Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA” appuntamento on line con l’archeologo Paolo Gull (Università del Salento) su “Convenzione di Faro: una sfida fra locale e globale”, introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale

A quasi un anno dalla ratifica italiana della “Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società”, stipulata nella città portoghese di Faro il 27 ottobre del 2005, se ne torna a discutere in un luogo come il museo Archeologico nazionale di Taranto che dei processi partecipati ha fatto una sua mission. Appuntamento il 27 ottobre 2021, alle 18, nell’ambito dei “Mercoledì del MArTA”, con la relazione del prof. Paolo Gull, professore associato di Metodologia e tecnica della ricerca archeologica dell’università del Salento, su “Convenzione di Faro: una sfida fra locale e globale” che si terrà on-line, in diretta sui canali YouTube e Facebook del MArTA. “La Convenzione di Faro”, chiarisce la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, che curerà l’introduzione dell’appuntamento, “stabilisce un concetto chiave per il patrimonio culturale di un paese perché incoraggia a riconoscere che gli oggetti e i luoghi sono importanti per i significati e gli usi che le persone attribuiscono loro e per i valori che rappresentano. Essa offre una struttura per coinvolgere la società civile nei processi decisionali e di gestione relativi al contesto del patrimonio culturale”.


Paolo Gull (università del Salento)
La “convenzione” venne approvata nel 2005 nella città portoghese di Faro con l’intenzione di fare della cultura uno strumento di pace in linea di pensiero con le Convenzioni UNESCO del 2003 sulla protezione del patrimonio culturale immateriale e la promozione della diversità delle espressioni culturali. Il retroterra storico è rappresentato dalla guerra combattuta tra i paesi dell’ex Jugoslavia dal 1991 al 2001, durante la quale ricchezze del patrimonio culturale, come il ponte di Mostar o la Biblioteca di Sarajevo, vennero distrutte, in quanto simbolo della storia e dell’identità dell’etnia da debellare. E il prof. Gull: “La Convenzione quadro sul valore del patrimonio culturale per la società (Faro 2005) contiene numerosi concetti innovativi che hanno avuto però, nel nostro Paese, un’accoglienza contrastata. Tali principi sono in realtà profondamente radicati nei presupposti teorici e metodologici delle nostre discipline e pongono una serie di problemi rispetto alla gestione tradizionale dei beni culturali italiani (e non solo) che vanno affrontati, pena la perdita di contatto tra il patrimonio culturale e la società civile. Tuttavia, fare propri i principi della convenzione non può ridursi ad una loro accettazione acritica perché questi vanno a definire una nuova frontiera di sollecitazioni ponendo questioni inedite in cui la dimensione locale e territoriale del patrimonio culturale si confronta con lo scenario globale disegnato dal mondo del XXI secolo”.
Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Flavia Frisone, dell’università del Salento, sulla storia del colosso di Eracle: “Un eroe per la Magna Grecia. Eracle, Taranto e la politica dell’immagine”

Storia del colosso di Eracle e di una identità da ritrovare: è il tema affrontato il 31 marzo 2021 per l’ultimo appuntamento di marzo dei “Mercoledì del MArTa”. Alle 18, sul canale YouTube e sulla pagina Facebook del museo Archeologico nazionale di Taranto la prof.ssa Flavia Frisone, dell’università del Salento, introdotta dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, parlerà di “Un eroe per la Magna Grecia. Eracle, Taranto e la politica dell’immagine”. “La conferenza”, anticipa la direttrice Eva Degl’Innocenti, “permetterà di mettere in luce i processi socio-culturali e geo-politici della costruzione identitaria della città di Taranto in diverse fasi della sua storia”.


La prof.ssa Flavia Frisone dell’università del Salento
I leoni di San Marco a Venezia, il Colosseo a Roma, o l’Arena a Verona, ma anche la statua della libertà a New York e l’Opera House di Sidney. Da sempre le città vengono riconosciute soprattutto grazie ai simboli iconici espressi attraverso la statuaria o l’architettura. Accadde anche a Taranto, che – va ricordato – tra IV e III sec. a.C. è stata la capitale culturale del Mediterraneo occidentale: ebbene, nel IV a.C. i tarantini commissionarono proprio ad uno dei più grandi maestri di arte statuaria, Lisippo, la grande statua in bronzo di Eracle, alta circa 5 metri e posizionata sull’acropoli. L’Eracle bronzeo fu per tanto tempo il simbolo di una città che seppe raggiungere splendore e potenza, fino alla definitiva conquista da parte dei Romani con il generale Quinto Fabio Massimo: con la caduta sotto i Romani, Taranto fu spogliata anche di numerosi monumenti e ricchezze. Fu proprio in quegli anni che la statua dell’eroe, simbolo e immagine della potenza tarantina, finì per adornare l’area del Campidoglio, prima di arrivare con le crociate a Costantinopoli ed essere rifusa. “Seguiremo le testimonianze di quella che costituisce una vera e propria costruzione identitaria della città in diverse fasi della sua storia”, spiega Flavia Frisone, “per divenire, attraverso culti, nomi, immagini, una precisa strategia comunicativa e diplomatica che accompagnò l’affermazione di Taranto come città egemone dell’Italia meridionale greca e non greca. Il tema è solo apparentemente erudito e “antiquario” – conclude –. Esso pur parlandoci della specificità di linguaggio delle relazioni politiche e diplomatiche antiche, rivela la modernità di alcuni percorsi storici o, forse, il cuore antico di quelli che oggi chiamiamo processi di globalizzazione”.
Dantedì on line al museo Archeologico nazionale di Taranto: al mattino concerto, al pomeriggio Beatrice Stasi parlerà de “Il vate e i vaticini: su Inferno XX” sul rapporto tra il Sommo Poeta e il mito di Anfiarao
Al museo Archeologico nazionale di Taranto tutto pronto per l’incontro con Dante. Anche il museo Archeologico nazionale di Taranto celebra il 700.mo anniversario della morte di Dante Alighieri con la ricorrenza del DanteDì del 25 marzo 2021. Per l’occasione, nella giornata celebrativa istituita nel 2020 dal MiBACT, i versi di Dante Alighieri incontrano i miti e le storie, raccontate all’interno del museo Archeologico nazionale di Taranto. “Non c’è un reperto riferito direttamente a Dante”, dice Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA, “ma c’è di più. C’è il richiamo alla storia che il sommo poeta amava tanto, la stessa che ispirò i suoi versi, e che crea un collegamento straordinario tra la sua scrittura e le nostre collezioni”. Così il MArTA sceglie gli Inferi per celebrare il padre della lingua italiana, ma anche l’uomo e lo studioso che raccontò meglio le virtù e le debolezze degli umani nella sua Divina Commedia.

“Tra Dante e il Museo si staglia la figura di Anfiarao, l’indovino di Argo che tentò inutilmente di opporsi alla spedizione dei Sette contro Tebe perché ne aveva previsto l’insuccesso”, spiega la direttrice. “Dante lo incontra nel Canto XX dove tratta di indovini, sortilegi e incantatori. Ma Anfiarao è anche al centro della Sala IX al primo piano del museo Archeologico nazionale di Taranto, in uno dei capolavori assoluti della ceramografia apula: ovvero il monumentale cratere a mascheroni a figure rosse attribuito al Pittore di Dario databile intorno al 330 a.C. Dante racconta, anche grazie alle informazioni assunte dalla Tebaide di Stazio, dell’arrivo all’Inferno al cospetto del giudice Minosse di Anfiarao. Il cratere, rientrato in Italia nel 2009 grazie a una restituzione del Cleveland Museum of Art, è invece la fotografia della sua partenza. Qui il mitico guerriero e indovino indossa l’armatura, impugna la lancia e lo scudo e sale sulla quadriga che lo porterà alla guerra, ma anche alla morte. L’inizio e la fine di una storia che Dante stigmatizzerà ponendo proprio l’indovino di Argo, tra coloro che sono costretti per contrappasso a guardare solo indietro “perché volse veder troppo davante” (v. 37). Due capolavori saranno in correlazione – specifica la direttrice del museo, Eva Degl’Innocenti – fornendo alle celebrazioni dantesche anche un ulteriore elemento di approfondimento e rarità narrativa”.

Sotto gli hashtag ufficiali #DanteDì e #IoLeggoDante, nella giornata del 25 marzo 2021, a partire dalle 11 del mattino e fino alla serata, il museo Archeologico nazionale di Taranto predispone una programmazione di eventi digitali che lo stesso MiBACT a livello nazionale ha voluto riconoscere. La mattina alle 11 in diretta dal primo piano del Museo, e sui canali Facebook e YouTube del MArTA, ci sarà un breve omaggio musicale ispirato alla figura e ai versi di Dante offerto dalle giovani musiciste del Conservatorio “Giovanni Paisiello” di Taranto, Giovanna Delfino (chitarra), Gabriella Caroli (flauto) e Flora Contursi (voce). Alle 18 sarà la volta, invece, dell’approfondimento che vuole mettere in evidenza possibili ambiguità e complicazioni del giudizio dantesco, che condanna agli Inferi chi ha la pretesa di profetizzare il futuro, oggetto della conferenza della professoressa Beatrice Stasi, docente di letteratura italiana all’università del Salento che parlerà de “Il vate e i vaticini: su Inferno XX”. La relazione si terrà nella sala conferenze del Museo. La conferenza sarà trasmessa in diretta sul canale Facebook e YouTube del museo Archeologico nazionale di Taranto.
Iran. Dopo 40 anni gli archeologi italiani tornano a Shahr-e Sokhta. Missione multidisciplinare dell’università del Salento nella Città Bruciata, il sito archeologico più esteso del Medio Oriente (oltre 150 ettari) scavata per la prima volta da Tosi (Ismeo) nel 1967

La collina di Shahr-e Sokhta, nel sud-est dell’Iran, sito dell’età del Bronzo nella valle dell’Helmand
Obiettivo Shahr-e Sokhta. Gli archeologi italiani tornano a fare ricerche dopo 40 anni nel sito della “Città Bruciata”, tra i più misteriosi e ricchi dell’Età del Bronzo, un insediamento urbano attribuibile alla Cultura di Jiroft, che si trova nella regione sud-orientale dell’Iran (non lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan), sul corso del fiume Helmand, lungo la strada che congiunge Zahedan a Zabol, nella regione del Sistan Balucistan. Docenti e ricercatori del dipartimento di Beni culturali dell’università del Salento, fino al 6 febbraio 2017, sono in Iran per indagini scientifiche nel sito archeologico, patrimonio dell’Umanità, e secondo per estensione dell’intero Medio Oriente. Giuseppe Ceraudo, Girolamo Fiorentino, Pierfrancesco Fabbri, Claudia Minniti, Veronica Ferrari e Paola Guacci, insieme al professor Enrico Ascalone dell’università di Copenhagen, conducono un progetto di ricerca multidisciplinare. L’accordo sottoscritto con l’Iran, nato per iniziativa di Francesca Baffi, docente di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico, autorizza l’ateneo salentino a operare e sviluppare il progetto di ricerca di concerto con le competenti autorità iraniane. La convenzione conferma le ottime relazioni tra Teheran e Roma nel settore culturale e dimostra la volontà di un loro rafforzamento da parte della Repubblica islamica. “Dal 1977 Shahr-i Sokhta”, spiegano i responsabili della missione, “è preclusa alla attività di ricerca di soggetti non iraniani: l’università del Salento, attraverso il dipartimento di Beni culturali, è dunque la prima istituzione non iraniana a essere coinvolta in indagini scientifiche nel sito dalla nascita della Repubblica Islamica”.

Una visione zenitale di Shahr-e Sokhta, sito frequentato dalla fine del IV all’inizio del II millennio a.C., che si estende su oltre 150 ettari
Il sito di Shahr-e Sokhta si estende su un’area di 151 ettari e rappresenta una delle più antiche e ampie città del mondo. L’insediamento si è sviluppato intorno al 3200 a.C. La sequenza cronologica della città è stata divisa in quattro periodi e dodici fasi. Nel corso della sua storia, ha subito almeno tre incendi, prima del completo abbandono del 1800 a.C. Portata alla luce nel 1915 dal britannico Orwell Stein, la città culla di una civiltà misteriosa e abitata tra il 3200 e il 1800 a.C., negli anni Sessanta del Novecento fu teatro del lavoro di una squadra di archeologi italiani, dell’Istituto per gli Studi Orientali e del Medioriente. Lo scavo sistematico è iniziato nel 1967 con l’archeologo ed esploratore italiano Maurizio Tosi. Gli italiani portarono alla luce oltre 200 tombe prima che il loro progetto venisse interrotto nel 1977. La popolazione viveva essenzialmente di commercio e di agricoltura. Le donne vivevano il doppio degli uomini. Lo hanno annunciato nel giugno 2009 gli archeologi iraniani: gli uomini della città morivano tra l’età di 35 e 45 anni, mentre le donne arrivavano pure agli 80 anni. Perciò la popolazione femminile era certamente superiore a quella maschile. La popolazione complessiva di Shahr-e Sokhta variava tra le 5mila e le 6mila unità. Il fatto che non siano state rinvenute armi nel sito ha suggerito la natura pacifica degli abitanti della città. Le ragioni della repentina scomparsa della città non sono ancora del tutto chiare. Nel 1997, gli esperti dell’Organizzazione iraniana per il Patrimonio Culturale (Ichto) iraniano hanno ripreso gli scavi nell’antico sito; vennero esaminate le zone più colpite dall’incendio fatale e più tardi, nel 1999, gli scavi inclusero pure le aree residenziali. Gran parte dei settori studiati, databili tra il 2700 e il 2300 a.C., hanno riportato alla luce centinaia di oggetti ed utensili che sono stati sottoposti allo studio dei ricercatori dell’Ichto.
Le scoperte più famose (in parte italiane) a Shahr-e Sokhta. Di certo la più famosa è il calice del cosiddetto “cartone animato”. Si tratta di un calice di argilla color crema, trovato nel 1983 da archeologi italiani in una tomba di 5mila anni fa, in cui ci sono cinque immagini consecutive che mostrano il movimento di una capra che si sta spostando verso un albero per mangiare le sue foglie. In pratica, facendo girare velocemente il calice e guardandolo, si può vedere quella che è stata la prima esperienza umana delle immagini animate. C’è poi la protesi all’occhio della principessa: nel dicembre 2006, gli studiosi hanno dissotterrato un bulbo oculare artificiale che apparteneva allo scheletro di una donna di 182 cm, probabilmente una principessa vissuta tra il 2900 ed il 2800 a.C.; il bulbo oculare ha una forma sferica con un diametro di poco più di 2,5 cm ed è di materiale leggero; la superficie è coperta con un sottile strato d’oro, inciso con un cerchio centrale per rappresentare la pupilla. L’occhio veniva tenuto fermo con un filo d’oro, che passava attraverso piccoli fori realizzati su entrambi i lati dell’occhio. Tra le curiosità, è stato rinvenuto il Backgammon più antico del mondo, completo con tanto di dadi e semi di cumino usati per giocare.
Archeologia subacquea. Allestito all’aeroporto di Palermo un angolo culturale con i “Codici” venuti dal mare: preziose testimonianze del commercio del lusso del XVIII secolo. L’obiettivo: promuovere il patrimonio culturale siciliano fin dall’arrivo al terminal

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo trovato nei fondali del Canale di Sicilia: nello stesso punto, dieci anni dopo, sono stati recuperati i “codici” del XVIII secolo
Era il luglio 1997 quando dai fondali del Canale di Sicilia il peschereccio “Capitan Ciccio”, della flotta marinara di Mazara del Vallo, comandato dal capitano Francesco Adragna, ripescava una gamba di una scultura bronzea. E quasi un anno dopo, a maggio, lo stesso peschereccio riportava a galla, da 500 metri sotto il livello del mare in cui era adagiata, gran parte del resto della scultura, che inizialmente si pensava rappresentasse Eolo e oggi è riconosciuta come il Satiro danzante di Mazara del Vallo. E proprio in quello stesso tratto di mare i fondali hanno restituito antichi Codici ora esposti all’aeroporto “Falcone e Borsellino” grazie a un accordo tra la soprintendenza del Mare dell’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e la Gesap, la società di gestione dello scalo palermitano, che punta a divulgare e promuovere il patrimonio culturale sommerso, sin dall’arrivo nel terminal.

La “Pietra di Palermo” conservata al museo Archeologico nazionale Salinas di Palermo: una copia è esposta all’aeroporto di Palermo

“Europa e il Toro” rappresentata su una piccola metopa dal tempio Y di Selinunte, conservata al Salinas di Palermo
Per lo scalo siciliano non è certo una “prima” assoluta. Attualmente infatti ospita due fedeli riproduzioni di altrettanti capolavori venuti dal passato: la “Pietra di Palermo” (frammento di una stele in diorite nera di fondamentale importanza per la ricostruzione delle fasi più antiche della storia egiziana: porta infatti inciso su entrambi i lati l’elenco dei faraoni d’Egitto dalla prima alla quinta dinastia, i nomi delle loro madri e il livello raggiunto anno per anno dalle piene del Nilo) e la piccola “Metopa da Selinunte” (proveniente dal tempio Y di Selinunte, quello delle piccole metope, è una delle più antiche rappresentazioni del mito di Europa ed il Toro di età arcaica in Occidente). Entrambi gli originali sono conservati al museo archeologico nazionale Salinas di Palermo, recentemente aperto al pubblico (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/28/palermo-il-museo-archeologico-nazionale-antonino-salinas-con-le-ricche-collezioni-di-arte-punica-e-greca-e-stato-riaperto-al-pubblico-dopo-un-lungo-restauro-oltre-duemila-reperti/). E ora dunque il “Falcone e Borsellino” si arricchisce di un altro spazio dedicato ad opere e reperti storici, con lo scopo di creare in anteprima un percorso del patrimonio storico/culturale dell’Isola.

Uno dei “codici” venuti dal mare: il libro in pergamena di 40 pagine, prezioso reperto del XVIII secolo
Il “Codice” da 40 pagine, prestigioso reperto del XVIII secolo, in pelle di razza, presentato in aeroporto dal soprintendente del mare Sebastiano Tusa, dal presidente e dall’amministratore delegato della Gesap, Fabio Giambrone e Giuseppe Mistretta, e da Alessandra De Caro, responsabile dell’unità operativa Divulgazione e promozione del patrimonio culturale sommerso, Museo del Mare – Arsenale della Marina Regia, è custodito in una teca allestita nei pressi del gate 15. In un’altra teca, invece, c’è il foglio unico di oltre tre metri in pelle di razza. I passeggeri potranno osservare da vicino tutta la bellezza dei due rari reperti. Lo spazio espositivo è inoltre arricchito da tutte le informazioni sul reperto, dal suo ritrovamento nei fondali del Canale di Sicilia agli studi e alla conservazione. “Un altro tesoro di particolare e singolare natura ci è stato restituito dal Canale di Sicilia e dalla marineria di Mazara del Vallo”, interviene il soprintendente Tusa, “e ora quel tesoro è possibile ammirarlo in aeroporto grazie a un rapporto proficuo che la soprintendenza del Mare della Regione siciliana è riuscita a tessere, evitando la dispersione di un patrimonio immenso e fondamentale per la conoscenza della comune civiltà mediterranea”. Ne sono convinti i responsabili Gesap, Giambrone e Mistretta: “Siamo certi che l’iniziativa piacerà ai viaggiatori, perché lo scalo aereo rappresenta la vetrina del territorio. Stiamo lavorando a un progetto per la creazione di una mostra permanente all’interno del terminal di ciò che i turisti potranno osservare visitando l’Isola, ricca di storia, arte e cultura”.

Il singolare “codice” esposto all’aeroporto di Palermo: un foglio di oltre 3 metri in pelle di razza
Sono due i “codici” del mare recuperati dai fondali siciliani nel 2008, probabilmente parte del carico di un vascello spagnolo destinato al commercio del lusso: uno, più piccolo, in fogli di pergamena classica, realizzati in pelle proveniente da ovini, certamente destinato secondo il soprintendente Tusa alla scrittura di documenti; l’altro, invece, più grande, con i fogli che si aprono a fisarmonica, è in pelle di razza, un pesce che risiede solo nei mari del Sud America. Una pelle rara, utilizzata nella Francia del XVIII secolo per realizzare oggetti di lusso e ornamento personale. Nulla, quindi, era scritto su queste pergamene. Ma allora perché sono così importanti? “Si tratta di oggetti unici nel loro genere – spiega Tusa – giunti a noi soltanto grazie alla profondità dei fondali in cui sono rimasti per secoli. La vita a 450 metri è rarefatta, quindi priva di quegli agenti che, altrimenti, li avrebbero aggrediti e distrutti in pochissimo tempo. Il fango che li copriva, ed il buio, hanno fatto il resto, realizzando una custodia naturale. Sono inoltre una rarissima testimonianza del mercato del lusso del tempo”. Lo studio in questi anni è stato affidato, soprattutto, ai laboratori dell’istituto centrale per il Restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario di Roma, al centro di Datazione e Diagnostica dell’università del Salento e al dipartimento di Biologia e Antropologia molecolare dell’Università di Firenze.





























Commenti recenti