nemmeno durante l’estate. Il nostro obiettivo è terminate l’opera nei tempi stabiliti, siamo in carreggiata nonostante l’emergenza sanitaria”. “L’Art bonus ha innescato un meccanismo di tutela e conoscenza dell’anfiteatro che si completerà con la realizzazione del percorso museale”, ha aggiunto il soprintendente Tinè. “Ora sono finalmente visibili i primi risultati, un progetto frutto di un lungo lavoro preliminare, a cui la Soprintendenza ha dato un contributo non banale e che coglie l’opportunità di rendere visibile il restauro e la storia del monumento, compresa la più recente funzione di teatro all’aperto per gli spettacoli di lirica e di musica pop”.

Il rendering dei nuovi bagni per i visitatori e gli spettatori dell’Arena di Verona (foto comune-vr)

“Un intervento sostanziale su uno dei luoghi iconici del patrimonio artistico italiano e simbolo nel mondo della nostra Verona”, ha affermato Marino. “Notevole il lavoro relativo alla parte ingegneristica, quello che non si vede ma è essenziale per conservare l’Arena e valorizzarla al meglio. Oggi abbiamo voluto essere qui per condividere con la città quanto realizzato finora, bene l’approccio metodologico del ‘minimo intervento’, garantisce di mantenere intatta la bellezza del manufatto. Fondamentale anche il progetto museale, con un milione di potenziali visitatori all’anno, l’Arena si appresta a diventare un signor museo”. Soddisfazione per l’avanzamento dell’opera è stata espressa anche dal Regional Manager Nord Est di UniCredit Luisella Altare, che sottolinea come “sostenere i lavori di ristrutturazione dell’Arena di Verona è per UniCredit motivo d’orgoglio. Il nostro intervento non solo è coerente con la convinzione che lo straordinario patrimonio artistico e culturale italiano costituisca un volano di sviluppo economico e sociale per tutto il Paese ma, vuole essere una nuova, concreta, dimostrazione della nostra attenzione e del nostro legame con questo territorio”. Infine la sovrintendente Gasdia: “Mai come quest’anno aspettavamo questo giorno. Tra poco cominceremo le operazioni di allestimento del palco e dei gradoni, i veronesi sentiranno i martelli in azione. Per noi è un segnale forte verso il ritorno a quella normalità che tutti aspettiamo e per la quale non abbiamo mai smesso di lavorare”. “L’auspicio è di riaprire al più presto tutti i musei, i teatri e i luoghi di cultura”, ha concluso l’assessore Briani. “Il percorso museale dell’arena arricchirà ancora di più l’offerta culturale della nostra città”.

Verona da oggi arricchisce il percorso archeologico con l’apertura dell’area sotterranea di via San Cosimo, nel cuore della città antica grazie all’accordo tra Sabap-Vr e associazione Archeonaute: conserva testimonianze delle mura urbane di Verona romana e di una ricca domus

L’area archeologica sotterranea di via San Cosimo a Verona viene aperta al pubblico (foto Sabap-Vr)

verona_archeonaute_logosoprintendenza-verona_logoUn nuovo tassello della Verona romana è ora a disposizione del pubblico: è l’area archeologica sotterranea di via San Cosimo, nel cuore della Verona antica, a ridosso delle mura urbiche, e a un tiro di schioppo dall’Arena. È stato presentato oggi, venerdì 26 febbraio 2021, l’accordo sottoscritto tra la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e l’associazione culturale Archeonaute per la valorizzazione e la fruizione dell’area archeologica di via San Cosimo a Verona. Erano presenti Vicenzo Tinè, soprintendente ABAP di Verona; Francesca Rossi, direttrice dei Musei Civici di Verona; Federica Gonzato, direttrice del museo Archeologico nazionale di Verona; Morena Tremonti, presidente dell’associazione Archeonaute; suor Letizia Iacopucci, rappresentante dell’Istituto Figlie di Gesù; Brunella Bruno, responsabile dell’area funzionale archeologia della Soprintendenza.

La domus romana nell’area archeologica sotterranea di San Cosimo a Verona (foto Sabap-Vr)

Scoperte nel 1971 in seguito ad alcuni lavori di servizio, le strutture antiche vennero scavate e messe in sicurezza tra il 1974 e il 1975 dall’allora Soprintendenza alle Antichità delle Venezia che volle realizzare un’area archeologica. Ma finora, tuttavia, l’area non era accessibile se non previo accordo con la Soprintendenza e con l’Istituto religioso. Da oggi il sito diventa fruibile dal grande pubblico e una nuova area archeologica viene restituita alla città di Verona, incrementando in tal modo l’offerta culturale e creando un vero e proprio “percorso archeologico” a disposizione dei cittadini e dei turisti.

I tratti delle mura antiche nell’area archeologica di via San Cosimo a Verona (foto Sabap-Vr)

Nell’area archeologica si conservano importanti testimonianze della Verona romana relative alle mura urbane della città e alla porzione di una ricca domus costruita non lontano dalla cinta. I resti, in ottimo stato di conservazione, permettono di comprendere chiaramente come erano costruite le mura della città, a partire dalla prima fase di metà I secolo a.C. fino agli sviluppi successivi quando vennero dotate di torri e speroni. A circa 10 metri dalle queste mura più antiche, l’area ospita un tratto delle mura di V secolo d.C., erette da re Teodorico, mediante l’utilizzo di molto materiale di reimpiego, come epigrafi e frammenti architettonici lavorati. Nell’area sono inoltre visibili alcuni ambienti di una domus, decorati con pregiati pavimenti a mosaici e intarsi marmorei e affreschi alle pareti.

I partecipanti alla presentazione dell’accordo Sabap-Vr e ass. Archeonaute per la gestione dell’area archeologica di via San Cosimo a Verona (foto da http://www.pantheon.veronanetwork.it)

Dopo i lavori di restauro, condotti dalla soprintendenza con fondi ministeriali nel 2016, che hanno riguardato la pulitura delle strutture antiche, nonché la messa in sicurezza del sito, la realizzazione di un nuovo impianto di illuminazione e l’istallazione di un efficace apparato di pannelli illustrativi, è stato stipulato l’accordo con Archeonaute onlus per la gestione dell’area archeologica ubicata all’interno dell’Istituto Suore Figlie di Gesù in via san Cosimo 3, che garantirà, d’intesa con l’istituto religioso, l’apertura gratuita dell’area tutte le settimane, oltre allo svolgimento di visite guidate e attività didattiche e fornirà un servizio di segreteria e prenotazione per i visitatori. “Il sito di via San Cosimo si aggiunge all’area archeologica di Corte Sgarzerie e alla villa romana di Valdonega di cui gestiamo aperture e visite guidate”, ricorda Morena Tramonti, presidente di Archeonaute. “Quest’area permette di mostrare l’evoluzione del sistema difensivo della città dal momento della sua fondazione intorno alla seconda metà del II secolo a.C. con le mura di età municipale ben conservate all’età medio e tardo imperiale con l’aggiunta di torri e speroni difensivi”, sottolinea Brunella Bruno della soprintendenza. “Di certo vale la visita la visione delle mura di Teodorico, costruire a pochi metri di distanza dalle mura municipali esclusivamente con materiali di reimpiego di edifici in rovina”.

Verona. Nel trentennale della scoperta della necropoli romana di Porta Palio lungo la via Postumia, più di 1400 sepolture, durante i lavori dei Mondiali Italia ’90, mostra archeologica di Comune e Soprintendenza, rinviata per Covid-19. Intanto un video promo

Lo scavo della necropoli romana di Porta Palio a Verona lungo la via Postumia nel 1990 (foto Sabap-Vr)

20 dicembre 1989: durante i lavori per la realizzazione dei sottopassi per i Mondiali ‘Italia ‘90” gli archeologi cominciarono a trovare  le prime sepolture della necropoli romana di Porta Palio. Alla fine dello scavo archeologico saranno più di 1400 le sepolture riportate alla luce. Nel trentennale di quell’importante scoperta archeologica, resa possibile dai lavori di realizzazione delle infrastrutture per i campionati mondiali di calcio del 1990 (sottopasso di Porta Palio, opere in via Albere e circonvallazione dello stadio “Marcantonio Bentegodi”), il soprintendente Vincenzo Tiné e l´assessore ai Rapporti Unesco Francesca Toffali hanno deciso di celebrare la speciale ricorrenza con la realizzazione di una mostra, frutto appunto della collaborazione tra il Comune di Verona – assessorato Rapporti Unesco e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza.

La locandina della mostra “Verona i Mondiali ’90 e la scoperta della necropoli romana”

La mostra “Verona i Mondiali ’90 e la scoperta della necropoli romana” ripercorre le tappe delle scoperte archeologiche del 1990, ricordando i protagonisti e descrivendo le caratteristiche delle necropoli di Porta Palio, di via Albere e della Spianà. È curata, per la Soprintendenza, da Brunella Bruno e Giulia Pelucchini, per il Comune di Verona da Ettore Napione, responsabile dell´ufficio UNESCO, per l’università di Pavia, da Francesca Picchio, coordinatrice scientifica del laboratorio DAda LAB che, assieme a Francesca Galasso, ha elaborato i disegni, i modelli tridimensionali e le ricostruzioni digitali. “Queste grandi necropoli – sottolineano – hanno significativamente incrementato le conoscenze scientifiche sui rituali di sepoltura di età romana, riservando anche alcune sorprese. Tra queste le modalità anomale di sepoltura per persone giovani morte in modo improvviso o violento e alcuni corredi che fanno intravedere l’orgoglio dei defunti di appartenere a genealogie risalenti ai Veneti antichi”. La mostra del 2021 si svolgerà in collaborazione con la Società di Mutuo Soccorso di Porta Palio.

La vernice della mostra, nel ricordo dei mondiali e di quei giorni precedenti il Natale 1989, quando le ruspe del cantiere stradale intaccarono le antiche sepolture, era programmata nella sede di porta Palio per il 22 dicembre 2020, ma per le restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 l’esposizione è stata rimandata alla primavera del 2021, in una data che sarà definita appena possibile. In attesa dell’inaugurazione, il Comune di Verona e la Soprintendenza hanno pubblicato un video-trailer che anticipa i contenuti dell’esposizione: “Puntiamo ad attirare la curiosità del pubblico e sollecitare la memoria collettiva su uno degli episodi principali della storia della città e della sua archeologia alla fine del XX secolo”.

Il percorso della via Postumia trovato dagli scavi del 1989 al di sotto del piano stradale di corso Cavour a Verona (foto Sabap-Vr)
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Peter Hudson e Giuliana Cavalieri Manasse seguono lo scavo archeologico nel cantiere del sottopasso di Porta Palio (foto Sabap-Vr)

Storia degli scavi. In occasione dei Mondiali del 1990, il sindaco dell’epoca Gabriele Sboarina aveva colto l´occasione di modernizzare la viabilità di accesso allo stadio per migliorare la viabilità complessiva di Verona. Per uno strano, ma non imprevedibile, destino, quell’adeguamento urbanistico e infrastrutturale coincise con la scoperta di un lungo tratto della via Postumia antica, proveniente dall’arco dei Gavi (l’odierno corso Cavour). La via romana era qui associata ad una grande necropoli, databile tra il I e il III secolo d.C. e riservata per lo più ai ceti popolari. Quegli scavi furono seguiti dal direttore del Nucleo Operativo di Verona della Soprintendenza Archeologica del Veneto, Giuliana Cavalieri Manasse, e dall’archeologo inglese Peter J. Hudson per la cooperativa Multiart, incaricata di eseguire le indagini.

Archeologi al lavoro nello scavo al cantiere del sottopasso di Porta Palio a Verona nel 1990 (foto Sabap-Vr)

Il bilancio delle scoperte avvenute tra il 1990 e il 1991 è impressionante anche nei numeri. L’area presso Porta Palio, scavata su una superficie di 3500 mq, ha messo in luce 536 sepolture, costituite per l’87% da incinerazioni e per il 17% da inumazioni. La zona nell’area della Spianà, tra via Prima traversa Spianà (a Nord) e via Albere (a Sud), indagata su una superficie di 8600 mq, ha portato all’identificazione di 807 tombe: 766 incinerazioni e 41 inumazioni. Tra il 2008 e il 2009, proseguendo lungo via Albere, furono portate alla luce altre 104 sepolture, quasi tutte ad incinerazione.

Ultime ricerche a Fimon, la pittura romana, la Padova di Tito Livio, le tombe di via Tiepolo, il collezionismo archeologico: cinque incontri promossi dalla soprintendenza nella propria sede di Padova e nell’area archeologica di Montegrotto aperte eccezionalmente al pubblico

La locandina dell’incontro con Elodia Bianchin Citton a Palazzo Folco di Padova sulle nuove ricerche nelle valli di Fimon

L’area archeologica Le Fratte vicino al lago di Fimon

Cinque occasioni per parlare di archeologia in due luoghi speciali: a Padova, Palazzo Folco, in via Aquileia 7, sede della soprintendenza; e a Montegrotto, l’area archeologica di via Neroniana. Il ciclo di conferenze, presentazioni di libri e aperture straordinarie tra settembre e ottobre promosso dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso rientra nel piano di valorizzazione del ministero dei Beni e attività culturali e del Turismo per l’ano 2017. Il primo appuntamento è in programma venerdì 29 settembre 2017 alle 16.30 a Palazzo Folco, che per l’occasione sarà aperto al pubblico con ingresso gratuito dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Il soprintendente Andrea Alberti introdurrà la presentazione del volume “Nuove ricerche nelle Valli di Fimon. L’insediamento del tardo Neolitico de Le Fratte di Arcugnano”, a cura di Elodia Bianchin Citton, già della soprintendenza, che descrive la densa attività di ricerca, condotta tra il 2008 e il 2011, nell’importante sito del Neolitico, cui sono seguite analisi sui materiali rinvenuti e approfondite ricerche col coinvolgimento degli specialisti della soprintendenza e professionisti esterni. All’incontro interverranno Simonetta Bonomi e Vincenzo Tiné, già soprintendenti Archeologia del Veneto. Le Fratte di Arcugnano è un insediamento perilacustre del Tardo Neolitico – Età del Rame che presenta una successione sedimentaria, con stratigrafia pollinica e macroresti vegetali. “I dati archeobotanici ricavati da focolari e depositi naturali dell’area di Fratte di Fimon”, scrive Elodia Bianchin Citton, “ci permettono di ricostruire l’ambiente e le attività umane durante la prima metà del IV millennio a.C.”. A un ambiente più antico, intorno al VI-V millennio, dominato dalle foreste latifoglie decidue, è seguito un impaludamento dovuto a una fase di ridotto livello lacustre e di espansione delle aree umide paludose vicine al bacino con presenza di ontani e salici. Sopra questa fase, inizia la frequentazione antropica con ritrovamento di focolari: siamo nella prima metà del IV millennio. “In accordo con i dati di scavo”, conclude l’archeologa, “le informazioni archeobotaniche supportano l’ipotesi di un utilizzo domestico dei focolari. I focolari venivano approntati mescolando dapprima sterco, strame e materiali esterni al bacino (come, ad esempio, terre rosse reperibili sui versanti dei Colli Berici) e poi alimentati in prevalenza con legna (combustibile primario). È possibile che lo sterco venisse usato anche come combustibile secondario. La presenza di cariossidi (come sono ad esempio le graminacee, ndr) carbonizzate nei livelli dei focolari 1 e 5 suggerisce l’accidentale combustione di cereali durante le fasi di preparazione del cibo”.

Incontro a Montegrotto sul giardino nella pittura romana

Il secondo appuntamento, “Se son rose, fioriranno 2.0. La parola all’esperta”, a cura della soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso, in collaborazione con l’associazione Lapis, domenica 1° ottobre 2017 a Montegrotto Terme nell’area archeologica di via Neroniana, con apertura al pubblico dell’area archeologica dalle 16 alle 20, con possibilità di visite accompagnate. Alle 17, intervista alla prof.ssa Monica Salvadori dell’università di Padova, autrice del volume “Horti picti. Forme e significato del giardino dipinto nella pittura romana“. Iniziativa collegata con “La Fiera delle Parole”.

Copertina della guida archeologica “Padova. La città di Tito Livio”

Venerdì 6 ottobre 2017, si torna a Palazzo Folco, a Padova, che sarà aperto al pubblico con ingresso gratuito dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate, e utilizzo dei visori per la realtà aumentata. Alle 16.30, conferenza dal titolo “Nel bimillenario di Tito Livio” con Elena Pettenò (soprintendenza), Jacopo Bonetto, Caterina Previato, Arturo Zara (università di Padova). In occasione delle celebrazioni culturali organizzate per il bimillenario della morte di Tito Livio, lo storico nato e morto a Padova, sono stati organizzati una serie di eventi e attività mirati alla valorizzazione del patrimonio culturale della città e rivolti soprattutto ai cittadini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/26/tito-livio-superstar-padova-celebra-il-bimillenario-della-morte-del-grande-storico-latino-col-progetto-livius-noster-convegni-incontri-spettacoli-musica-proiezioni-visite-guidate-reading-e-mol/). Si è anche realizzato il volume “Padova. La città di Tito Livio” (a cura di J. Bonetto, E. Pettenò, F. Veronese), una guida archeologica a carattere divulgativo. L’evento prevede la presentazione, in forma di “passeggiata archeologica” illustrata da immagini e relativa spiegazione, dei contenuti del testo, ovvero l’aspetto e le caratteristiche della Patavium di età romana quotidianamente vissuta, osservata e abitata da Tito Livio.

La necropoli preromana e romana di via Tiepolo a Padova

Venerdì 13 ottobre 2017, ancora a Palazzo Folco di Padova, che sarà aperto al pubblico gratuitamente dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Alle 16.30, Giovanna Gambacurta (università Ca’ Foscari, Venezia) e Mariangela Ruta (già soprintendenza Archeologia del Veneto) presentano il libro “Ritorno alle tombe di via Tiepolo”. Tra il 1990 e il 1991 sono venuti alla luce, a Padova in via Tiepolo, numerosi contesti funerari dallo scavo di una necropoli preromana e romana. Parte di queste tombe sono state scavate, restaurate e studiate; parte sono conservate entro cassoni che devono ancora essere scavati. Quest’anno ha preso avvio una limitata campagna di scavo, mirata a rivalutare lo stato complessivo di conservazione dei materiali conservati nei cassoni, con lo scopo di elaborare un nuovo progetto per approfondire la conoscenza della Padova antica. L’evento prevede la comunicazione dei nuovi dati di scavo, delle tecniche adottate e delle prospettive di studio e valorizzazione di questo importante contesto archeologico.

Approfondimento a Padova sul fenomeno del collezionismo archeologico

Ultimo incontro venerdì 20 ottobre 2017, sempre a Palazzo Folco di Padova, aperto al pubblico dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Alle 16.30, Roberto Tasinato e Elena Pettenò (soprintendenza) e Monica Salvadori (università di Padova) intervengono su “Elogio di una amabile follia. Collezionismo e collezionisti del XX secolo”. Il collezionismo di oggetti antichi è un fenomeno che attraversa il periodo che va dall’Umanesimo all’Ottocento, con forme diverse e perseguito da soggetti diversi (artisti, re, “cultori delle patrie memorie”, canonici, avvocati, medici, ovvero borghesi, ricchi, che arricchiscono le loro dimore con manufatti acquistati o sul mercato antiquario o da privati). Meno nota è la sua evoluzione nella seconda metà del 1900, nell’immediato dopo guerra. L’attività di tutela svolta dalla Soprintendenza, in relazione a raccolte o collezioni in possesso di soggetti privati, ha evidenziato una serie di questioni che hanno portato a specifici approfondimenti per comprendere l’attuale approccio all’antico. L’evento intende illustrare una preliminare riflessione circa questo fenomeno, mai approfondito prima d’ora. Per comprenderne il significato esso va contestualizzato nel contemporaneo alla luce dell’evoluzione della legislazione in materia e va considerato da un punto di vista archeologico, storico artistico e demoetnoantropologico.

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: all’università di Padova tutti i protagonisti a confronto per dare un futuro ad archeologi, archivisti, bibliotecari, antropologi grazie alla nuova legge

Il manifesto della tavola rotonda "Beni culturali: dalla formazione alla professione" promosso dall'università di Padova

Il manifesto della tavola rotonda “Beni culturali: dalla formazione alla professione” promossa dall’università di Padova

Dalla formazione alla professione nei Beni culturali: se ne parla lunedì 9 marzo all’università di Padova in un confronto tra esperti, perché i professionisti dei beni culturali oggi non sono più solo un’etichetta sul biglietto da visita. Ora esistono, per legge: nel giugno del 2014 la Commissione Cultura della Camera ha approvato definitivamente, in sede legislativa, la legge per il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali, la cosiddetta legge Madia, “Modifica al codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di professionisti dei beni culturali, e istituzione di elenchi nazionali dei suddetti professionisti”. Le nuove professioni sono così entrate finalmente nel codice dei beni culturali. Un risultato storico, che ha fatto esultare il ministro peri Beni culturali, Dario Franceschini: “Sono migliaia i professionisti dei beni culturali”, ha dichiarato, “che attendevano di vedere riconosciuta la propria professione. Questa legge risponde pienamente a questa domanda e offre allo Stato uno strumento in più per adempiere ai dettami costituzionali. È indubbio, infatti, che non può esserci piena tutela e valorizzazione del patrimonio culturale se non si valorizzano le competenze di chi vi opera quotidianamente”.

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Una giovane restauratrice al lavoro su un affresco

Il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali è avvenuto, infatti, attraverso due modifiche al codice dei beni culturali. La prima riguarda l’articolo 9-bis, che affida esplicitamente tutti gli interventi di tutela, vigilanza e conservazione dei beni culturali, “alla responsabilità, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, antropologi esperti di diagnostica applicata ai beni culturali o storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione e professionalità”. Un settore che, secondo stime delle associazioni, riguarda in Italia almeno 30mila specialisti della cultura. La seconda modifica, che mira a regolamentare le professioni dei beni culturali, interviene sull’art. 182-bis del codice dei beni culturali, istituendo dei registri ufficiali per le singole professioni, ovvero elenchi aperti del Mibact ai quali potranno iscriversi tutti i professionisti delle specialità citate purché siano in possesso di determinati requisiti minimi, valutati dal ministero di concerto con gli enti interessati e che il Mibact, sentiti il Miur, la Conferenza Stato-Regioni e in collaborazione con le rispettive associazioni professionali, stabilisca con proprio decreto le modalità e i requisiti di iscrizione. La norma prevede che si adeguino i rispettivi corsi di laurea legati a questi profili professionali e che si individuino i livelli minimi di qualificazione.

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Una giovane archeologa impegnata sul campo

Il riconoscimento per i professionisti dei beni culturali, è dunque un passaggio storico per la piena attuazione dell’art. 9 della Costituzione. È un momento storico per tutte quelle persone che hanno scelto di fare dell’archeologia, del restauro, della storia dell’arte, dell’archivistica una professione, oltre a coltivarne la passione. A quasi quarant’anni dall’istituzione del ministero si dà finalmente riconoscimento e dignità professionale a decine di migliaia di professionisti e una prospettiva a coloro che hanno intrapreso percorsi di studi in questo campo. L’Associazione Nazionale Archeologi fin dalla sua costituzione, nel 2005, ha perseguito con chiarezza l’obiettivo del riconoscimento giuridico. Per sensibilizzare la classe politica è scesa in piazza per ben tre volte per manifestare con governi di centrodestra (giugno 2008), di centro (dicembre 2012) di centrosinistra (gennaio 2014). Come archeologi – afferma Salvo Barrano presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi e vicepresidente di Confassociazioni – sentiamo di dover ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a raggiungere questo obiettivo, comprese le forze politiche, sindacali e le associazioni”.

Jacopo Bonetto dell'università di Padova

Jacopo Bonetto dell’università di Padova

Sono passati però quasi otto mesi dall’approvazione della legge e mancano ancora i decreti attuativi. Ciò significa che non si sa ancora bene come applicare la legge e in che termini. Si capisce, quindi, come sia importante parlarne tra “addetti ai lavori”, e come la giornata di studi dell’università di Padova “Beni culturali dall’università alla professione. Incontri possibili tra formazione, mondo del lavoro e normative” diventi un momento di confronto da non perdere. “Questa tavola rotonda”, spiega Jacopo Bonetto che coordina l’iniziativa con Francesca Ghedini, “è la prima a livello nazionale che tratta del problema della legge sulle Professioni nel campo dei Beni culturali, che potrebbe cambiare tutto. Per questo abbiamo cercato di far sedere più protagonisti possibile attorno al tavolo e cominciare a parlarne. Non dimentichiamo che questa legge sarà fondamentale anche per l’occupazione dei giovani (e di riflesso per il futuro delle nostre Facoltà)”.  L’appuntamento è dunque per lunedì 9 marzo in aula magna “Galileo Galilei”, al Palazzo del Bo a Padova. Alle 9.30 ci sono i saluti del magnifico rettore G. Zaccaria, del direttore del Dipartimento dei Beni Culturali G. Valenzano, e dei coordinatori J. Bonetto, F. Ghedini della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici e Dottorato di ricerca in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali. Alle 10, la prima tavola rotonda dedicata alla “Formazione”, moderatori E. Zanini (Università di Siena) e M.S. Busana. Intervengono M. Salvadori e G. Tomasella (Università di Padova), presidenti dei corsi di studio in Archeologia/Scienze archeologiche; Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; F. Toniolo e P. Zanovello (Università di Padova), rispettivamente presidente del corso di studio in Progettazione e gestione del Turismo culturale e direttore del master in Pianificazione e gestione del prodotto turistico; J. Bonetto e G. Dal Canton (Università di Padova), direttori delle Scuole di specializzazione in Beni archeologici e in Beni storico-artistici; F. Ghedini (Università di Padova), direttore della Scuola di dottorato in Storia, critica e conservazione dei Beni Culturali; A. Pontrandolfo (Università di Salerno), consulta nazionale universitaria per l’Archeologia classica; L. Borean (Università di Udine), direttrice della Scuola di specializzazione in Storia dell’Arte, consulta nazionale universitaria per la Storia dell’arte.

Francesca Ghedini (università di Padova)

Francesca Ghedini (università di Padova)

Alle 11, seconda Tavola rotonda dedicata al “Quadro politico e legislativo” con moderatori F. Ghedini e J. Bonetto. Intervengono: C. Bon Valsassina (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), direttore generale Educazione e ricerca; M. L. Catoni (IMT Alti Studi Lucca), consigliere del ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; G. Ericani, presidente dell’ICFA (International Council of Museums) e proboviro dell’ICOM; V. Tinè, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto. Alle 12 la terza Tavola rotonda su “Il lavoro richiesto e il lavoro possibile” con moderatore J. Bonetto. Intervengono: L. Bison e A. Rodighiero, rappresentanti degli studenti del corso di laurea in Scienze archeologiche; A. Zaia e S. Polli, rappresentanti degli studenti dei corsi di laurea in Storia e tutela dei Beni artistici e musicali/Storia dell’arte; M. Covolan e D. Voltolini, rappresentanti degli studenti della Scuola di specializzazione in Beni archeologici; M. Tabaglio e L. Savio, tirocinio formativo attivo presso soprintendenza speciale Pompei, Ercolano e Stabia (“Unità Grande Pompei”); G. Rota e A. Lighezzolo (Università di Padova), Servizio Stage e Career Service.

Il libro "Archeostorie" a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti

Il libro “Archeostorie” a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti sarà in anteprima a Padova

Alle 13, J. Bonetto e V. Tiné presentano gli “accordi quadro per Stage e tirocini per studenti con le soprintendenze, gli enti pubblici, le società, le cooperative, le associazioni”. Quindi pausa pranzo. Si riprende alle 14.30, con Massimo Vidale (Università di Padova) che presenta il libro “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta”, Cisalpino 2015, a cura di C. Dal Maso, giornalista, e F. Ripanti, Scuola di specializzazione in Beni Archeologici (Università di Trieste, Udine, Venezia Ca’ Foscari), che saranno presenti.  “In realtà, più che un libro sta già diventando un movimento”, spiega Cinzia Dal maso. “Abbiamo riunito 34 archeologi che fanno le cose più disparate per mostrare che l’archeologo non sa solo scavare ma può fare tanti mestieri, mestieri che danno reddito perché sono necessari al mondo contemporaneo. Stiamo raccogliendo consensi ed entusiasmi ovunque! In particolare ci vogliamo rivolgere agli studenti universitari, perché sappiano che studiando archeologia possono fare un sacco di mestieri, e non solo finire disoccupati; e a chi ci governa e parla tanto di “nuovi” mestieri dei beni culturali, senza accorgersi che c’è chi li fa da un bel po’, e ci campa pure”.

Un cantiere di scavo archeologico con giovani volontari

Un cantiere di scavo archeologico

Alle 15, la quarta Tavola rotonda su “Esperienze dal mondo del lavoro: assetto, difficoltà, esigenze” con moderatori E. Zanini (Università degli Studi di Siena) e J. Bonetto. Intervengono: P. Michelini, cooperativa Petra, Padova; A. Vigoni, Dedalo snc, Padova; A. Favero, SAP Società Archeologica srl, Mantova; S. Magro, Cultour Active, Treviso; C. Tagliaferro, associazione culturale Studio D, Padova; A. R. Tricomi, Archeonaute Onlus, Verona; C. Del Pino, Laformadelviaggio.it srl, Padova. Alle 16, la quinta e ultima Tavola rotonda su “Le associazioni professionali per i beni culturali” con moderatori S. Barrano (vicepresidente Confassociazioni) e J. Bonetto. Intervengono: A. Pintucci e G. Leoni, Confederazione Italiana Archeologi, CIA; G. Manca di Mores, Associazione Nazionale Archeologi, ANA; B. Mastrorilli e F. Rigillo, Associazione Storici dell’Arte Unitari, SAU; R. di Costanzo, Associazione Archivisti in Movimento, ARCHIM; C. Mezzadri, presidente Archeoimprese. Alle 17, dibattito e chiusura lavori.

Il nuovo museo Archeologico di Altino (Venezia) al secondo step per il pubblico: venerdì 13 febbraio prendono forma le tombe con i grandi corredi funerari dalle necropoli preromane e della romanizzazione

Il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tinè, l’aveva promesso lo scorso 12 dicembre in occasione della pre-apertura del nuovo museo archeologico nazionale di Altino: “Dopo tanti anni di attesa, ora il pubblico potrà seguire passo passo l’allestimento di quello che è destinato a diventare il più importante museo archeologico del Veneto” (vedi post di archeologiavocidalpassato  https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=altino). È stato di parola. Venerdì 13 febbraio con “Lavori in corso#2” siamo al secondo step del cantiere aperto del grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia”  in cui il pubblico è invitato a partecipare alle fasi di sviluppo del percorso di allestimento:  dalle 15 alle 17, un’équipe di archeologi e di restauratori dialogherà con il pubblico in occasione dell’allestimento di tre straordinari corredi funerari provenienti dalle necropoli preromane e di romanizzazione dell’antica città di Altino.

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

La seconda tappa di avvicinamento all’inaugurazione del museo riguarda il completamento della musealizzazione di alcuni contesti funerari che, per le loro caratteristiche eccezionali, si annoverano tra i principali blockbusters del museo di Altino: sono le cosiddette tombe “Fornasotti 17”, “Fornasotti 1”e “Albertini 1/5”. L’allestimento curato dallo staff altinate della soprintendenza per i beni archeologici del Veneto (Mariolina Gamba, Margherita Tirelli, Francesca Ballestrin, Michele Pasqualetto e Stefano Buson) e realizzato da Carla Baldini e Antonio Cornacchione, prevede la suggestiva restituzione al pubblico dei contesti di deposizione delle antiche sepolture. Sono state ricostruite le cassette lignee e l’imponente recinto di tegole destinati a contenere i resti incinerati dei defunti con i loro ricchissimi corredi personali. “Particolarmente prestigiosa ed esemplificativa del rituale più antico”, spiegano in soprintendenza, “è la tomba 17 della necropoli Fornasotti. Si tratta di una cassetta lignea contenente due situle di bronzo con funzione di ossuario per le ceneri di due defunti, deposte entro preziosi tessuti, secondo la tradizione funeraria dei Veneti antichi. Alla sepoltura femminile apparteneva un corredo costituito da alcuni ornamenti di bronzo e da una cintura, elemento tipico del costume delle donne venete di alto rango”.

La cosiddetta tomba Fornasotti 1 ricostruita nel nuovo museo archeologico di Altino

La cosiddetta tomba Fornasotti 1 ricostruita nel nuovo museo archeologico di Altino

Segnano, invece, il momento di passaggio alla romanizzazione (II-I secolo a.C.) le altre due sepolture plurime. La tomba Albertini 1/5 con sei deposizioni attesta il permanere di deporre status symbol di rango quali il tradizionale scettro cilindrico di lamina di bronzo, accanto all’adozione della moneta romana quale obolo di Caronte per il viaggio nell’aldilà. La tomba Fornasotti 1 con la sua monumentalità esprime il prestigio delle famiglie emergenti, protagoniste degli importanti mutamenti introdotti dai Romani sul piano culturale, economico e politico. Si tratta di una grande sepoltura di famiglia in uso per diverse generazioni dove le iscrizioni presenti in alcuni dei 13 ossuari riportano il gentilizio della famiglia dei “Pannari”. La radice onomastica rinvia alla redditizia attività economica legata alla produzione o al commercio dei tessuti, che aveva garantito una posizione sociale elevata alla famiglia e un ruolo non secondario nella gestione del processo di romanizzazione all’interno della realtà altinate. Il programma dell’apertura al pubblico è così articolato: dalle 15 alle 16, percorsi guidati all’allestimento al piano terra; dalle 16 alle 17, archeologi e restauratori al lavoro: l’allestimento della tomba Fornasotti 1. Il prossimo evento (Lavori in corso #3), con l’allestimento completo del primo piano dell’edificio Risiera, è programmato per il prossimo 24 aprile.

 

Scoperte due tavole catastali romane negli scavi del criptoportico di Verona: finora noto solo un altro esemplare in Spagna. Ora in mostra alla Biblioteca Capitolare

Il manifesto della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona” aperta in Biblioteca Capitolare di Verona

Il manifesto della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona” aperta in Biblioteca Capitolare di Verona

La scoperta è di quelle destinate a essere ricordate: dagli scavi della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto a Corte Sgarzerie, nel cuore della Verona romana, lì dove c’è l’antico criptoportico (aperto al pubblico l’anno scorso: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=sgarzerie) che correva sotto il Capitolium, a un passo dal foro (oggi piazza delle Erbe), sono stati trovati due frammenti bronzei, testimonianza dell’antico catasto romano. Una vera rarità se si pensa che di queste tavole catastali, ben ricordate dalle fonti, si conosceva un solo esemplare in Spagna. E da sabato 17 gennaio a sabato 30 gennaio saranno esposti per la prima volta nella sala Maffeiana della Biblioteca Capitolare di Verona nella mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona. Rari documenti del diritto privato e della proprietà fondiaria nel mondo romano”.  Che si tratti di mappe catastali romane è evidente dalle informazioni su di esse incise: i confini dei fondi rurali con le coordinate relative alla posizione, alle misure e ai nomi dei proprietari. Per capire queste “mappe” bisogna fare riferimento alla cosiddetta “centuriazione”, cioè al sistema di partizione dell’agro romano in parcelle di territorio, le “centurie”, individuate all’interno di un reticolo regolare con assi ortogonali tra loro. Le due tavole catastali veronesi sono in ottimo stato di conservazione, assicurano in soprintendenza: “Grazie ai nomi dei proprietari sicuramente romani riportati su una delle due tavole è possibile ipotizzare anche una datazione: tra il 40 e il 30 a.C., periodo significativo per Verona, essendo proprio quello che vide insediarsi in città i romani”.  L’altra mappa è più problematica ma altrettanto interessante poiché registra nomi che non sono propriamente romani: dovrebbero appartenere a ceppi indigeni preesistenti, e quindi potrebbe essere più antica.

Il criptoportico di Verona romana nell'area archeologica di Corte Sgarzerie

Il criptoportico di Verona romana nell’area archeologica di Corte Sgarzerie

L’inaugurazione della mostra è prevista venerdì 16 gennaio alle 16.30, alla presenza del soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné, e del prefetto della Biblioteca Capitolare mons. Bruno Fasani. La mostra sarà illustrata da Filippo Briguglio, Giuliana Cavalieri Manasse, Giovannella Cresci Marrone. Nei due sabati di apertura della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona”, cioè sabato 17 e sabato 24 gennaio, c’è un’interessante iniziativa proposta dall’associazione Archeonaute Onlus: alle 10.30 e alle 15, organizza visite guidate speciali all’area archeologica di Corte Sgarzerie (luogo di rinvenimento delle tavole catastali) e visita guidata all’esposizione. È richiesto un contributo di partecipazione di 4 euro (comprensivo di visita al sito più ingresso e visita alla mostra). Per info e prenotazioni: archeonaute@gmail.com, oppure tel. 324.0885861 e 347.7696088. Ricordiamo che con l’area archeologica di Corte Sgarzerie si intende il criptoportico: un lungo corridoio coperto che correva sotto la grande piattaforma del Capitolium che reggeva il tempio vero e proprio. Qui erano conservate lapidi e tavole bronzee che riportavano documenti catastali, testi di leggi, decreti. Nel sito sotterraneo di Corte Sgarzerie è ben visibile una porzione dei pilastri ed archi che sostenevano la volta del criptoportico crollata e poggiata su un fianco, oltre a una delle alte finestre che davano un poco di luce e circolo d’aria al lungo corridoio. Il sito è caratterizzato da una grande complessità, con strati di epoca repubblicana, tardo-imperiale e altomedievale che si sovrappongono e si intersecano. Oltre ai resti del criptoportico si può ammirare una strada pedonale romana con il lastricato eccezionalmente preservato e una torre e altro edificio, forse una ghiacciaia, altomedievali.

Riapre al pubblico – grazie al gioco del Lotto e a Cariverona – l’area archeologica sotto la cattedrale di Vicenza, chiusa da trent’anni: un libro aperto dall’antichità al Rinascimento

La vasta area archeologica sotto la navata del duomo di Vicenza con gli allestimenti per la visita

La vasta area archeologica sotto la navata del duomo di Vicenza con gli allestimenti per la visita

I più anziani forse se la ricordano, e forse l’hanno anche visitata: più di mezzo secolo fa l’area archeologica della cattedrale di Vicenza era aperta al pubblico e visitabile. Ma le pessime condizioni ambientali costrinsero le autorità competenti a chiuderla a tempo indeterminato: erano gli anni Settanta del secolo scorso. E da allora nessuno ha più potuto visitarla. Una lunga attesa che ora finalmente ha trovato una soluzione. E sabato 20 dicembre 2014 alle 16 l’area archeologica sotto la cattedrale di Vicenza – un libro aperto sulla storia di Vicenza dall’antichità al primo Rinascimento – sarà ufficialmente inaugurata e riaperta al pubblico, con una cerimonia nel Salone d’Onore del palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo a Vicenza, presenti il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol, il sindaco di Vicenza Achille Variati, il presidente Fondazione Cariverona Paolo Biasi, il direttore generale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto Ugo Soragni, il soprintendente per i Beni archeologici del Veneto Vincenzo Tinè, i progettisti e direttori dei lavori Marisa Rigoni e Loretta Zega.

L'accesso alla strada romana basolata, sotto il duomo di Vicenza: corrisponde a un decumano minore

L’accesso alla strada romana basolata, sotto il duomo di Vicenza: corrisponde a un decumano minore

Sotto il Duomo di Vicenza si conservano tracce del quartiere sud-occidentale del municipium di Vicenza. Il quartiere si articolava in isolati di circa 80 m di lato il cui orientamento coincide con quello del decumano massimo, corrispondente all’odierno corso Palladio. Le strutture rinvenute di epoca romana consistono in resti di muri e di pavimentazioni probabilmente riferibili a edifici privati e in un tratto di strada basolata. Il tratto di strada si trova a circa 3 m di profondità dall’attuale livello di calpestio. Il piano stradale è lastricato e ha una larghezza di 3,8 m, con marciapiedi su entrambi i lati, larghi circa 0,5 m. L’infrastruttura è riferibile genericamente a un periodo compreso tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C. Si tratta di uno dei decumani minori appartenenti al settore meridionale della città, parallelo al decumano principale coincidente con il tratto urbano della Via Postumia (corso Palladio). E poi sotto la navata del Duomo c’è una vasta area archeologica, che è appunto quella che viene riaperta il 20 dicembre.

L'area archeologica riaffiorata tra le fondazioni dei pilastri della navata del duomo di Vicenza

L’area archeologica riaffiorata tra le fondazioni dei pilastri della navata del duomo di Vicenza

L’area archeologica si estende per circa 750 mq nello spazio sottostante la grande navata unica della cattedrale di Vicenza. “È il risultato degli scavi effettuati dalla allora soprintendenza alle Antichità delle Venezie negli anni 1946-1953”, ricorda Tinè, “quando la Cattedrale, gravemente danneggiata dagli eventi bellici, fu oggetto di un importante intervento di ricostruzione. Le strutture rinvenute documentano l’esistenza di più edifici di culto, che si articolano dall’epoca paleocristiana fino alla chiesa attuale (risalente al XV secolo) ma attestano anche la presenza di costruzioni pertinenti all’edilizia privata della città romana e, in alcuni approfondimenti, di sequenze stratigrafiche relative all’insediamento preromano”. E continua: “L’area, aperta al pubblico nei primi anni ‘50 del Novecento, venne chiusa alla fine degli anni ’70 a causa dell’accentuato degrado in cui versava, dovuto alle pessime condizioni microclimatiche del grande spazio interrato. Privo di aerazione, esso presentava un tasso di umidità altissimo, aggravato dalle elevate temperature invernali trasmesse dall’impianto di riscaldamento a pavimento, senza coibentazione, della chiesa soprastante”.

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

La soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto ha avviato nel 2000 un complesso progetto di restauro e riqualificazione dell’area archeologica per poterla riaprire al pubblico. Il progetto, finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali per un importo di quasi 750mila euro con i proventi derivati dal gioco del Lotto (programma 2001-2003), ha previsto innanzitutto il risanamento ambientale. Quindi si è proceduto al restauro delle strutture archeologiche. E infine si è proceduto agli interventi per la valorizzazione e la pubblica fruizione. Ma prima di procedere con il progetto di restauro e riqualificazione dell’area, è stata completata l’indagine archeologica, grazie a un finanziamento di 100milaeuro della Fondazione Cariverona, che ha reso possibile la necessaria rimozione dell’apparato espositivo degli anni ‘50 del Novecento e la sistemazione provvisoria di centinaia di reperti lapidei mobili in apposite scaffalature. Ancora con finanziamento della Fondazione Cariverona (165mila euro) sono stati ultimati quest’anno ulteriori lavori per l’allestimento e la messa in sicurezza del percorso di visita, che consentono finalmente la riapertura al pubblico dell’area, prevista sabato 20 dicembre.

Il tratto di strada basolata romana perfettamente conservata sotto il duomo di Vicenza

Il tratto di strada basolata romana perfettamente conservata sotto il duomo di Vicenza

Ma c’è dell’altro da fare. “Per la piena fruizione del sito”, conclude il soprintendente del Veneto, “è in programma un ulteriore progetto di valorizzazione, che realizzerà un percorso di visita unitario con la limitrofa area della strada romana e l’allestimento espositivo degli ambienti interrati adiacenti alle due aree archeologiche, nonché un più ampio apparato illustrativo, realizzato anche con l’ausilio di tecnologie multimediali. Grazie alla convenzione siglata tra la Soprintendenza e la Diocesi sarà il vicino museo Diocesano di Vicenza a garantire l’apertura al pubblico della nuova area archeologica, nel quadro di un accordo globale per la gestione integrata delle numerose e importanti aree archeologiche cittadine, che coinvolge anche il Comune di Vicenza”.

 

Il nuovo museo Archeologico di Altino (Venezia) prende forma: venerdì 12 si inaugura il nuovo edificio, e per un giorno si visitano gli spazi che apriranno nel giugno 2015

Il grande edificio che viene inaugurato e che ospiterà il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino (Venezia)

Il grande edificio che viene inaugurato e che ospiterà il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Il grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia” prende forma venerdì 12 dicembre: la pre-apertura del nuovo museo nazionale Archeologico di Altino durerà solo un giorno per chiudere subito dopo e riaprire a giugno, una volta completato l’allestimento del primo lotto espositivo. Ma la cerimonia se pur breve di venerdì, con l’inaugurazione del nuovo edificio museale di Altino e la presentazione del progetto di restauro e del progetto del nuovo allestimento, darà il via ufficialmente a quel percorso virtuoso – condiviso con il pubblico – che porterà appunto nel prossimo giugno 2015 all’apertura del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino, destinato a diventare “non solo contenitore/comunicatore degli oggetti simbolo di Altino e della Laguna Nord, ma anche grande polo culturale, attrattore e catalizzatore di tutte le istanze collegate alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione dell’intero comparto territoriale”, parola di Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto, e di Vincenzo Tiné, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné. Dopo vent’anni (dieci dei quali impiegati nello scavo del santuario protostorico – il più antico nucleo della futura città – scoperto proprio nello spazio destinato al nuovo museo) si sono infatti conclusi i complessi e articolati lavori di ristrutturazione e adeguamento funzionale del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino (la Venezia prima di Venezia). “Finalmente questo straordinario sito, uno dei più importanti della romanità cisalpina e un caso storico-archeologico di rilevanza internazionale, dispone di una sede idonea ad ospitare gli ingenti lotti di materiali provenienti da secoli di collezionismo e ricerca scientifica”.

Il progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino annesso al sito archeologico

Il progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino annesso al sito archeologico

L'ingresso di quello che ora è il vecchio museo Archeologico di Altino

L’ingresso di quello che ora è il vecchio museo di Altino

L’idea del nuovo museo. L’attuale sede del museo Archeologico nazionale di Altino era da tempo considerata inadeguata a conservare, fare conoscere e divulgare la storia archeologica del territorio altinate. Per questo è stata pensata una nuova struttura “idonea a soddisfare le crescenti esigenze espositive e gestionali del patrimonio culturale, la cui costruzione si accompagna a un riallestimento della parte esistente”. Il nuovo complesso architettonico, realizzato su un’area demaniale in località “La Fornace” nel comune di Quarto d’Altino (Venezia), consisterà in due edifici rurali restaurati e in tre nuovi corpi di fabbrica, diventando, per estensione, numero e qualità dei servizi offerti, il primo museo archeologico del Veneto. Il progetto, elaborato dalla direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, è stato concepito in modo da assicurare la continuità alla narrazione espositiva, la differenziazione dei percorsi (pubblico, dipendenti del museo, gestori dei servizi aggiuntivi), la visibilità delle persistenze archeologiche, lo svolgimento di attività collaterali (mostre, spettacoli teatrali, concerti, installazioni). “I visitatori – spiegano in soprintendenza – saranno in grado di percepire il percorso che dal loro rinvenimento conduce all’esposizione delle testimonianze archeologiche del passato, familiarizzandosi con quei passaggi, tecnici e amministrativi, che consentono al reperto di divenire bene culturale oggetto di godimento pubblico e parte integrante di un processo scientifico-informativo di grande rilevanza”.

Altino romana era in una posizione strategica all'incrocio della via Annia e della via Claudia Augusta

Altino romana era in una posizione strategica all’incrocio della via Annia e della via Claudia Augusta

Monumento funerario romano conservato ad Altino

Monumento funerario romano conservato ad Altino

Altino e l’Altinate. Le prime tracce di frequentazione umana sembrano risalire al VII millennio a.C., ma è con l’età del Ferro (I millennio a.C.) che si forma un primo insediamento stabile. Occorre, però, giungere al V secolo a.C. per trovare uno stanziamento sul territorio di una certa consistenza posto tra il fiume Zero e il canale Siloncello, in prossimità di quella che sarà l’arteria romana principale, la via Annia, realizzata nel 131 a.C. Lo sviluppo e la fortuna della città sono dovuti anche alla posizione geografica limitrofa alla laguna e, quindi, al mare, nonché ai numerosi corsi d’acqua che costituirono una vera e propria rete di trasporto e di scambio commerciale. Il porto, probabilmente situato in località Montiron, conferma la funzione di interscambio tra il traffico terrestre e quello acqueo-marittimo-lagunare. Le notevoli capacità tecnico-costruttive acquisite nell’organizzazione dei territori conquistati suggerirono ai Romani di costruire la via Annia e parte della Claudia Augusta rialzate su un terrapieno, in considerazione delle escursioni di marea e del regime variabile dei corsi d’acqua. Il tessuto abitativo e l’impianto viario, delineati già alla metà del I secolo a.C., trovano naturale completamento nella centuriazione che si va estendendo a Nord della città, fra il Muson e il Sile, al confine con quelle di Padova, Asolo e Treviso: a partire dall’anno 89 a.C. e per circa un cinquantennio si realizza la trasformazione da abitato paleoveneto a città romana. Pochi anni dopo Altino diviene municipio e viene iscritta alla tribù “Scaptia”. La maggiore espansione di Altino è da collocare agli inizi del I secolo d.C.: le numerose campagne di scavo promosse e fatte eseguire dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto hanno portato alla luce numerose strutture edilizie della città e della necropoli, oltre a innumerevoli reperti. È in questo periodo che Altino assume il ruolo di importante scalo fluviale e marittimo dell’Adriatico, assolvendo soprattutto alla funzione di smistamento del traffico commerciale tra il Nord e il Mediterraneo. Con il II secolo d.C. si assiste ad una lenta, ma inarrestabile, decadenza economica e culturale di Altino. A partire, poi, dal IV secolo d.C. diviene sede vescovile con la costruzione di chiese e sacelli. E durerà fino al VII secolo d.C. quando, con la caduta della città per mano longobarda, e la maggior parte della popolazione che si spostava sulle isole dell’estuario, territorio ritenuto più sicuro, l’episcopio venne trasferito a Torcello.

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Un museo strategico. La posizione geografica dell’area demaniale destinata ad accogliere il nuovo museo archeologico, il cui valore strategico era stato compreso e abilmente sfruttato in epoca romana, consente collegamenti reali e possibili per terra, per acqua e per aria. L’area museale, posta in prossimità dell’asse viario Padova-Venezia-Treviso, è collegata alla rete viaria, stradale e autostradale, che conduce a Udine, a Trieste e al confine da un lato, e all’entroterra veneto dall’altro. Il sistema fluviale, attualmente sottoutilizzato (vi è un solo collegamento da Portegrandi a Treviso sul Sile), deve essere potenziato: la linea pubblica di navigazione da Venezia per Torcello può giungere a ridosso dell’area demaniale risalendo parte del fiume Dese e quindi imboccando il canale Santa Maria. L’attuazione di tale collegamento farebbe entrare di fatto Altino nel circuito dei musei veneziani. La vicinanza con l’aeroporto di Venezia, il Marco Polo di Tessera, fa, poi, assumere interesse internazionale al nuovo museo, potendo disporre di una rete aerea in continuo e progressivo potenziamento: durante la sosta per l’interscambio dei voli intercontinentali può essere organizzato un trasporto per effettuare una visita veloce al museo.

Nel "vecchio" museo di Altino trovano posto i reperti provenienti dalla necropoli romana

Nel “vecchio” museo di Altino trovano posto i reperti provenienti dalla necropoli romana

Una sala espositiva del museo Archeologico nazionale di Altino

Una sala espositiva del museo Archeologico nazionale di Altino

Venerdì 12 dicembre, il grande giorno. Vent’anni di lavori, si diceva, ostacolati da notevoli difficoltà burocratiche e finanziarie e dal rinvenimento dello straordinario santuario protostorico. Ma il primo traguardo è stato raggiunto grazie alla sinergia tra il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici e soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto), la Regione del Veneto e la società Arcus SpA. La conquista della prima tappa di questo percorso, che farà di Altino e della Laguna Nord di Venezia uno dei principali attrattori turistici del Veneto, sarà dunque celebrata venerdì 12 dicembre, alle 15.30: al taglio del nastro con Soragni e Tiné ci sarà il governatore del Veneto, Luca Zaia. Seguirà l’inaugurazione del nuovo allestimento del “vecchio” museo di Altino, riqualificato come ulteriore spazio espositivo presso le aree archeologiche, e un brindisi offerto da Bisol. Da fine luglio 2014 infatti il “vecchio” museo Archeologico è stato riallestito per illustrare esclusivamente la necropoli romana, con un nuovo apparato didascalico, con reperti archeologici provenienti dall’antica città di Altinum e dalla sua necropoli. L’evento di venerdì è aperto al pubblico e rappresenta la prima data di un calendario di eventi pubblici e partecipati che accompagneranno tutti gli interessati alla conoscenza delle ulteriori tappe di realizzazione del progetto di allestimento e in generale degli sviluppi del grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia”. “Considerata la lunga attesa e la forte aspettativa da parte della comunità locale e degli addetti ai lavori”, sottolineano Soragni e Tiné, “e la grande soddisfazione di aver finalmente completato un percorso estremamente laborioso ma con risultati eccezionali, che fanno di Altino l’unica struttura museale archeologica propriamente moderna e in linea con gli standard internazionali del Veneto, è parso giusto condividere con il pubblico un primo momento inaugurale del complesso”. E aggiungono: “In un’ottica di partecipazione delle tappe del programma di allestimento è stata predisposta una sezione di spiegazione del percorso espositivo dell’intero compendio e sono state preallestite alcune vetrine che fungono da esempio di quello che sarà l’assetto definitivo. Solo sabato sarà possibile visitare tutti gli spazi del museo, già perfettamente restaurati e adeguati alle nuove funzioni, comprese quelle essenziali degli uffici, dei laboratori, della biblioteca, della sala conferenze, dello spazio per esposizioni temporanee e dei servizi aggiuntivi al pubblico (bar-ristorante, book-shop, punto informativo, aula didattica)”.

Un interno del grande edificio che ospiterà il nuovo museo Archeologico di Altino

Un interno del grande edificio che ospiterà il nuovo museo Archeologico di Altino

Museo e cantiere aperto. Una sorta di “cantiere aperto” condiviso in itinere, quindi, più che la definitiva inaugurazione dell’intero museo, che comporterà ancora anni per il restauro e il trasferimento delle ingenti collezioni altinati e la disponibilità di ulteriori, importanti, risorse finanziarie per la realizzazione dei relativi allestimenti museografici. L’allestimento degli spazi museali è già iniziato: il primo lotto espositivo, che prevede, nella storica “Risiera”, le sezioni dedicate alla preistoria e alla protostoria al piano terra e quelle dedicate alla romanizzazione e alla città romana al primo, sarà completato entro giugno 2015. I costi complessivi dell’attuale intervento sono stati di 500mila euro per il primo lotto di lavori di allestimento e di adeguamento funzionale del museo Archeologico nazionale di Altino interamente finanziato da Arcus Spa; 6 milioni per il completamento dell’intervento (di cui 1,2 milioni da Arcus attraverso la direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto e la Regione del Veneto, e 4,88 milioni da risorse POR-parte FESR (2007-2013).

Il nuovo allestimento, che si potrà già intuire se non proprio apprezzare nell’apertura straordinaria di venerdì 12, punta a minimizzare la presenza delle strutture espositive per valorizzare i reperti ed attirare l’attenzione sul contenuto piuttosto che sul contenitore. “Il filo conduttore della progettazione museografica – ricordano in soprintendenza – è stato quello di creare strutture che non denunciano se stesse, ma solo la funzione del loro essere, privilegiando la linearità e l’essenzialità delle forme alla spettacolarità”. Per far ciò si sono ridotti al minimo possibile gli spessori e gli ingombri delle strutture portanti gli oggetti; l’illuminazione stata direzionata e concentrata sugli oggetti per esaltarne le caratteristiche e far “scomparire” gli espositori e i supporti; l’apparato didascalico è stato reso chiaramente leggibile e sintetico; infine è stato previsto un percorso di visita definito ed univoco, pur se articolato per sezioni e percorsi alternativi.