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Eccezionale scoperta a Pompei. Nella villa suburbana di Civita Giuliana ritrovati i corpi integri di due fuggiaschi, il padrone col suo schiavo, vittime dell’eruzione: la tecnica ottocentesca della colatura di gesso restituisce “l’impronta del dolore”, una scena di morte e disperazione

I calchi dei corpi dei due fuggiaschi individuati nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Sono ombre. Che vengono dal passato. Ma il dolore della morte è reale. Guardare questi corpi ancora contorcersi, sorpresi e sopraffatti dall’eruzione del Vesuvio, mette i brividi. E ti sembra sentire le grida di dolore, le disperate richieste di aiuto, i rantoli, mentre il calore vince quei corpi e un buffo di sangue esce dalla bocca, esalando l’ultimo respiro. È una scena di morte e disperazione quella che ci restituisce l’ultima eccezionale scoperta fatta dall’équipe del parco archeologico di Pompei nella villa suburbana di Civita Giuliana, a meno di un chilometro dagli Scavi più famosi: gli scheletri di due uomini – forse il padrone con il suo schiavo- colti dalla furia dell’eruzione, di cui è stato possibile realizzare dei calchi dalla resa straordinaria, individuati in un vano laterale del criptopotico, corridoio di passaggio sottostante la villa, che consentiva l’accesso al piano superiore. La scoperta è stata illustrata sabato 21 novembre 2020 dal direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, e dal ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini.

Il calco integro dell’equino dalla stalla della villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

La scoperta delle due vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. all’interno della villa suburbana di Civita Giuliana non sorprende. In questa località a circa 700 metri a Nord-Ovest di Pompei, sono in corso scavi nell’area della grande villa suburbana dove già nel 2017 – grazie all’operazione congiunta con i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata finalizzata ad arrestare il traffico illecito dei tombaroli – era stata portata in luce la parte servile della villa, la stalla con i resti di tre cavalli bardati, sono stati rinvenuti due scheletri di individui colti dalla furia dell’eruzione (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/11/pompei-osanna-contro-le-fake-news-ecco-la-descrizione-scientifica-delle-eccezionali-scoperte-nella-villa-suburbana-di-civita-giuliana-nel-settore-per-fortuna-non-danneggiato-irrimediabilme/). Così come nella prima campagna di scavo fu possibile realizzare i calchi dei cavalli, oggi è stato possibile realizzare quelli delle due vittime rinvenute nei pressi del criptoportico, nella parte nobile della villa oggetto delle nuove indagini.

L’impronta del dolore: i calchi dei corpi del padrone col suo schiavo colti nel momento drammatico della morte (foto Luigi Spina)

Pompei. Interno giorno. 25 ottobre 79 d.C., ore 9. Non è la sceneggiatura di un film, ma la storia di una realtà antica che oggi, prorompente, torna viva e contemporanea. Due corpi la racchiudono. Due calchi in gesso che, come un fermo immagine di duemila anni fa, rendono eterni due uomini rimasti uccisi, il padrone e il suo schiavo, che ora rinascono dalle ceneri di Pompei. Sono le vittime di quella che è forse una delle calamità naturali più famose della storia, l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Durante la prima fase eruttiva, quando l’antica città romana venne ricoperta dai lapilli, le prime vittime furono quelle intrappolate negli ambienti, investite dai crolli provocati dal materiale vulcanico depositatosi fino a un’altezza di tre metri. Di queste persone sono rimasti soltanto gli scheletri. Poco dopo, quando la città venne colpita dal flusso piroclastico che riempì gli spazi non ancora invasi dai materiali vulcanici, le persone morirono all’istante per shock termico. I corpi rimasero nella posizione in cui erano stati investiti dal flusso, e il materiale cineritico solidificatosi ne ha conservato l’impronta dopo la decomposizione. Mentre tutto questo accadeva la città era in fermento, i pompeiani stavano cercando di salvarsi la vita, ma, poco prima, erano immersi nelle loro consuete attività, così come dimostrano tutti i ritrovamenti che restituiscono le tracce della vita quotidiana nelle botteghe, per le strade, nelle terme, nelle domus e nelle ville, come quella suburbana del Sauro Bardato (dal ritrovamento di un cavallo con bardature: https://archeologiavocidalpassato.com/2018/12/24/pompei-eccezionale-scoperta-nella-lussuosa-villa-suburbana-di-civita-giuliana-saccheggiata-dai-tombaroli-nella-stalla-trovato-un-terzo-cavallo-di-razza-da-parata-con-bardature-militari-osanna/) a Civita Giuliana, dove uno scavo in corso dal 2017 ha riportato alla luce i resti di una lussuosa abitazione che, con una grande terrazza panoramica, dominava il golfo di Napoli e di Capri. È proprio sotto questa terrazza, nel criptoportico, che sono stati trovati i corpi dei due fuggiaschi, quello di un uomo abbiente, il padrone, e, con molta probabilità, quello del suo schiavo.

“Uno scavo molto importante questo di Civita Giuliana”, dichiara il direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, “perché condotto insieme alla Procura di Torre Annunziata per scongiurare danni enormi al patrimonio. Scavi clandestini stavano attraversando ambienti con tunnel e saccheggiando la villa. Uno scavo importantissimo che restituisce al patrimonio una villa suburbana meravigliosa ma anche uno scavo con scoperte toccanti di grande emotività e impatto. Le due vittime scoperte in questi giorni sono la testimonianza incredibile e straordinaria di quella mattina del 25 ottobre dell’eruzione del 79 d.C. Le vittime probabilmente cercavano rifugio nel criptoportico, in questo vano sotterraneo dove pensavano di essere più protetti. Vengono travolti dalla corrente piroclastica probabilmente alle 9 di mattina quando raggiunge Pompei la nube ardente che distrugge completamente i piani superiori e uccide chiunque ha incontrato sul suo percorso: molti probabilmente per lo shock termico, come mostrano anche gli arti, le mani  e i piedi contratti. Ma è questa una morte che per noi è una fonte di conoscenza incredibile. Il dettaglio della tecnica della colatura in gesso restituisce non solo i volti, non solo le membra, ma anche i vestiti. Le vesti con un panneggio straordinario sembrano veramente delle statue. E come ricordava Giuseppe Fiorelli il 13 febbraio 1863, lui che per la prima volta realizzò i calchi dei fuggiaschi, l’archeologia non sarà più studiata nei marmi o nei bronzi, ma sopra i corpi stessi degli antichi, rapiti alla morte, dopo diciotto secoli di oblio”.

Il tratto di criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana con i calchi dei corpi dei due fuggiaschi ritrovati (foto Luigi Spina)

L’impronta del dolore. Così scriveva nella “Lettera ai pompeiani” Luigi Settembrini nel 1863 (cioè nell’anno in cui Fiorelli realizzò i primi calchi dei pompeiani vittime dell’eruzione): “Ritorno adesso da Pompei ed ho l’animo pieno di mestizia per uno spettacolo miserando. È impossibile vedere quelle tre sformate figure, e non sentirsi commosso. Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura… Finora si è scoverto templi, case ed altri oggetti che interessano la curiosità delle persone colte, degli artisti e degli archeologi; ma ora tu, o mio Fiorelli, hai scoverto il dolore umano, e chiunque è uomo lo sente”. Ancora una volta, dunque, con la scoperta di Civita Giuliana prende forma quella che Settembrini definì “il dolore della morte che riacquista corpo e figura”. Dall’Ottocento a oggi, grazie a questa innovativa tecnica, a Pompei sono stati realizzati oltre cento calchi. Sono celebri i numerosi calchi realizzati durante il Novecento, generalmente lasciati a vista sul luogo del rinvenimento in vetrine o protetti da tettoie; tra questi i tredici corpi, ancora oggi in situ, da cui prende nome l’Orto dei Fuggiaschi. I calchi sono anche oggetto di ispirazione per poeti e artisti, tra i quali Primo Levi, con la poesia “La bambina di Pompei”, e Roberto Rossellini, che dedica alla scoperta di alcuni calchi una celebre scena del “Viaggio in Italia”. Col passare del tempo, dalle prime sperimentazioni ad oggi, il metodo della colatura del gesso si è via via perfezionato e il risultato di oggi ne è la sorprendente prova: i nuovi calchi sono talmente ricchi di dettagli da impressionare nella loro capacità di catturare perfettamente le forme e le curve, i lineamenti, le pieghe dei panneggi, le membra, le mani con le vene che sembrano ancora pulsare. La capacità di restituire tutti i dettagli è ben visibile nei due nuovi calchi in gesso.

La scoperta dei due corpi. All’interno dell’ambiente è stata rilevata dapprima la presenza di vuoti nello strato di cenere indurita, al di sotto dei quali sono stati intercettati gli scheletri. Una volta analizzate le ossa – a cura dell’antropologa fisica del Parco che ne ha rimosso la più parte – si è proceduto alla colatura di gesso, secondo la famosa tecnica dei calchi di Giuseppe Fiorelli, che per primo ne fu inventore e sperimentatore. I calchi hanno restituito la forma dei corpi di due vittime in posizione supina. Entrambe erano state sorprese dalla morte durante la cosiddetta seconda corrente piroclastica, che nelle prime ore del mattino del 25 ottobre investì Pompei e il territorio circostante portando alla morte dei superstiti ancora presenti in città e nelle campagne. Questa seconda corrente era stata preceduta da una fase di breve quiete, forse di una mezz’ora, durante la quale i sopravvissuti sia a Pompei che probabilmente a Civita, uscirono dalle abitazioni nel vano tentativo di salvarsi. La corrente che lì investì fu però molto veloce e turbolenta, abbatté i primi piani delle abitazioni e sorprese le vittime mentre fuggivano su pochi centimetri di cenere, portandoli alla morte. Nel nostro caso è probabile che la corrente piroclastica abbia invaso l’ambiente da più punti inglobando e seppellendole nella cenere.

“Questa scoperta straordinaria dimostra che Pompei è importante nel mondo non soltanto per il grandissimo numero di turisti”, dichiara il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, “ma perché è un luogo incredibile di ricerca, di studio, di formazione. Sono ancora più di venti gli ettari da scavare, un grande lavoro per gli archeologici di oggi e del futuro”.

Dettaglio della prima vittima nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana: è ben visibile l’impronta del panneggio sulla parte bassa del ventre, con ricche e spesse pieghe (foto Luigi Spina)

La prima vittima, con il capo reclinato, denti e ossa del cranio visibili, dai primi studi risulta essere un giovane, fra i 18 e i 23/25 anni, alto circa 156 cm. La presenza di una serie di schiacciamenti vertebrali, inusuali per la giovane età dell’individuo, fa ipotizzare anche lo svolgimento di lavori pesanti. Poteva dunque trattarsi di uno schiavo. Indossava una tunica corta, di cui è ben visibile l’impronta del panneggio sulla parte bassa del ventre, con ricche e spesse pieghe, la cui consistenza assieme alle tracce di tessuto pesante, fanno ipotizzare che si trattasse di fibre di lana. Il braccio sinistro è leggermente piegato con la mano, ben delineata, appoggiata sull’addome, mentre il destro è appoggiato sul petto. Le gambe sono nude Accanto al volto sono presenti alcuni frammenti di intonaco bianco, trascinato dalla nube di cenere, e lungo le gambe frammenti della preparazione parietale del vano.

La seconda vittima nel criptoportico della villa suburbana di Civita Giuliana: ben delineati il mento, le labbra e il naso (foto Luigi Spina)

La seconda vittima ha una posizione completamente differente rispetto alla prima ma attestata in altri calchi a Pompei: il volto è riverso nella cinerite, a un livello più basso del corpo, e il gesso ha delineato con precisione il mento, le labbra e il naso, mentre si conservano le ossa del cranio. Le braccia sono ripiegate con le mani sul petto, secondo una posizione attestata in altri calchi, mentre le gambe sono divaricate e con le ginocchia piegate. La robustezza della vittima, soprattutto a livello del torace, suggerisce che anche in questo caso sia un uomo, più anziano però rispetto all’altra vittima, con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni e alto circa 162 cm. Questa vittima presenta un abbigliamento più articolato rispetto all’altra, in quanto indossa una tunica e un mantello. Sotto il collo della vittima e in prossimità dello sterno, dove la stoffa crea evidenti e pesanti pieghe, si conservano infatti impronte di tessuto ben visibili relative ad un mantello in lana che era fermato sulla spalla sinistra. In corrispondenza della parte superiore del braccio sinistro si rinviene anche l’impronta di un tessuto diverso pertinente ad una tunica, che sembrerebbe essere lunga fino alla zona pelvica. Vicino al volto della vittima vi sono frammenti di intonaco bianco, probabilmente crollati dal piano superiore. A un metro circa a Est dalla prima vittima e a circa 80 cm a Est della seconda, nel corso dei lavori di scavo si sono rinvenuti altri fori; anche in questo caso si è colato il gesso rivelando la presenza non di vittime bensì di oggetti, forse persi durante la fuga. L’esplorazione manuale di questi “vuoti”, poi la forma rivelata dal gesso hanno mostrato che si tratta di cumuli di stoffa con grosse e pesanti pieghe; in particolare il cumulo vicino alla vittima 1 sembra essere interpretabile come un mantello in lana, evidentemente portato con se nella fuga dal giovane “schiavo”.

Calabria, i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale sventano un traffico di reperti archeologici. Con i droni sorpresi tombaroli, parte di un’organizzazione con intermediari e ricettatori verso un mercato clandestino con ramificazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia. Il plauso del ministro Franceschini

I Carabinieri del Comando Tutela del Patrimonio Culturale di Cosenza hanno indagato dal maggio 2017 al luglio 2018 riscontrando la presenza di numerosi scavi clandestini condotti all’interno di molti siti archeologici calabresi: è questa l’operazione “Achei”. I droni dell’Arma hanno “sorpreso” questi razziatori di tombe a usare addirittura una ruspa per saccheggiare quanti più tesori possibili dalle tombe. Fortunatamente in quella circostanza i Carabinieri li hanno colti in flagranza, impedendo che venisse ultimato il saccheggio. Dalle stesse riprese vengono ritratti anche altri soggetti che, seppur non impegnati direttamente nell’attività di scavo clandestino, erano intenti ad “esaminare” il terreno con sofisticati metal detector. L’agire del gruppo è apparso organizzato secondo vere e proprie modalità imprenditoriali tipiche delle associazioni ben strutturate. I vertici dell’organizzazione hanno diretto e controllato l’attività dei sodali, pianificato le singole spedizioni ed individuato i luoghi di interesse, grazie alle specifiche competenze in materia. Inoltre, sono state predisposte modalità operative tali da scongiurare, o quanto meno contenere, il rischio di controlli da parte delle forze dell’ordine, anche attraverso l’utilizzo di canali di comunicazione di difficile intercettazione. I sodali, dal canto loro, si sono mostrati tutti astuti e prudenti, consapevoli di dover “parlare poco” e di utilizzare un linguaggio criptico per riferirsi al materiale archeologico (es. “appartamenti”, “asparagi” o “motosega”, termine con il quale veniva abitualmente indicato il dispositivo “cerca metalli”).

Operazione Achei, i carabinieri del nucleo di Tutela del patrimonio culturale ha sventato in Calabria un traffico illecito di reperti archeologici

I Carabinieri del Tpc sono riusciti ad accertare l’esistenza di un vasto traffico, su scala nazionale ed internazionale, di reperti archeologici provenienti, tra gli altri, sia da scavi clandestini operati nei siti archeologici di “Apollo Aleo” a Cirò Marina, “Castiglione di Paludi” a Paludi (CS) e nell’area di “Cerasello” (che, seppur non soggetta a vincolo, riveste un indiscutibile interesse archeologico), sia da tante altre aree private nelle province di Crotone e Cosenza: saccheggi portati avanti, da anni, da un gruppo di tombaroli che, all’interno di una organizzazione con specifica ripartizione di compiti e di ruoli, e servendosi di tale struttura, è riuscito a recuperare reperti archeologici destinati al mercato clandestino, per la loro successiva commercializzazione sia in territorio italiano sia in quello estero, assicurata da una fitta e complessa rete di ricettatori. In tal modo, è stata delineata un’articolata organizzazione costituita da tombaroli, intermediari e ricettatori che, per qualità e quantità di illeciti commessi, nonché per caratteristiche strutturali ed organizzative, è stata definita dal Gip la “Criminalità Archeologica Crotonese”, radicata nella provincia di Crotone e capace di alimentare il reddito di interi gruppi familiari. E alla fine sono scattate le manette.

Il Gip del Tribunale di Crotone, su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha emesso un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di 23 persone (2 in carcere e 21 agli arresti domiciliari), ritenute responsabili, a vario titolo, di far parte di un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato, impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, ricettazione ed esportazione illecita. Contestualmente sono stati eseguiti ulteriori 80 decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti soggetti, indagati in stato di libertà. In territorio italiano, l’operazione è stata condotta in sinergia con i Comandi Provinciali Carabinieri di Crotone, Bari, Benevento, Bolzano, Caserta, Catania, Catanzaro, Cosenza, Ferrara, Frosinone, Latina, Matera, Milano, Perugia, Potenza, Ravenna, Reggio Calabria, Roma, Siena, Terni, Viterbo ed il supporto dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia, dello Squadrone Eliportato “Cacciatori di Calabria” e del Nucleo Cinofili di Vibo Valentia. Contemporaneamente, in ambito europeo, grazie al coordinamento di EUROPOL ed EUROJUST, sono state eseguite, in esecuzione di Ordine Europeo di Indagine, attività di perquisizione presso i luoghi di dimora di 4 indagati, domiciliati in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia. Oltre 350 i carabinieri impiegati, che hanno operato in territorio italiano ed estero, congiuntamente agli investigatori della Metropolitan Police di Londra, della Polizia Criminale del Baden-Württemberg, dell’Ufficio Centrale di Polizia Francese per la lotta al Traffico Internazionale di Beni Culturali e del Servizio Serbo per la Lotta alla Criminalità Organizzata.

Il ministro Dario Franceschini con il comando del nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri

“Grazie a sofisticate tecniche investigative e alla collaborazione di Europol e delle forze di polizia estere competenti, in Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Serbia, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha condotto a termine con successo una vasta operazione di contrasto al traffico illecito di reperti archeologici dalla Calabria al Nord Italia e verso l’estero recuperando migliaia di beni e sequestrando materiali utilizzati per gli scavi clandestini”, ha commentato il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini. “Un’operazione che dimostra ancora una volta l’eccellenza del Comando dei Carabinieri che opera dal 1969 a difesa del patrimonio culturale italiano. A loro, alla Procura Crotone che ha diretto le indagini e a tutti i soggetti che vi hanno partecipato va il plauso del governo italiano”.

Scavi clandestini, saccheggio e traffico di reperti archeologici: da Pompei parte un modello pilota. Firmato un protocollo d’intesa con il Tribunale di Torre Annunziata. Il caso di Civita Giuliana

La firma del protocollo d’intesa tra il procuratore del Tribunale di Torre Annunziata, procuratore Pierpaolo Filippelli, e il Parco archeologico di Pompei, dg Massimo Osanna (foto parco archeologico di Pompei)

Il caso di Civita Giuliana era stato emblematico. Ricordate i titoli? “Straordinaria scoperta tra i cunicoli di scavi clandestini di Civita Giuliana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/08/straordinaria-scoperta-tra-i-cunicoli-di-scavi-clandestini-a-civita-giuliana-appena-fuori-le-mura-nord-di-pompei-trovata-una-villa-suburbana-in-ottimo-stato-di-conservazione-per-evitare-fake-news-e/). E ancora: “A Civita Giuliana, nel settore non danneggiato irrimediabilmente dai tombaroli, trovati una stalla con cavalli di razza e una mangiatoia, e una sepoltura di età imperiale” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/05/11/pompei-osanna-contro-le-fake-news-ecco-la-descrizione-scientifica-delle-eccezionali-scoperte-nella-villa-suburbana-di-civita-giuliana-nel-settore-per-fortuna-non-danneggiato-irrimediabilme/). Scavi clandestini. Una piaga. Ma da Pompei arriva una risposta che potrebbe essere d’esempio per altre aree d’Italia con la firma, giovedì 1° agosto 2019, di un protocollo d’intesa tra il Parco archeologico di Pompei e il Tribunale di Torre Annunziata. Da Pompei parte dunque un modello pilota per contrastare il saccheggio e il traffico di reperti archeologici che è l’obbiettivo alla base dalla collaborazione istituzionale tra il Parco archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, già avviata con successo da tempo e che si è formalizzato, appunto con la firma del protocollo d’intesa tra il procuratore F.F, Pierpaolo Filippelli, e il direttore generale, Massimo Osanna.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri

Il territorio di competenza del Parco archeologico di Pompei, in particolare l’area suburbana dove sono presenti vari insediamenti (tra cui alcune ville e necropoli), la cui tutela è anche tra gli obbiettivi di natura giurisdizionale della Procura, è stato interessato negli anni da diversi episodi di danneggiamento e di furto. Scopo del protocollo è l’attivazione di un costante e rapido canale di scambio di informazioni e notizie e l’attuazione di procedure condivise, nel rispetto delle reciproche attribuzioni e competenze, volte ad interrompere l’azione criminale e arrestare la spoliazione di siti archeologici, spesso reiterata, scongiurandone la prosecuzione. L’ efficace operazione congiunta degli scorsi anni, che ha visti impegnati il Parco e la Procura, assieme agli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli per salvare il patrimonio archeologico in pericolo presso l’area suburbana di Civita Giuliana (nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei), oggetto di cunicoli clandestini, ha sottolineato l’importanza di formalizzare le buone prassi operative avviate, allo scopo di creare uno strumento modello da riproporre in diverse situazioni. In quel caso la Procura che da tempo aveva rilevato l’esistenza di attività illecite di tombaroli aveva richiesto al Parco archeologico di avviare un vero e proprio scavo, per le acquisizioni probatorie, che ha consentito tra l’altro di portare in luce ambienti di una ricca villa suburbana oltre al rinvenimento di importanti reperti archeologici e scientifici.

Nella stalla della lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana scoperto un terzo cavallo di razza con bardature militari (foto parco archeologico di Pompei)

La stretat di mano tra Massimo Osanna e Pierpaolo Filippelli dopo la firma del protocollo d’intesa tra il Parco archeologico di Pompei e il Tribunale di Torre Annunziata (foto parco archeologico Pompei)

Ecco i principali punti dell’accordo che ha validità di due anni, con possibilità di rinnovo. La Procura si impegnerà a trasmettere tempestivamente e formalmente al Parco tutte le notizie in proprio possesso relative ad attività clandestine nelle aree di competenza ed eventualmente a richiedere la realizzazione di saggi archeologici o vere e proprie attività di scavo. Sul cantiere sarà autorizzata la presenza di ufficiali della Polizia Giudiziaria autorizzati a ispezionare tunnel e cunicoli, a sequestrare gli oggetti e strumenti di reato, oltre che a prendere visione dei reperti rinvenuti, che saranno affidati in custodia al Parco. Il Parco, per sua parte, si impegnerà ad attivare in caso di richiesta, procedure di somma urgenza per avviare i relativi scavi, nell’area di interesse investigativo. Le attività di scavo, oltre a garantire il rispetto di tutti gli standard di intervento scientifico, contribuiranno a fornire tutti gli elementi di prova di attività illecite, utili alle indagini. Dovrà fornire, inoltre, periodicamente una carta archeologica aggiornata del territorio di pertinenza, con indicazione delle aree d’interesse non esplorate e suddivise per tipologia (necropoli, ville suburbane, monumenti infrastrutturali ecc.), eventuali scavi legalmente condotti e re-interrati, o anche scavi clandestini precedenti, di cui si abbia avuto notizia. E ancora il Parco si impegnerà a fornire un dettagliato elenco dei beni trafugati, anche quelli che attraverso varie fonti risultino attualmente esportati in territorio estero, al fine di consentire una visione complessiva e aggiornata del fenomeno e poter meglio orientare le azioni investigative.

Al Quirinale cento capolavori recuperati dai carabinieri: c’è anche il mausoleo etrusco completo dei Cacni trafugato da Perugia

Al Quirinale aperta la mostra "La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall'Arma dei Carabinieri"

Al Quirinale aperta la mostra “La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall’Arma”

Appuntamento al Quirinale. Fino al 16 marzo in mostra più di cento capolavori per oltre due millenni di storia d’Italia, provenienti da scavi clandestini e furti vari, e restituiti alla collettività dalle più recenti operazioni di indagine e recupero del Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri. Dopo la mostra “Nostoi. Capolavori ritrovati” del 2007 che celebrava il rientro in patria di decine di opere d’arte acquisite illegalmente da quattro grandi istituzioni museali americane, dopo la presentazione nel 2013 della famosa “Tavola Doria” attribuita da molti a Leonardo da Vinci e finalmente rientrata in patria dopo un esilio di oltre settant’anni, ecco la mostra “La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall’Arma dei Carabinieri” inaugurata nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’ala occidentale del Palazzo, e in particolare in due sale della Galleria di Alessandro VII Chigi, tornate al loro antico splendore dopo la riscoperta delle pitture di Pietro da Cortona. Erano presenti il ministro per i Beni e le Attività culturali, Massimo Bray, il commissario straordinario della Provincia di Roma, Riccardo Carpino, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, gen. di C.A. Leonardo Gallitelli, il comandante dei carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, gen. Mariano Ignazio Mossa, il presidente dell’associazione Civita, Gianni Letta con il vice presidente, Nicola Maccanico e il segretario generale Albino Ruberti. “Una galleria”, spiega Louis Godart, consigliere per la conservazione del patrimonio artistico del Presidente della Repubblica, “che dimostra l’entusiasmo e la professionalità dei carabinieri che riescono a recuperare la nostra memoria ‘rubata’, ma anche l’estrema fragilità del nostro patrimonio, depredato nelle chiese e nel sottosuolo”. Nonostante i successi e le nuove tecnologie, aggiunge il generale Mariano Mossa del Ctp, “la rilevanza dei capolavori esposti, la storia dell’illecita sottrazione e del conseguente recupero ci permettono di comprendere come il nostro patrimonio culturale sia ancora aggredito. Il giro d’affari cui dà vita il commercio illecito di beni culturali è il quarto al mondo: viene dopo il commercio illecito di armi, di droga e di prodotti finanziari. Spesso coinvolge organizzazioni a livello internazionale. Le opere esposte rappresentano una sintesi dell’attività condotta negli ultimi anni”.

In mostra oltre cento capolavori dal VI sec. a.C. al Settecento

In mostra oltre cento capolavori dal VI sec. a.C. al Settecento

Nella Sala degli Scrigni, nella Sala di Ercole e nella Sala degli Ambasciatori si possono ammirare opere che vanno dal VI secolo a.C. al Settecento, mentre nella Sala di Augusto sono esposte una serie di urne funerarie, appartenenti alla grande famiglia etrusca dei Cacni, risalenti al III-I secolo a.C., insieme ad una parte del corredo, provenienti da uno scavo effettuato in occasione della costruzione di una moderna abitazione a Perugia. Le urne con le raffigurazioni di scene ispirate al mondo greco sono per la maggior parte dei capolavori assoluti. Le raffigurazioni del sacrificio di Ifigenia, della lotta tra Pelope ed Enomao, delle centauromachie rappresentano una delle più importanti scoperte degli ultimi trent’anni nel campo dell’etruscologia.

Louis Godart, consigliere del Presidente della Repubblica, illustra i capolavori recuperati

Louis Godart, consigliere del Presidente della Repubblica, illustra i capolavori recuperati

A illustrare la mostra interviene Louis Godart: “Opere d’arte dal valore inestimabile. Oltre al croceastile del 1442 rubato dalla chiesa di S. Ippolito a Bardonecchia e il Vaso di Andromeda recuperato nel 2010 in Svizzera da un mercante giapponese, a lasciare a bocca aperta sono soprattutto le 23 urne funerarie etrusche, appartenenti a una sola famiglia aristocratica, quella dei Cacni (con tanto di corredo dei defunti), tutte scolpite e ancora con i segni della patina d’oro o dei colori accesissimi che le ricoprivano”. L’incredibile collezione delle urne etrusche era già stata presentata al pubblico a giugno 2013, trovate in uno scavo clandestino per la costruzione di una palazzina a Perugia. Ma non si possono dimenticare iI Tesoro di Loreto, tutto in oro, coralli e ametiste che Marianna, regina di Spagna, aveva regalato al suo confessore nel 1699 e ritrovato pochi mesi fa a Campione d’Italia; la testa in marmo dell’Imperatore Tiberio del I sec. d.C., trafugata nel ‘71 ad Anacapri e recuperata a Londra nel 2011, contraffatta per essere venduta a un’asta. E poi ancora la Veduta del Pantheon di Paolo Panini, il Trittico della Vergine con bambino rubato dal museo Stubbert e la Leda e il cigno di Lelio Orsi che stava per sparire per sempre negli Stati Uniti. Sono alcuni dei tesori recuperati dai carabinieri.

Le 23 urne etrusche del mausoleo dei Cacni esposte nella sala di Augusto al Quirinale

Le 23 urne etrusche del mausoleo dei Cacni esposte nella sala di Augusto al Quirinale

Un’attenzione particolare meritano le 23 urne etrusche. Anni fa le ruspe hanno raggiunto e sventrato a Perugia un mausoleo etrusco risalente al III-I secolo a.C. che apparteneva alla grande famiglia etrusca dei Cacni. “La più importante scoperta archeologica degli ultimi 50 anni”, aveva detto il ministro Massimo Bray durante la prima presentazione al pubblico, nel giugno 2013. I bassorilievi sui sarcofaghi, che rappresentano scene ispirate al mondo greco, sono capolavori assoluti. In sintonia con il ministro anche Godart:  “È una delle scoperte più straordinarie degli ultimi 50 anni perché per la prima volta è stato recuperato un intero mausoleo. Apparteneva alla famiglia Cacni, una delle più grandi dell’aristocrazia etrusca, e le scene mitologiche scolpite, dal sacrificio di Ifigenia al mito di Enomao e Pelope, testimoniano una profonda conoscenza della cultura greca”. Il mausoleo risalente al III-I secolo a.C., spiega Mossa, era stato riportato segretamente alle luce (e poi sventrato) dalle ruspe di una palazzina in costruzione a Perugia. I carabinieri sono riusciti a recuperare le urne, di cui non si conosceva l’esistenza, da un mercante italiano che tentava di piazzarle sul mercato. Davanti a tanta bellezza, però, un grande rammarico. “Se a scavare fossero stati archeologi – sottolinea Godart – avremmo potuto scoprire tantissime informazioni. È una ferita inferta al nostro patrimonio e una piaga che colpisce tutti, non solo l’Italia”.

Un vaso antico recuperato dai carabinieri Tutela patrimonio culturale

Un vaso antico recuperato dai carabinieri Tutela patrimonio culturale e in mostra al Quirinale

“Un’opera d’arte, soprattutto un reperto archeologico – continua -, è ammirata non solo per la sua intrinseca bellezza ma anche perché è lo specchio di un’epoca e appartiene a un ambiente culturale e storico particolare. Strappare un’opera al contesto che l’ha vista nascere e nel quale è inserita vuol dire renderla pressoché muta. Per apprezzare appieno un capolavoro occorre collegarlo all’ambiente culturale e storico del momento. Lo sforzo di tutti, archeologi, ricercatori, direttori di musei, deve quindi mirare a ricostruire intorno a ogni opera d’arte il contesto nel quale è nata ed è stata in seguito depositata. Non sapremo forse mai – conclude il consigliere del Presidente della Repubblica -, quale fosse l’esatta disposizione dei sarcofagi in seno al mausoleo dei Cacni; la ruspa della ditta che ha scavato l’ipogeo ha frantumato alcune urne e le sculture che le abbellivano sono scomparse per sempre; è stata probabilmente dispersa una parte del corredo che la grande famiglia perugina aveva offerto alla memoria dei suoi più illustri rappresentanti; la rimozione delle urne da parte di mani inesperte ha irrimediabilmente compromesso analisi che avrebbero potuto fornire ulteriori informazioni sulla vita e la società di una grande metropoli etrusca dell’Italia antica”.

La mostra al Quirinale a ingresso libero chiude il 16 marzo

La mostra al Quirinale a ingresso libero chiude il 16 marzo

I visitatori possono accedere alla mostra al Quirinale, “la casa degli italiani”, con ingresso gratuito e senza bisogno di prenotazione, nei giorni feriali da martedì a sabato (10-13 e 15.30-18.30), la domenica dalle 8.30 alle 12 in concomitanza e con le disposizioni dell’apertura al pubblico delle sale di rappresentanza. La mostra rimane chiusa tutti i lunedì ed eventualmente in occasione di impegni istituzionali in programma al Quirinale di cui viene data immediata comunicazione.  “Nel primo settennato del Presidente Napolitano”, ricorda Maurizio Caprara, consigliere per la stampa e la comunicazione del Quirinale, “il Palazzo è stato  visitato da oltre un milione di cittadini, di cui 536mila venuti per ammirare le mostre”.