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Due scoperte in pochi giorni a Paestum: nel santuario di Athena una testa tardo-arcaica, forse parte di una metopa; nel tempio della Pace un frammento di scultura architettonica

Il santuario di Atena a Paestum (foto parco archeologico di Paestum)

Due scoperte archeologiche nel giro di pochi giorni a Paestum, due sorprese che hanno fatto esultare gli archeologi impegnati nelle ricerche nel parco archeologico diretto da Gabriel Zuchtriegel. Meno di una settimana fa è riemersa una testa tardo-arcaica in pietra dal santuario di Athena, dove lavora l’università di Salerno con un’attenzione anche per gli appassionati. Tutti i giorni, infatti, sarà possibile visitare lo scavo in corso. L’appuntamento è dal lunedì al venerdì, dalle 12 alle 12.30, per poter osservare gli archeologi al lavoro e dialogare sui temi dell’archeologia e della ricerca archeologica di Paestum. E ieri è stato scoperto un altro frammento importante: questa volta si tratta di una testa in travertino emersa durante le indagini portate avanti dall’università di Bochum nel cosiddetto tempio della Pace. Ma vediamo meglio le due scoperte.

Il frammento di testa tardo-arcaica in pietra scoperto nel santuario di Athena a Paestum dagli archeologi dell’università di Salerno (foto parco archeologico di Paestum)

L’archeologo Fausto Longo

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

La scoperta di un frammento di scultura arcaica nel santuario di Athena è avvenuta nei primissimi giorni di scavo degli archeologi dell’università di Salerno, diretti da Fausto Longo. Quello riportato alla luce è un volto posto di tre quarti; il materiale pare sia lo stesso con il quale furono realizzati alcuni elementi decorativi del tempio di Athena. Il fatto che la superficie posteriore del reperto si presenti non rifinita conduce gli studiosi a ritenere che si possa trattare di un frammento di una lastra architettonica, forse una metopa; sarebbe la prima recuperata nel santuario della dea guerriera. Il rinvenimento si inquadra in un più ampio progetto di studi sul santuario di Athena volto a indagare l’area sacra, in particolare le fasi più antiche. “Per nostra fortuna non tutto il santuario è stato scavato negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso, ed esistono ancora aree intatte da indagare”, dichiara Fausto Longo, direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Salerno. “Anche quest’anno, l’équipe di ricerca salernitana sta scavando l’edificio Sud-Est al quale erano state attribuite le terrecotte architettoniche esposte nel Museo, tra i documenti più antichi provenienti da questa zona dell’area archeologica”. E il direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel: “La scoperta del frammento è la dimostrazione che a Paestum c’è ancora tanto da indagare e da scoprire sulla storia di questa città. Finora la scultura in pietra da Paestum è nota soprattutto dal santuario di Hera alla Foce del Sele, ma non è detto che il quadro non possa cambiare in futuro, anche perché sappiamo che il tempio cosiddetto Basilica con molta probabilità aveva metope scolpite: dovevano essere un centinaio, di cui finora non abbiamo traccia. La scoperta dei colleghi salernitani riapre la questione anche per il santuario di Athena”.

La testa in travertino, frammento di una scultura architettonica, scoperto nel cosiddetto Tempio della Pace a Paestum dagli archeologi dell’università di Bochum (foto parco archeologico di Paestum)

L’archeologo Jon Albers

Potrebbe essere un elemento di scultura architettonica la testa di travertino scoperta a Paestum. Il rinvenimento è avvenuto durante una campagna di scavi stratigrafici promossa dall’università di Bochum in Germania in collaborazione con il parco archeologico di Paestum e su concessione del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo. “La finalità del progetto è di indagare meglio il cosiddetto Tempio della Pace”, dichiara Jon Albers, professore dell’università di Bochum, “ma abbiamo trovato anche elementi di un’epoca precedente”. Come spiega Zuchtriegel: “In questi giorni stiamo recuperando importanti informazioni sulla scultura in pietra da Poseidonia. Il nostro auspicio è che, con il prosieguo della ricerca, riusciremo a ricostruire un quadro più dettagliato su questa forma di espressione artistica, finora poco nota a Paestum”. Gli scavi nel cosiddetto Tempio della Pace, sul Foro romano di Paestum, continueranno ancora fino agli inizi di ottobre. Gli archeologi sperano di ottenere ulteriori elementi per inquadrare la scoperta in un contesto più ampio.

Preistoria. Nelle acque salentine dell’area protetta di Torre Guaceto una missione archeologica subacquea italo-tedesca cerca l’anello mancante tra le origini mesopotamiche delle immagini e il suo ritrovamento in Germania del famoso Disco di Nebra, la più antica raffigurazione del cielo

L’area marina protetta di Torre Guaceto (Brindisi) con insediamenti protostorici fortificati

Il team di ricercatori impegnati nelle ricerche archeologiche subacquee del progetto Disco di Nebra

È la più antica raffigurazione del cielo: un’opera dallo straordinario valore storico e archeologico. Stiamo parlando del famoso Disco di Nebra, su lastra in bronzo con lamine d’oro: fu deposto intorno al 1600 a.C. tra i boschi del Mittelberg (Germania), dove fu rinvenuto nel 1999 da clandestini insieme ad armi e ornamenti in bronzo. E oggi è conservato nel museo archeologico di Halle. Ma le origini delle immagini, la rappresentazione dei fenomeni astronomici sul disco di Nebra non sono dei popoli del Centro-Europa dell’età del Bronzo ma vanno ricercati in Egitto e in Mesopotamia. Per trovare un collegamento del Disco di Nebra con il Vicino Oriente i ricercatori dell’università di Halle stanno cercando indizi al largo della costa brindisina e leccese, utilizzando SeaCat, un modernissimo veicolo autonomo sottomarino progettato e messo a disposizione da Atlas Elektronik. I ricercatori della Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt di Halle, della soprintendenza tedesca e di quella di Brindisi Lecce Taranto hanno iniziato le ricerche archeologiche subacquee nell’area marina protetta di Torre Guaceto; si proseguirà a Roca Vecchia di Melendugno. “Si cerca il collegamento mancante”, spiega François Bertemes, docente di archeologia preistorica alla Martin-Luther Universität di Halle -. Sappiamo che le origini delle immagini, la rappresentazione dei fenomeni astronomici sul disco di Nebra sono in Egitto e in Mesopotamia. Ma non sappiamo in che modo questa informazione è arrivata in Europa”.

Il famoso disco di Nebra (museo di Halle, in Sassonia) dell’età del Bronzo, una delle più antiche rappresentazioni del cielo

Il Disco di Nebra. La piastra metallica, di forma quasi circolare, con un diametro di circa 32 centimetri, uno spessore di 4,5 mm al centro e di 1,7 mm sul bordo, pesa circa 2 kg, ed è costruita in bronzo, una lega di rame e stagno. Le applicazioni in lamina d’oro presentano una tecnica particolare di lavorazione ad intarsio e sono state aggiunte e più volte modificate. Grazie ad altri ritrovamenti (spade di bronzo, due asce, uno scalpello e frammenti di un bracciale a forma di spirale) è presumibile che il disco sia stato sotterrato intorno al 1600 a.C., mentre la data di fabbricazione viene stimata tra il 1700 e il 2100 a.C. Queste applicazioni consistevano inizialmente in 32 piccole placche rotonde, e due più grandi, una rotonda e una a forma di falce; sette delle placche più piccole sono raggruppate in alto tra le due maggiori. Più tardi sul bordo destro e sinistro furono applicati i cosiddetti archi dell’orizzonte, costituiti da oro estratto in altri luoghi, meno puro dal punto di vista chimico; per poterli applicare una delle placche più piccole fu spostata dalla parte sinistra verso il centro, e altre due sulla parte destra furono ricoperte; così, oggi sono visibili solo 30 placche minori. In un ultimo tempo è stato aggiunto un altro arco sul bordo inferiore, ancora una volta con oro di diversa provenienza. Questa specie di barca solare è formata da due linee quasi parallele con sottili tratteggi intagliati sugli angoli esterni. Secondo l’interpretazione dell’archeologo Harald Meller (Ente per l’Archeologia e la conservazione dei monumenti storici di Halle) e dell’ astronomo Wolfhard Schlosser (università di Bochum) le placche più piccole rappresentano le stelle, e il gruppo di sette rappresenta forse le Pleiadi visibili nella costellazione del Toro. Si ritiene che le altre 25 non siano astri, ma semplici decorazioni. Il disco maggiore in un primo momento fu considerato il Sole ma anche la Luna, mentre la falce era la luna crescente. L’insieme dei corpi celesti nel cielo ad ovest, poco prima del tramonto, formato a periodi alterni dalle Pleiadi con la Luna crescente e con la Luna piena, nell’età del bronzo coincideva, rispettivamente, con il 10 marzo e il 17 ottobre; perciò il disco potrebbe essere servito a ricordare il periodo adatto per i lavori dell’agricoltura, dalla preparazione del terreno fino al termine del raccolto.

“La missione prende il via nelle acque della Riserva sulle cui coste sono presenti due insediamenti protostorici fortificati, Torre Guaceto e scogli di Apani, realizzando una mappatura completa dei fondali attorno a essi”, interviene Rino Scarano, specialista per gli studi sull’età del Bronzo in Puglia, archeologo del Consorzio di Gestione di Torre Guaceto che, insieme al Comune di Melendugno, sostiene questa ricerca archeologica subacquea nell’ambito del progetto di cooperazione internazionale siglato tra i due uffici di soprintendenza, con Atlas Elektronik GmbH di Brema sponsor tecnologico del progetto, in collaborazione con il Cetma di Mesagne. E la soprintendente Maria Piccarreta: “La soprintendenza con il Consorzio di Torre Guaceto e l’Amministrazione comunale di Melendugno guidano, da qualche tempo, un rinnovato fermento culturale in questi luoghi. Grazie a questa ricerca l’attenzione si concentrerà in particolare sul ricco patrimonio subacqueo prospiciente Torre Guaceto e Roca Vecchia. La ricognizione eseguita con i colleghi tedeschi ci permetterà di svelare qualche mistero su queste affascinanti vicende che legano sorprendentemente il nostro Salento alla Germania, dove si trova oggi il disco”. Conclude Corrado Tarantino, presidente del Consorzio: “Torre Guaceto ed il suo immenso patrimonio naturalistico ed archeologico non smettono di stupirci. Siamo orgogliosi di far parte della cordata che ha dato vita a questa missione. Attendiamo i risultati della ricerca e, come sempre, lavoriamo tutti uniti per la tutela di Torre Guaceto in tutte le sue parti e la sua promozione”.