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Bologna. Dopo quasi vent’anni riapre al pubblico il teatro romano, scoperto nel 1977 in via Carbonesi: visite guidate con gli archeologi della soprintendenza. È uno degli edifici più importanti della Bononia romana, e forse il più antico esempio di teatro romano in muratura noto in Italia

Via Carbonesi, nel cuore di Bologna, dove è stato individuato il teatro romano di Bononia

Il percorso musealizzato del teatro romano all’interno della galleria commerciale nel 1994 (foto Paolo Utimperger)

Pochi metri sotto il piano di calpestio di via Carbonesi 5, nel cuore di Bologna, a un passo da piazza Maggiore, si può leggere una pagina di storia importante della Bononia romana. È qui, infatti, che nel 1977, in occasione di lavori di ristrutturazione in un edificio di via Carbonesi, fu scoperto il teatro romano di Bologna, un manufatto straordinario per la storia della città e dell’architettura antica, essendo uno dei più rilevanti edifici pubblici identificati a Bononia e forse il più antico esempio di teatro romano in muratura attualmente noto in Italia. Il monumento è stato il fulcro di un importante progetto di valorizzazione e collaborazione fra due soggetti pubblici (Comune e Soprintendenza) e due privati (proprietà dell’immobile e Gruppo Coin) che ha consentito nel 1994 di trasformare in patrimonio pubblico un bene altrimenti fruibile solo dagli specialisti grazie all’apertura di un punto vendita Coin. Per l’ex soprintendente Filippo Maria Gambari, “il teatro, la cui costruzione inizia intorno all’88 a.C., come la Basilica (oggi sotto Salaborsa) si inserisce in un programma edilizio pubblico di munificenza civile legato alla celebrazione monumentale del passaggio del rango della città di Bononia da colonia di diritto latino a municipium romano, con piena cittadinanza romana, esattamente 2100 anni fa. Il fatto che il Teatro romano di Bologna sia il primo teatro in muratura dell’architettura romana rappresenta un primato notevole, considerando che nella stessa Roma le rappresentazioni teatrali avvenivano su strutture in legno e che il primo teatro in muratura (theatrum marmoreum) viene realizzato solo per impulso di Gneo Pompeo Magno nel Campo Marzio tra il 61 ed il 55 a.C., anno del suo secondo consolato (con Crasso), mentre teatri in muratura secondo i principi dell’architettura ellenistica (scavati in un pendio collinare) erano presenti nelle città greche ed etrusche dell’Italia antica”.

La musealizzazione del teatro romano di via Carbonesi a Bologna (foto Sabap-Bo)

Purtroppo con la chiusura dell’esercizio commerciale, avvenuta nel 2000, non è più stato riaperto al pubblico, se non in rare occasioni. Ma dopo quasi vent’anni, c’è una svolta: c’è un progetto per la valorizzazione del teatro romano di Bologna. E giovedì 4 luglio 2019, alle 18, 19, 20 e 21, la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara propone visite guidate gratuite condotte dai suoi archeologi Tiziano Trocchi, Renata Curina, Valentina Di Stefano e Valentina Manzelli, inaugurando così un piano di valorizzazione dell’importante struttura che si protrarrà per tutta l’estate in previsione della futura, definitiva riapertura al pubblico. Sono previste massimo 30 persone per visita, l’accesso è gratuito ma è obbligatoria la prenotazione a sabap-bo.stampa@beniculturali.it (inviare mail con orario prescelto, nome, telefono e numero partecipanti e attendere mail di conferma).

Il rilievo planimetrico del teatro romano di Bologna ricostruito dagli archeologi (foto Sabap-Bo)

Storia delle ricerche. Nel 1977 iniziarono i lavori di restauro e ristrutturazione in un edificio situato in pieno centro storico, in via Carbonesi, destinato a diventare sede commerciale e complesso residenziale. “Durante l’esecuzione dei primi lavori emersero, scavando, ciò di cui solo si supponeva l’esistenza sulla base di deboli tracce storiche e scarsi indizi: i resti del Teatro Romano di Bologna”, ricordano gli archeologi della soprintendenza. “I primi rinvenimenti risalgono al 1978 quando le opere di scavo per la bonifica e l’abbassamento dei vecchi scantinati portarono a individuare un tratto di strada romana acciottolata e una pavimentazione laterizia non direttamente riferibili all’edificio teatrale. L’avanzamento dei lavori nel piano interrato, con la rimozione dei pavimenti e degli intonaci, evidenziò antiche strutture murarie di tale estensione da indurre gli archeologi a intervenire con una serie di indagini metodiche che si protrassero dal 1982 al 1984, con ulteriori verifiche nel 1989 (Archivio di Stato). L’esplorazione risultò molto difficoltosa per le condizioni ambientali in cui si dovette operare, peraltro abituali nel caso dell’archeologia urbana: un cantiere sotterraneo di circa 1500 mq., interrotto dai muri di stretti scantinati e attraversato da vecchie fogne e condutture. I ruderi, generalmente distrutti fino al livello delle fondazioni, erano in pessimo stato di conservazione; ciononostante il rilievo planimetrico dei tracciati murari permise di riconoscere i resti di un sistema di murature di sostegno a raggiera (sistema sostruttivo radiale-concentrico), chiaramente riferibile ad un settore di un emiciclo destinato ad accogliere gli spettatori (cavea) di un complesso teatrale romano. La successiva proiezione geometrica dei muri curvilinei consentì di ricostruirne l’estensione originaria entro i limiti dell’isolato attualmente compreso tra le vie Carbonesi, D’Azeglio, Val d’Aposa, Spirito Santo e piazza dei Celestini. Accertata la natura teatrale dell’edificio – continuano – e approfittando di una fortunata coincidenza (l’apertura nella zona di altri due cantieri per la ristrutturazione edilizia di palazzo Rodriguez, in via D’Azeglio e di palazzo Zambeccari, fra le vie Val d’Aposa e Carbonesi) si è proceduto su due strade parallele. Da un lato si è effettuato il rilievo sistematico di tutte le strutture ancora rintracciabili nel sottosuolo in modo da ottenere una documentazione cartografica quanto più completa possibile; contemporaneamente si sono svolte ricerche specifiche per studiare la conformazione volumetrica e la tecnica costruttiva dell’edificio e la determinazione cronologica della sua fondazione e delle successive vicende”.

Le sezioni del teatro romano di Bologna indagate dagli archeologi (foto Sabap-Bo)

Archeologia urbana: ricerche difficili. “È evidente che non possiamo considerare esaustive le indagini svolte finora”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “ma non è stato possibile procedere oltre. I ruderi romani si trovano sotto gli edifici di un intero isolato abitativo che li occulta quasi totalmente. Le radicali distruzioni operate nel corso degli ultimi cinque secoli – ben più dannose delle spoliazioni subite dal teatro nell’antichità – ci privano della possibilità di apprezzare la conformazione architettonica dell’intero monumento di cui restituiscono parti sparse (membrature), generalmente riconoscibili solo in fondazione a parte alcuni tratti della fronte esterna della cavea, in elevato, che si sono preservati in quanto ricadenti in un’area cortilizia mai scavata in precedenza. Si segnala comunque come tutte le strutture più significative, ad iniziare da quelle del settore appena ricordato, siano state conservate in vista e, ove necessario, restaurate così da creare un articolato percorso di visita. I settori esplorati hanno evidenziato alcune importanti caratteristiche strutturali dell’imponente architettura che consentono di riconoscervi due distinte fasi costruttive”.

Il complesso archeologico del teatro romano di Bologna integrato nella galleria commerciale (foto Paolo Utimperger)

La creazione – nel 1994 – di una Galleria commerciale in via de’ Carbonesi, a Bologna, è nata dall’intensa collaborazione fra due soggetti pubblici (il Comune di Bologna e l’allora soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna) e due privati (la proprietà dell’immobile e il Gruppo Coin), all’insegna del rispetto dei reciproci doveri e rispettive competenze, nel quadro di una unità di intenti volta a salvaguardare l’interesse pubblico e sociale. Le superfici della galleria, su tre livelli, sono state articolate intorno al nucleo dei ritrovamenti archeologici, rendendo possibile la visione del teatro romano da ogni posizione e comprendendo un percorso museale di grande suggestione e interesse. “Si può dire che allora fu raggiunto l’obiettivo di integrare il complesso archeologico nel respiro della città, trasformando in patrimonio pubblico un bene altrimenti accessibile solo agli specialisti”.

Resti della facciata esterna (I° fase) e dei posteriori muri radiali (II° fase) della cavea del teatro romano di Bologna (foto Sabap-Bo)

La prima fase costruttiva (entro l’80 a.C.). “Nella sua prima fase edilizia, corrispondente all’impianto di fondazione”, spiegano gli esperti, “l’emiciclo del teatro bolognese aveva probabilmente la forma di un semicerchio pieno di circa 75 metri di diametro, aperto verso Nord secondo quelle che sarebbero state anche le prescrizioni dei trattati di Vitruvio. La struttura era del tutto autoportante e fondata su una fitta serie di murature radiali e concentriche costruite a vista entro un vasto cavo di fondazione, progressivamente reinterrato in corso d’opera. Le gradinate (gradationes) si sviluppavano lungo la parete semicircolare ed erano costituite da bassi sedili a gradino in laterizio che si sviluppavano con lieve pendenza lungo l’invaso della cavea. Tra i settori delle gradinate dovevano poi aprirsi gli sbocchi dei corridoi rettilinei che, risalendo a rampa piana, fungevano da ingressi secondari -almeno quattro- per gli spettatori. Per quanto riguarda gli ingressi principali dell’edificio non è stato ancora possibile stabilire se il collegamento diretto con l’orchestra e la parte inferiore delle gradinate (ima cavea) fosse garantito da passaggi laterali coperti. A caratterizzare maggiormente l’impianto architettonico del teatro bolognese di prima fase fu indubbiamente la conformazione della fronte curvilinea della cavea di contenimento della struttura interna a terrapieno. Di aspetto solido e massiccio, il muro perimetrale dell’emiciclo -alto intorno ai 6 metri- era scandito da un ordine di contrafforti articolati che si sviluppavano in serie continua: si trattava di arcate cieche su semi-pilastri rettangolari, di forma alta e stretta, verosimilmente chiuse a tutto sesto e sovrastate da un attico”.

I resti del teatro romano come si vedevano nella galleria commerciale aperta nel 1994 (foto Paolo Utimperger)

“Numerose e particolarmente interessanti – continuano – sono le indicazioni relative alle tecniche edilizie impiegate nella costruzione che comportò il sistematico uso di arenaria, una pietra tenera abbondante nelle cave dell’Appennino locale. Grandi lastre ben squadrate pavimentavano il piano dell’orchestra mentre piccole scaglie componevano l’opus caementicium dei muri di fondazione. Blocchetti parallelepipedi di rinforzo angolare e scapoli tronco-piramidali di buona rifinitura erano impiegati per comporre il rivestimento in opus incertum, dall’accurata tessitura, usato in tutte le parti di muratura destinate a rimanere a vista. Uno dei principali elementi di interesse che il teatro presenta nella sua fase originaria è indubbiamente la cronologia decisamente alta. La forma architettonica e la tecnica costruttiva impiegate riconducono a quel filone dell’architettura romana tardo repubblicana compresa nell’arco che va dal 120 all’80 a.C. Se la notevole antichità inserisce a pieno titolo il monumento bolognese nella fase formativa dell’architettura teatrale romana, alcune delle soluzioni tecniche e formali utilizzate per la sua costruzione risultano per l’epoca decisamente innovative. In particolare l’autoportanza, certamente la principale innovazione del teatro romano rispetto al teatro di tradizione greca”.

Tratto di muro di opus quadratum in selenite per il sostegno della cavea del teatro romano di Bologna in età imperiale (foto Sabap-Bo)

La seconda fase costruttiva (tra il 53 e il 60 d.C.). Al momento della fondazione il teatro bolognese, con i suoi 75 metri di diametro, fu indiscutibilmente un’opera edilizia di grande portata. Col passare del tempo però la crescita demografica e il progressivo rinnovamento della veste architettonica di Bologna dovettero porre nuove esigenze – sia di ordine dimensionale che formale – che in qualche modo ne provocarono l’obsolescenza. Ci sono tracce di una prima ristrutturazione già in età proto-imperiale, come testimonia il rinvenimento di un frammento di grande trabeazione marmorea di età augustea probabilmente proveniente dall’edificio scenico. Ma è alcuni decenni più tardi – verso la metà del I sec. d.C.- che avrà luogo la radicale e completa trasformazione dell’edificio. Con questi lavori si mirò evidentemente ad ottenere un duplice scopo: ampliare la capienza dell’emiciclo e abbellirne la veste esteriore per adeguarlo a tipologie architettoniche più aggiornate e nettamente più evolute rispetto alla vecchia tradizione costruttiva di età repubblicana. “In questa seconda fase”, sintetizzano gli archeologi, “si trasformò, come prima cosa, il muro di contenimento della cavea, demolendo e rasando le arcate cieche di contrafforte e chiudendo la rientranza centrale posteriore. Subito dopo, al vecchio anello in opus incertum fu addossata una serie di nuovi muri radiali, lunghi circa 9 metri con potenti fondazioni, destinati a sostenere alzati in opera quadrata di selenite. Ciò consentì l’ampliamento dell’emiciclo -che raggiunse i 93 metri di diametro- e il suo innalzamento, che si ipotizza abbia raggiunto gli 11 metri sufficienti ad accogliere sulla facciata esterna un doppio ordine di arcate. Anche l’orchestra dovette subire qualche modifica, con l’allargamento del diametro a 21 metri e una nuova pavimentazione probabilmente in lastre di marmo. Le gradinate, per quanto con sedili rinnovati, conservarono una pendenza assai modesta, appena più accentuata rispetto alla precedente”.

Teatro romano di Bologna: frammento di lastra di rivestimento decorata a rilievo (foto Sabap-Bo)

“Alle opere strutturali si accompagnarono altri interventi accessori, tra i quali segnaliamo le decorazioni ambientali e architettoniche la cui ricchezza ed elaborazione ancora traspaiono dai pochi resti che si sono conservati. Pavimenti a mosaico e opus sectile di marmi pregiati e rivestimenti parietali musivi, a stucco o con affreschi a decorazioni vegetali ornavano le grandi camere con copertura a volta dell’ordine inferiore della cavea. Lastre calcaree con delicati rilievi architettonici, floreali e figurativi rivestivano i vestiboli dei corridoi d’accesso. Fini membrature e colonne – anche in marmo cipollino e giallo antico – dovevano decorare il prospetto esterno dell’emiciclo”.

Torso di statua imperiale loricata attribuita a Nerone conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto Sabap-Bo)

“Ancora a proposito degli ornamenti accessori, ricordiamo il pregevole torso marmoreo con corazza (loricato) rinvenuto ai primi del Cinquecento nell’area di via Carbonesi e oggi conservato al museo civico Archeologico di Bologna. Questo torso – attribuito all’imperatore Nerone – apparteneva a una statua iconica che originariamente doveva ergersi sul retro della cavea, alla sommità di un attico o in un ambiente di rappresentanza alla base del perimetro esterno. Se questo dato è coerente con la frequenza con cui personaggi della cerchia imperiale comparivano nei cicli statuari posti all’interno degli edifici teatrali”, sottolineano gli archeologi della soprintendenza, “l’interesse è accentuato dal fatto che allo stesso Nerone è stato attribuito un frammento di iscrizione dedicatoria monumentale, in lettere in bronzo, rinvenuto nelle immediate vicinanze e datato al 60 d.C. L’esistenza presso il teatro bolognese di due importanti elementi onorari dedicati a Nerone non pare casuale ed anzi si collega all’amore dell’imperatore per questa città testimoniata dalla perorazione tenuta in Senato dal giovane Nerone – che fruttò a Bologna una consistente elargizione in denaro per finanziare interventi edilizi – e dai materiali rinvenuti nei livelli della fase di ampliamento del teatro che suggeriscono una datazione alla metà del I sec. d.C.. In definitiva si ritiene assai probabile che l’ampliamento e la ristrutturazione del teatro bolognese siano dovuti proprio al personale e diretto intervento di Nerone in favore della città. Dopo la radicale trasformazione in età neroniana la cavea non dovette più subire interventi strutturali di grande rilievo. Dall’età medio e tardoimperiale le sole modifiche da registrare sono di tipo disgregativo: alla fine del III secolo viene parzialmente spogliato degli arredi di maggior pregio e a partire dalla seconda metà del IV progressivamente demolito per recuperare e reimpiegare le murature esterne in selenite. Alla distruzione dei principali corpi costruttivi e al completo abbandono dell’edificio – concludono – seguì il crollo degli alzati residui e il progressivo interramento dell’invaso della cavea, con spessi depositi di terre nere che in età altomedievale occultarono definitivamente i ruderi del complesso e furono saltuariamente occupati da precarie e deboli strutture insediative in legno”.

Per le Giornate europee dell’archeologia a Bologna giornata di studio “Sotto-Sopra: ricerca archeologica e narrazione del passato”, viaggio trasversale tra i molteplici aspetti dell’attività di tutela archeologica: scavi, valorizzazione, conservazione, produzione pubblicistica ed espositiva, nuove metodologie d’indagine, problematiche del restauro

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Il manifesto delle Giornate europee dell’Archeologia 2019

Che cos’hanno in comune un abitato d’età protostorica a grande profondità e una necropoli ebraica in pieno centro storico? La storia delle più recenti scoperte archeologiche in Emilia-Romagna offre lo spunto per discutere delle strategie e soluzioni più innovative da adottare. In occasione delle Giornate dell’archeologia in Europa 2019 la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna propone un dibattito aperto tra professionisti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni per parlare della sfida principale del lavoro dell’archeologo: ricostruire la storia di un territorio e restituirla ai suoi abitanti… senza perdersi d’animo! L’appuntamento con “Sotto-Sopra: ricerca archeologica e narrazione del passato”, un incontro con archeologi, restauratori e rappresentanti di enti locali moderato dalla soprintendente Cristina Ambrosini, è per venerdì 14 giugno 2019, alle 15.30, a Bologna nel salone d’onore di Palazzo dall’Armi Marescalchi, sede della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, in via IV novembre n. 5. Ingresso libero fino a esaurimento posti (capienza massima 90 persone). Non saranno Indiana Jones ma anche il loro lavoro è all’insegna dell’imprevisto e dei colpi di scena. Dimenticate i topi da biblioteca o i maniaci di reperti impolverati, se mai lo sono stati: gli archeologi del terzo millennio sono figure interdisciplinari e multitasking, in precario equilibrio tra tutela e progresso, applicazione di normative e strategie di intervento, pianificazione pubblica ed esigenze del mondo privato. Per raccontarlo e raccontarsi, archeologi e restauratori della Soprintendenza propongono un dialogo aperto con il pubblico per illustrare le mille sfaccettature della quotidiana attività di tutela e non solo. L’incontro promosso dalla soprintendenza bolognese vuole essere un viaggio trasversale tra i molteplici aspetti dell’attività di tutela archeologica, dagli scavi alla valorizzazione, dalla conservazione alla ricca produzione pubblicistica ed espositiva, dalle nuove metodologie d’indagine alle problematiche del restauro.

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia (la romana Forum Gallorum) (foto Sabap-Bo)

La soprintendente Cristina Ambrosini

Partendo dall’illustrazione di alcuni scavi, gli archeologi spiegheranno le principali tematiche che devono quotidianamente affrontare. Lo scavo di una stazione di posta romana (una mansio) a Castelfranco Emilia sarà l’occasione per parlare di archeologia preventiva e di ciò che comporta mentre l’indagine di una terramara a Malalbergo mostrerà le sfide, i problemi e le soluzioni di uno scavo condotto a grandi profondità. Un importante intervento di archeologia privata (lo scavo di un cimitero ebraico medievale in via Orfeo a Bologna) consentirà di illustrare quanto l’integrazione di diverse discipline sia fondamentale per una migliore comprensione dei dati di scavo ma anche come relazionarsi con un’importante comunità religiosa; infine, la pubblicazione dello scavo di via Fondazza a Bologna aiuterà a capire come possono essere riletti e diffusi i risultati di un’indagine condotta trent’anni fa. Si cercherà anche di spiegare come e quanto sia cambiata negli ultimi decenni la professione dell’archeologo, come si sia evoluta in funzione delle “nuove” metodologie d’indagine e del rapporto con esperti di altre discipline, e quanto sia importante la collaborazione con i restauratori, a loro volta impegnati in continui aggiornamenti sulle più innovative soluzioni tecnologiche. Grazie alla presenza del direttore dell’IBC Laura Moro sarà aperta un’ulteriore finestra sul rapporto tra musei, comunità e territorio, con particolare attenzione al delicato tema della restituzione alla collettività del patrimonio archeologico rinvenuto o restaurato tramite mostre, incontri ed eventi ma anche grazie alle pubblicazioni di cui la soprintendenza è particolarmente feconda. Archeologia a tutto tondo, insomma, che non è solo scoprire, conoscere e proteggere ma continuo confronto con l’applicazione di norme, l’adozione delle pratiche più virtuose e l’ascolto dei propri interlocutori, siano enti pubblici, privati cittadini, terzo settore o sponsor.

I contrasti dell’archeologia: in questa foto dello scavo degli anni Ottanta in Via Fondazza, la grandezza del passato che emerge dal sottosuolo si confronta e dialoga con il degrado degli edifici in superficie (foto Sabap-Bo)

Lo scavo in profondità della terramara di Malalbergo (foto Sabap-Bo)

Intenso il programma dell’incontro “Sotto-Sopra: ricerca archeologica e narrazione del passato”. Apre, alle 15.30, la soprintendente Cristina Ambrosini introducendo la giornata: obiettivi, ruolo e lavoro della soprintendenza archeologica; quindi iniziano gli interventi. Alle 15.45, Laura Moro, direttore IBC, su “Il ruolo dell’IBC nel rapporto tra Musei-comunità-territorio”; 16, Chiara Guarnieri, archeologa SABAP-BO, su “La professione dell’archeologo”; 16.15, Monica Miari, archeologa SABAP-BO, su “Caso per caso. Ogni scavo è diverso: norma, contesto, strategia d’intervento”; 16.30, Sara Campagnari, Valentina Manzelli, archeologhe SABAP-BO, su “Archeologia preventiva: la mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia”; 16.45, Monica Miari, Tiziano Trocchi, Rossana Gabusi, archeologi SABAP-BO, su “Archeologia in profondità: un abitato del II Millennio a Ponticelli di Malalbergo”; 17.15, Renata Curina, Valentina Di Stefano, archeologhe SABAP-BO, su “Archeologia privata: il cimitero ebraico medievale di via Orfeo a Bologna”; 17.30, Diana Neri, direttore del museo Archeologico di Castelfranco Emilia, su “Archeologia recuperata: lo studio dello scavo di Via Fondazza a Bologna, un’indagine degli anni ’80”; 17.45, Mauro Ricci, Virna Scarnecchia, restauratori SABAP-BO, su “Il lavoro dei restauratori su oggetti e aree archeologiche”; 18.05, Annalisa Capurso, archeologa SABAP-BO, su “Le pubblicazioni archeologiche della Soprintendenza”. Alle 18.10, chiude la giornata il dibattito “Condividere la cultura con la collettività: incontri, eventi, mostre in corso o appena concluse”.

La terramara di Ponticelli di Malalbergo: a quattro anni dalla scoperta viene presentato un libro che illustra lo scavo e i risultati sull’abitato del II millennio a.C. e le successive trasformazioni del territorio

La locandina della serata di presentazione del libro “Ponticelli di Malalbergo. Un abitato del II millennio a.C. e le successive trasformazioni del territorio”

Dalla scoperta a Ponticelli di Malalbergo (Bo) della terramara del II millennio a.C. (“intercettata” nel 2015 dal cantiere di un metanodotto della Snam) alle successive trasformazioni del territorio: è quanto descritto nel libro “Ponticelli di Malalbergo. Un abitato del II millennio a.C. e le successive trasformazioni del territorio” a cura di Rossana Gabusi, Monica Miari e Tiziano Trocchi che sarà presentato martedì 14 maggio 2019, alle 20.30, in sala Zucchini di piazza Caduti della Resistenza n. 1 a Malalbergo (Bo). Il volume, edito nel 2018 per i tipi di Ante Quem di Bologna, fa parte della collana DEA – Documenti ed evidenze di Archeologia (n. 11). La presentazione, a ingresso libero e gratuito, è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Comune di Malalbergo, HYDRIA associazione di promozione sociale-archeologica e gruppo archeologico “Il saltopiano” di San Pietro in Casale, con la collaborazione di Snam. Intervengono alla serata due rappresentanti dell’amministrazione comunale, gli archeologi della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Rossana Gabusi, Monica Miari e Tiziano Trocchi, curatori del volume, e Claudio Calastri di Ante Quem srl.

Disegno ricostruttivo di una tipica Terramara con il villaggio fortificato circondato da un terrapieno o un fossato

La terramara di Ponticelli di Malalbergo (Bo) a fine scavo

In località Ponticelli di Malalbergo, la Snam doveva attraversare un canale di regolamentazione delle acque e per fare ciò sono state realizzate due ampie e profonde buche ai lati per consentire il passaggio delle tubature al di sotto dell’alveo. Questa operazione, effettuata tra l’estate 2015 e la primavera 2016 sotto la direzione scientifica di Paolo Boccuccia, ha permesso di intercettare ed indagare per oltre 400mq – e a una profondità media di circa 5,50 m dal piano di calpestio – i resti di una terramara databile, a un primo esame, a un periodo compreso tra il XIV e il XII sec. a.C. “Le Terramare”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “rappresentano una delle civiltà più complesse dell’Europa del II millennio a.C., un fenomeno economico e sociale di una tale portata storica da non aver precedenti non solo in Italia ma nemmeno in buona parte del continente. Nessuna società aveva mai prodotto in così pochi secoli (dal XVII al XII a.C.) un impatto così profondo sul territorio, in questo caso l’ampia e fertile pianura padana, trasformandolo radicalmente in un paesaggio “moderno”: un paesaggio in cui l’opera umana, dai villaggi -con un’organizzazione spaziale interna molto ben definita- alle fortificazioni, dai luoghi sacri alle infrastrutture ad uso agricolo, incide profondamente sulla componente naturale. Dal territorio centrale della pianura attraversata dal Po, abbiamo testimonianze di decine e decine di villaggi. Ma la presenza di una terramara all’interno del territorio comunale di Malalbergo rappresenta una novità nel panorama delle nostre conoscenze in quanto viene a colmare un vuoto nella distribuzione geografica di tali insediamenti. Si può ora ipotizzare che tale assenza fosse da attribuire prevalentemente alla loro profondità rispetto al piano di campagna attuale a causa della spessa copertura dovuta all’apporto di terreno alluvionale legato alle attività del bacino del Po e dei suoi affluenti”. L’ottimo stato di conservazione del sito -dovuto alla profondità alla quale è stato rinvenuto il deposito archeologico- ha consentito anche di indagare le ultime fasi di vita dell’abitato i cui resti raramente sono conservati a causa dell’uso del suolo nelle epoche successive: ciò potrà contribuire a far luce sul periodo finale della civiltà terramaricola tra XII e XI sec. a.C.

Incontro a Bentivoglio (Bo) sulla strada romana scoperta a Castagnolo Minore: i nuovi scavi fanno ipotizzare si trattava di una via importante, tra l’antica Bononia e le colonie dell’area veneta

La locandina dell’incontro “La strada romana di Bentivoglio. Risultati delle ultime indagini archeologiche”

Il saggio archeologico realizzato nel 2018 in località Castagnolo Minore apre nuove ipotesi sull’antica strada romana rinvenuta a Bentivoglio (Bo) un paio di anni fa. Archeologi e geologi ne parlano venerdì 1° marzo 2019 alle 20.30 al teatro TeZe di Bentivoglio. Era la primavera 2016 quando, in occasione della realizzazione delle fondamenta di uno dei centri logistici della YOOX Net-a-Porter Group all’interno dell’Interporto di Bologna, in località Castagnolo Minore di Bentivoglio, sono stati intercettati circa 80 metri di una strada romana con orientamento NNE-SSW. Era seguito lo scavo archeologico diretto dalla soprintendenza Archeologia SABAP-BO con l’obiettivo di individuare un tratto dell’Aemilia Altinate: antica strada romana che congiungeva Bononia e Aquileia realizzata probabilmente dal console Marco Emilio Lepido intorno al 175 a.C. Ma finora in questa parte di pianura bolognese nessun miliario è ancora stato trovato, nessun tracciato indicato negli itinerari antichi è applicabile a questi territori in modo certo e inequivocabile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/25/due-week-end-sulle-orme-degli-antichi-romani-visite-guidate-della-soprintendenza-alla-strada-romana-di-bentivoglio-bo-probabilmente-un-tratto-della-via-emilia-altinate-o-via-annia-tra-bononia-e-aq/).

La strada romana di Bentivoglio, larga ben 8 metri: doveva essere una strada importante

Nel corso del 2018, grazie alla proficua collaborazione tra Comune di Bentivoglio, Soprintendenza, alcuni importanti sponsor privati e al lavoro di archeologi professionisti e volontari delle locali associazioni di volontariato Hydria e Il Saltopiano, è stato realizzato in località Castagnolo Minore un saggio archeologico su un tratto della stessa strada che ha restituito nuove, importanti informazioni anche di tipo geologico sulla storia, l’evoluzione e l’utilizzo di questo antico percorso. La strada è stata indagata per circa 200 mq. Le dimensioni e l’accuratezza con cui è stata realizzata fanno pensare a un’arteria di una certa rilevanza, forse interregionale, utilizzata per collegare il comprensorio dell’antica Bononia con le colonie nord-orientali dell’area veneta. I materiali rinvenuti sulla superficie stradale rimandano a una datazione compresa tra il II secolo a.C. e il VI secolo d.C.

Il tratto di strada romana riportato in luce a Bentivoglio all’interno dell’interporto di Bologna

All’incontro “La strada romana di Bentivoglio, risultati delle ultime indagini archeologiche” a ingresso libero del 1° marzo 2019, interverranno Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Stefano Cremonini, ricercatore in Geologia del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, università di Bologna; e Moreno Fiorini, ispettore onorario per l’archeologia della soprintendenza, a illustrare i dati e le nuove, affascinanti ipotesi scaturite da queste ultime indagini. L’iniziativa è promossa da Unione Reno Galliera Comune di Bentivoglio e soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in collaborazione con Hydria associazione di promozione sociale – archeologia e gruppo archeologico “Il Saltopiano” di San Pietro in Casale, con il sostegno di Yoox Net-A-Porter Group, EmilBanca Credito Cooperativo, Meloncelli Andrea & C., Ima S.p.A, Baschieri Noleggio e Piadineria Birreria Cucina da Angelo.

Dai luoghi dell’abitare nel Bolognese in età romana alla vita in un villaggio villanoviano: incontro con Trocchi e Poli al museo della Civiltà villanoviana di Castenaso (Bo) con la mostra “Oggetti dal quotidiano. Un giorno all’interno di un villaggio villanoviano”

La locandina dell’incontro con l’archeologo Tiziano Trocchi al museo della Civiltà villanoviana di Castenaso (Bo)

Prima si fa la visita di un villaggio villanoviano, poi si farà la conoscenza della vita in un borgo romano del Bolognese. È la proposta del MUV – Museo della civiltà Villanoviana e della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara: appuntamento giovedì 13 dicembre 2018, alle 21, al Muv di Villanova di Castenaso (Bo) con Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza di Bologna, che illustrerà “I luoghi dell’abitare nel bolognese in età romana”. Mezz’ora prima, alle 20.30, visita guidata gratuita alla mostra “Oggetti dal quotidiano. Un giorno all’interno di un villaggio villanoviano” condotta da Paola Poli, curatrice della mostra aperta fino al 9 giugno 2019 e conservatore archeologa del Muv.

Il museo della Civiltà villanoviana di Castenaso (Bo) col villaggio villanoviano

La locandina della mostra “Oggetti dal quotidiano: un giorno all’interno di un villaggio villanoviano” a cura di Paola Poli

La mostra “Oggetti dal quotidiano: un giorno all’interno di un villaggio villanoviano” rappresenta per il visitatore un viaggio nel tempo fino alla prima età del Ferro italiana e si pone come integrazione ideale alla visita guidata alla capanna villanoviana. In esposizione attrezzi e utensili legati sia ad attività femminili per eccellenza, come la filatura, la tessitura, la preparazione, la conservazione e la cottura dei cibi, sia a pratiche tipiche del genere maschile, come l’agricoltura, l’allevamento, la caccia e la pesca. Si tratta di un’importante occasione per ospitare al Muv una ricca selezione di materiali emersi da scavi di abitato, solitamente poco esposti nei musei, provenienti dall’Etruria padana e non solo, così da permettere un confronto con le coeve civiltà dell’Italia centro-meridionale. La mostra è realizzata dal Comune di Castenaso in collaborazione con l’istituto Beni Culturali, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; i musei archeologici di Bologna, Budrio, Bazzano; i musei civici di Reggio Emilia; il museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma; i poli museali dell’Emilia Romagna e della Basilicata.

La ricostruzione al Muv di un telaio di un villaggio villanoviano

Il percorso di visita è incentrato su alcuni reperti di grandi dimensioni collocati su una pedana al centro della sala: tre doli, ovvero tre grandi vasi ceramici di forma sferica, utilizzati per immagazzinare provviste alimentari come cereali e legumi tostati ed essiccati, ed un anello di terracotta pertinente alla camicia di un pozzo. Attorno a questi reperti di grandi dimensioni, posizionati al centro della stanza e fuori dalle vetrine, sono disposte le teche con gli strumenti e gli utensili relativi alle attività tipiche di una giornata all’interno di un villaggio villanoviano. Tra gli oggetti legati alla filatura e alla tessitura, pezzo forte è la pisside proveniente dal museo Archeologico nazionale della Siritide di Policoro (Mt), cioè un vaso ceramico su ruote con coperchio, contenente 14 tessere in terracotta per la tessitura a tavolette, adoperate per la produzione di strisce di tessuto, che venivano utilizzate come accessori dell’abbigliamento o come bordi per stoffe di grandi dimensioni. La strumentazione legata alla preparazione, alla conservazione e alla cottura dei cibi, nonché alla loro presentazione e al loro consumo, raccoglie vasellame ceramico di varie fogge e con diverse funzioni, piastre e alari, cioè gli utensili utilizzati per la cottura dei cibi.

Vetrinetta con materiale dell’epoca villanoviana alla mostra del Muv di Castenaso (Bo)

Alcuni fornelli in terracotta provenienti dal museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma permettono un interessante confronto tra i materiali villanoviani e quelli laziali coevi. Asce, falci, falcetti e pennati, un amo da pesca, una lima, scalpelli, frammenti di una sega, una porzione di sgorbia, pezzi di un succhiello e di una raspa sono gli oggetti in esposizione legati alle attività di sussistenza, come l’agricoltura e l’arboricoltura, l’allevamento e la carpenteria, la caccia e la pesca. Chiudono la mostra gli strumenti propri delle attività artigianali: la produzione metallica e quella del vasellame ceramico. Tra questi spiccano la matrice in arenaria, con funzione di forma fusoria, del museo “G. Chierici” di Paletnologia Reggio Emilia ed un set specializzato di utensili per la lavorazione dell’argilla.

A Bologna nel giorno di Sant’Eligio, patrono degli orafi, mattinata di studi della soprintendenza su “Oreficerie e ornamenti: produzione e simbologia dall’antichità all’Ottocento”

Sant’Eligio, patrono degli orafi, rappresentato al lavoro in bottega in un famoso dipinto di Manuel Niklaus

La locandina dell’incontro di Bologna

“Un gioiello è per sempre”, parafrasando una famosa pubblicità. Stavolta sono orafi, archeologi e storici dell’arte a svelare i misteri degli oggetti più ambiti, quelle oreficerie che in ogni tempo hanno travalicato il mero valore materiale per arricchirsi di significati simbolici, religiosi e sociali. L’occasione sarà la festa di Sant’Eligio, patrono degli orafi, sabato 1° dicembre 2018 quando la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Bologna propone una piccola ma ‘preziosa’ iniziativa “Oreficerie e ornamenti: produzione e simbologia dall’antichità all’Ottocento”. Agli inizi del IX secolo una descrizione in versi del Paradiso composta per uno dei figli dell’imperatore Ludovico il Pio presenta il Regno dei Cieli come la bottega di un orefice. L’autore Smaragdo, abate del monastero di Saint-Mihiel, immagina il Regno dei Cieli come un forziere di preziosi luccicanti e incorruttibili, in opposizione alle incertezze terrene. Parte da quest’immagine l’incontro con archeologi, storici dell’arte, restauratori e orafi proposto dalla soprintendenza di sabato 1° dicembre dalle 10 alle 13 a palazzo Dall’Armi Marescalchi di Bologna, sede della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Una mattinata dedicata alle oreficerie e ai preziosi, con proiezioni di immagini di gioielli databili dall’antichità all’Ottocento per lo più rinvenuti durante gli scavi e restaurati dal personale della Soprintendenza, conservati in musei o depositi o raffigurati in dipinti.

Fibula gota dagli scavi di Villa Clelia a Imola

Un giovane Adelmo Garuti (secondo da sinistra) nella bottega Degli Esposti di Bologna nel 1964

Il tema si presta a svariati approfondimenti e chiavi di lettura, non solo archeologiche, artistiche, tecniche e conservative ma anche simboliche, economiche e sociali poiché da sempre le oreficerie hanno espresso lo status delle classi più elevate. Gli archeologi Tiziano Trocchi e Cinzia Cavallari illustreranno rispettivamente le “Oreficerie villanoviane ed etrusche dal territorio emiliano-romagnolo” e i “Capolavori dell’oreficeria gota e longobarda in Emilia-Romagna” mentre la storica dell’arte Anna Stanzani farà una rapida carrellata sui “Gioielli dipinti”. Una sequenza di immagini commentate da Micol Siboni illustrerà il paziente lavoro dei restauratori della soprintendenza su reperti rinvenuti negli scavi archeologici mentre Gian Lorenzo Calzoni e Francesca Frasca introdurranno l’attività di Adelmo Garuti, orefice, collezionista nonché uno degli ultimi depositari delle tecniche dell’artigianato artistico. Partendo dagli strumenti orafi rappresentati nella pittura medievale e post-medievale, verranno mostrati oggetti analoghi a quelli riprodotti, spiegandone la funzione; grazie ad alcuni filmati si potrà assistere alle tecniche con cui si realizzavano gioielli spesso rarissimi come ad esempio la fibula-pendente in oro e pasta vitrea rinvenuta a Spilamberto. Il viaggio alla scoperta delle tecniche esecutive di reperti datati dall’evo antico all’Ottocento è completato da una piccola esposizione di antichi strumenti e oggetti per l’arte orafa come martelletti, incudine (tasso), bulini, trafila, trapani a mano e utensili per sbalzo e cesello provenienti dalla collezione privata di Adelmo Garuti.

Bologna. Con il Gabo e la soprintendenza incontro su Funo di Argelato: “Dalla necropoli villanoviana al villaggio medievale: la pianura bolognese tra VIII secolo a.C. e X secolo d.C.”.

Tiziano Trocchi, archeologo delal soprintendenza Sapab-Bo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Società Phoenix Archeologia

 

 

 

“A seguito di sondaggi preventivi avviati nel 2014 in seno al progetto della nuova Strada provinciale Sp4”, si legge nell’introduzione al saggio “Un villaggio ai confini del Saltopiano. Funo e la pianura bolognese tra X e XIII secolo” di Claudio Negrelli, Marco Palmieri e Tiziano Trocchi, “è emerso a Funo, località del Comune di Argelato (Bo), un interessante complesso pluristratificato. Grazie alla proficua collaborazione tra la Città metropolitana di Bologna, la soprintendenza Sapab-Bo ha avviato un cantiere di scavo in estensione, curato dalla società Phoenix Archeologia e tuttora in corsa. Si tratta di un sito di grande complessità stratigrafica, caratterizzato dalla presenza di testimonianze, più o meno strutturate, che attraversano a ritroso l’età medievale, l’età romana, e infine la seconda e la prima età del Ferro, con una notevole e significativa continuità della vocazione insediativa del comparto, nonostante la documentata attestazione di eventi di forte impatto anche dal punto di vista dell’assetto idrogeologico”. Martedì 27 novembre 2018, alle 21, al centro “G.Costa” di Bologna, nell’ambito del ciclo “Comunicare l’archeologia” promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese fino all’11 dicembre 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/12/arezzo-iran-templari-astrologi-etruschi-villanoviani-idoli-al-via-con-un-ricco-programma-il-ciclo-di-incontri-comunicare-larcheologia-promosso-dal-g/), il Gabo e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara promuovono l’incontro con Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza, sul tema “Dalla necropoli villanoviana al villaggio medievale: Funo di Argelato e la pianura bolognese tra VIII secolo a.C. e X secolo d.C.”.

Arezzo, Iran, Templari, astrologi, etruschi, villanoviani, idoli: al via con un ricco programma il ciclo di incontri “…comunicare l’archeologia…” promosso dal gruppo archeologico bolognese

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Scoprire Arezzo per apprezzare al meglio la successiva escursione, ripercorrere le impressioni di un viaggio in Iran, rapportarsi con le stelle come gli antichi astrologi, o giocare come i bimbi di duemila anni fa, e ancora incontrare un Gran Maestro dei Templari o guardare la pittura etrusca con gli occhi di uno scrittore, poeta, drammaturgo, saggista e pittore inglese, e poi seguire le fasi di un sito dai villanoviani al medioevo, e prepararsi a visitare la grande mostra “Idoli” a Venezia. È un programma ricco quello proposto dal Gruppo archeologico bolognese (Gabo) per il ciclo di conferenze “…comunicare l’archeologia…” del IV trimestre 2018. Il Gruppo di Bologna – ricordiamolo – aderisce ai Gruppi Archeologici d’Italia, in collaborazione con i quali sono promosse campagne di ricerca, scavi e ricognizioni d’interesse nazionale, alle quali è dedicata soprattutto la stagione estiva, in collaborazione con le competenti soprintendenze Archeologiche. Il Gruppo archeologico bolognese collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, il museo “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena e il museo della Civiltà Villanoviana (Muv) di Castenaso (Bo). Tutti gli incontri si terranno al martedì, alle 21, al centro sociale “G.Costa” in via Azzo Gardino 48 a Bologna.

Suggestiva visione dell’apadana di Persepoli

Si inizia martedì 16 ottobre 2018 con la tradizionale presentazione dell’attività sociale ottobre-dicembre 2018, cui seguirà l’intervento dell’ archeologa Maria Giovanna Caneschi su “Arretium, la citta di Gaio Cilio Mecenate. Alla scoperta delle sue antiche vestigia”, propedeutico al viaggio ad Arezzo con il GABo sabato 27 ottobre. Si continua martedì 23 ottobre, col documentario di Claudio Busi, cultore di storia, documentarista e viaggiatore, “Impressioni di viaggio”. Martedì 30 ottobre, sarà la volta di Dario Pedrazzini, archeologo e divulgatore culturale, con “Il destino nelle stelle. L’astrologia nel mondo antico”.

Liturgia dei Templari cattolici sul sarcofago di San Fermo a Verona

Il mese di novembre apre martedì 6 novembre con Silvia Romagnoli, archeologa e travel designer, con un focus su “Giochi e passatempi nel mondo antico”. Martedì 13 novembre ci tufferemo nel mondo dei templari. Lo storico e archeologo Giampiero Bagni illustrerà “La scoperta della tomba del Maestro Generale dei Templari Arnau de Torroja a Verona. Unica al mondo. Indagini ed ipotesi”. Martedì 20 novembre, con Silvia Romagnoli si torna nel mondo antico con “La pittura etrusca nell’arte e negli scritti di D.H. Lawrence”. L’ultimo incontro del mese di novembre, martedì 27, sarà con Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza, con “Dalla necropoli villanoviana al villaggio medievale: Funo di Argelato e la pianura bolognese tra VIII secolo a.C. e X secolo d.C.”.

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

Dopo il fine settimana dal 30 novembre al 2 dicembre che vedrà impegnato il Gabo con “Imagines: obiettivo sul passato” rassegna del documentario archeologico giunta alla sedicesima edizione che si tiene alla Mediateca di San Lazzaro di Savena (Bo), il ciclo di incontri riprende martedì 4 dicembre con l’archeologa Maria Longhena che presenterà la mostra “Idoli. Simboli del potere” promossa dalla fondazione Giancarlo Ligabue, per preparare la visita alla mostra veneziana in programma il 6 dicembre. Gli incontri si chiudono martedì 11 dicembre con la testimonianza diretta dai territori di guerra dell’archeologo Nicolò Marchetti, docente al dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna su “Il patrimonio archeologico del Vicino Oriente: una rassegna dei vari tipi di minacce e distruzioni nella culla della civiltà”.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: otto conferenze per conoscere meglio il popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Il ciclo è preparatorio all’apertura il 14 giugno degli scavi nell’area archeologica di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita parte del ciclo di incontri su Kainua

Otto incontri per conoscere meglio Kainua, l’odierna Marzabotto (Bo), una delle città-stato più importanti dell’Etruria padana, e importante snodo commerciale tra l’Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. Così da essere preparati alla vigilia dell’apertura dello scavo nell’area archeologica di Kainua, prevista per giovedì 14 giugno 2018. Il ciclo di conferenze “Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”, è promosso da Elisabetta Govi del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Marzabotto. Gli incontri affronteranno il tema del popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Oltre ad approfondimenti sui porti costieri con particolare riguardo a Spina, e sui culti di questo ambito territoriale, ampio spazio verrà dato alla città Kainua-Marzabotto, della quale si esporranno gli aspetti della vita quotidiana, le più recenti scoperte e il rapporto con il mondo greco. Le conferenze si terranno alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto e al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Il ciclo – come detto – si concluderà il 14 giugno con un evento legato allo scavo archeologico dell’università di Bologna nell’area sacra del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni (romana Giunone), eccezionale scoperta avvenuta negli scorsi anni.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: ciclo di conferenze a Marzabotto

Gli incontri iniziano sabato 7 aprile 2018, alle 16, alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto; Elisabetta Govi, professore di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Bologna, parla di “Kainua. La nuova città. Le ultime scoperte e la ricostruzione virtuale”. Il sabato successivo, 14 aprile 2018, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Alle 15.30, Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile dell’area archeologica di Marzabotto, interviene su “I precedenti della prima Età del ferro tra Bologna e la Valle del Reno”. Sabato 21 aprile 2018, alle 16.30, si torna alla Casa della Cultura, con Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, che offrirà un quadro articolato del sistema urbano sviluppato dagli Etruschi in questo settore strategico dell’Italia: “Le città etrusche dell’Etruria padana: storia, economia, società”. Quarto incontro, sabato 28 aprile 2018, alle 16.30, ancora alla Casa della Cultura, su “L’urbanistica di Marzabotto sullo sfondo delle esperienze greco-coloniali di Italia Meridionale e Sicilia” con Rosario Maria Anzalone,
archeologo del Polo Museale dell’Emilia-Romagna, direttore del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto.

Ricostruzione del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni a Marzabotto

Sabato 5 maggio 2018, alle 15.30, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, con Bojana Gruška, dottoranda dell’università di San Marino, su “La vita quotidiana degli Etruschi di Kainua”. Sabato 12 maggio 2018, alle 16.30, alla Casa della Cultura, è la volta di Federica Timossi, dottoranda dell’università di Ferrara, su “La città etrusca di Spina e l’Adriatico”. Per il settimo incontro, sabato 19 maggio 2018, alle 16.30, di nuovo al museo di Marzabotto, con Riccardo Vanzini, dottorando dell’università di Bologna, su “I Celti a Marzabotto e nei territori etruschi”. Il ciclo di conferenze chiude sabato 26 maggio 2018, alle 15.30, ancora alla Casa della Cultura, con Giacomo Mancuso, dottorando dell’università La Sapienza di Roma, su “I culti religiosi in Etruria padana”. Meno di due settimane di attesa, e finalmente giovedì 14 giugno 2018 alle 16, appuntamento al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto per “Scavo aperto: visita al museo e all’area archeologica con dimostrazione della realtà virtuale” accompagnati da Elisabetta Govi, Chiara Mattioli, Simone Garagnani e Andrea Gaucci, dell’università di Bologna.

“… Comunicare l’archeologia …”: il gruppo Archeologico bolognese nel ciclo del primo semestre 2017 spazia dall’Indonesia alla Terrasanta, dai relitti rinascimentali all’arte di Leonardo, dalle strade dell’impero romano ai monumenti della Nubia dei faraoni

Le famose piramidi di Meroe dell'antica Nubia, oggi in Sudan

Le famose piramidi di Meroe dell’antica Nubia, oggi in Sudan

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Un po’ di Oriente, un po’ di Medioevo, un po’ di impero romano, un po’ di Preistoria, senza rinunciare a un’incursione nel Rinascimento. Ecco i temi affrontati da esperti relatori a “… Comunicare l’archeologia …” del primo semestre 2017 il tradizionale ciclo di conferenze promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese il martedì sera nella ormai classica sede del Centro sociale ricreativo culturale “Giorgio Costa” di via Azzo Gardino 48 a Bologna, anche se nel programma non mancano eccezioni per quanto riguarda sia il giorno sia la location. Si inizia martedì 21 febbraio 2017 al centro “Costa” alle 21 con il viaggio alla scoperta dei “Miti sulla pietra: il poema Ramayana in Indonesia” proposto dall’archeologa Silvia Romagnoli, che recupera l’incontro saltato nel precedente ciclo del Gabo. Si salta l’ultimo di carnevale, e si riprende martedì 7 marzo, alle 21, al centro “Costa” con Xabier Gonzalez Muro, archeologo esperto in Archeologia Subacquea, che illustrerà “Il relitto subacqueo di Gnalic. Una testimonianza archeologica rinascimentale del commercio mercantile e navale nell’Adriatico”. Dall’archeologia subacquea all’archeologia cristiana, il successivo martedì 14 marzo, sempre alle 21 al centro “Costa”: Giulia Marsili, assegnista di ricerca al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, interverrà su “Da Gerusalemme a Bologna. Il complesso di Santo Stefano e il pellegrinaggio ai luoghi santi”. Terzo appuntamento del mese, martedì 21 marzo, alle 21 al centro “Costa” ci si sposta nella Nubia dell’epoca dei faraoni: “Kerma, Napata e Meroe: il regno di Kush. Viaggio alla scoperta dei siti archeologici nubiani” è il tema proposto da Maria Giovanna Caneschi, archeologa specializzata in Egittologia. L’ultimo appuntamento di marzo cambia giorno, ora e luogo; domenica 26 marzo, alle 16.30, al museo della Civiltà Villanoviana in via B.Tosarelli 191 a Castenaso  (Bo) “Giuseppe Mantovani intervista Vel Kaikna” di Giuseppe Mantovani con Marco Mengoli, archeologo e docente di italiano e storia, nella parte di Vel Kaikna e Michele Gambetti nella parte dell’intervistatore. Introduzione a cura di Paola Poli, archeologa e curatrice del MUV di Castenaso.

La grotta della Natività a Betlemme come oggi la vedono i pellegrini

La grotta della Natività a Betlemme come oggi la vedono i pellegrini

Un solo incontro ad aprile, martedì 11, alle 21 al centro “Costa”: Tiziano Trocchi, funzionario archeologo alla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna, settore, presenterà “Nuovi dati dagli scavi dell’Interporto di Bologna nel quadro del sistema insediativo e itinerario romano della Regio VIII”. Superate le festività di Pasqua, 25 Aprile e 1° Maggio, si arriva a giovedì 4 maggio: quindi giorno diverso, e diversa sede. In collaborazione con la Raccolta Lercaro, alle 18, proprio nella sede della Raccolta Lercaro, in via Riva di Reno 57 a Bologna, con Alessandro Fichera, archeologo e guida ambientale, supervisore archeologo del restauro della chiesa della Natività di Betlemme, scopriremo “Il restauro della Chiesa della Natività a Betlemme (Stato della Palestina)”. Martedì 9 maggio si torna al centro “Costa”, ma alle 16.30, quando  l’archeologa Erika Vecchietti, specializzata in Archeologia Romana, ci farà viaggiare “Da Piacenza in Provenza: paesaggi lungo l’antica via Julia Augusta”. Ultimi due appuntamenti di maggio al centro “Costa” alle 21: martedì 16, “L’arte preistorica in Europa” con l’archeologo Davide Mengoli, specializzato in Preistoria e Protostoria, Storia e Archeologia del Mondo Antico; martedì 23 maggio, chiude Donatella Mastrosilvestri, archeologa e guida turistica, su “Leonardo, pittore alla corte di Milano”.