Archivio tag | università Ca’ Foscari

L’Antico Egitto a Conegliano. Non solo mostra: al via gli incontri sui misteri, l’arte, le scoperte, la cosmogonia di Abido, a tu per tu con egittologi e esperti

L'immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell'Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier a Conegliano

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier a Conegliano

Paolo Renier l’aveva promesso e annunciato. Ed è stato di parola: Conegliano fino a dicembre si conferma fucina di studi e interessi sull’Antico Egitto. Così alla mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città sacra per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione; così oltre alla mostra, dicevamo, ora a Conegliano ci sono anche gli incontri di approfondimento con famosi egittologi e studiosi sulla città sacra di Abido, il culto di Osiride, le implicazioni teogoniche e cosmogoniche dell’Antico Egitto, e molti altri temi suggeriti dalla mostra. Non dimentichiamo infatti che proprio ad Abido i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, che ad Abido i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, che ad Abido per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Così dopo esserci inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto, quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti, e che oggi possiamo conoscere seguendo il percorso della mostra di Palazzo Sarcinelli, ci si può fermare a Conegliano anche per conoscere da vicino chi questo mondo affascinante – che si è sviluppato lungo le sponde del Nilo – lo studia da vicino.

L'egittologo Emanuele Ciampini di Ca' Foscari apre gli incontri culturali sull'Antico Egitto a Conegliano

L’egittologo Emanuele Ciampini di Ca’ Foscari apre gli incontri culturali sull’Antico Egitto a Conegliano

Si inizia venerdì 10 ottobre. Alle 18, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano: il professor Emanuele Ciampini, egittologo dell’università Ca’ Foscari di Venezia, affronterà gli “Aspetti del culto di Osiride”, un tema più che propedeutico alla mostra. Il sabato della settimana successiva, 18 ottobre, alle 17, ma stavolta in sala consiliare del Comune di Conegliano, toccherà al professor Attilio Scienza, docente di Viticultura all’università di Milano, con un incontro destinato a suscitare l’interesse del pubblico: l’esperto collegherà – come già succede con una sezione della mostra – le conoscenze dell’Antico Egitto con la vocazione vitivinicola del territorio di Conegliano: “Nella vigna del faraone: vite e vino nell’Antico Egitto”.

Una ricostruzione dell'Osireion di Abido, la cosiddetta tomba di Osiride: un unicum nell'architettura dell'Antico Egitto

Una ricostruzione dell’Osireion di Abido, la cosiddetta tomba di Osiride: un unicum nell’architettura dell’Antico Egitto

Si passa quindi all’ultimo venerdì del mese, il 31 ottobre, alle 18.30, ancora in sala consiliare del Comune di Conegliano, con un incontro che ci porterà direttamente nelle segrete cose dei faraoni e dei gran sacerdoti proponendo relazioni intriganti col monumento più carico di simboli del Cristianesimo. Alfonso Rubino, ingegnere, esperto in Geometria sacra, parlerà infatti de “L’Osireion: il codice geometrico armonico universale di tutti i tempi. Relazione armonica con il Santo Sepolcro di Gerusalemme”

Il cartiglio del faraone Senekbay della dimenticata dinastia di Abido

Il cartiglio del faraone Senekbay della dimenticata dinastia di Abido

Particolarmente atteso l’incontro di sabato 8 novembre (salvo impegni dell’ultima ora in Egitto), alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano. Mahmoud Amer Ahmed Mohamed, archeologo dell’università di Sohag, la grande città molto vicina ad Abido, farà il punto sulle nuove scoperte fatte proprio ad Abido all’inizio di quest’anno (di cui archeologiavocidalpassato ha dato le anticipazioni nei post del 21 e del 29 gennaio 2014): “I faraoni di Abido: la dinastia perduta nelle più recenti scoperte”. Il sabato successivo, 15 novembre, alle 18.30, sempre in sala consiliare del Comune di Conegliano, Elisabetta Gesmundo, professoressa di Psicoterapia alla Scuola di Specializzazione in Psicosomatica di Milano, con “Morte e rinascita nel mito egizio e greco” accompagnerà il pubblico nel cuore dei misteri di Osiride. Una settimana dopo, sabato 22 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, Maria Cristina Guidotti, direttrice del museo Egizio di Firenze, che da anni segue le iniziative di Paolo Renier su Abido, focalizzerà il suo intervento sui reperti di Abido conservati nel museo fiorentino: “Da Abido al museo Egizio di Firenze”.

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

L’ultimo sabato del mese, il 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, ci sarà un gemellaggio ideale tra Conegliano e Oderzo nel nome dell’Antico Egitto. L’egittologa Donatella Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”, e con l’occasione presenterà in anteprima la mostra, di cui è curatrice, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea”, che appunto apre ad Oderzo il 19 dicembre, due giorni prima della chiusura della mostra di Conegliano su Abido: quasi un passaggio di consegne. Gli incontri culturali di Conegliano sull’Antico Egitto chiudono sabato 6 dicembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, con Franco Naldoni, esperto di Antico Egitto dell’Associazione Archeosofica, il quale sta valutando quale portare tra i dei due temi ipotizzati, “Iside svelata” oppure “Il Libro cristiano dei Morti”: in entrambi i casi, temi impegnativi quanto intriganti per degno gran finale.

 

Ligabue e Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro” nelle steppe centro-asiatiche degli Sciti-Saka. In Kazakhstan la terza missione archeologica congiunta

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell'università Ca' Foscari sulle tracce degli "uomini d'oro"

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro”

 

Ligabue e Ca’ Foscari in Kazakhstan sulle tracce degli “uomini d’oro”. È partita in questi giorni la terza campagna archeologica del Centro studi ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari di Venezia lungo la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan, condotta appunto dal Centro Studi e Ricerche Ligabue e dall’università Ca’ Foscari di Venezia con la collaborazione del Centro Studi e Ricerche della storia e archeologia Begazy-Tasmola di Almaty. Prendono parte alla spedizione, per il Centro Studi Ligabue, l’archeologa Elena Barinova, che guida la missione assieme al professore kazako Armand Beisenov; e, per l’università di Ca’ Foscari, Lorenzo Crescioli (con borsa di studio cofinanziata) e il laureando in archeologia Nicola Fior.

La missione congiunta Ligabue-ca' Fiscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La missione Ligabue-Ca’ Foscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La Valle dei Sette Fiumi fu abitata nell’età del Ferro da popolazioni di origine indoeuropea chiamate Sciti (dallo storico greco Erodoto del V sec. a.C.) o Saka: queste popolazioni nomadi – da molti definite degli “uomini d’oro” o dei “cavalieri del silenzio” –  non hanno lasciato tracce delle loro abitazioni, ma sono diventate famose per i loro tumuli reali (“kurgan”) che dominano le valli tra le catene di alta montagna.

 

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il Centro Studi e Ricerche Ligabue ha avviato ricerche archeologiche in Kazakhstan fin dal 1997 in collaborazione con l’istituto “Margulan” di Archeologia dell’Accademia di Scienze del Kazakhstan. I primi anni di attività hanno prodotto alcune scoperte straordinarie come quella della sepoltura del principe dei Saka (cultura centroasiatica del IV-III sec. a.C). Nel 2000, infatti, nella regione dell’Altai (estremo oriente del Paese), il Csrl ha partecipato a un’importante scoperta: una tomba ghiacciata risalente a 25 secoli fa dove sono stati rinvenuti, perfettamente conservati, 12 cavalli, selle ricamate, stoffe preziose ed il legno finemente inciso che facevano parte del corredo funebre con oggetti d’oro e di ferro. Il ritrovamento è stato importante per l’eccezionale stato di conservazione dei corredi dovuto al terreno ghiacciato, il cosiddetto “permafrost”, che ha mantenuto intatti i resti organici del corredo funebre, normalmente decomposti nelle condizioni ordinarie. Questo ha permesso di rinvenire nello scavo della tomba, per esempio, la sella rigida, più antica al mondo. Oggi gran parte di questi ritrovamenti sono esposti nei musei di Almaty ed Astana.

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 l’indagine archeologica si è spostata nella Valle dei Sette Fiumi (area sud orientale del paese) con una prima prospezione geofisica – in collaborazione con l’Istituto di Geofisica dell’Università di Trieste.  Sulla base del protocollo d’intesa tra il CSRL, l’università di Ca’ Foscari e quella di Almaty nell’agosto del 2012 è stato realizzato una survey con prospezione di alcuni kurgan (tumuli sepolcrali). Il gruppo di geofisici dell’Università di Trieste ha inviato due esperti che – utilizzando tre differenti strumentazioni di avanzata concezione tecnologica – hanno effettuato importanti rilevamenti su alcuni tumuli della cultura Saka: l’obiettivo era di individuare segnali che avrebbero permesso, nelle auspicabili successive missioni di scavo, di scoprire tombe laterali, di dignitari, non saccheggiate. L’esplorazione in Kazakhstan – nonostante problemi organizzativi dovuti a burocrazia doganale e lunghe distanze – ha permesso di rilevare quattro importanti siti.

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Finalmente, l’anno scorso, 2013, a 16 anni dalle prime missioni di scavo, c’è stato il ritorno in Kazakhstan degli archeologi del Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’Università Ca’ Foscari per la seconda spedizione sulle tracce degli “uomini d’oro”, lungo la Valle dei 7 fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan. Gli scavi condotti nell’estate del 2013 dal Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’ateneo veneziano hanno portato alla luce una tipologia sconosciuta di sepolcro. Il ritrovamento, databile fra il II e il V secolo a.C., restituisce nuove informazioni sulla storia delle civiltà nomadi sciite del Kazakhstan. In questo scavo si è riusciti per la prima volta a documentare un tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka), una forma funebre mai conosciuta prima con questo aspetto. Sono state scoperte anche tracce di palificazioni lignee a costruire una sorta di mausoleo fatto di pali disposti in maniera concentrica e ripetute colate di argilla. La scoperta ha così permesso di individuare una variante della cultura saka. Contemporaneamente, in siti limitrofi, sono stati rinvenuti altri oggetti in oro e bronzo provenienti da corredi funebri di particolare valore. La storia dei nomadi sciti, dunque, continua.

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

E ora siamo alla terza campagna di scavo del Csrl con l’università di Venezia. Proprio Ca’ Foscari – che a supporto dell’archeologia ha creato uno specifico fondo di finanziamento (100mila euro per il 2014) – ha avviato numerose spedizioni in siti che vanno dalla Siria alla Georgia al Montenegro fino alla Grecia e all’Egitto. Rilevanti anche le scoperte effettuate nelle campagne di archeologia subacquea. Il Kazakhstan è considerato una delle più interessanti aree archeologiche centro asiatiche; un territorio che – dal Paleolitico al Neolitico fino al Medioevo – è stato disseminato di sepolture e tombe, le più famose delle quali stanno svelando pagini importanti dei nomadi Sciti-Saka, cultura seminomade che ha avuto il suo apice attorno alla metà del I secolo a.C. Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica; alcune delle quali si ri-trovano anche nei muri di Venezia.

 

Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico. Convegno a Venezia

A Venezia convegno per spiegare le potenzialità del Parco archeologico dell'Alto Adriatico

A Venezia convegno per spiegare le potenzialità del Parco archeologico dell’Alto Adriatico

Come valorizzare il patrimonio culturale del territorio e come aumentare la fruizione dei siti archeologici già noti o dei potenziali siti archeologici ancora da studiare presenti nelle nostre comunità? Può il patrimonio archeologico aumentare la competitività territoriale anche in termini di sviluppo economico? A queste domande cercherà di rispondere il convegno “Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico” che si terrà nella giornata di mercoledì 19 marzo a Venezia, al Palazzo della Regione (ex Grandi Stazioni). Nel corso del convegno saranno presentati i risultati della ricerca “Metaprogetto” sviluppata dalle università di Padova, di Ca’ Foscari e Iuav nell’ambito del progetto europeo PArSJAd-Parco archeologico dell’Alto Adriatico, di cui la Regione del Veneto è capofila. Rivolto in particolare ad amministratori e ad operatori degli enti locali e del settore culturale, il convegno intende fornire strumenti di pianificazione territoriale e di gestione dei beni storico-culturali e paesaggistici, attraverso una fruizione più incisiva e mirata dei beni archeologici.

Un laboratorio archeologico con i bambini nell'ambito del progetto PArSJAd

Un laboratorio archeologico con i bambini nell’ambito del progetto PArSJAd

Il progetto Parco Archeologico dell’Alto Adriatico – PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto. Capofila del progetto è la Regione del Veneto, mentre il partenariato coinvolge 8 partner: l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna, il Comune di Bagnara di Romagna (RA), il Comune di Russi (RA), il Comune di Voghiera (FE), il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro dei Beni Culturali – Regione Friuli Venezia Giulia, il Narodni Muzej Slovenije (Museo Nazionale di Slovenia), l’Università del Litorale, Centro di Ricerche Scientifiche / Univerza na Primorskem, Znanstveno-raziskovalno središče e lo Zavod za varstvo kulturne dediščine Slovenije / Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia.

Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

Partendo dall’esperienza maturata con PArSJAd nel laboratorio partecipato di archeologia nella pianificazione ad Altino, nel Veneziano, la ricerca mette a fuoco modalità di riconoscimento delle potenzialità culturali, turistiche ed economiche dei territori offrendo spunti pratici per sperimentazioni locali. Uno specifico modulo sarà dedicato al management del patrimonio archeologico nella prospettiva della competitività territoriale. Nel pomeriggio la tavola rotonda moderata da Vincenzo Tiné, Soprintendente per i beni archeologici del Veneto, vedrà la presenza, tra gli altri, di Italo Candoni di Confindustria Veneto, di Marco Tamaro della Fondazione Benetton Studi Ricerche, di Irena Lazar dell’Università di Capodistria e dei sindaci del Comune di Ariano nel Polesine, di Concordia Sagittaria e di Quarto d’Altino. Al termine della giornata sarà consegnato in anteprima ai partecipanti il volume Archeologia e paesaggio nell’area costiera veneta: conoscenza, partecipazione e valorizzazione, che condensa in 140 pagine ricche di esempi pratici i risultati della ricerca.

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Il progetto PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto.

Le origini di Jesolo, l’Equilo altomedievale, riemergono dagli scavi dell’università di Venezia in località Le Mure

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna nord di Venezia

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna di Venezia: il territorio era abitato già in antico

Il territorio di Jesolo, sulla costa veneziana, sta svelando le sue origini antiche, quando il nucleo abitato faceva riferimento a Equilo, diocesi lagunare altomedievale: un insediamento del V secolo d.C. e tredici sepolture di epoca tardo-medievale sono il risultato della prima campagna di scavi condotta nell’area archeologica “Le Mure” del comune di Jesolo dallo staff di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica del prof. Sauro Gelichi.

L'area archeologica Le Mure o Antiche Mura a Jesolo Paese

L’area archeologica Le Mure o Antiche Mura (V-XII sec.)  a Jesolo Paese

A restituire nuove informazioni sulla storia di Jesolo nella seconda metà del I millennio d.C. è quindi ancora una volta la località Le Mure o Antiche Mura, ai limiti dell’abitato di Jesolo Paese, ad alcuni chilometri dal mare, alla fine della via che non a caso è chiamata “delle Antiche Mura”: il toponimo deriva dalla presenza dei resti tuttora visibili della cattedrale, ridotti ormai ad un breve tratto in elevato dell’abside sud orientale e di alcune murature, alle fondazioni delle navate, del muro di facciata e del campanile antistante. Qui in più riprese la soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, con brevi saggi di scavo, ha rivelato le origini della tradizione religiosa della comunità di Equilo, salvando il salvabile: la cattedrale, già in rovina nel 1800, aveva subito la distruzione definitiva durante la Prima Guerra Mondiale. E nel 1944, nel timore di uno sbarco alleato in Adriatico, era stato edificato dall’esercito tedesco un sistema di bunker in cemento armato, tuttora esistente, che danneggiò l’area archeologica distruggendo parte del presbiterio e della sottostante cripta. Ma se la cattedrale di Santa Maria Assunta (XI sec.) era già nota, con la sua pianta a croce libera (schema caratteristico dell’edilizia sacra medievale del nord Adriatico) che rinvia alla terza basilica di San Marco –quella del doge Contarini- e in ambito orientale al S. Giovanni di Efeso e ai SS. Apostoli di Costantinopoli, solo con i saggi di scavo del 1960-‘63 sono state trovate – sotto la cattedrale – le fondazioni di una chiesa altomedievale precedente, a pianta rettangolare (m 25 x 14) con absidi semicircolari iscritte, preceduta da un nartece sul quale si aprivano tre accessi alla chiesa: risalente alla metà del VI-VII secolo d.C., era pavimentata con un bellissimo tappeto musivo policromo. E negli anni 1985 e 1987, le nuove indagini stratigrafiche, condotte da Michele Tombolani, portarono all’individuazione di una chiesa paleocristiana sottostante quella dei mosaici, con aula rettangolare (m 12 x 8) e abside esterna, databile al V secolo d.C. Tra i numerosi reperti all’epoca rinvenuti, molte anfore e ceramica fine da mensa d’importazione nord-africana, vetri e lucerne.

Il prof. Sauro Gelichi dell'università Ca' Foscari di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Dall’inizio degli anni Duemila l’Insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia è impegnato in progetti di ricerca legati agli ambienti lagunari e peri-lagunari. Finora le ricerche si sono concentrate all’interno della laguna di Venezia (con gli scavi nelle isole di San Giacomo in Paludo e San Lorenzo di Ammiana): “Gli scavi”, spiega il prof. Gelichi, “hanno avuto come principale obiettivo la ricostruzione dei processi insediativi che tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo hanno ridisegnato la fisionomia di questi spazi. In questa ottica, è emerso con sempre maggiore chiarezza il ruolo svolto, proprio in tali periodi, da uno di questi centri, cioè Jesolo, oggi in un’area peri-lagunare”.

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta di Equilo

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta

Così nel 2011 fu stipulata la prima convenzione di collaborazione tra il Dipartimento di Studi Umanistici e il Comune di Jesolo che ha portato, in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, alla prima campagna di survey. “Ciò ci ha permesso di valutare la consistenza dei depositi alluvionali e delle bonifiche in alcuni punti cruciali del territorio jesolano e, in particolare, nella zona corrispondente all’isola su cui sorgeva l’abitato medievale di Equilo, a nord e a sud della cattedrale medievale: la mappatura e lo studio dei materiali rinvenuti, hanno fornito nuovi dati sugli aspetti economici, sociali e commerciali che hanno caratterizzato l’insediamento di Equilo nel periodo compreso tra il IV secolo e il XIII secolo e hanno dimostrato come il sito di Jesolo sia un caso particolarmente promettente nello studio del popolamento dell’arco dell’alto Adriatico”. Da qui la nuova convenzione stipulata tra l’Università e il Comune di Jesolo e la concessione di scavo assegnata dal ministero per i Beni e le Attività culturali, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, per la prima campagna di scavo del settembre 2013 con l’obiettivo di analizzare e valutare il deposito conservato all’interno dei terreni a nord dell’area archeologica “Le Mure – S. Maria Assunta”.

Gli scavi archeologici dell'università Ca' Foscari a Le Mure di Jesolo

Gli scavi archeologici dell’università Ca’ Foscari a Le Mure di Jesolo

“Due le zone di scavo aperte nell’area per una superficie totale di circa 230 mq”, spiegano Silvia Cadamuro, Alessandra Cianciosi e Claudio Negrelli, che hanno coordinato le attività sul campo, sotto la direzione del prof. Gelichi. “Una frazione di area cimiteriale verosimilmente altomedievale, in cui sono state scavate e documentate 13 sepolture singole, e parte di un insediamento di V secolo con strutture in tecnica mista, riconducibili a tipologie già note, anche in laguna, per il periodo post-antico. I dati acquisiti nel corso dell’indagine, una volta rielaborati e messi a confronto con quanto già si sapeva, permetteranno di ampliare le nostre conoscenze sulla storia economica e sociale di questo territorio e dei suoi abitanti e delineeranno in maniera più chiara il ruolo svolto da Equilo e dalla sua comunità tra antichità e medioevo”.

Scoperta da Ca’ Foscari a Torcello la “dieta veneziana” di mille anni fa: un mix di carne, pesce, frutta e verdura

L'isola di Torcello nella laguna di Venezia con la Basilica di Santa Maria Assunta

L’isola di Torcello nella laguna di Venezia con la Basilica di Santa Maria Assunta

Scoperta a Torcello la “dieta veneziana” di mille anni fa. Agli albori della Serenissima, i suoi abitanti potevano vantare uno specifico regime alimentare: carne e pesce ma anche frutta e verdura, dai cetrioli alle pesche e l’uva. È il risultato delle prime analisi condotte nei laboratori dell’università Ca’ Foscari di Venezia sui reperti trovati tra novembre 2012 e marzo 2013  in un’area dell’isola di Torcello non ancora nota da un punto di vista archeologico a fianco della basilica di Santa Maria Assunta: un abitato del X secolo che ha rilevato una intensa produzione agricola e artigianale. “La dieta dei primi abitanti dell’isola veneziana di Torcello, tra il X e l’XI secolo”, spiegano a Ca’ Foscari, “era di grande qualità con un’ottima integrazione tra il pesce (molluschi, pesci di mare aperto) e la carne. Si nutrivano di proteine attraverso il consumo delle carni di capro-ovini. Capre e pecore erano tenute in vita a lungo, per poterne sfruttare il latte e il vello di lana per la tessitura. Nonostante le dimensioni ridotte dell’isola vi era anche un certo numero di bovini. Invece una anforetta in ceramica depurata, ritrovata eccezionalmente integra nello scavo, ha restituito abbondanti resti organici, che sembrerebbero una sorta di composta di pesche”. Ora sono in fase di pubblicazione in Italiano, inglese e sloveno i volumi sui risultati scientifici completi della ricerca curata dall’ateneo veneziano insieme alla Regione Veneto, all’Interno del progetto “Sahred Culture” finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai fondi nazionali.

Lo scavo del "villaggio di legno" , sito altomedievale, sull'isola di Torcello

Lo scavo del “villaggio di legno” , sito altomedievale, sull’isola di Torcello

Lo scavo ha portato alla luce un piccolo “villaggio in legno” (X-XI sec.). Le case erano probabilmente a due piani: a piano terra si sviluppavano le attività artigianali e commerciali e lo stoccaggio di merci e al primo piano si svolgeva la vita della famiglia. “Si trattava di case in legno, affacciate su canali, ma non di case povere, costruite con alla base una grande piattaforma di argilla che serviva a rialzare e isolare termicamente la casa dall’umidità e possiamo immaginare che vi ardesse un fuoco sempre acceso per mitigare l’umidità. Tra un edificio e l’altro vi erano cortili, dei campielli, con un “pozzo alla veneziana”, costruito con materiali di recupero di età romana, per la raccolta dell’acqua piovana”.

Reperti da Torcello portati ad analizzare a Ca' Foscari

Reperti da Torcello portati ad analizzare a Ca’ Foscari

“L’area si conferma essere di altissimo interesse archeologico e storico”, spiega Diego Calaon, responsabile scientifico dello scavo, “con una stratigrafia che copre tutto l’arco cronologico della storia dell’isola di Torcello, dall’alto Medioevo fino alla contemporaneità. Siamo convinti che gli importanti ritrovamenti di questa campagna di scavo e i risultati delle analisi di laboratorio ci aiuteranno ad aggiungere un nuovo tassello alla storia delle origini di Venezia”. Lo scavo interdisciplinare ha visto archeologi, archeometri e restauratori lavorare fianco a fianco con l’obiettivo di una ricostruzione puntuale della storia archeologica dell’isola, e dell’attuazione di un cantiere di alta formazione scientifica per giovani operatori dei beni culturali. I materiali raccolti (ceramiche, metalli, vetro, ossa lavorate, elementi edilizi) sono stati portati ai laboratori di Ca’ Foscari per le fasi di analisi chimico-fisiche. “Le analisi archeobotaniche in corso, sui semi e sui resti vegetali antichi, tra le altre piante presenti ci hanno confermato come l’isola fino dal IV-V secolo d.C. fosse coltivata con specie orticole (tra cui i cetrioli), ma soprattutto con viti e alberi da frutto. Tra questi ci dovevano essere molte pesche. Numerosi infatti sono i semi d’uva e i noccioli di pesca. Un ulteriore dato del tutto nuovo è emerso dalla constatazione che nell’isola si lavoravano le ossa e soprattutto le corna delle capre. Artigiani le tagliavano e le sagomavano per ottenerne oggetti di uso personale e artigianale (pettini, borchie, bottoni, aghi, elementi da telaio)”.

A Torcello trovate fornaci per la produzione di vetro

A Torcello trovate fornaci per la produzione di vetro

Gli scavi hanno confermato inoltre la produzione del vetro su scala quasi industriale su gran parte dell’isola, con la presenza di più fornaci. Sono stati ritrovati calici in vetro, oggetti di grande qualità destinati alle tavole e alle mense delle aristocrazie e delle famiglie reali altomedievali. I resti organici all’interno di anfore sia tardo antiche che altomedievali attestano che l’isola ha avuto un ruolo di scalo portuale dalla tarda antichità e per tutto l’Alto Medioevo: numerose le anfore da olio e vino provenienti dal Mediterraneo Orientale all’Italia Meridionale che arrivavano in laguna per essere distribuite in pianura padana. Torcello quindi aveva già un ruolo di emporio per gli scambi commerciali di Torcello. Ruolo che sarà la fortuna della nascente Venezia.

Lo scavo ha restituito ossa di maiali, capre, ovini e bovini

Lo scavo ha restituito ossa di maiali, capre, ovini e bovini

Le analisi arche-zoologiche effettuate sui resti degli animali hanno permesso di stabilire che nell’isola erano allevati maiali, capre, pecore e bovini. Se nel tardo antico (tra V e VI secolo d.C.) si consumava più carne di maiale, nelle età successive con l’ingrandirsi del sito, i torcellani si nutrivano di proteine attraverso il consumo delle carni di capro-ovini. Capre e pecore erano tenute in vita a lungo, sicuramente per poterne sfruttare il latte e il vello di lana per la tessitura. Nonostante le dimensioni ridotte dell’isola vi era anche un certo numero di bovini. Lo scavo ha dimostrato che il numero dei buoi aumenta considerevolmente nell’età moderna (XV-XVI secolo) quando gli abitanti tendono a trasferirsi in altre isole o a Venezia stessa. Le case così lasciano il posto a campi da coltivare: i buoi sono utilizzati per l’aratura e per il trasporto, come è testimoniato dalle ossa animali macellate provenienti da animali tenuti in vita fino a tarda età proprio per utilizzarli come forza lavoro.

Torcello fin dall'antichità ebbe un ruolo di porto-emporio commerciale

Torcello fin dall’antichità ebbe un ruolo di porto-emporio commerciale

Poco distante dallo scavo principale, sono stati rinvenuti resti di un’altro edificio porticato del VII secolo, un antichissimo “fontego” legato a strutture portuali preesistenti alla chiesa e con un orientamento diverso, dove sono stati ritrovate anfore africane e mediterranee, che fa pensare all’esistenza di un molo dove poter attraccare e scaricare merci fatto che confermerebbe la vocazione portuale di quest’area. “Tutto questo – concludono a Ca’ Foscari – porta a delle riflessioni sulla storia di Venezia e sul ruolo di Torcello”. La nascita di Venezia sarebbe più complessa della leggenda che vuole Torcello fondata dagli abitanti di Altino in fuga dai barbari. “Probabilmente il fiorire di Torcello non è semplicemente legato a un evento bellico, ma è una realtà più articolata, uno spostamento più lungo e dilazionato nel tempo, fatto anche e forse in prevalenza per motivi commerciali”.

Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido: un unicum dell’Antico Egitto. A Dolo si può quasi toccare con mano nella mostra di Paolo Renier

Il fotografo Paolo Renier in Egitto durante una ricognizione nell'Osireion

Il fotografo Paolo Renier in Egitto durante una ricognizione nell’Osireion

Più lo studi e più il mistero sembra infittirsi: è il soffitto astronomico della cosiddetta “stanza del sarcofago”, spazio “segreto”, quasi un testamento spirituale, voluto da Seti I, il grande faraone della XIX dinastia, padre di un altro grande – Ramses II -, a ridosso dell’Osireion, la “tomba” del dio dell’aldilà e della rinascita, ad Abido, nel cuore della terra dei faraoni, città sacra per eccellenza per tutto l’Antico Egitto, meta per tremila anni di pellegrinaggi, luogo di elezione per numerose dinastie di faraoni, incarnazione della divinità in terra.

Paolo Renier e Federica Pancin in missione ad Abido, all'ingresso dell'Osireion

Paolo Renier e Federica Pancin in missione ad Abido, all’ingresso dell’Osireion

E in questi giorni che a Dolo, alle antiche scuderie, è aperta la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” (fino al 6 gennaio, orario: tutti i giorni 16-19.30), il soffitto astronomico rivive e si può toccare quasi con mano grazie alle eccezionali fotografie di Paolo Renier, fotografo trevigiano (ma il termine è riduttivo per un personaggio che da quasi tre decenni con le sue immagini e, soprattutto, con la sua sensibilità, ha cercato di cogliere quasi di carpire i segreti i misteri, si potrebbe dire l’energia vitale, che l’Antico Egitto ancora oggi emana), e grazie alle spiegazioni che la dottoressa Federica Pancin, laureanda in Egittologia all’università  Ca’ Foscari di Venezia, offre a tutti i visitatori, facendo “parlare” ogni dettaglio dei rilievi, dei cartigli, dei geroglifici, che fanno del soffitto astronomico di Abido un “unicum” di tutto l’Antico Egitto. Proprio con queste eccezionali immagini, scattate ancora qualche anno fa da Paolo Renier con perizia un po’ di coraggio e superando non poche difficoltà, oggi gli egittologi hanno a disposizione uno strumento di studio insostituibile, se pensiamo al degrado e all’incuria in cui versa l’originale, per salvare il quale Renier si batte da anni cercando di sensibilizzare autorità e studiosi.

Lo Zodiaco del tempio di Dendera, oggi conservato al Louvre

Lo Zodiaco del tempio di Dendera, oggi conservato al Louvre

Tra i primi a tornare a studiare il soffitto astronomico di Abido, con le fotografie di Paolo Renier, è stata l’egittologa Carla Alfano della Fondazione Memmo di Roma.  “Il soffitto dell’Osireion di Abydos è poco conosciuto – ammette -, non sufficientemente studiato ma soprattutto non documentato”. Ben più famosi sono altri soffitti astronomici, come quello, più antico, nella tomba di Senenmut, l’architetto di corte e amante della regina-faraone Hatshepsut  che visse a metà della XVIII dinastia. “Questa tomba, la n.353”, ricorda Alfano, “è una seconda tomba del grande uomo di corte, meno fastosa della prima ma molto più importante. Si trova a pochi metri dal grande complesso templare di Deir el Bahari, costruito per la gloria ultraterrena delle regina che governò l’Egitto non come reggente ma come faraone, derivando tale diritto non dall’essere stata moglie di re, ma dall’essere la figlia legittima del faraone Tuthmosi I. Nella camera A del sepolcro si può ammirare una delle più complete rappresentazioni del cielo che gli Egizi ci abbiano tramandato. Dalla posizione degli astri, secondo gli scienziati il soffitto può essere stato dipinto intorno al 1463 a.C.”. Conosciamo altri soffitti astronomici, ma posteriori a quello di Abido, come il meraviglioso soffitto nella sala colonnata della tomba dii Ramses VI e lo zodiaco del tempio di Hathor a Dendera.

Paolo Renier con Carla Alfano

Paolo Renier con l’egittologa Carla Alfano

“Alzare gli occhi verso l’alto e riuscire a percepire tutta la volta celeste in una perfetta mezza sfera era l’esperienza quotidiana degli Egizi”, spiega Carla Alfano che ci introduce nella concezione cosmica della terra dei faraoni. “Là dove l’orizzonte non è mai interrotto da monti, vegetazione e colline si poteva entrare in sintonia con i fenomeni del cielo e comprendere che l’essere umano e la stessa Terra sono all’interno di un complesso, immenso sistema celeste. A noi, abitanti di altre latitudini, tale spettacolo è negato, forse per questo, con grande ritardo, abbiamo osservato il cielo sperimentalmente e quindi scientificamente. In Egitto è sempre stato diverso. La natura del luogo ha sempre facilitato la comprensione che la Terra e l’uomo sono parte di un sistema più grande, con regole fisse e ricorrenti che per essere conosciute e capite andavano solo osservate. I sacerdoti sul tetto terrazzato del tempio, posti uno di fronte all’altro, osservavano per tutta la notte il movimento delle stelle, annotandolo e scandendo così il tempo astronomico e il calendario. Quei sacerdoti hanno iniziato dagli albori della civiltà egizia lo studio dell’astronomia”.

Paolo Renier a Dolo nella stanza del sarcofago con il soffitto astronomico

Paolo Renier a Dolo nella stanza del sarcofago con il soffitto astronomico

Il movimento degli astri e del sole si è poi imbevuto di religiosità. “L’egizio, come tutti gli uomini, era alla ricerca di Dio e lo cercò nel sole, nell’aria, nel cielo, nella terra. Ma soprattutto lo trovò nel sole che indiscutibilmente è l’artefice della vita e che compie un viaggio quotidiano nel cielo diurno e nella Duat infernale di notte. Le conoscenze astronomiche servivano a regolare il mondo dei vivi e la società, ma servivano anche ad interpretare il mondo ultraterreno con la speranza della resurrezione, proprio come fa il sole che riusciva ogni notte a sconfiggere i suoi nemici e tornava a sorgere per illuminare un altro giorno. Proprio questo è descritto nei soffitti astronomici che erano una collocazione architettonica e spaziale ideale per riprodurre la volta celeste e poter fissare la mutabilità della posizione delle stelle e il cammino del sole”.

La metà destra del soffitto astronomico, o parte orientale, è essenzialmente descrittiva

La metà destra del soffitto astronomico, o parte orientale, è essenzialmente descrittiva

Ma scopriamo meglio il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido, i cui due rettangoli riportano ciascuno, oltre alle iscrizioni, una figura della dea-cielo Nut incurvata sulla terra e con il sole tangente al suo corpo perché, secondo il mito, ella lo partoriva al mattino e lo ingoiava la sera. “La metà destra del soffitto, o parte orientale”, continua l’egittologa, “è essenzialmente descrittiva. La zona sottostante la dea rappresenta la Duat, cioè il regno di Osiride, visitata ogni notte dal sole che lo percorre in dodici ore nella sua barca celeste. Va ricordato a tale proposito che le ore egizie, a differenza delle nostre, non erano ore equinoziali, ma misuravano, di giorno, i dodicesimi del tempo di luce e, di notte, i dodicesime del tempo di buio. Questo viaggio nella Duat, che si trova con poche varianti in altri soffitti astronomici, qui è disegnato in tre registri paralleli separati fra loro da righe di scrittura: si hanno quindi dei quadri simili in cui il registro centrale riporta il viaggio della barca mesketet, sopra e sotto la quale si vedono teorie di divinità, gruppi di demoni, spiriti e simboli”.

La metà sinistra del soffitto astronomico è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut

La metà sinistra del soffitto astronomico è la parte più interessante con la figura di Nut

“La metà sinistra del soffitto è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut preceduta da testi: il primo è il Testo drammatico, cosiddetto perché descrive in forma mitologica il sorgere e il tramontare delle stelle, i loro periodi di invisibilità e il ciclo lunare, sottolineando il fatto che tutti questi fenomeni astronomici dipendono dalla posizione del sole. Segue un testo relativo alla determinazione dell’ora diurna con la descrizione del modo di costruire e di usare un orologio solare a cubito del quale si riporta una figura e poi da un elenco delle ore notturne messe in relazione con il corpo di Nut. Dopo queste righe di scrittura verticali si ha la figura della dea-cielo Nut , incurvata sulla terra e sorretta dal dio-aria Shu. Sul corpo della dea è riportato un elenco di 36 decani, che sono quelli al transito e costituiscono la famiglia decanale detta appunto “di Seti I”. I decani sono 36 stelle, costellazioni o zone di cielo visibili per 10 notti consecutive la cui levata (prima della XII dinastia) e il cui transito al meridiano (dopo la XII dinastia) permettevano di determinare l’ora notturna. Il problema di riconoscere i decani è fondamentale per lo studio dell’astronomia egizia. Sotto il corpo di Nut, a destra e a sinistra di quello di Shu, c’è un altro elenco di decani, datati in funzione dell’anno vago, cioè dell’anno egizio formato da una sequenza di 365 giorni interi: ciò vuol dire che è registrata la data in cui ciascuno nasce, entra nella Duat (dopo 90 giorni) e poi rinasce (dopo 70 giorni)”.

Il soffitto astronomico della tomba di Ramses VI (XX dinastia)

Il soffitto astronomico della tomba di Ramses VI (XX dinastia)

Considerando l’importanza che la levata della stella Sirio ebbe nel calendario agricolo e religioso, e che mantiene ancora nello studio della cronologia egizia, gli egittologi oggi sono in grado di calcolare l’epoca durante la quale questa tavola era in accordo con il cielo; l’originale risulta databile intorno al 1879 a.C., cioè risale al Medio Regno, più o meno al tempo di Sesostri III. Il resto delle iscrizioni costituisce la cosiddetta Cosmologia che descrive nella consueta forma mitica: l’origine del sole, i limiti del cielo, il moto delle stelle e il comportamento dei decani. “Questa Cosmologia era ritenuta molto importante e fu riprodotta anche sul soffitto della tomba di Ramses VI nella Valle dei Re e tramandata su papiri astronomici di età posteriore. Ancora oggi questi testi sono alla base di qualunque studio di astronomia egizia”.