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Al museo Egizio di Torino i protagonisti scientifici della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” hanno presentato l’evento a un mese dall’apertura in Basilica Palladiana di Vicenza: oltre 180 oggetti (tra cui una ventina dal Louvre) danno uno spaccato della vita quotidiana in Egitto 3500 anni fa

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Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023

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Corinna Rossi (politecnico di Milano) (foto graziano tavan)

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Cédric Gobeil (museo Egizio Torino) (foto graziano tavan)

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Paolo Marini (museo Egizio Torino)

Poco meno di un mese per il grande evento che in Basilica Palladiana a Vicenza chiude il ciclo “Grandi mostre in Basilica”: parliamo della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”, dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023. Curata dal direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco, da Corinna Rossi, professore associato di Egittologia al Politecnico di Milano, da Cédric Gobeil e Paolo Marini, egittologi e curatori dell’Egizio, la mostra restituisce uno spaccato della vita quotidiana nell’antico Egitto, con un focus particolare su Tebe, l’odierna Luxor, e Deir el-Medina, il villaggio, fondato intorno al 1500 a.C., dove scribi, disegnatori e artigiani lavoravano per costruire e decorare le tombe dei faraoni nelle Valli dei Re e delle Regine, plasmando l’immaginario dell’antica civiltà nata sulle rive del Nilo.

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La Basilica Palladiana nel cuore di Vicenza, capolavoro di Andrea Palladio, sede della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” (foto comune di vicenza)

Il progetto “Grandi Mostre in Basilica” è ideato e promosso dal Comune di Vicenza e dal museo Egizio, con il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Vicenza, in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi di Architettura “Andrea Palladio” e la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza. La promozione e l’organizzazione sono curate da Marsilio Arte, che ne pubblica il catalogo. Tra i partner dell’esposizione Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia – Vicenza, Fondazione Giuseppe Roi, AGSM AIM, Confindustria Vicenza, LD72, Beltrame Group ed Euphidra.

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La presentazione della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” al museo Egizio di Torino: da sinistra, il sindaco Francesco Rucco, l’assessore Simona Siotto, il direttore delle Gallerie d’Italia Michele Coppola, e il direttore dell’Egizio Christian Greco (foto graziano tavan)

I protagonisti scientifici e politici della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” si sono ritrovati al museo Egizio di Torino a quattro settimane dal taglio del nastro per la presentazione ufficiale davanti a un nutrito gruppo della stampa specializzata e a egittologi, ricercatori e restauratori convenuti per conoscere in anteprima il grande evento culturale che ha convolto in prima linea tutto lo staff tecnico-scientifico del museo Egizio con la collaborazione del museo del Louvre di Parigi.

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Stele dedicata da Smen, al fratello Mekhimontu e a sua moglie Nubemusekhet (Nuovo Regno, XVIII dinastia) da Deir el Medina, conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’esposizione riunisce infatti più di 180 oggetti: oltre ai reperti dell’Egizio, ci sono una ventina di prestiti dal Louvre di Parigi. In esposizione capolavori della statuaria, sarcofagi, papiri, bassorilievi, stele scolpite e dipinte, anfore e amuleti. Molti i tesori che verranno svelati in occasione dell’esposizione, tra cui il sarcofago antropoide di Khonsuirdis e il celebre corredo della regina Nefertari, che torna in Italia, a Vicenza, dopo diversi anni di tour all’estero. Installazioni multimediali e riproduzioni in 3D arricchiscono il percorso espositivo: tra le curiosità la storia in 3D del sarcofago dello scriba Butehamon, che restituisce al visitatore quasi una biografia dell’oggetto a partire dalla sua costruzione e l’istallazione multimediale che svela i segreti del Papiro della tomba del faraone Ramesse IV.

“Chiudiamo un ciclo importante”, interviene il sindaco di Vicenza Francesco Rucco, “con una mostra sugli Egizi guidata da Christian Greco il direttore del museo Egizio, che oggi ci ospita per la presentazione. Sarà un bellissimo connubio tra Vicenza città del Palladio e Torino che ospita il museo Egizio. Quindi una collaborazione all’interno del monumento nazionale di Vicenza, una valorizzazione anche del nostro territorio che avrà sicuramente un grande riscontro nazionale”. E continua: “La Basilica palladiana, Monumento nazionale e una delle massime espressioni architettoniche di Andrea Palladio, è il luogo più visitato e ammirato di Vicenza. La mostra sugli Egizi – osserva – chiuderà il ciclo delle tre Grandi mostre, avviato nel 2019, con un evento internazionale che sta già suscitando notevole interesse. La mostra segue l’esposizione “La Fabbrica del Rinascimento” in cui i visitatori hanno potuto approfondire la conoscenza del Cinquecento a Vicenza, periodo di invenzioni che hanno reso la città veneta un territorio dinamico e vivace sotto il profilo economico e culturale. Attraverso reperti dell’antico Egitto, tra cui sarcofagi, statue monumentali e oggetti preziosi, che verranno esposti nel grande salone della Basilica, sarà possibile un confronto tra l’operosità di Vicenza nel Rinascimento e Deir el-Medina, il villaggio egiziano in cui vissero gli artigiani che costruirono e decorarono le tombe reali della Valle dei Re e delle Regine, sulla sponda occidentale del Nilo, di fronte alla capitale Tebe”.

“Questa mostra”, sottolinea Simona Siotto, assessore ala Cultura del Comune di Vicenza, “è innanzitutto un’operazione culturale. Portare 180 pezzi, di cui 170 dal museo Egizio nella Basilica Palladiana che è monumento nazionale, patrimonio mondiale dell’Unesco, non è stato affatto semplice. Il senso però è quello di valorizzare un luogo straordinario, che però è anche piuttosto complesso perché è molto grande, e di renderlo se possibile ancora più bello attraverso una mostra che vuole insegnare qualcosa. Io ci tengo sempre a dirlo: non c’è grande cultura se non c’è una scelta dietro. E queste sono le uniche mostre che mi sento di organizzare. Apriamo il 21 dicembre una mostra che resterà aperta fino al 7 maggio 2023, e che va a investigare su quello che era la quotidianità anche nell’antico Egitto, coloro che in qualche modo hanno creato la prima grande architettura, messa all’interno di una delle opere più belle del più grande architetto del Cinquecento, che ha insegnato che attraverso la bellezza si trasformano le città. Un insegnamento di cui vogliamo essere testimoni ancora oggi”.

“La mostra nasce per rendere omaggio a Vicenza con un progetto culturale che potesse legarsi e sposarsi con quanto si è fatto negli ultimi tre anni in Basilica”, ricorda Christian Greco, “e su quanto può funzionare all’interno del tessuto culturale di Vicenza. Allora, dopo la grande mostra sul Rinascimento, facciamo una mostra che ci parla di coloro che erano i creatori dell’Egitto eterno, ovvero gli operai, gli artigiani, gli artisti che hanno collaborato per creare le tombe e le tombe erano – potremmo definirlo il metaverso – lo spazio in cui il defunto entrava in una nuova dimensione, doveva essere assimilato al dio Sole e viaggiare in un periplo costante attorno alla Terra. Parlare quindi di quale era la concezione teologica della trasformazione che il defunto aveva dopo la fine della vita terrena in quello che gli Egiziani chiamano “la nuova nascita” era fondamentale, però noi lo volevamo fare raccontando la storia delle donne e degli uomini, la storia delle persone che hanno vissuto a Deir el Medina, uno dei pochi insediamenti culturali che noi abbiamo in cui troviamo dei frammenti di vita quotidiana: e a questa prima parte abbiamo dedicato uno spazio espositivo molto importante. E quindi ci racconterà delle vite di creatori dell’Egitto eterno e poi di come la tomba diventasse un elemento di trasformazione del defunto”. E continua: “Si è trattato di un lavoro sugli archivi e sulla materialità degli oggetti. Il tutto per permettere al visitatore di intraprendere un viaggio nella Tebe del Nuovo Regno, di conoscere coloro che lavorarono nelle necropoli reali e comprendere quali fossero gli elementi iconografici e testuali che rendevano la tomba una “casa per l’eternità”, una dimensione nuova dove il sovrano poteva intraprendere il suo viaggio e iniziare la wehem meswt, la sua rinascita”.

“Il tema di questa mostra”, entra nel merito la curatrice Corinna Rossi, “è la creazione dell’Egitto che noi conosciamo, nel senso che gli operai di Deir el Medina che realizzarono le tombe dei faraoni, in realtà realizzarono-materializzarono l’Aldilà degli Egizi, e quindi lo resero luogo, lo decorarono in maniera che questo luogo potesse ospitare il faraone e condurlo alla vita eterna. Ovviamente le tombe dei faraoni erano paradigmatiche, ma a seguire tutte le tombe di nobili e di chi se lo poteva permettere tendevamo a mantenere gli stessi criteri. Questa mostra è dedicata alle persone che hanno realizzato le immagini che fanno parte proprio dello stesso immaginario dell’antico Egitto per noi: tantissimi oggetti dell’Antico Egitto che conosciamo in realtà venivano creati per accompagnare appunto i defunti nell’Aldilà. Quindi è una mostra un po’ a cavallo tra la vita prima della morte e la vita dopo la morte”.

Verona. “L’ARENA E GLI ALTRI. Teatri e anfiteatri romani tra ricerca, tutela e valorizzazione”: giornata di studi – in presenza e on line – sugli edifici di spettacolo degli antichi romani, dall’Arena al Colosseo, da Pola a Brescia, da Libarna a Luni

verona_gran-guardia_l-arena-e-gli-altri_convegno_locandinaUna giornata di studi sugli edifici di spettacolo degli antichi romani. Appuntamento giovedì 27 ottobre 2022, dalle 9 alle 17.30, al Palazzo della Gran Guardia in piazza Bra a Verona, con “L’ARENA E GLI ALTRI. Teatri e anfiteatri romani tra ricerca tutela e valorizzazione”. L’evento, promosso da Comune di Verona e soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona, è aperto alla partecipazione in presenza senza prenotazione o si può seguire in streaming sul canale YouTube de I MUV – I Musei di Verona https://youtube.com/channel/UCYpt_CWPo09yEH1Y5KlqnPQ. Alle 9, registrazione partecipanti; 9.30, saluti istituzionali: Damiano Tommasi, sindaco di Verona; Cecilia Gasdia, sovrintendente Arena di Verona; Alessandro Mazzucco, presidente Fondazione Cariverona; Davide Croff, presidente Cattolica Assicurazioni; Vincenzo Tiné, soprintendente ABAP VR-RO-VI. Dalle 10, primo blocco delle relazioni, modera Patrizia Basso (UniVR): “Verona, Arena” (Vincenzo Tiné, Giovanna Battista, Brunella Bruno, Marco Cofani – SABAP VR-RO-VI); “Roma, Colosseo” (Alfonsina Russo, Barbara Nazzaro, Angelica Pujia, Federica Rinaldi – Parco Archeologico del Colosseo); “Pola, Anfiteatro” (D. Komso, G. Gobic-Bravar, N. Nefat, A. Sardoz – Museo Nazionale dell’Istria); 11, pausa caffè; 11.50, secondo blocco delle relazioni, modera Jacopo Bonetto (UniPD): “Milano, Anfiteatro” (Antonella Ranaldi, Anna Maria Fedeli, Francesco Roncoroni, Attilio Stocchi – SABAP MI); “Brescia, Teatro” (Luca Rinaldi, Serena Solano; Stefano Karadjov, Francesca Bazoli – SABAP BS-BG e Fondazione Brescia Musei); “Trieste, Teatro” (Simonetta Bonomi, Paola Ventura – SABAP FVG); “Libarna, Anfiteatro e Teatro” (Simone Lerma, Alessandro Quercia; Valentina Barberis – SABAP AL-AT-CN e DRM Piemonte); 13, pausa pranzo; 14.30, terzo blocco di relazioni, modera Francesca Ghedini (UniPD): “Ventimiglia, Teatro” (Roberto Leone, Luigi Gambaro, Simona Lanza – SABAP SV-IM); “Luni, Anfiteatro e Teatro” (Alessandra Guerrini, Marcella Mancusi, Antonella Traverso – DRM Liguria); 15.10, presentazione del volume “Arena di Verona. Rinascita di un monumento” di Giovanni Castiglioni e Marco Cofani a cura di Alberto Grimoldi (Politenico di Milano) e Francesca Ghedini (Università di Padova); 15.40, dibattito “Scavare restaurare e riqualificare i teatri antichi oggi” moderato da Massimo Mamoli (direttore de “L’Arena”) con Luigi La Rocca, direttore generale Archeologia Belle arti e Paesaggio-MiC; Massimo Osanna, direttore generale Musei-MiC; Antonio Calbi, sovrintendente Istituto nazionale del Dramma Antico di Siracusa; Stefano Trespidi, vicedirettore artistico Arena di Verona; Gianmarco Mazzi, A.D. Società Arena di Verona. Interventi programmati di Barbara Bissoli (vicesindaca Comune di Verona), Marta Ugolini (assessore Cultura Comune di Verona), Raffaella Gianello (Conservatrice Arena di Verona), Francesca Rossi (direttrice Musei Civici Verona), Matteo Faustini (Presidente Ordine Architetti Verona).

Civita Castellana. Bilancio campagna di scavo sul colle del Vignale, su cui sorgeva l’antica Falerii: trovate strutture murarie monumentali dell’età del Bronzo

L’obiettivo? Indagare il processo di strutturazione e gestione di questa città preromana, l’antica Falerii, dopo la conquista romana, con la nascita di Falerii Novi. Si è conclusa il primo luglio scorso la campagna di scavi sul colle del Vignale (Civita Castellana), uno dei due rilievi su cui sorgeva la città antica, pressoché non toccato dall’urbanizzazione. E condotta, su concessione ministeriale, dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma (Insegnamento di Civiltà dell’Italia preromana), in forte collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Etruria meridionale. È il coronamento di un processo di ricerca che dura da molto tempo: 15 anni fa si è partiti dalla ricerca nei depositi dei musei e degli archivi e poi sono state sviluppate le indagini non invasive (voli multispettrali e termici da drone e georadar) e le ricognizioni territoriali del 2020; ora gli scavi recenti. Un’operazione possibile grazie al finanziamento della Fondazione CARIVIT e del Comune di Civita Castellana. Andata ben oltre le aspettative.

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Antica Falerii: campagna di scavo sul colle del Vignale 2022: struttura in blocchi di tufo, la cui fase ultima di utilizzo è databile tra IV e III sec. a.C. (foto filippo materazzi)

Due le aree di scavo scelte: una nei pressi della sommità del colle e una più prossima al declivio. Nella prima sono emerse tracce di attività agricole (arature degli anni ’80 del secolo scorso e trincee delle vigne del XVIII-XIX secolo), ma anche un’interessante struttura in blocchi di tufo, la cui fase ultima di utilizzo è databile tra IV e III sec. a.C. Nell’altra addirittura alcune strutture murarie monumentali, oltre quelle inerenti alla città, riconducibili all’età del Bronzo e a un periodo compreso tra VIII e inizi VI sec. a.C.

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Antica Falerii: campagna di scavo sul colle del Vignale 2022: strutture murarie monumentali riconducibili all’età del Bronzo e a un periodo compreso tra VIII e inizi VI sec. a.C. (foto filippo materazzi)

Lo scavo di Vignale è costola di un progetto più articolato, il “Falerii Project”. Si è tornati ad indagare qui da quando, alla fine dell’800, Raniero Mengarelli ispezionò la porzione orientale del colle, rinvenendo i resti del santuario di Vignale. Uno scavo emozionante, che ha unito allo stesso tempo ricerca scientifica, consapevolezza storica ed esperienza umana. Centrale è stata la sinergia con il museo Archeologico dell’Agro Falisco, ma soprattutto col Comune di Civita Castellana, proprietario del terreno in cui si sono svolti gli scavi, che ha acquistato l’altura di Vignale alla fine degli anni ’90 per realizzarvi un parco cittadino a forte vocazione archeologica. E che presto siglerà anche un protocollo d’intesa decennale con il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma; ciò permetterà poi di continuare le indagini. Intanto si stanno eseguendo, in collaborazione con il Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “G. Natta” del Politecnico di Milano, analisi mirate sui frammenti di intonaci e sui materiali edilizi dell’alzato delle strutture architettoniche.

Brescia. Convegno “Il futuro del teatro romano di Brescia”: grandi esperti si confrontano sul tema dell’utilizzo di questi edifici antichi e degli interventi necessari a migliorarne la fruizione. Tra i partecipanti il direttore generale dei musei Massimo Osanna, l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, e il soprintendente di Brescia Luca Rinaldi

Veduta aerea del teatro romano di Brescia (foto fondazione brescia musei)

Perché avviare un percorso di rinnovata fruizione del teatro romano di Brescia e con quale modalità? Quali premesse culturali e progettuali? Quale il ruolo di questo edificio nei luoghi della cultura della città? Sulla scorta di questi interrogativi, il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei propongono un confronto aperto alla cittadinanza, affidando le considerazioni di partenza, per attivare il dibattito, a rappresentati di istituzioni, tra i quali Massimo Osanna, direttore generale dei Musei al Mic, Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte e il soprintendente di Brescia, Luca Rinaldi, che a diverso titolo hanno già avuto modo di confrontarsi sul tema dell’utilizzo di questi edifici antichi e degli approntamenti allestitivi necessari alla fruizione. Appuntamento lunedì 4 aprile 2022 dalle 10 all’auditorium di Santa Giulia a Brescia con il convegno “Il futuro del teatro romano di Brescia”. Il convegno è in presenza, consigliata l’iscrizione all’indirizzo segreteria@bresciamusei.com. Per accedere all’iniziativa verrà richiesto di esibire la Certificazione verde Covid-19 green pass come previsto dalla normativa vigente. Ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili. Accrediti dalle 9.30. Tutti coloro che hanno scritto a segreteria@bresciamusei.com si considerano accreditati.

Il teatro romano di Brescia è inserito nei percorsi di visita del Parco Archeologico di Brescia Romana, parte integrante della componente di Brescia del sito UNESCO I Longobardi in Italia (foto parco archeologico brescia romana)

Il teatro romano di Brescia nel corso degli anni è stato oggetto di dibattito in merito alle possibili modalità di valorizzazione, in relazione al contesto archeologico e storico al quale appartiene. Attualmente l’edificio è inserito nei percorsi di visita del parco archeologico di Brescia Romana, parte integrante della componente di Brescia del sito UNESCO I Longobardi in Italia. I luoghi del potere e, tra tutti i monumenti del sito, presenta ancora uno stato incompiuto in quanto le indagini archeologiche non sono completate, così come ogni intervento di restauro. A 10 anni dall’iscrizione nella World Heritage List e alle soglie del ruolo di Brescia Capitale italiana della Cultura nel 2023 con Bergamo, il Comune di Brescia, il ministero della Cultura e la Fondazione Brescia Musei ritengono doveroso riflettere sul futuro di questo antico edificio in relazione ai programmi di recupero delle architetture monumentali storiche e ai progetti culturali della città.

Assonometria del teatro romano di Brescia (foto comune di brescia)

Il programma. L’introduzione al convegno, alle 10, è affidata a Francesca Bazoli, presidente Fondazione Brescia Musei; Laura Castelletti, vice sindaco e assessore alla Cultura, Creatività e Innovazione del Comune di Brescia; Pierre-Alain Croset, chair del convegno, professore ordinario di Composizione architettonica urbana al Politecnico di Milano. Aprono i lavori Francesca Morandini, conservatore delle Collezioni e delle aree archeologiche della Fondazione Brescia Musei; Serena Solano, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Bergamo e Brescia. Seguono gli interventi di Luca Rinaldi, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Bergamo e Brescia; Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Verona Rovigo e Vicenza; Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, professore emerito Scuola Normale Superiore di Pisa. Dopo il coffee break, dibattito conclusivo con Massimo Osanna, direttore generale Musei al ministero della Cultura; Alberto Ferlenga, professore ordinario di Progettazione architettonica all’università IUAV di Venezia; Stefano Molgora, presidente Ordine degli Architetti pianificatori paesaggisti e conservatori della Provincia di Brescia; Francesca Bazoli, presidente Fondazione Brescia Musei. Chiude i lavori il sindaco di Brescia Emilio Del Bono.

Negrar. La nuova campagna di scavo ha interessato il settore Ovest della Villa dei Mosaici: emersi mosaici con raffigurazioni di animali che hanno riscontri in Oriente. Ma ora servono nuovi finanziamenti per proseguire le ricerche e indagare sull’area produttiva della villa: olio e, forse, vino

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I mosaici con raffigurazioni di animali emersi dallo scavo archeologico nel peristilio Ovest della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto sabap-vr)

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Gianni De Zuccato, archeologo della Soprintendenza di Verona, sullo scavo della Villa dei Mosaici di Negrar (foto Comune di Negrar)

Di trovare nuove porzioni di mosaici in soprintendenza ne erano sicuri. Ma certo non di trovare dei mosaici con raffigurazioni così belle da richiamare “altre iconografie molto più famose come la Villa degli Uccelli di Alessandria d’Egitto”. Parola dell’archeologo Gianni De Zuccato, direttore dello scavo alla Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr). E questo è solo un dettaglio dei risultati raggiunti in questa nuova fase di ricerca su cui è stato fatto il punto nei giorni scorsi da parte del soprintendente Vincenzo Tinè. Lo scavo è infatti ripreso a gennaio 2022. Questa volta è stata interessata la nuova area di proprietà della Società Agricola Franchini che, come già l’Azienda Benedetti, ha generosamente messo a disposizione i mezzi e sostenuto le spese per le operazioni preliminari allo scavo nel quadro di uno specifico accordo di valorizzazione pubblico-privato tra la soprintendenza e i proprietari. Ma ora per la prosecuzione degli scavi necessita urgentemente di ulteriori contributi finanziari per consentirne il completamento.

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Una fase degli scavi del marzo 2022 nel peristilio Ovest della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto sabap-vr)

Anche questo nuovo intervento è realizzato dalla SAP – Società Archeologica, sotto la direzione scientifica di Gianni De Zuccato della Soprintendenza. Il finanziamento è stato concesso dal Bacino Imbrifero Montano dell’Adige, grazie all’intervento del Comune di Negrar di Valpolicella, che fin dall’inizio ha affiancato la soprintendenza nelle nuove ricerche nel sito. L’università di Verona – Dipartimento Culture e Civiltà collabora agli scavi e agli studi, mentre l’Accademia di Belle Arti di Verona al restauro conservativo dei mosaici e dei materiali rinvenuti, con cui il Comune di Negrar di Valpolicella ha già attivato un protocollo d’intesa per la valorizzazione culturale del territorio.

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L’ampia area di scavo della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

Lo scavo archeologico della Villa romana dei Mosaici di Negrar di Valpolicella, intrapreso negli anni ’20 del secolo scorso è stato riavviato dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio nel 2019, mettendo in luce su un’ampia area di proprietà dell’Azienda Agricola Benedetti le strutture residenziali della villa. Particolare rilievo mediatico hanno avuto l’anno scorso i pavimenti mosaicati, ancora straordinariamente conservati di questa villa, che sono ora in corso di restauro e valorizzazione. L’Azienda Agricola Benedetti è fatta carico delle prime coperture provvisorie della parte residenziale scavata lo scorso anno che, oltre alla protezione, renderanno possibile il restauro e la visione pubblica dei mosaici in attesa del completamento dello scavo e della musealizzazione di tutta l’ampia area archeologica messa in luce, la cui progettazione è affidata al Politecnico di Milano – Polo Territoriale di Mantova (vedi Negrar di Valpolicella (Verona). A meno di un anno dalla ri-scoperta della Villa dei Mosaici, una villa rustica a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), Comune Soprintendenza e Aziende vitivinicole siglano un patto per lo scavo, la musealizzazione e la valorizzazione del sito immerso tra i vigneti: archeologia e vino, due eccellenze in sinergia. Il ministro Franceschini: “Modello di rapporto pubblico-privato da esportare” | archeologiavocidalpassato).

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Lo scavo archeologico alla Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella è realizzato dalla SAP – Società Archeologica, sotto la direzione scientifica di Gianni De Zuccato della Soprintendenza di Verona (foto sabap-vr)

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Alberto Manicardi, archeologo della Sap (foto sap)

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Il soprintendente di Verona Vincenzo Tinè (foto mic)

L’intervento di questi primi mesi del 2022 si è concentrato sul peristilio Ovest della villa. “Diversamente dagli altri lati del peristilio che hanno restituito bei mosaici geometrici”, spiega De Zuccato, “qui abbiamo trovato raffigurazioni di animali, e di altri soggetti, di una certa qualità, con l’uso di tessere dai colori vistosi. A prima vista queste raffigurazioni guardano a Oriente. La qualità sembra superiore a quella delle altre parti del peristilio: le tessere sono più piccole. Il disegno sembra molto più curato. Anche la parte geometrica sembra più complessa e più curata. Con il settore Ovest della villa abbiamo individuato quello che potrebbe essere il muro limite Ovest, ma vediamo che ci sono dei muri che continuano ancora. Quindi non abbiamo al certezza assoluta”. E Alberto Manicardi, archeologo Sap, ricorda che è stato tolto tutto lo strato che seppelliva la stratigrafia archeologica e anche il livello agricolo che copriva direttamente le strutture residuali. “Dalla strada romana – spiega – si scendeva a gradoni e ci si immetteva direttamente all’interno di un lungo cortile tutto lastricato, con una sorta di canaletta che lo perimetra e costituiva l’impluvium. Il lastricato è integro. Un lungo corridoio sicuramente scoperto, e poi due grandi ambienti molto lunghi, uno a destra e uno a sinistra, a Ovest e a Est, che costituivano questi lunghi ambienti a fianco di questo grande cortile”. Riprende De Zuccato: “Di questo settore non sappiamo nulla, sappiamo solo che è molto più ampio rispetto al settore Est della villa, dove c’erano solo una fila di stanze larghe circa un 5 metri. Qui invece lo spazio è molto più ampio. Potrebbero essere stanze ad uso agricolo come magazzini o forse anche alla lavorazione dei prodotti agricoli. Speriamo che si trovi qualche prova della lavorazione del vino”. Il soprintendente Vincenzo Tinè è prudente: “Siamo in fase di scavo, e quindi è presto per un’interpretazione finalmente complessiva della villa nelle sue due parti residenziale e produttiva. Dobbiamo capire bene anche queste strutture che stanno emergendo di tipo chiaramente produttivo funzionale alla produzione dell’olio e forse del vino: che cosa sono? Lo vedremo nelle prossime settimane”.

A Pompei applicate nuove tecnologie per il monitoraggio dello stato di conservazione dei manufatti archeologici: iniziati alla Casa di Arianna i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM

Alla Casa di Arianna a Pompei iniziati i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM (foto parco archeologico di pompei)

La Casa di Arianna a Pompei interessata dalle nuove tecnologie per il monitoraggio dello stato di conservazione dei manufatti archeologici. Sono iniziate da alcuni giorni le prime attività di rilievo con laser scanner della domus di Arianna, i cui dati confluiranno in una piattaforma HBIM, che per la prima volta sarà applicata al contesto archeologico pompeiano. HBIM è acronimo di Heritage Building Information Modeling, una tecnologia  che consente di acquisire informazioni per la gestione digitale integrata dei processi di conservazione, programmazione e manutenzione del sito, nell’ottica di una sempre maggiore sostenibilità economica e ambientale nella gestione del patrimonio archeologico. Il parco archeologico di Pompei, ancora una volta, si dimostra dunque campo privilegiato di applicazione delle nuove tecnologie di rappresentazione e monitoraggio delle strutture archeologiche. Avere a disposizione un modello digitale BIM implementabile di una domus o edificio archeologico permette di disporre di un database interoperabile  da interrogare (con l’ausilio di strumenti informatici dedicati al facility management) per pianificare in modo strategico le operazioni di manutenzione e gestire in maniera ottimale: il monitoraggio del degrado, anche strutturale, dell’edificio, attraverso un confronto informatizzato tra un dato inserito nel modello digitale e lo stesso dato rilevato in tempo reale tramite sensori; la pianificazione degli interventi di restauro; la catalogazione delle informazioni legate all’opera, che vengono in questo modo preservate tramite un archivio digitale in cloud; la simulazione degli effetti di eventi catastrofici (ad es. i terremoti).

Il gruppo di lavoro impegnato nei rilievi con laser scanner della domus di Arianna a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Il progetto è realizzato dal parco archeologico di Pompei assieme all’università Federico II di Napoli, che dal 2010 ha seguito per il sito di Pompei i progetti di miglioramento dell’accessibilità “Pompei accessibile”, “Accordo Deloitte” e “Enhancing Pompeii”, dal Politecnico di Milano che conduce da anni ricerche sul superamento dei modelli tradizionali di archiviazione dei dati e sulla costruzione di piattaforme interoperabili per i beni culturali e dall’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR, con una consolidata esperienza di ricerca sull’impiego delle tecnologie ICT per la conoscenza, conservazione e fruizione del patrimonio culturale. Il gruppo di ricerca  è composto per l’università di Napoli Federico II: Renata Picone (Coordinamento), Mario R. Losasso, Luigi Veronese, Enza Tersigni, Eduardo Bassolino, Mariarosaria Villani; il Politecnico di Milano: Stefano Della Torre, Luisa Ferro, Daniela Oreni; per il Cnr: Costanza Miliani, Elena Gigliarelli, Filippo Calcerano, Cristiano Riminesi; per il Parco archeologico di Pompei: Gabriel Zuchtriegel direttore generale, Alberto Bruni, Arianna Spinosa, Vincenzo Calvanese, Raffaele Martinelli; per Acca software: Antonio Cianciulli, Enrico Ciampi.

Alla Casa di Arianna a Pompei iniziati i rilievi con laser scanner per la modellazione tridimensionale in BIM (foto parco archeologico di pompei)

L’obiettivo del gruppo di ricerca, che vanta un approfondito know-how sui temi del restauro, miglioramento della fruizione del Parco archeologico pompeiano e delle tecnologie abilitanti per i patrimoni culturali, è di portare a compimento l’idea progettuale di un prototipo di piattaforma digitale HBIM calata su un’insula del Parco archeologico pompeiano in 6 mesi, per definire in una seconda fase la sperimentazione del risultato prototipale e la relativa dimostrazione di funzionalità. L’attività prevede il coinvolgimento di docenti e giovani ricercatori da impiegare nell’attività sul campo e si avvarrà della consulenza del Distretto tecnologico Stress, per la realizzazione di rilievi e indagini diagnostiche non invasive, e per l’elaborazione della piattaforma digitale, della società Acca Software, sviluppatrice dei programmi Edificius e usBIM, grazie ai quali i componenti della ricerca hanno già sperimentato soluzioni per l’implementazione dei programmi finalizzati alla lettura, all’archiviazione dati e all’interpretazione del patrimonio culturale.

Con il progetto “MArTa 3.0” il museo Archeologico nazionale di Taranto vince il Premio Gianluca Spina edizione 2021 assegnato dal Politecnico di Milano ai progetti di innovazione digitale più significativi nei processi interni e nell’offerta al pubblico

Il museo Archeologico nazionale di Taranto vince il Premio Gianluca Spina edizione 2021. Il prestigioso riconoscimento assegnato dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano e dall’Associazione Gianluca Spina, Presidente del MIP Politecnico di Milano prematuramente scomparso il 21 febbraio 2015, premia i progetti di innovazione digitale più significativi nei processi interni e nell’offerta al pubblico. Il MArTA porta sulle rive dello Ionio la medaglia più ambita, il primo premio, inquadrando sotto il nome di “MArTA 3.0” un progetto (progetto scientifico-culturale a cura della direttrice Eva Degl’Innocenti) costituito da una serie di azioni che hanno fatto meritare il riconoscimento, dalle innovazioni tecnologiche per il back-office, al tour virtuale 3D, dall’artigianato creativo e digitale del Fab Lab del Museo – il MArTA Lab, passando per la call to action “Il MArTA sono io”, la digitalizzazione di oltre 40mila opere in open data e open source, fino al nuovo allestimento del MArTA, in corso, con un nuovo percorso espositivo (all’interno dell’esistente) che sarà valorizzato da contenuti immersivi e di intelligenza artificiale, nonché con la nuova hall del Museo.

La nuova identità visiva e digitale del museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTa

“Il valore del progetto che oggi è stato premiato potrebbe racchiudersi nelle parole del grande archeologo italiano Riccardo Francovich, uno dei grandi maestri dell’archeologia mondiale, che diceva: “l’archeologia non serve solo a comprendere il passato ma a costruire il presente e il futuro”, esordisce la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, richiamando anche il payoff del MArTA “Past for Future”. Un premio importante che la direttrice sente di condividere con tutto lo staff del Museo, con tutti gli esperti esterni, le start-up e le imprese che insieme all’istituzione museale hanno creato il “MArTA 3.0” e nuove prospettive di governance pubblico-privata. “Saperi e competenze che lavorano con un obiettivo comune”, commenta la direttrice Eva Degl’Innocenti, “nel segno della maggiore diffusione di questo valore condiviso che è la nostra storia ma anche il nostro progetto di società futura”. La cerimonia di consegna del Premio Gianluca Spina si è svolta il 25 maggio 2021 in collegamento dal Politecnico di Milano e in contemporanea con le istituzioni culturali finaliste: la Pinacoteca di Brera e la Sovrintendenza Capitolina con l’area archeologica del Circo Massimo. Questo il video (postato da Lo Strillone di Puglia) di presentazione del progetto “MArTA 3.0” illustrato dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti.

A tre mesi dall’apertura al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica”, presentazione pubblica ufficiale dell’esposizione con quasi duecento incisioni che raccontano la produzione incisoria dell’antico nel Settecento e nell’Ottocento, insieme ad alcune opere del Mann

La locandina della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) fino al 12 settembre 2021

chiasso_m.a.x.-museo_logoA tre mesi dall’apertura della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” al m.a.x. museo del Centro culturale di Chiasso (Svizzera), dove rimarrà aperta fino al 12 settembre 2021, è in programma la presentazione pubblica dell’esposizione. Appuntamento allo Spazio Officina domenica 6 giugno 2021, alle 17.30. Si tratta di un momento di incontro con il pubblico alla presenza dei co-curatori, delle autorità e delle personalità coinvolte nel progetto di mostra, con brevi interventi a cui seguirà l’apertura gratuita del m.a.x. museo dalle 19 alle 21. I posti sono limitati a 100 persone sedute, in base alle norme COVID; l’iscrizione è obbligatoria, scrivendo all’indirizzo eventi@maxmuseo.ch e indicando nome, cognome, cellulare e codice postale. Saranno presenti Mauro Massoni, console generale d’Italia a Lugano e ministro plenipotenziario; Davide Dosi, vicesindaco e capodicastero Attività culturali Chiasso; Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; Susanne Bieri, storica dell’arte e co-curatrice della mostra, biblioteca nazionale svizzera; Berna Michele Amadò, segretario AdA, associazione Avvenire dell’Antico; Pierluigi Panza, storico e critico d’arte, Politecnico di Milano.

La mostra “La reinterpretazione del classico” al m.a.x. museo di Chiasso (foto max museo)

L’esposizione, che s’inserisce nel filone della “grafica storica”, ha l’obiettivo di presentare la produzione incisoria dell’antico nel Settecento e nell’Ottocento ripercorrendo il fenomeno storico della reinterpretazione e della fortuna critica del classico. Nella seconda metà del Settecento, la nascita del Neoclassicismo teorico portò alla riscoperta dello studio dell’Antico e dei monumenti classici. Winckelmann, considerato il padre della storia dell’arte moderna, pubblicò nel 1767 i Monumenti antichi inediti in cui vennero unite per la prima volta – a corredo della parte scritta – le incisioni, che raffiguravano opere classiche delle Collezioni romane con l’intento di illustrare l’antico. Il passo da Winckelmann a Piranesi è breve: il grande artista e incisore veneziano a Roma trovò la fonte dell’antico che gli permise di dare origine a incredibili e visionarie interpretazioni, con lo scopo dichiarato di stimolare l’immaginazione degli artisti contemporanei. La diffusione delle incisioni “in folio” contribuì molto a creare una documentazione di viaggio del Grand Tour con splendide vedute che ricordavano ai viaggiatori i luoghi attraversati e inoltre li aiutavano a identificare i monumenti descritti nelle guide. Si passa quindi all’apertura verso le prime espressioni romantiche del “Panorama” in cui è fondamentale la forma dell’illusionismo visivo, con un effetto di grande suggestione scenografica. La veduta romantica diventa così anche una fantasia di monumenti.

Veduta del Foro romano in una stampa Luigi Rossini (foto centro culturale chiasso)
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Testa di atleta ispirata ai modelli del V sec. a.C. conservata al museo Archeologico di Napoli ed esposta al m.a.x. di Chiasso (foto mann)

Nelle sale del m.a.x. museo è possibile ammirare quasi duecento incisioni all’acquaforte, a bulino e puntasecca di rara bellezza, stampe acquarellate, litografie e cromolitografie. Sono esposte, fra le altre, le incisioni volute da Johan Joachim Winckelmann per rappresentare l’antico, le stupende acqueforti di Giovanni Battista e Francesco Piranesi, le suggestive incisioni di Luigi Rossini e molte vedute, fra cui quelle di Nicolas-Marie-Joseph Chapuy, di Johann Jakob Wetzel, e paesaggi delle città europee mete del Grand Tour, affiancati ad alcuni pregevoli reperti archeologici (monete, medaglie e marmi). Esposta in bacheca vi è inoltre una raccolta di incisioni di Luigi Rossini, resa sfogliabile in formato digitale, con un sistema No-Touch. Nel percorso, anche alcune opere provenienti dal Mann: una coppia di candelabri realizzata dalla bottega Piranesi nella consueta modalità di pastiches (1784 ca.), una testa di Atleta ispirata a modelli del V sec. a.C. ed una testa di Apollo (340 a.C.).

Napoli. Il museo Archeologico nazionale propone “Sette statue per sette giorni”: anteprima virtuale della Sezione Campania Romana che aprirà nel giugno 2021 con sette scatti di Luigi Spina. Si inizia con la Notte dei Musei (solo virtuale)

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Le sale, ancora vuote, del Mann che ospiteranno la Sezione Campania Romana dal giugno 2021 (foto Mann)

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Rendering della nuova sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Al piano terra dell’ala occidentale del museo Archeologico nazionale di Napoli alcune sale, oggi vuote, ospiteranno nel giugno 2021 i capolavori della Campania Romana: la Sezione raccoglierà circa duecento reperti, provenienti dalle principali città romane della regione (non solo i grandi centri vesuviani come Pompei ed Ercolano, ma anche Cuma, Baia, Pozzuoli e Santa Maria Capua Vetere) e databili a partire dalla prima età imperiale. Nell’attesa il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale della Sezione Campania Romana: “Sette statue per sette giorni”, con sette post su Facebook ed Instagram.

L’Atlante Farnese uno dei simboli del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Luigi Spina)

Il viaggio online inizia su Facebook, simbolicamente il 14 novembre 2020 alle 20: per quella data e quello specifico orario era prevista la Notte dei Musei, con aperture straordinarie che, a causa dell’emergenza Covid, sono oggi trasformate in appuntamenti virtuali. Da sabato 14 novembre così, i fan e follower potranno trovare, nella rete, uno spazio per ammirare sculture quasi sconosciute: i capolavori scelti per questa preziosa e raffinata campagna digitale non saranno il Doriforo di Policileto, il Cavallo Mazzocchi o l’Afrodite di Capua, opere che pure figureranno nel riallestimento della Campania Romana, ma alcuni marmi che, provenienti per lo più dai depositi del Mann, arricchiranno le sale del piano terra nell’ala occidentale del Museo. A guidare gli internauti in un itinerario di scoperta, da vivere per ora con like, commenti e condivisioni, saranno sette splendide immagini di Luigi Spina: il fotografo ha ripreso a studiare la statuaria del Mann, con un impegno di ricerca pari a quello profuso per la Collezione Farnese. Se l’illuminazione e l’inquadratura saranno i primi strumenti per “interpretare” l’opera, facendone emergere il valore simbolico, culturale e sociale, la vera scommessa della campagna di Spina sarà conciliare le esigenze scientifiche della documentazione con il forte senso estetico espresso da marmi e bronzi: un approccio allo stesso tempo divulgativo e rigoroso, che non soltanto “premierà” gli appassionati di archeologia, ma anche i cultori di una ricerca evocativa ed emozionale sull’immagine.

La statua maschile del cosiddetto Germanico (I sec. d.C.) apre il tour virtuale anteprima della Sezione Campania Romana (foto Luigi Spina)

Primo post sabato 14 novembre 2020, dunque, con la statua maschile del cd. Germanico: proviene dal Macellum di Pompei, risale ai primi decenni del I sec. d.C. ed è uno dei tesori dischiusi dai nostri depositi. Quasi sconosciuta anche la testa di Apollo tipo Omphalos, che sarà postata la domenica: in ossequio alla dimensione “multicentrica” che connoterà la Sezione della Campania Romana, l’opera proviene da Cuma ed è copia romana (II sec. d.C.) di un originale di età severa. Per iniziare la settimana online, enigma e magnetismo nell’immagine della protome di Giunone, anch’essa svelata dai depositi: la testa, che per le sue dimensioni particolari (sessanta centimetri circa) probabilmente è parte di una statua di culto del Tempio di Giove a Pompei ed è databile al I sec. d.C. Ancora dai depositi, l’elegante figura femminile panneggiata (dal Foro di Ercolano, I sec. d.C.), così come non esposta da tempo la scultura di Olconio Rufo (I sec. d.C.), che proviene dal quadrivio di via Stabiana a Pompei. Completeranno l’anteprima social la statua femminile della Concordia Augusta (da Pompei, edificio di Eumachia, I sec. d.C.) ed il Busto di Plotina (dal settore cd. Mercurio del Palatium di Baia, 117-138 d.C., anch’esso custodito da molti anni nei depositi).

Protome di Giunone (I sec. d.C.) forse parte di una statua di culto del tempio di Giove a Pompei: sarò nella Sezione Campania Romana del Mann (foto Luigi Spina)

“Il lavoro sulla Campania Romana è da considerarsi una delle più significative ricerche fotografiche al museo di Napoli degli ultimi dieci anni”, commenta Luigi Spina. “Tutto questo si esplica in un’azione quotidiana di riprese che richiedono tempi precisi e giuste riflessioni per individuare l’unicità di ogni opera”. La campagna fotografica di Luigi Spina rientra nella prassi di valorizzazione del patrimonio museale, da divulgare e condividere in rete: nella recente rilevazione, realizzata dal Politecnico di Milano per la Direzione Generale Musei del Mibact, il Mann è risultato il museo italiano più attivo su Facebook, in termini di numero di post pubblicati (122)  nel settembre scorso. Così, nella compagine più complessiva e variegata dei dati inerenti alla “propensione social” degli istituti culturali, con particolare riferimento alla specifica attività su Facebook, il Mann conferma la cura nell’applicazione delle opportunità comunicative offerte dalla piattaforma: in questi tempi difficili, una risorsa indispensabile per mantenere vivo il dialogo con il pubblico.