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Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo presentazione, in presenza e on line, del volume “From Pen to Pixel. Studies of the Roman Forum and the Digital Future of World Heritage”, a cura di Patrizia Fortini e Krupali Krusche sulla collaborazione DHARMA/PArCo per il rilevamento architettonico delle realtà monumentali del Foro Romano

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Locandina della mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” al Foro Romano e al Palatino dal 15 dicembre 2021 al 30 aprile 2022

Nuovo appuntamento promosso dal parco archeologico del Colosseo per il ciclo “Dialoghi in Curia”. Giovedì 24 febbraio 2022, alle 16.30, in concomitanza con la mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità”, presentazione, in presenza e on line, del volume “From Pen to Pixel. Studies of the Roman Forum and the Digital Future of World Heritage”, a cura di Patrizia Fortini e Krupali Krusche, edito da L’Erma di Bretschneider. Presentano Irina Bokova, già direttore generale dell’UNESCO, e Daniele Manacorda, già professore di Archeologia nelle università di Siena e Roma Tre. Introduce Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Intervengono le curatrici del volume. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti via eventbrite https://www.eventbrite.it/e/265122668037. Ingresso da largo della Salara Vecchia, 5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di esibire, oltre all’invito, il Super Green Pass e di indossare la mascherina. L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo: https://www.facebook.com/parcocolosseo.

Una foto del Foro Romano realizzata da Giacomo Boni col pallone frenato (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)
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Copertina del libro “From Pen to Pixel. Studies of the Roman Forum and the Digital Future of World Heritage”

Il volume raccoglie la lunga esperienza di collaborazione scientifica con la University of Notre Dame (Indiana, USA), in particolare con l’istituto DHARMA – Digital Historic Architectural Research and Material Analysis Lab dell’università di Notre Dame diretto dalla prof.ssa Ing. Krupali Krusche, per eseguire il rilevamento architettonico delle realtà monumentali del Foro Romano, tramite l’uso della tecnologia laser scanner e la fotografia ad altissima risoluzione. Il lavoro ha costituito un momento di formazione per gli studenti di architetture dell’University of Notre Dame​, supervisionati dalla dott.ssa Patrizia Fortini del parco archeologico del Colosseo, che hanno potuto prendere visione della documentazione della complessa articolazione topografica del Foro Romano con piante, foto, sezioni e disegni risalenti agli scavi e alle pionieristiche esplorazioni di Giacomo Boni. Parte di tale importante documentazione grafica, mai pubblicata in precedenza, costituisce l’apparato illustrativo a corredo dei saggi scientifici e consta di una serie completa di piante, prospetti e viste panoramiche in formato nuvola di punti 3D, fotografie Gigapan, disegni al tratto e acquerelli. L’introduzione di Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO negli anni di svolgimento del progetto, sottolinea l’impegno profuso dall’organizzazione internazionale per la conservazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, anche attraverso gli strumenti digitali, già a partire dal 1992 con il varo del programma Memory of the World. La partnership Parco archeologico del Colosseo / Università di Notre Dame si inserisce appieno tra gli obiettivi di lungo termine UNESCO quale nuova sinergia per la ricerca, la sperimentazione e l’utilizzo di tecniche non distruttive per la documentazione e la valutazione dello stato di conservazione dei monumenti.

Torino. Conferenza egittologica in presenza e on line con Johannes Auenmüller curatore del museo Egizio su “A chapel and its Visitors: Secondary stelae and graffiti at Ellesija / Una cappella e i suoi visitatori: Stele secondarie e graffiti a Ellesija”

Il museo Egizio di Torino è uno dei pochi Musei al mondo ad avere al proprio interno un tempio originale. Si tratta del tempio di Ellesija, che giunse a Torino nel 1967. Negli anni Sessanta la costruzione della grande diga di Assuan avrebbe sommerso numerosi monumenti. La comunità egittologica si mobilitò e prese avvio grazie alla sezione culturale delle Nazioni Unite (Unesco) la missione internazionale di recupero dei templi nubiani. Quattro templi furono donati dal governo egiziano ai paesi che maggiormente contribuirono alla missione di salvataggio, tra questi ci fu l’Italia a cui andò il tempio di Ellesija. Giovedì 17 febbraio 2022, alle 18, al museo Egizio conferenza egittologica, in presenza e on line, “A chapel and its Visitors: Secondary stelae and graffiti at Ellesija / Una cappella ei suoi visitatori: Stele secondarie e graffiti a Ellesija” con uno dei curatori del museo, Johannes Auenmüller. A introdurre la conferenza, che si terrà in lingua inglese, sarà Alessia Fassone, curatrice delle sale di epoca tolemaica, romana e tardoantica e della sala del tempio di Ellesija. L’incontro si svolge in sala conferenze al museo Egizio e verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. È gradita la prenotazione scrivendo una email a comunicazione@museoegizio.it (i posti saranno riservati fino alle 18). È necessario presentare in Super Green Pass e indossare una mascherina FFP2.

Il tempio di Ellesiya ricostruito al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

La cappella rupestre di Ellesija è un affascinante monumento a più livelli. Oltre al suo programma iconografico originale, presenta un’ampia gamma di interazioni epigrafiche secondarie, da stele reali, tableaux “ex voto” d’élite e stele votive integrate a iscrizioni rupestri e graffiti, nonché croci cristiane e pentagrammi. Durante la conferenza saranno analizzati nel dettaglio i proprietari e i produttori delle stele secondarie, dei tableaux e dei graffiti del Nuovo Regno. Così facendo, scopriremo chi erano quelle persone che hanno visitato la cappella dopo il suo completamento e hanno lasciato un segno di iscrizione. Discuteremo da dove provengono e quali ruoli hanno svolto all’interno della società locale o dell’amministrazione sovraregionale. La motivazione dei visitatori a lasciare un’iscrizione o una stele nella cappella sarà affrontata anche utilizzando la cornice dell’abito epigrafico dell’Egitto faraonico.

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L’egittologo Johannes Auenmüller, curatore del museo Egizio di Torino

Johannes Auenmüller ha conseguito il dottorato di ricerca in Egittologia alla Free University Berlin e ha svolto ricerche sulla tecnologia della fusione del bronzo all’università di Bonn. Auenmüller ha comparato le iscrizioni e le stele del tempio conservato al Museo, con testimonianze storiografiche e fotografiche del tempio nella sua posizione originaria, giungendo così a nuove importanti conclusioni su testi e iscrizioni.

Accordo storico tra il museo dell’Acropoli di Atene e il museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo: il frammento del Partenone conservato in Sicilia, il “Reperto Fagan, torna in Grecia per 4 anni (per ora), in cambio di una statua della dea Atena e un’antica anfora geometrica. Un segnale concreto di amicizia. E si pensa ai marmi Elgin conservati al British museum

Il “reperto Fagan”, frammento di lastra dal fregio orientale del Partenone conservato ed esposti al museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo (foto museo salinas)

È a Palermo dal 1820: grazie a un accordo tra il museo dell’Acropoli di Atene e il museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo dopo due secoli torna ad Atene il frammento del Partenone, l’unico presente in Italia. Si tratta del cosiddetto “Reperto Fagan”, frammento in marmo pentelico che raffigura il piede o della Dea Peitho o di Artemide (Dea della Caccia) seduta in trono, una lastra appartenente al fregio orientale del Partenone. Rimarrà là per quattro anni, e in cambio dalla Grecia arrivano in Sicilia una statua della dea Atena e un’antica anfora geometrica. È un accordo culturale di straordinaria importanza internazionale quello che la Sicilia ha sottoscritto con la Grecia. Un gesto, voluto dall’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, condiviso con la ministra greca della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni, che per la cultura ellenica ha un valore fortemente simbolico: la Sicilia, in questo modo, fa, infatti, da apripista sul tema ritorno in Grecia dei reperti dei Partenone, dando il proprio contributo determinante al dibattito in corso da tempo a livello mondiale.

Alberto Samonà, l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, accanto al “Reperto Fagan” al museo Salinas (foto museo salinas)

“Il ritorno ad Atene di questo importante reperto del Partenone”, sottolinea l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, “va nella direzione della costruzione di un’Europa della Cultura che affonda le proprie radici nella nostra storia e nella nostra identità: quell’Europa dei popoli che ci vede profondamente uniti alla Grecia, in quanto entrambi portatori di valori antichi e universali. E del resto, le molteplici e pregnanti testimonianze della cultura greca presenti in Sicilia sono la conferma di un legame antico e profondo. Grazie al governo Musumeci, la Sicilia torna al centro di una dimensione mediterranea, in cui il futuro comune passa per il dialogo e le relazioni con i Paesi che si affacciano sul Mare nostrum. L’accordo di collaborazione con il Museo dell’Acropoli di Atene ci permetterà, inoltre, di porre in essere iniziative culturali comuni di grande spessore e rilevanza internazionale che daranno la giusta visibilità alla nostra Regione”.

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L’archeologa Lina G. Mendoni, ministro della Cultura e dello Sport della Grecia

“Vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine alla Giunta regionale Siciliana e al suo presidente Nello Musumeci, nonché all’assessore regionale ai Beni Culturali e dell’Identità della Sicilia Alberto Samonà”, sottolinea la ministra della Cultura e dello Sport della Repubblica Greca, Lina Mendoni. “La nostra collaborazione affinché il frammento del Fregio Orientale del Partenone, oggi custodito al museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, possa essere esposto per un lungo periodo al museo dell’Acropoli insieme al proprio naturale contesto, è stata impeccabile e costruttiva. Soprattutto, desidero qui esprimere la mia gratitudine per gli instancabili e sistematici sforzi del Governo Siciliano e dell’Assessore Alberto Samonà per aver intrapreso la procedura verso l’accordo legale ai sensi del Codice dei Beni Culturali della Repubblica Italiana, affinché questo frammento possa ritornare definitivamente ad Atene. Dal novembre del 2020, quando sono iniziate le discussioni tra di noi, fino ad oggi, – prosegue la ministra Mendoni – l’assessore Samonà ha sempre dichiarato in ogni modo il suo amore per la Grecia e per la sua Cultura. Nel complesso, l’intenzione e l’aspirazione del Governo Siciliano di rimpatriare definitivamente il Fregio palermitano ad Atene, non fa altro che riconfermare e rinsaldare ancora di più i legami culturali e di fratellanza di lunga data delle due regioni, nonché il riconoscimento di fatto di una comune identità mediterranea. In questo contesto, il ministero della Cultura e dello Sport ellenico inizia con grande piacere la sua collaborazione con il museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, non solo per l’esposizione presso di esso di importanti antichità provenienti dal museo dell’Acropoli, ma anche per azioni e iniziative generali future. Con questo gesto, il Governo della Sicilia indica la via per il definitivo ritorno delle Sculture del Partenone ad Atene, la città che le ha create”.

Il “reperto Fagan”, frammento di lastra dal fregio orientale del Partenone conservato ed esposti al museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo (foto museo salinas)

L’accordo, nato dalla proficua interlocuzione fra il Governo regionale – con l’assessore Samonà – e il Governo di Atene – con la ministra Mendoni – è stato siglato dal museo Archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo e dal museo dell’Acropoli di Atene, ai sensi dell’articolo 67 del nostro Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che prevede il trasferimento pluriennale e lo scambio di reperti archeologici tra le due prestigiose istituzioni museali, rispettivamente dirette da Caterina Greco e da Nikolaos Stampolidis. Sottoscritto secondo la legge italiana, l’accordo prevede che per un periodo di 4 anni, rinnovabile una sola volta, il Salinas trasferisca al museo dell’Acropoli di Atene il frammento appartenente al Partenone, attualmente conservato a Palermo perché parte della collezione archeologica del console inglese Robert Fagan, acquistata dalla Regia Università di Palermo nel 1820. In cambio, da Atene arriveranno a Palermo due importantissimi reperti delle collezioni del Museo dell’Acropoli, ciascuno per un periodo di quattro anni: si tratta di un’importante statua acefala di Atena, databile alla fine del V secolo a.C., e di un’anfora geometrica della prima metà dell’VIII secolo a.C. Un’intesa che prevede anche l’organizzazione di iniziative in comune che saranno realizzate in partnership dai due musei su temi d’interesse culturale di respiro internazionale. La volontà della Sicilia, in realtà, è quella di un ritorno in Grecia a tempo indeterminato del reperto. A questo proposito, la Regione Siciliana, oltre a promuovere l’accordo culturale di valorizzazione reciproca fra le due realtà museali, ha chiesto al Ministero della Cultura della Repubblica Italiana un percorso che porti al felice esito di questa possibilità: la pratica è stata già incardinata ed è attualmente in discussione in seno al “Comitato per il recupero e la restituzione dei Beni Culturali” istituito presso il Ministero. Il ritorno ad Atene del frammento conferma quel sentimento di fratellanza culturale che lega Sicilia e Grecia, nel riconoscimento delle comuni radici mediterranee e degli antichissimi e profondi legami tra i due Paesi. L’accordo sottoscritto rappresenta, infatti, un sigillo d’eccezione per quella koinè mediterranea che, iniziata al tempo della Grecia classica con le sue colonie nell’Italia meridionale e in Sicilia,  ancora oggi connota gli intimi legami culturali tra l’Italia e la Repubblica Greca. Un accordo, che giunge al termine dell’anno in cui si è celebrato l’anniversario dell’avvio della lotta per l’indipendenza della Grecia e a poco più di tre mesi di distanza dalla Decisione del 29 settembre 2021 con cui la Commissione Intergovernativa  dell’UNESCO  per la Promozione della Restituzione dei Beni Culturali ai Paesi d’Origine (ICPRCP) ha richiamato “il Regno Unito affinché riconsideri la sua posizione e proceda in un dialogo in buona fede con la Grecia” che fin dal 1984 ha richiesto la restituzione delle sculture del Partenone, tuttora conservate presso il British Museum di Londra.

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Caterina Greco, direttrice del museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo

“Desidero esprimere la massima soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo che mi ero posta fin dal mio arrivo al museo Salinas, due anni fa”, interviene Caterina Greco, direttore del museo Archeologico regionale A. Salinas. “Riportare ad Atene il frammento del fregio del Partenone che solo nel 1893 Walter Amelung riconobbe come un originale attico a torto confuso tra i marmi recuperati dal Fagan durante i suoi scavi a Tindari del 1808, significa infatti non soltanto restituire alla Grecia un pezzetto della sua più illustre storia archeologica, ma anche illuminare di nuova luce la vicenda complessa e affascinante del collezionismo ottocentesco, che contraddistingue i nostri più antichi musei e di cui la testimonianza della presenza a Palermo della “lastra Fagan” rappresenta un episodio tra i più intriganti”.

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Il direttore del nuovo museo dell’Acropoli, Nikolaos Stampolidis

“L’approdo del Fregio palermitano al museo dell’Acropoli”, sottolinea il direttore del museo ateniese, Nikolaos Stampolidis, “risulta estremamente importante soprattutto per il modo in cui il Governo della Regione Siciliana, oggi guidato da Presidente Nello Musumeci, ha voluto rendere possibile il ricongiungimento del Fregio Fagan con quelli conservati al museo dell’Acropoli. Questo gesto già di per sé tanto significativo, viene ulteriormente intensificato dalla volontà da parte del Governo Regionale Siciliano, qui rappresentato dall’assessore alla Cultura ed ai Beni dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, che ha voluto, all’interno di un rapporto di fratellanza e di comuni radici culturali che uniscono la Sicilia con l’Ellade, intraprendere presso il ministero della Cultura italiano la procedura intergovernativa di sdemanializzazione del Fregio palermitano, affinché esso possa rimanere definitivamente sine die ad Atene, presso il museo dell’Acropoli suo luogo naturale. In tal modo sarà la nostra amatissima sorella Sicilia ad aprire la strada ed a indicare la via per la restituzione alla Grecia anche per gli altri Fregi partenonici custoditi oggi presso altre città europee e soprattutto a Londra ed al British Museum. Questa volontà, che rappresenta un fulgido esempio di civiltà e fratellanza per tutti i popoli, si sposa anche in un felicissimo ed emblematico connubio culturale con la decisione del 29 settembre 2021 espressa dall’Unesco nei riguardi del ritorno in Grecia delle sculture che si trovano presso il museo londinese”. 

Il “Reperto Fagan”, frammento in marmo pentelico che raffigura il piede o della Dea Peitho o di Artemide (Dea della Caccia) seduta in trono, una lastra appartenente al fregio orientale del Partenone (foto museo salinas)

La storia dell’arrivo in Italia del “reperto Fagan” e i tentativi di riconsegna alla Grecia. Il reperto archeologico, giunto all’inizio del XIX secolo nelle mani del console inglese Robert Fagan in circostanze non del tutto chiarite, alla morte di questi fu lasciato in eredità alla moglie che, successivamente, lo vendette tra il 1818 e il 1820 al Regio museo dell’università di Palermo, di cui il museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” è l’odierno epigono. Già in passato si sono avute interlocuzioni volte al ritorno ad Atene del frammento del fregio del Partenone e in particolare tra il 2002 e il 2003, in occasione della visita di Stato in Grecia del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e in vista della realizzazione delle Olimpiadi ad Atene del 2004, fu aperto il dibattito sulla “restituzione” del manufatto. E ancora  nel 2008, in occasione dell’inaugurazione del nuovo museo dell’Acropoli di Atene, si ripresero le trattative tra il ministero ellenico della Cultura e il ministero italiano dei Beni Culturali, attraverso la mediazione dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si era detto favorevole al ritorno del frammento in Grecia; ma anche in quell’occasione si raggiunse solo il risultato di prestare il frammento del Partenone ad Atene per un anno e mezzo, dal settembre 2008 al marzo 2010. Dopo il suo ritorno in Sicilia, negli anni successivi sulla vicenda della riconsegna permanente del reperto calò un velo e non se ne parlò più, se non riservatamente fra gli addetti ai lavori. Per questa ragione, l’accordo sottoscritto tra i due musei coglie oggi un risultato di estrema rilevanza: perché dimostra concretamente la volontà della Sicilia di procedere sulla strada intrapresa, favorendo il definitivo ritorno ad Atene del frammento del fregio partenonico; e perché suggella la stretta collaborazione culturale tra due prestigiose istituzioni museali, entrambe di lunga ed antica tradizione.

Statua di Atena dal museo dell’Acropoli di Atene (foto museo acropoli)

La Statua di Atena e l’anfora che arriveranno al museo Salinas da Atene. La statua (Akr. 3027), alta cm 60 e in marmo pentelico, raffigura la dea Atena vestita con un peplo segnato da una cintura portata sulla vita. Indossa un’egida stretta disposta trasversalmente sul petto, originariamente decorata con una gòrgone al centro, andata perduta. La figura sostiene il peso del proprio corpo sulla gamba destra, mentre con il braccio sinistro si appoggia probabilmente ad una lancia; la posa flessuosa e la resa morbida e avvolgente dell’abbigliamento sono tipiche dello stile attico dell’ultimo venticinquennio del V secolo a.C., influenzato dai modelli partenonici (c.d. “Stilericco”).

 

Anfora del Geometrico medio usata come cinerario, dal museo dell’Acropoli di Atene (foto museo acropoli)

L’anfora (1961 ΝΑΚ 196), integra e di grandi dimensioni (alt. cm 41,5), è un importante esemplare della categoria della ceramica geometrica, una produzione caratteristica delle fabbriche ateniesi della prima età arcaica, che segna l’emergere di Atene fra le varie polis della Grecia. Si tratta di un’anfora utilizzata come cinerario, rinvenuta nel 1961 nella tomba 5 scoperta presso le pendici meridionali dell’acropoli, e rappresenta una vaso tipico del Geometrico Medio II, con corpo ovoide, alto collo svasato che termina con l’orlo rivolto verso l’esterno, e due piccole anse verticali  sulla spalla. La decorazione, in gran parte a vernice nera, comprende sul collo una fascia recante un meandro delineato tra strisce orizzontali, mentre sulla pancia del vaso è dipinto un grande riquadro metopale con triangoli allineati; la parte inferiore del corpo e le anse sono decorate con sottili strisce parallele. La forma e lo stile inconfondibile, tipico di questa fase della ceramica attica, ne denotano la cronologia molto antica, risalente alla prima metà dell’VIII sec. a.C. (800-760 a. C.): un periodo, cioè, in cui non era ancora iniziata la colonizzazione greca della Sicilia, da cui solo successivamente derivò l’afflusso di materiali greci nella nostra isola. L’arrivo in Sicilia di questi due significativi reperti delle collezioni del museo dell’Acropoli, segna un decisivo cambio di passo nelle relazioni culturali tra la Sicilia e la Grecia, improntato alla piena pariteticità degli scambi culturali e a un reciproco rapporto di collaborazione che prevede anche lo sviluppo di iniziative comuni quali mostre, conferenze, ricerche scientifiche. È, infatti, la prima volta che dal famoso museo ateniese giungono in Sicilia e al Salinas, per un’esposizione di lungo periodo, testimonianze originali della storia della città che ha profondamente segnato, con la sua arte, l’intera cultura occidentale.

Paestum. On line il monitoraggio sismico del tempio di Nettuno, il tempio meglio conservato della Magna Grecia: progetto del parco archeologico e dell’università di Salerno, finanziato dall’Art Bonus. E intanto dagli scavi sul tempio emerge la storia della sua costruzione

È on line il monitoraggio sismico del tempio di Nettuno a Paestum. Il tempio meglio conservato della Magna Grecia da marzo 2021 è soggetto a un monitoraggio sismico continuo grazie a una collaborazione tra il Parco Archeologico di Paestum e Velia (l’arch. Antonella Manzo, già responsabile dell’ufficio Unesco del parco archeologico, che ha curato il progetto) e il dipartimento di Ingegneria civile dell’università di Salerno (prof. Luigi Petti). I lavori sono stati diretti dall’arch. Luigi Di Muccio della Soprintendenza ABAP di Caserta e Benevento. Il progetto innovativo era stato presentato l’autunno scorso in occasione del bilancio della campagna di raccolta fondi sul portale “ArtBonus” (vedi Paestum. Tempio di Nettuno: con l’ArtBonus finanziato un progetto di monitoraggio dei micro-movimenti con sensori di tecnologia avanzata. E un nuovo scavo svela la storia del lungo cantiere, tra il VI e V sec. a.C., tra progettazione e ripensamenti | archeologiavocidalpassato). L’intervento è stato infatti finanziato con l’aiuto di sostenitori privati attraverso la piattaforma ArtBonus del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo.

Sistema di monitoraggio del tempio di Nettuno a Paestum (foto pa-paeve)

Quattordici punti di misura, realizzati con sensori di ultima tecnologia, sviluppati nell’ambito della ricerca sulle onde gravitazionali, sono stati posizionati sulle parti alte dell’edifico di V sec. a.C. e nel sottosuolo, per misurare in tempo reale ogni minimo movimento della struttura millenaria. La precisione degli accelerometri è tale da poter registrare non solo attività sismiche, ma anche l’impatto del traffico e persino del vento sul tempio. Tali dati, dal momento che vengono raccolti in maniera sistematica, aiuteranno a elaborare un modello del comportamento dinamico dell’edifico e saranno fondamentali per rintracciare cambiamenti strutturali, non visibili a occhio nudo, che potrebbero rappresentare un rischio. “Si tratta di un’integrazione virtuosa tra ricerca applicata e tutela”, commenta l’ing. Luigi Petti dell’ateneo salernitano, “che impiega tecnologie e sensori altamente innovativi, sviluppati dal professore Fabrizio Barone per applicazioni nei settori della sismologia e della geofisica, integrando le conoscenze di molti settori scientifici, tra cui l’archeologia, l’architettura, la geologia e l’ingegneria strutturale. Tali attività rientrano in un progetto di ricerca più ampio, a cui partecipano, tra l’altro, le università di Roma La Sapienza e di Kassel in Germania. È, inoltre, iniziata una collaborazione con l’ISPRA per attività di monitoraggio sui beni culturali”.

Rilievo elaborato nell’ambito delle attività congiunte di ricerca PAEV-DICIV (Unisa) con il supporto dei professori Luigi Petti e Salvatore Barba, dell’arch. Alfredo Balasco e del dott. Salvatore Ciro Nappo (foto pa-paeve)

I dati messi in rete sul sito del Parco. Il datacenter dell’università di Salerno, d’intesa con il parco archeologico, consentirà l’accesso ai dati a enti di ricerca da tutto il mondo, previa stipula di una convenzione non onerosa. Intanto, una parte dei dati è accessibile liberamente in tempo reale sulla pagina del sito istituzionale del Parco Archeologico di Paestum e Velia: https://www.museopaestum.beniculturali.it/monitoraggio-sismico-del-tempio-di-nettuno/. “In questa maniera”, commenta Maria Boffa, funzionaria per la comunicazione del Parco, “ci si può connettere da tutto il mondo per seguire il comportamento dinamico del tempio di Nettuno in tempo reale. Ovviamente i dati messi on line sono in uno stato crudo e parziale e per accedere ai dataset completi bisogna effettuare un’apposita richiesta. Per avere un’idea di cosa esattamente stiamo parlando, si può fare una prova e osservare in video una oscillazione del monumento in diretta proprio nell’orario di transito del Frecciarossa, oppure quando la situazione meteorologica a Paestum non è delle migliori. In tal modo, speriamo di sensibilizzare il pubblico verso un campo di ricerca che a lungo è stato riservato agli addetti ai lavori e far capire come la tecnologia può aiutare nella tutela del patrimonio”.

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Scavi archeologici al tempio di Nettuno di Paestum (foto pa-paeve)

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Dallo scavo al tempio di Nettuno riemerge la storia della sua costruzione (foto pa-paeve)

Novità dagli scavi lungo le fondazioni. Per il posizionamento dei sensori nel sottosuolo sono stati effettuati nuovi scavi lungo le fondazioni del monumento. Le indagini, coordinate dai funzionari archeologi Daniele Rossetti e Francesco Scelza, hanno riservato più di una sorpresa agli studiosi. “Può sembrare strano”, sottolinea il direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, “ma sono i primi scavi stratigrafici controllati e documentati in maniera corretta sul tempio di Nettuno, uno dei monumenti dorici più famosi del mondo antico. E a volte sono proprio i monumenti più celebri – che sembrano stranoti anche se in realtà non lo sono – che nascondono ancora delle sorprese. Nel nostro caso, è soprattutto la cronologia che abbiamo potuto chiarire grazie alla fortuna di trovare una stratigrafia intatta che ancora contiene la storia del cantiere del tempio. In passato, Dieter Mertens ipotizzò sulla base di alcuni dettagli del podio che il tempio originariamente fosse stato progettato come un periptero di 8 x 19 colonne, per poi essere riprogettato in una forma più ‘moderna’ con 6 x 14 colonne. I nostri scavi hanno dimostrato che tutta la parte delle fondazioni effettivamente risale al periodo tardo-arcaico, circa mezzo secolo prima della terminazione del progetto intorno al 460 a.C. Come nelle grandi cattedrali del medioevo, anche qui dobbiamo immaginare un cantiere che si protraeva per più generazioni, con ripensamenti, aggiustamenti e cambiamenti in corso d’opera. Inoltre, lo scavo ci ha messo nella condizione di ricostruire come la costruzione del tempio abbia comportato una rimodulazione del paesaggio circostante. Prima di iniziare la costruzione, l’area dove sarebbe sorto il tempio era stata livellata, però senza abbassare il livello molto al di sotto del piano di campagna. Su un sottile strato di sabbia di mare, riscontrato in tutti e quattro i saggi lungo le fondazioni, furono poi messe le fondamenta che erano dunque quasi completamente al di sopra del piano di campagna. Solo successivamente furono coperti di terreno, creando così una specie di collinetta artificiale intorno al podio del tempio che si può apprezzare ancora oggi. Tutto ciò ha arricchito in maniera straordinaria la nostra conoscenza del tempio dorico meglio conservato della Magna Grecia; è un episodio che ancora una volta fa capire come tutela e ricerca siano due facce della stessa medaglia”.

Il tempio di Nettuno a Paestum, il tempio meglio conservato della Magna Grecia (foto pa-paeve)
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Il progetto ArtBonus “Il tempio di Nettuno si muove – partecipa ad un viaggio unico al mondo!” premiato alla XVI edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali 2020 perché nella top ten dei progetti ArtBonus più votati (foto pa-paeve)

Il progetto finanziato con Artbonus. I lavori per la messa in opera del sistema di monitoraggio sono stati finanziati con donazioni arrivate attraverso il portale Artbonus del ministero della Cultura che prevede sgravi fiscali a chi sostiene la tutela e la valorizzazione di beni culturali. Tra i maggiori contribuenti la famiglia di Sabato D’Amico, titolare dell’omonima azienda di Pontecagnano, e Roberto Savarese di Sorrento Sapori e Tradizioni Srl. “Donare per la realizzazione del progetto di monitoraggio ci ha fatto sentire custodi della storia”, dichiara Sabato D’Amico. “Con la nostra azienda cerchiamo di affermare il made in Italy in tutto il mondo e a contribuire allo sviluppo di questo territorio della Piana del Sele, così ricco di risorse naturali e di cultura. Essere un mecenate significa creare un rapporto saldo con importanti realtà come il Parco Archeologico di Paestum e Velia che quotidianamente tutelano e valorizzano i nostri beni culturali per scrivere un progetto di crescita di più ampio respiro che guarda al futuro”. Come evidenzia il direttore, il progetto, in virtù della sua polivalenza “è un esempio concreto di quanto si riesce a fare in un’ottica di integrazione virtuosa tra tutela, ricerca e coinvolgimento del territorio grazie alle possibilità che si sono aperte con la riforma dei beni culturali e con la legge Artbonus”.

Paestum. Nuove misure anti-Covid, la XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico posticipata all’autunno 2021. Istituiti un Comitato di Indirizzo e un Comitato scientifico per fare della Bmta la vetrina internazionale dell’offerta archeologica della Campania

L’area archeologica di Paestum (foto Pa-Paeve)
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Ugo Picarelli, direttore della Bmta

paestum_BMTA-21-Firma_ita (1)Nuove disposizioni per far fronte alla pandemia, e nuovi provvedimenti per garantire lo svolgimento della XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico che ora slitta a ottobre 2021, praticamente a un anno dalla programmata data di svolgimento. A seguito infatti dell’ultimo Dpcm del 02/03/2021 del Presidente del Consiglio dei Ministri, che sarà in vigore fino al 6 aprile 2021, non c’erano più le condizioni che la Borsa mediterranea del Turismo Archeologico potesse svolgersi dall’8 all’11 aprile 2021, dopo aver già rinunciato nel 2020 alle date in programma dal 19 al 22 novembre. Pertanto, gli enti promotori – Regione Campania, Comune di Capaccio Paestum, Parco Archeologico di Paestum e Velia – in occasione del recente incontro con la Direzione della Bmta hanno posticipato la XXIII edizione all’autunno: da giovedì 30 settembre a domenica 3 ottobre 2021, al fine di assicurare soprattutto sicurezza, ma anche soddisfazione di risultati. La nuova data consentirà anche ai tanti visitatori e addetti ai lavori di vivere Paestum e la bellezza del sito Unesco in un mese particolarmente ambito per il clima, rispetto alla data tradizionale di novembre, che sancirà la definitiva ripartenza del nostro Bel Paese e del turismo in chiave più esperienziale, sostenibile e rivolto alla domanda di prossimità, tematiche tutte a cui la Borsa si ispirerà in questa edizione. “Sono grato al sindaco Franco Alfieri”, interviene il direttore Ugo Picarelli, “di considerare la Bmta un importante veicolo di sviluppo della destinazione Capaccio Paestum, che naturalmente potrà migliorare con il suo rilancio. Sono fortemente grato al presidente della Regione Vincenzo De Luca e all’assessore al Turismo Felice Casucci per aver confermato la Bmta nel calendario ufficiale delle fiere della Regione Campania per il 2021, ma soprattutto per l’impegno di sostenerla maggiormente e accrescerne l’importanza, considerandola una opportunità di relazioni, di processi condivisi, di progettualità per il territorio regionale e per acquisire risorse e stringere accordi di partenariato internazionale nell’ambito del turismo e dei beni culturali”.

Incontri, conferenze, workshop: ricchissimo il programma in questi anni della borsa mediterranea del turismo archeologico
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Il sindaco di Capaccio Paestum, Franco Alfieri (foto bmta)

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Felice Casucci, assessore regionale al Turismo

Nell’incontro, al fine di rilanciare la Bmta e farne la vetrina internazionale dell’offerta archeologica della Campania in termini di turismo culturale e di valorizzazione del patrimonio in un’ottica di sistema e di condivisione di buone pratiche, è stato istituito il Comitato di Indirizzo, che vedrà protagonisti la Regione con l’assessore al Turismo Felice Casucci e il direttore generale per le Politiche culturali e il Turismo Rosanna Romano, il Comune di Capaccio Paestum con il sindaco Franco Alfieri, il Parco di Paestum e Velia con il direttore Gabriel Zuchtriegel e il Consigliere di Amministrazione Alfonso Andria. Al Comitato di Indirizzo sarà affiancato il Comitato Scientifico, costituito dai Parchi (Pompei con il neo direttore, Ercolano con Francesco Sirano, i Campi Flegrei con Fabio Pagano) e dai musei Archeologici (il Mann di Napoli con Paolo Giulierini), dalla direzione regionale Musei del Ministero della Cultura con Marta Ragozzino e dal Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni con Tommaso Pellegrino. “Grazie alla Regione Campania”, spiega il sindaco Franco Alfieri, “rilanciamo la Bmta. Il Masterplan del Litorale Sud Salerno e l’apertura dell’Aeroporto proietteranno Capaccio Paestum alla ribalta internazionale, per cui nei prossimi tre anni dobbiamo far crescere il nostro territorio, migliorare i servizi e riqualificare al meglio strutture private e aree pubbliche”. E l’assessore regionale Felice Casucci: “Abbiamo condiviso con il sindaco di Capaccio Paestum di far diventare Paestum attraverso la Bmta la regia dell’offerta del turismo culturale campano in ambito archeologico, nell’intento di sviluppare dall’autunno 2021 e per il primo semestre 2022 la domanda di prossimità nazionale ed europea, in attesa della ripartenza definitiva della domanda intercontinentale dall’estate 2022, mettendo in luce i prestigiosi siti Unesco, quelli in procinto di candidatura (i Campi Flegrei) e l’ampio patrimonio culturale che minore non è, ma che attende solo di essere valorizzato secondo prodotti turistici esperienziali e sostenibili. Inoltre, l’offerta enogastronomica campana trova nella dieta mediterranea e nella pizza napoletana, patrimoni immateriali dell’Unesco, il valore aggiunto, unico e autentico, da consegnare ai turisti che scelgono le nostre destinazioni archeologiche”.

Il parco archeologico di Paestum, patrimonio Unesco
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Mounir Bouchenaki, presidente onorario della Borsa mediterranea del Turismo archeologico (foto bmta

Infine, gli enti promotori, su indicazione del fondatore e direttore, Ugo Picarelli, hanno nominato presidente onorario Mounir Bouchenaki, per attribuirgli riconoscimento a quanto fatto per il territorio salernitano e legittimare il suo costante ruolo di ambasciatore della Bmta nel mondo. Da direttore del Patrimonio culturale e poi da direttore del World Heritage Centre dell’Unesco ratificò l’istruttoria finale per l’inserimento nella Lista del Patrimonio dell’Umanità nel 1997 della Costa d’Amalfi e nel 1998 del Parco nazionale del Cilento con le aree archeologiche di Paestum e Velia e la Certosa di Padula, e da vice direttore generale per la Cultura dell’Unesco, da direttore generale dell’Iccrom e da consigliere speciale del direttore generale dell’Unesco accreditò la Bmta presso i ministri del Turismo e della Cultura di tutti i continenti, favorendone la partecipazione di tanti unitamente ai vertici dell’Unwto di Madrid e accrescendone sin dalla prima edizione del 1998 il livello scientifico internazionale. “Sono particolarmente felice”, commenta Mounir Bouchenaki, “perché ho sempre ritenuto la Borsa di Paestum una preziosa best practice internazionale per far conoscere la bellezza di paesi anche tanto lontani e quanto sia importante sviluppare il dialogo interculturale attraverso la valorizzazione del patrimonio archeologico; inoltre, da cittadino onorario di Capaccio Paestum, il mio contributo è un gesto d’amore”.

Archeologia in lutto. È morta la grande egittologa Edda Bresciani, “l’ultimo dei giganti del Novecento”. Aveva 90 anni. Prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, accademica dei Lincei, ha diretto missioni ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum. Autrice di molte pubblicazioni sull’Antico Egitto. L’ultimo suo contributo nel 2020: seguire un progetto editoriale sui siti del Medio Egitto

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum

“È morta. Abbiamo perso l’ultimo esponente di una generazione di giganti del Novecento”. Al telefono sento una voce rotta dalla commozione, non la nomina ma purtroppo non lasciano spazio all’immaginazione quelle poche parole: Edda Bresciani è morta. Tra i massimi esperti al mondo di Egittologia, archeologa, accademica dei Lincei, aveva 90 anni, compiuti da poco. A chiamarmi è Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo Civico di Rovereto, autore dell’Archivio Fotografico dei siti del Medio Egitto regolamentato da un protocollo siglato dal ministero delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto. Edda Bresciani si è spenta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, creata per lei nel 1968 dall’università di Pisa, di cui era poi diventata professore emerito, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo.

L’egittologa Edda Bresciani con Maurizio Zulian alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto del 2013 (foto Zulian)

Zulian l’aveva sentita al cellulare solo una decina di giorni fa. Un’abitudine che si era consolidata nell’ultimo anno e mezzo, da quando la professoressa aveva accettato – con l’entusiasmo di una giovane ricercatrice davanti a una potenziale scoperta archeologica – di seguire lo sviluppo di un progetto editoriale di Zulian (con la collaborazione di chi scrive) sui siti archeologici del Medio Egitto, che Zulian aveva avuto modo di visitare, fotografare e studiare negli ultimi trent’anni, anche se molti di essi sono chiusi al pubblico da anni, se non da sempre. Ed era proprio nel suo girovagare per l’Egitto che Maurizio Zulian aveva avuto modo di conoscere Edda Bresciani “al lavoro”, impegnata in prima linea nelle ricerche archeologiche. Per poi ritrovarla in tempi più recenti ospite speciale nella “sua” Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico. “Ho avuto l’onore di godere della stima e dell’amicizia della professoressa che non ha mai fatto pesare la sua straordinaria statura scientifica e cultura quando parlavo con lei di ricerche o scoperte, o le chiedevo dei chiarimenti su qualche problematica della civiltà dei faraoni”, ricorda commosso Zulian. “Anzi, ha sempre mostrato una disponibilità rara”.

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Edda Bresciani nel deserto egiziano


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L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Dalla metà degli anni ’60 Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto: ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana nel sito di Saqqara, che ha posto l’università di Pisa tra i pionieri dell’applicazione delle tecnologie informatiche all’archeologia e alla conservazione dei monumenti antichi. Infatti proprio per conto dell’ateneo pisano ha diretto il progetto Issemm, finanziato dal ministero italiano per gli Affari esteri – Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, destinato a dare un supporto tecnico e scientifico per il monitoraggio e la gestione dei siti archeologici egiziani, in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Grazie all’Issemm sono stati realizzati il Parco archeologico e il Visitor Centre di Medinet Madi nel Fayum in Egitto, inaugurato l’8 maggio 2011 (vedi Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare | archeologiavocidalpassato). Nel 1965 l’egittologa lucchese ha preso parte alle operazioni di salvataggio dei monumenti della Nubia (le missioni erano dirette da Sergio Donadoni, di cui sarebbe diventata l’allieva prediletta) prima che venissero sommersi con la creazione della diga di Assuan. Lei aveva approfondito l’architettura proto cristiana, e per l’Unesco aveva studiato le iscrizioni demotiche. Dal 1966 è stata alla direzione degli scavi del Fayum, per conto dell’università Statale di Milano, per poi passare negli anni Settanta del Novecento a dirigere gli scavi ad Assuan (dove portò alla luce il tempio di Iside).

Letteratura e poesia nell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi
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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Fondatrice della rivista “Egitto e Vicino Oriente” nel 1978, fu autrice di numerose pubblicazioni sull’Antico Egitto: da “L’Antico Egitto di Ippolito Rosellini nelle tavole dai monumenti dell’Egitto e della Nubia” (De Agostini, 1993) a “Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto (a cura di E. Bresciani) (De Agostini, 1998, 2005, 2020); da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi” (Einaudi Tascabili, 2007) a “La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico” (Einaudi Saggi, 2005), vincitore del Premio nazionale letterario Pisa per la Saggistica. Ad esprimere lutto per la sua morte tra gli altri Maria e Francesca Fazzi della casa editrice lucchese Pacini Fazzi: “Con tanto affetto ricordiamo l’amica Edda Bresciani, grande egittologa, grande studiosa, ma soprattutto amante della vita in tutte le sue espressioni: dall’arte alla cucina. Mancherà la sua ironia intelligente, la sua grande curiosità indagatrice e mai scontata”. E il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini: “Lucca perde una grande studiosa, una delle sue donne più conosciute in ambito internazionale. Edda Bresciani, già ordinaria di Egittologia nell’università di Pisa, è stata archeologa, storica, filologa, e in particolare specialista dell’Egitto di epoca achemenide e dello studio del demotico. Con le sue competenze, con la sua profonda passione ha trasmesso l’amore per la conoscenza in tante generazioni di studenti e, grazie ai suoi testi, ha divulgato la storia dell’antico Egitto, della sua letteratura e società, fra tanti italiani. La ricordo con affetto e stima. Nell’aprile del 2019 le consegnammo la medaglia della città di Lucca: fu una cerimonia molto partecipata da amici ed estimatori che confermò la sua spontanea sobrietà, la sua natura di donna schiva ed acuta”. Nel 1996 era stata insignita della medaglia d’oro del presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Nell’aprile 2004 aveva ricevuto il prestigioso premio “Firenze-Donna“, mentre nel settembre 2014 a Pisa le era stato assegnato il premio “Campano d’Oro”, istituito come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano particolarmente distintisi nella cultura, nella scienza e nelle professioni (vedi A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano | archeologiavocidalpassato).

Il progetto editoriale “Nella terra di Pakhet” con prefazione di Edda Bresciani, in attesa di pubblicazione

Nonostante l’età, Edda Bresciani era molto attiva. Esattamente un anno fa – raccontano le cronache – aveva tenuto anche la prolusione inaugurale all’apertura dell’anno accademico dell’Accademia lucchese di scienze, lettere e arti, di cui era socia, parlando dell’antico Egitto e della sua esperienza di una vita tra scavi e ricerca scientifica. Era socia del Soroptimist di Lucca. E così arriviamo al progetto editoriale sui siti del Medio Egitto, sicuramente uno degli ultimi cui si è dedicata la professoressa Bresciani. E la ricordiamo come professoressa, prima ancora che grande egittologa, perché è proprio in questa veste che abbiamo avuto modo di conoscerla e apprezzarla. Prima solo qualche consiglio, piccoli suggerimenti. Poi la decisione di voler seguire passo passo la nascita di questo studio, leggendo ogni scheda, ogni racconto di viaggio, esaminando ogni fotografia (ingrandendo le immagini di Zulian è riuscita anche a decifrare alcune iscrizioni in demotico presenti in sepolture del periodo tardo, restituendo per la prima volta il nome dei titolari – anzi delle titolari – delle tombe). “E quando prendeva in esame i testi lasciava da parte tutta la bonomia, la simpatia e l’ironia che la contraddistinguevano, e assumeva il ruolo della professoressa”, ricorda Zulian con grande rispetto. “Per lei era come essere tornata in cattedra per seguire dei giovani allievi nella stesura della tesi. Una volta me lo ha anche detto: mi avete fatto tornare l’entusiasmo di un tempo”. Senza risparmiarci i “doppi segni blu e rosso”. Ma alla fine il regalo: non solo le è piaciuto il titolo del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto Appunti di trent’anni di viaggi” di Maurizio Zulian con la collaborazione di Graziano Tavan. Ma ha anche accettato di farci la prefazione. “E non vedeva l’ora di poter tenere in mano quello che lei definiva amabilmente il nostro librone”, chiude Zulian. Purtroppo l’emergenza da coronavirus ha bloccato tutto il progetto. “Se mai vedrà la luce, glielo porteremo, perché la possa accompagnare nel suo viaggio nell’Aldilà o nei Campi Iaru”.

Fondazione Scuola Beni culturali: nel primo seminario on line rafforzato il ruolo internazionale dell’Italia per l’area del Mediterraneo nella gestione del patrimonio

Progettare il futuro nella gestione del patrimonio: la dimensione internazionale. Con un seminario online dal titolo “Programme follow-up: twinnings and skills sharing” (Aggiornamento del programma: gemellaggi e condivisione delle competenze) si è conclusa, alla presenza del ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, la prima edizione della International School of Cultural Heritage, il programma di scambio e aggiornamento professionale per l’area del Mediterraneo lanciato nel novembre 2019 dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali. Un appuntamento di lavoro basato sul reciproco ascolto e sulla condivisione di esperienze, con il quale si è voluto valorizzare il cospicuo investimento realizzato dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, allo scopo di rafforzare il ruolo internazionale dell’Italia nel campo della gestione del patrimonio e condividere con i Paesi partecipanti il know how italiano. Le indicazioni e le valutazioni emerse durante il seminario conclusivo costituiranno una base di partenza condivisa per la programmazione di attività future: è già prevista per la fine del 2021 una seconda edizione del Programma, e l’avvio di accordi e gemellaggi tra istituzioni italiane e dei Paesi coinvolti. La vice ministra MAECI Marina Sereni e l’Assistant Director-General per la Cultura dell’UNESCO, Ernesto Ottone Ramirez, hanno portato i loro saluti confermando l’interesse e la piena disponibilità delle loro istituzioni a continuare nel lavoro comune. Al seminario hanno preso parte i rappresentanti di alcuni dei partner coinvolti, che hanno ospitato i referenti stranieri nelle loro esperienze sul campo in Italia: Parco archeologico di Paestum, Parco Archeologico dell’Appia Antica, Coopculture, Museo Egizio di Torino, CNR – Istituto di scienze per il patrimonio culturale, Museo Etrusco di Villa Giulia, Fondazione Brescia Musei. Sono intervenuti poi i responsabili apicali delle istituzioni dell’area mediterranea che hanno aderito al Programma, da Algeria, Egitto, Etiopia, Giordania, Iraq, Israele, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia e Turchia. Il confronto è stato coordinato da Mounir Bouchenaki, archeologo algerino già Vice-Direttore dell’UNESCO per la Cultura e Direttore Generale di ICCROM, attualmente consulente esperto per l’UNESCO.

La prima edizione della International School ha visto la partecipazione di diciannove tra archeologi, architetti, esperti e gestori di musei provenienti da diverse aree del Mediterraneo e dall’Etiopia coinvolti in un corso residenziale della durata di cinque mesi, con il titolo “Gestione del patrimonio archeologico mediterraneo: sfide e strategie”. I professionisti hanno partecipato, in un primo tempo, alla parte teorica del programma: lezioni, visite tematiche e visite di studio a siti e istituzioni culturali, workshop, casi di studio e incontri, si sono susseguiti offrendo un vasto panorama di tematiche legate alla conservazione e alla ricerca, alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio archeologico. Successivamente, e fino allo scorso marzo, ogni partecipante si è poi dedicato individualmente a uno specifico progetto sul campo presso enti e istituzioni in tutta la Penisola: da Brescia ad Agrigento, Torino, Roma, Napoli, Paestum, Ercolano e Pompei, collaborando con i colleghi italiani appartenenti a istituzioni, musei e parchi archeologici. Durante il lavoro sul campo, i partecipanti stranieri hanno potuto studiare i modelli e le pratiche delle istituzioni ospitanti e sviluppare un proprio progetto applicabile al contesto di provenienza.

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Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali


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Maria Alessandra Vittorini, direttore Fondazione Scuola Beni e Attività culturali

“Grazie al contributo delle istituzioni archeologiche italiane già coinvolte nel Programma”, spiega Vincenzo Trione, presidente della Fondazione, “è già in corso la costruzione di una offerta formativa, al momento online, di profilo internazionale: una serie di webinar, in lingua inglese, come occasione di formazione per i partecipanti stranieri e come momento di “promozione” delle istituzioni italiane”. E il direttore Alessandra Vittorini: “L’iniziativa odierna, che ha visto partecipazioni di alto profilo e interessanti riconoscimenti sui risultati conseguiti, rafforza la Fondazione, nel suo impegno volto a contribuire alla costruzione di una rete permanente per l’aggiornamento e l’accrescimento dei professionisti del patrimonio culturale, puntando prevalentemente sullo scambio di esperienze di eccellenza e la condivisione di modelli di lavoro”. “Oggi abbiamo constatato un grande interesse nel modello di scambio della International School e nella proposta di lavorare su possibili gemellaggi tra istituzioni italiane e Paesi stranieri”, conclude Andrea Meloni, membro del Consiglio di Gestione della Fondazione e delegato per i rapporti internazionali, aggiungendo che “tutti i colleghi dei Paesi esteri hanno confermato il pieno apprezzamento per il lavoro fatto e si sono dichiarati fortemente interessati a continuare a lavorare per progetti di collaborazione nel prossimo futuro”.

Paestum. Aspettando la XXIII edizione della Borsa mediterranea del Turismo archeologico 8-11 aprile 2021: nel giorno della prevista apertura cancellata, i “Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo” on line e i saluti dei partner e degli enti promotori

La locandina dei “Dialoghi sull’archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo” dedicati a Catastrofi, distruzioni, storia”

paestum_BMTA21-logo19 novembre 2020: per Paestum doveva essere un giorno importante, atteso da mesi: l’apertura della XXIII edizione della Borsa mediterranea del Turismo archeologico. Ma, come sappiamo, l’edizione – mantenendo lo stesso ricco programma – è stata spostata all’8 aprile 2021. In questo modo la XXIII edizione, assicurando a tutti i protagonisti soprattutto sicurezza ma anche soddisfazione di risultati, consentirà ai tanti visitatori e addetti ai lavori di vivere Paestum e la bellezza del Parco Archeologico, sito Unesco, con i colori della primavera che, auspichiamo, sancirà la definitiva ripartenza del nostro Bel Paese e del turismo in chiave più esperienziale, sostenibile e rivolto alla domanda di prossimità, tematiche tutte a cui la Borsa si è ispirata in questa edizione. La data comunque non è passata in silenzio. All’insegna di aspettando la XXIII edizione della Borsa 8-11 aprile 2021, i prestigiosi partner della Bmta (Unesco, Unwto, Mibact) e gli enti promotori (Comune di Capaccio Paestum, parco archeologico di Paestum e Velia, Regione Campania) hanno portato il loro saluto nella giornata di apertura inizialmente prevista, giovedì 19 novembre, in occasione dei “Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo”, che la Fondazione Paestum, presieduta dal prof. Emanuele Greco già direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, ha confermato online dal titolo “Catastrofi, distruzioni, storia”.

 

Ernesto Ottone Ramirez, vice direttore generale per la Cultura dell’Unesco

Per l’occasione hanno portato il loro saluto, come avviene nella giornata di apertura di ogni edizione, i prestigiosi partner, quali le organizzazioni della cultura e del turismo dell’Onu, Unesco e Unwto, che da sempre patrocinano e sostengono la Borsa, unitamente al ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, nelle persone del vice direttore generale per la Cultura dell’Unesco Ernesto Ottone Ramirez, del direttore Regione Europa dell’Unwto Alessandra Priante, del sottosegretario al Turismo Lorenza Bonaccorsi. “È un piacere unirmi a voi oggi, in quella che avrebbe dovuto essere l’apertura della XXIII BMTA”, ha esordito Ramirez. “Questo evento di lunga durata è unico tra le fiere dedicate al turismo di tutto il mondo e gode del supporto dell’Unesco da molti anni. Alcuni dei più iconici Siti nella Lista dei Patrimoni dell’Umanità sono siti archeologici e la loro salvaguardia va al cuore della missione dell’Unesco. A causa della pandemia da Covid-19 questo evento, come molti altri compreso il World Heritage Committee (Comitato per il Patrimonio Mondiale), è stato posticipato. La crisi ha visto il turismo decrescere rapidamente nella maggior parte dei Paesi, influenzando la capacità di molti Siti Unesco di funzionare in modo corretto per l’immediato futuro. Nuove misure e approcci sono messi alla prova per far ripartire il turismo e alcune tendenze stanno già emergendo: la principale di esse è la crescente importanza della tecnologia digitale, che plasmerà il futuro del patrimonio e del turismo. Durante la pandemia, l’accesso digitale alla cultura ha fornito istruzione, intrattenimento e conforto a milioni di persone confinate nelle proprie case in tutto il mondo. Abbiamo assistito ad una richiesta senza precedenti di accesso online alla cultura, con alcuni Siti Unesco che hanno riscontrato un incremento del 30% del traffico sui loro siti internet e dell’engagement dei loro account sui social media rispetto all’anno precedente. Per supportare l’urgente necessità di rendere la cultura accessibile a tutti, l’Unesco ha lanciato quest’anno le sue campagne Share Culture e Share Our Heritage e abbiamo messo in campo una serie di iniziative che puntano alla digitalizzazione del patrimonio. Molti siti archeologici stanno implementando e esplorando l’innovazione digitale, ed è incoraggiante vedere così tante risposte creative che promuovono l’accesso alla cultura. La vostra mostra digitale ArcheoVirtual è un esempio eccellente. Anche il numero attuale del World Heritage Review ha come tema l’interpretazione del patrimonio culturale e il Covid-19, e fornisce gli ultimi strumenti digitali a supporto dell’accesso al patrimonio culturale, dalle visite virtuali e le mostre online agli inventari di catalogazione di manufatti del patrimonio culturale. Un altro trend emergente è lo spostamento dai mercati internazionali verso la riconnessione con le comunità locali e l’incoraggiarle al coinvolgimento con e alla riscoperta del loro patrimonio culturale. Tuttavia, le comunità locali avranno bisogno di maggior supporto sia per la ripresa dalla crisi in corso che per fronteggiare e adattarsi alle future sfide regionali e globali, dalle pandemie al cambiamento climatico, disastri naturali o conflitti. La pandemia ha dato slancio al ripensamento dei modelli esistenti e all’indirizzamento degli sforzi post Covid-19 verso un turismo culturale basato sulla natura in linea con i valori Unesco, rispettoso del patrimonio e benefico per le comunità. In risposta, l’Unesco ha istituito una task force sul turismo culturale e resiliente, con autorità consultive della Convenzione Unesco per affrontare temi chiave legati al turismo e per promuovere nuovi approcci che sfruttano i valori del patrimonio e contribuiscono allo sviluppo sostenibile durante e oltre la crisi del Covid-19. Guardando avanti, l’aumento del coordinamento, il rafforzamento delle capacità di formazione nell’innovazione digitale e lo scambio di buone pratiche saranno fattori cruciali. Questo sarà il focus del nostro lavoro andando avanti e la vostra collaborazione è benvenuta”.

Alessandra Priante, direttore Regione Europa dell’Unwto

E Alessandra Priante: “L’anno scorso proprio di questi tempi ero alla BMTA e ho avuto il grandissimo piacere di parteciparvi per la prima volta e farlo nel mio nuovo ruolo di Direttore Regione Europa dell’Unwto per dimostrare ancora una volta che le Nazioni Unite sono da sempre accanto a questa manifestazione e che l’Italia può giocare un grande ruolo di eccellenza proprio con eventi di questo tipo, perché con la Borsa si realizza qualcosa di unico nel mondo, non solo per la location dove si svolge ma anche per il modo estremamente professionale con cui si gestiscono il salone espositivo e il programma scientifico. Colgo l’occasione per darci appuntamento ad aprile 2021, sperando che questa situazione così triste per tutti noi abbia trovato una modalità di gestione che ci consenta di portare avanti le nostre attività prioritarie, che in questo caso sono appunto del turismo, e di rifocalizzare la nostra azione verso obiettivi maggiormente sostenibili, innovativi ma soprattutto accessibili e responsabili”.

Lorenza Bonaccorsi, sottosegretario al Turismo

“La BMTA è un appuntamento riconosciuto e apprezzato da tutti i grandi esperti del settore per la grande capacità di coinvolgere gli attori di questo specifico comparto, in cui l’Italia può dire la propria, e per l’originalità della manifestazione”, ha sottolineato Lorenza Bonaccorsi: “Sono certa che poterla svolgere in primavera, nella straordinaria cornice del Parco Archeologico, rappresenterà un ulteriore valore aggiunto all’iniziativa. La fase molto complessa che stiamo vivendo ci impone di ripensare a ciò che sarà il turismo di domani, infatti questa crisi ha accelerato dei fenomeni già in movimento e alcuni di questi riguardano da vicino anche il turismo archeologico: pensiamo al rapporto tra i territori e il turismo di massa, alla gestione dei grandi volumi, agli amministratori che talvolta devono gestire o supportare i nostri siti, alla fragilità stessa di molte nostre ricchezze (beni culturali, archeologici, storici) che vanno tutelate e allo stesso tempo valorizzate, rispettate, fatte conoscere e visitate. Vi sono, dunque, numerosi temi che una manifestazione come la BMTA sarà in grado di approfondire con esperti e operatori. Cito in ultimo anche l’enorme supporto che può arrivare dalla piena digitalizzazione dei nostri servizi nei siti archeologici così come nei musei, un aspetto su cui il MiBACT è particolarmente attento nel sostegno delle tante realtà del Paese, come ovviamente quella di Paestum”.

Mounir Bouchenaki, presidente onorario della Borsa mediterranea del Turismo archeologico
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La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

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Gabriel Zuchtriegl, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia

Hanno aperto i lavori per gli enti promotori l’assessore al Turismo della Regione Campania Felice Casucci (“Voglio sottolineare l’importanza, in questo periodo così complesso, dello svolgimento online degli eventi culturali: per questo esprimo il mio apprezzamento all’iniziativa di questi giorni e per coloro che la rendono possibile. La BMTA è un grande evento, unico al mondo, che si avvale di importanti partner; inoltre, vorrei ricordarne l’esemplarità sotto il profilo economico, ancora di più in questo momento storico, legato alla destagionalizzazione e per quanto riguarda la tutela del patrimonio culturale, essenziale alla vita dei territori”), il sindaco di Capaccio Paestum Franco Alfieri (“Conoscendo la tenacia del prof. Emanuele Greco non mi sono meravigliato che abbia voluto non tener conto della pandemia e portare avanti, seppur online, i lavori dei Dialoghi sull’Archeologia. Purtroppo, la situazione che stiamo vivendo ci costringe a una partecipazione virtuale ma non ho voluto far mancare il saluto della Città di Capaccio Paestum e il mio personale, in attesa di rivederci ad aprile in occasione della XXIII BMTA”) e il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia Gabriel Zuchtriegel (“Colgo l’occasione per salutare tutti da un luogo, in cui mi sarebbe piaciuto portarvi per discuterne, ovvero la trincea scavata alla base delle fondazioni del Tempio di Nettuno: i dati mostrano una stratigrafia abbastanza intatta e anche delle strutture che sono molto interessanti per i risultati dello scavo in atto”) e a seguire il rettore dell’università di Salerno Vincenzo Loia ((“L’università di Salerno è partner di riferimento per la BMTA e per i “Dialoghi sull’Archeologia”. L’appuntamento della Fondazione Paestum è, infatti, promosso dalla nostra Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale: tre giorni molto intensi, dove confrontare i nostri risultati di ricerca. Un apprezzamento va alla partecipazione di molti giovani provenienti da diverse Università e Istituti”), il presidente del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello Alfonso Andria (“Oggi avrebbe avuto inizio la XXIII BMTA: non è stato così, ma lo sarà ad aprile perché l’edizione è semplicemente differita di qualche mese. Possiamo già anticipare alcuni momenti che caratterizzeranno la prossima Borsa: l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio alla scoperta archeologica dell’anno e il Premio in memoria di “Sebastiano Tusa”, alla prima edizione, assegnato a personalità impegnate a favore del turismo archeologico subacqueo. Questo tempo “sospeso” che stiamo vivendo deve essere utile per progettare la ripresa e per dare contenuti e la Borsa non è solo incontro tra domanda e offerta, ma è anche contenuti, progettualità, costruzione di reti e relazioni, confronto di esperienze e buone pratiche”), il presidente onorario della Borsa Mounir Bouchenaki (“In questi giorni, in occasione della XXIII Borsa, avremmo dovuto riunirci a Paestum, bellissima città con i suoi meravigliosi templi risalenti alla Magna Grecia e proprio da oggi si svolgono i Dialoghi sull’Archeologia della Magna Grecia e del Mediterraneo del collega e amico Emanuele Greco. Tutti noi, che abbiamo partecipato tanti anni alla Borsa, aspettiamo con gioia il momento in cui sarà finita l’emergenza sanitaria e potremo ritrovarci insieme sia nel Parco Archeologico, sia nelle sale in occasione delle Conferenze sull’archeologia moderna e sulle scoperte che portano avanti la conoscenza del nostro passato, soprattutto nel Mediterraneo”). Il fondatore e direttore della Borsa Ugo Picarelli ha sottolineato il prestigioso apporto delle Istituzioni, che sostengono la Borsa quali Unesco, Unwto, MiBACT che non hanno voluto far mancare la loro vicinanza in questo particolare momento e il rinnovato impegno da parte degli enti promotori Regione Campania, Città di Capaccio Paestum, Parco Archeologico di Paestum e Velia. 

Roma. Alla fiera “Più libri più liberi” Forum Editrice presenta le ricerche del progetto Terre di Ninive dell’università di Udine nel Kurdistan iracheno nell’incontro “Tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nelle aree a rischio del Vicino Oriente. Il parco archeologico della regione di Duhok nel Kurdistan iracheno” con Matthiae, Morandi Bonacossi e Orazi, e con il libro “The Archaeological Environmental Park of Sennacherib’s Irrigation Network”

La locandina di “Più libri, più liberi”, la fiera nazionale della piccola e media editoria alla Nuvola di Roma-Eur

Dal 4 all’8 dicembre 2019 torna a Roma, nell’avveniristica cornice della Nuvola dell’Eur, Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria. “E torniamo anche noi!”, ricordano a Forum, editrice universitaria udinese. “Ci trovate sempre agli stand B66-B68 con il coordinamento delle University Press Italiane, e venerdì 6 dicembre parleremo delle importanti ricerche del progetto della nostra Università Terre di Ninive”. E sarà presentato il libro di Roberto Orazi “The Archaeological Environmental Park of Sennacherib’s Irrigation Network” (Forum Editrice). La fiera Più libri più liberi si conferma come l’evento culturale più importante della Capitale – ormai sempre più riconosciuto sia a livello nazionale che internazionale – dedicato esclusivamente agli editori indipendenti italiani. Quest’anno oltre 520 espositori, provenienti da tutto il Paese, presentano al pubblico le novità e il proprio catalogo. Cinque giorni e più di 670 appuntamenti in cui ascoltare autori, assistere a letture, dibattiti, performance musicali e incontrare gli operatori professionali.

Tell Gomel, nel Kurdistan iracheno, il sito dell’antica Gaugamela, dove Alessandro Magno sconfisse Dario III nel 331 a.C. e completò la conquista dell’impero persiano (foto LoNAP)

La distribuzione dei siti archeologici rilevati dal progetto “Terra di Ninive” dell’università di Udine (foto LoNAP)

Il “Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive” è un’ampia ricerca interdisciplinare condotta dalla “Missione Archeologica Italiana in Assiria” (MAIA) dell’Università degli Studi di Udine. Il progetto mira a studiare il paesaggio archeologico della regione di Dohuk (Kurdistan Iracheno) e a documentare, tutelare e valorizzare lo straordinario patrimonio archeologico di questa regione posta nell’entroterra dell’antica capitale dell’impero assiro, Ninive (odierna Mosul). Attraverso la ricognizione archeologica di superficie di una regione di 3.000 kmq di estensione e lo scavo del sito di Tell Gomel (il sito dell’antica Gaugamela, dove Alessandro Magno sconfisse Dario III nel 331 a.C. e completò la conquista dell’impero persiano: vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/04/17/svelato-giallo-archeologico-in-kurdistan-iracheno-la-missione-delluniversita-di-udine-ha-scoperto-il-luogo-della-battaglia-di-gaugamela-330-a-c-dove-alessandro-magno-sconfisse-il-re-persi/), il progetto mira a ricostruire la formazione ed evoluzione del paesaggio culturale e naturale di una regione cruciale dell’antica Mesopotamia fra preistoria ed età islamica. Questa regione, mai esplorata da alcuna missione archeologica moderna, fu uno dei principali teatri della “rivoluzione agricola”, che diede origine alla moderna economia produttiva e fu il centro politico e geografico dell’Assiria, il primo impero globale della storia. Il suo studio ha ricadute non solo in ambito strettamente vicino orientale, ma è anche di assoluto rilievo per l’indagine dei grandi processi culturali che hanno caratterizzato il progresso delle società umane a partire dalle piccole comunità di cacciatori e raccoglitori preistorici fino alla formazione dei grandi centri urbani, degli stati territoriali e degli imperi nelle età del Bronzo e del Ferro.

Un tratto dell’acquedotto di Sennacherib a Jerwan nel Kurdistan iracheno (foto LoNAP)

Il secondo obbiettivo di MAIA consiste nella documentazione, conservazione e gestione degli straordinari monumenti archeologici presenti nella regione di Dohuk. Attraverso la stretta cooperazione con le autorità locali (Direzione Generale delle Antichità del Kurdistan, Direzione delle Antichità di Dohuk, Governatorato di Dohuk), la Task Force Iraq del Ministero degli Affari Esteri, l’UNESCO e il World Monuments Fund di New York, il progetto contribuisce in maniera determinante alla tutela e promozione dello straordinario patrimonio culturale della regione. L’imponente sistema irriguo costruito fra VIII e VII sec. a.C. dal re assiro Sennacherib, con i suoi monumentali rilievi rupestri, canali e i primi acquedotti in pietra della storia è stato documentato in maniera digitale e tridimensionale ed è in corso di valorizzazione. Con la Direzione delle Antichità di Dohuk sarà progettato l’inserimento del vasto complesso archeologico nella “World Heritage Tentative List” dell’UNESCO.

Il ritratto di Sennacherib in un rilievo rupestre assiro di Khinis nel Kurdistan iracheno (foto LoNAP)

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Appuntamento venerdì 6 dicembre 2019, alle 16.30, in sala Marte, con l’incontro promosso da Forum Editrice “Tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nelle aree a rischio del Vicino Oriente. Il parco archeologico della regione di Duhok nel Kurdistan iracheno” al quale intervengono Paolo Matthiae, decano degli archeologi assiriologi; Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine, direttore del progetto Terre di Ninive; e Roberto Orazi del Cnr, coordinatore del gruppo dell’Ispc-Unid. Luogo cruciale per la storia nel nord dell’antica Mesopotamia, per molto tempo inesplorato a causa della complessa situazione politica, il Kurdistan Iracheno è al centro delle ricerche del Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive. In particolare gli studi sulla documentazione, tutela e valorizzazione dello straordinario patrimonio archeologico della regione di Dohuk costituito da enormi canali d’irrigazione, rilievi rupestri e dai primi acquedotti in pietra della storia sono raccolti in un dossier che propone l’inserimento di questo sofisticato sistema nella World Heritage Tentative List dell’UNESCO. Il progetto di valorizzazione del sito è nato dalla collaborazione tra l’università di Udine e l’istituto di scienze del patrimonio culturale-Ispc (Itabc) nell’ambito del progetto “Land of Nineveh Training Project for the Enhancement of the Cultural Heritage of the Kurdistan Region of Iraq” diretto dal prof. Daniele Morandi Bonacossi e affidato all’università di Udine dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics).

Il libro di Roberto Orazi The Archaeological Park of Sennacherib’s Irrigation Network. Recording, Conservation and Management of the Cultural Heritage of the Northern Region of Iraqi Kurdistan” (Forum Editrice)

Un tratto dell’acquedotto di Sennacherib a Jerwan scoperto dalla missione archeologica dell’università di Udine nel progetto “Terre di Ninive” (foto LoNAP)

L’architetto Roberto Orazi

I risultati raggiunti dal gruppo di lavoro dell’Ispc-Unid, sotto il coordinamento dell’arch. Roberto Orazi, sono confluiti nel volume “The Archaeological Park of Sennacherib’s Irrigation Network. Recording, Conservation and Management of the Cultural Heritage of the Northern Region of Iraqi Kurdistan” di Roberto Orazi (Forum Editrice, Udine 2019, pp. 268, 80 euro), primo volume della collana Italian Archaeological Mission to the Kurdistan Region of Iraq (IAMKRI). Roberto Orazi si è occupato dello studio e del riuso del patrimonio architettonico con attività nel campo della ricerca, dell’insegnamento e del restauro sia in Italia che all’estero (Iran, Oman, Perù, Siria, Iraq). È autore di oltre sessanta pubblicazioni e monografie, tra cui Project to Restore the Monumental Complex of Khor-Rori (1997) e The Pavilion of the Forty Columns. Studies and Conservation at Isfahan (in stampa). Il sistema di canalizzazioni costruito dal sovrano assiro Sennacherib per portare acqua a Ninive e alla campagna circostante intorno al 700 a.C. costituisce forse il più rappresentativo esempio di patrimonio culturale monumentale del Kurdistan Iracheno. Canali, imponenti acquedotti in pietra, bassorilievi rupestri e iscrizioni commemorative sono sparsi su un territorio di tremila chilometri quadrati nella regione di Duhok, ma appartengono tutti alla stessa imponente impresa. Il volume, in inglese, è interamente dedicato alla documentazione, conservazione e valorizzazione del sistema irriguo di Sennacherib e alla redazione della proposta per l’inserimento del complesso nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Venezia. A Palazzo Grimani la mostra “Domus Grimani 1594 – 2019” che celebra, dopo oltre quattro secoli, il ritorno a Palazzo Grimani della collezione di statue classiche (sculture, marmi, vasi, bronzi e gemme) appartenuta al patriarca di Aquileia, Giovanni Grimani

La locandina della mostra “Domus Grimani 1494 -2019” fino al 31 maggio 2021

Sculture, marmi, vasi, bronzi e gemme: costituivano la collezione di antichità di Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia, erede col fratello Vettore, procuratore di San Marco, del doge Antonio Grimani, il primo proprietario del palazzo veneziano in Santa Maria Formosa. È proprio in Palazzo Grimani che Giovanni collocò la sua collezione, con le sculture più importanti esposte nel cosiddetto “Camerino delle Antichità”. Nel 1587 il patriarca decise di donare la collezione di sculture provenienti dalla sua wunderkammer alla Repubblica di Venezia. Dopo la sua morte, le sculture, che oggi fanno parte della collezione del museo Archeologico di Venezia, furono collocate nell’antisala della Biblioteca Marciana progettata da Vincenzo Scamozzi, conosciuta come lo Statuario della Repubblica di Venezia. E poiché il famoso soffitto dello Statuario da febbraio 2019 è sottoposto a un importante intervento di restauro, che durerà almeno due anni, tutte le sculture che decorano le pareti della sala sono state rimosse, offrendo un’occasione unica per riportare temporaneamente, dopo più di 400 anni, la Collezione Grimani nella sua collocazione originale. È nata così l’eccezionale mostra “DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” (fino al 30 maggio 2021), curata da Daniele Ferrara, direttore del Polo museale del Veneto, e Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage. Prodotta da Civita Tre Venezie, l’operazione – che gode del patrocinio della Regione del Veneto ed è realizzata in collaborazione con UNESCO – è resa possibile grazie al sostegno di Venetian Heritage, di un donatore anonimo, della Helen Frankenthaler Foundation di New York e Gagosian. Inoltre, con il sostegno della Michelangelo Foundation e di Lady Monika del Campo Bacardi. Il catalogo edito da Marsilio, oltre ad approfondire la storia della collezione Grimani, ne rivela la sua straordinaria bellezza, grazie a una importante campagna fotografica realizzata per l’occasione.

La Tribuna di Palazzo Grimani come l’ha pensata Giovanni Grimani con le statue antiche (foto Venetian Heritage)

Un disegno dello Zanetti del 1736 “fotografa” la Tribuna Grimani prima del suo smantellamento (foto Venetian Heritage)

Il fulcro di “DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” è la ricostruzione di uno dei più significativi episodi della museologia europea – la Tribuna del patriarca Giovanni, ancora integra nella sua struttura architettonica – accompagnata dall’esposizione di arredi e opere nelle sale antecedenti, con l’intento di ricreare la decorazione di una dimora aristocratica del XVI e di restituire così ai visitatori l’atmosfera di un luogo che, grazie a questo progetto, torna protagonista dell’offerta culturale veneziana attraverso un allestimento ispirato all’estetica della “casa-museo”. Il percorso espositivo si sviluppa nell’infilata di sale che conducono al Camerino delle Antichità, accessibile solo attraverso il suo unico ingresso originale dal quale il patriarca Giovanni soleva accogliere gli ospiti più illustri. La Tribuna, infatti, subì nei secoli alcune trasformazioni, come l’apertura di una grande finestra e della seconda porta che immette nella così detta sala Neoclassica, adibita a camera da letto durante la seconda metà del Settecento. Attraverso l’istallazione delle due nicchie architettoniche temporanee, ricostruite per l’occasione a imitazione di quelle già esistenti, è stato ricreato l’aspetto originale dello spazio.

Il Ratto di Ganimede sospeso al centro della Tribuna chiusa da vele a cassettoni che ricordano il Pantheon (foto Polo museale Veneto)

Il patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, ritratto attribuito a Domenico Tintoretto

Giovanni Grimani fu raffinato collezionista, influenzato dal grande interesse che la sua famiglia nutriva da sempre per l’arte e il bello. Lo stesso Palazzo Grimani è una preziosa rarità per via della sua conformazione architettonica che richiama la domus romana e i modelli rinascimentali della città papale. Mèta culturale frequentata da eruditi, letterati, artisti, sovrani e personaggi di rilievo in visita a Venezia, deve il suo aspetto agli interventi realizzati da Vittore Grimani e suo fratello Giovanni durante il XVI secolo e può vantare decorazioni di impronta manierista tosco-romana, con affreschi e stucchi di Francesco Salviati, Federico Zuccari e Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Figlio minore di Girolamo Grimani, a sua volta figlio del doge Antonio, Giovanni fu creato Patriarca di Aquileia nel 1545 e in quegli anni decise di ampliare il palazzo e realizzare la Tribuna, che insieme alle stanze che la precedono e altri ambienti della dimora, raccoglieva la sua preziosa collezione di antichità. Per questo, oltre alla ricostituzione della Tribuna, l’allestimento coinvolge anche le stanze immediatamente antecedenti in cui ammirare arredi d’epoca, arazzi, quadri e oggetti evocativi di un’epoca e di uno stile di vita unici nel loro genere.

La particolare manifattura fiorentina del Tavolo Grimani, oggi parte di una collezione privata di Zurigo

Palazzo Grimani: il particolare soffitto della Sala dei Fogliami (foto Palazzo Grimani)

Nella Sala dei Fogliami, così denominata per l’affresco a soffitto che ritrae una selva lussureggiante, viene eccezionalmente esposto uno dei due preziosissimi tavoli tardo rinascimentali marmorei – con piano in marmi antichi e lapislazzuli, di manifattura romana della fine del XVI secolo – che fino al 1829 si trovavano a palazzo. Nel 1829 il tavolo fu venduto da Michele Grimani, ultimo erede del ramo di Santa Maria Formosa, a Henry Greville, III Conte di Warwick, per il castello di Warwick in Inghilterra. Nel 2015 il tavolo fu messo all’incanto dalla casa d’aste Sotheby’s e attualmente è di proprietà di un collezionista privato. Grazie a una fruttuosa collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, poi, sono esposti alcuni arredi cinquecenteschi conservati nei depositi del Museo Correr restaurati per l’occasione. Primo fra tutti l’arazzo cinquecentesco di manifattura medicea, eseguito su cartone del Salviati e molto probabilmente commissionato dai Grimani, esposto per la prima volta dopo un accurato intervento di restauro conservativo. Tra le altre importanti opere che arricchiscono il percorso espositivo un dipinto di Pomponio Amalteo raffigurante Sansone, il dipinto su tavola con una copia di Leda e il Cigno da Michelangelo, nonché un frammento di paliotto d’altare eseguito dall’arazziere Johan Rost, raffigurante il doge Antonio Grimani, realizzato nel 1554 per la Basilica di San Marco. Altre importanti opere provengono dalla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, come gli alari in bronzo da camino di Girolamo Campagna e il grande tavolo ligneo cinquecentesco, su cui sono esposti alcuni bronzetti di Jacopo Sansovino e Tiziano Aspetti, scultore-restauratore di Giovanni Grimani, che aveva il suo atelier proprio a palazzo.

“DOMUS GRIMANI 1594 – 2019” per far rivivere un momento della storia di Venezia nel XVI secolo si affida anche alle tecnologie più all’avanguardia in modo da rendere vivo e vitale un passato che può ancora stupire e affascinare. Per questo motivo sono state previste delle audioguide che accompagneranno i visitatori all’interno delle sale. E per sottolineare l’eccezionalità della mostra, sono state scelte due voci particolarmente speciali: la versione in italiano sarà infatti recitata da Isabella Rossellini, mentre quella in inglese da Jude Law, membro onorario di Venetian Heritage. Palazzo Grimani rivive anche attraverso un progetto ad hoc ideato in collaborazione con ETT, azienda leader nel settore dello sviluppo di soluzioni tecnologiche per l’arte e la cultura. Grazie a visori VR da indossare durante la visita, le stanze riveleranno dettagli nascosti: sarà possibile, infatti, ammirare altre statue all’interno delle Tribuna – tra cui i Galati che il Patriarca Giovanni aveva sistemato a pavimento – oppure le statue che fino al XIX secolo adornavano il cortile. Importante anche il lavoro di Factum Arte, tra i più importanti creatori di contenuti multimediali per l’arte a livello internazionale. Grazie al loro intervento è stata ricreata la tela che adornava il soffitto dell’anti Tribuna raffigurante Disputa tra Minerva e Nettuno di Giuseppe Porta, detto Salviati. Infine, la Tribuna Grimani si dota di un nuovo progetto illuminotecnico a cura di iGuzzini: lavori permanenti che permetteranno anche in futuro di apprezzare lo spazio in tutta la sua spettacolarità attraverso scelte curatoriali e ingegneristiche all’avanguardia sia dal punto di vista della fruizione che da quello del risparmio energetico.