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Archeologia medievale. Scoperto in via Orfeo a Bologna il cimitero ebraico soppresso 450 anni fa: con le sue 408 sepolture è il più grande d’Italia e il secondo in Europa. Sarà il fulcro di un progetto interdisciplinare per il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale ebraico e della storia di Bologna

Veduta di una porzione dell’area di scavo del cimitero ebraico medievale di via Orfeo a Bologna (foto Cooperativa Archeologia)

Bologna racchiusa nelle sue mura nella pianta del Blaeu (1640)

Soppresso 450 anni fa, col tempo se n’erano perse le tracce del cimitero ebraico medievale di Bologna, citato dalle fonti storiche e documentarie, anche se una tradizione popolare non ha mai dimenticato la presenza degli “orti degli ebrei”. Ci ha pensato l’archeologia. Recenti indagini archeologiche a Bologna hanno infatti individuato il cimitero ebraico medievale, il più grande finora noto in Italia con le sue 408 sepolture, il quale ora sarà oggetto e punto di partenza di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale ebraico del capoluogo felsineo. “È la più vasta area cimiteriale medievale mai indagata in città, testimone di eventi che hanno radicalmente mutato la storia e la vita di una parte della popolazione bolognese tra il XIV e il XVI secolo. Per 176 anni è stato il principale luogo di sepoltura degli ebrei bolognesi ma dopo le bolle papali della seconda metà del Cinquecento -che autorizzano la distruzione dei cimiteri ebraici della città- sopravvive per secoli solo nel toponimo di Orto degli Ebrei”, raccontano Renata Curina e Valentina Di Stefano, archeologhe della soprintendenza, e Laura Buonamico di Cooperativa Archeologia, alla presentazione della scoperta, presenti il sindaco di Bologna, Virginio Merola; Maria Grazia Fichera, della direzione Archeologia del Mibact; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Daniele De Paz, presidente della Comunità Ebraica di Bologna; David Menasci, delegato Unione Comunità Ebraiche Italiane; Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna; Francesco Ubertini, magnifico rettore Alma Mater Studiorum Università di Bologna; Maria Giovanna Belcastro, docente di antropologia all’ateneo bolognese.

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano

Tra il 2012 e il 2014, l’area che si è poi rivelata essere il “perduto” cimitero ebraico medievale di via Orfeo è stata oggetto di uno scavo archeologico stratigrafico estensivo, condotto dalla Cooperativa Archeologia come indagine preventiva alla costruzione di un complesso residenziale. Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano. “Le fonti d’archivio riportano che quest’area fu acquistata nel 1393 da un membro della famiglia ebraica dei Da Orvieto (Elia ebreo de Urbeveteri)”, continuano le tre archeologhe, “per poi essere lasciata in uso agli ebrei bolognesi come luogo di sepoltura. Questa funzione permane fino al 1569, quando l’emanazione di due Bolle Papali condanna le persone di religione ebraica ad abbandonare le città dello Stato Pontificio e ad essere cancellate dalla memoria dei luoghi dove avevano vissuto e operato. Uno degli effetti più violenti di queste persecuzioni è l’autorizzazione a distruggere i cimiteri e a profanare le sepolture ebraiche presenti in città. Una damnatio memoriae che riesce solo in parte visto che negli atti e registri degli anni seguenti, ma soprattutto nella consuetudine orale, quell’area continua ad essere indicata come Orto degli Ebrei”.

Preziosi anelli rinvenuti nell’area del cimitero ebraico di via Orfeo

Il cimitero ebraico medievale scoperto in via Orfeo a Bologna non è solo il più grande finora noto in Italia (e secondo in Europa solo a quello di York in Inghilterra) ma un’opportunità unica di studio e ricerca. Sono state scavate 408 sepolture di donne, uomini e bambini, alcune delle quali hanno restituito elementi d’ornamento personale in oro, argento, bronzo, pietre dure e ambra. Un gruppo di lavoro composto da soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Comunità Ebraica di Bologna e ricercatori indipendenti, con il supporto del Comune di Bologna, cercherà di ricomporne le vicende storiche, ricostruendo le dinamiche insediative e l’evoluzione topografica e sociale dell’area. Uno degli obiettivi primari del Progetto è l’elaborazione di un piano di recupero della memoria e la valorizzazione del patrimonio culturale ebraico e della storia della comunità bolognese. “Il cimitero di via Orfeo”, interviene l’antropologa culturale Valentina Rizzo, “è un caso unico in Europa per elementi informativi e rappresenta uno straordinario campo di collaborazione tra discipline scientifiche e istituzioni pubbliche. L’obiettivo conclusivo del lavoro di ricerca è la restituzione dei resti umani alla Comunità al fine di garantire una sepoltura secondo il rito ebraico e la restituzione di uno scenario storico e culturale alla contemporaneità. Verranno per questo studiate e concretizzate azioni di valorizzazione e divulgazione che inquadrino il periodo e gli accadimenti legati al cimitero di via Orfeo, come memoria e come eredità patrimoniale culturale ebraica nella città di Bologna”.

Bracciale di pietre dure rinvenuto nel cimitero ebraico di via Orfeo (foto Roberto Macri)

Con il Breve del 28 novembre 1569, Pio V dona l’area del cimitero ebraico alle suore della vicina chiesa di San Pietro Martire, accordando alle monache la facoltà “di disseppellire e far trasportare, dove a loro piaccia, i cadaveri, le ossa e gli avanzi dei morti: di demolire o trasmutare in altra forma i sepolcri costruiti dagli ebrei, anche per persone viventi: di togliere affatto, oppure raschiare e cancellare le iscrizioni ed altre memorie scolpite nel marmo”. “Lo scavo archeologico”, spiegano  Curina, Di Stefano e Buonamico, “ha riportato in luce gli sconvolgenti effetti di questo provvedimento: circa 150 tombe volontariamente manomesse per profanare la sacralità delle sepolture, nessuna traccia delle lapidi che dovevano indicare il nome dei defunti, forse vendute o riutilizzate. Proprio da via Orfeo vengono probabilmente le quattro splendide lapidi ebraiche esposte nel museo civico Medievale di Bologna”.

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

L’area cimiteriale di via Orfeo ha restituito 408 sepolture a inumazione perfettamente ordinate in file parallele, con fosse orientate est-ovest e capo del defunto rivolto a occidente. “La razionale organizzazione planimetrica delle tombe e la presenza di oggetti d’ornamento di particolare ricchezza sono peculiarità difficilmente riscontrabili nei cimiteri coevi. Ulteriori ricerche consentiranno di analizzare le conseguenze del passaggio di proprietà del terreno al monastero di San Pietro Martire, verificando l’eventuale presenza anche di sepolture cristiane inserite nell’area del precedente cimitero ebraico. Gli studi archeologici analizzeranno sia le sequenze stratigrafiche, che attestano una frequentazione dell’area dall’Età del Rame all’età moderna, sia i materiali recuperati nello scavo, avvalendosi anche del confronto con alcuni contesti cimiteriali ebraici scavati in Inghilterra, Francia e Spagna. Tra gli oggetti rinvenuti negli scavi, un approfondimento sarà dedicato ai numerosi gioielli medievali, di cui verranno studiate caratteristiche stilistiche, tecniche di realizzazione e significati delle incisioni presenti”.

Gli inumati del cimitero medievale saranno studiati e poi riconsegnati alla Comunità ebraica

Nell’ambito della collaborazione tra università di Bologna, soprintendenza per la città metropolitana di Bologna e Comunità Ebraica di Bologna si inserisce lo studio antropologico degli inumati (oltre 400) del cimitero medievale di via Orfeo condotto dal laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense, diretto da Maria Giovanna Belcastro, del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali. Lo studio prevede di esaminare molte caratteristiche biologiche dei singoli inumati avvalendosi di un approccio integrato tra analisi morfologiche, microbiologiche, molecolari e tomografiche al fine di ricostruire la storia e la vita della comunità ivi rappresentata. “Oltre alla composizione demografica del gruppo”, sintetizza la prof.ssa Belcastro, “si prevede di ricostruire lo stato di salute, la dieta, eventuali specializzazioni nelle attività lavorative, aspetti relativi ai riti funerari, la provenienza geografica legata a possibili spostamenti da altre aree europee. Per giungere a questi risultati il laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense esaminerà gli aspetti relativi alla ricostruzione dell’integrità dei resti scheletrici per procedere alla ricostruzione del profilo biologico (stima dell’età e attribuzione del sesso degli inumati), dello stato di salute e nutrizionale attraverso l’esame di tutte le alterazioni e patologie ossee e dentarie, e delle attività lavorative svolte in vita”. Alla fine i dati verranno raccolti e integrati in un geodatabase per offrire, da un lato uno strumento di gestione delle informazioni di scavo e di laboratorio, dall’altro un supporto significativo per lo studio del contesto, grazie all’elaborazione di planimetrie generate attraverso visualizzazioni tematizzate. “Il modello di studio integrato che emerge, che vede l’integrazione di quanto noto dalle fonti storiche e documentarie, dei dati archeologici e biologici, unitamente alla collaborazione con la Comunità ebraica di Bologna, rappresenta un unicum”, conclude Belcastro. “Lo studio del cimitero di via Orfeo – che non ha confronti in Italia e pochi in Europa – e la ricostruzione della vita della comunità ivi rappresentata offre alla città di Bologna la possibilità di ricostruire una parte importante della propria storia e, più in generale, alla società una riflessione che consenta di andare sempre più verso modelli inclusivi di convivenza”.

“Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità”: apre a Modena la mostra clou per i 2200 anni della fondazione della colonia romana sulla via Emilia, che racconta le origini, lo sviluppo e il lascito che la città romana ha trasmesso alla città moderna. Scoperte inedite svelano nuovi aspetti della città romana tuttora sepolta nel sottosuolo di Modena

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Splendidissima” la definì Cicerone. Sono esattamente 2200 da quando il console Marco Emilio Lepido fondò, nel 183 a.C., la colonia di Mutina lungo quell’asse viario, la via Emilia, aperta dallo stesso Lepido pochi anni prima, nel 187 a.C., strada che ancora oggi rappresenta la spina dorsale di un’intera regione. Ma di quella Modena “splendidissima” oggi si vede ben poco: la città romana “vive” cinque metri al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica. Ma il rapporto con questa realtà sepolta è stato pressoché continuo nel corso dei secoli e si è rivelato di fondamentale importanza nella costruzione dell’identità culturale cittadina. Con le celebrazioni del 2017 per i 2200 anni dalla fondazione della città di Modena, si è voluto rendere percepibile la realtà sepolta di Mutina attraverso una serie di eventi e una mostra, riuniti dal titolo “Mutina Splendidissima”, che favoriscano il dialogo fra passato e presente valorizzando tutti gli aspetti che lo straordinario patrimonio della romanità ha lasciato alla città moderna. Sabato 25 novembre 2017, alle 18, al Foro Boario di Modena, si inaugura la mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità”, punto di arrivo delle celebrazioni per i 2200 anni dalla fondazione, che racconta le origini, lo sviluppo e il lascito che la città romana ha trasmesso alla città moderna. Un racconto accessibile a tutti, fondato su dati archeologici e storici esaminato con uno sguardo pluridisciplinare, che parte dalla fondazione della colonia romana avvenuta nel 183 a.C.

I promotori culturali, amministrativi ed economici alla presentazione della mostra “Mutina Splendidissima” (foto Graziano Tavan)

La mostra, promossa dai Musei civici di Modena e dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e curata da Luigi Malnati, Silvia Pellegrini e Francesca Piccinini, con ponderoso catalogo (De Luca Editori d’Arte) e una più agile guida per il visitatore meno specialista, si inserisce nel più ampio progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle sedi di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna. Non solo archeologia, dunque. “La mostra”, ha sottolineato alla presentazione il vicesindaco di Modena, Giampietro Cavazza, “racconta le origini della città che sono alla base della cultura e del benessere economico di oggi. I romani ci hanno lasciato monumenti materiali e immateriali, noi dobbiamo fare altrettanto per le future generazioni che non avremo il piacere di conoscere”. E il soprintendente Malnati: “Questa mostra, nata un anno fa quando c’era ancora la soprintendenza Archeologia regionale, e quindi si poteva ragionare per un territorio omogeneo, presenta i risultati eccezionali raggiunti a Modena dove la presenza della soprintendenza ha potuto seguire con attenzione tutti gli scavi urbani”. Prezioso il ruolo della Regione Emilia-Romagna attraverso l’istituto Beni culturali presieduto da Roberto Balzani: “Il progetto mette insieme più territori legati da un comune denominatore: la Via Emilia. E la mostra parla di urbs e di civitas, esamina la città nei suoi aspetti strutturali e li fa dialogare con la cittadinanza e la cultura che essa esprime”.

La ricostruzione in 3D della colonia di Mutina realizzato da Altair4

In mostra – come hanno sottolineato i tre curatori – i reperti e le opere d’arte, accostati a preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani, affiancano le ricostruzioni virtuali dei principali monumenti di Mutina (le mura, il foro, l’anfiteatro, le terme, una domus) realizzate a cura di Altair4 Multimedia e coinvolgenti videoracconti che fanno da contrappunto alla descrizione delle città dal periodo precedente la sua fondazione, avvenuta nel 183 a.C., alla decadenza verificatasi nella tarda età imperiale. Molte le novità che si presentano per la prima volta al pubblico, tra cui le decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati e stucchi a rilievo, equiparabili per qualità a quelli provenienti da Pompei, esposte a fianco di elementi di arredo di elevato pregio artistico. Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni di eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne e laterizi, vino e quelle lane che erano tra le più pregiate e ricercate dell’impero, tanto da essere ricordate ancora nell’Editto dei prezzi, nel III secolo d.C.

Antefisse in terracotta dal santuario di Cittanova (Mo) della fine del III secolo a.C.

Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni d’eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne, laterizi, vino e quelle lane così pregiate e ricercate nell’impero da essere ancora citate nel III secolo d.C. nell’Editto dei prezzi. Un’intera sezione è riservata ai profili dei Mutinenses, dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero, svelati coniugando dati epigrafici e storici che ricostruiscono il multiforme e variegato profilo sociale della città. Dati geologici, archeobotanici e archeozoologici permettono di ricostruire l’assetto ambientale di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, soprattutto in coincidenza con la fine dell’impero romano e le invasioni barbariche, sono ora interpretati anche alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno profondamente colpito il territorio modenese e la pianura padana. La sezione dedicata al periodo tardo-antico e all’alto medioevo affronta in modo problematico il tema della continuità della città antica e fa da cerniera tra le due parti di una mostra che affronta con coraggio e spirito innovativo la sfida della continuità tra dimensione archeologica e dimensione storico-artistica.

Particolare delle formelle dell’architrave con immagini di San Geminiano dalla Porta dei Principi, del Duomo di Modena

“Governo della Repubblica” dipinto da Bartolomeo Schedoni nella sala del Vecchio consiglio del Palazzo Comunale di Modena

Il tema dell’eredità viene sviluppato nella seconda parte dell’esposizione evidenziando alcuni momenti particolarmente significativi, attraverso opere d’arte e documenti provenienti da diversi musei  e biblioteche italiane, numerosi video e due ricostruzioni virtuali dedicate alle antichità esposte intorno al Duomo nel Rinascimento e alla perduta Galleria delle antichità di Francesco II in Palazzo ducale, anch’esse curate da Altair. La costruzione del duomo romanico a opera dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo, nel quale il rapporto con l’antichità appare strettissimo, costituisce la giuntura tra la città antica e quella moderna. Il periodo rinascimentale è quello in cui più consapevole diventa il richiamo al glorioso passato romano della città, le cui vestigia sono pubblicamente esibite nei luoghi più significativi. Tra Sei e Settecento il tema si declina variamente tra passioni collezionistiche, richiamo a un’antichità esemplare e nascita della grande tradizione erudita legata al nome di Muratori, che culmina nel primo Ottocento con la creazione del Museo Lapidario Estense. La precoce nascita di una cultura scientifico sperimentale a metà Ottocento e la fondazione del Museo Civico in epoca post-unitaria determinano approcci diversi al recupero della città sepolta fino al progressivo affermarsi nel corso del Novecento di una coerente politica di tutela e valorizzazione.

Curatori e promotori davanti alla “capsula del tempo” nella mostra “Mutina splendidissima”

In questo percorso che collega passato e presente viene affrontata anche la dimensione del futuro attraverso il progetto “Capsule del tempo. Da Mutina al futuro”, che favorisce, attraverso la partecipazione diretta del pubblico, una riflessione sul ruolo imprescindibile della memoria nella costruzione della storia collettiva e delle storie individuali.  Alla time capsule modenese, costituita da un grande contenitore in materiale trasparente collocato nella sede espositiva, visitatori e scolaresche potranno affidare oggetti, testi scritti, fotografie, articoli di giornale rappresentativi della contemporaneità e destinati a essere svelati in un momento del futuro che a sua volta rappresenterà una ricorrenza importante per la città: il 2099, 1000 anni dopo la posa della prima pietra del Duomo. Collaborano all’iniziativa le biblioteche e i punti di lettura del Comune di Modena, che tra novembre e aprile organizzeranno sul tema delle capsule una serie di laboratori, proiezioni, letture e incontri con l’autore. Si comincia il 26 novembre con una conferenza del divulgatore scientifico Paolo Attivissimo, che affronterà il complesso tema della conservazione dei dati digitali (foto, audio, video, documenti) offrendo esempi e consigli per evitare che chi verrà dopo di noi riceva in eredità solo un’illeggibile catasta di bit.

La Biblioteca estense di Modena ospita la mostra “Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali”

Alla mostra “Mutina Splendidissima” allestita negli spazi del Foro Boario si collegano le iniziative curate dalle Gallerie Estensi. Alla Biblioteca Estense apre il 26 novembre 2017 in Sala Campori la mostra “Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali” che esplora il contributo che generazioni di umanisti, antiquari e bibliotecari hanno portato allo studio della cultura classica. Il percorso espositivo si snoda nei secoli seguendo le acquisizioni dei bibliotecari di casa d’Este che per secoli hanno accresciuto il patrimonio librario della Biblioteca Ducale dimostrando un interesse mai estinto per la cultura del mondo antico. Contestualmente sarà disponibile la nuova APP di guida al Museo Lapidario Estense che attraverso un percorso narrato conduce i visitatori a scoprire la storia di questa importante collezione, presentando i personaggi di maggior spicco e i monumenti più importanti per la storia di antica di Modena.

“On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”: Reggio Emilia celebra con una grande mostra la via tracciata nel 187 a.C. da Marco Emilio Lepido. Personaggi e storie, spaccati sociali e modi di vivere dell’antichità raccontati da oltre 400 reperti archeologici unici, dal cinema e dal digitale

Il tracciato della via Emilia che ancora oggi attraversa il centro di Reggio Emilia

Un uomo: il console Marco Emilio Lepido; il suo nome: Aemilius; la sua strada: via Aemilia; una città: Regium Lepidi – Reggio Emilia. È un percorso lineare quello che lega Marco Emilio Lepido alla Via Emilia e al capoluogo di Reggio Emilia. Mentre Modena e Parma festeggiano i 2200 anni della loro fondazione (183 a.C.), Reggio Emilia celebra con una grande mostra, “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”, la via tracciata nel 187 a.C. da Marco Emilio Lepido, il console romano che giocò un ruolo fondamentale nel dare forma istituzionale al Forum che da lui poi prese il nome di Forum o Regium Lepidi. La mostra dedica una particolare attenzione alla figura di Marco Emilio Lepido, il geniale costruttore che, sgominati Celti e Liguri, decise la costruzione di una lunghissima strada che collegasse le colonie di Rimini e Piacenza: una strada che avrà alterne fortune nel corso dei secoli ma che non sarà mai abbandonata. La storia della strada di origini preromane si intreccia con quella della città che porta il nome del fondatore della via Aemilia e del territorio che attraversa.

Il manifesto della mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017” al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia

Il tracciato della via Emilia da Rimini a Piacenza

Un ritratto in marmo del console Marco Emilio Lepido

La mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017”, che apre a Reggio Emilia sabato 25 novembre 2017, celebra la via consolare lungo la quale, da sempre, si sono incontrare persone, idee e culture diverse, contribuendo alla formazione di una città aperta e rivolta verso il futuro. Un monumentale racconto storico che si immerge nell’attualità: personaggi e storie, spaccati sociali e modi di vivere dell’antichità raccontati da reperti archeologici unici (oltre 400, provenienti da importanti musei nazionali o presenti nelle collezioni della città), dal cinema e dal digitale. Questo il cuore della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, allestita nel Palazzo dei Musei di Reggio Emilia dal 25 novembre 2017 al 1° luglio 2018, propone una riflessione a 360 gradi sulla storia della via Emilia, sul suo fondatore e sul significato dell’importante arteria nella contemporaneità. La via Emilia ha lasciato un segno indelebile nel nome della città, unica fra i capoluoghi della regione a ricordare il gentilizio del suo costruttore; e la regione Emilia-Romagna è probabilmente l’unica al mondo a derivare il proprio nome da quello della strada su cui si impostava l’intero popolamento del suo territorio. Ma la strada non ha marchiato solo il nome. In tanti secoli ha mantenuto il suo tracciato, per lo meno in ambito urbano, continuando a veicolare merci e persone, e con esse anche idee, lingue e sensibilità religiose differenti, creando i presupposti per una città accogliente verso lo straniero, nell’antichità come ai giorni nostri. Da limes, cioè linea di confine fra l’Italia romana e un nord abitato da popolazioni “altre”, la Via Emilia sarebbe infatti presto diventata non solo asse portante delle comunicazioni padane ma collante di genti di lingua, idee e culture diverse, contribuendo alla formazione di una società aperta e rivolta al futuro. “Marco Emilio Lepido”, spiega il soprintendente Luigi Malnati, uno dei curatori della mostra, “è stato un personaggio determinante anche se non sufficientemente ricordato nei manuali di storia. La strada che porta il suo nome, e che ha poi dato il nome a un’intera regione, è frutto del suo progetto politico di costruire uno spartiacque tra i territori romani e quelli controllati dagli alleati a difesa delle popolazioni barbariche del nord, ma la via nata a scopo militare ha poi assunto funzioni civili e commerciali diventando quindi un luogo di unione”.

Un tratto della via Emilia riportato alla luce dagli scavi urbani in Reggio Emilia del 1931-1932

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Fra gli obiettivi della mostra che Reggio Emilia dedica alla Via Emilia romana e al suo fondatore Marco Emilio Lepido c’è quello di avvicinare al grande pubblico l’archeologia e la storia, per riscoprire le origini della città attraverso importanti reperti esposti in prestigiose location museali e sorprendenti contaminazioni che attualizzino il passato in maniera informale e creativa, raccontando il significato della strada consolare nella contemporaneità. Ecco perciò coinvolti luoghi diversi, diffusi e quotidiani della città, con l’aiuto del cinema (citazioni da famosi film peplum), delle tecnologie più avanzate e della “personificazione” della storia. Il percorso espositivo, che riunisce alle testimonianze dal Reggiano alcuni importanti prestiti da prestigiosi musei, documenta la fortuna della strada dagli antefatti di età preromana al Medioevo, portando al centro dell’attenzione la figura del costruttore, il console Marco Emilio Lepido. L’antica Regium Lepidi si mette in mostra nelle sale del nuovo museo di palazzo S. Francesco per illustrare il ruolo essenziale della città attestato anche da importanti resti archeologici, in parte esposti per la prima volta. Le ricostruzioni dei mezzi di trasporto e degli scenari stradali sono parte fondamentale dell’esposizione. La mostra “On the road. La Via Emilia 187 a.C. – 2017” è promossa dai Musei Civici di Reggio Emilia, dal Segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, con il contributo di Credem e Iren e il patrocinio di Anas. Curata da Luigi Malnati, Roberto Macellari ed Italo Rota, si avvale di un Comitato scientifico composto da Giovanni Brizzi, Annalisa Capurso, Francesca Cenerini, Antonella Coralini, Mauro Cremaschi, Renata Curina, Maurizio Forte, Maria Luisa Laddago, Daniela Locatelli, Roberto Macellari, Luigi Malnati, Giada Pellegrini, Elisabetta Pepe, Marco Podini e Paolo Sommella. La mostra fa parte del grande progetto di promozione della cultura e del territorio “2200 anni lungo la Via Emilia” www.2200anniemilia.it  promosso da tre città – Reggio Emilia, Parma e Modena a cui si aggiungerà Bologna in un secondo momento -, due soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio –quella per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e quella di Parma e Piacenza- e dalla Regione Emilia-Romagna (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/).

La ricostruzione 3D del foro romano in Reggio Emilia (musei civici)

I resti del foro romano sotto palazzo Spalletti Trivelli a Reggio Emilia

L’esposizione si sviluppa nelle tre sedi di Palazzo dei Musei, palazzo Spalletti Trivelli e museo Diocesano e in altri luoghi del centro storico coinvolti a vario titolo nel circuito tematico della mostra. Fra questi il municipio, che rende omaggio alla figura del suo fondatore accogliendo il visitatore con la scultura settecentesca di Marco Emilio Lepido, ora restaurata da Angela Allini di Opus Restauri con il contributo del Lions Club Marco Emilio Lepido di Reggio Emilia, oppure l’incrocio fra la via Emilia e via Crispi (che ricalca il tracciato di una strada romana obliqua riportata in luce di recente sotto palazzo Busetti) dove una riproduzione 3D della statua del console (realizzata da Geis–Geomatics engineering innovative solutions) segnala l’itinerario verso Palazzo dei Musei. Nella sede del museo Diocesano viene approfondito il tema del primo Cristianesimo lungo la via Emilia (Via Aemilia, Via Christi) mentre palazzo Spalletti Trivelli, sede del gruppo bancario Credem, ospita una sezione dedicata all’edilizia romana sullo sfondo dei resti del foro della città tuttora conservati nei sotterranei dell’istituto di credito (Regium Lepidi underground).

“Dona militaria” (onorificenze) da un monumento fuebre di Rubiera, oggi ai musei civici di Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

Ma la mostra vera e propria è ospitata nel Palazzo dei Musei, un percorso che coinvolge l’intero edificio con installazioni, ricostruzioni 3D, proiezioni e l’esposizione di oltre 400 reperti provenienti da importanti musei nazionali e da collezioni della città che illustrano le sette aree tematiche: L’Emilia prima dell’Aemilia, Via Emilia-SS9, Marco Emilio Lepido e la sua città, Ruote zoccoli e calzari, La buona strada, Racconti per l’eternità, Est modus in rebus. L’allestimento, curato dall’architetto Italo Rota, punta a restituire alla sensibilità contemporanea i preziosi reperti archeologici esposti, inserendoli in ricostruzioni virtuali dell’antica strada romana e contestualizzandoli con l’aiuto di spezzoni di celebri film peplum. Si può rivivere l’affascinante storia della via Emilia attraverso le vicende dei suoi protagonisti mentre una serie di installazioni multimediali, sovrapponendo la via Emilia storica a quella contemporanea, consentono di cogliere con immediatezza persistenze, differenze e analogie.

La riproduzione 3D della statua di Marco Emilio Lepido posta all’incrocio fra la via Emilia e via Crispi

Gli altri eventi. La mostra è affiancata da una serie di iniziative promosse da vari enti e istituzioni culturali fra cui quelle dei dieci Comuni reggiani depositari di materiali archeologici che propongono eventi collegati al tema della Via Emilia, dalle passeggiate sulle strade della centuriazione alle visite a ponti e segmenti di vie antiche, da convegni scientifici ad attività divulgative e didattiche. In occasione della mostra saranno realizzati progetti educativi sul tema della viabilità e dell’incontro tra culture e popoli diversi e incontri con archeologi e storici dell’antichità di università, soprintendenze e musei che tratteranno il tema della viabilità antica e contemporanea nel Reggiano, in Emilia, nell’Impero romano. Oltre alle visite guidate alla mostra e a musei e siti di interesse archeologico in città e in altri luoghi del Reggiano, sono in programma workshop e seminari per studenti di topografia, archeologia e antichistica inerenti i temi della mostra, con il coinvolgimento di urbanisti e architetti del paesaggio.

Lapis specularis, il “vetro dei poveri”, molto diffuso nel mondo romano: nel Bolognese le più importanti cave del mondo antico. E proprio Brisighella ospiterà in settembre il III convegno internazionale sul prezioso gesso, dal titolo “Il lapis specularis nei rinvenimenti archeologici”

Archeologia sperimentale: una porta-finestra con “vetri” in lapis specularis

Duro come il marmo, candido e trasparente come il vetro: così nel I sec. d.C. lo scrittore naturalista romano Plinio il Vecchio nella sua opera più famosa, la Naturalis Historia definiva il lapis specularis: in realtà si tratta di un gesso secondario, facilmente lavorabile a lastre piane. I romani ne facevano ampio uso come valida e più economica alternativa al vetro; un importante distretto minerario si trovava anche “in Bononiensis Italiae parte breves”, poco lontano da Bologna. Nell’ultimo decennio sono state individuate vicino a Brisighella diverse cave in cui si è praticata in età romana l’estrazione del gesso speculare: quelle nella Vena del Gesso Romagnola sono le prime mai scoperte in Italia. Non è un caso, quindi, che proprio a Brisighella (Bologna) dal 27 al 29 settembre 2017 ospiti al convento dell’Osservanza il convegno internazionale, a ingresso libero e gratuito, “Il lapis specularis nei rinvenimenti archeologici”, il terzo dedicato all’argomento, che riunisce archeologi, speleologi, storici e geologi, avvalendosi della partecipazione degli archeologi  dell’Asociation Cultural Lapis Specularis de Madrid che illustreranno l’esperienza maturata nelle diverse cave di lapis presenti in Spagna. Il lapis specularis deve il suo nome al fatto che, a partire dall’età romana, sia stato utilizzato come elemento trasparente per le finestre. Per queste sue caratteristiche il gesso speculare è stato oggetto di intensa attività estrattiva e di una commercializzazione ad amplissimo raggio, in modo particolare nei primi secoli dell’Impero.

Scavi sul monte Tondo nel parco regionale della Vena del gesso romagnola

“La ricerca sistematica di cave di lapis specularis in Italia è iniziata solamente da pochi anni”, spiega Chiara Guarnieri della soprintendenza Archeologia dell’Emilia Romagna, “limitata, al momento, alle regioni Sicilia ed Emilia-Romagna. Attualmente la Vena del Gesso romagnola è la sola area dell’Italia peninsulare che ospita cave di lapis specularis”. La Vena del Gesso è caratterizzata dalla presenza di gesso macrocristallino, da ambienti spesso dirupati e da vene di lapis specularis di dimensioni relativamente ridotte. “È chiaro che, a suo tempo”, continua Guarnieri, “queste vene non sono state individuate a causa delle notevoli difficoltà di accesso. Al momento, la sola cavità di chiara origine carsica che presenta importanti tracce di escavazione del lapis specularis resta la Grotta della Lucerna”. La scoperta e l’esplorazione di cave di lapis specularis nella Vena del Gesso si sono dimostrate piuttosto impegnative. La presenza di rupi, spesso verticali ed instabili, rende infatti problematica l’individuazione e l’accesso alle cave. Un altro motivo che rende difficoltoso l’accesso è dovuto alla presenza di riempimenti naturali, costituiti per lo più da terriccio e da blocchi di gesso, che spesso ostruiscono l’entrata. “La frane sono poi frequenti nella Vena del Gesso e si può quindi presumere che, nel corso dei secoli, anche la morfologia degli ambienti circostanti le cave di lapis specularis sia notevolmente mutata. Gli ambienti interni presentano poi difficoltà di esplorazione in quanto tamponati da materiale di riporto di origine antropica. Da ciò consegue che è assai probabile che gran parte delle cave di lapis specularis, un tempo presenti nella Vena del Gesso romagnola, sia oggi ostruita oppure sia andata completamente distrutta. Nonostante le condizioni ambientali non siano dunque ottimali, la scoperta di una quindicina di cave di lapis specularis, avvenuta nel corso di pochi anni, fa ritenere che questa attività fosse, a suo tempo, piuttosto diffusa nel territorio”.

La Grotta della Lucerna, nel parco della Vena del Gesso, dove è stata trovata una lucerna romana

Ricco il programma del convegno promosso da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; asociation cultural Lapis Specularis – Madrid; parco della Vena dei Gessi Romagnoli; speleo GAM Mezzano; Comune di Brisighella; federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna. Si apre alle 15 di mercoledì 27 settembre 2017 con i saluti istituzionali di Giorgio Cozzolino (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini), Luigi Malnati (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara), Davide Missiroli (sindaco di Brisighella), Massimo Ercolani (federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna), Massimiliano Costa (parco regionale della Vena del Gesso Romagnola). Alle 15.30, inaugurazione della mostra “Le grotte emiliano romagnole frequentate dall’uomo: le immagini” con foto di Francesco Grazioli. Quindi iniziano i lavori.

Il gesso secondario dal quale si ricava il lapis specularis

Sezione I. “Il lapis specularis come occasione di conoscenza del territorio”: ore 15.50, Massimiliano Costa, “I progetti per la conservazione e la divulgazione delle testimonianze dell’attività estrattiva del lapis specularis nella Vena del Gesso romagnola”; 16.10, Massimo Ercolani, Piero Lucci, Baldo Sansavini, “Il ruolo degli speleologi per la scoperta e tutela delle cave di lapis specularis nel Parco della Vena del Gesso Romagnola”; 16.30, Paolo Forti, “La candidatura a World Heritage dell’UNESCO delle principali aree carsiche nelle Evaporiti dell’Emilia-Romagna”; 16.50, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, “El lapis specularis como recurso cultural: actuaciones en las minas romanas de lapis specularis de difusión social y de dinamización turística”; 17.10, Emanuela Rontini (consigliere regionale, presidente commissione Ambiente), conclusione dei lavori. Alle 18, in sala espositiva, in via Baldi, inaugurazione della mostra “Usi impropri? La fruizione delle cavità nell’inconografia antica e moderna”, a cura di Maria Luisa Garberi e della biblioteca Franco Anelli (centro italiano di documentazione speleologica – Bologna).

Segobriga, l’importante sito spagnolo famoso durante l’impero romano per la produzione di lapis specularis

Giovedì 28 settembre 2017. Sezione II. “Nuovi rinvenimenti di manufatti in lapis specularis nel bacino del Mediterraneo”. Alle 9.30, Chiara Guarnieri, “I rinvenimenti di manufatti in lapis specularis nel bacino del Mediterraneo: status quaestionis”; 9.50, Thomas Staub, “Lapis specularis from Pompeii, V 1,30”; 10.10, Maria Stella Pisapia, Vega Ingravallo, “Lanterne con lapis specularis da Pompei: una proposta di ricostruzione”; 10.30, Maria Concetta Parello, “Il butto tardo antico nell’area dell’ agorà di Agrigentum, ritrovamenti in deposizione secondaria: il lapis specularis”; 10.50, Claudia Tempesta, “Inafferrabili trasparenze: i rinvenimenti di lapis specularis a Roma e nel Lazio”; 11.10-11.30, pausa caffè; 11.30, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, “Hallazgos de lapis specularis y su contexto arqueológico en Hispania. Estado de la cuestión”; 11.50, Guido Rosada, Maria Teresa Lachin, Stefania Mazzocchin, “Frammenti di lapis specularis dalle Terme Romane di Tyana (Kemerhisar, Cappadocia-Turchia)”; 12.10, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Rubén Montoya, “Lapis Specularis en Chipre y su interpretación”; 12.30, Alfredo Buonopane, “Specularii e speculariarii nella documentazione epigrafica: un problema interpretativo”; 12.50, Simona Pannuzi, “L’utilizzo del lapis specularis nelle transenne di finestra delle basiliche romane: il caso della basilica di S. Sabina sull’Aventino”; 13.10-13.30, discussione.

Una lastra di lapis specularis di epoca romana

Sezione III. “Le cave. Aggiornamenti e nuove scoperte”: 15.30, Giovanni Belvederi, Massimo Ercolani, Chiara Guarnieri, Marina Lo Conte, Piero Lucci, Katia Poletti, Baldo Sansavini, “Non solo lapis specularis: la cava a blocchi di selenite presso Ca’ Castellina a Monte Mauro”; 15.50, Domenica Gullì, Stefano Lugli, Rosario Ruggieri, “Nicchie per lucerne e tunnel di scavo: nuove scoperte in Sicilia”; 16.10, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Alejandro Navares, Fernando Villaverde, “El complejo minero romano de lapis specularis de Huete-Palomares del Campo (H.PC) en Cuenca (Castilla-La Mancha)”; 16.30-16.50, pausa caffè; 16.50, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Alejandro Navares, Fernando Villaverde, “Las minas romanas de lapis specularis de Arboleas (Almería – Andalucía). Adecuación turística y puesta en valor”. Sezione IV. “Analisi”: 17.10, Stefano Lugli, “Analisi isotopiche per identificare la provenienza dei cristalli di lapis specularis”; 17.30, discussione; 17.45, proiezione del filmato “Lapis specularis, la luminosa trasparenza del gesso”, realizzato dal gruppo speleologico bolognese-unione speleologica bolognese e speleo Gam Mezzano, da un’idea di Danilo De Maria, Elisa Pinti e Francesco Grazioli con il supporto della federazione speleologica regionale dell’Emilia-Romagna. Venerdì 29 settembre 2017, ultimo giorno del convegno, sarà dedicato alle visite guidate alle cave di lapis specularis di Ca’ Toresina e Ca’ Castellina.

Faenza: nell’androne monumentale di palazzo Mazzolani, sede dell’Isia, selezione di reperti archeologici faentini. Capitelli, fusti di colonne, trabeazioni di edilizia pubblica romana; monumenti funerari e un mosaico cristiano

L’androne monumentale di Palazzo Mazzolari a Faenza (foto Raffaele Tassinari)

Palazzo Mazzolani è una dimora storica del primo Settecento nel cuore di Faenza oggi sede dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Faenza (Ravenna). Ma l’androne monumentale non è solo l’accesso all’Isia: dopo la riqualificazione, presentata il 13 maggio 2017, ospita una selezione di reperti archeologici faentini. È dunque una specie di antiquarium con materiali riferibili per lo più all’edilizia pubblica di età romana, e alcuni elementi provenienti da monumenti funerari e dalla Faenza cristiana. E ora questo spazio archeologico è aperto al pubblico, liberamente visitabile negli orari di apertura dell’istituto (info +39 0546 22293). La direzione scientifica dell’allestimento è stata curata dall’archeologa Chiara Guarnieri della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile della tutela del territorio di Faenza su incarico della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; mentre una prima pulitura dei materiali è stata eseguita da Mauro Ricci ed Enrico Bertazzoli, restauratori dell’ex soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, oggi soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara.

Capitelli, fusti di colonne e frammenti di trabeazione di epoca romana scoperti nel Faentino (foto Raffaele Tassinari)

“Un cospicuo gruppo di resti architettonici”, spiega Guarnieri, “proviene dagli scavi effettuati nel 1966 in piazza della Penna. Tra i materiali esposti, databili attorno al I sec. d.C., capitelli, basi e frammenti di fusti di colonne, un frammento di trabeazione, un rocchio di colonna e una base con iscrizione [–] D(?) •MIUNIAE•SECUNDINAE. Oltre a questi, lo scavo aveva restituito anche porzioni di intonaco colorato, resti di decorazioni architettoniche, sia in pietra che fittili, e pavimentazioni in mosaico di qualità tale da ipotizzarne l’appartenenza a un edificio pubblico”.  Altri reperti di edilizia pubblica sono esposti nell’atrio: si può ammirare un frammento di cornice di età imperiale rinvenuto a Faenza, in via Borsieri e appartenente a una trabeazione;  e un frammento di iscrizione del I secolo d.C. pertinente al ponte sul fiume Lamone e rinvenuto nel suo letto. “I ponti romani, di cui l’esempio più famoso in regione è quello di Tiberio a Rimini”, ricorda Guarnieri, “presentavano una lunga iscrizione che identificava l’autorità che ne aveva voluto la costruzione. Nel caso del frammento di Faenza la brevità dell’iscrizione conservata – la scritta [-] • CO[S ] da leggersi come CO(n)S(ul), cioè console – non permette l’attribuzione a un personaggio certo; possiamo però datarlo con buona approssimazione all’età augustea perché è in questo periodo che Faenza viene dotata di edifici pubblici tra cui con ogni evidenza anche un ponte monumentale sul Lamone”. Di bell’impatto visivo anche una vasca in marmo con coppia di anelle che simulano due finte maniglie: l’impiego del marmo al posto del basalto, del porfido o del granito, come avveniva in età romana, pone alcuni dubbi sulla sua datazione all’età romana.

Leone funerario utilizzato come elemento decorativo (I d.C.) proveniente dalla frazione di Errano (foto Raffaele Tassinari)

Tra i monumenti funerari sono esposti  tre reperti. Un bel frammento di fregio (seconda metà I sec. a.C. – prima metà I sec. d.C.)  decorato con triglifi e teste bovine, un cinerario cilindrico (I-II sec. d.C.) privo di copertura che conserva ancora all’interno il rivestimento in piombo e un leone funerario utilizzato come elemento decorativo, risalente agli inizi del I d.C. e proveniente dalla frazione di  Errano. Risale infine alla Faenza cristiana l’interessante porzione di mosaico con iscrizione del V secolo d.C. rinvenuta a Faenza in via Barilotti: l’iscrizione ricorda l’offerta di due fedeli per realizzare 120 piedi di pavimento in un edificio in culto.

La Via Emilia: ecco il ricco calendario di grandi mostre, presentazione di ricerche e scoperte archeologiche, ricostruzioni 3D, cyber archeoologia ed eventi per celebrare i 2200 anni dalla fondazione romana di Mutina, Parma e Regium Lepidi. Si inizia da Reggio Emilia, poi Parma e Modena, per finire a Bologna col Medioevo svelato

La passeggiata nella storia lungo la via Emilia comincia da Reggio Emilia, la romana Regium Lepidi, l’unica città della regione che conservi nel proprio nome il ricordo del suo fondatore, il console Marco Emilio Lepido, eponimo anche della via Aemilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città” (dall’8 aprile al 3 settembre 2017) che documenta la storia di un quartiere suburbano, alla luce degli scavi archeologici in piazza Vittoria, ha aperto ufficialmente il ricco programma di eventi (mostre, ricostruzioni e di eventi, progettati per coinvolgere pubblici diversi) nell’ambito del progetto “2200 anni lungo la via Emilia” che vuole celebrare i 2200 anni dalla nascita romana di tre città: Mutina (Modena) e Parma divenute colonie nel 183 a. C. e Regium Lepidi (Reggio Emilia), istituita come forum negli stessi anni. E poi, con un ulteriore passo nel tempo e nello spazio lungo la stessa strada, l’approdo a Bologna, dove al centro dell’attenzione ci sarà il Medioevo emiliano – romagnolo. La via Emilia, dunque, come arteria unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, arteria che diventa un itinerario per scoprirne la storia antica e gli aspetti che hanno contribuito a definire l’identità delle città e del territorio che collega. Le iniziative (come annunciato da archeologiavocidelpassato, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/05/via-aemila-183-a-c-2017-2200-anni-dalla-fondazione-di-modena-e-parma-e-di-li-a-poco-di-reggio-con-un-unico-comun-denominatore-la-strada-voluta-dal-console-marco-emilio-lepido-che-ancor/) sono state presentate a Palazzo Venezia a Roma in un incontro al quale sono intervenuti Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti; Maria Utili, dirigente della direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del Mibact; Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Valeria Cicala, funzionaria istituto Beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna; Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena; Federico Pizzarotti, sindaco di Parma; Raffaella Curioni, assessore a Educazione e Conoscenza del Comune di Reggio Emilia; Bruna Gambarelli, assessora a Cultura e Progetto nuove centralità culturali nelle periferie di Bologna; Francesca Piccinini, direttrice dei Musei Civici di Modena in rappresentanza del coordinamento del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”. Il programma, hanno ricordato gli intervenuti, intende non solo valorizzare le origini romane di Modena, Parma e Reggio Emilia, ma contestualizzarle nell’ambito del ruolo svolto fino ai nostri giorni dalla strada che le collega. Il ponte fra romanità e contemporaneità è rappresentato con linguaggi diversi che vanno dall’esposizione dei reperti agli incontri di approfondimento scientifico, dalla narrazione alla street art, dalla multimedialità al gioco in un susseguirsi di eventi che accompagneranno tutto il 2017. E allora vediamo un po’ meglio l’articolato calendario.

Le iniziative di Regium Lepidi

Il tracciato della Via Emilia ancora ben visibile in centro a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

Come si diceva, si inizia da Reggio Emilia dove, tra 2017 e 2018, i musei Civici e la soprintendenza, prendendo il via dalle recenti scoperte archeologiche in città, propongono un articolato programma di mostre ed eventi destinati a valorizzare i primordi del fenomeno urbano in Emilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città”, a Palazzo dei Musei di Reggio fino al 3 settembre, presenta i materiali provenienti dal recente scavo di piazza della Vittoria: i pavimenti a mosaico di una domus, una lucerna figurata, una selezione dei pezzi più notevoli del Tesoro romano-barbarico, un frammento di scuola antelamica attribuibile alla fabbrica del Duomo e decine di altri reperti (coppe, anelli, monete). “È qui che passa la cosiddetta Via obliqua”, spiegano gli organizzatori, “una strada di orientamento anomalo – in deroga al perfetto reticolo ortogonale della città romana incentrato sulla via Emilia – che inciderà sulla fisionomia urbana fino al pieno medioevo”. Con questi e altri reperti di epoca romana e medievale, emersi nei diversi interventi di restauro e riqualificazione di spazi pubblici ed edifici privati, la mostra illustra – con apparati innovativi – la storia e le trasformazioni avvenute nel quartiere urbano situato nel settore nord-occidentale dell’antica Regium Lepidi.

Full immersion nella Reggio romana con le installazioni multimediali di Francesco Forte

Dall’8 aprile 2017 il Palazzo dei Musei con la “Sala Regium Lepidi 3D” dà vita a un museo virtuale permanente all’insegna della Cyber Archeologia. Oggi come allora, immersi nell’architettura dell’antica Regium Lepidi, quando i romani ne percorrevano le strade in toga e calzari, si potrà vivere un’esperienza unica, che consente una full immersion nella città antica grazie a sofisticate apparecchiature all’avanguardia come i caschi immersivi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code in realtà aumentata e la visualizzazione stereo-immersiva del paesaggio archeologico. Il progetto, destinato a porre Reggio Emilia sempre più in prima linea per capacità di innovazione, è basato su uno studio approfondito del patrimonio archeologico di età romana presente a Reggio Emilia ed elaborato e gestito da Maurizio Forte della Duke University, nonché noto studioso nel campo della cosiddetta virtual archeology. Lo scopo finale della narrazione digitale è aprire diverse prospettive nell’immaginazione virtuale della città, producendo nuove interpretazioni sul tessuto urbano.

“Cinema tra le rovine” a Reggio Emilia

Nei quattro giovedì sera di luglio (6, 13, 20 e 27) alle 21 si svolge “Cinema tra le Rovine 20 anni dopo”. Nel ventennale della rassegna serale estiva ambientata tradizionalmente nel Giardino archeologico del Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, dove fanno da suggestiva cornice i monumenti funerari di età imperiale romana, si propongono quattro serate con un programma di proiezioni di film muti di ambientazione antico-romana, con accompagnamento musicale dal vivo del maestro Marco Dalpane. Il genere storico archeologico verrà illustrato di volta in volta da celebri critici cinematografici. Nella serata conclusiva verrà proposto il capolavoro di Stanley Kubrik “Spartacus”, con il commento di un archeologo.

Fibula aurea dal tesoro tardoantico di Reggio Emilia (foto Marco Ravenna)

Maurizio Forte in una postazione Z-Space

Nel tardo autunno poi il secondo evento espositivo: la mostra “La buona strada. Regium Lepidi e la via Aemilia” (23 novembre 2017 – 8 aprile 2018), documenta la fortuna della strada sino al Medioevo e riporta l’attenzione sulla figura del costruttore, il console Marco Emilio Lepido. La via Emilia, il cui tracciato è già testimoniato in parte in epoca preromana, non ha mai cambiato il suo percorso, almeno nello spazio urbano, come dimostra un recente scavo che ha rivelato la sovrapposizione di ben otto livelli di pavimentazioni stradali con il medesimo orientamento, dall’età augustea ai giorni nostri. Dopo avere presentato la strada in tutto il suo sviluppo con un focus sulla figura del costruttore e sui trasporti in età romana, la mostra si concentra sul tratto compreso fra il corso del Secchia e quello dell’Enza, cioè il territorio reggiano; mentre sul piano temporale abbraccia un arco di storia fra l’età etrusca e il Medioevo, con principale attenzione sul periodo romano e uno sguardo finale contemporaneo. Ricostruzioni di mezzi di trasporto e apparecchiature all’avanguardia come i caschi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code consentiranno di conoscere meglio l’antica Regium Lepidi.

Gli eventi di Parma 2200

Numerosi sono gli eventi che la Città di Parma ha ideato per i 2200 anni lungo la via Emilia. Tra questi, il ciclo di conferenze e visite guidate “Fondazione Città di Parma 183 A.C.” sulle tracce della Parma romana, gli incontri de “Il Battistero si svela”, dedicati a uno dei monumenti simbolo della città, le esposizioni, come “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana” (Galleria S. Ludovico, 2 giugno – 16 luglio 2017), che ripercorrerà le origini della cultura alimentare parmense, o “Alla scoperta della Cisa Romana” (Palazzo Bossi Bocchi, 8 ottobre – 17 dicembre 2017), con gli esiti della ricerca archeologica sul Monte Valoria. La mostra “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana” propone un’esperienza in cui ricostruzioni multimediali di oggetti, ambienti e stimoli sensoriali, assieme a reperti archeologici, permettono di esplorare le tracce della romanizzazione del territorio. Mediante analogie tra oggetti antichi e moderni si potranno riconoscere saperi tecnici di una cultura lontana arrivati fino a oggi. Il percorso espositivo, arricchito dalla ricostruzione in 3D della forma urbis romana di Parma, a cura dell’associazione culturale 3D Lab, continua con l’itinerario “Parma Sotterranea” dove si potranno visitare i luoghi più significativi della città antica e si completa, dall’autunno, con un’applicazione per smartphone che, utilizzando la realtà aumentata, ricostruirà le architetture più importanti. Arricchiscono il programma il concorso tematico per giovani illustratori, la creazione di “Aemilia 187 a.C.”, un nuovo spazio pubblico museale nell’area del Ponte Ghiaia, la “Festa della storia” incentrato sui 2200 anni della fondazione cittadina e un importante convegno scientifico internazionale (12-13 dicembre).

Il ritrovamento dei resti del ponte romano a Parma negli scavi degli anni Sessanta del Novecento

Con “Aemilia 187 a. C.” (ottobre 2017), nell’area di Ponte Ghiaia, torna alla luce un pezzo dell’antica Parma romana: cardine delle celebrazioni dei 2200 anni di fondazione della città, “Aemilia 187 a.C.” è un importante progetto di riqualificazione dell’area di Ponte Ghiaia, che comprende un percorso pedonale archeologico urbano su diversi livelli e uno spazio-laboratorio polifunzionale gestito dall’università di Parma. L’intervento prevede inoltre l’esposizione di oltre 170 reperti, ritrovati durante gli scavi della “Nuova Ghiaia”, di cui il Ponte Romano stesso costituisce “il reperto” per eccellenza.

Gli eventi di Mutina splendidissima

Frammento di decorazione parietale con rilievo in stucco di prima età imperiale, con figura di offerente, da una lussuosa villa del suburbio di Mutina

“Definita da Cicerone firmissima et splendidissima, importante città romana dell’Italia settentrionale”, spiegano i promotori del progetto, “Mutina si trova al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica”. Con le celebrazioni del 2017 si vuole rendere percepibile la realtà sepolta attraverso una serie di eventi e una grande mostra dal titolo “Mutina Splendidissima” (25 novembre 2017 – 8 aprile 2018) che ne racconti attraverso nuove scoperte le origini, lo sviluppo e l’eredità lasciata alla città moderna. Già Plinio ricordava che Mutina basava la sua ricchezza su tre produzioni di eccellenza: lane, ceramica pregiata e vino. “Nuove ricerche”, sottolineano gli archeologi, “hanno fatto ritrovare tracce tangibili dell’economia della lana e individuare ville che ne controllavano il commercio. Le lane modenesi erano tra le più pregiate e ricercate dell’impero, tanto da essere ricordate ancora nell’Editto dei prezzi, nel III secolo d.C.  Recentissime scoperte hanno portato alla luce decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati, stucchi a rilievo ed elementi d’arredo di elevato pregio artistico, equiparabili a quelli provenienti da Pompei”.  Coniugando dati epigrafici e storici verranno resi noti i profili dei Mutinenses: dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero. Geologia, archeobotanica e archeozoologia permettono poi di ricostruire l’assetto ambientale, idrografico e geologico di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti, che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, sono interpretati alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno colpito il territorio modenese e la pianura padana. Un ricco repertorio di opere testimonia come la memoria di quel passato sia diventata nei secoli un’eredità che Modena ha interpretato in un dialogo continuo con la città romana, che ha svolto un ruolo significativo nella costruzione dell’identità culturale e artistica cittadina, soprattutto nella fase di costruzione della cattedrale romanica – ora Patrimonio Unesco – e durante il Rinascimento, quando il riferimento all’Antico orientava  le scelte politiche, il vivere sociale e il linguaggio artistico. Nella mostra, reperti e opere d’arte accostati a preziose testimonianze da numerosi musei italiani, si affiancano a ricostruzioni virtuali a cura di Altair4 Multimedia, ricostruzioni a grandezza naturale, digital storytelling, laboratori didattici.  Alla mostra allestita negli spazi del Foro Boario si collegano le esposizioni curate da Galleria e Biblioteca Estense. In calendario anche altri eventi che vanno dalla street art 3D con artisti internazionali a creare varchi illusori verso il sottosuolo (12 – 14 maggio), alla rievocazione storica (7-10 settembre), alle narrazioni di Ert Fondazione Emilia Romagna Teatro (28 ottobre) che coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari.

Rendering dell’evento “Varchi nel tempo. Tra archeologia e street art 3D”

Dal 12 al 14 maggio 2017 nel centro storico, si potrà dunque assistere a “Varchi nel tempo. Tra archeologia e street art 3D”. Mutina è una città sepolta dalle alluvioni che a partire dal III secolo d.C. ricoprirono e custodirono nel tempo case, edifici pubblici e strade che successivamente l’archeologia ha riconosciuto fino a ricomporre un quadro dell’impianto urbano. In attesa della mostra “Mutina Splendidissima”, i luoghi della città sepolta che si aprivano lungo la Via Aemilia si svelano attraverso illusionistici sprofondamenti nel sottosuolo realizzati da “street artisti” internazionali che per la prima volta coniugano all’archeologia urbana la loro maestria nel realizzare vere e proprie voragini 3D. Gli stessi luoghi saranno visitabili attraverso elaborate ricostruzioni virtuali on line realizzate da Altair 4 Multimedia. Nello stesso fine settimana (13 – 14 maggio) un evento legato al vino Lambrusco ambientato a Palazzo dei Musei ospita “Dall’uva perusinia al Lambrusco”. “Mutina va fiera dell’uva perusinia, d’acino nero, il cui vino sbianca nel giro di 4 anni”, scrive Plinio nel I secolo d.C. Dall’antenato del Lambrusco a oggi, un percorso sulle tracce di una secolare tradizione di eccellenza fra degustazioni dalle migliori cantine emiliane, incontri con esperti e visite alle raccolte del Palazzo dei Musei. Poi, dal 7 al 10 settembre nel verde del grande parco Ferrari ritornano le ricostruzioni storiche di “Mutina Boica” intitolate nel 2017 “La fondazione. 183 a.C.” Il grande evento di rievocazione storica, giunto alla nona edizione, è dedicato alla fondazione di Mutina, avvenuta poco dopo la costruzione della Via Aemilia, e si svolge alternando campi storici, laboratori e spettacoli con centinaia di rievocatori dall’Italia e dall’estero. Un modo nuovo e coinvolgente di raccontare e rivivere vicende e personaggi di un antico passato. E una ulteriore modalità espressiva racconterà la romanità di Modena dal 15 al 17 settembre 2017 con un intervento artistico “site specific” in concomitanza con il Festival Filosofia 2017 sul tema delle “arti”. Su una parete dello storico edificio ex caserma Santa Chiara sarà realizzata un’immagine dedicata a Mutina. L’autore, Eron, è un artista italiano pioniere del writing in Italia, tra i più dotati e virtuosi interpreti della scena internazionale dell’arte urbana. Invece il 3 giugno al teatro Storchi in calendario lo spettacolo “La città sepolta”, scene corali, monologhi e danze con protagonisti gli studenti del liceo classico Muratori – San Carlo guidati dal regista Tony Contartese (collaborazione Musei Civici e associazione culturale Sted).  Le narrazioni di Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione (28 ottobre) dal titolo “Ars tua, Ars mea: fabrica nostra” coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari in occasione della ricollocazione della stele dei Lolli, portata in luce alcuni anni fa davanti alla casa natale di Enzo Ferrari.

Gli eventi a Bologna

Corno potorio in vetro dalla necropoli longobarda di Spilamberto (Modena)

Bologna, antica colonia latina lungo la Via Aemilia, ospita al museo civico Medievale la mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (dal 24 novembre 2017 al 2 aprile 2018), che consente di viaggiare nel tempo per quasi un Millennio (dal V secolo agli inizi del Trecento) in una regione in cui ancora oggi sono profondamente radicati i confini fisici e gastronomici tra Emilia longobarda e Romagna bizantina (Ravenna). Il racconto si dipana dalle trasformazioni delle città tardoantiche all’evoluzione degli insediamenti rurali, evidenziando il potere dei nuovi ceti dirigenti (Goti, Bizantini e Longobardi) attraverso la ritualità funeraria. Dopo un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti, e contrapposte al dinamismo dei nuovi empori commerciali (Comacchio nel Ferrarese), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne (villaggi, castelli, borghi franchi, pievi e monasteri). La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città, studiate nella nuova fase di età comunale. La mostra è curata da Sauro Gelichi (professore ordinario di Archeologia Medievale all’università Ca’ Foscari di Venezia) e Luigi Malnati (soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara).

Via Aemila 183 a.C. – 2017: 2200 anni dalla fondazione di Modena e Parma, e di lì a poco di Reggio, con un unico comun denominatore: la strada voluta dal console Marco Emilio Lepido, che ancora oggi unifica e caratterizza un’intera regione. Mostre, ricostruzioni ed eventi: il programma viene presentato a Roma

Una ricostruzione della via Emilia, la strada romana fondata dal console Marco Emilio Lepido

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana

“A passo di storia lungo la Via Emilia”: Modena, Reggio Emilia e Parma invitano a scoprire la loro storia di città romane, sviluppatesi lungo la Via Aemilia: Mutina e Parma, colonie fondate nel 183 a.C., e Regium Lepidi istituita come forum in quegli anni. Il progetto “2200 anni lungo la Via Emilia” sarà presentato al pubblico venerdì 7 aprile 2017 a Roma. Nel 2017 ricorrono infatti i 2200 anni della fondazione delle due colonie gemelle di Mutina (Modena) e Parma (183 a.C.-2017), città che condividono anche i triumviri fondatori, tra i quali il console Marco Emilio Lepido a cui si deve la costruzione della via Emilia e la riorganizzazione di Regium (Reggio Emilia). Così i tre comuni di Parma, Modena e Reggio Emilia, alla luce di questa eredità comune, hanno stabilito di elaborare un progetto complessivo e condiviso di iniziative culturali per celebrare questa ricorrenza nell’ambito del protocollo d’intesa firmato nel 2016: “2200 anni lungo la Via Emilia”, promosso appunto dai tre Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, insieme alle soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle sedi di Bologna, Parma e Ravenna, del Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e della Regione Emilia-Romagna. Sulla Via Emilia viaggiano da sempre merci e prodotti di un’economia florida, ma anche genti, idee, competenze, e sensibilità differenti, all’insegna di una cultura la cui cifra è, da 2200 anni, l’accoglienza.

Il progetto inizialmente prevedeva un convegno scientifico dedicato alla fondazione delle due “colonie gemelle” di Mutina e Parma (Parma, autunno 2017); l’inaugurazione dell’area archeologica del ponte romano (Parma, primavera 2017); la realizzazione di una mostra dedicata alla Via Emilia (Reggio Emilia, Musei Civici, autunno 2017); la visita virtuale alla città di Mutina; le edizioni speciali delle manifestazioni annuali dedicate al gioco (Play) e alla rievocazione storica (Mutina Boica) che da alcuni anni si svolgono a Modena (marzo/maggio 2017); la realizzazione di una mostra dedicata a Mutina e alla sua eredità (Modena, Musei Civici o foro Boario, autunno 2017).

Una suggestiva veduta del rettifilo della via Emilia nel cuore di Bologna

Ma ora il progetto ha preso forma definitiva, quella che verrà spiegata nei dettagli venerdì 7 aprile 2017 a Roma in sala Altoviti di Palazzo Venezia.  Intervengono: Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio; Caterina Bon Valsassina, direttrice generale per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio del Mibact; Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti; Alessandro Zucchini, direttore Istituto per i Beni artistici culturali e naturali dell’Emilia-Romagna; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena; Raffaella Curioni, assessore Educazione e conoscenza del Comune di Reggio Emilia; Federico Pizzarotti, sindaco di Parma; Bruna Gambarelli, assessore Cultura e Progetto nuove centralità culturali nelle periferie di Bologna; Francesca Piccinini, direttrice Musei civici di Modena in rappresentanza del coordinamento del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”. Nel 2017 dunque la Via Emilia si percorrerà a passo di storia. Prima, con il programma di mostre, ricostruzioni ed eventi organizzato per le celebrazioni dei 2200 anni dalla nascita di Modena (Mutina) e Parma. Poi, con un ulteriore passo nel tempo e nello spazio lungo la stessa strada, l’approdo a Bologna, dove al centro dell’attenzione ci sarà il Medioevo emiliano-romagnolo. “La Via Emilia”, concludono i promotori, “arteria unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, si propone come un itinerario per scoprire, attraverso l’uso di linguaggi diversi e nuove tecnologie, la storia delle città che unisce e gli aspetti che hanno contribuito a definirne l’identità attuale”.