“L’Evoluzione di Dio. L’uomo e la ricerca del sacro”: il noto teologo Vito Mancuso apre a Venezia “I Dialoghi” proposti dalla Fondazione Giancarlo Ligabue
L’idea di Dio sembra essere scomparsa dall’orizzonte di noi occidentali, sempre più ossessionati da miti effimeri e ormai disposti a vendere al miglior offerente persino la nostra libertà. La sua assenza ci ha lasciati orfani di una guida in grado di orientare l’esistenza verso il bene e la giustizia, e per questo diventa necessario riflettere oggi sulla questione del divino. Ma quale Dio? Come possiamo ancora immaginarlo? E quale destino gli è riservato? Il teologo Vito Mancuso, che già ha cercato di dare una risposta a questi interrogativi nel libro “Dio e il suo destino” (Garzanti), ne parlerà a Venezia giovedì 7 aprile 2016 alle 17 a Palazzo Cavalli Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, nell’incontro “L’Evoluzione di Dio. L’uomo e la ricerca del sacro” che apre ufficialmente “I Dialoghi” della Fondazione Giancarlo Ligabue, a cadenza semestrale, con un obiettivo preciso: “Diffondere liberamente il piacere della conoscenza”. Una conoscenza dell’umanità vista nei suoi differenti aspetti e culture, con spirito di apertura al confronto delle idee, come nella tradizione più profonda di Venezia, città per la quale la Fondazione – voluta e presieduta da Inti Ligabue – ha deciso di operare con particolare impegno. La Fondazione Giancarlo Ligabue nata nel gennaio 2016 per volontà di Inti Ligabue che ne è il presidente intende dare continuità – anche con un nuovo sistema organizzativo e una serie di iniziative culturali – al lavoro svolto fino a ieri dal Centro Studi e Ricerche Ligabue, proponendo il suo raggio di iniziativa a livello locale, nazionale e internazionale.
Sarà dunque il noto teologo, famoso anche per le sue posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, il protagonista del primo incontro promosso dalla Fondazione Giancarlo Ligabue in un dialogo/confronto con Adriano Favaro, responsabile editoriale della Fondazione, e il pubblico, cercando di illustrare il modo col quale la contemporaneità affronta il concetto del divino; un concetto – e un’immagine – che hanno subito molte evoluzioni e che, nei secoli, hanno avuto bisogno di essere aggiornati. Docente dal 2013 all’università di Padova, dopo aver insegnato alla facoltà di Filosofia dell’università San Raffaele di Milano, ed editorialista del quotidiano La Repubblica, Mancuso ci ha abituati del resto a occasioni di riflessione sicuramente acute e non scontate. A favore della fede in Dio ha disputato per iscritto con Corrado Augias e Paolo Flores D’Arcais, e a voce con molti altri intellettuali atei. Famose in particolare sono state le Conversazioni con Carlo Maria Martini, che egli ha firmato insieme a Eugenio Scalfari, e sempre stimolanti.
In particolare – è la riflessione fondamentale di Mancuso – se è vero che l’homo sapiens da sempre è anche homo religiosus, a partire dalla modernità si è aperta una frattura tra le due dimensioni che oggi, in Occidente ha condotto a una sempre più netta separazione tra conoscenza e religione. Il risultato? Una conoscenza spesso priva di calore spirituale e un discorso religioso spesso privo di rigore teoretico. È questo il tema che Vito Mancuso, relatore coinvolgente e penetrante e autore di molti libri che hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche – affronterà nell’incontro del 7 aprile. Un tema che è anche al centro della sua ultima pubblicazione “Il destino di Dio” – in cui Mancuso analizza la crisi della divinità e, con essa, la crisi dell’umanità. Nelle pagine ambiziose di questo libro, Vito Mancuso conduce il lettore in un viaggio tra le problematiche raffigurazioni della divinità che nei secoli hanno accompagnato la nostra storia. E con coraggio ci sfida a liberarci dall’immagine tradizionale del Padre onnipotente assiso nell’alto dei cieli che ci viene ancora offerta da una Chiesa cattolica che sembra aver modificato il suo linguaggio ma non la sua rigida dottrina. Si riscopre così il valore di una divinità completamente partecipe nel processo umano, capace di comprendere i principi dell’impersonale e del femminile. Come ha scritto Agostino: “Sebbene non possa esistere alcunché senza Dio, nulla coincide con lui”. Soltanto in questa consapevolezza risiede la possibilità di salvare dall’estinzione la spiritualità e la fede, e di far risorgere quella speranza e quella fiducia nella vita senza le quali non può esserci futuro per nessuna civiltà.
Montegrotto. Riaperta a tempo di record l’area archeologica delle terme Neroniane, danneggiata dall’alluvione del 2014. Visite guidate a tutti gli scavi del parco delle Terme Euganee
Riaperta a tempo di record l’area archeologica sotto l’hotel Terme Neroniane. Così Montegrotto ritrova il suo articolato parco archeologico delle Terme Euganee, realizzato col Progetto Aquae Patavinae, operativo da anni grazie alla sinergia tra soprintendenza Archeologia del Veneto, università di Padova e Comune di Montegrotto. L’area archeologica delle Terme Euganee – lo ricordiamo – si estende sull’ampio appezzamento di terreno posto tra viale delle Terme e via degli Scavi con vestigia di età romana, punto di partenza di un interessante itinerario archeologico che comprende varie tappe di cui le più significative sono gli scavi di via Neroniana e il complesso termale dell’Hotel Terme Neroniane.
L’area sotto l’hotel Terme Neroniane, aperta al pubblico nel 2011 con un bell’allestimento basato sulle suggestioni luminose, ha subito gravi danni con l’alluvione che, nel febbraio 2014, ha messo in ginocchio Montegrotto. Nel giro di pochi mesi, grazie a un finanziamento in somma urgenza da parte del ministero e a una febbrile attività di risanamento e restauro, la soprintendenza Archeologia del Veneto è riuscita a riparare ai danni e a riallestire l’area, meglio di prima, per la stagione turistica che si è appena aperta. Dopo un periodo di forzata chiusura, i visitatori possono di nuovo apprezzare i resti archeologici del complesso termale di età romana scoperto sotto l’hotel Terme Neroniane grazie a una serie di scenari luminosi, che pongono l’attenzione ora sulle strutture, ora sui pavimenti, ora sul percorso dell’acqua; possono confrontare quel che resta con le ipotesi ricostruttive, ben illustrate nella pannellistica di allestimento dell’area; possono soddisfare le curiosità in materia interrogando gli archeologi che li accompagnano nella visita.
“Come soprintendenza Archeologia”, spiega Marianna Bressan, responsabile del progetto Aquae Patavine per la soprintendenza, “siamo orgogliosi di essere riusciti a ottenere e far fruttare un finanziamento straordinario del ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, stanziato in somma urgenza dopo l’alluvione che, nel febbraio 2014, ha sommerso Montegrotto e con essa le nostre aree archeologiche. L’area che ha sofferto di più ovviamente è stata quella ipogea, sotto l’hotel Terme Neroniane. Grazie a un’intensa attività in questi mesi, però, la nostra soprintendenza è riuscita a risanarla, restaurarla, sostituire la pannellistica completamente marcita, ripristinare l’apparato luminoso, che rappresenta la cifra peculiare dell’area, e migliorarlo con un nuovo scenario”.
La riaperta area archeologica sotto l’hotel Terme Neroniane a Montegrotto Terme, come si diceva, è parte integrante del Progetto Aquae Patavinae, nato nel 2005 con la collaborazione dell’università di Padova, la soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto e il Comune di Montegrotto Terme, per realizzare il Parco Archeologico delle Terme Euganee in cui tutte le aree archeologiche siano collegate e fruibili. Altri siti archeologici situati tra Abano e Montegrotto sono purtroppo andati perduti, ma grazie ad un percorso attrezzato con pannelli esplicativi è possibile ricostruire e visitare virtualmente tutti i principali luoghi che hanno reso importanti e famose le Terme Euganee nell’antichità. L’ampia zona archeologica è stata scoperta nel 1780 da Giovan Antonio Dondi Orologio che qui compì un primo scavo, ma solamente a partire dagli anni ’60 del secolo scorso è stata riportata completamente alla luce attraverso una lunga campagna di scavi e un accurato studio dei reperti. Nell’area sono visibili i resti di una imponente struttura termale risalente all’età augustea (I e II secolo d.C.) costituita da tre grandi vasche-piscine collegate tra di loro da un articolato sistema di canalizzazioni per l’adduzione e il deflusso delle acque termali e da altri edifici funzionali all’accoglienza di coloro che usufruivano delle terme. Si riconoscono i portici, gli spogliatoi, le aree di riposo, i ninfei e pure un piccolo teatro, che completava l’offerta di svago ed intrattenimento del grande complesso termale. Le strutture sono state ricostruite graficamente e illustrate con grande chiarezza nei pannelli espositivi che arredano il percorso di visita.
Visita agli scavi. A poche centinaia di metri dall’area archeologica di via Degli Scavi, oltrepassando la stazione ferroviaria di Montegrotto e imboccando via Neroniana si incontra una importante area archeologica che presenta i resti di una sontuosa villa romana databile agli inizi del I secolo d.C.. La villa è stata in fasi successive ampliata e probabilmente fu utilizzata fino al IV secolo d.C.; a seguito della caduta dell’Impero Romano il territorio euganeo venne progressivamente abbandonato e la lussuosa residenza lasciata cadere in rovina. Sui suoi resti si insediò un villaggio di capanne e più tardi venne edificata una solida dimora signorile, sopravvissuta fino all’alto medioevo e di cui sono ancora visibili alcune parti. Recenti scavi hanno portato alla luce anche alcune testimonianze di epoca pre-protostorica che dimostrano una frequentazione di questo luogo sin dal III-II millennio a.C. Per la tutela e valorizzazione degli importanti ritrovamenti sono state realizzate delle coperture che riproducono nei volumi le dimensioni originarie della villa di età imperiale. Adiacente agli scavi di via Neroniana si trova l’hotel Terme Neroniane, dove sono stati rinvenuti i resti di un altro straordinario complesso termale risalente alla fine del I e inizio del II secolo d.C. C’erano un’ampia sala absidata, vasche adibite all’immersione e al nuoto, con un complesso sistema di circolazione delle acque termali, e vari edifici complementari. Il sito archeologico è visibile dal pavimento a vetrate posto nella sala ristorante dell’hotel ed è stato reso accessibile anche esternamente grazie alla realizzazione di un passaggio che consente di entrare sotto le fondamenta dell’edificio per ammirare da vicino gli scavi. Da luglio e per tutta la stagione estiva, apertura ogni domenica delle aree archeologiche di viale Stazione/via degli Scavi, della villa romana di via Neroniana e sotto l’Hotel Terme Neroniane. Previste visite ogni ora con archeologi: al mattino 10:30 -12:30, al pomeriggio 17-19. Meglio prenotare. Tutti gli altri giorni apertura delle aree archeologiche solo su prenotazione per gruppi, scolaresche, associazioni (minimo 10 partecipanti). Visite in lingua straniera su prenotazione. Per info e prenotazioni: LAPIS Archeologia-Storia-Arte-Ricerca lapisarcheologia@gmail.com
A Pilastri di Bondeno, nella campagna ferrarese, si scava una terramara di 3500 anni fa. Ricerche in diretta su Internet e in contemporanea mostra al museo Archeologico di Ferrara. L’ambra e il mito di Fetonte, Eridano e le Eliadi
Tre anni per dare un volto e una forma alla vita dei nostri antenati che più di tremila anni fa popolavano il Basso Polesine a un passo dal grande fiume in quello che oggi è la campagna ferrarese. È l’impegno assunto dalla soprintendenza ai Beni archeologici dell’Emilia Romagna che ha firmato quest’estate una convenzione con Comune di Bondeno, associazioni locali e una équipe interdisciplinare di archeologi delle Università di Padova e di Ferrara, per l’indagine archeologica del fondo Verri di Pilastri di Bondeno, uno dei più antichi siti noti della provincia di Ferrara, e che nella prima campagna di scavo in corso ha già restituito – tra l’altro – frammenti di ambra che portano immediatamente ai miti di Fetonte, di Eridano e delle sorelle Eliadi, leggende legate indissolubilmente con la pianura Padana e il fiume Po.
A Pilastri ci sono infatti i resti di un insediamento dell’Età del Bronzo medio e recente (3600-3200 anni fa), con caratteristiche affini ai villaggi della “civiltà delle Terramare” documentati nella pianura Padana centro-occidentale. Non è un caso che il progetto scientifico lanciato da questa importante quanto poco percorsa collaborazione tra enti pubblici, università, soprintendenza, associazioni, sponsor privati, e il coinvolgimento diretto della cittadinanza-pubblico perché si “appropri” di un bene identitario della comunità, sia lo studio, la conservazione-salvaguardia e la valorizzazione della “Terramara di Pilastri”, già interessata lo scorso anno e nel 1989 da una serie di indagini che ne hanno messo in luce la natura e l’interesse archeologico.
Le Terramare (il termine deriva da terra marna che in dialetto emiliano significa “terra grassa” con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, tipica dei depositi archeologici pluristratificati) erano antichi villaggi dell’età del bronzo media e recente (1650-1150 a.C.) dell’Emilia e delle zone di bassa pianura Padana. Espressione dell’attività commerciale dell’età del Bronzo, sono insediamenti lungo una via che attraversava le Alpi nella Val Camonica e giungeva alle sponde del Po, dove venivano costruite le terramare che fungevano da depositi e punti di partenza delle merci costituite da ambra del mar Baltico e stagno dai monti Metalliferi, con direzione lungo il Po fino alla foce e all’Adriatico, verso il mar Mediterraneo orientale, l’Egeo, Creta, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto.
“L’indagine”, spiegano i promotori, “inserita nel più ampio progetto denominato “Memoria & Terremoto” perché nato direttamente dall’esperienza post-sisma, ha tuttavia un importante obiettivo sociale oltre che scientifico, già messo in pratica nelle indagini preliminari del 2013, quello di condividere il più possibile l’esperienza di scavo col pubblico, in modo da far sì che il passato rimesso in luce dall’archeologia sia percepito come una realtà attuale e condivisa; come parte integrante di una identità sempre di più collettiva e, al tempo stesso, come nuova potenziale risorsa e prospettiva di sviluppo attraverso la riscoperta delle radici e delle peculiarità del territorio”.

Allo scavo archeologico partecipano ricercatori e studenti delle università di Padova e di Ferrara, e membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara
Dal 15 settembre e fino al 31 ottobre la Terramara di Pilastri è oggetto della prima campagna di scavo, diretta dalla soprintendenza in collaborazione con la ditta Petra di Padova, cui partecipa un nutrito gruppo di ricercatori e studenti provenienti dalle università di Padova e di Ferrara, con il supporto di alcuni membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara. “L’indagine”, sottolineano in soprintendenza, “si avvale di tecniche d’avanguardia volte non soltanto a raccogliere ulteriori informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’insediamento ma, soprattutto, a indagare e ricostruire le modalità di vita della popolazione e l’ambiente che caratterizzava l’epoca della terramara, riservando particolare attenzione agli aspetti bio-archeologici, al fine di ricomporre nel dettaglio l’alimentazione e le forme di sussistenza dei nostri antenati”. Il progetto, ricorda il sindaco di Bondeno, Alan Fabbri, presente all’avvio delle ricerche, è stato possibile “grazie alla disponibilità dei proprietari e conduttori del terreno – in primis Giuseppe Papi – e al cospicuo contributo messo a disposizione dal comune di Bondeno e da ulteriori sponsor individuati sul territorio cui, si spera, altri se ne vorranno aggiungere nel prosieguo dell’iniziativa”.

Lo scavo archeologico è attento a ogni dettaglio che il terreno restituisce per capire meglio i nostri antenati
“Tra gli obiettivi principali dell’indagine”, interviene il direttore dello scavo, Valentino Nizzo della soprintendenza ai Beni archeologici dell’’Emilia Romagna (SBAER), “non vi è solo quello di raccogliere ulteriori informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’insediamento ma, soprattutto, di indagare e ricostruire le modalità di vita della popolazione e l’ambiente che caratterizzava l’epoca della terramara, vale a dire fra i 3600 e i 3200 anni fa”. Non è un caso che l’équipe scientifica mette in campo le più aggiornate tecniche d’indagine bioarcheologica al fine di ricomporre nel dettaglio l’alimentazione e le forme di sussistenza dei nostri antenati. E poi, come già accennato, c’è l’idea, già sperimentata nelle prospezioni del 2013, di condividere il più possibile l’esperienza di scavo col pubblico, in modo da far sì che il passato rimesso in luce dall’archeologia sia percepito come una realtà condivisa, come parte integrante di una identità sempre di più collettiva e, al tempo stesso, come nuova potenziale risorsa e prospettiva di sviluppo attraverso la riscoperta delle radici e delle peculiarità del territorio. “Abbiamo creato un apposito network”, spiegano gli archeologi, “una finestra sul progetto accessibile da tutti gli interessati attraverso il portale terramarapilastri.com, un modo per coinvolgere virtualmente il pubblico non solo locale e invogliare chi vorrà a visitare gratuitamente lo scavo e a partecipare a tutte le iniziative che, fino al 31 ottobre, impegneranno sul sito archeologi e volontari”.

Giù in questa prima campagna di scavo ufficiale sono molti i reperti restituiti dalla terramara di Pilastri
Ma col 31 ottobre sulla terramara di Pilastri non cala il silenzio, anzi. Un paio di settimane dopo l’avvio della campagna di cavo 2014, e precisamente il 4 ottobre, nella Sala delle Carte Geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara, alla presenza del sindaco Alan Fabbri e dell’archeologo Valentino Nizzo, responsabile degli scavi, è stata inaugurata la mostra fotografica e archeologica “Archeologia a Pilastri Ieri e Oggi. Con le mani nella terra”, un racconto attraverso foto e reperti archeologici inediti che illustra i vari momenti dello scavo della terramara di Pilastri, dagli esordi nel 1989 fino alla recente ripresa delle indagini del 2013, culminata con la sottoscrizione della convenzione triennale tra Comune e soprintendenza. La mostra, promossa dal Comune di Bondeno e dalla soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna, con la collaborazione dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara e dell’associazione Bondeno Cultura, è stata organizzata e allestita sotto la direzione scientifica di Valentino Nizzo (SBAER), con il contributo e la collaborazione di Giulio Pola, Stefano Tassi (foto e allestimento), Giulia Osti, Margherita Pirani e Lara Dal Fiume (curatela, comunicazione e allestimento). Restauri: Valentina Guerzoni.

La terramara di Pilastri ha restituito ambra che rimanda al mito padano di Fetonte, Eridano e le Eliadi
Fino al 30 novembre reperti e fotografie racconteranno, in un percorso organico, in cosa consiste il lavoro dell’archeologo e non solo, descrivendo visivamente tutte le attività che a esso sono e devono essere correlate: dalla ricognizione allo scavo passando per la comunicazione e la didattica. Le fotografie sono state realizzate nel corso della campagna del 2013 da Stefano Tassi e Giulio Pola, tra i protagonisti dell’iniziativa sin dal suo avvio, insieme ai volontari dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara che hanno contribuito alla realizzazione delle ricerche e, soprattutto, alle iniziative didattiche ad esse correlate, nelle quali sono stati finora coinvolti giovani alunni delle scuole elementari e medie del territorio di Bondeno e di quelli limitrofi. Il tutto – come si diceva – mentre a Pilastri, dal 15 settembre, sono riprese le attività didattiche e quelle di scavo. Con tempismo privo quasi di confronti, una parte dei rinvenimenti più significativi effettuati nel villaggio terramaricolo è stata esposta in mostra, pochi giorni dopo essere riemerso da quasi 3500 anni di oblio. Tra di essi spiccano alcuni frammenti di ambra, di probabile provenienza baltica, che riportano d’attualità le antiche leggende relative a Fetonte, all’Eridano (antico nome del Po) e alle lacrime delle Eliadi, sue sorelle. Gli antichi localizzavano proprio lungo il Po le leggende sull’origine dell’ambra, che non sarebbe altro che le lacrime pietrificate delle sorelle di Fetonte, le Eliadi (che a loro volta erano state trasformate in pioppi), che piangevano lo sfortunato figlio del Sole, folgorato da Zeus per impedirne la corsa omicida col carro solare del padre. “L’obiettivo – conclude il sindaco di Bondeno – è di estendere a un pubblico il più ampio possibile la conoscenza di uno dei siti storici e archeologici più importanti della provincia, incoraggiando quanti non lo hanno già fatto a visitarlo mentre gli scavi e le attività che lo accompagnano sono ancora in corso”.
Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico. Convegno a Venezia
Come valorizzare il patrimonio culturale del territorio e come aumentare la fruizione dei siti archeologici già noti o dei potenziali siti archeologici ancora da studiare presenti nelle nostre comunità? Può il patrimonio archeologico aumentare la competitività territoriale anche in termini di sviluppo economico? A queste domande cercherà di rispondere il convegno “Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico” che si terrà nella giornata di mercoledì 19 marzo a Venezia, al Palazzo della Regione (ex Grandi Stazioni). Nel corso del convegno saranno presentati i risultati della ricerca “Metaprogetto” sviluppata dalle università di Padova, di Ca’ Foscari e Iuav nell’ambito del progetto europeo PArSJAd-Parco archeologico dell’Alto Adriatico, di cui la Regione del Veneto è capofila. Rivolto in particolare ad amministratori e ad operatori degli enti locali e del settore culturale, il convegno intende fornire strumenti di pianificazione territoriale e di gestione dei beni storico-culturali e paesaggistici, attraverso una fruizione più incisiva e mirata dei beni archeologici.
Il progetto Parco Archeologico dell’Alto Adriatico – PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto. Capofila del progetto è la Regione del Veneto, mentre il partenariato coinvolge 8 partner: l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna, il Comune di Bagnara di Romagna (RA), il Comune di Russi (RA), il Comune di Voghiera (FE), il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro dei Beni Culturali – Regione Friuli Venezia Giulia, il Narodni Muzej Slovenije (Museo Nazionale di Slovenia), l’Università del Litorale, Centro di Ricerche Scientifiche / Univerza na Primorskem, Znanstveno-raziskovalno središče e lo Zavod za varstvo kulturne dediščine Slovenije / Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia.
Partendo dall’esperienza maturata con PArSJAd nel laboratorio partecipato di archeologia nella pianificazione ad Altino, nel Veneziano, la ricerca mette a fuoco modalità di riconoscimento delle potenzialità culturali, turistiche ed economiche dei territori offrendo spunti pratici per sperimentazioni locali. Uno specifico modulo sarà dedicato al management del patrimonio archeologico nella prospettiva della competitività territoriale. Nel pomeriggio la tavola rotonda moderata da Vincenzo Tiné, Soprintendente per i beni archeologici del Veneto, vedrà la presenza, tra gli altri, di Italo Candoni di Confindustria Veneto, di Marco Tamaro della Fondazione Benetton Studi Ricerche, di Irena Lazar dell’Università di Capodistria e dei sindaci del Comune di Ariano nel Polesine, di Concordia Sagittaria e di Quarto d’Altino. Al termine della giornata sarà consegnato in anteprima ai partecipanti il volume Archeologia e paesaggio nell’area costiera veneta: conoscenza, partecipazione e valorizzazione, che condensa in 140 pagine ricche di esempi pratici i risultati della ricerca.
Il progetto PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto.
“Le sculture romane del museo archeologico nazionale Concordiese” di Elena Di Filippo Balestrazzi
L’occasione è di quelle ghiotte per incontrare alcuni dei massimi esperti di arte classica, collezionismo antiquario e museografia e al contempo visitare uno dei complessi archeologici più importanti del Veneto, quello di Concordia Sagittaria con il relativo Museo archeologico nazionale Concordiese di Portogruaro. Giovedì 27 febbraio 2014, dalle 10.30, nelle sale museali del municipio di Concordia Sagittaria, Elena Francesca Ghedini, direttore del dipartimento di Archeologia dell’università di Padova, e Irene Favaretto (Università di Padova) presenteranno il volume “Le sculture romane del Museo Nazionale Concordiese” di Elena Di Filippo Balestrazzi. Seguirà, dalle 15, una visita guidata al museo nazionale Concordiese di Portogruaro, alla presenza dell’autrice (ingresso gratuito).
Il museo di Portogruaro è nato per ospitare le consistenti raccolte di reperti archeologici provenienti dalla città di Iulia Concordia. In occasione del recente riordino degli archivi del museo, voluto dalla direzione generale per favorire lo studio e la comprensione dei materiali conservati, l’autrice si è dedicata allo studio delle sculture muovendo dalla storia dell’acquisizione e dell’inventariazione di ogni reperto. Le schede elaborate comprendono descrizione dello stato di conservazione, analisi stilistica e iconografica, confronto con la bibliografia disponibile. L’autrice considera, in relazione alle diverse datazioni, talvolta problematiche, l’individuazione dei personaggi rappresentati, le funzioni probabili, l’esistenza di botteghe locali, i rapporti con le tradizioni ellenistica, nord-adriatica, italica e romana, le possibilità di una precoce “romanizzazione” precoloniale. La collezione storica del museo si compone di più “anime”; un nucleo si costituì a partire dalla fine del ‘700 con la raccolta Muschietti, una famiglia di collezionisti locali.
La raccolta, nella seconda metà dell’800, venne donata, per lascito testamentario, al Comune di Portogruaro che la conservò presso il Municipio. Sullo scorcio del XIX secolo, a seguito dei fortunati scavi nell’area urbana e nel cd. “Sepolcreto dei militi” di Concordia Sagittaria, grazie all’attività di Dario Bertolini e su volere di Giuseppe Fiorelli, all’epoca a capo della Direzione Generale per gli scavi e i monumenti, si procedette con l’individuazione di una struttura consona in cui raccogliere il materiale di nuovo rinvenimento e quello dislocato nelle diverse sedi concordiesi (Municipio) e portogruaresi (Seminario, casa Muschietti). Il Comune acquisì l’area di via Seminario, di proprietà del Seminario vescovile, ed il Ministero finanziò la costruzione del Museo Concordiese, la cui prima pietra venne posta nel 1885 e che fu poi inaugurato il 28 ottobre 1888. Il Museo, riaperto completamente nel 1986 dopo lavori di restauro e di parziale riallestimento, presenta oggi un’esposizione del materiale rinnovata nelle vetrine, mentre nella sala dei reperti lapidei si è mantenuto il vecchio ordinamento che costituisce di per sé una suggestiva testimonianza dell’approccio collezionistico dell’epoca.
Atrio. L’atrio ospita interessanti manufatti lapidei, tra i quali degno di nota è il rilievo con tre littori, vestiti di tunica corta e di mantello, facenti parte di una più ampia scena di sacrificio. E’ datato al I sec. d.C. Un’ara intitolata a Marcus Acutius Noetos presenta sui fianchi bellissimi bassorilievi rappresentanti due uccelli ai lati di un vaso da cui escono tralci di vite animati da uccellini. Da un pezzo segato di quest’ara è stata ricavata nel XIII secolo una scultura raffigurante una Madonna in trono con Bambino, la cui pertinenza all’ara si deve a Dario Bertolini.
Sala 1 (Basilica).La sala ospita la maggior parte dei reperti provenienti da Concordia. I materiali sono esposti lungo le navate di sinistra e di destra, secondo un ordine cronologico progressivo. Nella navata centrale si distinguono frammenti di parti architettoniche di edifici pubblici (come parte dell’architrave riferita al teatro della città con iscrizione del I sec. d.C.); capitelli e rocchi di colonne; reperti della necropoli romana di Concordia che si sviluppava lungo la via Annia fuori dalla cinta muraria (stele architettoniche ad edicola – come quella della famiglia dei Cornelii -, cippi sepolcrali – come quello di F. Galla, detto anche del porcinarius, in cui sono rappresentati una coscia di maiale e gli attrezzi del mestiere -, frammenti di soffitti di camere funerarie – come quella a cassettoni, decorata al centro dalla scena di Ganimede rapito dall’aquila); spicca su tutti la statua femminile acefala in marmo di Luni, forse pertinente ad un ciclo statuario, in prossimità della quale sono esposti pavimenti musivi a motivi geometrici del I sec. d.C. e a motivi figurati (Tre Grazie) del III sec. d.C. Nella navata sinistra sono numerose le iscrizioni, sia pagane sia cristiane, relative a semplici cittadini o a notabili che nel centro cittadino occuparono cariche pubbliche: le iscrizioni sono incise su basi la cui collocazione museale lungo la navata serve per ricordare la loro collocazione originaria lungo le strade e negli spazi pubblici più importanti della città. Nella navata destra, infine, si trova la maggior parte dei reperti (sculture, sarcofagi, stele, iscrizioni databili tra la fine del IV ed il V sec. d.C.) rinvenuti nel “Sepolcreto dei militi” scavato tra il 1873 ed il 1876: è esposta una scelta dei 260 sarcofagi lì originariamente presenti e reinterrati.




















































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