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Pompei. Il parco archeologico avvia il restauro delle fontane pubbliche della città antica. Le spiegazioni dell’archeologa Paola Sabbatucci e del restauratore Luca Pantone

Una fontana di Pompei prima e dopo il restauro (foto parco archeologico di pompei)

Il parco archeologico di Pompei ha avviato il restauro delle fontane pubbliche della città antica di Pompei. Si tratta di un progetto globale che comprende il restauro di più di 40 fontane pubbliche, il rilievo in 3D dei suddetti manufatti e lo scavo archeologico intorno ad alcune delle fontane che permetterà di indagare il loro rapporto con gli assi viari. Il restauro ha come obiettivo quello conservare il più a lungo possibile queste fontane e di restituirle ai visitatori nella loro migliore veste. Le fontane pubbliche presenti nel sito di Pompei erano parte integrante dell’articolato sistema di distribuzione dell’acqua interno alla città antica; nel tempo, esse sono state oggetto di studi specifici e di interventi di rifunzionalizzazione, diventando parte integrante del percorso di visita. Si tratta di oltre 40 manufatti, distribuiti su tutto il territorio della città antica, la maggior parte dei quali afferisce alla tipologia delle fontane con vasca e blocco erogatore, tre sono invece gli elementi monoblocco usati in funzione di erogatore, inseriti direttamente nel cordolo del marciapiede o sovrapposti ad esso; nell’area del Foro Triangolare è invece collocato l’unico esemplare di labrum, con bacino e supporto in marmo, probabilmente usato per le abluzioni sacre. Sulla base di un approfondito percorso di conoscenza, condotto, in fase progettuale, anche in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure, si è cercato comprendere la natura dei materiali e degli agenti di degrado, definendo così le scelte operative.

Una fase dei restauri di una fontana pubblica di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Il progetto prevede quindi il restauro di tali manufatti e una fase di indagini di scavo archeologico puntuali per aree limitrofe a 15 fontane, mirate alla verifica dei rapporti stratigrafici relativi alla costruzione della fontana e alla monumentalizzazione di strada e marciapiede, al fine di acquisire elementi utili a precisare il quadro cronologico di riferimento. Al termine degli interventi ogni fontana sarà oggetto di un accurato rilievo 3D. Il progetto di restauro delle fontane antiche di Pompei è partito a ottobre e continuerà ancora per tutto il 2022.

Il funzionario restauratore del parco archeologico di Pompei Paola Sabbatucci e il direttore tecnico della Pantone Restauri Luca Pantone, spiegano gli interventi di restauro in atto sulle fontane pubbliche della città antica di Pompei. “Mi sto occupando del restauro delle fontane pubbliche della città antica di Pompei”, spiega Sabbatucci. “Le fontane essendo inserite in un percorso viario sono soggette a tutta una serie di degradi tra cui quello maggiore riguarda sicuramente il degrado antropico, poiché i turisti ma anche tutti i fruitori del sito hanno la possibilità di entrare direttamente in contatto con questi manufatti. Alcune di queste infatti nella storia sono state anche rifunzionalizzate e anche oggi è possibile anche utilizzarle, quindi bere proprio dalla fontana da cui beveva l’antico romano. Questo ovviamente causa alcuni fattori di degrado importanti che noi abbiamo deciso di trattare, di eliminare, in modo tale appunto da poter restituire al fruitore la fontana nella loro miglior veste”. “Da un paio di mesi – continua Pantone – stiamo praticamente eseguendo il restauro di queste fontane. Sono in tutto 41. È un restauro molto conservativo perché l’obiettivo è quello di conservare il più possibile questi manufatti. Quindi, principalmente, le prime operazioni che vengono fatte sono quelle di bonifica di tutte le sostanze estranee: da alghe, patine biologiche, cemento, purtroppo utilizzato nel secolo scorso per fare delle integrazioni; e anche di bonifica degli elementi di ferro fortemente ossidati. Dopo queste bonifiche, si fanno delle puliture, alcune abbastanza blande, alcune moto spinte, per rimuovere il carbonato di calcio, quindi del calcare che ovviamente alcune hanno. Al termine di questo intervento è previsto un protettivo finale che allungherà sicuramente la conservazione dei manufatti”.

Cosa ci porta il nuovo anno? Il restauro e la valorizzazione del cavallo scoperto da Maiuri nel 1938: nuovo allestimento nello stabulum a sud di via dell’Abbondanza, inclusivo e accessibile anche a ipovedenti. Parla la responsabile Luana Toniolo

Lo scheletro del cavallo scoperto nel 1938 da Maiuri è nel laboratorio di restauro di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Cosa ci porta il nuovo anno? Questa volta non parliamo di una grande mostra o di nuovi musei, ma di un reperto che grazie al restauro e a nuovi studi verrà valorizzato e presentato al pubblico in sicurezza: è il cosiddetto Cavallo di Maiuri. Lo scheletro del cavallo rinvenuto nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente della antica città di Pompei è oggetto infatti di un progetto di restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei, finalizzato al recupero e alla tutela del reperto. Una volta restaurato e consolidato grazie al rilievo laser scanner dello scheletro, sarà realizzato un modello in 3d per ipovedenti in vista di un nuovo allestimento in situ accessibile e inclusivo. “Si tratta di un intervento multidisciplinare”, sottolinea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, “che vede all’opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. Il progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell’ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”. Il gruppo lavoro è composta da Luana Toniolo, responsabile del progetto; Stefania Giudice, direttore dei lavori; Paola Sabbatucci, direttore operativo restauratore; Arianna Spinosa, direttore operativo architetto; Armando Santamaria, direttore operativo ingegnere; Amedeo Mercogliano, supporto contabile Ales; Natascia Pizzano, archeozoologo; DF14 – Restauro Beni Culturali di Debora Fagiani; SineCera Studio – sinecerastudio.it.

A raccontarci della storia di questo reperto e del suo restauro e valorizzazione è la stessa responsabile, Luana Toniolo, archeologa del parco archeologico di Pompei. “Nel 1938 Maiuri mentre scavava questo settore della città a sud di via dell’Abbondanza – ricorda Luana Toniolo – identificò una struttura quadrata in muratura che poteva essere una mangiatoia. E proprio a pochi centimetri da questa struttura, dai lapilli cominciò a emergere il cranio di un cavallo. Emerse il cranio, emerse il collo e parte della colonna vertebrale. Continuando con lo scavo si vide che era un vero e proprio cavallo e che ci trovavamo in uno stabulum, in una stalla. Vicino infatti al cavallo e alla mangiatoia si rinvennero infatti anche dei resti organici, paglia. Maiuri decise quindi di applicare anche qui quella strategia di musealizzazione che stava applicando in tutto il sito, cioè un vero e proprio museo diffuso, lasciando i reperti in situ là dove li trovava, come fece ad esempio nella Casa del Menandro, alla Villa de Misteri, attuando quindi una strategia che era già stata sperimentata nei decenni precedenti da Spinazzola. Ad esempio, nel famoso allestimento del Thermopolium di Asellina”.

Lo scheletro del cavallo come appariva nel suo allestimento allo stabulum nel 1941-1942 in una foto dell’archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

“In questo stabulum, quindi, coperto da una tettoia – continua l’archeologa -, rimise in piedi il cavallo. Un cavallo alto 1 metro e 34 al garrese, utilizzato per il trasporto delle merci, per il traino. Dobbiamo infatti ricordare che a Pompei oltre ai suoi abitanti in città c’erano anche gli animali: pensiamo ai cani, di cui c’è il famoso calco della Casa di Vesonius Primus. Ma c’erano anche i cavalli che servivano per quei carri che sono attestati a Pompei, come ad esempio, nella Casa del Menandro”.

Restauratori all’opera sul “Cavallo di Maiuri” nei laboratori di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Con il passare dei decenni però questo cavallo venne in parte dimenticato e abbandonato, e soggetto a un progressivo degrado. Abbiamo quindi deciso di procedere finalmente al suo restauro. E a un nuovo allestimento che permetta appunto di valorizzarlo. Abbiamo quindi iniziato questo intervento che è un vero e proprio intervento multidisciplinare – spiega Luana Toniolo – perché, oltre al lavoro dei restauratori in primis e degli archeologi, tutto il lavoro è seguito costantemente da un archeozoologo sia per permettere uno studio finalmente veramente scientifico di questo cavallo, che quindi può darci delle informazioni importantissime sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei, sia per progettare un nuovo allestimento rispettoso dell’originario allestimento di Maiuri ma che permetterà quindi a breve tempo al visitatore di rivedere questo cavallo”.

Ma si tratterà di un allestimento che vuole anche essere inclusivo e accessibile, anche dal punto di vista cognitivo. Perché ora per gli ipovedenti abbiamo predisposto anche un modellino 3D di questo cavallo, che quindi può essere toccato, un modellino tattile, anche con una differenziazione tra le parti effettivamente conservate e quelle che ricostruiremo, per capire insieme a una spiegazione in braille la storia di questo cavallo.

Rilievo con laser scanner del Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“La nostra metodologia di lavoro – sottolinea la responsabile del progetto – ha previsto innanzitutto un rilievo con laser scanner del cavallo, che ha permesso di realizzare un vero e proprio modello 3D. Una volta realizzato questo modello 3D, abbiamo iniziato a smontare il cavallo che, infatti era in posizione verticale grazie a un’armatura metallica, ancora quella dei tempi di Maiuri, con dei restauri e interventi successivi, ma che l’aveva in parte danneggiato con fenomeni di ossidazione che hanno intaccato anche il colore delle ossa. Abbiano quindi provveduto a staccare questo filo metallico, a smontare il cavallo e a portarlo in laboratorio”.

Interventi di restauro, pulizia e consolidamento sul Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“Ora il cavallo è sottoposto a un processo di restauro, di pulizia, di consolidamento. E con la collaborazione dell’archeozoologo stiamo valutando quali parti sarà opportuno ristampare mediante una scansione 3D. Rispetto infatti a quello che ci raccontano le foto d’epoca, il cavallo ha perso molte delle sue ossa: molte costole della gabbia toracica, alcune vertebre, parte della coda. Valuteremo quindi quello che è opportuno integrare e poi lo rimonteremo in una posizione che sia scientificamente più corretta, perché nel corso del tempo ha perso la sua postura originale. Lo rimonteremo – conclude – con una struttura e con materiali nuovi che siano adatti al microclima e che quindi rispettino anche le necessarie condizioni di tutela del cavallo”.

Pompei. Il 25 gennaio viene inaugurato il “nuovo” Antiquarium con sale dedicate all’esposizione permanente di reperti che illustrano la storia di Pompei, seguendo la concezione museale data da Amedeo Maiuri

L’ingresso monumentale dell’Antiquarium di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)
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Il manifesto che annuncia la mostra “Alla scoperta di Stabia” all’antiquarium di Pompei (foto Graziano Tavan)

Non ci sarà il pubblico delle grandi occasioni, ma anche in questa fase difficile di pandemia, che ha permesso la riapertura di musei e parchi archeologici ai visitatori al massimo dalla regione, quando il rischio contagio è definito moderato (fascia gialla), non ha impedito al parco archeologico di Pompei di presentare l’Antiquarium che lunedì 25 gennaio 2021 verrà inaugurato nella sua nuova veste museale. Era stato riaperto al pubblico nel 2016, dopo trentasei anni, come visitor center e spazio per mostre temporanee. Ricordiamo, ad esempio, “Alla ricerca di Stabia”, nel secondo semestre del 2018 (vedi “Alla ricerca di Stabia”: all’Antiquarium di Pompei una mostra sulla necropoli di Madonna delle Grazie e del santuario dei Privati anticipa il progetto multidisciplinare per lo studio, la riscoperta e la valorizzazione dell’antica Stabiae. Con l’antiquarium stabiano chiuso da anni, il nuovo museo di Stabia sarà nella reggia borbonica di Quisisana | archeologiavocidalpassato), che è stato il primo passo verso l’apertura del museo Archeologico di Stabiae nella Reggia Quisisana a Castellammare di Stabia, inaugurato nel settembre 2020 dal ministro Franceschini (vedi Castellammare di Stabia (Na). Il ministro Franceschini inaugura nell’ex reggia borbonica Quisisana il nuovo museo Archeologico di Stabiae “Libero D’Orsi” | archeologiavocidalpassato), e che è stato riaperto al pubblico – come Pompei Scavi – il 18 gennaio 2021.

L’allestimento dell’Antiquarium in una immagine del 1914 (foto parco archeologico di Pompei)

L’Antiquarium di Pompei fu realizzato da Giuseppe Fiorelli tra il 1873 e il 1874 negli spazi sottostanti la terrazza del Tempio di Venere, con affaccio su Porta Marina. Fu sede espositiva di una selezione di reperti provenienti da Pompei ed esemplificativi della vita  quotidiana dell’antica città, oltre che dei calchi delle vittime dell’eruzione. Nel 1926 venne ampliato da Amedeo Maiuri, che oltre ad aggiungere grandi mappe con gli sviluppi aggiornati degli scavi dal 1748 in poi e inserire nuovi reperti provenienti dalla Villa Pisanella di Boscoreale nonché dai più recenti scavi di via dell’Abbondanza, impostò un percorso che guidava il visitatore nella storia di Pompei dalle origini fino all’eruzione.

L’Antiquarium di Pompei in un’immagine del 1948 (foto parco archeologico di Pompei)

L’edificio fu gravemente danneggiato dalle bombe della II guerra mondiale nel settembre 1943. “Eppure Pompei ha oggi, più che mai, bisogno del suo Antiquarium”, diceva Amedeo Maiuri nel 1947. “L’estensione graduale degli scavi, la preziosità e la singolarità di alcune scoperte, il dovere, ineluttabile dovere, di difendere dagli agenti atmosferici e dalle insidie, se non dal malvolere degli uomini, tutto ciò che non si può custodire all’aperto, l’utilità infine di presentare raggruppati e classificati i materiali che non si trovano nelle case …”. E fu proprio grazie all’intervento di restauro del Maiuri, che il 13 giugno del 1948 riaprì ai visitatori in occasione della celebrazione del 2° centenario degli scavi di Pompei. Nuovamente danneggiato, stavolta dal terremoto del 1980, da allora è rimasto chiuso al pubblico fino – come si diceva – al 2016.

Nell’anno 2020, l’anno della pandemia, il parco archeologico di Pompei ha riorganizzato le sale dell’Antiquarium: l’architetto Cremascoli, fondatore nel 2001 ad Oporto (Portogallo) con Edison Okamura e Marta Rodrigues lo studio CORarquitectos, e l’architetto freelance Flavia Chiavaroli nel video del parco archeologico di Pompei ci fanno conoscere in anteprima il nuovo concept dell’allestimento delle sale dell’Antiquarium di Pompei.

Il nuovo allestimento dell’Antiquarium di Pompei (foto Francesco Squeglia)

E lunedì 25 gennaio 2021 ecco finalmente l’apertura al pubblico delle porte dell’Antiquarium di Pompei, con il nuovo allestimento. “È diventato uno spazio museale dedicato all’esposizione permanente di reperti che illustrano la storia di Pompei”, spiega Luana Toniolo, funzionario responsabile. “Lo spazio, completamente rinnovato, rimanda a quella che fu la concezione museale di Amedeo Maiuri e attraverso i reperti più rilevanti è ripercorsa  la storia di Pompei dall’età sannitica (IV secolo a.C.) fino alla tragica eruzione del 79 d.C. Oltre a celebri testimonianze dell’immenso patrimonio pompeiano, come gli affreschi della Casa del Bracciale d’oro, gli argenti di Moregine o il triclinio della Casa del Menandro, sono qui esposti anche i rinvenimenti dei più recenti scavi condotti dal Parco Archeologico: dai frammenti di stucco in I stile delle fauces della Casa di Orione al tesoro di amuleti della Casa con Giardino, agli ultimi calchi delle vittime dalla villa di Civita Giuliana. La visita all’Antiquarium è inoltre accompagnata da due supporti digitali, un web-bot, un assistente digitale in grado di fornire informazioni di servizio semplici e chiare, e una narrazione audio che dal percorso espositivo accompagna il visitatore alla scoperta di alcuni punti di interesse del Parco Archeologico di Pompei”.

La curiosità. Nel nuovo Antiquarium sarà esposto un tronco di cipresso ritrovato intorno agli anni ’90 sulle sponde del fiume Sarno. Paola Sabbatucci, funzionaria restauratrice del parco archeologico di Pompei, ci descrive il lavoro di restauro al tronco di cipresso che “all’epoca fu conservato in deposito e che solo di recente è stato prelevato dal deposito per onorarlo di un’esposizione permanente”, spiega Sabbatucci. “Con le mie colleghe restauratrici, abbiamo provveduto alla manutenzione straordinaria del reperto che si presentava comunque in buone condizioni di conservazione avendo mantenuto nella sua storia conservativa delle condizioni stabili sia di luce che di umidità che di temperatura. Di conseguenza abbiamo provveduto innanzitutto a una pulitura approfondita del reperto, un minimo intervento consistente in incollaggi di piccole parti staccate o in procinto di staccarsi, un consolidamento superficiale, una protezione finale e soprattutto un trattamento biocida che ha permesso di proteggerlo dalle eventuali muffe, funghi o comunque attacchi biotici cui poteva essere sottoposto”.

Tre restauratrici del parco archeologico di Pompei presentano il loro lavoro in occasione delle Giornate europee del Patrimonio 2020

Francesca Leolini, Ludovica Alesse e Paola Sabbatucci sono tre restauratrici del parco archeologico di Pompei. In occasione delle Giornate europee del Patrimonio hanno presentato la loro esperienza lavorativa con approfondimenti su alcuni reperti in laboratorio.

Francesca Leolini presenta due oggetti recuperati nel cosiddetto “Tesoro della fattucchiera”, l’eccezionale scoperta dell’agosto 2019, restituitaci dallo scavo della Regio V di Pompei, in uno degli ambienti della casa del Giardino: amuleti, gemme, gioielli femminili, statuine, elementi decorativi; anche un piccolo teschio. Sono in faïence, bronzo, osso e ambra: utilizzati per ornamento personale ma anche portafortuna indossati o portati con sé per proteggersi contro la malasorte (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/08/12/pompei-lo-scavo-della-regio-v-restituisce-unaltra-eccezionale-scoperta-il-tesoretto-della-fattucchiera-amuleti-gemme-gioielli-femminili-statuine-portafortuna-indossat/). Leolini presenta un’ambra configurata a spiga (un simbolo magico apotropaico molto forte) e una pasta vitrea intagliata con la figura di un satiro danzante (probabilmente un sigillo) che è molto simile al Satiro danzante di Mazara del Vallo.

Ludovica Alesse segue il restauro di oggetti provenienti direttamente dallo scavo archeologico, ma anche dai depositi e destinati all’esposizione in mostre. E spiega le fasi del suo lavoro dallo studio dell’oggetto alla presentazione al pubblico.

Paola Sabbatucci lavora nel laboratorio di ricerche applicate che si occupa di un approccio scientifico dei reperti provenienti dallo scavo e conserva in camera climatizzata più di tremila reperti organici, come pane, semi, reti da pesca, e oggetti estremamente preziosi che costituiscono un unicum per il Parco.

Pompei e le Giornate europee dell’archeologia: con e oltre l’archeologo. Alla scoperta degli esperti che affiancano e supportano la ricerca archeologica a Pompei. I video racconti dei protagonisti on line

L’antropologa, l’archeozoologa, la paleobotanica, il geologo oltre agli archeologi, ai restauratori e agli esperti tecnici. Sono diverse le professionalità che interagiscono a Pompei soprattutto in occasione di nuovi scavi, ma anche nello studio quotidiano di reperti già emersi e custoditi dal Parco. Un lavoro di squadra finalizzato all’obiettivo comune della conoscenza, attraverso un’indagine approfondita dei dati sotto ogni aspetto. In occasione delle Giornate Europee dell’archeologia 2020 in programma il 19, 20 e 21 giugno 2020, il Parco archeologico di Pompei porta – virtualmente – gli appassionati alla scoperta delle attività condotte da questi professionisti e del Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco, centro nevralgico e sede di confronto della loro ricerche, attraverso brevi video racconti consultabili sul sito web http://www.pompeiisites.org e le pagine social del Parco. Negli ultimi anni Pompei ha arricchito il suo staff di professionisti, con diverse figure che lavorano in team fornendo un approccio interdisciplinare e quanto più completo possibile allo studio e alla ricerca.

Pulitura di un teschio nel Laboratorio di Ricerche applicate di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Il Laboratorio di Ricerche Applicate nasce nel 1994, da un lato con l’obiettivo di approfondire la conoscenza degli aspetti naturalistici del territorio vesuviano e dell’uso delle risorse naturali nel 79 d.C.. Il Laboratorio è, allo scopo, dotato di due camere climatizzate che custodiscono 3500 reperti antropologici, botanici, mineralogici, paleontologici, petrologici e zoologici, tessuti e legni archeologici. Si occupa del loro studio, del monitoraggio e della conservazione in specifiche condizioni microclimatiche. Dall’altro, affronta e studia tutti i problemi inerenti la conservazione, ai fini della tutela e la valorizzazione del sito. I dati provengono dalle ricerche diagnostiche condotti dalle Università nell’ambito di Convenzioni specifiche e/o previste nei progetti di restauro. Il Laboratorio intrattiene rapporti di Convenzione con 20 Istituti di ricerca e Dipartimenti italiani e stranieri che supportano le attività di ricerca e di conservazione in situ. Inoltre, è dotato di strumenti tecnologicamente avanzati e ad elevata portabilità per le attività diagnostiche in situ. La sua azione, volta alla tutela del patrimonio archeologico, supporta gli interventi conservativi, di prevenzione e manutenzione sui manufatti e le strutture antiche.

19, 20 e 21 giugno 2020. Per le giornate europee dell’archeologia Valeria Amoretti, funzionaria antropologa del Parco Archeologico di Pompei, racconta la sua attività.

19, 20 e 21 giugno 2020. Per le giornate europee dell’archeologia Chiara Corbino, archeozoologa del Parco Archeologico di Pompei, racconta la sua attività.

19, 20 e 21 giugno 2020. Per le giornate europee dell’archeologia Lia Trapani, archeologa del Parco Archeologico di Pompei, racconta la sua attività.

19, 20 e 21 giugno 2020. Per le giornate europee dell’archeologia Chiara Comegna, Archeobotanica del Parco Archeologico di Pompei, racconta la sua attività.

19, 20 e 21 giugno 2020. Per le giornate europee dell’archeologia Paola Sabbatucci, Funzionaria Restauratrice del Parco Archeologico di Pompei, racconta la sua attività.

19, 20 e 21 giugno 2020. Per le giornate europee dell’archeologia Vincenzo Amato, Geologo del Parco Archeologico di Pompei, racconta la sua attività.