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Montebelluna (Tv). Al museo di Storia naturale e Archeologia serata speciale “Archeologia sotto le stelle. I veneti antichi dai social alla piazza”

La situla di Montebelluna, tra i pezzi più famosi dei veneti antichi conservati al museo di Montebelluna (Tv)

Dopo il “successo social” della Situla di Montebelluna, i Veneti antichi hanno ancora molto da raccontare. Appuntamento per giovedì 6 agosto 2020, alle 21, alla gradinata esterna dell’auditorium della Biblioteca di Montebelluna (Tv) per una serata speciale insieme alle magnifiche immagini dei reperti del museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna narrate da Luca Zaghetto: “Archeologia sotto le stelle. I veneti antichi dai social alla piazza”. In caso di maltempo la conferenza si terrà nell’auditorium della Biblioteca. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria. Per info e prenotazioni: 0423/300465 da lunedì a venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14:30 alle 17:30 info@museomontebelluna.it. Il museo di Montebelluna nasce nel 1984 grazie all’iniziativa del gruppo speleologico locale “Gruppo Naturalistico Bellona”, che fece alcuni interessanti recuperi archeologici nella zona collinare di Montebelluna e raccolse un cospicuo materiale naturalistico e mineralogico, e a cura dell’amministrazione comunale, che stabilì di riunire tutti questi materiali in un museo di Archeologia e Scienze Naturali, organizzato in due sezioni:  una sezione naturalistica suddivisa in due sottosezioni: Scienze della Terra (5 sale) e Scienze della Vita (6 sale); e una sezione archeologica suddivisa in due sottosezioni: preistoria-protostoria (Veneti Antichi) ed epoca romana. C’è poi una sezione staccata a Schievenin di Quero (BL).

“Figlio del lampo, degno di un re”: al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo (Tv) una tre giorni per “riscoprire” la sepoltura di cavallo con una preziosa bardatura di 2500 anni fa: archeologi, restauratori e storici a confronto sul rapporto tra i veneti antichi e i cavalli, prima dell’inaugurazione del nuovo allestimento per la Tomba 49

Cavallino in bronzo dei veneti antichi (V-IV sec. a.C.) conservato al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo (foto G. Benedetti)

I veneti “dai bei cavalli” bianchi: proprio l’allevamento dei cavalli di razza aveva reso famosi i veneti antichi in tutto il mondo allora conosciuto. Li ricorda Omero nell’Iliade (“Èneti, stirpe delle mule selvagge”). Li cita un altro grande poeta greco, Esiodo (“Gli Iperborei dai bei cavalli che la terra dai molti pascoli aveva generato numerosi presso le rapide correnti dell’Eridano profondo”, dove per Iperborei si intendono le popolazioni dell’Alto Adriatico e per Erìdano il fiume Po). E il poeta lirico Alcmane per cantare la bellezza della sua amata ricorda quella dei destrieri veneti (“Àgido ci appare così bella, come se qualcuno ponesse in mezzo al gregge un cavallo vigoroso, vincitore di tornei, dagli zoccoli risonanti di sogni alati. Non vedi? Lei è un corsiero enetico”). Non stupisce quindi che gli archeologi di Oderzo davanti alla scoperta di una tomba dei veneti antichi con un’eccezionale sepoltura di cavallo abbiano brindato: era il marzo 2005 quando, proprio a pochi passi dal museo Archeologico “Eno Bellis”, nell’area dell’Opera Pia Moro, dove lungo il tratto interno della Postumia romana è stata individuata una necropoli dei veneti antichi, era venuta alla luce la Tomba 49 con la sepoltura di un cavallo impreziosita da una eccezionale bardatura di 2500 anni fa.

Le sepolture 11 e 49, le uniche equine, dalla necropoli preromana Opera Pia Moro di Oderzo (da Gambacurta)

La locandina della tre giorni opitergina “Figlio del lampo, degno di un re”

A tredici anni dalla scoperta, la bardatura del cavallo della Tomba 49, sottoposta in questi ultimi mesi a nuovi e approfonditi studi, ritorna ora agli occhi del pubblico in un nuovo allestimento al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo. Ma non è l’unico motivo per andare a Oderzo in questo fine settimana. La fondazione Oderzo Cultura dedica infatti tre giorni al ritorno e alla riscoperta di uno dei più importanti reperti della collezione archeologica. Dal 23 al 25 novembre 2018, con l’evento “Figlio del lampo, degno di un re”, realizzato in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso e l’università Ca’ Foscari di Venezia, il museo Archeologico “Eno Bellis” ospita un fitto programma culturale incentrato sulla “riscoperta” della bardatura del cavallo: una giornata di studi (venerdì 23), l’inaugurazione del nuovo allestimento (sabato 24) e un laboratorio didattico per bambini (domenica 25). “Le ricerche archeologiche”, spiegano al museo, “hanno messo in rilievo l’importanza del cavallo nella cultura veneta, come testimoniano le evidenze funerarie, le rappresentazioni di cavalli nelle decorazioni di vasi e in numerosi oggetti e, non ultimo, le fonti storiche. La relazione tra l’animale e il ruolo politico e sociale del suo proprietario è testimoniata infine dai numerosi ritrovamenti di sepolture equine. La necropoli dell’Opera Pia Moro a Oderzo, attiva tra la fine del VI e il IV secolo a.C., ha restituito, oltre a numerosi tumuli, due tombe di cavalli: il cavallo della tomba 49 era deposto con la bardatura in ferro e bronzo. I recenti studi dedicati a questo straordinario ritrovamento, insieme al nuovo allestimento, sono l’occasione per celebrarne la riscoperta”. E il presidente della fondazione, Carlo Gaino: “È per noi l’occasione per riaffermare il valore delle scoperte conservate nel museo di Oderzo Cultura, un patrimonio che ci riempie di orgoglio, ma anche di responsabilità. Con questa tre-giorni, non solo si torna ad approfondire il tema della scoperta risalente al 2005, ma per l’intera città sarà il motivo per rivivere l’entusiasmo di quando il reperto riaffiorò dagli scavi nell’area che sorge proprio accanto al parco di Museo e Palazzo Foscolo”. E il soprintendente Andrea Alberti sottolinea: “La giornata di studi approfondisce un tema puntuale, quale il ruolo del cavallo nell’immaginario funerario dei Veneti di tremila anni fa a partire da un reperto unico come la bardatura rinvenuta nella tomba 49 di Oderzo, ed è l’occasione per ribadire la collaborazione scientifica e istituzionale tra la soprintendenza e la fondazione Oderzo Cultura”.

Lo scheletro del cavallo della tomba 49
Oderzo dalla necropoli dell’Opera Pia Moro esposto al museo Archeologico di Oderzo (foto C. Bugna)

L’ingresso del museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo

Il nuovo allestimento del museo Archeologico “Eno Bellis” verrà dunque presentato alla cittadinanza sabato 24 novembre 2018 alle 17.30 insieme a chi, con costanza e generosità, ha permesso il restauro e la riscoperta di questo bene: Guglielmo Marcuzzo e Maria Pia Benvegnù dello Studio Marcuzzo e Benvegnù di Oderzo (Tv). L’intervento di restauro e valorizzazione è stato infatti reso possibile anche grazie all’Art bonus, un provvedimento legislativo che consente a istituzioni come i musei di ottenere il sostegno dai privati per il raggiungimento di obiettivi coerenti con le loro funzioni e finalità. “La tomba 49 – si legge nella scheda di intervento dell’Art bonus del ministero – accoglieva, oltre allo scheletro del cavallo maschio di 12-15 anni, deposto in perfetta connessione anatomica, i finimenti, ovvero il morso e le componenti esterne della testiera. La bardatura in ferro e bronzo, per la complessità e la singolarità degli elementi che la compongono, costituisce un esemplare unico. La sepoltura si colloca, sulla base degli elementi del corredo associati alla bardatura (alcuni frammenti fittili e una fibula) alla seconda metà del V secolo a.C.”. Commenta soddisfatto il mecenate Marcuzzo: “Nel nostro caso ritengo che lo studio di un reperto archeologico contribuisca ad approfondire le nostre origini, le nostre radici e la nostra provenienza. Peraltro ritengo che se la comunità nella quale vivi ti ha consentito di raggiungere un livello di vita dignitoso, ritengo equo donare qualche risorsa a favore della stessa comunità. Infine, non è elemento trascurabile poter usufruire delle detrazioni fiscali derivanti dall’Art bonus”.

Una sala espositiva del museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo

L’archeologa Giovanna Gambacurta

L’archeologa Veronica Groppo

L’inaugurazione del nuovo allestimento è preceduta da una giornata di studi venerdì 23 novembre 2018. Archeologi, restauratori e storici si incontreranno dalle 10 alle 17, con l’obiettivo di fare il punto sugli studi dedicati alla necropoli preromana dell’Opera Pia Moro di Oderzo (Giovanna Gambacurta, università Ca’ Foscari di Venezia; e Mariangela Ruta, già dirigente soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto) e ai finimenti del cavallo della tomba 49, oggi presentati secondo una nuova interpretazione e alla luce dei rari confronti individuati, dall’archeologa Veronica Groppo, che ne ha curato lo studio. Completeranno il quadro opitergino l’analisi dell’intervento di restauro, eseguito da Martino Serafini della ditta Ar.Co di Padova e lo studio dello scheletro dell’animale, effettuato da Paolo Reggiani, Paleostudy. Con uno sguardo al quadro più ampio della realtà veneta seguiranno, con Fiorenza Bortolami, università Ca’ Foscari di Venezia, gli approfondimenti sulle sepolture equine e le strutture funerarie nelle necropoli venete, senza tralasciare le fonti letterarie antiche dedicate al cavallo, con l’intervento di Annica Pezzelle, università di Padova, passando attraverso l’iconografia dei morsi di equini nell’arte delle situle, con l’archeologo Luca Zaghetto. Approfondimenti dedicati ad alcuni esempi di sepolture e morsi al di fuori dell’area veneta chiuderanno i lavori della giornata: una nuova lettura del morso della tomba S/4 24588 di Santa Lucia insieme a Giuliano Righi, già Civici musei di storia ed arte di Trieste, il sito di culto di Bizjakova hiša a Kobarid, Slovenia occidentale, con Teja Gerbec dal museo provinciale di Nova Gorica e Miha Mlinar dal museo di Tolmino. A chiudere la giornata di studi l’affascinante storia delle sepolture dei cavalli morti nella battaglia di Himera, presentata da Stefano Vassallo della soprintendenza per i Beni Ambientali e Culturali di Palermo.

La vita dell’aristocrazia dei Veneti antichi narrata dalla situla in bronzo figurata di Posmon per la prima volta in mostra al museo di Montebelluna

La situla di Montebelluna è esposta per la prima volta nella mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna”

La situla di Montebelluna è esposta per la prima volta nella mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna”

Il manifesto della mostra di Montebelluna, aperta da oggi al 29 marzo 2015

Il manifesto della mostra di Montebelluna, aperta da oggi al 29 marzo 2015

Antiche storie in una “secchia” di 2500 anni fa. C’è la parata dei carri e dei cavalieri, ma anche una gara di pugilato con il trofeo per l’atleta più bravo. Più in là una scena di libagione affollata di figure femminili e maschili, e un amplesso rituale su elegante letto a doppia spalliera alla presenza di un uomo che effettua libagioni, e una donna che fila. Infine, la caccia al cervo e la scena di aratura trascendono il quotidiano e si pongono nella sfera del mito e del sacro. Sono storie di uomini e donne vissuti nel Veneto antico, scene di vita quotidiana che si intrecciano a scene rituali e celebrative, restituendoci un ritratto complesso della società del tempo, il tutto raccontato in una situla in bronzo, il caratteristico contenitore a forma di secchio dei Veneti antichi, scoperta recentemente nel territorio di Montebelluna. Da oggi al 29 marzo 2015 la situla in bronzo figurata rinvenuta nella necropoli in località Posmon è l’indiscussa protagonista della mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna” allestita nel museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna. La mostra, promossa e organizzata dal Comune di Montebelluna e dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, presenta scene di vita degli antichi Veneti attraverso le immagini dell’eccezionale reperto per la prima volta esposto al pubblico. Grazie al contributo delle preziose e modernissime tecniche di analisi e restauro la situla ci è restituita in tutto il suo splendore. Infatti il reperto, in sottile lamina di bronzo, si presentava al momento del ritrovamento in cattivo stato di conservazione. Prelevata per il restauro in laboratorio, le radiografie ne hanno evidenziato le numerose lacune, ma al contempo il ricco corredo metallico contenuto al suo interno. Sono stati riportati alla luce la fine decorazione a cesello e sbalzo, che il pubblico può ora ammirare nella splendida grafica del percorso espositivo.

Un dettaglio delle raffigurazioni sulla situla in bronzo di Montebelluna

Un dettaglio delle raffigurazioni sulla situla in bronzo di Montebelluna

Il grafico del carro e dei cavalieri dalla situla di Montebelluna

Il grafico del carro e dei cavalieri dalla situla di Montebelluna

L’allestimento della mostra di Montebelluna è particolarmente innovativo: postazioni interattive, video e supporti digitali (frutto di aggiornate tecnologie) animano la situla e danno movimento alle scene rappresentate, suscitando l’emozione e il coinvolgimento sensoriale del visitatore. Dopo alcune informazioni sugli scavi, l’allestimento conduce il visitatore attraverso i segreti dell’Arte delle situle, rivelando la vita dei signori antico-veneti di 2500 anni fa. Di situle riccamente decorate sono stati finora rinvenuti pochissimi esemplari, tra cui la notissima situla Benvenuti di Este (venuta alla luce nel 1880) quella di Vace in Slovenia e la situla dell’Alpago (scoperta nel 2002). Dalla mostra emerge l’importanza di Montebelluna al tempo del Veneti antichi. La situla di Posmon, bene di prestigio riservato ai “potenti” dell’epoca, testimonia infatti la vitalità di questo sito, collegato con i centri veneti di pianura e con i mercati transalpini. Tale vocazione al commercio caratterizza ancora oggi il territorio di Montebelluna. Il museo si cala quindi nel suo contemporaneo nel creare un ponte tra passato e presente.

Nel grafico dettaglio della caccia al cervo dalla situla di Montebelluna

Nel grafico dettaglio della caccia al cervo dalla situla di Montebelluna

Da oggi è possibile visitare la mostra al museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna

Da oggi è possibile visitare la mostra al museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna

Due le sezioni in cui si articola la mostra: nuove ricerche e antiche storie. Nuove ricerche: da circa quindici anni Montebelluna è teatro di numerose indagini archeologiche che hanno portato al susseguirsi di importanti scoperte, tra le quali l’individuazione a Posmon-via Cima Mandria di un’estesa necropoli preromana e romana. La sezione fornisce un aggiornamento sugli scavi archeologici e le successive campagne di restauro e schedatura dei reperti, operazioni che hanno evidenziato l’importanza della necropoli di Posmon. Ci si concentra quindi sulla fase di massima espansione della necropoli (VI-V secolo a.C.), illustrando in dettaglio il tumulo(accumulo di terra) con la tomba che ha restituito l’importante situla. Antiche storie: lamine in bronzo decorate, accessori dell’abbigliamento in metallo, armi e vasi in terracotta costituiscono i corredi delle principali sepolture comprese nel “tumulo” della situla, delle quali viene presentato anche lo studio dei resti antropologici. Ma protagonista della sezione è la situla in bronzo figurata, la prima in assoluto rinvenuta nel territorio di Montebelluna. Grazie a riproduzioni, l’eccezionale reperto viene prima “smontato e rimontato” per coglierne gli aspetti tecnologici, per poi essere analizzato nella sua complessa decorazione. Si svela così un mondo di scene che ci mostra la ricchezza della vita aristocratica degli antichi Veneti.

Così i Veneti Antichi respinsero l’incursione del principe spartano Cleonimo: a Dolo la ricostruzione-spettacolo della battaglia e la presentazione della trilogia di Federico Moro

A Dolo la ricostruzione-spettacolo gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”

A Dolo la ricostruzione-spettacolo gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”

Il manifesto della manifestazione "Cleonimo di Sparta contro i Veneti"

Il manifesto della manifestazione “Cleonimo di Sparta contro i Veneti”

Sabato 6 settembre 2014, alle 20.45 a Dolo (Ve), in piazza Cantiere, tornano gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”: la ricostruzione-spettacolo della battaglia combattuta in terra veneta nel 301-302 a.C. sarà preceduta alle 19.30 dall’intervento di Federico Moro con il “racconto dei fatti”, sulla base del volume “Il coraggio degli Antichi Veneti” (Helvetia Editrice), che ha ispirato l’evento. Ingresso libero. Lungo via Cantiere, sarà ricostruito un villaggio dei Veneti antichi con banchi di ogni tipo (apertura alle 10; didattica e giochi per bambini alle 10.30 e 15.30).

Una fase della battaglia tra veneti e spartani nella ricostruzione-spettacolo

Una fase della battaglia tra veneti e spartani nella ricostruzione-spettacolo

Della battaglia le fonti antiche non ci danno certezze; ne parlano Tito Livio e Diodoro Siculo, e non sono neppure tra loro concordanti. Lo ha ben spiegato lo storico Lorenzo Braccesi qualche anno fa – L’ avventura di Cleonimo (a Venezia prima di Venezia), Padova 1990 – riportando alla ribalta la remota vicenda adriatica dello spartano Cleonimo, esautorato dalla successione al trono e venuto, nell’anno 302/301 a.C., a guerreggiare con i suoi prodi in terra italica (veneta in particolare). Braccesi racconta – seguendo soprattutto Livio – la sfortunata campagna italiota (probabilmente la seconda) del principe lacóne che, nella memoria dell’antica storiografia, sarebbe stato “il primo navigante che avvisti le acque di Venezia al di là di un esile cordone sabbioso delimitante la laguna (l’arenile del Lido?), il primo condottiero, inoltre, che trovi sicuro ormeggio per la flotta nel porto fluviale del Medóakos (l’approdo di Malamocco?), il primo aggressore straniero, infine, che di qui risalga il Brenta per predare in territorio patavino”.  Ma lo scontro in terra padana – per altro non attestato da ulteriori fonti né confermato da evidenze archeologiche – assume presso Livio (ma già forse nella sua fonte – magari un antico cantare popolare) i toni di un epico conflitto, culminante con la misera, ingloriosa fuga degli invasori sulle poche navi superstiti (appena un quinto della poderosa flotta) e la consacrazione delle armi sottratte al nemico nel tempio padovano di Reitia (in aede Iunonis veteri fixa). Un’operazione propagandistica, quella di Tito Livio, che ben s’inserisce nel contesto cultural-politico maturato sotto Augusto, allo scopo di accreditare una derivazione di Padova dalla Troia di Priamo sulla scorta del mitico sbarco, alle foci del Meduaco-Brenta, di Antenore fuggiasco assieme agli Enetoi di Paflagonia. Si crea così un parallelismo tra Padova e Roma: entrambe vantano nella tradizione una comune origine troiana, e se i romani, discendenti di Enea, hanno vendicato la distruzione di Troia sottomettendo le città dei re achei, i patavini, discendenti di Antenore, hanno lavato nel sangue l’antica offesa sconfiggendo il principe spartano Cleonimo già prima di essere romanizzati.

Lo studioso Federico Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale

Lo studioso Federico Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale

"Il coraggio degli Antichi Veneti" di Federico Moro

“Il coraggio degli Antichi Veneti” di Federico Moro

È in questo contesto storico (in cui nulla dimostra che la battaglia abbia davvero avuto luogo) che si muove la ricerca di Federico Moro, nato a Padova, ma che vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale. A Dolo presenta “Il coraggio degli Antichi Veneti: L’avventura. L’epopea. L’eredità perduta” (Collana Rosso Veneziano) che raccoglie la trilogia completa dei thriller storici ambientati nel Veneto del III sec. a.C., costruiti sulla misteriosa figura di Nerka Trostiaia, la Gran Sacerdotessa del Santuario di Pora-Reitia di Ateste, diventata punto di riferimento per i Veneti nella loro lotta contro i Celti grazie alle estasi mistiche che la rendono la “voce della Dea”. In questo romanzo Federico Moro sfrutta a pieno tutte le sue potenti armi di scrittore: la verosimiglianza nella ricostruzione storica e la velocità adrenalinica nei combattimenti. In “L’avventura” le nazioni dei Celti sono riunite con l’obbiettivo di distruggere l’Armata e le città dei Veneti. La flotta dello spartano Cleonimo risale il Medoacus verso il Santuario di Lova seminando dolore e devastazione, spetterà a Nerka Trostiaia assumere il comando della pericolosa missione per salvare il popolo veneto. In “L’epopea” la morte corre lungo il fiume Plavis, falciando guerrieri veneti e scompaginando l’avanzata delle centurie romane. Toccherà al giovane Lucio Decimo Mure svelare i retroscena dei delitti che si diramano dal Santuario di Trumusiate a Lagole. In “L’eredità perduta” siamo nell’anno 452 d.C.: gli Unni di Attila sono sotto le mura di Altino ed esigono la consegna del misterioso Tesoro di Reitia. Solo “l’uomo senza paura”, Orso Galbaio, può salvare la città dall’attacco risolvendo l’arcano che sta dietro alla scritta “In Altino occultus est”.

La rievocazione-spettacolo della battaglia contro Cleonimo all'interno del villaggio dei Veneti Antichi

La rievocazione-spettacolo della battaglia contro Cleonimo all’interno del villaggio dei Veneti Antichi

All’incontro con Federico Moro segue la rievocazione storica – spettacolo “Gli Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo?” che – come detto – vuole ricordare i fatti accaduti nel 302 a.C., quando Cleonimo, spintosi con le sue navi nell’alto Adriatico, entrò nella laguna di Venezia e risalì il Brenta/Meduacus per predare in territorio patavino. Cleonimo però venne ricacciato in mare dai Patavini, che sconfissero le sue truppe e gli distrussero i quattro quinti della flotta. In scena in piazza Cantiere un centinaio di figuranti rappresentanti l’esercito venetico e i soldati spartani con combattimenti rituali preceduti dalla presentazione del procuratore. E nel villaggio dei Veneti Antichi sarà possibile immergersi nel clima culturale, economico, artistico dell’epoca, grazie alle accurate ricostruzioni storiche, che spaziano dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature.

 

Archeologia a Este: riscoprire le nostre origini attraverso la storia e la cultura del territorio

Archeologia a Este: la locandina con i due appuntamenti collegati al museo nazionale Atestimo

Archeologia a Este: la locandina con i due appuntamenti collegati al museo nazionale Atestimo

Segnatevi l’appunto sull’agenda: domenica 11 e domenica 25 maggio tenetevi liberi per una gita a Este, nel Padovano. C’è “Archeologia. Riscopriamo chi siamo e da dove veniamo attraverso la storia e la cultura del nostro territorio”, mini-rassegna organizzata da associazione culturale Novecentonovantanove con Cinzia Tagliaferro, associazione culturale Studio D e museo nazionale Atestino.

Una visita guidata al museo nazionale Atestino di Este alla scoperta dei Veneti antichi

Una visita guidata al museo nazionale Atestino di Este alla scoperta dei Veneti antichi

La cosiddetta Dea di Caldevigo, bronzetto votivo al museo di Este

La cosiddetta Dea di Caldevigo, bronzetto votivo al museo di Este

Il primo appuntamento, come si diceva, è domenica 11 maggio, alle 10, al museo nazionale Atestino di Este: Cinzia Tagliaferro guiderà i partecipanti in una visita “non convenzionale” al museo, con l’obiettivo di fare riscoprire il patrimonio archeologico del territorio veneto (“Troppo spesso dimenticato dalle istituzioni”, sottolinea con una punta di amarezza l’associazione Novecentonovantanove, “e purtroppo anche da noi cittadini”), la storia e le origini. Il museo di Este rappresenta la chiave per accedere al nostro passato e alle nostre origini. La visita inizia dal primo piano con la sezione pre-protostorica e si conclude al piano terra con la sezione romana e una piccola sezione medievale; le esposizioni si articolano in 11 sale e seguono un ordine rigorosamente cronologico, dai materiali più antichi a quelli più recenti, e una disposizione per temi come gli abitati, la vita quotidiana, gli usi e costumi funerari, le pratiche religiose. Al termine, aperitivo organizzato da Novecentonovantanove ai Giardini del Castello. È opportuno comunicare la partecipazione entro sabato 10 maggio scrivendo a eventi@novecentonovantanove.it oppure chiamando il 3498316420 (in modo che, domenica mattina, il Museo fa trovare i biglietti d’ingresso pronti). Costo del biglietto: intero 4 euro; ridotto 2. A norma di legge, ingresso gratuito per: gli allievi dei corsi di alta formazione delle scuole del Ministero; docenti e studenti iscritti alle Accademie di Belle Arti (o corrispondenti istituti della Ue); docenti e studenti dei corsi di laurea, di perfezionamento post-universitario e dottorati di ricerca delle facoltà di Architettura, Conservazione dei beni culturali, Scienze della formazione o Lettere e filosofia con indirizzo archeologico o storico-artistico (o corrispondenti facoltà/corsi/istituti degli Stati membri della Ue); studiosi italiani e stranieri di materie pertinenti lo studio dei beni culturali, mediante attestazione rilasciata dall’Unione Internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell’arte di Roma; docenti di storia dell’arte di istituti liceali; giornalisti in regola; cittadini della Ue portatori di handicap e loro familiare o altro accompagnatore.

Il museo nazionale Atestino al centro del parco archeologico di Este

Il museo nazionale Atestino al centro del parco archeologico di Este

Il secondo appuntamento, Arkeowalking, sarà domenica 25 maggio, in concomitanza con laDomenica Ecologica organizzata dal Comune di Este, e prevede una passeggiata al Parco Archeologico di Este. Il ritrovo è alle 15 al parcheggio di  Cementizillo: da qui si parte alla volta di un percorso urbano di circa 2 ore e mezzo (adatto a tutti) con Cinzia Tagliaferro, che guiderà i partecipanti alla scoperta dei luoghi dove si sono verificati i più importanti rinvenimenti archeologici, già apprezzati durante la visita al museo. L’itinerario, della lunghezza complessiva di circa sei chilometri, si snoda all’interno della città di Este ed è percorribile a piedi o in bicicletta. Vengono descritti i luoghi dove si sono verificate importanti scoperte archeologiche e messi in luce anche alcuni punti di interesse del centro storico e della periferia, con i suoi suggestivi scorci paesaggistici. L’itinerario è segnalato da sedici pannelli illustrati che restituiscono il quadro dell’antico insediamento di Este preromana e romana. Grazie alla ricchezza di informazioni raccolte, sono state identificate tre zone con diverse destinazioni d’uso: 1. area abitata: si estendeva in corrispondenza dell’attuale centro storico e delle sue propaggini occidentali ed era solcata dall’antico corso dell’Adige, che si divideva in più rami; 2. area delle necropoli: le aree cimiteriali erano poste sia a nord, a ridosso dei primi rilievi collinari, che a sud, nella pianura alluvionale oltre l’attuale strada Padana Inferiore; 3. area dei santuari extraurbani: in posizione periferica ma strategica, a nord ovest e a sud est dell’antica città. Mentre per il I millennio a.C. all’interno dell’abitato si può ipotizzare solo una distinzione tra aree residenziali e aree produttive e artigianali, per l’epoca romana si definisce più chiaramente la presenza di aree destinate a quartieri privati e zone destinate a edifici pubblici. I pannelli, collocati in punti accessibili e accoglienti e numerati seguendo l’ordine del percorso, sono composti da testi che contengono le informazioni essenziali e aggiornate, relative alle scoperte archeologiche di quella zona, e da una serie di fotografie degli scavi eseguiti e dei reperti ora esposti in Museo, nonché di disegni che riportano piante e ricostruzioni.

La mappa del parco archeologico di Este con il percorso e le tappe alla scoperta dei siti più importanti

La mappa del parco archeologico di Este con il percorso e le tappe alla scoperta dei siti più importanti

1. Stazione ferroviaria: necropoli preromane Boldù Dolfin; 2. Via Principe Amedeo: Borgo Canevedo, il più antico insediamento di Este; 3. Contrada Deserto: Santuario Baratella; 4. Via Restara: resti di abitazioni preromane; 5. Via Gambina: resti di strutture abitative preromane; 6. Via San Fermo e Via Settabile: quartiere residenziale preromano e romano; 7. Strada Statale Padana Inferiore: Necropoli Morlungo e Capodaglio; 8. Chiesa della Salute: Il fiume e la città; 9. Via Olmo: quartiere pubblico romano; 10. Via Pietrogrande e Via Rubin de Cervin: quartiere pubblico romano; 11. Via Augustea – Cimitero: quartiere pubblico romano e zone artigianali preromane (visitabile); 12. Via Augustea – Serraglio Albrizzi: Domus del Serraglio Albrizzi; 13. Via Sostegno – Casale: Santuario dei Dioscuri; 14. Via Caldevigo: Santuario di Caldevigo e Necropoli Rebato; 15. Via Santo Stefano: Necropoli Ricovero e Necropoli Benvenuti; 16. Parco Comunale: Necropoli preromane e romane e complesso medievale del Castello.

I Veneti snobbarono la ceramica con rappresentati i miti dei Greci, estranei ai propri valori e cultura

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

I Veneti antichi sapevano bene chi erano i Greci dei quali ebbero modo di apprezzare la produzione artistica. Ma dei Greci snobbarono, se non addirittura rifiutarono,  la mitologia, lontana ed estranea alle culture dei popoli delle terre che si affacciavano sull’Alto Adriatico. A queste conclusioni giungono Lorenzo Braccesi, professore emerito già ordinario di Storia antica all’Università di Padova, e Francesca Veronesi , una dei curatori della mostra “Venetkens” (chiude domenica 17 novembre con un successo di pubblico inaspettati: quasi 90mila spettatori), in un saggio scritto proprio per il catalogo dell’esposizione patavina.

braccesi

Il prof. Lorenzo Braccesi

Che i Greci conoscessero  e fossero in contatto con le terre bagnate dall’Alto Adriatico lo aveva già scritto nel V sec. a.C. il greco Erodoto nelle sue “Storie”, sostenendo che erano stati i Focei a indicare agli altri Greci le particolarità dell’Adriatico, descritto con il termine Adrias, cioè proprio la parte alta dell’Adriatico. Ma quell’attestazione da sempre aveva fatto discutere e dubitare gli studiosi. Infatti, diversamente delle coste meridionali della penisola, lungo le coste delle terre dei Veneti antichi non c’è traccia di colonie greche, quasi che tra Micenei ed età classica, vale a dire tra il X e il VI sec. a.C., ci sia stata una cesura tra due periodi di frequentazioni ampiamente attestate. Invece i rinvenimenti archeologici più recenti sembrano dissipare ogni dubbio: l’Adriatico sarebbe stato abitualmente solcato da traffici commerciali ad ampio raggio senza soluzione di continuità. E i Veneti antichi ebbero modo di conoscere e apprezzare  le merci greco-asiatiche . La ceramica greca la troviamo praticamente ovunque: nei centri abitati, nelle necropoli, nei santuari. Ma i Veneti antichi mostrano anche di valutare – prima di scegliere – nella ricca produzione non solo la tipologia, in base all’utilizzo cui quegli oggetti erano destinati, ma anche i soggetti decorativi. Alle rappresentazioni del mito greco si preferiscono le scene di guerra e le decorazioni a motivi vegetali e floreali. “Si può ipotizzare un preciso rifiuto da parte dei Veneti antichi nei confronti del patrimonio mitologico greco”, afferma Francesca Veronese, “forse sentito come troppo interferente  con i propri valori. Ciò comunque non porta al rifiuto di altri aspetti culturali: ne è un esempio la pratica del simposio, che viene accettato e assimilato dai Veneti nella sue duplice valenza quotidiana e funeraria. Non a caso le forme di ceramica attica attestate in Veneto sono principalmente kylikes, skyphoi, kantharoi e crateri” .

Canali e barene nella laguna di Venezia

Canali e barene nella laguna di Venezia

Ma come e dove i Veneti antichi venivano in contatto con le merci greche ed egeo-orientali? A meridione delle lagune venete sorgevano gli empori di Adria, città etrusco-venetica a nord del delta del Po, meta di traffici greci già in epoca arcaica, e di Spina, città etrusca a sud del delta del Po, terminal di traffici attici per tutta l’età classica. Al centro delle lagune c’era l’emporio di Altino preromana. “A settentrione – precisa Braccesi – non conosciamo per ora l’esistenza di empori, ma è presumibile ce ne fosse uno al Caput Adriae, vicino alle risorgive del Timavo”. Questi empori erano raggiungibili attraverso una navigazione interna protetta o endolagunare: una via scavata dall’uomo in età preromana che consentiva, con tagli e canali trasversali (fossae), il collegamento del delta con le lagune venete. “I Romani – ricorda Braccesi – non fecero per buona parte che consolidare e ampliare una rete di tagli artificiali preesistenti”. Così seguendo le descrizioni fatte dagli storici romani, da Plinio a Livio, abbiamo un’idea di cosa fosse stato realizzato prima di loro. “In età augustea scavano la fossa Augusta, per collegare Ravenna a Spina,  ma in realtà riattano la fossa Messanica. Nella prima età imperiale, la fossa Flavia per unire il Po di Spina ad Adria, lavorando su un canale etrusco. E poi la fossa Clodia, per immettere il Po di Adria nell’Adige e da Chioggia in laguna, canale che semplicemente amplia la fossa Philistina”. Quindi, sono gli idronimi a confermarlo,  non furono solo gli Etruschi  a realizzare le canalizzazioni preromane, ma anche i Siracusani, che ricolonizzarono Adria con il tiranno Dionigi: fossa Philistina omaggia il politico e storico siracusano Filisto, la Messanica la sicelota città di Messina.

Secondo Plinio il “sistema delle fossae conferisce nella laguna veneta dove defluisce in mare il Medoaco (Meduacus Maior, il fiume di Padova) , formando con la sua foce la bocca di porto di Malamocco: qui infatti esisteva un “grande porto” che traeva nome dal fiume e che era invisibile dal mare perché a fronte della laguna, come assicura lo storico greco Strabone.  “Dal grande porto – continua Braccesi – le navi antiche potevano raggiungere per via interna gli empori a nord e a sud, costituendo quindi uno svincolo decisivo per le rotte endolagunari che in età preromana attraversavano la laguna di Venezia”.

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Non è un caso che proprio da qui parta in epoca storica il generale spartano Cleonimo alla volta di Padova. Percorso seguito anche nella leggenda dell’eroe troiano Antenore che risalendo il fiume andò a fondare Padova. Entrambi vengono dal mare, ricorda Braccesi, entrambi risalgono la via del Medoaco, entrambi sono personaggi immortalati dal medesimo autore antico, quel Tito Livio che ben conosceva la natura dei luoghi per essere nativo di Padova. Ma nell’immaginario locale, si chiede lo studioso, dove approda l’eroe della leggenda, dove sbarca Antenore?   “Probabilmente nello stesso luogo dove Livio fa sbarcare Cleonimo. Cioè, spalle al mare, sul fronte simmetricamente opposto al litorale, dove sorgeva il grande porto del Medoaco. E quel luogo a un certo punto è stato chiamato Troia!”. Al sito lagunare dove era sbarcato Antenore probabilmente quel toponimo fu dato in epoca storica sull’onda della veicolazione attica (Sofocle, Strabone) della saga troiana. La leggenda antenorea, col tempo, diviene patrimonio delle stesso mondo veneto. Ma perché allora è assente nel repertorio figurativo della ceramica attica qui destinata all’esportazione? “Perché – conclude Braccesi – le immagini del mito, così diffuso nella ceramica attica, tra i Veneti antichi non paiono proprio trovare udienza”.

Viaggio nella terra dei Veneti antichi

"Venetkens", la grande mostra a Padova

“Venetkens”, la grande mostra a Padova

La grande mostra “Venetkens” a Padova chiude il 17 novembre

Rimane poco meno di un mese per un viaggio, unico e irripetibile, nella terra dei Veneti antichi: la grande mostra “Venetkens”, allestita al Palazzo della Ragione di Padova, chiude il 17 novembre. Meglio affrettarsi, perché difficilmente si potrà avere una visione d’insieme così completa e composita di oggetti (sono oltre 1700 quelli in mostra) provenienti non solo dai musei archeologici nazionali in Veneto, ma anche dai musei civici, dai magazzini della soprintendenza, e dalle Regioni vicine e oltre confine, come la Slovenia: dalla tomba del principe delle Narde di Frattesina  alla situla Benvenuti di Este, fino agli ex voto di Auronzo e di Lagole di Calalzo e alle statue monumentali di Gazzo Veronese; ma anche capolavori finora mai esposti al pubblico , come l’incredibile situla dell’Alpago o i nuovi cippi confinari e le sepolture principesche con cavalli di Padova.

Trentasette anni dopo “Padova romana”

Cavallino in bronzo: il cavallo veneto era famoso

Cavallino in bronzo: il cavallo veneto era famoso

L’ultima significativa, anche se parziale, esposizione sulle genti che hanno abitato il Veneto prima dei romani fu nel 1976 con “Padova preromana”: allora si parlava ancora di “Paleoveneti” terminologia oggi superata dalla dizione “Veneti antichi”. Questa mostra, spiega il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tinè, “vuole dare al visitatore un’impressione sostanziale e duratura di quella che fu una delle più caratterizzate e originali culture dell’Italia antica. Superando le suggestioni mitografiche e restituendo ai Veneti quel ruolo di protagonisti a pieno titolo nel mosaico etnico e culturale che, nella penisola come in area padana, precedette durante tutto il I millennio a.C. la fase globalizzante della ‘pax romana’  e  della strutturazione regionale augustea che, del vecchio caleidoscopio di popoli e culture, fu peraltro la definitiva cristallizzazione”.

“Venetorum angulus”, ma strategico

Visitando la mostra, sintetizza Tinè, si ha la percezione del ruolo di fondamentale mediatore geografico e culturale di questo territorio e del popolo che gli ha dato il nome. “Per nulla ‘Venetorum angulus’ ma, invece, terra di contatto tra realtà mediterranea, peninsulare, padana, alpina e transalpina, in un gioco di relazioni e di scambi che spiega la complessità e l’articolazione di un panorama culturale e probabilmente anche etnico quanto mai vario e multiforme con stratificazioni di diversa origine: Etruschi, Greci, Celti e infine Romani naturalmente”.

Un viaggio che parte da lontano

Bronzetto raffigurante Paride arciere

Bronzetto raffigurante Paride arciere

Era il 1876 quando a Este iniziarono i primi scavi. Da allora la ricerca archeologica non si è mai fermata in tutta la regione e in alcune zone limitrofe. Ciò ha imposto alle curatrici della mostra, Mariolina Gamba, Giovanna Gambacurta, Angela Ruta Serafini, Francesca Veronese, delle scelte rigorose in un mix tra vecchi rinvenimenti già famosi e scoperte recenti, spesso inedite. Il percorso espositivo ha così la prospettiva di un viaggio che attraversa il Veneto antico nello spazio e nel tempo, dal Delta del Po all’alta valle del Piave, dal XII sec. (età del Bronzo) al I sec. a.C. (romanizzazione).  Il visitatore è dunque come un “antico viaggiatore” che approda nei dintorni del delta, proprio dove si pongono le basi per lo sviluppo del Veneto antico. Qui infatti si trovano i più importanti centri mercantili europei dell’epoca, dove giunge l’ambra del Baltico, ma si scambiano anche prodotti in metallo, osso, vetro e merci esotiche come uova di struzzo e avorio. Dal delta si entra nella pianura padana. Seguendo il corso dei fiumi si toccano le due capitali, Este e Padova, ma anche Vicenza, Treviso, Altino, Oderzo, Concordia. Il visitatore-viaggiatore entra nelle città venete nel periodo di loro massimo splendore, cioè tra il VI e gli inizi del IV sec. a.C. Scopre l’organizzazione dello spazio urbano, ammira la bellezza degli edifici, stupisce per le usanze religiose. È in città che ci si imbatte nei testi scritti: chi sa scrivere tra i Veneti antichi? Come? Che suoni ha questa lingua? Qualche risposta cerca di darla anche la mostra. Uscendo dalle città il viandante incontra prima i luoghi di culto e poi le ‘città dei morti’. Lasciandosi alle spalle i grandi centri, il viaggiatore si avvia verso la zona dell’alta pianura, ai piedi delle colline e delle montagne. Attraverso l’alta pianura ci si avvia alla pedemontana, una ‘galassia’ di insediamenti  quanto mai vivaci e produttivi, dai monti Lessini veronesi alle propaggini friulane. La valle del Piave porta il nostro viaggiatore verso il confine dei Veneti e verso la conclusione del suo cammino. Ormai i Romani, che nel 189 a.C. fondano Aquileia, sono ben presenti in regione.